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Full text of "Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da S. Pietro sino ai nostri giorni. Compilazione di Gaetano Moroni romano"

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C  3  7Z& 


DIZIONARIO 

DI  ERUDIZIONE 

STORICO-ECCLESIASTICA 

DA  S.  PIETRO  SINO  AI  NOSTRI  GIORNI 

SPECIALMENTE     INTORNO 

AI  PRINCIPALI  SANTI,  BEATI,  MARTIRI,  PADRI,  AI  SOMMI  PONTEFICI,  CARDINALI 
E  PIÙ  CELEBRI  SCRITTORI  ECCLESIASTICI,  AI  VARH  GRADI  DELLA  GERARCHIA 
DELLA  CHIESA  CATTOLICA,  ALLE  CITTA*  PATRIARCALI,  ARCIVESCOVILI  E 
VESCOVILI,  AGLI  SCISMI,  ALLE  ERESIE,  AI  CONCILII,  ALLE  FESTE  PIÙ  SOLENNI, 
AI  RITI,  ALLE  CERIMONIE  SACRE,  ALLE  CAPPELLE  PAPALI,  CARDINALIZIE  E 
PRELATIZIE,  AGLI  ORDINI  RELIGIOSI,  MILITARI,  EQUESTRI  ED  OSPITALIERI,  NON 
CHE    ALLA    CORTE    E    CURIA    ROMANA    ED    ALLA    FAMIGLIA    PONTIFICIA,  EC.  EC.  EC. 

COMPILAZIONE 

DEL  CAVALIERE  GAETANO  MORONI  ROMANO 

SECONDO  AIUTANTE  DI  CAMERA 

DI   SUA   SANTITÀ   PIO   IX. 


VOL.  LXXXVIII. 
IN     VENEZIA 

DALLA      TIPOGRAFIA     EMILIANA 
MDCCCLVI11. 


La  presente  edizione  è  posta  sotto  la  salvaguardia  delle  leggi 
vigenti,  per  quanto  riguarda  la  proprietà  letteraria,  di  cui 
l'Autore  intende  godere  il  diritto,  giusta  le  Convenzioni 
relative. 


DIZIONARIO 


i      DI  ERUDIZIONE 


STORICO-ECCLESI  ASTICA 


VAL 


VAL 


V  ALENZA  o  VALENCE  (Valeri- 
tinen).  Città  con  residenza  vescovile  e 
antica  di  Francia  nel  Delfinato,  capoluo- 
go del  dipartimento  della  Dtóme,  di  cir- 
condario e  di  cantone,a  io  leghe  da  Vien- 
na, più  di  27  da  Lione,  e  127  da  Parigi, 
già  appartenente  al  parlamento  di  Greno- 
ble. E'  piacevolmente  situata  giù  per  la 
china  d'  un  colle,  e  in  bella  e  fertile  pia- 
nura, bagnata  da  diversi  ruscelli,  sopra 
la  sponda  sinistra  del  Rodano,  che  quivi 
si  varca  sopra  un  ponte  di  ferro  sospeso. 
L'ultima  proposizione  concistoriale  la  di- 
ce^ptimo  politur  coclo  fontinclque  duo- 
decini  circiter  incoiai  um  milita. Sede  di 
tribunale  di  r.a  istanza,  di  direzione  de' 
demani,  e  delle  contribuzioni  dirette  e 
indirette,  conservazione  dell'ipoteche  ed 
altre  autorità  dipartimentali.  E  circon- 
data da  un  muro  in  cattivo  stalo,  fian- 
cheggiato da  torri, che  la  separa  dal  sob- 
borgo di  Saunière,  che  traversa  la  strada 
tra  Lione  e  Marsiglia,  ed  ha  nella  sua 
parte  settentrionale,  in  faccia  ad  una  bel- 
la piazza  d'  armi  piantata  d'  alberi,  una 
cittadella  triangolare  con  facciata  gotica 


di  poca  importanza,  resa  celebre  dal  sog- 
giorno e  gloriosa  morte  del  Sommo  Pon- 
tefice Pio  VIÌ  trascinatovi  dal  furore  della 
repubblica  francese  rivoluzionaria,  e  vi 
die  splendidi  e  edificanti  esempi  di  virtuo- 
sa paziente  rassegnazioue.  L'interno  della 
città  è  male  distribuito  e  non  regolar- 
mente  fabbricato,  il  più  bello  edilìzio  es- 
sendo il  palazzo  della  prefettura.  La  cat- 
tedrale alquanto  ampia  e  bella,  costruita 
con  architettura  romana  (secondo  la  ri- 
cordata proposizione,  nell'antecedente 
dicendosi  gotichae  structurae  j  ma  re- 
staurata lo  sarà  stata  con  architettura 
romana),  è  dedicata  a  Dio  sotto  l'invo- 
cazione di  s.  Apollinare  (F.)  martire 
(titolo  che  leggo  nella  detta  e  nella  pre- 
cedente proposizione  concistoriale,  non 
peiò  nel  Martirologio  romano),  e  ve- 
scovo della  città.  Ha  il  s.  fonte  e  la  cura 
d'anime  affidata  all'arciprete  a  nomina 
del  capitolo.  Piacchiude  un  pregevole 
quadro  dipinto  dal  Caiacci,  e  nel  coro  è 
un  monumento  marmoreo  con  figure  in 
bassorilievo,eretto  alla  memoria  veneran- 
da e  gloriosa  del  suddetto  Pontefice  dal 


4  VAL 

governo  francese,  e  scolpito  da  Laboreur> 
con  iscrizione  in  marmo  nero,  contenente 
i  Precordi  di  Pio  VI,  alla  cui  biografia  lo 
descrissi,  avendo  scolpito  il  suo  busto  il 
celeberrimo  Canova  (secondo  le  comuni 
assertive,  ma  osserva  mg.r  Baldassariche 
non  è  registrato  nel  catalogo  delle  opere 
di  quell'insigne  scultore,  pubblicalo  dal 
Missirini  e  dal  Cicognara,  acciò  non  ve- 
nisse attribuito  il  merito  ad  opere  non 
sue),  autore  pure  della  sua  statua  colos- 
sale ebe  sovrasta  il  suo  sepolcro  innanzi 
la  Confessione  della  basilica  Va'icana , 
colla  quale  questa  cattedrale  ba  il  vanto 
di  dividere  gli  avanzi  mortali  di  quelPapa 
immortale.  11  capitolo  si  compone  di  9 
canonici  titolari,  e  di  diversi  canonici  o- 
norari,  non  ebe  di  altri  preti  e  chierici, 
i  quali  copucri  de  cìioro  laudes  persol- 
vuntdivinas.  L'antico  capitolo  si  com- 
poneva delle  dignità  deldecano,del  pre- 
posto, dell'abbate  di  s.  Felice,  dell'arci- 
diacono, de)  teologo  e  di  9  canonici.  Pros- 
simo alla  cattedrale  è  l'episcopio,  palaz- 
zo suflìcien temente  grande  e  decente.  Vi 
sono  inoltre  alti  e  due  chiese  parrocchiali 
munite  del  battisterio  ,  diverse  case  re- 
ligiose d'ambo  i  sessi,  alcuni  sodalizi,  l'o- 
spitale, due  seminari  l'uno  grande  e  l'al- 
tro piccolo  cogli  alunni.  Da  ultimo  con- 
sistevano gli  stabilimenti  religiosi  degli 
uomini,  in  uno  de'missionari  per  la  dio- 
cesi, e  in  altro  de'  monaci  della  frappa; 
ad  8  ascendevano  le  congregazioni  delle 
suore  iu  parecchi  stabilimenti,  contenen- 
do 5yo  religiose.  Prima  delle  ultime  vi- 
cende 4  erano  le  parrocchie,  s.  Pietro  in 
Borgo  era  collegiata,  e  vi  fiorirono  nella 
città  ne'  propri  conventi  i  religiosi  do- 
menicani, francescani,  conventuali,  mi- 
nimi, cappuccini,  recolletli  ;  e  ne'  mo- 
nasteri le  monache  della  Visitazione,  di 
s.  Orsola  :  altri  religiosi  erano  nella  dio- 
cesi. Fu  celebre  la  suburbana  splendi- 
da ed  elegantissima  abbazia  di  s.  Rufo, 
dagli  eretici  col  ferro  e  fuoco  adequata 
al  suolo.  Trasferita  d'  Avignone  (F.)  a 
Valenza,  fu  la  principale  abbazia  e  ca- 


V  A  L 

pò  della  congregazione  de'  Canonici  re- 
golari di  s.  Rufo  (/ '".).  Si  controverte  se 
il  Papa  Anastasio  IV  del  1  i53,  fosse  sta- 
to prima  abbate  di  s.  Rufo  nella  diocesi 
di  Felletri(F.)t ovvero  in  quella  di  Va- 
lenza. Egli  soltanto  fu  canonico  regolare 
e  priore  di  s.  Anastasio  di  Velletri.  Tut- 
to prova  ad  evidenza  il  Borgia  nell'  1- 
storia  della  chiesa  e  città  di  Felletri, 
p.  228  e  seg.  Vi  è  un  tempio  luterano, 
il  collegio  comunale,  la  scuola  di  dise- 
gno, la  biblioteca  pubblica  con  circa 
i5,ooo  volumi,  due  ospizi,  uno  de'  quali 
pe'trovatelli,  il  teatro  e  la  sala  pegli  spet- 
tacoli ,  caserme  militari  ,  scuola  d' arti- 
glieria con  poligono,  arsenale  di  costru- 
zione. Eravi  altresì  una  università  degli 
studi  composta  di  4  facoltà  ,  che  fu  da 
principio  fondala  a  Grenoble  nel  1 339 
dal  delfino  Umberto  II,  poscia  trasferita 
a  Valenza  neh  4^2  da  Luigi  XI  in  allo- 
ra Delfino ,  nel  quale  articolo  parlai  della 
provincia  e  principato  del  Delfinato,  ap- 
pannaggio de'primogenili  de're  di  Fran- 
cia, onde  i  francesi  chiamarono  questa 
città  Falence  en  Dauphiné.  Valenza  ha 
pure  belli  passeggi  piantati  d'alberi,  fab- 
briche di  panni,  tele  indinne, di  lavori  di 
seta,  di  veli,  di  guanti,  berrette,  coltelli  ; 
vi  sono  filatoi  di  cotone,  tintorie, birrerie, 
concie  di  pelli, corderie,  seghe  di  marmi, 
fabbriche  di  tegole,  di  terraglie,  fornaci 
da  calce,  fabbrica  di  bianco  di  cerussa, 
ed  assai  gran  numero  d'oflicine  per  la 
costruzione  di  vetture.  Il  commercio  prin- 
cipale si  fa  co'  panni  e  stoffe,  i  vini  gene- 
rosi, i  liquori,  la  carta, gli  oli,  gli  aromati, 
i  grani,  il  coltellame.  E'  qui  il  deposito 
de'viui, delle  setedel  paese,ede'frutti  del 
mezzogiorno.  Vi  si  tengono  6  fiere  all'an- 
no. Fu  patria  d'alcuni  illustri,  ed  il  Va- 
lentino Pluvinel  pel  i.°aprìin  Francia 
scuole  di  cavallerizza,  e  fra  gli  ecclesiastici 
ricorderò  solamente  il  cardinale  Alfonso 
Uberto  Latier  de  Bayanne(F.).  La  po- 
polazione si  fa  ascendere  a  i5,ooo  abi- 
tanti circa.  1  dintorni  sono  deliziosi,  ma 
prima  della  costruzione  della  riviera,  il 


VAL 

Rodano  colle  sue  inondazioni  vi  cagiona- 
va gran  guasti.  Valenza,  Valentìa,  Ju- 
lia   Fa  lentia  e   Sagalaunoruni  Urbs, 
città  antichissima,  fu  la  capitale  de' Sega- 
Ianni >  e  divenne  colonia  romana  sotto 
Vespasiano  imperatore  col  nome  di  Co- 
lonia Julia  Valentia)  celebrata  da  più 
scrittori,  come  da  Plinio,  Tolomeo,  dal 
codice  Teodosiano,  e  da  Prospero  Tuoni 
in  Chronico  presso  Goltzio  e  1'  Ortelio. 
Tutlavolta  non  presenta  questa  città  al- 
cun avanzo  di  antichità  romane.  Valenza 
colla  istituzione  delle  nuove  provincie  fat- 
ta sotto  l'imperatore  d'occidente  Ono- 
rio, si  trovò  compresa  nella  i."  Vienne- 
se, e  dopo  essere  stata  occupata  da'  bor- 
gognoni, venne  conquistata  col  reame  lo- 
ro da' figli  di  Clodoveo  I  rede'franchi,  ed 
inutilmente  fu  assediata  nel  578  da  Za- 
bnno  bravo  capitano  de'longobardi.  Mor- 
to nell'877  il  re  e  imperatore  Carlo  1  il 
Calvo,  Valenza  fu  concentrata  nel  nuovo 
regno  d'Arles,  i  cui  possessori  lasciarono 
a' conti  di  Provenza  una  vasta  carriera 
di  dilatarsi  col  riconoscere  la  loro  sovra- 
nità. Difatti,  questi  conti  si  resero  padro- 
ni non  solo  del  piccolo  paese  chiamato 
Valentinois  o  Valentinese,  di  cui  Valenza 
era  la  capitale,  ma  di  tutti  i  paesi  che  so- 
no al  mezzodì  dell'Iserosino  al  Mediter- 
raneo. Essendo  poscia  la  Provenza  stata 
divisa  iu  contea  e  in  marchesato,  la  2." 
quota    che  comprendeva  quanto    giace 
tra  l'Isero  e  la  Duranza,  sortì  a'  conti  di 
Tolosa  (^.),  sotto  i  quali  v'ebbe  in  ogni 
città  de'conti  particolari  che  dipendeva- 
no da  essi  quali  loro  vassalli.  Ili  ."conte 
di  Valentinois  che  si  conosca  è  Gontardo 
che  vivea  verso  la  metà  del  secolo  X,  la 
cui  sposa  gli  partorì  Lambert  che  gli  suc- 
cesse.Da  Gontardo  Valenza  divenne  la  se- 
de de'conti  delValentinois.Lambert  colla 
moglie  Falectrude  e  il  loro  figlio  Aimar 
o  Ademar  nel  985  iu  suffragio  delle  lo- 
ro anime  stabilirono,  medianici  fondi  che 
eederono,  la  ricostruzione  della  chiesa  di 
s.  Marcello  per  couvertirla  iu  monastero 
benedettino,  soggetto  soltaolo  alla  s.  Se- 


V  A  L  5 

de,  coll'annuo  censo  di  5  soldi.  A  Lam- 
bert conte  del  Valentinois,euon  aLnm- 
bert  conte  di  Chalons ,  deve  attribuirsi 
il  seguente  fatto.  Gli  anvergnati  aven- 
do fatto  invasione  in  Borgogna  al  tempo 
di  Ugo  il  Grande,  cioè  nel  936  al  più 
tardi, vennero  incontrati  da  Lambert  con- 
te degli  allobrogi,  accompagnato  da  Ber- 
nardo suo  congiunto  e  da  altri  signori 
nel  Borbonese,  e  mentre  retrocedevano, 
si  gettò  sopra  di  essi  tagliandoli  in  pez- 
zi. Ne  si  può  dubitare  che  il  Valentiuois 
non  appartenesse  anticamente  al  paese 
degli  allobrogi,  senza  che  mai  vi  sia  stato 
compreso  il  Ghalonese.  Al  presente  di- 
videsi  in  alto  e  basso  Valentinois,  ili.° 
dall'Isero  alla  Dróme  lunghesso  il  Roda- 
no; il  2.0  dalla  Dròme  sino  al  Venaissi- 
no.  San  Marcellino,  Montelimar  e  Ro- 
maus  sono, dopo  Valenza,  le  città  princi- 
pali dell'antica  contea.  Il  Diese,  la  cui  ca- 
pitale è  s.  Diez  posta  sulla  Dròme, 'era 
una  delle  i4  città  che  componevano  la 
provincia  Viennese.  Dopo  aver  apparte- 
nuto successivamente  a' romani,  a'  re  di 
Borgogna,  a'  re  di  Francia  e  agi'  impe- 
ratori, cadde  sotto  la  potenza  de'  conti 
di  Provenza,  e  prese  allora  il  titolo  di 
contea.  Pretendesi  che  Guglielmo  fi- 
glio di  Bosone  conte  di  Provenza,  sia  sta- 
to il  1 ."  conte  del  Diese.  verso  la  metà 
del  secolo  X,  ed  Isaru  fu  1'  ultimo  con- 
te particolare  di  s.  Diez.  Nel  1096  co- 
mandava l'ii.a  divisione  dell'armata 
de'crociati,  dopoché  Papa  Urbano  II  nel 
1 095  promulgò  nel  concilio  di  Clermont 
la i.a  crociata,  avendo  nel  recarvisi  ono- 
rato di  sua  presenzaValenza,edaquivi  in- 
timato quel  gran  concilio.  Morto  Isaru 
nel  1 1  16  senza  figli,  fu  da'couti  diTolosa, 
da  cui  dipendeva  allora  il  paese  tra  rise- 
ro e  la  Duranza,  riunito  in  qualità  di 
marchesato  di  Provenza,  il  Diese  all'an- 
tico loro  dominio,  ed  alcuni  aggiungono 
e  riunito  alla  contea  di  Valentinois.  Non 
conoscendosi  la  continuazioue  de'  conti 
del  Valentinou  della  1/ stirpe,  passo  a 
dire  della  seconda.   Essa  comincia  con 


6  VAL 

Aimar  T  cognominato  di  Poitiers,  figlio 
naturale  ili  Guglielmo  IX  contedi  Poi- 
tiers, nato  verso  il  i  i  i5.  In  compagnia 
di  molte  genti  si  recò  a  Montelimar,  e  fu 
dalla  contessa  di  Marsanne,  luogo  posto 
nel  Valentinois,  impegnatodi  soccorrer- 
la  contro  i  vescovi  di  Valenza  e  di  s. 
Diez,  chele  facevano  forte  guerra.  Gli  fu 
di  molto  aiuto,  e  conquistò  parecchie  ca- 
stella e  città  nel  Valentinois  e  nel  Diese; 
e  la  contessa  per  rimunerarlo  de'servigi 
resi  gli  offrì  la  metà  di  tutta  la  sua  ter- 
ra, con  facoltà  di  prendersela  tutta  inte- 
ra, se  sposasse  l'unica  sua  figlia  Filippa, 
come  fece,  e  così  divenne  signore  di  tutta 
quella  terra.  Nacque  da  questo  matrimo- 
nio Guglielmo  I,  e  morendo  del  i  i  35  gli 
successe  nella  contea  di  Valentinois.  E- 
gli  servì  per  qualche  tempo  il  conte  di 
Tolosa,  il  quale  Io  riconobbe  a  cugino  e 
patente,  e  lo  colmò  di  onori  e  di  aiuti.  Al 
suo  tempo  la  contea  del  Valeutinese  fu 
di  mollo  ristretta  dall'imperatore  Fede- 
rico I,  il  quale  sollecito  per  quanto  po- 
teva in  minorare  l'autorità  laicale,  tro- 
vandosi a  Besancon  accordò  con  diplo- 
ma del  24  novembre  11 5?   la  signoria 
di  Valenza,  insieme  a'diritti  legali  di  cir- 
ca i3  castelli  ne'  suoi  dintorni,  ad  Od- 
done o  Eude  vescovo  di  Valenza.  Dopo 
tal  concessione  Oddone  e  i  suoi  successo- 
ri si  qualificarono  per  vescovi  e  conti  di 
Valentinois.  Nel  1 1  78  con  diploma  del 
29  luglio  gratificò  circa  nella  stessa  guisa 
Roberto  vescovo  dis.  Diez,  avendogli  do- 
nato quella  cittàe  alcuni  castelli  nel  Diese 
in  assoluta  giurisdizione  in  un  co'dirilti 
regali  anche  sopra  tultociò  che  aveva  il 
conte  Guglielmo  I  di  Poitiers  nell'esten- 
sione di  quel  vescovato,  ad  eccezione  del 
castello  di  Quint.  Ma  il  giorno  dopo  ac- 
cordò una  specie  di  compenso  al  conte 
Guglielmo  1,  cedendogli   il  pedaggio  da 
Valenza  sino  a  Montelimar  divisibile  col 
Delfino.  Conviene  rammentarsi,  che  es- 
sendo nella  giurisdizione  dell'impero  l'an- 
tico regno  di  Borgogna  e  di  Arles,ed  ap- 
partenendo a  tal  regno  le  contee  Valeu- 


V  A  L 

linese  e  Diese,  per  questo  Federico  I  si 
credette  padrone  di  fare  le  narrate  do- 
nazioni, Guglielmo  I  nel  1  1  83  prese  sotto 
la  sua  protezione  I'  abbazia  cislerciense 
di  Leon cel,  francandola  nel  tempo  stesso 
d'ogni  pedaggio,  e  con  successiva  dispo- 
sizione ingiunse  a*. suoi  castellani  e  baili 
di  prender  la  difesa  di  quel  castello,  con- 
tro alcuni  faziosi,  fra'quuli  ve  n'erano  pu- 
re di  sua  terra;  gente  perniciosa  che  non 
aveano  alcun  riguardo  di  oltraggiare  i 
monaci  di  Leoncel,  di  prendere  e  di  por- 
tar via  i  loro  beni.   Neil  187  Guglielmo 

I  e  suo  figlio  Aimar  II,  con  atto  seguilo 
a  Valenza  nella  badia  di  s.  Rufo,  diede- 
ro alla  certosa  di  Selva  Benedetta  una 
rendita  di  biade  fondata  sulla  loro  terra 
d'Etoile.  Morendo  Guglielmo  I  nel  1  189, 
gli  successe  Aimar  II  di  Poitiers  conle 
di  Valentinois  e  di  s.  Diez,  nato  dalla 
sua  moglie  Beatrice  figlia  di  Guigge*  IV 
delfino  del  Viennese.  Questi  si  riebbe 
in  parte  delle  perdite  fatte  dal  padre, 
mercè  la  donazione  che  gli  fece  Rai* 
mondo  V  conte  di  Tolosa  nel  giugno  di 
detto  1 189,  di  ogni  azione  e  dominio  che 
possedeva  tanto  da  se  quanto  per  parte 
de'suoi  vassalli  nella  contea  Diese.  Aimar 

II  poscia  in  riconoscenza  verso  la  casa  di 
Tolosa  si  dichiarò  pel  conte  Raimondo 
VI  nelle  guerre  degli  eretici  Albigesi 
(F.).  Egli  fortificò  i  suoi  castelli  e  li  pose 
in  istato  di  difesa;  ma  nel  121  3  vedendo 
che  si  avvicinava  da  Valenza  Simone  di 
Monfort,  capo  della  spedizione  crociata 
contro  quegli  eretici,  in  uno  al  duca  di 
Borgogna,  si  recò  da  loro  e  colle  sue  som- 
missioni prevenne  le  stragi  che  lo  minac- 
ciavano. A  garanzia  delle  promesse  da 
lui  fatte,  consegnò  a  Monfort  alcuni  de* 
suoi  castelli,  de' quali  venne  da  questo 
generale  affidata  la  custodia  al  duca  di 
Borgogna  ;  però  2  anni  dopo,  l'occasio- 
ne che  se  gli  presentò  d' ingrandirsi  lo 
staccò  interamente  dagl'interessi  del  con- 
te di  Tolosa.  Privato  questo  principe  dal 
concilio  di  LaterauolV  neh  2  i5  de'suoi 
domiuii conquistali  da'crociati,  Aimai  II 


VAL 
si  giovò  tli  tale  decisione  pei*  estendere  la 
sua  dominazione  sul  Vi  va  rese,  compreso 
negli  slati  del  conte  di  Tolosa  ,  benché 
non  formasse  parte  del  conquisto  de'cro- 
ciati.  A  malgrado  di  questa  usurpazione 
e  degl'impegni  presi  da  Aimar  li  verso 
Blonfort,  rientrò  senza  spogliarsene  nel 
partito  di  Raimondo  VI.Monfort  veden- 
doli riuniti  ,  passò  il  Rodano  a  Viviers 
nel  1217,  ed  unitosi  con  un  corpo  rag- 
guardevole di  crociati  capitanato  dal  ve- 
scovo di  Nivers,  strinse  d'assedio  Crest, 
castello  fortissimo  e  munitissimo  nel  Va- 
lentinois,  del  quale  il  prode  cav.  Arnal- 
do cl'Aydu  era  governatore  per  Aimar 
li  cui  apparteneva.  Molli  vescovi  del  pae- 
se e  circa  100  cavalieri  francesi  lo  assiste- 
rono uella  spedizione.  Si  negoziò  peral- 
tro la  pace  tra  quel  generale  e  il  conte 
di  Valejilinois,  e  si  convenne  finalmente 
in  un  trattalo.  Promise  Monfort  di  dar 
sua  figlia  al  conte,  che  dal  cauto  suo  pro- 
testò di  vivere  seco  lui  in  buona  amici- 
zia, e  in  pegno  di  sua  parola  gli  die  in  cu- 
stodia parecchi  de'  suoi  castelli.  Nel  tem- 
po stesso  Aimar  li  concluse  la  pace  con 
Umberto  di  Mira  bel  vescovo  di  Valenza, 
col  quale  avea  forti  brighe.  Del  pedaggio 
accordalo  sul  Rodano  a  suo  padre  da  Fe- 
derico I,  Aimar  II  domaudò  e  ottenne  la 
conferma  dal  uipote  Federico  II  impera- 
tore nel  1219.  A'26  luglio  di  tale  anno, 
mercè  convenzione  seguita  tra  il  vescovo 
e  il  capitolo  di  Valenza,  il  conte  riconob- 
be tener  da  quella  chiesa  in  franco  feudo 
la  signoria  diChàteau-Double.  Frattanto 
pel  trattato  di  Parigi,  Raimondo  VII  con- 
te di  Tolosa  dovette  cedere  alla  Chiesa 
romana  e  al  Patrimonio  di  s.  Pietro,  ol- 
tre il  contado  Venaissino  e  parte  della 
città  d1 Avignone,  al  modo  narrato  in  tali 
articoli,  le  contee  Valentinese  e  Diese;  ed 
il  Papa  Gregorio  IX  nel  1228  divenuto 
signore  di  detti  domimi  ceduti  dal  conte 
di  Tolosa  supremo  signore  de'medesimi, 
accordò  il  Valeulinese  e  il  Diese  in  feu- 
do alcoute  Aimar  II  diPoitierscon  molti 
pesi,  uaode'quali  era,  che  le  seconde  ap- 


VAL  7 

pellazioni  giudiziarie  di  delle  terre  si  de- 
vol  vesserò  al  preside  o  rettore  pontificio 
del  Venaissino,  che  la  s.  Sede  cominciò 
nel  temporale agovernarenel  i220yecon« 
tinuò  sino  alla  rivoluzione  di  Francia, 
che  glielo  tolse  con  Avignone  nel  ponti- 
ficato di  Pio  VI.  Di  più  si  obbligò  il  conte 
in  alcune  occorrenze  di  somministrare  al 
Papa  100  cavalli  e  4oo  fanti  nel  conta- 
do Venaissino  e  nella  città  d'Avignone. 
Tuttociò,  con  quant'altro  dovrò  dire  sulla 
sovranità  della  s.  Sede  di  queste  contee, 
tacendosi  da  molti  scrittori  ,  forse  poco 
di  voli  alla  s.  Sede  stessa  e  non  veramente 
storici,  come  pure  da\V  Arte  di  verifica- 
re le  date,  rende  quest'articolo  alquan- 
to prolisso,  per  dichiararlo  a  gloria  del 
vero  e  della  Sede  apostolica.  Aimar  II 
quindi  nel  febbraio  i23o  acquistò  da  Ai- 
mar  e  da  Pietro  di  Poussin  la  terra  di 
quel  nome,  e  poco  dopo  mori.  Filippi- 
na di  Fai,  sua  2/  moglie,  che  vivea  an- 
cora neli25i,  gli  portò  in  dote  la  terra 
di  Fai  con  molte  alhe  terre  nel  Vivarese. 
Divenuto  perciò  vassallo  del  re  di  Fran- 
cia, ebbe  ordine  di  rivocare  il  bando  e 
avambando  nelle  sue  terre  (pubblico  co- 
mando sovrano  indirizzalo  a'vassalli  di 
trovarsi  in  armi  ad  un  dato  convegno 
per  servire  nell'esercito,  o  in  persona  o 
con  un  certo  numero  di  soldati  a  piedi 
o  a  cavallo),  e  di  partire  per  raggiungere 
la  regia  armata.  I  figli  avuti  dah.°  ma- 
trimonio furono  Josserande  moglie  di 
Bermoud  signore  d'Andusia,e  Gugliel- 
mo a  lui  premorto  nel  1  226  lasciando  tli 
Flotta  di  Rozannit,  Aimar  111  di  Poiliers. 
Questi  fanciullo  successe  all'avo  sotto  la 
tutela  della  madre,  la  quale  alla  morte 
del  marito  avea  conteso  tal  carico  al  suo- 
cero, e  coll'opera  del  vescovo  di  Valen- 
za se  lo  era  appropriato  colla  forza.  Rai- 
mondo VII  conte  diToIosa  e  cugino  d'Ai- 
mar  III,  essendosi  avvicinato  al  Rodano 
nel  febbraio  1  2 3t),  fu  visitato  dal  conte 
tli  Valentinoi«,  e  con  atto  seguito  a  l'Ile 
del  Venaissino  a'  q  del  seguente  aprile, 
iili  dichiarò  che  il  castello  di  Bois  colle 


8  VAL 

sue  dipendenze  apparteneva  al  suo  allo- 
dio al  pari  d' altri  16  castelli ,  tra'  quali 
Privas,  Tournon ,  s.  Alban,  tutti  posti 
nel  Vivarese,  e  che  niuno  ne  teneva  in 
feudo  o  altrimenti  da  qualunque  signo- 
re temporale  ci  fosse.  Aimarlll  ricevette 
poscia  que'dominii  in  feudo  franco  dal 
conte  di  Tolosa,  dopo  avergliene  dato 
il  dominio  principale  e  diretto,  riser- 
bandosi soltanto  il  dominio  utile  e  il  na- 
turale possesso  ;  indi  gliene  rese  omag- 
gio a  mani  giunte,  alla  presenza  di  due 
vescovi  e  molli  signori.  Essa  non  era 
che  una  restituzione  de'  diritti  da  Ai. nat- 
ii usurpali,  come  dissi  più  sopra,  al 
conte  Raimondo  VI  dopo  la  decisione 
del  concilio  di  Lalerano  IV  che  lo  dichia- 
rava decaduto  da'dominii  toltigli  da'cro- 
ciati;  della  qual  decisione  si  era  Rai- 
mondo VII  suo  figlio  fatto  assolvere  nel 
1229,  fermo  restando  le  cessioni  de' 
paesi  dati  alla  s.  Seiìe  e  al  re  di  Fran- 
cia s.  Luigi  IX.  Nel  1  s56  Ai ruar  IH, con 
lettere  scritte  a  Guido  Fulcodi,  riconob- 
be l'omaggio  fatto  a  Raimoudo  VII  del 
Dieseje  il  fece,  come  dice,  per  timore, 
attesoché  Raimondo  VII  gli  avea  minac- 
ciato guerra  in  caso  di  rifiuto  ;  confessan- 
do però  che  il  suo  avo  avea  ricevuta  da 
lui  la  contea  del  Diese  a  titolo  feudale  , 
e  tacendo  l' infeudazione  ricevuta  pure 
dal  Papa.  Volendo  s.  Luigi  IX  assicu- 
rarsi del  castello  di  Bidage  appartenen- 
te al  conte  di  Valentjuois,  promise  nel 
1257  Aimar  III,  sulla  domanda  elicglie- 
ne fece  il  re,  di  rimetterglielo  sinchèegli 
o  i  figli  tanto  del  fu  Baraldo  di  Bidage, 
quanto  Guglielmo  di  Solignac  suo  vas- 
sallo, lo  possederanno.  Morto  nel  1265 
Guizzardo  V  sire  del  Beaujolais  seuza 
posterità,  Ai  mar  III  contrastò  la  succes- 
sione  alla  di  lui  zia  Isabella  sorella  di 
Guizzardo,  e  fu  rivendicala  colla  decisio- 
ne della  corle  del  re  nel  1269.  Nel  pre- 
cedente vacata  la  sede  vescovile  di  Va- 
lenza, attesa  la  dimissione  datane  da  Fi- 
lippo  di  Savoia,  per  succedere  all'omo- 
nima sua  contea,  dopo  averla  ainuiiui- 


V  A  L 

strata  senz'essere  negli  ordini  sagri;  al- 
lora Aimar  HI  scrisse  a  Papa  Clemente 
IV  pregandolo  procurare  un  degno  pa- 
store alla  chiesa  di  Valenza  ,  e  il  Papa 
colla  sua  risposta  fece  sapere  al  conte  , 
che  per  corrispondere  al  suo  lodevole  de  - 
siderio  avea  eletto  a  quella  cattedra  per- 
sonaggio savio  e  discreto,  e  inoltre  suo 
parente,  senza  però  nominarlo.  Questi  e- 
ra  Bertrando  di  Poitiers  vescovo  d'Avi- 
gnone, che  nella  sua  elezione  avea  avuto 
a  competitore  Guido  di  Montlaur.  Ai- 
mar  III  però  ebbe  in  seguilo  delle  con- 
troversie con  quel  prelato,  questi  moren- 
do nel  1274  dopo  essersi  pacificato  col 
conte.  Il  Papa  b.  Gregorio  X,  reduce  dal 
concilio  di  Lione  II,  nel  1275  si  trasferì 
a  Belcaire  e  indi  a  Valeuza,  ove  senten- 
do che  Alfonso  X  re  di  Castiglia  pretende- 
va all'impero  e  s'intitolava  Imperatore, 
a'i3  settembre  scrisse  all'arcivescovo  di 
Siviglia,  che  obbligasse  il  re  ad  astener- 
sene come  avea  promesso,  per  non  pre- 
giudicare l'eletto  Rodolfo  I  d'  Absburg, 
ed  occorrendo  facesse  uso  degl'interdetti 
e  delle  scomuniche.  In  Valeuza  il  Papa 
fece  quelle  altre  cose  che  riferisce  a  p.  22  1 
il  p.  Bonucci,  ne\V  Istoria  del  b.  Grego- 
rio Xy  il  quale  da  Valenza  passò  a  Vien- 
na, hi  questa  città  unì  il  vescovato  di  s. 
Diez  a  quello  di  Valenza,  tie.T  intendi - 
mentOjCome  pretendono  alcuni,  di  render 
con  ciò  più  temuto  al  contedi  Valenli- 
nois  il  vescovo  di  Valenza.  In  conseguen- 
za di  tal  unione  il  vescovo  Amedeo  de 
Roussilon  succeduto  al  vescovato  di  Va- 
lenza, si  pose  in  possesso  di  quello  di  s. 
Diez.  Fu  suai.a  cura  di  formare  un  ca- 
pitolo composto  di  ecclesiastici  delle  due 
diocesi  per  mantenere  tra  essi  un  perpe- 
tuo legame;  ma  Amedeo  poco  dopo  di- 
chiarò guerra  ad  Aimar  HI  egli  tolse 
parecchie  piazze,  le  quali  ostilità  non  ces- 
sarono seuza  gli  accordi  in  cui  li  poterò 
comuni  amici.  Morì  Aimar  III  neli277 
poco  dopo  il  6  maggio,  giorno  in  cui  fe- 
ce donazione  al  suo  primogenito  di  di- 
versi castelli  posti  nelle  diocesi  unite  di 


VAL 

Valenza  e  di  s.  Diez,  celi  Viviers,  venen- 
do sepolto  nella  badia  cistercicnse  di 
Beaujcu,  come  avea  ordinato  nel  testa- 
mento.  Questo  conte  avea  sposato  prima 
Floria  dell'illustre  e  antica  casa  di  Beau- 
jeu,  clama  di  Belleroclie  figlia  di  Umber- 
to V  sire  di  Beaujeu  capitale  del  Beau- 
jolais, prima  che  lo  fosse  Villafranca  ; 
2.°neli  268  Alixenteo  Alice  diMercoeur 
figlia  di  Beraldo  sire  di  Mercoeur,  e  ve- 
dova di  Ponzio  di  Montlaur.  Ebbe  dalla 
prima  il  figlio  successore,  e  due  figlie,  Fi- 
lippina maritata  a  Bertrand  signore  di 
Baux  e  conte  di  Avellino  nel  regno  di 
Napoli,  e  Margherita  moglie  di  Ruggero 
di  Clerieu  ;  dalla  2."  nacque  Guglielmo 
conte  di  Chaneac.  Il  sigillo  di  Aimar  111 
l'esprime  a  cavallo  con  uno  scudo  sul 
petto,  e  6  besanti  sormontati  dalla  fron- 
te delloscudo,  che  sono  l'armi  di  Poiliers. 
Leggesi  nell'intorno:  Sigillimi Ay mari 
de  Pie  lavi  a  comi  ti  s  F  alentinensis  et 
Diensis.  Nel  controsigillo  si  vede  una 
stella  a  12  raggi  colle  sole  parole:  Co- 
mitis  Valentinensìs.  Aimar  IV  di  Poi- 
tiers  suo  primogenito  e  successore,  ma- 
ritato sino  dal  1270  con  Ippolita  o  Po- 
lia  figlia  d'  Ugo  conte  di  Borgogna  e  di 
Alice  di  Merauia,  successe  al  padre  nel- 
la contea  di  Valentinois.  Questo  matri- 
monio gli  fruttò  la  terra  di  Saiut-Val- 
lier  nel  Graisivaud.  Piimasto  vedovo  si 
rimaritò  nel  1286  con  Margherita  figlia 
di  Rodolfo  conte  di  Ginevra.  Nel  1291 
sentendo  che  giungeva  nella  Svizzera 
l'imperatore  Rodolfo  I,  si  recò  presso  di 
lui  a  Muret  con  molli  signori  e  prelati 
del  regno  di  Borgogna  per  fargli  omag- 
gio, come  a  suo  signore  feudale.  Fdippo 
di  Beruisson,  governatore  del  contado 
Venaissino  per  Papa  Nicolò  IV,  voleva 
obbligare  neh  291  Ugonetto  Ademar  si- 
gnore di  Monlelimar  a  far  omaggio  al- 
la s.  Sede  de'castelli  de  la  Gai  de,  di  Rac, 
e  di  una  porzione  di  quelli  di  Savace  e 
di  Chàteau-Neuf  di  Mazene  ;  ma  vi  si 
oppose  il  conte  di  Valentinois,  sostenen- 
do che  tulle  quelle  terre,  meno   Guide, 


VAL  9 

dipendevano  da  lui,  e  dopo  alcuni  dilxit- 
timenti  si  convenne  che  Ugouetto  rico- 
noscerebbe il  conte  di  Valentinois  a  si- 
gnore immediato  di  quelle  terre, e  le  tor- 
rebbe  in  sub-feudo  dalla  Chiesa  roma- 
na. Aimar  IV.  come  buon  economo, au- 
mentò considcrabilmenle  i  suoi  (locatati 
con  vari  acquisti.  Comprò  nel  1 288  il  ca- 
stello di  Sure,  nel  1293  la  terra  e  signo- 
ria di  Faulignan,  nel  1296  la  terra  di 
Barre  nel  Vi  Varese,  e  nel  1299  il  castel- 
lo di  Mondar  nella  diocesi  di  s.  Diez.  A 
suo  tempo  eletto  Papa  il  francese  Cle- 
mente V  nel  i3o5,  con  istrana  risolu- 
zione preferì  alle  famigerate  ri  ve  del  Te- 
vere (V.)  quelle  del  Rodano,  stabilen- 
do la  residenza  iri  Avignone  e  intitolan- 
dosi nelle  monete  che  coniò  anche  conte 
del  Fenaissino.  Aimar  IV  nel  1 3  1  7  a- 
vendo  venduto  il  castello  di  Belleroche, 
acquistò  invece  i  castelli  di  Mirebeau  e 
di  Pisancon  neh  323.  Vivea  neh  329,  e 
morì  d'oltre  80  anni.  Dalla  sua  1/  mo- 
glie ebbe  7  figli,  il  successore  Aimar  V, 
Umberto  ed  Ottone  morti  celibi,  Gu- 
glielmo signore  di  Saint-Vallier.  Luigi 
vescovo  di  Langres  nel  i3i8,  Alice  mo- 
glie di  Artaud  signore  di  Rossiglione,  e 
Costanza  maritala  ad  Ugo  Ademar  di 
Monleil.  Dalla  2.a  moglie  gli  nacquero  : 
Amato  che  successe  nelle  terre  di  Cle- 
rieu e  Chanlemerle,  a  Guglielmo  suo  fra- 
tello consanguineo,  morto  senza  posteri- 
rità  verso  il  i  343  ;  Amedeo  successore  di 
Guglielmo  nella  terra  di  Saint-Vallier; 
Caterina  moglie  d'  Aimeri  VII  o  Vili 
visconte  di  Narbonajed  Anna  3.a  moglie 
di  Enrico  contedi  Rodez, rimaritata  po- 
scia a  Giovanni  delfino  di  Auvergne.  Ai- 
mar  V  di  Poitiers  detto  Amairetlo,  e- 
sercilava  la  dignità  comiziale  nel  Valeri- 
linese  e  nel  Diese  con  Aimar  IV  suo  pa- 
dre sino  dal  1307.  A'  i3  giugno  1  3  1 G 
egli  rimise  nelle  mani  di  Luigi  X  re  di 
Francia  lesuecontee,  che  ripigliò  poi  per 
averle  da  lui  in  fede  e  omaggio,  sottraen- 
dosi così  dalla  suprema  signoria  della  s. 
Sede,  essendo  i  Papi  allora  influenzati 


io  VAL 

dalla  Francia,  che  avea  perciò  voluto  il 
loro  stabilimento  in  Provenza,  median- 
te le  mene  del  prepotente  Filippo  1 V,  con 
deplorabili  conseguenze.  Anche  il  delfi- 
no Umberto  II  pretendeva  gli  dovesse 
omaggio  ligio  per  le  sue  contee;  laddo- 
ve sosteneva  Aimar  V  non  dovergli  che 
il  semplice,  e  per  guarentirsi  dalle  per- 
secuzioni del  delfino  si  appellò  alla  cor- 
te pontificia  di  Avignone.  Disgustato  il 
Papa  Giovanni  XXII  pel  suo  operato  col 
re  di  Francia,  ricusò  prender  cognizione 
della  controversia.  Finalmente  dopo  pa- 
recchie tergiversazioni,  Aimar  V  a'  20 
aprile  i  338  fece  l'omaggio  quale  lo  pre- 
tendeva il  delfino.  Nel  seguente  anno  Ai- 
mar  V  a' 12  agosto  fece  il  testamento  e 
poco  dopo  mori.  Sibilla  di  Baux  sua  spo- 
sa, figlia  del  conte  d'Avellino  Raimon- 
do, gli  die  Aimar  morto  senza  figli  nel 
1 324>Luigi  LGuizzardo  morto  nel  1 3^9, 
Ottone  vescovo  di  Verdun,  Aimar  si- 
gnore di  Veyne,  Guglielmo  vescovo  di 
Langres,  Enrico  nominato  vescovo  di 
Gap  nel  1 349,  Carlo  ceppo  de'signori  di 
Saint-Vallier;  e  5  figlie,  la  cui  primoge- 
nita Ippolita  sposò  in  prime  nozze  Rinal- 
do IV  conte  di  Dammartin,  ed  in  se- 
conde Armami  VI  visconte  di  Poiignac; 
Giovauna,  l'ultima,  visse  nel  celibato  e 
morì  in  odore  di  santità.  Luigi  I  di  Poi- 
liers  successe  al  padre  Aimar  V,  e  fu  crea- 
to luogotenente  generale  in  Linguado- 
ca  nel  i34o,  dal  re  Filippo  VI,  indi  nel 
1 344  servi  nell'esercito  di  Giovanni  du- 
ca di  Normandia  all'assedio  di  Aubero- 
che  nel  Tolosano,  che  si  dovette  levare 
la  notte  della  festa  di  s.  Lorenzo  :  il  con- 
te Luigi  in  quell'incontro  fu  fatto  prigio- 
ne, ma  era  in  libertà  nel  seguente  no- 
vembre. Nel  i345  guerreggiava  ancora 
nella  Saintonge  pel  re,  e  fu  l'ultimo  an- 
no di  sua  vita.  Da  Margherita  d'  Enrico 
li  di  Vergi,  signore  di  Fouvent,  nacque- 
ro Aimar  VI  di  Poiliers  detto  il  Grosso,  e 
Margherita  moglie  di  Guizzardo  di  Beau- 
jeiijSignoredi  Perreux.  Intanto  perdispo- 
siziouedeldelfiuo  di  Vienna  Umberto  II, 


VAL 

il  Delfiuato  nel  1 343  fu  ceduto  alla  Fran- 
cia,al  modo  che  dirò  a  Vienna  e  accennai 
a  Delfino  ;  solo  qui  avvertirò,  che  i  nuovi 
delfini  figli  de'  re  di  Francia  resero  o- 
maggio  feudale  ai  Papi  pel  Valentinese  e 
pel  Diese.  Aimar  VI  neh 347  entrato  in 
guerra  col  visconte  di  Valenza  pe'  reci- 
proci loro  diritti,  volle  Papa  Clemente 
VI  in  Avignone  farsi  arbitro  della  loro 
lite,  ed  inviò  un  legato  per  negoziare  una 
tregua.  Aimar  VI  si  rese  bene  accetto 
all'imperatore  Carlo  IV,  che  gli  confer- 
mò con  diploma  de' 16  marzo  1 349  tut- 
te le  signorie,  vietando  al  vescovo  di  Va- 
lenza di  qualificarsene  conte,  ed  inoltre 
lo  nominò  vicario  generale  dell'impero 
nel  regno  di  Arles.  Non  sembra  però  a- 
ver  egli  usato  di  questo  titolo.  Giovan- 
ni Il  redi  Francia  accrebbe  l'autorità  di 
Aimar  VI  nel  paese,  creandolo  con  regie 
lettere  de'  7  agosto  1  353  luogotenente 
di  Monsieur  il  Delfino  del  Viennese. 
Nel  quale  officio  avendo  Aimar  VI  com- 
messo un  fallo  con  dare  in  cauzione  al 
conte  di  Savoia  Amedeo  VI  alcuni  ca- 
stelli, fu  denunzialo  al  parlamento  sotto 
il  regno  di  Carlo  V,  e  condannato  con 
decreto  a  restituire  quelle  piazze,  ed  a 
pagare  1000  marchi  d'oro  al  re,  il  qua- 
le ['assolse  con  soli  i5,ooo  fiorini  d'oro, 
come  si  scorge  dalle  sue  lettere  d'aboli- 
zione dell'agosto  1  368.  Vedendosi  senza 
discendenza,  alienò  in  quel  mezzo  parec- 
chie sue  terre,  e  nel  1373  con  testamen- 
to fatto  in  Avignone  a'9  febbraio  istituì 
suo  erede  universale,  per  ciò  che  gli  ri- 
maneva, Luigi  il  di  Poitiers  suo  cugino- 
germano,  sostituendogli  Edoardo  di  Beau- 
jeu  figlio  di  sua  sorella  o  i  figli  di  lui. 
Morto  l'anno  stesso  fu  sepolto  presso  i 
francescani  di  Crest,  ch'era  la  sepoltura 
de'suoi  antenati.  Egli  aveva  sposalo  per 
contralto  dei5  dicembre  1 344  Elipl  o 
Alice  figlia  di  Guglielmo  Roggero  I  ba- 
rone di  Beaumont,  nipote  di  Papa  Cle- 
mente VI,  e  sorella  del  cardinal  Roger 
poi  Gregorio  XI,  che  nel  1377  restituì 
a  Roma  la  papale  residenza.  Ella  rima- 


VAL 

se  vedova  di  Guglielmo  II  signore  de  la 
Tour  d'Auvergne,  e  visse  sino  al  i4oG 
circa.  Luigi  li  di  Poi  liei  s,  figlio  d'Aimar 
di  Poitiers  signore  di  Chalencon  e  di 
Gujotte  d'  Uzes,  nato  nel  1 354,  succe- 
dette al  conte  Aimar  VI  suo  cugino  nel 
Valentinesee  nel  Diese.  Nel  1 3y4-  si  ac- 
cordò con  Carlo  di  Poitiers  signore  di 
Saint- Vallier  intorno  la  successione  di 
loro  famiglie,  e  gli  cedette  le  tene  di  Pi- 
sancon  e  di  Mareuil  in  uno  «'castelli  di 
s.  Nazario  e  di  Flandene.  Nel  i4°4  con 
allo  dell'i  r  agosto  rinunciò  a  Carlo  VI 
re  di  Francia  le  sue  contee,  che  com- 
prendevano 27  ciltà  o  castelli,  1  1  fortez- 
ze, e  200  feudi  o  sub-feudi,  ri  serbando- 
sene il  godimento  a  vita  e  colla  condi- 
zione :  i.°JSTon  potessero  mai  esse  con- 
tee uscire  dalle  mani  dei  re  o  di  suo  fi- 
glio maggiore  il  delfino.  2."  Gli  desse  il 
re  nel  successivo  mese  di  novembre 
100,000  scudi  d'oro. 3. 'Nel  caso  lasciasse 
alla  sua  morte  figli  legittimi,  allora  non 
avendone  alcuno,  avessero  eglino  la  li- 
bertà di  rientrare  in  quelle  contee  resti- 
tuendo al  re  la  somma  da  lui  avuta.  Il 
quale  trattato  alcuni  lo  dicono  sorpresa 
fatta  al  conte  Luigi  li,  altri  essere  stato 
divisato  in  un  abboccamento  avutoa'3o 
novembre  i3gi  col  signore  della  Piviè- 
re deputato  a  ciò  dal  re  Carlo  VI.  An- 
tonio di  Grolée,  ed  i  signori  d'  Entre- 
monts  e  di  Mirabel,  istigati  da  Amedeo 
Vili  conte  e  poi  i.°  duca  di  Savoia,  di- 
chiararono nel  1407  guerra  al  conteLui- 
gi  II,  ed  ignorasi  il  motivo  o  pretesto.Era 
in  quel  modo  un  dichiararla  al  re  stesso 
di  Francia  signore  feudale  o  cessionario 
di  Luigi  II.  In  forza  de'  quali  due  titoli, 
il  conte  di  Valentinois  non  omrcise  di  ri- 
Togliersi  con  istanza  de'6  luglio  al  parla- 
mento di  Grenoble  per  chiedere  soccor- 
si; e  quella  corte  pronunziò  un  decreto 
che  proibiva  a' viennesi  di  lasciar  passare 
truppe  né  per  terra,  né  per  acqua,  che 
provenissero  dagli  stali  di  Savoia.  Carlo 
di  Poitiers  signore  di  Saint-Vallier  aveva 
acconsentito  cou  atto  de'  1 9  giugno  1 4o4 


VAL  11 

alla  donazione  fatta  dal  conte  Luigi  II 
de'suoi  stati  al  redi  Francia.  Ma  avventi- 
la la  sua  morte  nel  i4'o  circa,  non  cre- 
dette suo  figlio  Luigi  di  Saint- Valliei  do- 
vere osservare  la  convenzione,  e  perciò 
entralo  armata  mano  con  Giovanni  suo 
fratello  vescovo  di  Valenza  nel  castello  di 
Grame,  ove  risiedeva  il  conte  Luigi  U  di 
lui  cugino,  s'impossessò  di  sua  persona  e 
lo  costrinse  ad  un  nuovo  trattato  a'i3a- 
gosto  i4'6>alla  presenza  di  parecchi  ca- 
valieri e  dottori  di  legge.  In  quest'atto  si 
con venne,che  nel  caso  il  conte  Luigi  II  ve- 
nisse a  mancare  senza  figli  maschi  legit- 
timi, le  contee  del  Valentinois  e  del  Die- 
se apparterrebbero  al  signore  di  Saint- 
Vallier,  ecceltuato  il  Chàteau-Neuf  di 
Damasan  che  resterebbe  a  Lancillotto  fi- 
glio naturale  del  conte.  Egli  era  allora 
rimasto  vedovo  di  Cecilia  figlia  di  Rog- 
gero IUcontediCeaufortin  Vallèe,  mor- 
ta nel  i4'o}  da  cui  non  avea  avuto  che 
femmine.  Ma  tornò  ad  ammogliarsi  nel 
i4'7  con  Guglielmina  di  Grueres  figlia 
di  Uaule  conte  di  Grueres  in  Savoia,  col- 
la speranza  di  avere  posterità  maschile, 
e  deludere  con  ciò  l'espettazione  del  si- 
gnore di  Saint-Vallier.  Avvenne  però  di- 
versamente,essendo  stato  sterile  quel  ma- 
ritaggio. Determinato  sempre  di  vendi- 
carsi della  violenza  fattagli  dal  signore  di 
Saint-Vallier,  formò  a'  22  giugno  i4'9 
in  Baix  il  suo  testamento,  con  cui,  dero- 
gando all'  ultimo  trattato,  istituiva  suo 
erede  universale  il  delfino  Carlo,  figlio 
del  re  Carlo  VI,  col  peso  di  pagare  a'suoi 
esecutori  testamentari  5o,ooo  scudi,  per 
soddisfare  a'  suoi  debiti  ed  eseguire  i 
suoi  legali  ;  sostituendogli  in  caso  di  ri- 
fiuto Amedeo  Vili  duca  di  Savoia.  Mo- 
rì il  conte  Luigi  II  a'4  del  seguente  lu- 
glio nel  castello  di  Baix,  e  fu  sepolto  a* 
francescani  di  Crest,  lasciandodel  suoi.0 
matrimonio  due  figlie,  Luigia  maritata 
nel  1389  con  Uberto  Vili  sire  di  Thoire- 
Villai  s,  ed  N.  moglie  d'Auberto  di  Tras- 
si. Quantunque  Luigi  II  sentisse  ogni 
giorno  messa,  dicesse  le  sue  orazioni,  si 


12  VAL 

confessasse  ciascun  anno,  tuttavia  era  as- 
sai ambizioso,  e  caricava  i  suoi  luciditi 
di  gravezze.  Questi  lo  temevano  assai  per- 
chè era  rigoroso,  e  parecchie  volle  avea 
tolto  a'gitidici  e  uflìziali  la  cognizione 
delle  cause  criminali  presso  es»i  penden- 
ti per  ritrarre  grosso  profitto  dalla  com- 
posizione delle  parti  o  altrimenti.  Tosto 
ch'egli  ebbe  chiuso  gli  occhi,  Luigi  di 
Saint-Vallier  prese  il  titolo  di  conte  del 
Valentinois  e  del  Diese  in  forza  della  do- 
nazione che  gliene  avea  fatta,  e  senza  ri- 
guardo al  testamento  annullato.  Ma  En- 
rico di  Sassenage,  governatore  del  Del- 
finato, e  il  consiglio  delfinale  reclama- 
rono que'  domimi  a  nome  del  delfino 
Carlo,  sostenendo  la  validità  dell'atto  con 
cui  era  stato  dal  conte  Luigi  II  istituito 
suo  erede  universale,  per  cui  Luigi  di 
Saiot-Vallier,assistito  dal  vescovo  di  Va« 
lenza  Giovanni  di  Poitiers  e  da  alcuni 
cavalieri,  offrì  di  rimettersi  alla  decisio- 
ne <lel  consiglio  del  delfino,  dopo  che  a- 
vesse  preso  conoscenza  de'  suoi  diritti  e 
inalur.i menle  ponderati.  A'  16  luglio 
i4 19  segui  l'atto  di  taleolferta  alla  Gom- 
be-Iìelion  presenti  varie  persone  quali- 
ficate. Finalmente  nel  1 4-2  3  asceso  al  tro- 
no il  delfino  col  nome  di  Carlo  Vili,  gli 
furono  da  Luigi  di  Saint- Vallier  ceduti 
con  trattato  fatto  o  Bourges  a'4  maggio 
tutti  i  suoi  diritti  sulla  successione  del 
conte  Luigi  li,  mediante  una  rendila  an- 
nua e  perpetua  di  7000  fiorini  d'oro,  che 
gli  vennero  da  quel  monarca  assicurati, 
e  da  quell'epoca  rimasero  unite  e  incor- 
porate nel  Delfinato  le  contee  del  Valen- 
tinois e  del  Diese.  Però  altri  sostengono 
che  Amedeo  Vili  duca  di  Savoia  persi- 
steva ancora  nelle  sue  pretensioni  sul  Va- 
lenlinese  e  sul  Diese,  alle  quali  non  ri- 
nunciò che  mediante  la  dispensa  fattagli 
neh 446  da  Luigi  delfino  dell'omaggio 
del  Faucigni.  Inoltre  si  racconta  che  A- 
medeo  Vili  nel  i4'9  avea  preso  in  se- 
questro Valenza,  per  aver  pagato  i  de- 
biti di  Luigi  II.  Ma  ora  conviene  ripor- 
tare collo  storico  carmelitano  p.  Fan- 


V  A  L 

toni,  e  col  filippino  p.  Rinaldi  annalista, 
un  interessante  tratto  di  storia,  che  al- 
quanto in  favore  della  s.  Sede  modifica 
e  rettifica  1'  ultimo  periodo  riferito,  sul 
dominio  delle  contee  di  Valentinois  e  di 
s.  Diez,  la  quale  si  disse  pnreDiosis,  Diati- 
sis  o  Dcensisj  tratto  auche  questo  taciuto 
da  altri  storici,  certamente  in  pregiudizio 
degli  antichi  diritti  della  Chiesa  romana 
e  de'  Papi.  Narra  però  con  più  di  verità, 
pe'documenti  che  produce,  il  p.  Fanto- 
ni  neU'Historia  d'Avignone  e  del  con- 
tado Venesino  stati  della  Sede  aposto- 
lica nella  Gallia}  1. 1 ,  p.  337,  34^,  346, 
che  per  disposizione  testamentaria  del- 
l'ultimo conte  del  Valentinois  e  del  Die- 
se, essendo  irritato  contro  i  suoi  nipoti 
che  l'avevano  già  tenuto  in  carcere,  ne 
chiamò  erede  il  redi  Francia,  colla  con- 
dizione, che  se  il  re  permettesse  che  al- 
cune parli  di  quelle  sue  terre  pervenisse 
in  potere de'suoi  ingrati  nipoti,  si  devol- 
vesse l'eredità  alla  Chiesa  romana. Car- 
lo VII  enlrò  in  possesso  de'  contadi  Va- 
lentinense  e  Diese,  e  rese  omaggio  per 
procuratore  a  Calisto  III  per  quella  par- 
te di  essi  ch'era  feudo  della  s.  Sale.  Ma 
violando  poi  Carlo  VII  il  testamento, 
con  distribuire  non  poche  terre  a'discen- 
denti  nipoti  del  conte,  decadde  dalla  feu- 
dalità de'contadi,  e  per  diritto  i  due  pae- 
si tornarono  nella  signoria  della  Chiesa 
romana,  nello  stesso  pontificato  di  Cali- 
sto IH.  Certo  è  ancora,  che  la  Francia  ne 
conservava  il  possesso,  poiché  Luigi  XI 
mentre  era  delfino,  qual  suo  sovrano  vi 
trasferì  daGrenoble  la  ricordata  universi- 
tà, che  alcuni  storici  e  geografi  pretendo- 
no in  vece  da  lui  istituita  in  Valenza,ed  in 
appresso  traslocata  a  Grenoble  capitale 
del  Delfinato.  Divenuto  Luigi  XI  nel 
i46i  redi  Francia, considerando  il  Va- 
lentinese  e  il  Diese  devoluti  alla  Chiesa 
romana  per  la  violazione  del  testamento, 
inconseguenza  dell'operato daCa rio  VII, 
stimò  doversi  restituire  al  Papa  ;  laonde 
autorizzò  il  cardinal  Golfredi  o  Geoifroy 
suo  ministro  o  ambasciatore  iti  ilo  ma  di 


VAL 

restituirli  a  Pio  li,  a  condizione  che  ri- 
manessero al  re  quelle  lene  de' contadi 
situate  nel  regno  di  Francia,  cioè  al  di 
là  del  Rodano.  Accettò  il  Papa  l'offerta, 
e  condonò  a  Luigi  XI  tutte  le  ragioni  di 
dette  terre  al  di  là  dal  Rodano,  con  esen- 
zione pure  dell'omaggio  ligio  di  vassal- 
laggio e  di  fedeltà.  Perciò  nel  voi.  LXX, 
p.  46,  anche  colla  sicura  testimonianza 
del  Marini,  potei  narrare,  che  Pio  li  nel 
1462  inviò  a  Luigi  XI  il  suo  famigliare 
e  nunzio  Antonio  de  Noxeto,  a  ringraziar- 
lo per  la  cessione  e  restituzione  fatta  al- 
la s.  Sede  de'  contadi  Valentinese  e  Die- 
se,  e  ad  occupar  questi  in  nome  della  me- 
desima, con  pontificio  diploma  riprodot- 
to dal  p.  Fantoni,  diarissimo  in  diri- 
tto Filius  Ludovicus  rex.  Dal  quale  in- 
oltre rilevasi,  che  anco  Luigi  XI  prima 
di  tale  reintegrazione  aveva  reso  omag- 
gio ligio  e  di  fedeltà  a  Pio  II.  Il  re  ra- 
tificò tutto  il  trattato.  Lo  conferma  Ri- 
naldi all'anno  1462,  n.°i  1.  »  Luigi  XI 
diede  un  preclaro  esempio  di  giustizia  e 
di  liberalità,  concedendo  alla  Chiesa  ro- 
mana le  contee  Valentinese  e  Diese".  Ma 
col  p.  Fantoni  raccontai  nel  voi.  Ili,  p. 
242,  che  essendosi  ricusati  d'ubbidire  al- 
le regie  e  pontificie  disposizioni  i  prefetti 
delle  terre  de'  due  contadi,  la  donazione 
o  restituzione  non  ebbe  pieno  efFelto,  si- 
no al  i483  e  al  Papa  Sisto  IV,  il  quale 
sotto  il  diretto  dominio  della  s.  Sede,  li 
trasfuse  nel  suo  nipote  conte  Girolamo 
Riario  signore  di  Forlì  (V.)j  però  mo- 
rendo nel  fine  d'agosto  Luigi  XI,  sotto  il 
successore  Carlo  Vili  il  parlamento  del 
Delfinato,  espulsi  da'  contadi  i  ministri 
pontificii,  con  suo  decreto  riunì  subito  i 
due  contadi  alla  corona,  facendone  forti 
lagnanze  Sisto  IV,  che  morì  nel  seguen- 
te agosto  i484>  >l  P-  Fantoni  riportando 
il  breve  di  protesta  del  Papa,  diretto  al 
duca  di  Borbone,  Hortamur  nobilitatem 
titani.  Dissi  pure,  che  Innocenzo  Vili, 
eletto  in  sua  vece,  ripetè  da  Carlo  Vili 
i  coutadi  del  Valentinois  e  del  Diese;  ed 
il  re  rispose,  che  si  sarebbe  accomoda  fa 


VAL  i3 

la  controversia  amichevolmente  per  mez- 
zo di  arbitri,  onde  il  Papa  l'esortò  a  no- 
minare persone  idonee  per  la  cognizione 
della  causa.  Se  non  che,  protratto  l'acco- 
modamento fino  ad  Alessandro  VI  Bor- 
gia, il  quale  bramoso  dell'ingrandimen- 
to temporale  de'suoi  figli,  conciliossi  l'a- 
micizia di  Luigi  XII,  alienò  dalla  s.  Se- 
de tali  contadi,  e  dal  re  li  fece  erigere  in 
ducato  col  nome  di  Valentinois  con  let- 
tere patenti  dell'agosto  1498,  e  ne  fece 
investile  il  famoso  Cesare  Borgia  (F.) 
suo  figlio,  che  rinunziato  il  cardinalato, 
l'arcivescovato  di  Valenza  (V .)  e  altre 
chiese,  dopo  aver  ucciso  il  suo  emulo  e 
maggior  fratello  Pier  Luigi  (siccome  il 
Novaes  nella  Storia  d' Alessandro  FI3 
scrisse  Giovanni  per  Pier  Luigi,  ch'era- 
no fratelli,  e  poi  si  corresse,  qui  ne  fac- 
cio avvertenza,  se  in  qualche  luogo  non 
avessi  tenuto  presente  tafìe  emendamen- 
to), per  occuparne  le  dignità  di  genera- 
le e  gonfaloniere  di  santa  Chiesa,  era- 
si dato  interamente  alla  milizia,  ed  eb- 
be il  governo  generale  dell'armi  pontifi- 
cie, e  prese  il  nome  di  duca  Valentino ,  o 
almeno  fu  così  comunemente  chiamato. 
Luigi  XII  per  eseguire  i  suoi  progetti 
sull'Italia,  con  istupore  di  tutti  ricolmò 
di  favori  un  Cesare  Borgia,  che  pose  in 
trambusto  l'Italia,  e  nel  1499  ''  re  8U  &" 
ce  sposare  la  sua  parente  Carlotta  ,  so- 
rella di  Giovanni  d'AIbret  re  di  Navarra 
e  del  cardinal  Amaneo  d' Albret.  Così 
l'investitura  del  Valeutinois  e  del  Diese, 
conferita  dal  re  a  Cesare  sotto  il  diretto 
dominio  di  Francia,  fece  per  sempre  per- 
dere quelle  terre  alla  s.  Sede;  di  più.  il 
Papa  donando  a  Luigi  XII  lo  Stocco  e 
berrettone  ducali  benedetti.  Osserva  il 
p.  Fantoni,  in  tal  modo  Alessandro  VI 
perde  pure  il  dominio  utile  e  diretto 
delle  terre  del  Valentinese  e  del  Die- 
se, che  in  uno  al  sovrano  dominio  go- 
deva la  santa  Sede,  per  le  cessioni  del 
conte  di  Tolosa  e  dell'ultimo  conte  del 
Valentinese  e  del  Diese.  Inoltre  il  re  con 
privilegio  inaudito  adottò  il  nuovo  du- 


i4  VAL 

ca  nel  1 4f)9  n^  nome  ed  armi  di  Francia, 
con  facoltà  ili  usarne  in  tutti  i  suoi  atti. 
Alessandro  VI  a  Luigi  XII  e  per  mezzo 
di  Cesare  rimise  le   bolle  di  dispensa   pel 
suo  divorzio  con  Giovanna  di  Valois,e  per 
sposare  Anna  vedova  di  Carlo  Vili.  Inol- 
tre Cesare  portò  in  Francia  il   cappello 
cardinalizio'al  principe  Giorgio  d' A  mboi- 
se,  creato  cardinale  a'n  settembre  1498, 
ed  il  cardinal  della  Rovere,  poi  Giulio  II, 
che  trovavasi  alla  corte  di  Parigi,  fece  la 
ceremonia  d'imporglielo  sul  capo.  Il  Pa- 
pa fece  accompagnare  jn  Francia  il  du- 
ca Cesare  dall'inviato  francese  Lodovico 
diVilleneuve,daGio.GiordanoOrsinieda 
nitri  nobili  romani;  e  lo  munì  della  lettera 
credenziale  al  re,  scritta   interamente  di 
sua  mano  dal  Vaticano  a'28  di  detto  me- 
se,edirecenteriporlatadalcb.lieaumont, 
Della  Diplomazia  Italiana^  p.  160.  In 
essa  si  legge»  Volendo  soddisfare  intera- 
mente al  desiderio  tuo  e  nostro,  mandia- 
mo alla  Maestà  Tua  il  nostro  cuore,  cioè 
il  ddelto  figlio  duca  di  Valenza,  di  cui 
più  caro  non  abbiamo,  acciocché  sia  una 
testimonianza  certissima  e  carissima  del- 
l' affetto  nostro  verso  l'Altezza  Tua,  alla 
quale  non  lo  raccomatuliamo  di  più,  pre- 
gandoti solamente  di  trattare  quello,  che 
così  viene  commesso  alla  tua  regia  fede,  in 
modo  che,  anche  per  nostra  consolazione, 
Apparisca  a  tutti  die  la  Maestà  Tua  lo  ha 
accettato  per  suo".  Il  medesimo  illustre 
scrittore  a  p.82  riferendo  parte  della  rela- 
zione che  fece  alla  repubblica  di  Venezia  il 
Cappello  ambasciatore  in  Roma  di  Papa 
Alessandro  VI,  dice  fra  l'altre  cose.  »  11 
Papa  ama  ed  ha  gran  paura  del  figliuo- 
lo duca  di  Valenza;  il  quale  è  d'anni  27, 
bellissimo  di  corpo,  e  grande  e  ben  fatto. 
11  duca,  in  un  luogo  a  s.  Pietro,  serrato 
intorno  di  tavole,  amuiaz7Ò  6  tori  selva- 
tici, combattendo  a  cavallo  alla  giannet- 
ta ;  e  ad  uno  tagliò  la  testa  alla  i."  bot- 
ta :  cosa  ebe  a  tutta  Roma  parve  gran- 
de. E'  realissimo,  anzi  prodigo;  e  questo 
ni  Papa  dispiace.  E  altra  volta  ammazzò 
di  sua  Diano,  sotto  il  manto  del  Papa, 


VAL 


messer  Pierotto;  sì  che  il  sangue  saltò  al- 
la faccia  del  Papa,  del  quale  messer  Pie- 
rotto  era  favorito...  Ogni  giorno  per  Ro- 
ma si  trovano  la  notte  quattro  o  cinque 
ammazzali,  fra'quali  vescovi  e  prelatijsic- 
chèintuttaRomatremanodiessoducacbe 
non  li  faccia  ammazzare".  Se  Valenza  era 
la  capitale  del  contado  e  poi  ducato  di 
Valentinois,  non  che  residenza  de' suoi 
conti  e  duchi,  sembra  che  ancor  essa  ap- 
partenesse a  tale  stalo;  ed  Alessandro  VI 
chiamò  il  figlio  duca  di  Valenza.  Ma  Ce- 
sare Borgia  si  rese  infelicemente  sempre 
più  famoso  per  le  sue  vaste  e  prepotenti 
conquiste,  per  le  sue  crudeltà  e  per  la  sua 
insaziabile  ambizione.  Morto  il  padre  nel 
i5o3,  fu  arrestato  il  corso  delle  sue  ti- 
rannie, perdette  in  breve  tutte  le  sue  u- 
surpazioni,  e  fuggito  presso  il  cognato  re 
di  Navarra,  combattendo  per  lui  restò  uc- 
ciso nel  1 5o7,  nella  guerra  contro  il  con- 
testabile di  Castiglia.  La  duchessa  Car- 
lotta sua  moglie,  illustre  pel  suo  spirilo, 
senno  e  pietà,  prese  parte  nell'avventure 
del  marito,  senza  partecipare  a'  suoi  di- 
sordini, e  terminò  di  vivere  I'  1  1  marzo 
i5i4-  La  loro  unica  figlia  Luigia,  qua- 
lificata duchessa  di  Valentinois, si  mari- 
tò a'7  apiilei5i 7  con  Luigi  II  sire  della 
Tremolile,  quindi  in  seconde  nozze  sposò 
a'3  febbraio  i53o  Filippo  di  Borbone- 
Busset.  Si  può  vedere  Duchesne,  Histoi- 
rc  dea  Comtes  de  Valentinois.  Nel  1 548 
il  re  Enrico  II  fece  donazione  a  Diana  di 
Poitierssua  amante  dell'usufrutto  del  du- 
cato di  Valentinois  col  titolo  di  duchessa. 
Questa  per  lai/ si  vide  incedere  in  Parigi 
in  Carrozza,  ove  a  poco  a  poco  fu  intro- 
dotto tal  comodo;  però  si  tenga  presente 
il  ricordato  articolo  e  il  riferito  altrove. 
Diana  nata  nel  1 499  da  Giovanni  di  Poi- 
tiers  signore  di  Saint-Vallier  ,  era   stata 
collocata  mollo  giovane  presso  la  conles- 
sa d'Angouléme  madre  di  Francesco  I, 
ed  in  seguito  era  entrata  al  servizio  del- 
la regina  Claudia  in  qualità  di  damigella 
d'onore.  Il  suo  credito  e  la  sua  bellezza 
salvarono  la  vita  a  suo  padre,  di  cui  ella 


VAL 

elidine  In  grazia  al  momento  che  aiuta- 
va ad  essere  decapitalo  per  aver  seguilo 
il  partito  del  contestabile  di  Borbone;  ma 
non  potè  guarirlo  dalle  triste  impressio- 
ni che  l'orror  della  morte  gli  avea  cau- 
sato altaiche  intese  la  sua  sentenza.  Esse 
furono  tali  che  in  una  notte  gli  s'imbian- 
carono i  capelli ,  e  fu  colto  di  febbre  sì 
"violenta  che  non  lo  lasciò  per  tutto  il  re- 
sto de'  suoi  giorni.  Da  ciò  venne  il  pro- 
verbio della  febbre  di  Saint-Fallier.k' 
29  luglio  1  53 1  Diana  rimase  vedova  di 
Luigi  di  Brez  conte  di  Maulevrier  ,  che 
avea  sposalo  nel  i5i4-  Cinque  anni  do- 
po, Enrico,allora  delfino,  in  eia  di  1 8  an- 
ni, divenne  perduta  meli  le  innamoralo  di 
Diana,  che  ne  avea  37,  e  che  alle  grazie 
e  freschezza  della  gioventù,  conservale  fi- 
no ad  un'  età  molto  avanzata,  univa  doli 
di  spirito  corrispondenti  a  quelle  della 
sua  figura.  Ella  amò  e  protesse  i  lettera- 
ti. Gli  ugonotti  furono  i  soli  ch'ebbero  a 
lagnarsi  di  lei;  per  conseguenza  non  la  ri- 
spettarono ne'loro  scritti.  Dopo  l'infau- 
sta morte  di  Enrico  li,  accaduta  a'  1  o  lu- 
glio i55g,  ella  si  ritirò  nella  terra  d'A net, 
dove  morì  a'2.6  aprile  1 566,  lasciando  del 
suo  matrimonio  con  Luigi  di  Brez  due 
figlie,  di  cui  la  primogenita  Francesca 
sposò  Roberto  della  Marca  duca  di  Bu- 
glione, e  l'altra  Luigia  si  maritò  a  Clau- 
dio di  Lorena  duca  d'Aumale.  Il  ducalo 
di  Valentinois,  dopo  la  morte  di  Diana, 
fu  di  nuovo  riunito  al  dominio  della  co- 
rona di  Francia.  Nel  precedente  articolo 
non  solamente,  come  già  arcivescovo  di 
Valenza,  ragionai  di  Cesare,  ma  ricordai 
i  principali  de'molti  luoghi  in  cui  parlai 
del  medesimo,  avendo  ragionato  ezian- 
dio di  sua  famosa  Spada  (^.),  che  pos- 
siede il  duca  di  Sermoneta,  come  nar- 
rai descrivendo  le  notizie  di  quella  cit- 
tà nelP  articolo  Velletri.  Per  la  sua 
morte  il  ducato  del  Valentinese  tornò  al- 
la Francia,  ed  il  re  Francesco  I  vi  fece 
fabbricare  la  cittadella.  Quindi  Valenza 
molto  soiliì  durante  le  guerre  di  religio- 
ne,da'sanguiua.ri  e  fanatici  eretici  ugonot- 


VAL  1" 

li.  Quanto  al  Valentinese  ,  divenne  un 
piccolo  paese  formante  uno  de' più  ric- 
chi appannaggi  d'-alcou  duca  -e  pari  del 
regno.  Luigi  XI li  dopo  il  1641  1°  ('0,ì° 
al  principe  di  Monaco  (/".)»  sovrano  dei- 
l'omonimo  principato  d'Italia,  di  cui  ri- 
parlai nel  voi.  LX1,  p.  i43,  cioè  ad  O- 
norato  II  Grimaldi,  per  essersi  posto  sot- 
to la  prolezione  della  Francia  per  sot- 
trarsi dalle  vessazioni  degli  spagnuoli. 
Lo  ricevette  dal  re  in  piena  proprietà  per 
lui  e  suoi  discendenti.  Inoltre  il  ducato 
di  Valentinois  fu  eretto  in  pariato  diFran- 
cia con  lettere  patenti  del  maggio  1  64^, 
poscia  dichiarato  femminile  con  lettere 
de'26  gennaio  i643.  Questa  donazione 
fu  fatta  perchè  il  re  di  Spagna  Filippo  IV 
confiscava  o  confiscar  dovea  ad  Onorato 
li  alcune  sue  terre  nel  regno  di  Napoli  e 
nel  ducato  di  Milano,  allora  domimi  del- 
la monarchia  spagnuola.  A  questo  dono 
Luigi  XIII  aggiunse  la  baronia  di  Baux 
che  eresse  in  marchesato,  e  queir  altre 
signorie  che  registrai  nel  citalo  articolo. 
Ivi  pure  dissi,  che  avendo  Luigia  Ippoli- 
ta Grimaldi,  figlia  maggiore  di  Antonio 
principe  di  Monaco,  nipote  d'Onorato  II, 
preso  nel  1 7  1 5  in  isposo  Goyon  di  Marti  - 
gnon,  che  altri  chiamanoFrancesco  Leo- 
nor,  gli  portò  in  dote  il  ducato  pari  di 
Valentinois,  e  nel  dicembre  con  lettere 
patenti  fu  ammesso  per  pari  di  Francia 
nel  parlamento  di  Parigi,  ove  prestò  giu- 
ramento neli7i6.  Entrato  dunque  il  du- 
cato di  Valentinois  nella  casa  del  princi- 
pe di  Monaco,  il  figlio  primogenito  tut- 
tora porta  il  titolo  di  duca  di  Valenti- 
nois, ed  al  presente  lo  è  il  principe  eredi- 
tario di  Monaco  Carlo  OnorioGrimaldi, 
grande  di  Spagna  di  i.a  classe,  nel  1846 
maritato  alla  principessa  Antonietta  Ghi- 
slaine  de'  conti  de  Merode,  da'  quali  nel 
1848  nacque  il  principe  Alberto  Onorio 
Carlo. 

Accaduta  la  tenibile  rivoluzione  di 
Francia  nelfiniredel  secolo  XVII  ^deca- 
pitalo il  virtuoso  reLuigi  XVI,  proclama- 
ta la  repubblica  e  abolito  ogni  culto  dire- 


16  VAL 

ligione,  possenti  armate  francesi  invasero 
l'Italia,  e  dopo  i  più  enormi  sagrifizi  im- 
posti al  Papa  Pio  VI,  coll'armistizio  ili 
Bologna  e  il  trattato  di  Tolentino  (V.), 
pe'quali  dovette  rinunziare  anche  all'oc- 
cupato stalo  d'  Avignone  e  del  Venaissi- 
no,  invasero  quindi  interamente  lo  Sta- 
to Pontifìcio  e  Roma,  che  democratizza- 
rono. I  medesimi  repubblicani  francesi, 
dopo  averlo  spogliato  di  tutto  e  detroniz- 
zalo, duramente  a'  20  febbraio  1798  Io 
condussero  prigioniero  in  Toscana,c\oè 
prima  in  Siena,  e  poi  nella  Certosa  di 
Firenze, óa  dove  affranto  dal  male,  dal- 
l'età eda  un  complesso  di  tanle  strazian- 
ti disgrazie,  a' 17  marzo  1799  senza  ri- 
guardo alcuno,  d'ordine  dell'irreligioso  e 
iniquo  direttorio  di  Parigi  ,  fu  stabilito 
che  si  strascinasse  nel  cuore  della  Fran- 
cia, per  essere  più  sicuri  di  sua  innocua 
e  virtuosissima  persona,  contentandosi 
poi  che  rimanesse  in  Valenza  nel  Delfi- 
nato,  ove  santamente  terminò  i  suoi  gior- 
ni. Nella  sua  biografia,  nell'articoloFRAN- 
ciA,ne'molleplici  che  vi  hanno  relazione, 
tutto  quanto  narrai ,  e  altamente  cele- 
brandolo, vale  a  dire  quanto  precedette, 
accompagnò  e  seguì  il  suo  eroico  sagrifi- 
cio,  precipuamente  col  veridico  e  couteua- 
poraneo  JXovaes,  Storia  di  Pio  FI;  e  con 
mg/Pietro Baldassari  segretario  del  mae- 
stro di  camera  del  Papa,  che  accompa- 
gnandolo a  Valenza  si  trovò  eziandio  al- 
la sua  edificante  morte  col  suo  padrone, 
e  quindi  pubblicò  la  pregievolissima  ed  e- 
sattissima  Relazione  delle  avversità  e  pa- 
timenti del  glorioso  Papa  Pio  VI  negli 
ultimi  tre  anni  del  suo  pontificalo^  edi- 
zione seconda  corretta  e  aumentata ,Mo- 
dena  1840.  Nondimeno  per  questo  arti- 
colo serbai  quelle  particolarità  eh'  era 
indispensabile  qui  narrare,  massime  del 
soggiorno  fatto  in  Valenza,  come  promi- 
si ,  il  che  eseguirò  principalmente  cogli 
encomiati  benemeriti  storici,  nel  più  in- 
teressante; dappoiché  i  particolari  detta- 
gli,  (pianto  sono  importanti  nella  Rela- 
zione, in  questi  miei  cenni  riuscirebbe- 


V  AL 

ro  prolissi.  Il  tirannico  direttorio  di  Pari* 
gì,  temendo  gli  eventi  della  guerra  e  la 
vicinanza  al  teatro  di  essa  del  Papa,  sta 
bili  di  farlo  tradurre  nella  badia  di  Molk 
presso  Vienna  d'  Austria;  ma  rotta  nuo- 
vamenteguerraa'tedeschi, divisò  di  man- 
dorlo in  Sardegna,  ed  ivi  farlo  stabilire, 
colla  mira  d' ingrandire  collo  stalo  della 
s.  Sede  quello  del  duca  di  Parma  infan- 
te di  Spagna,  per  piacere  a  quest'ultima 
potenza.  Pensò  pure  d'inviarlo  in  Corsi- 
ca, perchè  vi  rimanesse  obliato;  finché  a 
maggior  sicurezza,  e  ad  ulteriore  strazio 
del  venerando  prigioniero,  ottuagenario 
e  infermo,  ordinò  che  si  trasportasse  nel- 
l'interno della  Francia,  non  curando  le 
proleste  de'  medici  che  correva  pericolo 
di  perire  nel  viaggio.  Varcate  le  orribili 
balze  del  Moncenis ,  tra  gli  eccessivi  ri- 
gori della  perpetua  ueve,giuuse sulla  fron- 
tiera di  Francia,  e  Briancon  fu  lai.' cit- 
tà che  l'accolse  a'3o  aprile  1799,  ed  ivi 
crudelmente  gli  furono  strappati  dal  fian- 
co i  prelati  Spina  arcivescovo  di  Corin- 
to e  Maggiordomo,  Caracciolo  Maestro 
di  camera,  ambedue  poi  cardinali  ,  Ma- 
rotti  segretario  e  altri  della  Famiglia 
pontificia,  cioè  il  cappellano  Gio.  Pio  da 
Piacenza  minore  riformato  e  il  Baipas- 
sai i.  Quindi  il  direttorio  vilmente  risecò 
le  spese  del  viaggio,  lo  stabilì  a  1800  li- 
re,*da  somrainislrarsi  da'dipartiinenti  pe' 
(piali  doveva  passare;  ma  il  Papa  vi  sup- 
plì da  per  se,  non  permettendo  loro  tale 
aggravio.  Per  s.  Crespi  no,  Ambrum,  Savi- 
nes,  Gap,  Corps,  La  M  tire,  Vizille,  giunse 
a  Grenoble,  ove  Pio  VI  provò  l'allettilo* 
so  conforto  d'essergli  restituiti  i  nomina- 
li prelati  e  domestici;  oltre  di  trovarvi  il 
cav.  Labrador  deputato  da  Carlo  IV  re 
di  Spagna  di  restare  presso  di  lui ,  onde 
diminuire  le  pene  di  sua  schiavitù  ,  ed 
infalli  cominciò  il  suo  incarico  con  otte- 
nere la  restituzione  de'  famigliari  al  Pa- 
pa, i  quali  però  dovevano  precederlo  a 
Valenza.  Piipreso  il  viaggio,  perTullins, 
s.  Marcellino  e  Romans  arrivò  a  Valenza 
sul  Rodano  a'i4  luglio,  ciltà  che  Dio  a- 


VAL 

vea  destinato  per  termine  di  sue  sciagu- 
re, mirabilmente  sostenute  con  longani- 
me e  inalterabile  pazienza,  con  tanta  glo- 
ria sua  e  del  pontificato.  Allora  il  diret- 
torio decretò  essere  Pio  VI  prigioniero 
di  stato,  per  fargli  sempre  più  perdere  la 
speranza  di  riacquistare  colla  libertà  la 
sua  sede  e  il  suo  trono.  Nella  cittadella 
di  Valenza  era  un  palazzo  con  giardino 
annesso,  il  quale  avanti  la  rivoluzione  a» 
veva  servito  per  abitazione  al  regio  gover- 
natore,, e  questo  fu  scelto  per  albergarvi 
Pio  VI.  Mg.1  Spina  andò  a  vederlo,  e  tro- 
vò che  per  ampiezza  era  bastante  a  tut- 
to il  seguito  del  Papa,  ma  allatto  manca- 
va di  suppellettili.  Saputosi  ciò  in  Valen- 
za, alcune  famiglie  dell'antica  nobiltà 
francese,  e  segnatamente  la  marchesa  di 
VinSjSÌ  esibirono  d'im prestare  de'loro  mo- 
bili e  masserizie;  ed  in  sulle  prime  il  ma- 
gistrato dell'  amministrazione  centrale 
della  Dróme  si  oppose  come  offerte  di 
aristocratici,  finché  stretto  dalla  necessi- 
tà lo  permise  a  tutti.  I  buoni  signori  di 
Valenza  fecero  tosto  a  gara  in  mandare 
l'occorrente,  ed  in  48  ore  furono  del  tut- 
to forniti  gli  appartamenti  del  Papa  e  suoi 
prelati,  e  le  camere  pel  rimanente  dell'as- 
sai numerosa  comitiva  ,  e  con  tanta  ab- 
bondanza che  si  restituì  il  superfluo.  La 
marchesa  di  Vins  con  gran  diligenza  vol- 
le interamente  guarnire  e  adornare  ie 
stanze  del  Papa,  tranne  un  Crocefisso  di 
legno  bene  scolpilo,  ed  un  quadro  di 
buon  pennello,  esprimente  Y Ecce  Homo. 
Il  r.°  lo  die  Cornier  commissario  del  di- 
partimento, uomo  retto  e  cortese,  rispet- 
toso e  religiosissimo,offrendosi  ad  ogni  oc- 
casione per  mitigare  le  sventure  e  le  pene 
del  Santo  Padre,  ma  glielo  impedì  il  ma- 
gistrato repubblicano  del  dipartimento, 
benché  il  direttorio  di  Parigi  al  Cornier 
avesse  affidato  la  speciale  cura  di  badare 
alle  cose  del  Papa.  La  pittura,  che  fu  col- 
locata nella  stanza  da  letto,  fu  sommini- 
strata dalla  madre  di  Championnet  ge- 
neralissimo nell'  occupazione  di  Napoli. 
Raccontai  neluoghi  ricordati,  con  quan- 


VAL  17 

ta  commovente  divozione  da  per  tutto  fu 
venerato  e  onorato  Pio  VI  dalle  popola- 
zioni francesi,  nelle  città  e  luoghi  di  pas- 
saggio e  di  fermata,  le  festive  e  affettuo- 
se dimostrazioni,  quasi  universalmente 
acclamato  nel  chiedergli  con  fervore  I'  a- 
postolica  benedizione,  e  gli  ubertosi  frut- 
ti che  se  ne  ricavarono  per  le  di  verse  con- 
versioni: fu  un  viaggio  trionfale.  Arriva- 
to Pio  VI  in  Valenza,  direttamente  fu 
condotto  nel  palazzo  della  cittadella  ,  e 
subito  ne  fu  chiusa  fa  porta  ,  acciocché 
niuno  entrasse,  ed  a*  cittadini  ch'erano 
usciti  ad  incontrarlo,  e  l'ebbero  poi  nel- 
la loro  città  per  un  mese  e  mezzo,  solo  ne' 
momenti  dell'  arrivo  fu  dato  di  poter- 
lo sfuggevolmente  vedere.  Il  magistrato 
dipartimentale  con  suo  decreto  dichiarò 
essere  il  già  Papa  prigioniere  e  in  istato 
di  arresto,  perciò  non  potere  uscir  mai 
dal  suo  albergo,  e  che  niuno  senza  sua  li- 
cenza in  iscritto  potesse  entrare  nella  cit- 
tadella e  molto  meno  nel  palazzo.  Alla 
sua  porta  pose  un  corpo  di  guardie  e  più 
innanzi  una  sentinella.  Anche  nel  giardi- 
no erano  alquanti  soldati,  per  impedire 
che  il  popolo  si  adunasse  presso  il  muro 
della  cittadella,  e  che  i  preti  francesi, im- 
prigionati nel  vicino  carcere  e  antico  con- 
vento di  s.  Francesco  in  odio  alla  fede  ,  e 
per  non  aver  voluto  prestare  ilgiuramen- 
to  civico,  salutassero  o  facessero  gesti  a' 
famigliari  delPapa,  a'quali  mediante  car- 
ta di  sicurezza  fri  permesso  uscire  e  ritor- 
nare nella  cittadella  a  piacere:  mg/Carac- 
ciolo per  amore  al  Papa  non  sortì  mai 
dal  palazzo.  La  cappella  di  questo  servì 
per  celebrare  alcune  messe,  ma  conveni- 
va poi  dare  la  chiave  al  severo  e  vessa- 
torio magistrato,  che  il  buon  Cornier  de- 
luse con  consigliare  che  si  lasciasse  aper- 
ta, senza  chiuderne  la  serratura,  ed  id 
quanto  potè  fu  sempre  amorevole;  tale 
pure  si  mostrò  Boveron  uno  de'5  del  ma- 
gistrato. Il  Cornier  provvide  una  como- 
da sèdia  a  bracci uòli  con  piccole  ruote, 
sulla  quale  Pio  VI  respirava  l'aria  aper- 
ta nel  giardino,  non  senza  amarezza  pef 


VOI,.  LXZXVfri. 


i8  VAL 

l'inurbanità  e  irreligione  di  diversi  sol- 
dati, che  talvolta  bai  baiamente  lo  deri- 
devano e  schernivano.  Ed  egli  soliti  va 
l'ingiurie  con  perfetta  pazienza,  e  veniva 
rattemprata  la  pena  di  sidalti  affronti, 
pel  rispello  col  quale  l'onoravano  altri 
soldati.  11  comandante  di  piazza  in  di* 
verse  ore  del  giorno  aggiratasi  pel  pa- 
lazzo ,  per  indagare  se  era  osservato  il 
prescritto  dal  magistrato.  Questi  ed  i  po- 
steriori rigori  e  la  vigilanza  colla  quale 
fu  guardato  Pio  VI,  si  vollero  scusare  pel 
mantenimento  della  pubblica  tranquilli- 
tà, e  per  evitare  turbolenze  che  suscitar 
poteva  la  vicinanza  d'Avignone  e  del 
contado  Venaissino,  negli  anni  preceden- 
ti tolti  dal  dominio  temporale  di  Pio  VI 
e  della  s.  Sede,  e  dove  le  genti  di  campa- 
gna sentendo  vicino  l'antico  loro  pater- 
no principe  l'acclamavano  e  Io  compian- 
gevano ,  scagliando  improperi*!  contro  i 
suoi  feroci  persecutori.  Il  Novaes  descri- 
ve quanto  accuratamente  si  vegliava  dal 
militare  nella  fortezza  e  suoi  dintorni.  Il 
Papa,  poiché  in  Valenza  si  fu  riposato  un 
due  giorni,  slava  mediocremente  bene. 
Nella  mattina  avea  mente  svegliata  e  se- 
rena, diceva  le  sue  ore  canoniche,  ascol- 
tava per  l'ordinario  due  messe,  e  face- 
va lunghe  e  fervosc  preghiere  alla  ss. 
Trinità;  alla  B.  Vergiue,  a  s.  Pietro, 
e  avendone  l' immagini  dentro  il  bre- 
viario, le  baciava  con  gran  tenerezza.  A- 
Tanti  il  desinare,  di  tanto  in  tanto  si  fa- 
ceva condurre  nel  giardino.  Questo  era 
come  un  terrazzo  che  dominava  parte 
della  città  e  il  magnifico  bacino  del  Ro- 
dano. Onde  si  dice  che  il  Papa,  la  i .'  vol- 
ta che  fuvvi  menalo,  esclamasse:  Oh  che 
bella  vista  1  1  suoi  sonni  consueti ,  dopo 
desinato  ,  di  giorno  in  giorno  con  pena 
si  videro  prolungare  ;  e  svegliatosi,  ordi- 
nariamente passava  il  rimanente  del  dì 
in  silenzio,  e  non  gradiva  che  gli  si  par- 
lasse di  qualsiasi  cosa.  Nondimeno  vo- 
leva nella  sera  alzarsi  di  letto,  e  co'suoi 
recitare  il  rosario.  Gli  abitanti  di  Valen- 
za eoo  pi'qfcrle  di  soccorsi  d' ogni  sorla 


VAL 

moslrnrongli  generosa  sollecitudine  d'ad- 
dolcire l'asprezza  delle  sue  sventure.  Pa- 
recchi ecclesiastici  ,  non  ostante  la  seve- 
rità de'custodi  dell'  augusto  prigioniero, 
travestendosi  bene,  andarono  sino  a  lui. 
Tuttaquanla  la  città  era  addolorata  dal- 
le tribolazioni  del  Santo  Padre, e  vi  si  ve- 
deva regnare  la  taciturnità  e  la  tristez- 
za. Poco  dopo  l'arrivo  di  Pio  VI  a  Va- 
lenza, dal  cav.  Labrador  e  da  mg.r  Spi- 
na ,  al  quale  il  Baldassari  serviva  come 
segretario  ,  si  cominciò  con  vicendevoli 
noie  diplomatiche  a  trattare  degl'indulti 
desiderati  dal  gabinetto  di  Madrid,  di- 
retto dal  marchese  d'Urqijo  gran  neon- 
co  del  clero.  Alcune  domande,  attesa  la 
condizione  de' tempi,  erano  ragionevoli, 
e  si  concessero.  Altre  poco  discrete  ,  si 
modificarono.  Altre  ledendo  di  troppo  i 
sagri  canoni  e  la  disciplina  della  Chiesa, 
furono  negate.  11  Labrador  che  avea  li- 
cenza amplissima  di  visitare  il  Papa, vol- 
le tentare  di  parlargliene,  ma  n'  ebbe 
in  risposta:  Tutti  i  monarchi  del  mou- 
do  non  valere  a  farlo  operare  contro  la 
coscienza;  per  piacer  agli  uomini  non 
voler  offendere  il  Signore,  a  cui  fra  po- 
chi giorni  dovea  rendere  rigorosissimo 
conio  del  suo  operato.  Perciò  temendo 
rog.r  Spina  che  il  Labrador  se  ne  partis- 
se, e  così  restare  il  Papa  e  i  suoi  nell'in- 
digenza, manifestò  le  sue  apprensioni  al 
Papa,  il  quale  anziché  turbarsene  ,  co- 
raggiosamente rispose:  *»  Niuno  s'inganni 
credendo,  che  noi  vogliamo  vender  l'ani- 
ma nostra  ,  per  prolungarci  d'  alquanti 
giorni  la  vita.  La  provvidenza  di  Dio  non 
mancherà  mai  di  soccorrere  chi  in  lei 
confida.  Sopporteremo  l'inopia,  accette- 
remo la  morte,  ma  non  fi  a  mai  che  con- 
sentiamo a  servirci  indes trite tionem  del- 
la podestà  che  Dio  ci  diede  in  aedi  fica- 
tionem".  Quest'  esempio  di  fermezza  a- 
postolica  fu  l'ultimo  atto  del  lungo  e  glo- 
rioso pontificato  di  Pio  VI ,  poiché  indi 
a  poco,  cioè  Dell'entrar  d'agosto,  gli  ven- 
ne languore  grandissimo  e  sonnolenza 
quasi  continua,  e  nausea  d'ogni  cibo,  sic- 


VAL 

che  non  poteva  più  ponderare  né  deci- 
dere affari.  Con  tultociò  Labrador  con- 
tinuò a  dimorare  in  Valenza,  e  sommi- 
nistrò denari  anche  dopo  la  morte  del 
Papa  a 'suoi  famigliari  tanto  nel  tempo 
che  restarono  in  Francia  ,  che  nel  ritor- 
no loro  in  Italia.  Dimorando  il  Papa  in 
Toscana  era  stato  largamente  soccorso 
da  alcuni  personaggi  ecclesiastici  e  seco- 
lari di  Germania  e  de' Paesi  Bassi,  ma 
egli  se  ne  servi  pel  mantenimento  de* 
nunzi.  Inoltre  somministrarono  grosse 
somme  l'arcivescovo  di  Siviglia  Despuig 
e  1'  arcivescovo  di  Valenza  Ximenez,  ed 
il  governo  spagnuolo  a  mezzo  del  cardi- 
nal Lorenzana  regolò  tali  somministra- 
zioni con  inviare  2000  scudi  il  mese,  ol- 
tre il  provvedere  di  tutto  che  faceva  il 
cardinale  la  persona  del  Papa,  e  dava 
somme  a  mg.r  Caracciolo  per  le  spese 
straordinarie,  ed  ancora  ne  mandava  a' 
cardinali.  Vi  fu  persona  che  die  6000 
scudi  per  6  camicie  pel  Papa.  Narra  No- 
vaes,  che  Pio  VI  rispondeva  al  cav.  La- 
brador ed  a  mg.r  jVIarotti,  che  nelle  sue 
tribolazioni  procuravano  consolarlo,  fa- 
cendogli riflettere,  che  il  suo  esilio,  le  sue 
sofferenze  e  la  sua  rassegnazione,  forma- 
vano l'epoca  più.  gloriosa  del  suo  pontifi- 
cato, e  confondeva  i  suoi  nemici.  «Tutto- 
ciò  sarà  vero  :  ma  quello  che  mi  affligge 
all'estremo,  si  è  il  vedere  qua  e  là  disper- 
si e  perseguitati  i  cardinali,  i  ministri  del- 
l'altare ...  Cosa  sarà  mai  della  mia  pove- 
ra Roma,  che  ho  tanto  amata;  cosa  sarà 
del  mio  caro  popolo;  cosa  sarà  mai  del- 
la Chiesa  di  Dio,  la  Chiesa  che  debbo  la- 
sciare cosi  sconvolta  e  agitata?  ''  In  tut- 
te le  provincie  d'Europa  non  si  parlava 
che  di  Pio  VI  e  de'suoi  oppressori,  i  qua- 
li non  avevano  altro  in  mira  che  d'avvi- 
lire il  culto  cattolico  nella  persona  del  suo 
capo,  e  degradarlo  colle  loro  incessanti 
persecuzioni.  Giammai  però  il  Vicario  di 
Cristo  comparve  sì  grande  sul  trono  me- 
desimo del  Valicano,  circondato  da  tut- 
to il  suo  maggior  splendore;  onde  a  ra- 
gione si  confessava,  che  isuoi  nemici  non 


VAL  19 

l'aveano  fatto  trasportare  in  Francia,  che 
per  incoraggiare  e  animare  colla  di  lui 
presenza  i  sentimenti  di  religione  ,  che 
sembrava  andassero  a  illanguidire  nel 
cuore  di  molti.  La  comparsa  del  roma- 
no Pontefice  in  Francia  fu  una  successio- 
ne di  trionfi,  tanto  pel  suo  augusto  ca- 
rattere e  sublime  dignità,  benché  dalla 
forza  tirannica  oppressa,  quanto  ancora 
per  la  religione  medesima,  e  nel  tempo 
stesso  un  attestalo  perpetuo  della  vergo- 
gna e  dell'impoteuza  della  filosofia  irre- 
ligiosa e  tiranna.  Intanto  a'  22  luglio  il 
direttorio  di  Parigi  inviò  al  commissario 
Cornier  l'ordine,  che  il  già  Papa  come 
un  ostaggio  si  trasfeiisse  a  Dijon,  senza 
fermarsi  a  Lione,  come  rea  di  troppo  at- 
taccamento all'altare  e  al  trono,  e  che  il 
viaggio  fosse  a  di  lui  proprie  spesel  Giun- 
to il  decreto  a  Cornier  intorno  al  finir 
di  luglio  ,  ne  avvertì  i  famigliari  del  Pa- 
pa, ma  al  magistrato  lo  tacque  per  al- 
quanti giorni.  Pio  VI  avea  peggiorato 
nella  sua  infermità',  e  l'accreditato  me- 
dico di  Valenza  Bartolomeo  Blein,  che  lo 
cura  va, prognosticava  assai  sinistramente, 
per  cui  si  conobbe  anche  dal  magistrato 
dover  protrarre  la  partenza,  finché  l'in- 
fermo migliorasse.  Questo  avvenne  du- 
rante la  novena  per  l'Assunzione,  e  nel 
dì  della  festa  il  Papa  ascoltò  due  messe 
e  ricevè  la  comunione  da  mg/  Spina.  In- 
di questo  prelato  gli  manifestò  il  decreta- 
to dal  direttorio,  e  Pio  VI  virtuosamente 
rispose  :  »  Sarà  quello  che  Dio  vorrà.  Ve- 
ramente speravamo  che  ci  concedereb- 
bero di  starci  qui  quietamente  a  morire. 
Ma  sia  pur  falla  ancora  in  questo  la  vo- 
lontà di  Dio".  Leggo  nel  Novaes,  che  i 
custodi  del  Papa,vedendolo  alquanto  sol- 
levato, a'  i3  agosto  lo  pregarono  a  farsi 
vedere  alla  gran  quantità  del  popolo,  che 
adunatosi  intorno  alla  cittadella  prorom- 
peva in  minacce  contro  i  suoi  oppressori, 
se  continuassero  a  privarlo  dell'amala  vi- 
sta del  Vicario  di  Cristo.  Onde  Pio  VI 
si  fece  portare  a  braccia  sino  al  balcone 
di  sua  abitazione,  e  vestito  colle  divise  di 


20  VAL 

sua  dignità,  die  non  lascio  mai  ,  se  non 
negli  ultimi  istanti  di  stia  vita,  affaccian- 
dosi rivolto  al  popolo  Valentino,  con  vo- 
ce sonora  esclamò  :  Ecce  Homo ,  e  gli 
compartì  la  sua  apostolica  benedizione. 
Mentre  conveniva  disporsi  alla  partenza, 
a*  16  agosto  il  Papa  fu  trovato  langui- 
dissimo, ottenebrato  nella  mente  e  nau- 
sea ti  ssimo  <T  ogni  alimento,  per  cui  si 
dilazionò  il  viaggio  e  vi  acconsentì  il 
ministro  dell'interno.  Il  18  volle  alquan- 
to alzarsi  dal  letto,  e  tentare  col  p.  Gi- 
rolamo Fantini  trinitario  del  riscatto, 
suo  confessore,  di  dire  l'uflizio;  ma  pro- 
nunziava fuor  di  luogo  i  versetti  de'salmi 
che  sapeva  a  mente.  A' 19  migliorò,  mo- 
strò animo  sereno  e  gustò  il  cibo;  ma  do- 
po il  desinare  venne  assalito  da  singhioz- 
zo, vomito  e  diarrea,  onde  il  d.r  Blein  ve- 
dendo che  ne'seguenti  giorni  il  male  pro- 
grediva avvisò  del  pericolo.  Si  chiamò 
pertanto  da  Grenoble  il  d.1  Luigi  Ducha- 
doz,  che  a'^3  cominciò  colPaltro  medico 
a  curare  il  Papa  della  violenta  dissente- 
ria mucosa  e  sanguìnea,  senza  però  do- 
lori per  l'insensibilità  degl'intestini,  col- 
piti ancor  essi  dalla  paralisi  che  all'infer- 
mo avea  mortificato  il  corpo  dal  mezzo 
in  giù,  fin  da  quando  dimorava  in  To- 
scana. A'  27  la  dissenteria  si  cambiò  in 
lienteria,  sicché  le  cose  eh'  egli  riceveva 
per  bocca,  immantinente  le  evacuava  af- 
fatto indigeste.  Non  avea  febbre,  ma  e- 
strema  debolezza;  per  cui  di  mano  in  ma- 
no che  all'infermo  mancavano  le  forze  cor- 
porali, gli  si  attenuava  la  voce.  Però  l'a- 
nimo suo  si  rasserenò, cessò  la  sonnolenza 
letargica,  svegliate  e  giuste  ebbe  l'idee,  e 
sino  all'ultimo  respiro  fu  in  perfetti  sen- 
timenti, benché  nell'  ultime  24  ore  del 
suo  vivere  sopravvenne  la  febbre  inter- 
rottamente.  A' 27  dovendosi  il  Papa  co- 
municare per  Viatico,  si  fece  levare  dal 
Ietto  e  porre  nella  sua  sedia,  e  confessa- 
tosi, assunse  il  rocchetto,  la  mozzetla  e 
la  sloia.  L'aieivescovo  Spina,  preceduto 
dagli  altri  ecclesiastici  con  candele  acce- 
se, dalla  cappella  pollò  la  ss.  Eucaristia, 


VAL 

e  Pio  VI  trattosi  il  camauro,  che  soleva 
usare  in  luogo  del  berrettino  bianco,  l'a- 
dorò con  profonda  riverenza.  Mg."  Ca- 
racciolo, standogli  a  lato,  recitò  per  lui 
la  professione  di  fede;  ed  il  Papa  atten- 
tissimo ascoltava ,  e  col  moto  del  capo 
indicava  la  sua  pienissima  sommissione 
agl'insegnamenti  divini  di  s.  Chiesa.  L'ul- 
time parole  di  giuramento:  Sic  me  Deus 
ad j  uvei,  et  haec  s.  Dei  Evangelia ,  le 
pronunziò  di  sua  bocca,  come  accompa- 
gnò le  parole  del  Confiteor  recitato  dal 
p.  Fantini,  rispondendo  Amen  alle  due 
preci  dell'assoluzione.  Dipoi  quando  mg.r 
Spina,  tenendo  in  mano  il  ss.  Corpo  di 
Cristo,  disse  l'annunzio  sublime  e  soave  : 
Ecce  Agnus  Dei,  il  Papa  cominciò  subi- 
to a  dire  il  Domine  non  sum  dignus,  e 
intero  lo  ripetè  3  volte.  Dopo  il  fervoro- 
so ringraziamento,  il  p.  Fantini  gli  disse 
se  voleva  fare  qualche  disposizione  a  be- 
neficio de'suoi  famigliari.  Rispose  il  Pa- 
pa :  »  Siamo  molto  grati  a  tutti.  Ma  nel- 
l'attuale nostra  posizione,  che  possiamo 
noi  fare?  "  Poi,  fatto  venire  rog.r  Spina, 
gli  domandò  se  avea  denaro  per  disporne; 
e  udito  che  alcune  somme  donate  dalla 
pietà  d'  alcuni  tedeschi,  erano  depositate 
in  Italia  ,  per  mancanza  di  modo  onde 
farle  giungere  in  Francia,  gì' ingiunse  di 
compilare  il  codicillo,  che  sottoscrisse  di 
sua  mano,  ne  commise  al  prelato  1'  ese- 
cuzione, e  si  legge  nel  Daldassari.  Con- 
fermato l'anteriore  testamento  e  i  legati 
in  esso  lasciati  ad  alcun  famigliare ,  se- 
condo le  proprie  forze,  dispose  a  favore 
di  quelli  parlili  con  lui  da  Roma  e  in  at- 
tualità di  servizio,  esclusi  quelli  presi  do- 
po la  sua  partenza  da  Firenze.  Oltre  al- 
la spesa  del  viaggio  per  tornare  alle  pro- 
prie case,  a  tutti  assegnò  la  paga  di  ruo- 
lo d'un  anno,  indi  inoltre  nominatamen- 
te dispose.»»  A'nostri  due  aiutanti  di  ca- 
mera Bernardino  Calvesi  e  Andrea  Mo- 
relli (poi  2.0  aiutante  di  Pio  VII),  oltre  a 
ciò  che  secondo  il  costume  nella  nostra 
piccola  eredità  possa  loro  appartenere,  in- 
tendiamo delle  nostre  suppellettili  ,  la- 


VAL 

sciamo  Ittita  la  nostra  biancheria  e  ve- 
stiario da  dosso.  11  rimanente  poi  di  tut- 
ta la  nostra  biancheria  sì  da  tavola  come 
da  letto,  eccettuato  un  servizio  da  tavo- 
la nuovo,  ricevuto  da  Noi,  allorché  era- 
vamo in  Siena,  da  mg.r  Erskine,  si  divi- 
derà fra  il  nostro  scalco  e  i  nostri  scopa- 
tori, compreso  il  decano,  cuoco  e  creden- 
ziere, avuto  riguardo  al  grado  loro  e  an- 
zianità, e  ad  arbitrio  dell'esecutore  della 
presente  disposizione.  Al  p.  Gio.  Pio  da 
Piacenza,  attuale  nostro  cappellano  ,  ed 
al  p.  Girolamo  Fantini  nostro  confesso- 
re, ambedue  secolarizzati  da  Noi  nel  no- 
stro viaggio,  e  che  con  tanto  amore  ci 
hanno  prestato  il  loro  servizio,  lasciamo 
oncie  3oo  d'argento  per  ciascuno,  per  u- 
na  sol  volta,  non  comprese  le  spese  per 
il  loro  ritorno.  Tutti  gli  argenti  e  le  al- 
tre cose  preziose  che  si  trovano  attual- 
mente essere  di  nostro  uso ,  ma  non  di 
nostra  proprietà  ,  aventi  Io  stemma  de' 
nostri  predecessori  o  nostro,  intendiamo 
che  tutti  fedelmente  siano  resi  al  nostro 
successore.  Tutto  il  di  più  che  ci  appar- 
tiene, si  consegnerà  a'  nostri  eredi  (i  ui- 
poti  cardinale  e  duca  Braschì)".  Nello 
stesso  giorno  de'27  i  medici  dichiararo- 
no il  male  incurabile  e  che  fra  pochi  dì 
il  Papa  morrebbe.  Il  breve  tempo  che 
sopravvisse,  lo  passò  in  fervide  orazioni, 
a'28  ricevè  da  mg.r  Spina  l'estrema  un- 
zione, estremo  conforto  de'fedeli,  conti- 
nuando il  Papa  le  preci  e  sempre  ripe- 
tendo: In  le,  Domine,  speravi:  noncon- 
fundar  in  determini.  Essendogli  stato 
posto  in  mano  un  piccolo  Crocefisso,  lo 
tenne  sempre  stretto  sino  ai  cominciar  di 
sua  corta  e  placida  agonia,  baciandolo  di 
frequente  teneramente.  Nella  sera  peg- 
giorò e  alla  molestia  del  singhiozzo  si  ag- 
giunse quella  del  catarro.  Perdouali  i  suoi 
nemici ,  ricevuta  dal  p.  Fantini  1'  assolu- 
zione sagramentale,  e  da  mg/  Spina  quel- 
la in  articulo  moriis  con  indulgenza  pie- 
na ria,  il  detto  confessore  cominciò  a  reci- 
tare le  preci  della  raccomandazione  del- 
i 'anima ,  ed  innanzi  che  il  Papa  perdes- 


V  A  L  1 1 

se  la  conoscenza  ,  con  alletto  alzò  la  de- 
stra e  facendo  3  segni  di  croce  benedisse 
tutti  i  suoi,  che  si  struggevano  in  lagri- 
me d' amore.  Passati  5  minuti,  con  san- 
to transito  il  gran  Pio  VI  rese  la  sua  bel- 
l'anima a  Dio,  a'29  agosto  1799,  at*  ua* 
ora  e  circa  3o  minuti  del  mattino.  Conta- 
va anni  81,  mesi  8  e  giorni  2  d'età,  e  di 
pontificato  anni  24,  mesi  6  e  giorni  1 4,  il 
più  lungo  dopo  s.  Pietro,  e  qual  martire 
della  moderna  filosofia,  come  dice  ilBal- 
dassari  :  ina  ripeterò  l'elogio  che  fu  pub' 
blicato  a  Parigi  dopo  la  sua  morte:  Pius 
VI,  in  sede  Magnus,  ex  sede  Major,  in 
coelo  Maxima».  Dell'effigie  di  Pio  VI  to- 
sto in  Francia  se  ne  fece  un  grandissimo 
numero,  e  tutti  ansiosamente  l'acquista- 
rono. Una  avea  l'epigrafe:  Pio  VI  som- 
mo Pontefice,  morto  in  cattività.  Era  cir- 
condata da  foglie  di  palma  intrecciate  a 
corona  ,  in  segno  di  martire.  Nella  bio- 
grafia di  Pio  Vie  ne'Iuoghi  in  essa  ricor- 
dati descrissi,  oltre  l'edificantesua  morte 
e  l'elogio  di  sue  magnanime  virtù,  la  se- 
zione del  di  lui  cadavere  eseguita  egre- 
giamente dallo  scopatore  segreto  Filippo 
Morelli ,  che  prima  avea  studiato  la  chi- 
rurgia, in  uno  all'imbalsamazione,  alla 
presenza  di  tutta  la  famiglia  ,  operazioni 
durate  8  ore;  come  posto  nella  cassa  mor- 
tuaria con  iscrizione  riferita  dal  Baldas- 
sari,  e  temporaneamente  col  vaso  de' Pre- 
cordi deposta  nella  stanza  sotterranea  sot- 
to la  cappella  della  cittadella  ,  e  difesa 
con  incamiciatura  di  muro.  I  funerali  no- 
vendiali celebrati  in  detta  cappella,  tra  le 
dimostrazioni  di  dolore  e  di  divozione  de* 
valentini;  l'esequie  onorevoli  fatte  in  tut- 
ta la  cristianità  che  lo  pianse.  Frattanto 
reduce  dalla  spedizione  d'Egitto,  l'8  ot- 
tobre sbarcò  a  Frejus  Napoleone  Bona- 
parte,  e  indi  si  recò  a  Valeuza  con  alle^ 
grezza  e  speranze  de'  valentini ,  essendo 
ormai  da  tutti  odiati  i  reggitori  della  re- 
pubblica; vi  si  trattenne  24  ore,  ed  a' io 
partì  per  Lione  e  Parigi  col  general  A- 
lessa  no"  ro  Berthier.  Nel  suo  breve  sog- 
'  giorno  a  Valeuza ,  *olle  vedere  la  &nu~ 


32 


VAL 


glia  ecclesiastica  de)  Papa,  la  trailo  con 
cortesia  e  benevolenza  ,  promettendo  il 
suo  patrocinio ,  sia  pel  libero  loro  ritor- 
no in  Italia,  sia  per  portare  il  corpo  del 
Papa  a  Roma.  Fosse  o  no  che  li  favoris- 
se, ne'  primi  del  seguente  novembre  eb- 
bero tulli  i  passaporti,  restando  a  Valen- 
za a  custodire  le  venerande  spoglie  di  Pio 
VI ,  mg.r  Spina  e  mg.r  Malo  cameriere 
segreto.  Mentre  mg.r  Spina  implorava  li- 
cenza di  trasportare  il  pontifìcio  cadave- 
re,  Napoleone  divenuto  i.°  console  e  di 
fatto  monarca,  a'3o  dicembre  1799  de- 
cretò. Che  il  cadavere  di  Pio  VI  si  sep- 
pellisse in  Francia  cogli  onori  usati  co' 
morii  suoi  pari ,  e  sulla  sepoltura  si  co- 
struisse poi  un  monumento  semplice,  che 
indicasse  la  dignità  ond  era  stato  insigni- 
to. Il  prelato  Spina  impedì  che  ciò  si  e- 
seguisse  dal  vescovo  costituzionale  di  Gre- 
noble e  dal  clero  simile  di  Valenza ,  ri- 
pugnandovi pure  i  buoni  valenti  ni,  come 
prevaricatori  e  scismatici;  ma  bisognò 
contentarsi  de' soli  onori  civili  e  militari, 
ommessa  ogni  ceremonia  religiosa,  ben- 
sì con  grande  accompagnamento  e  mol- 
li segni  di  duolo,  e  non  quanto  alla  pom- 
pa fu  in  tulto  eseguito  l'annunziato  dal 
programma,  riprodotto  dui  Baldassari,  e 
dal  Cancellieri  nella  Storia  de  possessi, 
p.  4'7>  con  a^t,e  notizie.  A'  3o  gennaio 
1800  il  corpo  di  Pio  VI  dalla  cittadella 
fu  portato  al  cimile  rio  comune,  e  quivi 
sotterrato.  Neppure  vi  fu  posto  segno  al- 
cuno sul  sepolcro ,  per  cui  natavi  sopra 
dipoi  dell'  erba ,  non  più  si  distingueva  il 
sito  preciso  ove  giaceva.  Ed  allora  mg.r 
Spina  si  recò  dal  sagro  collegio  in  Ita- 
lia: la  sua  biografia  va  tenuta  presente, 
poiché  si  rannoda  con  quanto  vado  in 
breve  narrando;  ma  pochi  argenti  polè 
condurre  seco,  impadronendosene  la  re- 
pubblica francese,  quali  proprietà  del  pa- 
pato 1 

Elello  Pio  VII,  raccontai  nella  bio- 
grafia del  predecessore,  che  a  mezzo  di 
mg.r  Spina  inviato  a  Parigi  per  trattare  il 
celebre  Concordato,  il  quale  fu  concluso 


VAL 

nel  1 80  t ,  in  nome  del  Papa  domandò  a 
Napoleone  il  corpo  e  i  precordi  di  Pio 
VI, e  l'ottenne. Di  conseguenza,  nella  not- 
te de'^3  al  24  dicembre  fu  disotlerrala 
la  cassa  morluaria  e  il  vaso  de'precordi, 
e  consegnali  al  prelato  (ch'ebbe  nel  viag- 
gio a  compagno  il  p.  Carlo  Caselli  ser- 
vita e  poi  cardinale,  secondo  Cancellieri, 
anch'  egli  essendo  stalo  inviato  a  Parigi 
pel  concordato) a' io  gennaio  1802, il  qua- 
le su  carro  funebre  li  condusse  seco,  tra 
la  generale  divozione  de'  popoli.  Narrai 
pure  il  solennissimo  ingresso  in  Roma 
degli  avanzi  mortali  di  Pio  VI,  i  magni- 
fici funerali  celebrati  in  s.  Pietro  da  Pio 
VII,  praesenti  cadavere,  con  Orazione 
funebre j  la  tumulazione  in  quel  sontuoso 
tempio  ,  di  che  anco  nel  voi.  LX1 V  >  p. 
Ii4,  dopo  la  ricognizione  del  cadavere. 
Questo  fu  trovato  intero,  ma  contraffatto 
nel  volto.  Agli  obiti  onde  il  cadavere  era 
stato  vestito  in  Valenza,  furono  sovrap- 
posti gl'indumenti  pontificali.E  mg.rLan- 
te  tesoriere  generale  mise  nella  cassa  una 
borsa ,  che  conteneva  le  monete  coniate 
nel  pontificato  del  defunto.  Indi  chiusa 
nuovamente  la  cassa  co'  soliti  sigilli ,  vi 
si  aggiunse  sopra  una  piastra  di  piombo 
con  questa  iscrizione.  Pius  VI,  P.  M. - 
A  Valentia  a  pud  Rhodanum  -  Adbasi* 
licarn  s.  Petri-  Solemniler  trans latus  - 
Die  xvii  februari  mdcccii.  A  suo  tem- 
po la  cassa  fu  posta  presso  il  sepolcro  di 
s.  Pietro,  innanzi  alla  cui  confessione  e- 
levasi  il  già  ricordato  monumento;  e  sic- 
come l'iscrizione  l'avea  indicata  lo  stesso 
Papa,ecolNovaes'  la  ri  portai  nel  voi.  XII, 
p.  3o  1 ,  qui  riproduco  la  scolpita.  Pius  VI 
Braschius  Caesenas  Orate  prò  eo.  Tut- 
tavolta  apprendo  da  Cancellieri,  che  l'i- 
scrizione fatta  da  Pio  VI  fu  posta  sul  luo- 
go ove  giace  la  cassa  morluaria;  mentre 
quella  qui  riferita  è  scolpita  nel  zoccolo 
che  serve  di  base  alla  di  lui  statua  colos- 
sale summentovata.  Dice  lo  stesso  Cancel- 
lieri che  il  vaso  de'precordi  dovevasi  por- 
tare con  quelli  degli  altri  Papi  nella  chiesa 
de'ss.  Vincenzo  e  Anastasio,  ora  de'A//«/- 


VAL 

stri  ifrgV  Infermi  (F.).  Tale  vaso  ilei  suo 
cuore  e  delle  sue  viscere  instantemente  lo 
domandò  a  Pio  VII  il  governo  francese, 
per  la  cillàdi  Valenza,  e  con  sommo  impe- 
gno il  vescovo  Recherei,  e  l'ottennero;  per 
cui  nella  biografia  di  Pio  VI  narrai  pure 
ia  pompa  colla  quale  i  precordi,  per  cu- 
ra dello  Spina  divenuto  cardinale  ,  si  ri- 
portarono a  Valenza,  accogliendoli  i  Va- 
lentin» con  divoto  giubilo  a*  29  marzo 
i8o3,  e  collocandoli  nella  suddetta  cat- 
tedrale. A  compimento  della  narrativa, 
compendierò  la  relazione  pubblicata  dal 
Biddrtssari.  Tale  arrivo  fu  annunziato  col 
snono  d'un'ota  delle  carapaue.  11  vescovo 
Recherei  fece  incontrare  il  convoglio  fu- 
nebre da  3  deputati  a  Monteliiuar,  ed  i 
comandanti  militari  colle  autorità  civili 
l'acculsero  all'  estremità  del  borgo  Saul- 
nières.La  carrozza  che  portava  il  prezio- 
so deposito  era  coperta  di  velluto  cher- 
misino, V  accompagnavano  i  commissari 
di  Roma  e  Tolone,  e  fu  tenerissimo  spet- 
tacolo la  calca  del  popolo  ivi  concorso. 
JNel  suo  ingresso  in  Valenza  suonarono 
tutte  le  campane  delle chiese,al  rimbom- 
bo del  cannone.  La  pompasi  componeva, 
degli  uiìi/.iali  di  tutte  l'amministrazioni, 
di  3oo  damigelle  vestite  di  bianco  con 
cintura  nera  ,  di  molle  dame  e  cittadini 
in  abito  nero,  delle  autorità  giudiziarie 
e  civili,  degli  avoués,  degl'ingegneri,  del 
magistrato  comunale,  della  prefettura  e 
degli  udì  zi  ah  militari.  Questa  comitiva 
venne  dalla  strada  maestra  sino  alla  por- 
ta s.  Felice,  poi  per  la  via  medesima  sino 
alla  piazza  dell'Erbe,  iudi  per  la  piazza 
della  Libertà  pervenne  alla  cattedrale 
per  la  porta  maggiore,  ov'era  il  vescovo 
in  abiti  pontificali  e  49  ecclesiastici  con 
paramenti  neri  e  paonazzi.  L'  urna  con- 
tenente i  precordi  di  Pio  VI,  posta  sopra 
una  barella  parata  di  nero,  venne  porta* 
ta  nel  vestibolo  in  cui  stavano  i  detti  ec- 
clesiastici. 11  vescovo  ne  fece  la  ricognizio- 
ne con  alto  notarile,  indi  alla  presenza  de' 
commissari  di  Roma  e  Tolone,  delle  au- 
torità e  della  moltitudine,  disse  lesegueu- 


V  AL  23 

ti  parole,  n  Ragguardevoli  deputati.  I 
francesi,  ma  specialmente  i  valentiui,  vi- 
dero mal  volontieri  la  traslazione  della 
spoglia  mortale  di  Pio  VI ,  della  quale 
voi  adesso  ci  riportate  una  porzione.  E- 
gliuo  si  consolauo  per  questo  ritorno,  del 
quale  debbono  essere  grati  alla  bontà  del 
Santo  Padre,  alle  cure  del  cardinal  Spi- 
na, ed  al  favore  speciale  del  governo  fran- 
cese, che  ne  fece  domanda  mediante  il 
suo  ministro  residente  in  Roma.  Se  voi 
tornate  alla  metropoli  del  mondo  cristia- 
no, direte  al  Sommo  Pontelìce,che  la  re- 
ligione cattolica  e  apostolica  romana  ri- 
nasce in  Francia  sotto  felicissimi  auspicii. 
Questo  concorso  di  fedeli  che  voi  vedete, 
annunzia  in  modo  autentico  ii  loro  affet- 
to alla  religioue  de'  uoslri  padri  e  alla 
memoria  di  Pio  VI  ".  11  cittadino  Rubi- 
na u,  uno  de' commissari  di  Tolone,  im- 
provvisò una  risposta,  in  cui  fra  le  altre 
cose  dichiarò.  >*  Onorati  essendo  di  sì  im- 
portante commissione,  ci  reputiamo  feli- 
ci che  intatto  vi  consegniamo  il  deposito 
a  noi  aflidato.  Siamo  stupiti  di  sì  grati 
concorso  di  fedeli,  il  quale  certamente  de- 
ri  va  dal  rispetto  ch'essi  portano  all'obbiet- 
to  che  ci  ha  adunati,  dalle  vostre  virtù,  o 
mg.r  vescovo,  e  dal  buon  esempio  del  vo- 
stro clero".  Indi  i  canti  lugubri,  prescritti 
dal  rito  della  diocesi,  annunziarono  l' in- 
gresso del  cuore  e  viscere  di  Pio  VI  nella 
chiesa  cattedrale.  La  maestà  dell'  edili- 
zio, il  modo  ond'era  apparato, 3oo  e  più 
ceri  accesi,  la  moltitudine  de'  fedeli  che 
da  3  ore  e  più  vi  stavano  congregati,  ra- 
pivano T  anima  in  modi  tali ,  che  si  può 
sentirli,  ma  uon  mai  spiegarli.  Giunta  ia 
cassa  nel  coro,  si  posò  sopra  un  mauso- 
leo costruito  in  buonissimo  stile.  Otto  ur- 
ne funebri,  fiammeggianti  e  frammesse  a 
molti  ceri  accesi,  insieme  con  questi  face- 
vano risaltare  l'eleganza  del  cenotafio.  Le 
dame  e  damigelle  di  Valenza,  con  som- 
ma cura  e  divozione  attesero  ad  orna- 
re tal  monumento.  Collocate  a' loro  po- 
sti l'autorità  costituite,  si  cantò  il  vespero 
de'  morti,  e  poi  si  fecero  le  5  assoluzioni, 


24  VAL 

ed  in  ultimo  si  commise  di  custodire  il 
deposito  a  due  ecclesiastici  in  cotta  ed  a 
due  laici,  i  quali  passarono  la  notte  in 
preghiere.  Nel  dì  seguente  all'ore  9,  mg.r 
vescovo  si  condusse  col  clero  in  coro  a 
cantare  1'  uffizio  de'  morti,  e  alle  ore  1  o 
coll'intervento  dell'autorità  costituite  in 
abito  formale,  e  di  grandissimo  concorso 
de'fedeli,  si  celebrò  la  messa  solenne.  Do- 
po il  Vangelo  il  prete  francese  Dufau  For- 
tis  deputato  e  commissario,  chein  Civita- 
vecchia da'prelati  Vaticani  ricevè  in  con- 
segna i  precordi,  stando  a  pie  dell'altare 
recitò  una  parlata  e  la  concluse  con  dire. 
«Fedeli  di  Valenza,  il  Santo  Padre  esau- 
dì i  vostri  voti.  In  tutti  i  luoghi  pe' quali 
passammo,  la  vostra  sorte  era  lodevol- 
mente invidiata.  Questo  sagro  pegno  del- 
l'amore che  a  voi  porta  il  Sommo  Ponte- 
fice, oh  confermi  ed  assodi  la  vostra  u- 
pione colla  s.  Sede,  e  conservi  la  pietà  che 
voi  mostrate  oggi  in  modi  così  segnala» 
ti".  Poi  comparve  in  sulla  cattedra  di  ve- 
rità il  celebre  oratore  Mila  vaux  confiden- 
tissimo del  vescovo,  e  recitò  l'orazione  fu- 
nebre di  Pio  VI,  colla  cui  eloquenza  ecci- 
tò in  ogni  cuore  dolcissima  commozione. 
Stabilì  per  principio ,  che  qualsiasi  uomo 
non  è  grande  veramente,  se  non  in  quan- 
to è  grande  dinanzi  a  Dio.  Poscia  percor- 
rendo la  vita  del  medesimo  Pontefice,  fe- 
ce bellissima  e  verissima  applicazione  del- 
l'accennato principio.  Finita  la  messa  so- 
lenne, e  fatte  di  nuovo  le  5  assoluzioni,  il 
prezioso  deposito  fu  trasferito  processio- 
talmente  nella  cappella  destinata  per  cu- 
stodia temporanea,  ed  ove  fu  posta  una 
lampada  ardente  dì  e  notte,tìnchè  il  mau- 
soleo che  do  vea  racchiuderlo  fosse  compi- 
to per  collocarlo  stabilmente  nella  stessa 
cattedrale,  il  governo  francese  avendolo 
commesso  inRoma  allo  scultore  Laboreur 
(onde  onorai  e  questa  vittima  augusta  del- 
la persecuzione  religiosa, ed  a  servire  di  ri- 
parazione alle  crudeltà  esercitate  contro  il 
comune  Padre  de'  fedeli,  come  osserva  il 
J  aulir  et  nelle  sue  Mcmoires).  La  cas*a  fu 
coperta  cou  drappo  di  velluto  violaceo, 


VAL 

avente  nella  parte  superiore  ricamata  in 
oro  la  Croce,  e  nella  parte  anteriore  il  tri- 
regno. Ad  onta  della  lunghezza  della  fun- 
zione e  il  gran  concorso  de'fedeli,  perfet- 
ta fu  la  quiete.  In  questa  occasione  le  da- 
me e  damigelle  ragguardevoli ,  a  favore 
de'poveri  fecero  una  questua,  e  versaro- 
no nella  cassa  di  beneficenza  la  ricavata 
considerabile  somma.  11  prefetto  e  le  au- 
torità civili  e  militari  gareggiarono  uel- 
l'onorare  i  deputati  e  in  ogni  occorren- 
za. Quindi  il  Baldassari  riproduce  la  re- 
lazione, come  il  cuore  e  le  viscere  di  Pio 
VI  furono  riconosciute,  e  poi  collocate 
con  solenne  funerale  nel  monumento  che 
le  racchiude,  ed  eccone  il  sunto.  A' 19  ot- 
tobre 181 1  mg.'  Recherei  convocò  nella 
cattedrale  i  canonici  e  que'della  fabbrica 
di  essa,  significando  loro  di  voler  fare  in- 
nalzare il  monumento  di  marmo  desti- 
nato dal  governo  imperiale  a  racchiude- 
re i  precordi  di  Pio  VI,  e  perciò  doversi 
prima  visitare  la  cassa  che  li  conteneva  e 
farne  la  ricognizione.  Entrati  nella  cap- 
pella ove  erano  stali  collocali,  si  trovaro- 
no intatti  lai/  cassa;  i  due  sigilli  vescovili 
ei  due  della  municipalità  di  Valenza;  la 
2."  cassa  di  noce;  la  coperta  della  3.a  cas- 
sa co'  sigilli  del  cardinal  York  arciprete 
Vaticano  e  due  del  capitolo  Vaticano. 
Aperta  la  4-*  cassa,  meglio  vaso  o  urna 
di  piombo,  contenente  il  cuore  e  le  visce- 
re di  Pio  VI,  si  trovò  intatto  il  sigillo  di 
mg/  Caracciolo  suo  maestro  di  camera. 
Indili  vaso  di  piombo  fu  chiuso  e  risal- 
dato. Osservò  P  architetto  Ricaud  che  lo 
spazio  preparato  nel  monumento  per  ri- 
porvi  il  vaso  di  piombo  non  era  suffi- 
ciente, perciò  propose  di  collocarlo  sotto 
del  medesimo,  e  ci  convennero  il  vescovo 
co'  canonici  ed  i  fabbriceri.  Quindi  a'  1 1 
ottobre  dello  slesso  181  1  rag/  Becherel, 
invitali  il  capitolo  e  i  fabbriceri  Della  cat- 
tedrale, sigillò  col  proprio  sigillo  in  5  di- 
versi luoghi  il  vaso  de'pontilìcii  precordi, 
ed  alla  loro  presenza  fu  riposto  nel  luo- 
go determinato,  faceudosi  le  consuete  sa- 
gre ccremonie.  Finalmente  a'25  ottobre 


VAL 

si  celebrò  nella  cattedrale  di  Valenia  so- 
lenne funerale,  per  la  dedicazione  del 
monumento  consagralo  alla  gloriosa  me- 
moria del  Sommo  Pontefice  Pio  VI,  ed 
a  tale  effetto  nel  coro  si  eresse  decoroso 
catafalco  ornato  dell'insegne  pontificali. 
Alle  ore  io  tutte  l'autorità  citili,  milita- 
ri e  giudiziarie  recaronsi  nella  cattedra- 
le, e  siccome  era  stato  invitato  a  presie- 
dere alla  ceremonia  il  cardinal  Spina,  il 
vescovo  accompagnalo  dal  capitolo  e  dal 
clero  della  città  e  contorni  ,  ricevè  alla 
porta  della  chiesa  il  cardinale,  il  quale 
assistito  dallo  stesso  vescovo  e  da  quello 
d'  Avignone,  celebrò  pontificalmente  la 
messa.  11  canonico  Bisson  segretario  del 
vescovato  di  Valenza,  recitò  un  discorso 
proprio  della  funzione.  Immenso  fu  il 
concorso  de'  fedeli,  tutti  mostrandosi  in- 
teneriti sommamente,  per  la  commoven- 
te e  patetica  narrazione  che  delle  virtù 
di  Pio  VI  fece  il  facondo  oratore.  Il  fu- 
nerale terminò  colie  5  solenni  assoluzio- 
ni prescritte  dal  pontificale,  e  suonarono 
tutte  le  campane  delle  chiese  della  città. 
Mg/  Becherel  sul  monumento  fece  scol- 
pire la  seguente  iscrizione.  Sanata  Pii 
VI  redeunt  Praecordia  Gallisi  Roma 
tenet  Corpus j  Nomenubique  sonai.  Va- 
Icnliae  obiit,  29  Aug.  art.  1 799.  Le  sup- 
pellettili ch'erano  servite  a  Pio  VI  nel 
suo  soggiorno  nella  cittadella,  ed  altri  og- 
getti di  suo  uso  furono  riguardati  e  tenu- 
ti come  memorie  illustri  e  divole.  Notai 
nel  voi.  LUI,  p. 108,  che  mg/  Chatrous- 
se  vescovo  di  Valenza,  possedendo  la  pic- 
cola pisside  che  il  Papa  soleva  portare 
colla  ss.  Eucaristia  sospesa  sul  petto  nel 
doloroso  viaggio  ,  la  donò  al  Papa  Pio 
IX  (V.)t  il  quale  ne  fece  lo  slesso  uso  io 
quello  memorabile  di  Gaeta,  con  parten- 
za segreta  dalla  sua  sede,  per  non  essere 
esposto  a  nuovi  oltraggi  de'decnagoghi  e 
de'faziosi  riuuilisi  in  Uoma.  Il  Giornale 
di  Roma  del  1 85 1  a  p.  730,  riporta  la 
seguente  notizia.»  In  un  piccolo  castello 
a  mezz'ora  di  distanza  da  Valenza,  tro- 
vasi attualmente  un  mobile  di  assai  pie- 


V  AL  a5 

Iosa  memoria.  E   la  sedia  di  appoggio, 
nella  quale  il  29  agosto  1799  spirò  Pio 
VI  d'immortale  memoria  (l'accurato  e 
testimonio  oculare  mg/  Baldassari,  co- 
me anche  il  Novaes,  all'erma  che  morì  sul 
letto,  narrando.  Dopo  averci  benedetti, 
distese  e  abbandono  le  braccia  sul  leu- 
to,  e  gli  uscì  dalla  mano  il  Croce/isso  j 
ed  inginocchiati  intorno  al  letto,  dopo  5 
minuti  spirò.  Bensì  sulla  sedia  prese  la 
comunione  a'27,e  volle  sedervi  la  mat- 
tina del  28 ,  per  cambiargli  il  letto  in  al- 
tro polito,  ma  non  trovandosi  pronto,  a 
mezzodì  convenne  ricoricarlo  nel  suo  let- 
to. La  buona  signora  Bollami  gli  portò 
il  suo,  ma  i  medici  nou  vollero  che  si 
rimovesse  il  venerando  infermo).  Qual- 
che mese  indietro  fu  venduto  con  lutto 
il  castello  del  sig/  De  Maccarlhy:  iu 
esso  trova  vasi  l'oggetto  di  cui  abbiamo 
parlato.  11  sig/  ab.  De  Barjac  canonico 
onorario  della  cattedrale  di  Valeuza  vol- 
le ad  ogni  costo  comprarlo,  e  l'ha  collo- 
calo in  una  camera  del  suo  castello  di 
Monllosier.  Si  sa  che  il  Sommo  Ponte- 
fice prigioniero  del  direttorio  nel  palazzo 
detto  del  Governo,  non  trovò  iu  questq 
suo  carcere  alcun  mobile.  Le  pietose  da- 
me di  Valenza  riunironsi  insieme,  e  ven- 
nero modestamente  guarnite  le  camere  e 
l'appartamento  dell'illustre  Poutefice.  Al- 
la morte  di  Pio  VI  le  autorità  resero  al- 
le dame  di  Sacy  i  mobili  (la  sedia  a  brac- 
cioli colle  ruote,  di  cui  parlai  più  sopra, 
la  somministrò  il  Cornier;  può  darsi  che 
l'avesse  da  tali  dame),  che  avevan  dato, 
fra'  quali  eravi  la  sopraddetta  sedia,  in 
cui  Pio  VI  aveva  passato  gli  ultimi  gior- 
ni (questa  proposizione  è  esatta).  La  fa- 
miglia del  sig/  Maccarlhy  l'ebbe  in  ere- 
dità dalle  signore  di  Sacy,  da  cui  I'  ha 
il  soprannominato  ecclesiastico  acquista- 
ta. Questo  fatto  mi  ricorda  una  visita  che 
feci  negli  appartamenti  e  nelle  camere  ove 
morì  l'illustre  Pontefice  Pio  VI.  Dopo  a- 
ver  letto  1'importanli  Memorie  del  car- 
dinal Pacca  (questo  insigne  porporato 
dice  in  esse,  che  neh8i4  stando  per  tur- 


26  VAL 

imre  in  Italia,  aveva  divisato  di  passare 
per  Valenza,  e  visitai^  come  santuario 
la  camera  in  cui  era  morto  Pio  VI,ela 
chiesa  in  cui  fu  prima  sepolto  j  ma  come 
dissi,  non  fu  sepolto  in  chiesa.  Non  che 
raccogliere  notizie  sugli  ultimi  avveni- 
menti di  quel  S.  Pontefice;  ma  gli  con- 
venne deporre  questo  suo  desiderio  affi- 
ne di  raggiungere  prestamente  Pio  VII), 
desiderava  di  vedere  la  città  di  Valenza  e 
di  visitare  il  palazzo  ov'era  stato  prigio- 
ne il  Vicario  di  Gesù  Cristo.  Un  rispet- 
tabile vecchio,  con  cui  avevo  fatto  cono- 
scenza dopo  esser  giuuto  in  quella  città, 
appagò  il  mio  desiderio,accompagnando- 
mi  egli  stesso,  e  mostrandomi  la  desiata 
cameruccia.  La  mia  guida  era  in  relazio- 
ne col  medico  del  sig.r  Labrador  amba- 
sciatore di  Spagna.  Il  sig.r  Labrador  ave-t 
va  accompagnalo  l'augusto  prigioniero  a 
Valenza,  ed  il  suo  medico  curando  pure 
il  Papa,  die  agio  al  mio  amico  di  pro- 
strarsi più  volte  a'piedi  del  Pontefice.  A- 
•veva  dunque  io  in  conseguenza  un  eccel- 
lente Cicerone,  e  ben  si  comprende  qua- 
li sentimenti  dovessi  provare.  La  mia  sor- 
presa però  fu  grande,  allorché  invece  di 
trovare  una  cappella,  non  vidi  neppure 
un  inginocchiatoio!  "  Mi  giova  sperare, 
che  l'illustre  Valenza, che  ben  a  ragione 
vanta  il  soggiorno  fattovi  da  Pio  VI,  e  di 
possederne  il  cuore  e  le  viscere,  vi  ripa- 
rerà; e  sarà  segno  della  gratitudine  de' 
buoni  cattolici,  e  degli  ammiratori  prin- 
cipalmente, presenti  e  futuri,  di  quel  ma- 
gnanimo supremo  Gerarca.  Le  quali  mie 
sperauze  le  credo  fondale  e  convalidale 
dal  progrediente  spirilo  religioso  che  e- 
ininentemetile  grandeggia  in  tutta  la  flo- 
ridissima Francia,  e  quale  con  affettuosa 
espansione  d'animo  riverente  vado  cele- 
brando all'opportunità;  massimamente 
per  l'operato  del  venerando  Episcopato 
e  del  rispettabile  clero  francese,  che  ri- 
spleudouo  iu  gareggiare  nella  pietà,  nel- 
la dotti  ina  e  nel  zelo  mirabile;  non  che 
per  tenersi  strettamente  uniti  alla  catte- 
dra di  s.  Pietro,  e  persiuo  col  ripristina- 


VAL 

re  l'adozione  della  sua  Liturgia^  del  suo 
Uffizio divinof /^.J.Nuova  invasione  dello 
slato  pontifìcio  e  nuovo  imprigionamento 
del  suo  sovrano,  dovevano  fare  rivedere 
a  Valenza  lo  spettacolo  d'un  altro  Papa 
deportato,  Pio  FU.  Lo  narrai  alla  sua 
biografia,  rilevando  che  tra'suoi  famiglia- 
ri enumera  vasi  per  singoiar  coincidenza 
quel  Morelli  i.°  aiutante  di  camera,  che 
ivi  con  tale  uffizio  era  slato  col  predeces- 
sore. A' 6  luglio  1809  Pio  VII  fu  arre- 
stato nel  suo  palazzo  Quirinale,  e  da- 
gl'  imperiali  francesi  condotto  in  Fran- 
cia. Racconta  il  suo  benemerito  storico 
Artaud  ,  t.  2 ,  cap.  59  ,  che  quanto  più 
avvicinavasi  alla  Francia,  tanto  più  l'en- 
tusiasmo aumentava.  Lo  dimostrò  pre- 
cipuamente Grenoble  nel  finire  di  detto 
mese.  Improvvisamente  arrivò  l'ordine 
di  partire  per  Valenza.  Ma  il  Papa  giun- 
to in  questa  città ,  non  ebbe  la  permis- 
sione di  visitarvi  il  monumento  innalza- 
to a  Pio  VI,  per  averle  benignamente 
concesso  i  di  lui  precordi.  Dovevasi  di- 
rettamente da  Valenza  passare  ad  Avi- 
gnone, e  convenne  ubbidire;  indi  pel  con- 
tado fienaissimo,  per  Aix.  e  Nizza  fu  con- 
dono a  Savona  (F.) ,  stabilita  per  luo- 
go di  sua  prigionia. 

La  luce  del  Vangelo  fu  portata  in  Va- 
lenza da'  ss.  Felice  prete,  Fortunato  ed 
achilleo  diaconi  (^.),  per  ordine  di  s. 
Ireueo  vescovo  di  Lione  e  discepolo  di  s. 
Policarpo  vescovo  di  Smirne,  come  si  ha 
dagli  A  età  Vitae  et  Martyrii  ss.  Fcli- 
cisf  Fortunati  et  Achillei  auctore  coevoy 
in  Vitis  ss.  2  3  aprilis,  presso  i  Collaudi- 
si. Eadem  ex  Mss.  Trevi  rensis  s.  Ma- 
ximinì,  cimi  Comment.  praevio,  et  notis 
Godofredo  Henschenio.  Predicarono  la 
fede  cristiana  in  Valenza,  ed  ivi  co' loro 
fervorosi  discorsi  avvalorati  dalla  costan- 
za de'molteplici  miracoli,  convertirono  a 
Gesù  Cristo  gran  numero  ili  idolatri.  Es- 
sendo Cornelio  giudice  o  magistrato  di 
Valenza,  per  la  persecuzione  de' cristiani 
ordinata  dall'imperatore  Settimio  Seve- 
ro, li  fece  imprigionare  e  quiudi  marti- 


VAL 

rizzare  nel  2 1  I  ,che  altri  ritardano  al  2 1 2. 
Leggo  nel  Cecconi,  Dissertazione  sulCo 
rìgine  dell' Alleluja,  che  i  ss.  Felice,  For- 
tunato ed  Achilleo  s'  invigorirono  a  su- 
perare! tanti  atroci  supplizi  del  loro  mar- 
tirio ,  col  ripetere  spesso  il  cantico  del- 
Y Alleluja.  Nel  luogo  ove  furono  sepolti 
veune  eretta  una  cappella  o  chiesa.  Di- 
poi le  loro  reliquie  furono  trasferite  nel- 
la cattedrale  di  Valenza,  la  quale  in  se- 
guito ne  die  notabile  porzione  ad  un  si- 
gnore della  casa  diBoucicaut,  che  le  de- 
pose nella  chiesa  de' religiosi  della  ss.  Tri- 
nità. Ma  quanto  rimaneva  in  Valenza  di 
questo  prezioso  deposito,  fu  abbrucialo 
e  disperso  dalla  rabbia  de'calvinisti  ugo- 
notti  sul  declinar  del  XVI  secolo.  In  que- 
sto che  corre,  poterono  i  valentini  avere 
una  piccola  porzione  delle  reliquie  collo- 
cate in  Ailes,  e  le  venerano  con  gran- 
dissima divozione  nella  cappella  dell'  o- 
spedale,  e  celebrano  la  festa  di  questi  lo- 
ro santi  tutelari  a'23  aprile.  Riferiscono 
Movaci  e  Cancellieri,  che  il  cadavere  di 
Pio  VI  fu  deposta  sotto  la  cappella  del- 
la cittadella  di  Valenza,  dov'  erano  stati 
già  sepolti  i  ss.  martiri  Felice,  Fortuuato 
ed  Achilleo.  La  sede  vescovile  vi  fu  eretta 
nel  IV  secolo,  e  sino  dal  suo  principio  fu 
illustre,  poiché  nel  medesimo  nella  città 
si  cominciò  a  celebrarvi  importantissimi 
concili!.  Appartenne  alla  i  .a  provincia  ec- 
clesiastica Vienna,  e  sino  dal  detto  secolo 
fusuffraganea  della  metropoli  di  Vienna. 
Nel  1275  recandosi  il  b. Gregorio  X  in  tale 
città,  si  ha  dal  summentovato  p.  Iionucci, 
che  a'25  settembre  col  parere  e  consiglio 
de'cardinali,  unì  i  due  vicini  vescovati  di 
Valenza  e  di  s.  Diez  (V.)  nella  Gallia  Nar- 
bonese,  stante  il  miserabile  stato  della  1  .*, 
e  la  vacanza  d'ambedue  le  sedi  avvenu- 
ta in  tali  giorni ,  siccome  erasi  proposto 
nel  concilio  generale  di  Lione  li  da  lui 
celebrato,  senza  confusione  de'loro  dirit- 
ti. Ciò  esegui  colla  bolla  V alentinensem 
et  Diensem  Eeclesiasì  che  si  legge  nel- 
la Gallia  Christiana.  Dipoi  i  due  ve- 
scovati furono  nuovamente  separali,  uou 


VAL  27 

da  Sisto  V,  come  scrivono  alcuni,  ma  o 
da  Innocenzo  XI  nel  1G87  come  vuole 
Commaoville,  o  da  Innocenzo  XII  nel 
1692  secondochè  alferuia  Novaes,  che 
aggiunge  essere  ambedue  i  vescovi  con- 
ti delle  loro  città,  ed  avere  di  rendita, 
il  vescovo  di  Valenza  16,000  lire,  e 
1 5,ooo  quello  di  s.  Diez.  Veramente 
il  vescovo  di  Valenza  anticamente  assu- 
meva il  titolo  di  conte  di  Valenza  e  ne 
esercitava  i  diritti,  tnn  negli  ultimi  lem- 
pi  non  godeva  più  che  il  dominio  utile. 
Si  legge  nella  Gallia  Christiana ,  t.  4>p- 
1108:  Valentinenses  Episcopi  et  Corni- 
tcs.  Dominatur  autem  Episcopio  titillo 
Comitis  Castronovo  ad  Isaram,  Ale- 
xiano}  Monti  Generis  t  Auriolo3  M'ir- 
mandae,  Bellimonti,  et  Subdioni  irnpe- 
rahat  nomine  Principatus 3  sed  distra- 
età  est  haec  toparchia  per  Monliiciuni 
Episcopwn  cimi  facultate  Sumnii  Pon- 
tificis,  ut  con/lare  tur  pecunia  RegiaCle- 
ro  persolvenda.  I  vescovati  di  Valenza  e 
di  s.  Diez  restarono  suffragatici  di  Vien- 
na sino  al  concordato  del  1 80  1 ,  pel  qua- 
le Pio  VII  avendo  soppresso  la  dignità 
metropolitica  di  Vienna,  dichiarò  il  ve- 
scovo di  Valenza  suffrasatieo  dell'arci*©1 
scovo  di  Lione;  quindi  col  breve  Novani 
de  Galliarum  dioecesibus  ,  de'  24  set- 
tembre 182  1,  Bull.  Roni.  cont.t.  i5,  p. 
45 1,  sottrasse  la  sede  di  Valenza  dalla 
metropolitana  di  Lione  ,  e  I'  assegnò  a 
quella  d'Avignone.  Inoltre  col  breve  No- 
strisApostolicis,  dello  stesso  giorno  e  an- 
no, Bull,  cit.,  p.  4^6:  Extinctio juris me- 
tropolitici archicpiscopiLitgdunensi<i  su- 
per Ecclesia  V alcntinensi  in  regno  Gal- 
liarum. E  col  breve  Etsi  per  Nostrae, 
pure  di  detto  giorno,  Bull,  cit.,  p.  4^7»  e 
diretto  al  vescovo  di  Valenza  Di-la-Tou- 
rette:  Cessatiojuris  metropolitici  archie- 
piscopi Lugdunensis  super  Ecclesia  Va- 
lentinensi  in  regno  Galliarum.  Tuttora 
la  sede  vescovile  di  Valenza  è  sulfraga- 
nea  dell'arcivescovo  d'Avignone.  Il  i.°  ve- 
scovo di  Valenza  che  si  conosca  è  Emilia- 
no, cani  s.  Marcellinus  ex  mandato  ma- 


*8  VAL 

gni  illiusEusebii  y ercellcnais  Episcopi, 
atlcum  venit  ungendus  inprimwn  Anti- 
stitem  Ebredunensium.  Pareches./I/rtr- 
cellino  sia  stato  consagrato  vescovo  d'Em- 
Lron  che  avea  convertito  alla  fede,  dopo 
il  363. Nelle  Monumenta  Histor.Patriae, 
t.  4>P-  iqo,all'anno358$i  chiamaEuiilia- 
no  col  nome  di  santo,  e  si  dice  che  con  s. 
Eusebio  consagrò  Marcellino.  Si  vuole 
che  Emiliano  fòsse  presente  al  i.°  conci- 
lio tenuto  in  Valenza  nel  3y4-  1  Sani- 
martani  pare  che  anticipino  il  suo  ve- 
scovato. Indi  trovasi  s.  Sisto  martire.  Era 
vescovo  di  Valenza  nel  4°o  Massimo  !, 
contro  il  quale  Papa  s.  Bonifacio  I  del 
4iH,  ad  istanza  del  clero  Valentino  ema- 
nò sentenza  di  condanna,  dopo  aver  da- 
to ad  esaminare  le  accuse  formate  con- 
tro di  lui  a  7  vescovi  della  provincia.  Fu 
trovato  reo  di  parecchi  delitti,  e  involuto 
nell'eresia  de'mauichei.  Circa  6o  anni  do- 
po fu  commesso  il  governo  della  chie- 
sa di  Valenza  a  s.  Apollinare  monaco  di 
Lei  ins,  e  ne  fu  consagrato  vescovo  circa 
il  460  o  4°*0'  Subito  impiegò  le  sue  ze- 
lanti cure  a  riformare  gli  abusi  che  la 
vita  sregolata  dell'antecessore  vi  avea  in- 
trodotti; male  sue  fatiche  apostoliche  fu- 
rono interrotte  da  di  verse  malattie,  e  quel- 
la che  l'assalì  verso  il  5io  fu  lunga  e  pe- 
ricolosa. 11  pio  suo  ardore  gli  fruttò  de' 
nemici  e  l'esilio,  disgrazia  ch'egli  conver- 
tì nella  maggior  sua  santificazione.  Nel 
5 1 7  interveuneal concilio d'Epaona, pre- 
sieduto da  suo  fratello  s.  Avito  di  Vienna, 
dopo  essere  tornato  nella  sua  diocesi ,  e 
favorito  da  Dio  del  dono  de'  miracoli.  A- 
veudo  stretto  amicizia  con  molti  illustri 
vescovi  delle  Gallie,  e  massime  con  s.  Ce- 
sano d'Ailes,  vi  fece  un  viaggio  andando 
a  Marsiglia.  Si  vuole  morto  verso  il  52  5, 
e  tumulato  nella  chiesa  de'ss. Pietro  ePao* 
lo  posta  ne'sobborghi  di  Valenza.  Tra- 
sferito poi  il  corpo  nella  cattedrale,  fu  em- 
piamente bruciato  dagli  eretici  ugonotti 
nel  fìuir  del  secolo  XVI.  Gallo  nel  549 
fu  al  concilio  d'  Orleans.  Il  vescovo  Mas- 
sino 11  nel  56j  mandò  al  coucilio  di  Lio- 


VAL 

ne  il  suo  diacono  Astemio.  Raguoaldo  in- 
tervenne al  concilio  di  Ma^on  nel  58  1 ,  a 
quelli  di  Lione  nel  583,  di  Valenza  nel 
584  e  di  Macon  nel  585.  Dopo  Elefa  I, 
fu  vescovo  Agilulfo  o  Aigulfodel  648;  In- 
gildo  si  trovò  al  concilio  di  Chalons;  Lu- 
picino  sottoscrisse  un  documeuto  di  Car- 
lo Magno  per  le  reliquie  de'santi  da  quel- 
T  imperatore  date  ad  Aquisgrana.  Suc- 
cessivamente governarono  questa  chiesa 
Salvio  I,  Antonio  I,  Elefa  II,  Valdo,  Sai- 
vio  II,  Lamberto  o  Damberto,  Ramber- 
to  fratello  di  Bosone  re  d'Ailes, che  in  va- 
ri concilii  sotto«crisse,neir859  a  quello  di 
Toul,  nell'860  di  Toussi,  uell'  876  di 
Pontyon,  nell*  879  di  Mantala  in  cui  fa 
dato  il  titolo  di  re  a  Bosone,  e  nell*  855 
avea  assistito  a  quello  di  sua  sede  Valen- 
za. In  seguito  si  registrano  i  vescovi  Dun- 
tra  11  no,  Eilardo,  Isacco  I,  Emetico,  Ado, 
Brocardo,  Arcimberto  o  Arcinibaldo,  A- 
gildo  o  Aino,  Roberto.  Isacco  li  nell'887 
fu  al  concilio  di  Chalons  e  nell'892  a 
quello  di  Vienna.  Remegario  I  ricevè  in 
dono  dall'imperatore  Lodovico  IV  Sa- 
xiacum,  Adgentiolum  ,  et  Saonem  vii- 
las  comitatus  Diensis,  con  diploma  pres- 
so iSammartani.  Dopo  il  991  Umberto 
de'conti  d'Albon.  Nel  io  1  1  fu  eletto  Re- 
megario Il ,  che  nobilitò  la  cattedrale. 
Guigo  o  Wigo  del  ioi5  intervenne  al 
sinodo  di  Anse  nel  io25o  io32.  Ponzio 
de'conti  del  Valentinois  sedeva  nel  1 037, 
indi  nel  1  o4o  intervenne  a'  1 5  ottobre  al- 
la solenne  consagiazioue  della  clvesa  di 
nuovo  riedificata  dis.  Vittore  di  Marsi- 
glia, onorata  dalia  presenza  del  Papa  Be- 
nedetto IX,  recatosi  io  Provenza  forse  per 
le  fazioni  che  desolavano  Roma,  e  da  qua- 
si tutti  i  prelati  circonvicini;  quindi  nel 
1047  sottoscrisse  il  testamento  d'  Ugone 
arcivescovo  di  Besancon.  Gontardo  del 
1082  ricevè  e  ospitò  il  Papa  Urbano  II. 
Neil  1  1 1  era  vescovo  Eustachio  e  viveva 
nel  1  1 34,  che  in  un  documento  di  con- 
cessione è  chiamato  Episcopus  et  Comes 
Valenlinensis.  Nel  1 146  s.  Giovanni  ci- 
stercense, discepolo  di  s.  Bernardo  e  i .° 


VAL 

abbate  di  Bona  Valle,  chiaro  per  virtù:, 
santa  vita  e  miracoli,  onorato  a' 5  otto- 
bre. Orilberto  del  i  148  permise  a  Gibor- 
no  de  Auriolo  viro  ìnclyto ,  aedificare 
castrimi  in  Episcopatu  talentino.  Ber- 
nardo del  11 54  intervenne  a  una  dona- 
zione deil'abbadessadi  s.  Andrea  di  Vien- 
na. Oddo  o  Eude  già  decano  della  chiesa 
di  Valenza,  di  nobile  stirpe ,  virtuoso  e 
lodato  pastore,  nel  1  i5?  ricevè  dall'im- 
peratore Federico  I  un  diploma  di  dona- 
zioni con  giurisdizione,  cioè  la  signoria 
della  città  di  Valenza  in  uno  a'dii  itti  re- 
gali de'  j  3  castelli  de'  diutorni.  Nel  1  1 58 
vendè  per  200  marche  d'argento  l'isola 
Esparveria  nel  Rodano  presso  Valenza, 
all' abbate  di  s.  Rufo  d'Avignone,  dalla 
quale  città  vi  trasferì  la  canonica  madre 
di  sua  congregazione  ,  con  approvazione 
d'  Adriano  IV  già  abbate  generale  della 
medesima.  Dedit  Bellumcastrum  Epi- 
scopatui  Valentino  11 78,  et  11 85  ac- 
cìpit  Monlemvcneris  ac  Bellimontemab 
Umberto  de  Montemvencris.  Pr aeterea 
munificus  f uh  erga  abbatiam  Lioncellit 
quam  redditibus  ac  praediis  e  gremio 
non  tantum  e athedr ali s  Falcntinae,sed 
et  ecclesiarum  Burgi  ac  s.  Felicis.  Gli 
successe  Falco  o  Falcone  nel  1  1 89,  nel 
qual  anno  ricev eìieCastr umbucum,B a l- 
franiy  et  omnia  quae  Noso  et  Eccone 
modici»  amnibus  continentur;  morì  nel 
1  199.  In  questo  gli  fu  sostituito  il  b.  Um- 
berto de  Mirabel  priore  certosino  di  Sel- 
va Benedetta.  A  suo  tempo  avvennero 
molti  tumulti  e  guerre  de'feudatari  ri- 
belli; sed  vir  mirae  probitatis,  qui  in  so- 
litudine cartusiana  m  ilitaverat  sub  Chri- 
stij'ugOf  prò  sedis  dominatione  et  j uri- 
bus  propugnandis  rebelles  ad  clienlclae 
obsequium  strenue  revocavit.Anno  \  2  o5 
accipit  a  Philippo principe  tabulasela- 
bus  dal  castra  Episcopo,  Urram  videli- 
cel  j  Pelafollum,  Copium,  Augustidi- 
mini,  mediani  par  lem  Lpiani.  Anno 
1 209  eidem  pr  aesuli  concedi  tur  carte- 
ris  prohibilis  probare  aurum  et  argon- 
tutu  Valenliae,  In  cartis  Lioncelli  re- 


VAL 


29 


censetur  in  pactis  convenclioncm  cura 
Falcntinis  prò  vectigali  :  et  1217  dal 
Drunstallium  paglini  Guigoni  Turno- 
niodinastae  potentissimo,  et  Charmium 
Basteto.  Guntardum  Cabeolensem  api- 
bus  et  genere  pollentem  praelio  supera- 
vi^ et  ad  obedientiam  clicntclae  compii- 
Ut.  Morì  il  b.  Umberto  a'29  aprile  1220, 
com'è  registralo  nel  Necrologio  di  s.  Ru- 
fo. Nello  stesso  anno  gli  successe  Geron- 
do  o  Giraldo  primo  abbate  Molismense 
poi  cliiniacense.  Indi  Guglielmo  di  Savoia 
primogenito  del  conte  Tommaso  1  e  per- 
ciò nipote  del  b.  Umberto  HI  bealiiìca- 
to  da  Gregorio  XVI ,  già  monaco,  che 
coll'armi  dovette  sostenere  la  sua  auto- 
rità e  dominio  temporale.  Nel  12  26  emit 
Episcopatui  Augustam,  Deuaiuarn,  et 
partem  Cristac  a  Silvione  de  Cris  fa  de- 
cano Valentino.  Nel.  1229  parcit  Fa- 
lentinìs  rebellibus,  quorum  domus  Con- 
frate  ri ae  eversa  estjpsiquc  prohibiti  con- 
ventu  omni  ciani  episcopo ,  ex  sentenlia 
comitis  Gcncvensis  eie.  Nel  i23o  mar- 
cas  argentis  quibus  Valentiniab  arbi- 
trariis  judicibus  damnati  fuerant,  mu- 
tantlibris  Fiennensibus.  Is  vero  propter 
fortitudìnem  qu'am  exhibuit  ad  defen- 
sionem  jurium  Ecclesiae,  vocalus  par- 
vus  Alexander;  nominatur  electus  Fa* 
lentinus ,  come  si  ha  da  una  carta  nel 
1234-  A  ce  e pit  quoque  rcvocationem  fa- 
cilita ti  s  imponendi  per  dioecesim  vedi- 
gal.  an.\iZc)fi7ctae  Guigoni  Delfino,  et 
Guillelmo  Pictaviensi.  Innocenzo  III  le- 
ce Guglielmo  patriarca  di  Gerusalemme, 
amministratore  del  Patrimonio,  e  morto 
in  Asisi  nel  1236  fu  trasferito  il  corpo  in 
Altacomba  nella  Savoia.  Gli  fu  surroga- 
to nel  124©  il  fratello  b.  Bonifacio  di  Sa- 
voia già  certosino  e  superiore  del  mona- 
stero di  Nantua,  poscia  vescovo  di  Bel- 
ley,  indi  consagrato  in  Lione  da  Innocen- 
zo IV  in  arcivescovo  di  Cantorbery  nel 
1  244?  morto  nel  castello  di  s.  Elena  nel- 
la Savoia  a'i  8  luglio  1270:  per  le  sue  vir- 
tù e  santità  di  vita,  Gregorio  XVI  ne 
confermò  il  cullo  immemorabile  e  Io  bea- 


3o  VAL 

tifico  con  altri  reali  di  Savoia  x\e\i  838, 
come  narrai  in  tale  articolo.  Quali  fos- 
sero le  sue  virtù  e  quale  la  sua  dottrina, 
specialmente  lo  dimostra  il  modo  con  coi 
egli  amministrò  le  sue  cinese,  degno  suc- 
cessore nella  Cantauriense  a  s.  Edmondo. 
Libéralissimo  verso  i  poveri,  solertissimo 
nelT  estirpazione  degli  errori ,  difensore 
gagliardo  delle  prerogative  e  libertà  del- 
la Chiesa,  si  mostrò  indefesso  nel  solleva- 
re i  caduti,  Dell'antivenire  i  misfatti,  uni- 
camente intento  alla  difesa  della  fede  di 
Cristo,  alla  cura  del  suo  gregge,  all'  in- 
cremento della  religione.  Nel  \il\5  gli 
successe  il  fratello  Filippo  di  Savoia  ,  e 
fatto  arcivescovo  di  Lione  ritenne  l'am- 
ministrazione di  Valenza,  di  più  Innocen- 
zo IV  lo  dichiarò  rettore  di  Romagna; 
intervenne  nel  1248  al  sinodo  di  Valen- 
za, ma  per  morte  di  Pietro  suo  fratello 
conte  di  Savoia  nel  1 267  o  nel  1 268,  non 
essendo  iniziato  negli  ordini  sagri, rinun- 
ziò le  dignità  ecclesiastiche  e  col  nome 
di  Filippo  I  passò  a  regnare  nella  Savoia. 
Ne'  comizi  capitolari  per  l'elezione  del 
nuovo  pastore,  furono  nominali  Bertran- 
do della  casa  di  Poitiers  vescovo  d'Avi- 
gnone, e  Guido  de  Montlor  o  Montelau- 
10  canonico  di  Puy;  ma  Clemeute  I V  sen- 
tenziò a  favore  del  i.°  e  lo  traslocò  aila 
sede  Valentina,  e  morì  nel  1274*  Allora 
Guido  ottenne  il  vescovato  e  fu  confer- 
mato dal  b.  Gregorio  X,  ma  nell'istesso 
anno  morì  in  Tarascona.  A'  22  gennaio 
1275  morì  anche  il  vescovo  di  s.  Diez, 
Amedeo  I  de'  couti  di  Ginevra.  Essendo 
dunque  vacanti  le  sedi,  il  b.  Gregorio  X 
le  unì  insieme,  come  già  notai,  ordinan- 
do che  dovessero  concorrere  nell'  elezio- 
ne del  vescovo  i  suffragi  de' due  capito- 
li, e  che  s'intitolasse  vescovo  di  Valenza 
e  di  s.  Diez,  per  cui  i  Sammartani  ne  ri- 
portano la  serie  colle  notizie  in  quella  de* 
vescovi  di  Valenza,  e  soltanto  i  nomi  in 
continuazione  dell'altra,  Dìensem  Epi- 
scopi et  Oomites,  t.  2,  p.  553.  Il  i.°  ve- 
scovo di  Valenza  e  s.  Diez,  il  b.  Grego- 
rio X  lo  creò  in  Vienna  uel  medesimo 


VAL 

1275,  nella  persona  di  Amedeo  de  Rous* 
ki Ioli  nobile  del  Delfina to,  già  abbate  mo- 
naco saviniacense,per  modestia  ripugnan- 
te con  lagrime.  Chiaro  per  lodevoli  ge- 
sta, morì  in  s.  Diez  a' 17  settembre  1282. 
Gli  successe  il  suo  consanguineo  Giovan- 
ni 11  de'couti  di  Ginevra  neli283,  e  ri- 
ceve l'omaggio  de'feudatari  delle  due  dio- 
cesi, morendo  nel  1 297.  Ne  occupò  la  se- 
de il  cugino  Guglielmo  de  Roussilon,  che 
molte  belle  cose  operò  nella  pace  e  nella 
guerra  ,  a  vantaggio  delle  sue  sedi ,  nel 
1298  dividendo  il  collegio  de'canonici  di 
Valenza  e  di  s.  Diez, riuniti  dallo  zio  Ame- 
deo; così  concluse  vantaggiose  convenzio- 
ni per  le  sue  chiese  co'ceusuari  delle  me- 
desime, benemerito  terminando  di  vive- 
re nel  1  33  1 .  Ademaro  de  la  Voute  no- 
bilissimo di  Anduse,  canonico  Valentino 
e  diese,  molte  cose  operò  quanto  a'  be- 
ni delle  due  mense  co'  dipendenti.  Nel 
1  336  da  Viviers  vi  fu  traslato  Enrico  I 
de'signori  di  Villars,  e  pervenuto  il  Delfi- 
nato  al  figlio  del  re  di  Francia,  per  esso 
ricevè  il  giuramento  da  diversi  feudatari. 
Nel  1 343  Pietrode  Castroluce  abbate  clii- 
niacense, indi  sepolto  in  Clùny.  Nel  1 35?. 
Giovanni  Jofeury  o  Jausceut  o  Gauscens; 
nel  1  354  Lodovico  de  Villars  fratello  del 
vescovo  Enrico  I;  nel  1379  Guglielmo  de 
la  Voute  nobile  di  Anduse,  che  fu  tur- 
bato dV Ministri  del  delfiuo.  Intanto  in- 
sorto il  grande  scisma  d'occidente,  soste- 
nulo  dall'antipapa  Clemente  VII  de'cou- 
ti di  Ginevra  in  Avignone,  ne  seguì  l'ub- 
bidienza la  Francia  ,  ed  in  conseguenza 
Valenza  e  s.  Diez.  Fra  gli  anticardinali 
che  il  pseudo  Clemente  VII  creò  nel  1 383, 
vi  comprese  il  nipote  o  cugino  Amedeo 
de'marchesi  di  Saluzzó (V ,\  vescovo  di 
Valenza  e  s.  Diez,  nello  stesso  anno,  già 
canonico  arciprete  della  chiesa  metropo- 
litana di  s.  Giovanni  di  Lione  ,  indi  de- 
cano ei.a  dignità  di  s.  Maria  di  Bayeux, 
e  per  le  ragioni  di  Beatrice  de'couti  di 
Ginevra  sua  madre  era  signore  di  Aulon 
iti  Francia.  Nel  1394  successo  nell'anti- 
papalo  Beuedctlo  XIII,  compì  Amedeo 


VAL 

per  lui  un'  onorifica  legazione  n  Ferdi- 
nando I  re  d'Aragona,  p  meglio  al  prede- 
cessore Mai  lino.  Abbandonato  poi  il  par- 
tito avignonese  e  Io  scisma,  si  accostò  al- 
l'ubbidienza romana,  quindi  si  trovò  nel 
famoso  sinodo  di  Pisa  nel  5409,  dove  fu 
riconosciuto  per  vero  cardinale  da  Ales- 
sandro V.  Neli4io  divenne  decano  del- 
la cattedrale  di  Puy,  e  adunatosi  il  con- 
cilio di  Costanza  v'intervenne  e  molto  in 
esso  operò  per  V  unione  e  la  pace  della 
Chiesa.  La  saviezza  e  la  prudenza  gli  con- 
ciliarono la  stima  di  tutti  que' padri  ,  a 
segno  che  iielf  elezione  del  nuovo  Papa 
ebbe  12  voli  per  la  suprema  dignità;  ma 
prevalse  l'esaltazione  di  Martino  V,  che 
inviò  il  cardinale  in  Francia,  travagliata 
dalle  civili  discordie  e  dalie  guerre  stra- 
niere, per  tentare  di  ristabilirvi  la  pace. 
Ma  mentre  tornava  in  Italia  mori  a'  28 
giugno  1 4 *9-  Fu  dotto  e  amante  delle 
lettere,  e  mentre  stava  in  Costanza,  si  oc- 
cupò con  altri  prelati  della  lettura  di 
di  Dante,  e  volendolo  far  conoscere  a  due 
vescovi  inglesi,  fece  calde  istanze  al  rimi- 
nese  fr.  Giovanni  da  Serravalle  vescovo 
di  Fermo,  perchè  voltasse  in  prosa  latina 
e  quindi  commentasse  la  Divina  Com- 
media. A  tale  faticoso  lavoro  si  accinse 
que!  prelato,  principiandolo  il  1  ."febbraio 
1 4 1 6  e  compiendolo  a*  1 6  febbraio  1 4 1 7 
nella  stessa  Costanza,  con  lettera  dedica- 
toria al  cardinale  ed  a'due  vescovi  ingle- 
si, nella  quale  si  scusa,  attesa  la  brevità 
del  tempo,  d'essere  stato  costretto  a  far 
la  traduzione  meno  elegaulemente,  e  si 
conserva  mss.  nella  biblioteca  Capponia- 
te, ora  Vaticana.  Avendo  il  cardinal  di 
Saluzzo  rinunziato  le  due  sedi ,  fin  dal 
1 388  gli  successe  ne'vescovati  Enrico  li, 
il  quale  donò  in  parte  Montilisio  a  Fran- 
cesco de  Cossenatico,  per  200  fiorini  d'o- 
ro annui  e  la  protezione  di  sua  chiesa, 
come  con  altri  e  con  altri  luoghi  avevano 


pie 


aticato  i  suoi  predecessori,  che  si 


pon- 


uo  leggere  nella  Gallia  Christiana.  Nel 
i3go  Giovanni  di  Poitiers  de  signori  di 
s.  Valerio  0  di  Saiut-Vallier,  caro  al  i.° 


VAL  3i 

delfino  di  Francia  Carlo,  rettore  del  con- 
tado Venaissino  per  la  Chiesa  romana,  al  - 
la  cui  ubbidienza  era  tornata  Valenza  e 
la  Francia  ;  e  morto  dopo  lunghissimo 
vescovato  neh  45 1,  fu  sepolto  nella  cat- 
tedrale. Essendosi  già  dimesso  neh  44^» 
in  questo  gli  successe  Lodovico  di  Poitiers 
nipote  suo,  abbalcdi  s.  Rufo  e  RomaneU- 
se,  preposto  della  cattedrale  Valentina. 
Ebbe  questioni  co'rninistri  del  Delfinato, 
per  avere  alterato  la  moneta,  e  dalla  cau- 
sa che  fece  fu  deciso  dal  deputato  del  re 
l'arcivescovo  di  Reims:  Nidlam  jurisdi- 
clionem  in  ch'itale  Valenti nensi  compe- 
tere Regi.  Nel  1  45o  ricevè  l'omaggio  del 
delfino  Lodovico  e  di  altri  feudatari,  di- 
cit  in  comitatibus  Valentiae  et  Ditte; 
idem  r  eri  pi  t  ab  e odem  Ludovico  i456, 
Pisancianum  prò  homagio,  et  consor- 
tium  Comitatuum.quod  .sex  ante  annis 
ei  concesserat.  Nel  1  468  Gerardo  de'si- 
gnori  di  Crussol,  sui  judicibus  consti tu- 
tiones  in  foro  servandas  ordinavi t.  Nel 
1472  Giacomo  de' signori  di  Ratarnay, 
decano  di  Grenoble,  caro  a  LodovicoXI, 
governò  sino  a' 12  aprile  1  47^-  ^e'  se~ 
guente  anno  Antonio  de  Balsac  priore  di 
s.  Cassiano  de'canonici  di  s.  Rufo,  ricevè 
nella  clientela  di  sua  chiesa  diversi  signo- 
ri. Neh  491  Giovanni  de'signori  d'Espi- 
nay,  canonico  tesoriere  di  Rennes,  ab- 
bate d'Acquaviva,  consigliere  regioe  pro- 
fessore di  leggi ,  fu  promulgalo  nel  col- 
legio de'canonici  dal  canonico  decano  di 
s.  Diez:  procedette  contro  gli  eretici  val- 
desi neh494>  ed  ammise  all'omaggio  al- 
cuni feudatari. Nel  1  5o3Gaspare  deTour- 
non  arcidiacono  Valentino,  restò  eletto  da' 
canonici  in  concorrenza  d'Urbano  de'  si- 
gnori di  Miolans,  la  controversia  venen- 
do decisa  dal  primate  di  Vienna;  non  o- 
stanle  Urbano  si  usurpò  il  titolo  di  vesco- 
vo, di  che  fu  privato  nel  concilio  di  La- 
terano  V nel  i5i 5. Neh 52i  fu  latto  am- 
ministratore di  Valenza  e  di  s.  Diez  il 
cardinal  Giovanni  di  Lorena  (F.)  deca- 
no del  sagro  collegio*  Neh  524  il  cardi- 
nal Francesco  Clermont(V.) legato  d'A- 


32  VAL 

vignone,  e  poi  anch' esso  decano  del  sa- 
grò  collegio.  Pei*  sua  cessione,  nel  1 53 1 
fu  fatto  vescovo  Antonio  de  Vesc  abbate 
di  s.  Afrodisio.  Nel  i53j  Giacomo  de 
Tournon  fratello  del  vescovo  Gaspare, 
traslato  da  Castres.  Nel  i553  Giovanni 
de'signori  di  Monluc,  d'ingegno  e  facon- 
<iia  ornato,  consiglieredi  Caterina  de  Me- 
dici, e  pe'tempi  turbolenti  celebre  esper- 
tissimo ambasciatore  in  Italia,  Germania, 
Inghilterra,  Scozia,  Polonia  e  Costantino- 
poli. Nella  rinomala  assemblea  di  Poissy 
difese  energicamente  gl'interessi  e  la  re- 
ligione de' cattolici;  e  nella  dieta  di  Var- 
savia contribuì  all'elezione  in  re  di  Po- 
lonia di  Enrico  di  Valois.  Nella  legazio- 
ne eli  Polonia  trattò  pure  nelle  corti  di 
Svezia,  Moscovia,Transilvania  e  Austria. 
Lodato  da  molli  scrittori,  morì  in  Tolo- 
sa e  fu  sepolto  in  s.  Stefano  con  onorifi- 
co epitaffio.  In  difficili  tempi  gli  succes- 
se il  nipote  Carlo  de  Gelas  de  Leberon 
nel  i58o,  poiché i  novatori  ugonotti  com- 
misero esecrabili  nefandezze  in  s.  Diez  e 
in  Valenza;  nel  1600  morì  in  Pavia.  Gli 
fu  surrogato  il  nipote  Pietro  Andrea  de 
Gelas  de  Leberon,  che  illustrò  le  sue  se- 
di per  la  difesa  che  imprese  della  reli- 
gione cattolica  combattuta  da  detti  ere- 
tici, e  sostenne  gravi  fatiche  sino  al  1621 
in  cui  morì  presso  s.  Liberata.  Il  signo- 
re e  priore  di  questa  e  nipote  suo,  Carlo 
Giacomo  de  Gelas  de  Leberon  ,  abbate 
di  s.  Maria  di  Bonacomba,  nel  1624  ne 
occupò  la  cattedra,  facendo  il  suo  ingres- 
so a  Valenza  a'6  febbraio,  ed  in  s,  Diez 
a' 6  aprile  1625.  Restaurò  le  chiese  e  i 
luoghi  occupali  e  devastati  dagli  ugonot- 
ti ,  redense  alcuni  luoghi  della  mensa 
impegnali  per  le  calamità  de'tempi,  re- 
staurò pure  l'episcopio  di  Valenza,  l'au- 
mentò e  abbellì.  In  Alessiano  eresse  una 
casa  suburbana  pe'successoriChiamò  nel- 
la sua  diocesi  il  gesuita  s.  Francesco  Regis 
per  esercitarvi  il  suo  zelo  colle  missioni, 
massime  nel  borgo  di  s.  Aggreva  ripieno 
d'eretici  ugonotti,  e  vi  esercitò  molte  e- 
toiche  virtù;  così  a  s.  Andrea  di  Fangas 


VAL 

e  ne'dintorni.  Neh  644  stabilì  in  Valen- 
za il  seminario  per  12  chierici,  e  vi  noie 
a  insegnare  i  sacerdoti  delle  due  diocesi. 
Ammise  nella  stessa  città  i  recollelti,  in 
Montilio  e  Crista  le  monache  della  Visi- 
tazione, e  le  orsoline  in  Cabeoli ,  dista, 
s.  Diez  e  Valenza.  Intervenne  a'  comizi 
tenuti  in  Parigi  dai  clero  gallicano  pel 
1625,  i635  e  i645>,  presso  la  qual  città 
morì  a  Du  Mesnil  nel  «654,  lodato  e  ze- 
lantissimo pastore.  Eidcni  consacrai  Hi- 
storiam  de  rebus  gestis  Valcntinorwii 
ac  Diensium  Praesulum  Joanneni  Co- 
lumbus anno  i652.  Nel  i654  fu  eletto 
Daniele  de'signori  di  Cosnao  Episcopus 
Comes  Valenti nus  et  Diac,  regio  consi- 
gliere e  priore  cluniaceuse  ,  consagrato 
dall'arcivescovo  di  Bourges,  indi  delega- 
to coli'  arcivescovo  di  Vienna  a'  comizi 
generali  del  clero  in  Parigi.  Di  lui  e  de' 
successori  tratta  la  nuova  edizione  del- 
la Gallia  Christiana.  Separate  le  chiese 
di  Valenza  e  di  s.  Diez,  nel  1700  fu  fat- 
to vescovo  di  Valenza  Giovanni  de  Ca- 
lellandi  Tolosa,  d'una  famiglia  ragguar- 
devole nella  toga,  la  quale  die  alla  chiesa 
di  Rieux  un  vescovo,  e  pubblicò;  And- 
quités  de  l'Eglise  de  Valence,  avec  des 
reflexionsy  sur  ce  qu  ily  a  de  plus  re- 
marquable  dans  ecs  antieprités,  Valence 
1724.  L'  egregio  vescovo  scrittore  parla 
di  sua  illustre  chiesa  ,  come  un  tenero 
padre  parlerebbe  de' suoi  figli.  Da  per 
tutto  manifesta  il  più  gran  zelo  per  la  con- 
servazione del  deposito  della  fede;  ila  per 
tutto  si  mostra  penetrato  da  quello  spi- 
rito di  pietà  ch'era  suo  proprio.  Morì  ge- 
neralmente compianto  dalla  sua  gregeia, 
al  principio  deli  725.  Le  Notizie  di  Ro- 
ma riportano  i  seguenti  suoi  successori. 
Nel  1726  a'  3i  marzo  Alessandro  Milon 
di  Parigi.  Nel  1772  Fiacrio  Francano 
de  Grave,  di  Blaye  diocesi  di  Bordeaux. 
Nel  1788  Gabriele  Melchiorre  de  Mes- 
sey,di  Binile  diocesi  di  Langres.  Neh  802 
Francesco  Recherei,  della  diocesi  di  Cou- 
tances.  NeliSrg  Maria  Giuseppe  Anto- 
nio Lorenzo  Larivoire  de  la  Tou rette,- 


VAL 

di  Tours:  nel  suo  vescovato  Pio  Vili  col 
breve  ExponiNobis  ,de' 'i5  maggio  1 83o, 
Bull.Rom.  cont.  t.18,  p.  106:  Concessio 
indulgentiarum  assequendarum  ab  eìst 
qui  visitaverint  ccclesiam  monìalium 
Nativi talis  Domini  Nostri  Jesn  divisti 
ordìnis  s,  Augusiini  dioecesis  Valenti- 
nensis.  Per  sua  morte,  G regorio  XVI  nel 
concistoro  de' 1 3  luglio  1840  preconizzò 
a  vescovo  successore  Pietro  Chatrousse, 
di  Voiron  diocesi  di  Grenoble,  già  par- 
roco di  diverse  chiese,  vicario  generale 
del  proprio  vescovo  di  Grenoble,  pio,  dot- 
to, probo  e  di  tutta  esperienza.  Asuo  tem- 
po, come  riferisce  il  Giornale  di  Roma 
deli 852  a  p.  522,  a' 25  maggio  in  Va- 
lenza (ovvero  nella  vicina  diocesi  di  Gre- 
noble) ebbe  luogo  la  sagra  ceremouia  del 
gettito  deliaci  .a  pietra  nella  chiesa  della 
Salelte.  La  funzione  riuscì  magnifica,  ad 
onta  del  cattivo  tempo.  Nel  giorno  in- 
nanzi una  quantità  di  pellegrini  erasi 
portata  sulla  piazza  in  cui  avea  avuto  luo- 
go l'apparizione;  ad  un'ora  del  mattino 
vi  avevano  già  avuto  luogo  2000  comu- 
nioni, e  i  sacerdoti  non  bastavano  all'af- 
fluenza de'fedeli;  ma  nel  giorno  lo  spet- 
tacolo divenne  ancor  più  imponente.  Da 
ogni  banda  saliv  ano  lunghe  file  di  pel- 
legrini che  pareva  uscissero  dal  fianco  stes- 
so della  montagna.  Nulla  di  più  grandio- 
so, religioso  e  pittorico  delle  processioni 
che  si  fecero,  le  quali  precedute  da'  loro 
stendardi  giungevano  precorse  dalla  me- 
lodia de'divoti  loro  cantici.  Si  fece  a  scen- 
dere a  più  di  1 5,ooo  il  numero  de'  fore- 
stieri accorsi  a  quella  sagra  funzione.  Il 
più  vivo  entusiasmo  poi  si  manifestò  nel- 
la moltitudine  quando  vide  giungere  mg.1 
Filiberto  de  Bruillard  vescovo  di  Greno- 
ble, che  malgrado  l'età  non  avea  temu- 
to d'intraprendere  il  viaggio  per  assister- 
vi. Mg.r  Chatrousse  vescovo  di  Valenza 
celebrò  la  messa  all'aria  aperta  sotto  una 
tenda,  e  quindi  fece  l'inaugurazione  del- 
la i.a  pietra.  Tutto  fu  fatto  coll'ordine  il 
pi  ù  perfetto,  e  la  memoria  di  sì  augusta 
ceremonia  non  uscirà  mai  di  mente  a 
voi.  L1XXVIII. 


VAL  33 

quanti  vi  assisterono.  L'accennata  appa- 
rizione è  quella  della  ss.  Vergine,  avve- 
nuta nel  1846  sulla  montagna  della  Sa- 
lette, della  quale  non  poco  si  scrisse,  on- 
de ricorderò  i  seguenti  opuscoli.  La  ve- 
rilé  sur  Vévéncment  de  la  Salette  du  ig 
septembre  1 846,  011  Rapport  a  mg.T  VE- 
veque  de  Grenoble  sur  l'apparition  de 
la  Sainle  Vierge  ci  deux  petits  bergers 
sur  la  montagne  de  la  S 'alette ,  cantori 
de  Corps  (Tsere),  par  Vabbé  Rousselot, 
chanoine,  professeur  au  seminaire  dio- 
césain  de  Grenoble ,  vicair  general  ho- 
noraire  du  diocese.  Avec  Vapprobatìon 
de  mg.r  VEvéque  de  Grenoble,  Greno* 
ble  1848.  La  verità  dell'  avvenimento 
di  La  Salette  del  19  settembre  1846. 
Rapporto  a  mg*  Vescovo  di  Grenoble 
de*  commissari  incaricati  di  raccoglie- 
re e  verificare  i  fatti  comprovanti  V ap- 
parizione della  B.  Vergine  a  due  pa- 
storelli sulla  montagna  di  La  Salette. 
Pubblicata  per  cura  delcav.AntOfiioRe, 
Milano  1 852  con  figure.Lo  stesso  GYorrcrt- 
le  di  Roma  del  1 853,  a  p.  794  e  8 1 8,  ri- 
porta. A'6  di  agosto  il  vescovo  di  Valen- 
za mg.r  Chatrousse  indirizzò  a'fedeli  della 
città  e  diocesi  una  lettera  circolare  per  an- 
nunziare loro  la  solenne  traslazione  del 
corpo  di  s.  Aria  Eutichiana,  che  fino  dal 
1847  vi  avea  portato  da  Roma.  Questa 
santa  giovinetta  romana  ,  martirizzata 
per  la  fede  di  Gesù  Cristo,  fu  trovata  in 
Pvoma  nel  cimiterio  di  s.  Priscilla  presso 
la  viaSalaria,a'28  aprile  1846.  Il  marmo 
che  copriva  il  suo  sepolcro,  era  stato  po- 
sto dallo  sposo  ElioCrispino,  e  perciò  col- 
la seguente  iscrizione.  Ariae  Eutichiane- 
ti  con-  jugiBenemerentì  feci t-Aelius  Cri- 
spinus.  La  traslazione  ebbe  luogo  a  Va- 
lenza con  grande  pompa  ,  secondo  la  se- 
guente narrazione  del  Courrier  de  la 
Dróme  de'  3i  agosto.  Principiò  la  cere- 
monia colla  messa  solenne  pontificata  da 
mg/  Paolo  Naudo  arcivescovo  d'Avigno- 
ne. I  vescovi  di  Viviers,  di  Nimesedi  Va- 
lenza vi  assisterono  col  numeroso  clero 
della  città  e  de'din torni.  La  bella  basilica 

3 


14  VAL 

romana  di  s.  Apollinare  in  tale  occasio- 
ne era  stata  ornata  con  ricchezza  e  gu- 
sto. Dopo  la  messa  la  processione  per- 
corse la  via  dalla  parte  della  chiesa  di  s. 
Giovanni,  ove  dal  giorno  precedente  sul- 
l'altare maggiore  stavano  alla  venerazio- 
ne de'  fedeli  esposte  le  preziose  reliquie 
della  s.  Martire  ,  in  mezzo  un  numero 
straordinario  di  ceri  e  di  vasi  di  fiori.  In 
quel  frattempo  il  prefetto  di  Valenza,  il 
general  Lafontde  Villiers  comandante  la 
suddivisione  militare,  il  [.'aiutante  Va- 
cher  funzionante  pel  maire,  seguiti  da' 
principali  funzionari  della  città  ,  tutti  in 
grande  costume,  si  recarono  egualmente 
a  questa  chiesa,  onde  colla  loro  presenza 
concorrere  allo  splendore  della  di  vota  ce- 
i emonia.  Alle  ore  io  circa  i  primi  sten- 
dardi entrarono  nella  chiesa  di  i.  Gio- 
vanni, onde  uscirne  dalla  porta  laterale. 
Il  tempio  era  pieno  di  popolo  quanto  mai, 
e  la  processione  non  fece  che  traversarlo. 
]\Ig.r  arcivescovo  d'Avignone  con  mitra 
e  pastorale,  e  gli  altri  3  vescovi  nomina- 
ti, soltanto  in  cappa, si  collocarono  nel  co- 
ro, e  dopo  le  consuete  preghiere  e  alcu- 
ne parole  fervorose  sulla  circostanza,  det- 
te dal  curato  della  parrocchia,  la  proces- 
sione s'avviò  per  la  cattedrale  a  deposi- 
tarvi il  s.  Corpo.  Dopo  3  mesi  di  penosa 
malattia  ,  sopportala  con  grande  rasse- 
gnazione, a'  16  maggio  1857  mg.r  Cha- 
trousse  vescovo  di  Valenza  passò  a  vita 
migliore.  Indi  nel  concistoro  di  Bologna 
de'3  agosto,  il  regnante  Pio  IX  dichiarò 
suo  successore  l'odierno  mg.'Gio.  Ballista 
Paolo  M.a  Lyonnet ,  di  s.  Etienne  arci- 
diocesi  di  Lione,  trasferendolo  dalla  se- 
de di  s.  Flour,  già  rettore  del  piccolo  se- 
minario di  Lione,  canonico  e  vicario  ge- 
nerale di  quella  metropolitana  earcidio- 
cesi,  grave,  dotto,  prudente,  d'ottimi  co- 
stumi e  pieno  d'esperienza  nelle  cose  ec- 
clesiastiche. Ogni' nuovo  vescovo  è  tassa- 
lo ne' libri  della  camera  apostolica  in  fio- 
rini 370.  La  diocesi  si  estende  per  circa 
20  leghe  di  lunghezza  e  20  di  larghez- 
za, contenendo  più  luoghi. 


VAL 

Concilìì  di  Valenza. 
Il  i.°  fu  tenuto  a'  12  luglio  374,  per 
far  cessare  alcune  discordie  insorte  in  Va- 
lenza. Vi  assisterono  circa  3o  vescovi,  di 
22  de'quali  compreso  il  diocesano  ne  ab- 
biamo i  nomi:  credesi  che  fossero  la  mag- 
gior parte  della  Gallia  Narbonese,  e  che 
fosse  questo  come  un  concilio  di  tutte  le 
Gallie.  Vi  fu  proposto  di  rimediale  a  cer- 
ti disordini,  i  quali  eransi  introdotti  nel- 
la Chiesa.  Uno  di  questi  abusi  riguarda- 
va coloro,  ch'erano  stati  bigami  o  ammo- 
gliali due  volle,  o  che  avendo  sposato  del- 
le vedove,  erano  sollevati  allo  stato  ec- 
clesiastico. Il  concilio  dichiarò,  che  que- 
sto non  è  mai  permesso,  neppur  (piando 
tali  matrimoni  fossero  stati  fatti  avanti  il 
battesimo;  ma  non  depose  quelli  eh'  era- 
no stali  eletti  in  questa  guisa,  purché  non 
avessero  commesso  qualche  fallo,  che  li 
rendesse  indegni  del  ministero.  Il  2.0  ca- 
none non  vuole  che  si  accordi  facilmente 
penitenza  allegiovanijche  dopo  essersi  con 
volo  consagrate  a  Dio,  erano  passate  vo- 
lontariamente allo  stato  del  matrimonio. 
11  3.°  fondasi  sul  concilio  Niceno,  che  ac- 
corda a  quelli  ch'erano  caduti  dopo  il  bat- 
tesimo nell'  idolatria,  e  che  si  erano  fatti 
ribattezzare,  incesta  lavalìone,  la  grazia 
di  poter  soddisfare  alla  Chiesa  colla  pe- 
nitenza canonica,  ed  estende  la  peniten- 
za degli  apostati  sino  all'ultimo  giorno 
della  vita,  laddove  il  concilio  Niceno  ac- 
corda loro  la  comunione  dopo  12  anni  di 
penitenza.  Il  4-°  canone  è  rimarcabile. 
Siccome  tulli  quelli,  che  hanno  ricono- 
sciuto gli  obblighi  dello  stato  ecclesiasti- 
co, hanno  sempre  moltissimo  appreso 
d' incaricarsi  d'  un  fardello  si  pesante  e 
sì  pericoloso,  così  trovavansi  allora  delie 
personeche  per  evitarlo dichiaravansi  fal- 
samente rei  di  qualche  peccalo  mortale, 
che  gli  escludeva  secondo  i  canoni.  Ora 
questo  concilio prescrisse,chedebbasi  cre- 
dere alle  persone  sulla  loro  parola,  e  sia- 
no esclusi  dal  vescovato,  dal  sacerdozio  e 
dal  diaconato,  come  rei  del  delitto  onde 
accusavansi,  0  della  bugia  o  della  calun- 


VAL 

nia  contro  se  stessi.  II  2.0  concilio  fu  ce- 
lebrato nel  529  o  nel  53o,  i  di  cui  «itti 
si  sono  perduti;  però  da  un  frammento 
citato  nella  vita  di  s.  Cesario  dal  diacono 
Cipriano  ,  scorgesi  che  vennero  trattate 
le  materie  per  la  verità  della  grazia  e  del 
libero  arbitrio,  contro  i  semi-pelagiani, 
e  che  s.  Cipriano  vescovo  di  Tolone  pro- 
vò coli' appoggio  della  s.  Scrittura  e  de' 
Padri,  che  l'uomo  non  può  far  nulla  nel- 
l'opera della  sua  salute  se  non  vi  è  chia- 
mato da  un  a  grazia  di  Dio  preveniente. 
Il  3.°  concilio  fu  teuuto  nel  584  °  nel 
585  nel  regno  di  Goutrano  re  d'Arles  e 
di  Borgogna,  e  si  compose  di  17  vescovi, 
compreso  Sapodo  o  Supando  d' Arles  che 
li  presiedette.  Questo  concilio  accordò  al 
re  e  alle  sue  istanze  la  conferma  delle  do- 
nazioni fatte  o  da  farsi  a'  luoghi  santi  e 
alle  chiese,  da  lui,  dalla  regina  Auslre- 
childe,  e  dalle  due  figlie  ch'erano  consa- 
grate a  Dio,  con  proibizione  sotto  pena 
di  scomunica,  a' vescovi  di  detti  luoghi  ed 
a' re,  di  toccar  nulla  iti  avvenire  di  sif- 
fatti beni.  Il  concilio  intende  per  luoghi, 
le  chiese  di  s.  Marcello  di  Chalons  e  di 
s.  Sinfronianod'Autun.  11  4. "concilio  nel 
589,  fu  relativamente  a'beni  della  Chie- 
sa. 11  5.°  si  adunò  l'8  gennaio  855,  d'or- 
dine dell'  imperatore  Lotario  I,  coli'  in- 
tervento di  14  vescovi  delle  3  proviucie 
di  Lione,  Vienna  e  Arles,  e  vi  si  fecero 
23  cauoni,  de' quali  i  primi  6  sono  dot- 
trinali. Questo  concilio  fu  tenuto  per  oc- 
casione del  vescovo  di  Valenza  accusato 
di  diversi  delitti.  I  delti  primi  canoni  con- 
tengono varie  decisioni  sulla  grazia  ,  sul 
libero  arbitrio  e  sulla  predestinazione; 
gli  altri  riguardano  diversi  punti  di  di- 
sciplina ecclesiastica.  I  vescovi  inserirono 
nel  4-°  canone  una  clausola  per  rigetta- 
re come  inutili,  nocevoli  e  contrari  alla 
verità,  i  4  articoli  di  Quercy,  spiegando- 
si in  una  maniera  poco  favorevole  a've- 
scovi  di  quel  concilio  dell'  853,  ed  i  19 
altri  con  forza  di  Giovanni  Scoto, impe- 
gnalo da  Incmaro,  contro  la  dottrina  di 
Gottescalco,  a  scrivere  su  materie  ch'e- 


VAL  35 

gli  non  intendeva  e  perciò  riprensibile. 
Il  6.°  concilio  dell'890,  per  ricevervi  Lui- 
gi, figlio  di  Bosone,  per  re  d'Arles.  Il  7.0 
nel  1 1 00  per  esaminare  le  accuse  e  le  do- 
glianze de'canonici  d'Autun,  controil  lo- 
ro vescovo  Nortgaudo  o  Nerigodo  o  Ne- 
rigaldo  ,  incolpandolo  d'  esser  asceso  su 
quella  sede  per  simonia,  coll'aiuto  d'  U- 
go  o  Ugouo  abbate  di  Flavigny,  e  di  scia- 
lacquarne i  beni.  1  cardinali  Giovanni  e 
Benedetto  legati  di  Papa  Pasquale  II  ci- 
tarono quel  vescovo  al  concilio  malgrado 
la  protesta  de'canonici,  che  dichiararono, 
non  potersi  tradurre  fuori  della  loro  pro- 
vincia, e  ad  onta  dell'opposizione  dell'ar- 
civescovo di  Lione, il  quale  lagnavasi  che 
i  legati  gli  togliessero  il  giudizio  d'un  ve- 
scovo di  sua  provincia.  L'affare  siccome 
gravissimo,  da'24  vescovi  intervenuti  di- 
scusso e  agitato,  ne  fu  rimessa  la  deci- 
sione al  concilio  di  Poitiers,  il  quale  e- 
gualmente  venne  presieduto da'cardinali 
Giovanni  e  Benedetto.  Frattanto  il  vesco- 
vo fu  dichiarato  sospeso  da  tutte  le  fun- 
zioni vescovili  e  sacerdotali  ;  ma  Ugo  di 
Flavigny  fu  rimandato  assolto  alla  sua 
badia.  Nel  concilio  di  Poiliers,  convinto 
il  vescovo  d'Autun  di  simonia,  fu  depo- 
sto dal  vescovato  e  dal  sacerdozio.  L'8.° 
concilio  fu  adunalo  per  la  conservazione 
della  fede,  la  pace  e  la  libertà  della  Chie- 
sa, a'5  dicembre  1248,  coll'intervento  e 
presidenza  del  cardinal  Pietro  di  Colle- 
mezzo  e  del  cardinal  Ugo  di  s.  Caro  le- 
gato della  s.  Sede  per  Inuocenzo  IV,  de- 
gli arcivescovi  di  Narbona,  di  Vienna, 
d'Arles,  d'Aix  e  loro  sufFraganei,  esseu- 
do  vescovi  di  Valenza  Filippo  di  Savoia. 
Vi  si  pubblicarono  2  3  canoni  per  fare  e- 
seguire  gli  antichi ,  rinnovandosi  la  sco- 
munica contro  l' imperatore  Federico  II 
ed  i  suoi  fautori  e  aderenti.  Vi  si  dice, 
che  quelli  che  non  eseguiranno  le  senten- 
ze degl'inquisitori,  saranno  trattati  come 
fautori  di  eretici.  »  Noi  abbiamo  inteso, 
che  alcuni  scomunicati  fanno  degli  sta- 
tuti e  de'decreti  contro  quelli  che  gli  sco- 
municano, e  che  denunziano  queste  sco- 


36  VAL 

numidi  e.  Noi  ordiniamo,  che  quelli  i  qua- 
li avranno  fatti  tali  statuti  siano  scomu- 
nicati per  questo  stesso  motivo,  e  che  si 
cessi  dalL'uffizio  divino  dovunque  si  tro- 
veranno". Regia,  t.  3,  i3,  1 i,  i(\.  Lab- 
bé,  t.  2,  5  ,  8,  9,  1 1.  Arduino,  t.  1,  3, 
5,  6,  7. 

VALENZA,  Valentia  o  Balentia  e 
per  corruzione  Colonia.  Sede  vescovile 
della  Frigia  Pacaziana,  sotto  la  metro- 
poli di  Laodicea,  nella  diocesi  d'Asia.  Eb- 
be a  vescovi  :  Evagrio,  che  prese  la  dife- 
sa dell'eresiarca  Nestorio  contro  il  con- 
cilio generale  d'Efeso  del  43 1,  e  fu  uno 
di  quelli  che  pretendevano  che  Cirillo 
d'Alessandria  non  facesse  l'apertura  del 
concilio  prima  dell'  arrivo  di  Giovanni 
d'  Antiochia.  Basilio,  che  sottoscrisse  il 
concilio  in  Trullo  nel  691.  Pantaleone, 
che  nel  786  assistette  al  VII  concilio  ge- 
nerale. Oriens  chr.  t.  1,  p.  817. 

VALERI  ANO  (s.),  martire.  V.  Mar- 
cello (s.),  martire. 

VALERI  ANO  (s.),  martire.  V.  Tibur- 
zio,  Valeriano  e  Massimo  (ss.). 

VALERIANOo  VALERINO  (s.),  ve- 
scovo  d'  Auxerre.  Fu  il  3.°  vescovo  di 
quella  chiesa,  verso  la  metà  del  IV  se- 
colo. Egli  inspirò  colle  sue  istruzioni  il 
disprezzo  del  mondo  a  s.  Amatro,  e  lo 
eccitò  allo  studio  della  s.  Scrittura.  Il  suo 
nome  si  trova  tra*  vescovi  delle  Gallie  che 
intervennero  a'  concilii  di  Colonia  e  di 
Sardica.  Assistette  cogli  altri  vescovi  del- 
la provincia  alla  consagrazione  di  s.  Eu- 
verto  d'  Orleans.  Dopo  avere  retto  per 
3o  anni  la  chiesa  d'Auxerre,  passò  alla 
beata  eternità,  e  fu  sepolto  sul  monte  A- 
tre.  Il  suo  corpo  fu  poscia  trasportato 
nella  chiesa  che  dal  VI  secolo  in  poi  por- 
ta il  suo  nome  ;  ed  havvi  pure  una  chie- 
sa a  lui  intitolata  a  Chàteaudun  nella  dio- 
cesi di  Chartres,  ove  da  molto  tempo  si 
custodisce  una  parte  delle  sue  reliquie. 
La  sua  festa  si  celebra  il  7  di  maggio. 

VALERI  CO  (s.),abbate.Natonell'Al- 
vergna  circa  la  metà  del  VI  secolo,  pas- 
sò l'infanzia  custodendo  le  greggie  di  suo 


VAL 

padre.  Allorché  seppe  leggere  apprese  il 
Salterio  a  memoria,  e  divenne  sua  più 
diletta  occupazione  il  cantare  in  chiesa 
le  lodi  del  Signore.  Avendo  deciso  di  con- 
sagrarsi  al  servigio  di  Dio,  si  presentò  al 
monastero  di  Autumon  0  di  Autoin  pò- 
sto  nel  vicinato;  ma  suo  padre  impedì 
che  vi  fosse  ricevuto.  Raddoppiate  però 
le  sue  istanze,  ottenne  d'esservi  ammes- 
so. Egli  mostrò  tanto  fervore,  che  veni- 
va proposto  agli  altri  qual  modello  di 
perfezione.  Ritirossi  poscia  nel  monaste- 
ro di  s.  Germano  d'  Auxerre,  dove  se- 
guivasi  una  regola  molto  austera.  La  ri- 
putazione di  santità  che  godevano  i  mo- 
naci di  Luxeul  gl'inspirò  il  desiderio  di 
andare  a  vivere  con  essi,  sapendo  che  s. 
Colombano,  il  quale  li  governava,  era 
uno  de'  più  grandi  maestri  nella  vita  spi- 
rituale. Rimase  parecchi  anni  in  questa 
comunità,  e  quando  s.  Colombano  fu  co- 
stretto allontanarsene  per  la  persecuzio- 
ne suscitata  contro  di  se,  s.  Valerico  ri- 
mase nel  monastero,  e  ne  prese  la  difesa 
per  quanto  gli  fu  possibile.  Durante  il 
viaggio  che  s.  Eustasio  fece  in  Italia  per 
indurre  s.  Colombano  a  ripassare  in 
Francia,  fu  incaricato  s.  Valerico  del  go- 
verno dell'abbazia.  Non  guari  dopo  que- 
sto santo  uscì  del  monastero  con  s.Wal- 
doleno  per  andare  a  fare  delie  missioni 
in  diverse  provincie.  Quando  furono  nel- 
la Neustria  chiesero  al  re  Clotario  II  un 
luogo  in  cui  potessero  ritirarsi  ;  ed  ei  do- 
nò loro  la  terra  di  Leuconay,  all'imboc- 
catura della  Somma,  nel  Ponthieu,  do- 
ve Berardo  vescovo  di  Amiens  permi- 
se loro  di  edificarsi  una  cappella  con  due 
celle.  S.  Valerico  convertì  moltissimi  in- 
fedeli colle  sue  predicazioni  e  co'suoi  e- 
sempi.  Volendo  parecchi  de' suoi  disce- 
poli vivere  sotto  la  sua  direzione,  egli  do- 
vette far  fabbricare  delle  nuove  celle. 
Consagrava  all'  orazione,  alla  lettura  e 
al  lavoro  delle  mani  il  tempo  che  non 
ispendeva  nell'istruire  il  prossimo,  e  dava 
a'poveri  ciò  che  ritraeva  dalle  sue  fati- 
che. I  suoi  digiuni  erano  sì  rigorosi  che 


VAL 

talvolta  passava  alcuni  dì  di  seguito  sen- 
za prendere  cibo  alcuno;  alcuni  rami 
distesi  per  terra  servivangli  di  letto.  Mo- 
rì il  12  dicembre  del  622,  nel  qual  gior- 
no è  onorato,  non  meno  che  al  i.°d'  a- 
prile.  Nel  luogo  in  cui  era  il  suo  romi- 
torio si  edificò  un  monastero  che  prese 
il  di  lui  nome,  ed  ivi  pure  formossi  una 
città  conosciuta  sotto  il  suo  Dome.  Le  sue 
reliquie  furono  successivamente  portate 
in  diversi  luoghi,  ma  poscia  si  riposero 
nel  monastero  da  lui  intitolato,  apparte- 
nente alla  congregazione  di  s.  Mauro. 

VALERIO  (s.),  2.0  vescovo  di  Tre- 
veri.  Mandato  da  Roma  nelle  Gallie  sul 
finire  del  IH  secolo,  fu  successore  di  s. 
Eucario  sulla  sede  di  Treveri.  Mancano 
sicure  notizie  della  sua  vita,  poiché  gli 
atti  di  s.  Valerio  pubblicati  da  Erigerò 
abbate  di  Lobes  nel  980,  e  da  Goldsche- 
ro  monaco  di  Treveri  nel  secolo  XII, 
meritano  poca  fede.  E  però  noto  per  l'an- 
tichità del  culto  che  gli  rende  la  Chiesa, 
ed  è  onorato  in  Treveri  a'  29  gennaio, 
nel  qual  giorno  è  nominato  nel- marti- 
rologio romano. 

VALERIO  oVALlER  Agostino,  Car- 
dinale. Patrizio  veneto, nacque  a'7  apri- 
lei53o  nella  fortezza  di  Legnago,  dove 
Bertuccio  suo  padre  era  magistrato  della 
repubblica,  nipote  per  parte  di  sorella 
del  cardinal  Navagero,  di  cui  scrisse  e 
pubblicò  la  vita,  e  potè  molto  profittare 
sotto  la  di  lui  egregia  disciplina.  Si  gua- 
dagnò non  solo  la  stima  de'suoi  condisce- 
poli, ma  ancora  quella  de'precettori,  per 
l'applicazione  assidua  allo  studio,  eccel- 
lente e  straordinaria  erudizione,  non  me- 
no che  per  le  sue  virtù,  di  zelo  e  carità 
pel  prossimo,  d'innocenza  di  costumi  e 
fortezza  di  pudico  animo,  per  cui  ne'gio- 
vauili  anni  seppe  trioufar  colla  fuga  d'u- 
na rea  donna  che  da'suoi  amici  era  stata 
appositamente  introdotta  nella  sua  came- 
ra. Dopo  aver  sino  dal  i558  letto  pub- 
blicamente in  Venezia  filosofia  morale, 
fu  promosso  nel  1 565  da  Pio  IV  alla  chie- 
sa di  Verona  rinunziata  dallo  zio,  a  in- 


V  A  L  37 

situazione  specialmente  di  s.  Carlo  Bor- 
romeo, che  ne  conosceva  il  merito  e  il  va- 
lore, e  alle  cui  istanze  più.  volte  predicò 
nella  sua  metropolitana  di  Milano.  Go- 
dendo l'amicizia  e  la  santa  conversazio- 
ne di  quell'arcivescovo,  imitatore  del  suo 
verace  zelo,  oltre  all'assistere  in  tempo 
di  peste  con  indefessa  cura  e  fervore  gli 
ammalati  e  i  moribondi,  stabilì  di  cele- 
brare ogni  anno  il  sinodo  diocesano,  am- 
maestrando in  persona  i  parrochi  nelle 
cose  appartenenti  alla  cura  e  direzione 
dell'anime.  Fu  tanto  alieno  dall'interes- 
se, che  non  conobbe,  ne  mai  maneggiò 
monete;  laonde  essendogli  riferito  che  si 
sospettava  della  fedeltà  del  suo  maestro 
di  casa  nell'azienda  domestica,  egli  do- 
mandò quanto  poteva  costui  appropriarsi 
in  un  anno,  ed  essendogli  risposto  un 
5oo  scudi,  disse:  E  perchè  non  com- 
prerò per  5oo  scudi  la  quiete  dell'ani- 
mo? Fondò  il  seminario,  per  la  quale 
pia  opera  poco  mancò  che  non  vi  perdes- 
se la  vita  ;  dappoiché  vi  fu  chi  non  po- 
tendo soffrire  che  si  erigesse  quella  nuo- 
va fabbrica,  ebbe  la  temerità  di  colloca- 
re un'arme  da  fuoco  ben  carica  sotto  la 
sedia  del  trono  episcopale,  sul  quale  do- 
vea  il  vescovo  ascoltare  la  predica  ;  e  fu 
un  prodigio  1'  essersi  scoperta  l' iniqua 
trama  dall'  odore  del  miccio  che  nasco- 
sto vi  ardeva,  senza  che  il  prelato  mo- 
strasse risenti  mento  all'orribile  attentato. 
Fondò  spedali  e  altri  luoghi  pii,  provvi- 
de all'onestà  delle  femmine,  e  ridusse  gli 
ebrei  sparsi  per  Verona  in  luogo  chiuso 
e  appartato.  Nella  città  introdusse  i  ge- 
suiti, i  minimi  e  i  teatini.  Nudrì  tene- 
ra e  costante  divozione  alla  B.  Vergine, 
onde  nella  chiesa  di  s.  Anastasia  di  Ve- 
rona de'domenicani,  fece  a  suo  onore  co- 
struire una  nobile  cappella  al  ss.  Rosa- 
rio. Tale  città,  per  gratitudine  de'segna- 
l.i li  benefizi  ricevuti  da  lui,gf  innalzò  una 
statua  di  metallo.  Informato  Gregorio 
XIII  del  suo  merito  insigne,  lo  nominò 
visitatore  apostolico  di  Vicenza,  Padova, 
Venezia,  e  nelle  provincie  d'Istria  e  Dal- 


38  VAL 

mazia  per  la  riforma  de'costumi,  e  per  re- 
stituire all' aulico  lustro  l'ecclesiastica 
disciplina  assai  decaduta  in  quelle  parli. 
La  stessa  autorità  gli  conferì  sopra  tutte 
le  chiese  del  dominio  veneto,  onde  in  Ve- 
rona potè  comporre  le  gravi  discordie  ec- 
citatesi fra'cittadini  e  il  capitolodella  cat- 
tedrale, pacificando  insieme  gli  animi  e- 
sacerbati.  In  ricompensa  di  queste  e  allre 
gloriose  azioni,  Gregorio  XIII  a'12  de- 
cembrei583  lo  creò  cardinale  prete  di 
s.  Marco,  in  cui  cinse  il  coro  di  ben  lavo- 
rali sedili  di  noce,  l'abbellì  di  pitture,  e 
vi  lasciò  chiari  monumenti  di  sua  pietà 
ed  ecclesiastica  munificenza.  Sopra  la  se- 
de del  titolare,  situala  nel  mezzo  del  co- 
ro, fece  collocare  l'immagine  della  Ma- 
donna, la  quale  volle  pure  che  si  pones- 
se dipinta  sulla  porta  dell'abitazione  con- 
tigua del  cardinal  titolare.  Paolo  V  nel 
1606  lo  fece  vescovo  suburbica rio  di  Pa- 
lestrina,  e  chiamato  a  Roma  fu  ascritto  al- 
la congregazione  del  s.  offizio,ed  a  quella 
dell'indice,  e  fatto  esaminatore  de'vesco- 
vi.  Riflettendo  che  co'gravi  carichi  ad- 
dossatigli dal  Papa,  nou  poteva  di  per- 
sona prestare  alla  diocesi  di  Verona  la 
dovuta  assistenza,  ottenne  che  gli  fosse 
dato  a  coadiutore  Alberto  Valerio  suo 
nipote,  vescovo  di  Famagosta.  Sebbene 
sgravalo  della  cura  di  Verona  e  inoltra- 
to negli  anni,volle  intraprenderne  il  viag- 
gio in  lempo  d'inverno  per  pacificare  i 
nobili  co'ciltadini,  fra'quali  eransi  risve- 
gliate le  sopile  discordie.  Questo  cardi- 
nale fu  assai  dotto  e  perito  nelle  teologi- 
che e  legali  discipline,  nelle  lingue  gre- 
ca, latina  ed  ebraica,  e  nella  sagra  elo- 
quenza, come  lo  dimostrano  l'erudite  sue 
opere,  delle  quali  fece  il  lungo  catalogo, 
olire  il  Torrigio,  De  Scriptoribus  Car- 
dinalibus,  il  cardinal  Quirini  nella  Por- 
pora e  Tiara  veneta.  Come  visse,  morì 
santamente  in  lloma  a*23  maggio  1606 
di  77  anni  non  compiti,  pel  dolore  dia  - 
ver  veduto  l'interdello  che  Paolo  Va vea 
fulminalo  contro  la  sua  repubblica.  Usuo 
corpo  trasferito  a  Verona  fu  sepolto  nella 


VAL 

cattedrale  col  solo  nome  inciso  sulla  la- 
pide sepolcrale.  Intervenne  a  6  conclavi 
e  fu  assente  da  quello  di  Sisto  V.  Esal- 
tarono le  opere  e  le  virtù,  di  questo  degno 
porporato,  che  lauto  bene  scrisse,  Della 
dignità  del  Cardinalato ,  i  cardinali  Pa- 
leottoe  Daronio,  Spondano,  Ghilini,San- 
dero,  Vittorelli  e  altri  :  ne  scrisse  la  vita 
Gio.  Ventura  veronese,  presso  Calogerà, 
Opuscoli,  l.  25,p.  8 1 , e  fu  poi  ristampata 
dal  Valvasense  in  Venezia  nel  1704.  Il 
cardinal  Benlivoglio  nelle  Memorie  ne 
fece  splendido  elogio,  descrivendolo  ve- 
nerabile per  presenza  e  costumi,  candi- 
do di  natura,  pio  e  tutto  ecclesiastico,  si- 
mile a'santi  vescovi  che  aveano  illustralo 
l'antica  chiesa, purgatissimo  scrittore  lati- 
no, e  di  grande  erudizione  in  tutti  i  ge- 
neri, uno  de' più  celebri  personaggi  del 
suo  secolo. 

VALERIO  o  VAL1ER  Pietro,  Car- 
dinale. Nipote  del  precedente  e  patrizio 
veneto,  canonico  di  Padova,  dopo  esse- 
restato  impiegato  nel  governo  di  s.  Se- 
verina,  Rifatto  vescovo  di  Famagosta  e 
poi  arcivescovo  di  Candia,  e  per.  riguar- 
do de'suoi  personali  meriti  e  di  que'gra li- 
dissimi che  si  acquistò  colla  Chiesa  uni- 
versale il  celebre  zio,  Paolo  V  agli  1 1  gen- 
naio 162  1  lo  creò  cardinale  prete  di  s.  Sal- 
vatore in  Lauro, dal  qual  titolo  passò  poi  a 
quello  di  s.  Marco,eneh62  3  da  Gregorio 
XV  fu  fatto  vescovo  di  Ceneda,  chiesa  che 
neh  625  cambiò  con  quella  di  Padova.  Per 
la  singoiar  sua  divozione  verso  la  B.  Ver- 
gine fondò  a  suo  onore  3  sontuose  cap- 
pelle, una  in  Verona  dove  istituì  9  cap- 
pelianie,  altra  nella  chiesa  di  s.  Maria 
delle  Grazie,  dell'  isola  presso  Venezia, 
e  la  3.a  in  Padova,  nella  qual  città  fondò 
altre  cappellanie  con  reudite  e  ministri 
pel  servigio  e  cullo  delle  medesime.  Do- 
po esser  intervenuto  a'  conclavi  di  Gre- 
gorio XV  e  Urbano  Vili,  lasciò  questa 
mortai  vila  in  Padova  nel  1629,  in  re- 
putazione di  singoiar  probità  e  integrità 
di  costumi,  come  rilevasi  dall'  iscrizione 
posta  sotto  il  suo  ritratto  nella  casa  arci- 


VAL 
pretale  della  terra  d'Abano.  Fu  sepolto 
in  quella  cattedrale,  il  cui  capitolo  Inscio 
erede  di  tutte  le  sue  sostanze.  Sotto  il 
poi  tico  della  chiesa  di  s.  Marco,  alla  quale 
il  cardinale  donò  la  sua  sagra  suppellet- 
tile, e  un  considerabile  legato  al  capitolo, 
fu  posta  aita  sua  memoria  da  esso  una  la* 
pide  onorevole. 

VALESIANI.  Eretici  discepoli  di  Va- 
lesio  filosofo  d'Arabia,  che  comparve  ver- 
so l'anuo  230.  Era  nell'errore  di  credere 
che  la  concupiscenza  agiva  sull'uomo  con 
tanta  violenza,  che  non  poteva  resister- 
le, nemmeno  col  soccorso  della  grazia  ; 
e  su  questo  falso  principio  insegnava  che 
l'uomo  non  poteva  essere  salvato,  se  non 
era  Eunuco  (l  .).  Quindi  i  valesiani  fa- 
cevano eunuchi,  di  consenso  o  per  forza, 
non  solamente  quelli  che  abbracciavano 
la  loro  setta,  ma  anche  gli  stranieri  che 
incontravano  o  che  ricevevano  presso  di 
loro;  e  dopo  l'operazione  dell'  evirazio- 
ne, consistente  nella  castrazione  o  taglio 
delle  parti  genitali,  permettevano  a'  loro 
discepoli  di  mangiare  ogni  sorta  di  vi- 
vanderò che  prima  gli  proibì  vano. Pren- 
devano il  nome  di  Gnostici  o  di  Saggi 
e  leggenti,  a  cagione  della  loro  pretesa 
purezza.  Ciò  ha  dato  occasione  di  con- 
fonderli co'guostiei  Carpocraziani,  che 
avevano  preso  lo  stesso  nome,  benché  le 
loro  massime  fossero  assai  impure.  I  va- 
lesiani si  sparsero  nell'Arabia,  e  s.  Epifa- 
nio è  lo  scrittore  che  li  combatte  più  di 
tutti.  Riferisce  tutte  le  loro  ragioni  e  ri- 
sponde a  ciascuna  in  particolare.  Anche 
s.  Agostino  li  confutò;  e  Niceta,  Tkes. 
Orth.  Fidci,  lib.  4>  e.  3o.  Osserva  Can- 
cellieri, 77  Mercato,  p.  204,  che  l'eresiar- 
ca Valesio  si  eunuco,  come  Origcne(F.)J 
e  in  condannato  co'  valesiani  suoi  imi- 
tatori. Tra  le  altre  analoghe  erudizio- 
ui,  ricorda  che  Origene,  pel  sommo  suo 
amore  alla  purità,  avendo  preso  letteral- 
mente ciò  che  dice  l'Evangelo,  degli  Eu- 
nuchi, che  tali  si  sono  fatti  pel  regno  de* 
cieli,  giunse  all'  eccesso  di  evirarsi,  e  a 
mettersi  in  procinto  di  recare  incenso  agii 


VAL  39 

idoli,  piuttosto  che  consentire  che  un  em- 
pio etiope  disfogasse  la  sua  libidine  sopra 
di  lui.  L'  infame  e  obbrobriosa  pedera- 
stia, Tabbominai  e  detestai  anche  neli.° 
de' ricordati  articoli. 

VALFKÈ  Sebastiano  (beato).  Nacque 
a'g  marzo  1 629  in  Verduno,  diocesi  d'Al- 
ba nel  Piemonte,  da'piissimi  Gio.  Batti- 
sta d'onorata  e  antica  famiglia,  ed  Ar- 
gentina Manzona,  che  vivevano  e  sosten- 
tavano la  numerosa  prole  lavorando  la 
terra  e  coltivando  que' pochi  poderi,  che 
avevano,  colle  lore  mani  medesime.  Nel- 
1'  età  puerile  cominciò  a  dare  indizi  di 
quell'eroica  virtù,  alla  quale  è  arrivato 
colmo  di  meriti  e  di  anni.  Avea  un  cuo- 
re tenerissimo  verso  i  poveri,  praticava 
somma  astinenza  dalla  più  tenera  età,  ed 
era  ubbidiente  senza  ritardo  a' geuitori. 
Cresciuto  in  età,  fu  mandato  alla  scuoia 
delle  umane  lettere  in  Alba  e  poi  a  Bra, 
dove  diede  segui  di  maturo  giudizio,  e  di 
non  ordinario  progresso  nelle  lettere  e 
nelle  virtù.  Conoscendo  la  divina  voca- 
zione allo  stalo  ecclesiastico,  vestì  l'abito 
chiei  icale,  e  dopo  aver  superale  moltedif- 
ficollà,a'2i  maggioi644  dal  proprio  ve- 
scovo fu  promosso  a'  primi  due  ordini 
minori,  e  nell'anno  seguente  ricevè  gli  al- 
tri due.  Obbligato  dal  nuovo  stato  a  pro- 
muovere le  sue  applicazioni  allo  studio  e 
alla  pietà,  per  rendersi  più  capace  stro- 
meulo  della  gloria  di  Dio  e  più  utile  o- 
peraio  nella  vigna  di  Gesù  Cristo,  si  por- 
tò in  Torino  allo  studio  della  filosofìa  e 
della  teologia.  A'26  maggio  i65i  entrò 
uella  congregazione  dell'oratorio  di  To- 
rino (nel  quale  articolo  in  più  luoghi  ra- 
gionai del  servo  di  Dio)  recentemente  fon- 
dala nel  1649.  La  nascente  congregazio- 
ne non  avendo  fratelli  laici,  il  fervente 
uovizio  ad  imitazione  de'primi  compagni 
del  fondatore  di  tutta  la  congregazione  s. 
Filippo  Neri  (Z7.),  si  addossò  volentieri  i 
ministeri  più  abbietti  servendo  alla  cuci- 
na, alla  porta,  al  refettorio,  e  ad  ogni  al- 
tro ullìzio  il  più  basso  e  gravoso.  Intan- 
to non  tralasciando  d'attendere  agli  sludi, 


4o  VAL 

dispostosi  col  maggiore  raccoglimento  al 
sacerdozio,  lo  stesso  suo  vescovo  lo  pro- 
mosse a'24  febbraio 1 652.  Indi  neliG5(> 
compì  gli  studi  di  teologia  con  plauso  ti- 
ni versale  della  città,  insignito  della  laurea 
dottorale.  Il  primo  ufficio  a  lui  aflìdalo  fu 
quello  di  prefetto  dell'  oratorio,  e  Io  so- 
stenne per  18  anni  interrottamente,  con 
ammirazione  e  frutto  in  tutti  i  concor- 
renti. Fu  egli  il i.°  ad  introdurre  il  siste- 
ma dell'oratorio  stesso,  che  mise  diligen- 
temente in  pratica.  Egli  sostenne  ezian- 
dio l'uffizio  di  preposilo  della  casa  di  To- 
rino per  20  anni,  non  però  consecutivi. 
Le  preghiere  che  faceva,  le  lagrime  che 
versava  al  fine  del  triennio  per  non  es- 
sere rieletto,  riuscivano  del  tutto  inutili, 
giustamente  persuasi  i  padri,  che  la  sua 
esemplarità  e  osservanza  avrebbe  dato 
spirito,  indirizzo  e  norma  a  tutta  la  con- 
gregazione di  Torino.  Era  effettivamen- 
te un  perfetto  ritratto  di  s.  Filippo,  che 
animava  e  reggeva  i  suoi  figli. Ma  la  dol- 
cezza della  carità,  con  cui  regolava  ,  non 
impediva  che  fosse  a  tempo  e  luogo  in- 
trepido ed  inflessibile.  Voleva  infatti,  che 
le  regole  e  l'osservanze  dell'istituto  si  e- 
seguissero  da'  padri  e  da'fralelli  con  tut- 
ta l'integrità  ed  esattezza.  Ne'  casi  dubbi 
della  regola  s'indirizzava  n  Pioma  consul- 
tando i  padri  più  illuminati  e  insigni  di 
quella  congregazione  madre  e  modello  di 
tutte  le  altre,  e  conforme  alle  risposte  di- 
rigeva se  stesso  e  l'istituto  torinese.  Quan- 
tunque fosse  fornito  di  tutte  le  qualità  ne- 
cessarie per  un  ottimo  confessore,  non- 
dimeno sul  principio  non  ardi  d'ingolfar- 
si in  tal  ministero,  che  pareva  alla  sua 
grande  umiltà  troppo  arduo  e  difficile; 
ma  temendo  d'errare  con  pregiudizio  del- 
l'anima propria  e  dell'altrui,  l'esercitò  a 
poco  a  poco,  e  si  raccomandò  all'orazio- 
ni di  molli,  e  ne  chiese  consiglio.  Persua- 
so poi  ad  esporsi  a  sentire  le  confessioni 
d'ogouno  con  più  frequenza,  fu  così  as- 
siduo, che  dall'aurora  fino  all'ora  della 
mensa  rimaneva  nel  confessionale,  impie- 
gando gl'intervalli  liberi  nella  recito  della 


VAL 

corona  o  nella  lettura  di  qualche  libro,  il 
che  osservandosi  da  un'apostata  fu  cagio- 
ne di  sua  conversione.  Accorreva  dovun- 
que era  chiamato,  senza  far  distinzione 
di  persone,  poiché  abbracciava  tulli  con 
viscere  di  paterno  amore,  econ  ogni  soffe- 
renza dirozzando  l'ignoranza,  rischiaran- 
do i  dubbi,  animando  i  vergognosi,  tran- 
quillando gli  scrupolosi,  tirava  ogni  sorla 
di  peccatori  nella  via  della  salute  egradata- 
mente  alla  virtù,  ed  alla  perfezione.  Alieno 
da  umani  rispetti,  bramava  sradicare  il 
peccato  e  rimuoverne  le  prossime  occasio- 
ni chiunque  ne  fosse  il  colpevole,  mostran- 
do invincibile  fermezza  in  negare  la  sagra- 
mentale  assoluzione,  quando  il  sagro  mi- 
nistero lo  esige. Di  ol'avea  dotato  del  dono 
di  conoscere  il  segreto  de'cuori,onde  soven- 
te vedeva  quanto  i  penitenti  dimenticava- 
no 0  volevano  tacere.  Il  duca  di  Savoia  Vit- 
torio Amedeo  1 1  ,poi  re  diSardegna,l'elesse 
per  suoconfessore,ma  egli  atterrito  da  tale 
incarico  procurò  di  esimersene,  e  noti  l'ac- 
cettò finalmente  che  con  ripugnanza  e  do- 
po molte  preghiere,  e  col  consiglio  de'pa- 
dri  deputati.  Il  rea!  principe  sotto  la  sua 
direzione  operò  moltissime  azioni  di  pietà 
e  di  beneficenza,  che  lo  resero  illustre  ne' 
suoi  domiuii  e  presso  l'altre  nazioni.  An- 
che le  reali  principesse  M.n  Adelaide  e  M.a 
Luisa  sue  figlie  vollero  esserne  penitenti, 
le  quali  per  la  direzione  di  lui  divenne- 
ro specchi  di  virtù  e  di  cristiana  perfe- 
zione, onde  deposto  ogni  fasto  mondando, 
spesso  comparivano  nella  chiesa  della 
congregazioue  e  cou  edificazione  della 
città  si  confessavano  dal  beato  nel  suo 
pubblico  confessionale.  Divulgatisi  i  do- 
ni e  le  virtù  di  lui  nel  dirigere  l'anime, 
concorrevano a'suoi  piedi  da  tutte  le  par- 
ti persone  d'ogni  genere,  grado  e  condi- 
zione. Così  per  Io  spazio  di  tanti  anni  gua- 
dagnò a  Dio  anime  senza  numero, ed  in 
mezzo  all'apostolico  ministero  non  dimen- 
ticava i  saggi  proponimenti,  che  si  avea 
proposti  uell' assumerne  l' esercizio.  Te- 
neva per  prima  di  sue  massime  quella 
ohe  per  riuscir  beue  uell'impresa  d'aiu- 


VAL 

tare  l'anime,  bisogna  attendere  seriamen- 
te alla  propria  perfezione,  e  questo  sen- 
timento insinuava  quanto  poteva  a'  sa- 
cerdoti, che  per  commissione  degli  arci- 
vescovi approvava  per  le  confessioni.  At- 
tese al  sagro  ministero  d'annunziare  quo- 
tidianamente nella  propria  chiesa  la  di- 
vina parola,  secondola  consuetudine  del- 
l'istituto, con  tutte  le  virtù  proprie  degli 
uomini  apostolici,non  solo  in  detta  chiesa, 
ma  nell'altre  ancora,  ne'conservatorii,  ne- 
gli" spedali,  nelle  carceri,  negli  oratori'), 
ove  dopo  aver  istruita  la  gente  rozza  co' 
catechismi ,  d'  ordinario  faceva  qualche 
discorso  morale  a  lutti  i  congregati.  E  seb- 
bene dalle  monache,  da' direttori  delle 
confraternite  e  da'  superiori  de' regolari 
fosse  invitato  a  predicare,  ed  egli  facen- 
dosi tutto  a  tutti  vi  andasse,  tuttavia  non 
sembrandogli  appagato  il  suo  zelo  ed  il 
bisogno  dell'anime,  or  sermoneggiava  nel- 
le pubbliche  piazze,  or  andava  nel  distret- 
to della  parrocchia  di  s.  Eusebio  e  in  al- 
tre cappelle  campestri,  e  que' contadini 
l'udivauo  quale  angelo  del  paradiso.  As- 
sunse quest'  esercizio  ne'primi  anni, e  noi 
lasciò  mai  sino  alla  morte,  beuchè  ottua- 
genario, e  decorato  degli  uffizi  d'esami- 
natore sinodale,  consultore  della  s.  inqui- 
sizione e  confessore  regio.  11  suo  ragiona- 
re era  semplice  e  schietto,  appoggiato  al- 
le divine  Scritture  e  alle  sentenze  de'  ss. 
Padri,  adattandosi  al  bisogno  e  alla  ca- 
pacità dell'uditorio  cou  un  metodo  facile 
e  condotto  da  un  retto  raziocinio.  La  san- 
tità della  vita  dava  forza  e  virtù  alla  sua 
voce,  che  riscaldata  dal  fuoco  dell'amor 
divino  ammolliva  i  cuori  più  duri  e  li  in- 
fervorava alla  pratica  delle  virtù  ed  all'o- 
dio del  peccato  con  mirabili  conversioni. 
Da  certissimi  fatti  si  desùme,  che  lo  spi- 
rito di  Dio  realmente  lo  animava  ne'suoi 
ragionamenti.  L'esercizio  nelle  virtù  teo- 
logali, nelle  virtù  morali  fu  tale  che  tro- 
vatesi in  grado  eroico  gli  meritarono  l'o- 
nore degli  altari.  Non  fu  contento  d'am- 
maestrare colla  voce,  ma  aggiuuse  altresì 
lo  scritto,  e  per  istruire  i  poverelli  che 


VAL  4i 

vanno  per  la  città  die  alla  luce  un  libret" 
to  di  dottrina  cristiana  intitolato:  Breve 
istruzione  alle  persone  semplici.  All'i- 
struzione de' carcerati  prestò  lo  stesso  uf- 
ficio stampando  un  volumetto  che  porta 
il  titolo:  Esercizi  cristiani  proposti  a' car- 
cerali. Finalmente  pe'soldati  impiegò  la 
stampa  d'  una  profittevole  operetta  che 
intitolò:  Modo  di  santificare  la  guerra. 
Egli  fece  pur  gran  bene  nelle  valli  di 
Lucerna,  molto  popolale  dagli  eretici 
Valdesi.  Essendosi  già  per  opera  sua 
assai  ivi  aumentalo  il  numero  de'catto- 
lici,  bisognava  provvederli  di  nuovi  pa- 
stori, fabbricare  nuove  chiese,  e  ristora- 
re o  ingrandire  l'antiche,  e  l'une  e  l'al- 
tre fornire  di  sagre  suppellettili.  Ne  fu  da- 
ta dal  duca  la  commissione  al  beato,  il 
quale  volentieri  l'eseguì  con  prontezza  e 
diligenza.  Si  trattenne  in  quel  paese  8 
giorni,  girando  sempre  per  le  valli  epe* 
monti,  animando  i  fedeli,  predicando  e 
distribuendo  limosine.  Ordinate  nel  tem- 
po stesso  pubbliche  preghiere,  accrebbe 
la  divozione  alla  B.  Vergine,  e  lasciò  dap- 
pertutto perenni  memorie  di  sua  fede  e 
zelo.  Nel  suo  ritorno  die  al  monarca  la 
notizia  di  quanto  avea  osservato ,  e  fu 
pienamente  provveduto  a  ogni  cosa.  Si 
assegnarono  i  sagri  pastori,  si  ristoraro- 
no e  si  fabbricarono  le  chiese,  fu  protet- 
ta la  religione  cattolica  contro  1*  eretica 
pravità  de'valdesi,ed  in  ogni  luogo  si  spar- 
sero libri  di  catechismo  cattolico,  com'egli 
avea  inculcato.  Divolissimo  di  s.  Filippo 
Neri,  nell'aspetto  (come  si  può  vedere  nel- 
la stia  immagine)  e  nell'azioni  appariva  a 
lui  del  tutto  somigliante,  oude  fu  chia- 
mato il  s.  Filippo  di  Torino.  Quando 
quell'  apostolo  moderno  di  Roma  fu  e- 
letto  nel  1695  comprotettore  di  Torino, 
il  beato  si  adoperò  con  sommo  zelo  per 
accrescere  in  tutti  la  fiducia  e  la  divo- 
zione verso  il  santo.  Un  giorno  che  Vit- 
torio Amedeo  li  voleva  in  ogni  modo  no- 
minarlo all'arcivescovato  diTorino,il  bea- 
to gli  disse."  Pare  a  Vostra  Altezza  reale, 
che  un  pretazzuolo,  i  cui  parenti  zappa- 


42  VAL 

i»o  la  terra,  abbia  da  esser  l'arcivescovo 
di  questa  sua  metropoli  ?  "  Per  esentarsi 
dalla  dignità  fece  anche  venire  da  Verdu- 
no  un  suo  fratello  vestito  come  lavorava 
la  campagna,  e  cosi  lo  presentò  al  sovra- 
no. Ma  vedendo,  che  questi  ingegnosi  ar- 
tifizi, suggeritigli  dalla  sua  umiltà, a  nulla 
giovavano,  si  rivolse  con   più  fervorose 
preghiere  a  Dio,  e  finalmente  gli   riuscì 
d'indurre  il  monarca  a  nominare  un  al- 
tro all'arcivescovato, onde  ne  rese  solenni 
grazie  alla  divina  bontà.  Logorodagli  an- 
ni  e  stendalo  dalle  continue  fatiche,  si  ap- 
prossimò al  fine  de'  suoi  giorni  e  al  con- 
seguimento della  gloria  del  paradiso,  a 
cui  furono  mai  sempre  rivolti  tutti  t  suoi 
alfetti.  Egli  avendo  passalo  il  tempo  del- 
la sua  vita  tra  gli  spaventi  de'divini  giu- 
dizi, ei  timori  di  sua  eterna  salvezza,  tra 
le  desolazioni  e  aridità  di  spirito,  come 
si  apprende  da  un  prezioso  niss.  di  sue 
memorie,  inlento  continuamente  a  pro- 
muovere la  gloria  di  Dio,  indefesso  ne- 
gli esercizi  dell'istituto  e  del  santo  mini- 
stero, giunse  per  mezzo  delle  sante  sue 
tribolazioni  e  delle  luminose  sue  virtù  ad 
acquistare  un  totale  distacco  dal  mondo 
e  un'intima  unione  della  sua  metile  e  del 
suo  cuore  con  Dio,  come  scrisse  al  car- 
dinal Colloredo  filippino  suo  protettore 
camico.  Avvicinandosi  al  termine  del  vi- 
ver suo  si  sgravò  del  carico  di  regio  con- 
fessore, ma  non  gli  riuscì  di  lasciar  quello 
di  preposilo  di  sua  congregazione.  Predis- 
se in  diversi  modi  e  in  varie  occasioni  la 
sua  morte,  che  fu  cagionata  da  una  vio- 
lenta costipazione,  la  quale  derivò  dalla 
sua  carità  e  dall'  esattezza  sua  singolare 
alla  connine  osservanza  dell'istituto. 1  me- 
dici nel  principio  non  crederono  perico- 
loso il  male,  ma  presto  disperarono  del- 
la guarigione.  Non  amando  visite  per  vo- 
ler conservare  l'intima  sua  unione  con 
Dio,  co'suoi  più  divoti^sbrigavasicon  po- 
che parole,  suggerendo  loro  qualche  pio 
sentimento.  Lo  visitò  Vittorio  Amedeo  li 
due  volle,  ne  volle  entrare  nella  sua  ca- 
mera senza  prima  avere  inteso  s'era  con- 


V  A  L 

lento  di  riceverlo.  Avendo  bisogno   il 
beato  di  espettorare,  il  duca  gli  porse  la 
sputacchiera,  e  gli  nettò  con  un  panno- 
lino le  labbra;  e  siccome  volevasi  impe- 
dirglielo, disse  il  duca  :  Ancor  io  so  fare 
qualche,  volta  V  infermiere.  Nel  volergli 
sentire  il  polso  ,  gli  baciò  la  mano,  rac- 
comandandosi con  tutta  la  famiglia  alle 
sue  orazioni.  Il  venerabile  vecchio,  con- 
fuso a  questi  segni  d'onore  e  di  riveren- 
za del  suo  sovrano,  gli  disse:  Aver  sem- 
pre pregato  per  lui  e  reale  famiglia,  pro- 
mettendo far  lo  stesso  dopo  morto.  Pe- 
rò gli  raccomandò  di  sollevare  i  sudditi 
dalle  miserie  che  pativano  per  le  guerre, 
e  a"  intendersela  sempre  di  stare  unito 
col  Vicario  di  Gesù  Cristo,  te  vuole  che 
Dio  fé  liei  ti  set  la  sua  reale  famiglia  ed 
il  suo  stato.  Rispose  il  duca:  Sì,  mio  Pa- 
dre,sìj  licenziandosi  colle  lagrime  agli  oc- 
chi. Il  servo  di  Dio  con  tale  esortazione, 
fece  allusione  alle  vertenze  che  il  prin- 
cipe avea  colla  s.  Sede,  che  namai,  come 
redi  Sardegna^.).  Durante  la  malat- 
tia volle  più  volte  confessarsi,  e  la  mat- 
tina de'27  gennaio  17  io  si  comunicò  sa- 
giamentalujente,  con  fervorosi  affetti  di 
pietà  ,  domandando  perdono  a  Dio  de' 
suoi  [leccati,  e  a' padri  della  mala  edifi- 
cazione, invitandoli  a  pregar  per  lui.  Nel- 
la sera  de'28, innanzi  di  ricever  l'olio  san- 
to, volle  esser  benedetto  colla  corona  di 
s.  Filippo,  e  premessele  litanie  della  Ma- 
donna ed  altre  preci.  Ad  istanza  de'padri 
e  fratelli, li  benedisse  come  preposito  tene- 
ramente, raccomandando  loro  la  pace,  la 
carità,  il  buon  nome  della  congregazio- 
ne, di  cui  era  stalo  pressoché  il  fondato- 
re. Con  brevissima  agonia,  senza  turba- 
mento, la  mattina  del  3o  volò  la  sua  bel- 
l'anima a  ricever  la  corona  dell'esimie 
sue  virtù  e  il  premio  di  tante  apostoli- 
che fatiche,  ili  età  ti'  8  1  anni  meno  3<) 
giorni. Appena  lo  seppe  il  duca  di  Savoia, 
esclamò:  Io  ho  perduto  un  grande  ami- 
co, la  congregazione  un  gran  sostegno, 
e  i  poveri  un  gran  protei  torce  padre.  E- 
gualmeule  ne  fu  dolente  la  corte  e  la  cit- 


VAL 

là  di  Torino.  Tutti  accorsero  in  folli  a 
baciar  la  mano  ad  un  santo ,  dicendosi 
eli  era  morto  un  s.  Filippo.  Il  suo  corpo 
fu  collocato  in  due  casse  sigillate  iti  più 
parli  col  sigillo  arcivescovile,  e  tumulalo 
nel  sotterraneo  della  propria  chiesa,  l'è' 
doni  e  grazie  soprannaturali,  di  cui  fu  il- 
lustralo da  Dio  il  b.  Sebastiano  Vaine 
in  vita  e  dopo  morte,  pe'  miracoli  ope- 
rati da  Dio  a  sua  intercessione,  fu  intro- 
dotta la  causa  per  la  sua  cauonizzazione 
da  Pio  VI  ueli784;  riconosciute  le  vir- 
tù in  grado  eroico  e  approvati  due  mi- 
racoli, Pio  Vili  neh  83o  decretò  potersi 
procedere  alla  solenne  beatificazione,  la 
quale  neh  83  i  decretò  Gregorio  XVI, e 
indi  fece  celebrare  solennemente  nella  ba- 
silica Vaticana  a'  3t  agosto  1 834  »  con 
quella  decorosa  pompa  ecclesiastica  de- 
scritta dal  n.°  70  del  Diario  di  Roma  e 
dal  supplemento  al  n.°  74-  U  p.  Seme- 
ria  prele  della  congregazione  dell'orato- 
rio, nella  Storia  della  chiesa  metropoli- 
tana dì  TorinOy  a  p.  387,  descrive  la  fe- 
sta della  beatificazione  del  veti.  Sebastia- 
no Valfrè  celebrata  nella  chiesa  de'fìlip- 
pini  a'2  giugno,  premesso  un  soleune  tri- 
duo, dopo  essere  stale  riconosciute  le  os- 
sa del  bealo  dall'arcivescovo  mg. r  Frau- 
soni  e  collocate  nell'altare.  Abbiamo  il 
Compendio  della  vita  del  beato  Seba- 
stiano l'alfre  della  congregazione  del- 
l'Oratorio  di  Torino^  Roma  1 833.  Vita 
del  beato  Sebastiano  Valfrè  della  con- 
gregazione dell'  Oratorio  di  Torino ^de- 
dicata alla  Santità  di  N.  S.  Papa  Gre- 
gorio XVI,  Roma  1 834.  La  fesla  del  b. 
Valfrè,  Gregorio  XVI  la  stabili  a'  3o 
gennaio. 

VALLACCIIIA.  V.  Valacchia. 

VALLADOLID  o  VAGLIADOLID 
(Vallisoletan).  Città  con  residenza  ar- 
civescovile di  Spagna  nel  regno  di  Leon, 
capoluogo  della  provincia  del  suo  nome, 
distante  27  leghe  da  Burgos,  22  da  Sa- 
lamanca e  37  da  Madrid.  E'  situata  in 
una  gran  pianura  circondala  da  colline 
in  parte  calcaree  e  in  parte  gessose,  sul 


VAL  43 

finmicello  Esgueva  o  Esqueva,  clwe  quivi 
si  divide  in  due  rami,  i  quali  si  varcano 
sopra  parecchi  ponticelli,  e  sulla  sponda 
sinistra  del  Pisuerga  o  Pimerga,  che  la 
bagna  versa  il  nord  e  1'  ovest,  e  si  valica 
sopra  un  ponte  di  pietra  ili  10  archi.  Le 
proposizioni  concistoriali  la  chiamano 
V  allisoletum  Castellae  Veteris  c'witas, 
in  quanto  che  il  regno  di  Leon  fu  unito 
a  quello  di  Casliglia  Vecchia  ,  ma  pro- 
priamente Valladolid  è  nel  detto  regno 
di  Leon;  l'ultima  poi  aggiunge:  quatuor 
mille  circiter  continet  domus,  eamque 
octo  familiarum  milliafere  inhabitant. 
E  pur  sede  del  capitano  generale  di  2.a 
classe,  d'una  grande  cancelleria  e  tribu- 
nale di  giustizia,  d'una  intendenza  e  del- 
l'altre autorità  della  provincia.  E' gran- 
dissima avuto  riguardo  alla  sua  popo- 
lazione, ed  ha  una  cinta  murata  aperta 
da  6  porte,  e  da  due  sobborghi,  Overue- 
la  e  Cisterniga.  Diverse  sue  vie  sono  di- 
ritte e  larghe,  ma  in  generale  male  insi- 
nuiate e  poco  pulite;  la  maggior  parie 
delle  case  sono  antiche  e  poco  notabili  per 
1'  architettura,  ma  ha v vi  una  quantità 
di  case  grandi  chiamate  palazzi,  che  an- 
nunziano l'antico  splendore  di  questa  cit- 
tà e  oggi  sono  in  buona  parte  abbando- 
nale; i  re  vi  hanno  anch'essi  un  palazzo 
di  bella  architettura,  che  spesso  sono  ob- 
bligati restaurare  per  impedire  che  toc- 
chi la  sorte  di  quelli  de' grandi  di  Ca- 
stiglia. Tranne  alquante  chiese  e  conven- 
ti, ben  pochi  altri  edilìzi  si  trovano  degni 
d'essere  ricordati.  Tra  le  pubbliche  piaz- 
ze osservasi  da  un  capo  della  città  il  Cam- 
po Grande  e  nel  centro  la  piazza  Mayor; 
quel  i.°  è  regolare  e  di  grande  estensio- 
ne, cogli  edilizi  che  lo  circondano  senza 
uniformità  e  di  cattivo  gusto;  la  piazza 
Mayor,  quasi  quadrata,  è  anch'essa  gran- 
dissima ed  ornata  in  tutte  le  sue  faccie 
di  case  con  3  ordini  di  balconi  e  loggie, 
sostenuti  da  portici  spaziosissimi  portati 
da  colonne  e  pilastri,  e  l'interno  di  que- 
sta piazza  serve  di  mercato;  quivi  è  si- 
tuato il  palazzo  civico,  più  notabile  per 


44  VAL 

la  grandezza  che  non  per  la  bellezza  del- 
l'architettnua,  e  porta  la  data  della  fine 
del  regno  di  Filippo  IV.  Vi  sono  3  pub- 
blici passeggi,  e  quello  fuor  della  città  è 
il  più  frequentato.  Vagliadolid  gode  d'un 
clima  salubre,  ma  assai  freddo  e  umido 
nell'inverno;  manca  nell'interno  dell'ac- 
qua potabile,  non  essendovi  che  3  fon- 
tane. L'antica  cattedrale,  ora  maestosa 
metropolitana,  era  anticamente  un'abba- 
zia di  s.  Benedetto,  fondata  nel  i  i  1 8;  ven- 
ne secolarizzata  nel  1^97  quando  vi  fu 
stabilito  il  vescovato.  Questa  metropoli- 
tana è  un  edilizio  solido,  ampio ,  di  do- 
rica architettura,  eretto  da  Filippo  II,  e 
sarebbe  uno  de'più  bel  li  edilìzi  della  Spa- 
gna se  fosse  terminato.  Si  gloria  del  ti- 
tolo della  B.  Vergine  Assunta  in  cielo, 
ha  il  baltislerio  e  la  cura  d'  anime,  e  vi 
si  venerano  molte  reliquie  di  santi.  L'an- 
tico capitolo  si  componeva  di  6  dignità, 
lai.1  delle  quali  era  il  decano,  di  19  ca- 
nonici comprese  le  prebende  del  teologo 
e  del  penitenziere,  de'quali  5  coll'intera 
prebenda  e  gli  altri  godenti  la  metà  di 
essa,  dimidii  porlionariij  non  che  di  io 
cappellani,  e  di  più  sacerdoti  e  chierici 
addetti  al  servizio  divino.  Il  presente  ca- 
pi tolo,in  conseguenza  del  concordato  con- 
cluso tra  il  Papa  Pio  IX  e  la  Spagna  (F.) 
nel  i85i,  e  della  lettera  apostolica  Ad 
Vicariami  de'9  settembre,  si  forma  del- 
la 1 ."  dignità  del  decano,delle  dignità  del- 
l'arciprete, dell'arcidiacono,  del  cantore 
e  prefetto  di  scuola,  e  del  tesoriere;  di  4 
canonici  de  officio,  cioè  magistrale,  dot- 
torale, lettorale  e  penitenziale;  di  24  ca- 
pitolari o  canonici  de  grada,  e  di  20  be- 
neficiati per  la  divina  ufliziatura.  II  pa- 
lazzo arcivescovile  manca,  ma  già  il  go- 
verno regio  ne  ha  ordinala  la  costruzione. 
Vi  sono  altre  14  chiese  parrocchiali  e  mu- 
nite del  s.  fonte,  in  generale  ben  ornate  ; 
una  casa  o  convento  di  regolari, numerosi 
monasteri  di  religiose,  4  ospedali, diver- 
si sodalizi  con  oralorii,  l'orfanotrofio  va- 
stissimoe  ottimo, il  monte  di  pietà,  e  il 
seminario  con  alunni.  Quanto  all' 01  fa- 


VAL 

nolrofio  ne  fu  fondatore  il  prete  Alfonso 
de  Guevara  e  altri  chierici ,  e  Clemente 
VII T  col  breve  Esposcit  Pasloralis  ofjì- 
cii,  de'i4  agosto  1592,  Bull.  Rom.X.  5, 
pai*.  i,\).3j5:ScnTinariumPucllarum()r- 
phanarum  Vallisolcti  Palcntinae  dioc- 
cesis,  illiusque  rest  et  bona  quaecum- 
que  jurisdictioni  ordinarli,  ac  regimini 
adniinislratorum  subjiciunliir.  Innanzi 
l'ultime  e  deplorali  politiche  vicende,  in 
Valladolid  eranvi  41  conventi  di  religio- 
si e  2  1  di  monache.lra'primi  distinguen- 
dosi quelli  de'domenicani,  de'fraucescaui 
e  degli  agostiniani.  Le  lettere,  le  scienze 
eie  arti,  da  lungo  tempo  coltivate  e  con 
buon  successo  in  questa  città  ,  vi  tengo- 
no alcuni  belli  stabilimenti.  L'università, 
una  delle  più  antiche  del  regno,  vi  attrae 
gran  numero  di  studenti  e  produsse  de' 
giureconsulti  rinomati;  l'accademia  del- 
le belle  arti  è  anch'essa  molto  frequen- 
tata. Vi  si  contano  8  collegi  :  quello  di  s. 
CruZjfondato  dal  cardinal  Pietro  Gondi- 
salvo  de  Mendoza,  è  uno  de'6  principali 
del  regno;  magnifica  n'è  l'architettura,  e 
la  biblioteca  contiene  edizioni  antiche  e 
mss.  preziosi.  Mentre  era  il  cardinale  lito- 
lare  della  chiesa  di  s.  Croce  in  Gerusa- 
lemme di  Roma,  in  essa  si  trovò  una  par- 
te del  Titolo  della  ss.  Croce[F.),  ivi  rin- 
chiusa 1000  anni  prima  dall'  imperatore 
Placido  Valentiniano  II;  così  in  onore 
della  ss.  Croce,  di  cui  era  profondamente 
di  voto,  fondò  il  detto  collegio  e  un  ospe- 
dale in  Toledo,  di  cui  era  arcivescovo,  a- 
vendo  io  rilevalo  nella  biografia  del  car- 
dinale col  Cardella,che  tanto  presso  il 
collegio  che  presso  1'  ospedale  nasceva 
spontaneamente  un'erba  colla  perfettis- 
sima figura  della  croce.  Affermano  con- 
cordemente gli  storici,  che  essendo  il  car- 
dinal Mendoza  gravemente  infermo,  si  vi- 
de sopra  la  sua  camera  una  splendida 
Croce,  la  quale  non  disparve  finché  il  pio 
cardinale  non  rese  l'anima  a  Dio,  il  che 
avvenne  in  Caracca  nel  i49^«  nl  Valla- 
dolid  fiorirono  3  collegi  per  le  missioni  a - 
postoliche.  11  i.°  si  deve  allo  zelo  del  p. 


VAL 

Michele  Vives  eremitano  ili  s.  Agostino, 
che  fondò  un  collegio  di  missioni  ,  con 
apostòlica  e  regia  approvazione.  I  colle- 
giali erano  destinali  a  predicare  il  Van- 
gelo agl'idolatri  dell'isole  Fdippine.Gl'in- 
glesi  pure  vi  avevano  un  collegio  sotto  il 
titolo  di  s.  Albano  martire,  fondalo  nel 
1 56g  da  Filippo  II,  e  vi  si  ricevevano  an- 
co gl'irlandesi.  Ne  fu  data  la  cura  •'gesui- 
ti, ed  era  stalo  approvato  da  Clemente 
Vili  col  breve  Cum  nullum  firnùusprae- 
sidiumtòe'3  novembre  1 592,  Bull.  Rom. 
t.  5,  par.  1,  p.  4 02.  Avea  ricche  rendite, 
manteneva  perciò  molti  alunni,  i  quali 
prestando  il  giuramento  non  si  obbliga- 
vano a  non  entrare  in  qualche  ordine  re- 
ligioso. Sul  principio  della  fondazione  20 
alunni  di  questo  collegio  ritornando  in 
Inghilterra  vi  subirono  il  martirio.  De* 
cadde  dal  suo  splendore  questo  pio  sta- 
bilimento quando  fu  tolto  a'gesuiti,  e  ne 
seguì  un  notabile  danno.  Dispiaceva  che 
si  continuasse  a  dirigere  da'  gesuiti ,  per- 
che gli  alunni  più.  ingegnosi  sapendo  be- 
ne ammirare  l'esemplare  e  benemerita 
compagnia  di  Gesù  ,  facilmente  doman- 
davano farvi  parte.  Il  rettore,ollre  le  mol- 
te facoltà  riguardanti  le  ordinazioni ,  a- 
vea  anche  quella  di  assolvere  gli  alunni 
dalle  irregolarità  per  essere  nati  da  ge- 
nitori eretici.  A  questo  collegio  essendo 
stati  riuniti  quelli  di  Madrid  e  di  Siviglia 
nel  1 768  e  nel  1770,  vi  si  potevano  man- 
tenere 20  alunni.  Il  collegio  di  Madrid 
per  gl'inglesi  era  sotto  l'invocazione  di  s. 
Giorgio,  ed  i  suoi  beni,  consistenti  iu  ca- 
se nella  città  di  Madrid,  furono  cambia- 
ti in  vigne  nelle  vicinanze  di  Valladolid. 
11  collegio  di  Siviglia  era  sotto  l' invoca- 
zione di  s.  Gregorio  I  Diagno 3  fondalo 
nel  1 592  dalla  s.  Sede  per  le  missioni  d'I  n- 
ghilterra  e  dotato  da're  cattolici,  e  dopo 
chei  gesuiti  cessarono  di  governarlo,  ven- 
duti i  suoi  beui,  il  ricavato  fu  rinvestilo 
in  Valladolid.  Il  3.°  collegio  che  esisteva 
in  Valladolid  era  per  gli  scozzesi.  Fu  fon- 
dato da  un  cavaliere  della  Scozia,  e  venne 
affidalo  a'gesuiti,  i  quali  licenziali  dalla 


VAL  4> 

Spagna  nella  persecuzione  della  veneran- 
da compagnia  ,  i  vicari  apostolici  della 
Scozia  presero  le  opportune  provvidenze 
perchè  le  rendite  del  collegio  non  fossero 
ad  altro  uso  distratte,  diverso  da  quello 
che  si  era  il  fondatore  proposto.  Supera- 
ti grandi  ostacoli,  si  ottenne  l'intento  me- 
diante l'intervento  di  molti  insigni  per- 
sonaggi. In  origine  il  collegio  era  stato 
fondato  in  Madrid,  e  fu  trovala  vantag- 
giosa la  traslocazione  in  parte  della  casa 
de'gesuiti  di  Valladolid,  pel  suo  dolce  cli- 
ma, per  la  sua  abbondanza  e  per  la  sua 
quiete,  e  come  casa  propria  alla  coltura 
delle  lettere  e  della  pietà.  Vi  erano  i5 
collegiali,  che  emettevano  il  solito  giura- 
mentOjed  aveano  regole  conformi  a  quel- 
le de'collegi  pontificii  di  Roma.  11  rettore 
dovea  scrivere  lettera  annualmente  alla 
s.  congregazione  di  propaganda  fide  sul- 
lo stato  del  collegio.  Vi  erano  due  pro- 
fessori spediti  dalla  Scozia  da' vicari  apo- 
stolici. Inoltre  il  rettore  era  munito  di 
ampie  facoltà  per  presentare  gli  alunni 
alle  congregazioni,  e  per  assolvere  anco- 
ra ne'casi  riservati  dalla  bolla  in  Coenne 
Domini,  ed  altre.  Verso  il  1390  Giovan- 
ni I  re  di  Castiglia  fondò  in  Valladolid 
il  celebre  monastero  di  s.  Benedetto,  det- 
to perciò  il  Reale,  nel  luogo  ov'èTa  l'an- 
tica cittadella.  Lo  spirito  dell'istituto  da' 
suoi  monaci  vi  fu  esemplarmente  man- 
tenuto costantemente,  per  cui  servì  di  mo- 
dello ad  altri  monasteri  di  Spagna,  i  qua- 
li uniformandosi  a'suoi  usi  e  pratiche,  co- 
me a  loro  capo  si  assoggettarono,  inclu- 
sivamenle  al  rinomatissimo  monastero  e 
santuario  della  Madonna  di  Monserralo, 
di  cui  parlai  nel  vol.LXVHI,  p.  43eseg. 
Questa  riunione  di  monasteri  formò  la 
congregazione  benedettina  diSpagna,  det- 
ta comunemente  di  Valladolid.  Tutti  i 
monasteri  erano  governati  dal  priore  di 
quello  di  Valladolid,  come  generale  del- 
la congregazione,  a  cui  Alessandro  VI 
die  il  titolo  d'abbate.  Questo  Papa  inol- 
tre ordinò, che  fosse  eletto  da'religiosidel 
monastero  di  Valladolid  ,  e  che  V  eletto 


46 


VAL 


fosse  capo,  visitatore  e  riformatore  ge- 
nerale ili  tutta  la  congregazione.  Dipoi 
Paolo  IV  prescrisse  i  regolamenti  per  la 
convocazione  de'capitoli  generali,  a'quali 
dovevano  intervenire  tutti  i  superiori  de' 
monasteri  per  procedere  all'elezione  del 
generale,  l'uflizio  del  quale  da  a  anni  fu 
prolungato  a  /\.  Anticamente  vestivano 
abito  color  tanè  e  scapolare  nero,  ma 
Paolo  HI  gli  obbligò  a  conformarsi  al- 
l'abito de'  cassinesi.  Per  le  politiche  vi- 
cende,  soppressi  i  monasleri,  si  sciolse  la 
congregazione  benedettina  di  Vallado- 
lid.  Vi  si  trovano  società  economiche  e 
di  carità,  una  caserma  di  cavalleria  e  3 
di  fanteria,  ed  il  teatro.  Valladolid  una 
volta  opulenta  per  la  sua  industria  e  pel 
commercio,  è  in  oggi  molto  decaduta,  né 
più  possiede  clie  alcune  fabbriche  di  sta- 
migne, di  cappelli,  di  fettuccie  di  seta, 
di  tessuti  di  filo,  di  lana  e  di  cotone,  di 
stoviglie  di  terra  ,  di  paste  d' Italia  ,  di 
cioccolata,  di  confetti  e  profumi,  di  lavo- 
ri di  filagrana;  e  ne' dintorni  cartiere  e 
concie  di  pelli.  Il  commercio  consiste  qua- 
si per  intero  di  consumo  locale,  né  può 
diventare  importante  se  non  si  rende  na- 
vigabile la  Piraerga  (ino  al  suo  confluen- 
te col  Duero ,  che  non  è  lontano  più  di 
due  leghe.  Di  poco  conto  sono  l'annue 
fiere  ,  la  più  frequentata  essendo  quella 
de'29  settembre.  Tuttavia  il  gran  nume- 
ro di  alfari  contenziosi  riservati  alla  can- 
celleria di  Valladolid,  quelli  che  concer- 
nono al  capitanato  generale  della  Casti- 
glia  Vecchia  e  all'intendenza  dell'eserci- 
to, Pafllueoza  degli  studenti,  e  il  passag- 
gio continuo  di  viaggiatori  e  negozianti 
che  recami  a  Madrid,  danno  a  questa  cit- 
tà un  aspetto  d'operosità  e  di  movimen- 
to. E  patria  di  gran  numero  di  perso- 
naggi celebri.  Filippo  II  dal  potentissimo 
imperatore  Carlo  V  quivi  sor  fi  i  natali, 
e  mostrando  per  Valladolid  predilezione, 
le  die  il  titolo  di  città,  sovente  nel  palaz- 
zo regio  vi  tenne  la  sua  corte,  vi  adunò 
le  cortes,  la  beneficò  in  più  modi  e  vi  fe- 
ce erigere  la  sede  vescovile.  Fiorirono  in 


VAL 

poesia  e  letteratura  Pedro  Lopez,  G.  Lo- 
mas  Cantoral,  Antonio  Sanchez  lineria, 
Alfonso  Lopez,  Gabriele  del  Corrai,  F. 
Grancian-y-Fernando  JNugnfZ.  |Tra  gli 
storici  d.  Miguel  de  Herrera,  F.  L.  de  Mi- 
randa, F.  Alfonso  Maldonado.  Il  giuris- 
perito Vasquez  Menchaca.  11  dotto  an« 
liquario  Floranes,  ed  i  pittori  Antonio 
Pereda,  e  Filippo  Gilde  Mena.  Ed  in  que- 
sta città,  secondo  la  più  comune  opinio- 
ne ,  finì  di  vivere  il  benemerito  e  cele- 
berrimo scopritore  dell'  Americhe,  Cri- 
stoforo Colombo  de'conti  e  signori  di  Cuc- 
caro,  a'20  maggio  i5o6.  Il  suo  corpo  fu 
condotto  a  Siviglia  nella  chiesa  de'certo- 
siili,  donde  venne  trasferito  nella  cappel- 
la maggiore  della  cattedrale  di  s.  Domin- 
go all'isola  Spagnuola  in  dmerica,  come 
in  tale  articolo  e  altrove  narrai  col  Can- 
cellieri. Finalmente,  nel  1797  le  spoglie 
di  Cristoforo  Colombo  vennero  traspor- 
tate all'Habana  città  principale  dell'iso- 
la di  Cuba  ,  ossia  Avana  (ove  con  altri 
le  dissi  trasferite  nel  182  1)0  s.  Cristofo- 
ro de  Avana  (V.) ,  e  depositate  vicino 
alla  tribuna  della  cattedrale.  Quello  che 
accadde  ad  Omero,  a  Plinio  il  Vecchio , 
a  Catullo,  a  Petronio  Arbitro,  al  Papa 
Urbano  V  ed  a  molti  illustri  antichi  e 
moderni,  essersi  cioè  disputato  sul  luo- 
go che  li  vide  nascere,  avvenne  pur  an- 
co all'intrepido,  al  costante,  al  generoso 
scopritore  del  nuovo  mondo;  a  quel  ge- 
nio che  segnò  una  novella  via  alla  reli- 
gione e  al  commercio.  Non  si  fa  più  que- 
stione sul  luogo  della  patria  del  grand'uo- 
mo,  certo  essendo  genovese,  come  della 
sua  nobile  stirpe.  L' illustre  suo  discen- 
dente e  ultimo  rampollo  mg.r  Luigi  Co- 
lombo, protonotario  apostolico  parteci- 
pante e  segretario  della  s.  congregazione 
dell'  Indulgenze  e  ss.  Reliquie  ,  lo  provò 
eruditamente  con  documenti  nella  sua 
bell'opera,  che  indicai  nel  voi.  LXVIII, 
p.  1  14, ignorandone l'autore,che  per  mo- 
destia nascose  il  suo  nome;  come  pure 
provò  che  la  nobile  famiglia  Colombo  si 
divise  iu  3  rami,  cioè  de'conti  di  Cucca- 


VAL 

ro  nel  Monferrato,  di  Coccoleto,  ede'due 
di  Piacenza.  I  due  ultimi  rami  estinti,  su- 
perstite deli.0  è  l'encomiato  ligure  e  vir- 
tuoso prelato,  della  cui  rinomata  opera 
si  Inumo  già  4  traduzioni  in  diversi  idio- 
mi. Tuttociò  che  riguarda  gli  uomini  ce- 
lebri e  che  si  resero  benemeriti  dell'  u- 
manità  è  sempre  caro  e  importante  di 
sapere;  specialmente  ove  si  producano 
«uovi  argomenti,  e  si  tratti  la  questione 
in  guisa  da  più  non  lasciar  luogo  ad  op- 
posizione. Del  magnanimo  Colombo  poi, 
mai  se  ne  parlerà  abbastanza,  sia  per  la 
grandezza  della  sua  stupenda  scoperta, 
feconda  di  meravigliose  conseguenze,  sia 
e  principalmente  pel  suo  vivo  ed  eroico 
sentimento  crislinno,che  mirava  colle  sco- 
perte di  nuove  terre  a  dilatare  le  glorie 
del  Redentore.  Egli  è  per  tutto  questo,cbe 
mi  riesce  sempre  piacevole,  nell'  oppor- 
tunità che  presenta  la  storia,  di  ritorna- 
re a  dire  onorevoli  parole,  su  chi  il  tempo 
e  la  posterità   rese  doverosa  e  luminosa 
giustizia,  e  la  gloria  che  gli  è  dovuta.  Del- 
1  opera  in  discorso,  cioè  Patria  e  biogra- 
fìa del  grande  ammiraglio  D.  Cristofo- 
ro Colombo  scopritore  dell'  America, 
diedero  contezza  e  ragione  il  Giornale 
ditìoma  deh  8 54  a  p-  768;  e  la  Civiltà 
Catlolica3sev\Q  2.%  t.  7,  p.  4 ^.Quest'ul- 
tima che  ne  parla  con  più  estensione,  con- 
clude colle  seguenti  notabili  parole. •'Que- 
sto italiano  non  fu  grande  a  caso, ma  di 
meditato  consiglio  :  non  produsse  beni 
passeggeri,  ma  durevoli,  e  quello  che  più 
monta    ebbe  la  religione  a  movente  de' 
suoi  vasti  disegni  (e  lo  ripetei  anche  io 
in  più  luoghi),  la  religione  a  consigliera 
ed  a  conforto  nell'  attuarli,  la  religione 
a  consolatrice  nelle  immeritate  sventu- 
re. Or  che  di  quest'uomo  molte  città  d'I- 
talia si  contrastinola  gloria,  chi  ben  con- 
sideri, lungi  dall'essere  indizio  di  gret- 
tezza municipale,  è  seguo  d'animi  capa- 
ci di  stimarne  i  pregi,  e  può  essere  spe- 
ranza che  dove  s*  ambisce  il  vanto  di  a- 
vetlo  a  cittadino, colà  eziandio  si  radichi 
questa  verissima  senteuza:  vera  grandez- 


V  A  L 


47 


za  non  poter  essere  senza  virtù  e  senza 
religione  ".  La  stessa  Civiltà  Cattolica, 
serie  3.*,  t.g,  p.  106  e  148, annunziò  e  poi 
alquanto  ragionò  dell'  opera:  Ciistoforo 
Colombo.  Storia  della  sua  vita  e  de' suoi 
viaggi,  sull'appoggio  di  documenti  au- 
tentici raccolti  in  1 spagna  ed  in  Italia, 
del  conte  Rosei ly  de  Lorgues,  volgariz- 
zata per  cura  del  conte  Tullio  Dandolo, 
Milano  1 857.I  dintorni  di  Valladolid  pro- 
ducono grande  abbondanza  di  grani  e  vi- 
ni,sommaco  (arboscello  di  cui  si  fa  la  pol- 
vere per  conciar  corami)  e  legumi  eccel- 
lenti. La  provincia  di  Valladolid  occupa 
la  parte  occidentale  della  Spagna,  ecom- 
ponesi  di  varie  parti  separate,  tra  cui  la 
principale,  quella  nella  quale  trovasi  la 
città  omonima,  è  la  più  orientale,  ed  in 
cui  si  concentra  tutta  l'industria.   Nella 
nuova  divisione  del  regno,  decretala  dal- 
le Cortes  del  1822,  la  provincia  di  Va- 
gliadolid  era  ripartita  tra  quelle  di  Va- 
gliadolid,  Leone,  Zamora,  Segovia,  Pa- 
iencia  e  Burgos.  Valladolid  o  Vagliado- 
lid,  Pintia  e  quindi  V alli soletum ,  rag- 
guardevole città  nel  625  edificata  da 
goti,  fece  parte  del  regno  di  Leone,  il  qua- 
le nella  prima  metà  del  secolo  XI 11  fu 
riunito  al  regno  di   Castiglia  Vecchia, 
la  quale  verso  il  fine  del  XV  secolo  si 
trasfuse  colla  monarchia  di  Spagna,  on- 
de Valladolid  ne  seguì  i  destini  e  le  vi- 
cende politiche.  Un  tempo  Valladolid  ap- 
partenne a 'conti  d'  Urgel.  Il  conte   Er- 
mengaldo  Vili  morendo  nel  1208,  con 
suo  testamento  legò  la  metà  della  città 
di  Valladolid,che  gli  apparteneva  dal  lato 
di  sua  madre  nipote  del  conte  di  Bar- 
cellona, al  Papa  lunocenzo  HI,  non  che 
la  feudal  dipendenza  dell'altra  metà,  a 
condizione  che  facesse  eseguire  il  suo  te- 
stamento. Ma  l'unica  figlia  del  conte  e  sua 
erede  Arembiax,  maritatasi  con  d.  Pie- 
tro infante  di  Portogallo,  venuta  a  mor- 
te nel  i23i,  lasciò  alio  sposo  la  conle-i 
d'Urgel  colla  città  di  Valladolid  e  le  si- 
gnorie che  le  appartenevano.  Il  celebre 
Ferdinando  li  re  d'Aragona  in  Vallado- 


48  VAL 

lid  impalmò  nel  i4^9  'a  celebratissima 
Isabella  1  regina  di  Castiglia,  operando- 
si così  la  riunione  delle  Spagne.  Nel  1 856 
si  stabilì,  che  i  lavori  della  strada  ferra- 
ta da  Valladolid  a  Burgos  sarebbero  co- 
minciali in  breve. 

La  sede  vescovile,  ad  istanza  di  Filip- 
po II  re  di  Spagna,  l'eresse  Papa  Cle- 
mente Vili  con  bolla  dell'i  r  settembre 
1.595,  formandola  diocesi  col  territorio 
dismembrato  da  quella  di  Palencia,  di- 
chiarandola sulTraganea  della   metropo- 
litana di  Toledo;  indi  l'ingrandì  con  ag- 
giungervi la  città  e  luoghi  di  Medina  del 
Campo  (  V),  col  breve  Utgratiae  aposto- 
licae,  de'28  febbraio  1602,  Bull.  Rom. 
t.  5,  par.  2,  p.  4o6  :  Oppidum  Medina 
del  Campo,  nonnulla  gite  Loca E»  quaead 
Àbbatem  cjusdem  Oppidi  pertinebant,E- 
piscopi  V  allìsolelanì  juris die l'ioni  sub/e- 
età  declora  ntur.  Per  1 .°  vescovo  Clemen- 
te Vili  dichiarò  nel  1 597  Bartolomeo  de 
la  Placa,  canonico  di  Baca  e  di  Granata, 
trasferendolo  dal  vescovato  di  Tuy,  e  mo- 
rì nel  1600.  Suoi  successori  furono:  Gio. 
Battista  Arcebedo, dal  1 600  al  1 608;  Gio- 
vanni Quignones,  poi  trasferito  a  Sego- 
via; Francesco  Sobrino,  morto  nel  16 17; 
Giovanni  Fernandez,  professore  di  filoso- 
fìa nell'università  di  Vagliadolid  stessa, 
canonico  diZamora,  eletto  nel  1 6 1 7,  mor- 
to due  mesi  dopo;  Enrico  Pimentel,  in  se- 
guilo trasferito  a   Cuenca  ;  Alfonso  Lo- 
pez, morto  nel  1 624;  Giovanni  Torres  O- 
sorio,  morto  nel  iG32;  Gregorio  di  Pe- 
d rosa,  dell'ordine  di  s.  Girolamo,  gene- 
rale del  suo  ordine  e  predicatore  del  re, 
traslocato  dalla  sede  di  Leon,  morto  nel 
i633,  ec.  Le  Notizie  di  Roma  nel  174° 
cominciarono  a  registrare  i   vescovi  di 
Valladolid,  con  d.  Giuliano  Dominguez 
di  Toledo;  indi  riportano  i  seguenti.  Nel 
1 743  Martino  Deìgado,  di  Belmaseda  ar- 
cidiocesi  di  Burgos.  Nel  1 754  Isidoro  Cos- 
sio-y-Bustamante,  di  Guardo  diocesi  di 
Palencia.  Nel  1768  Emanuele  Robin  de 
Zelis,  di  Cabuerniga  diocesi  di  Santan- 
der.  Nel  1773  Antonio  Gioacchino  Soria, 


VAL 

di  Salamanca.  Nel  1 785  Emanuele  Gioac- 
chino Maron ,  d'  Almazan  diocesi  di  Si- 
guenza.  Nel  i8o3  Vincenzo  de  Soto-y- 
Yalcarce,  di  s.  Giovanni  de  Ruitelar  dio- 
cesi di  Leon.  Dopo  alcuni  anni  di  sede 
vacante,  nel  1824  Giovanni  Baldassare 
Toledano,  di  Villa  di  Campillo  abbazia 
di  Medina  diocesi  di  Valladolid.  Per  sua 
morte,  Gregorio  XVI  nel  concistoro  de' 
28  febbraio  1 83  1  dichiarò  vescovo  Giu- 
seppe Antonio  Piivadeneyra  della  dioce- 
si di  Lugo  nel  regno  di  Galizia,  già  per 
più.  anni  parroco  e  dottore  in  sagri  cano- 
ni, da  Leone  XII  fatto  uditore  di  Rota 
per  la  Spagna  a' io  dicembre  1827,  en- 
comiandolo il  Papa  per  gravità  di  ottimi 
costumi,  prudenza,  dottrina,  degno  del- 
l'episcopato. Dice  la  proposizione  conci- 
storiale, ac  retentione  offìcii  Auditora- 
tus  Causarum  Palatii  apostolici  sub  ti- 
tuloLocum-tenentisadSanctitatisSuae, 
etSedis  aposto licae  beneplacitum.  Morì 
nel  declinar  di  luglio  1 856.  A  suo  tempo 
il  regnante  Pio  IX,  in  conseguenza  del  ri  - 
cordato  concordato  e  della  pur  mentova- 
ta bolla  Ad  Vicariam ,  elevò  la  chiesa 
vescovile  di  Valladolid  a  metropolitana, 
e  le  attribuì  per  suiTraganei  i  vescovi 
d'Avita,  Astorga,  Salamanca,  Segovia 
e  Zamorat  assegnando  per  mensa  al  nuo- 
vo arcivescovo  i3o, 000  monete  d'argen- 
te  o  reali ,  confermando  la  precedente 
tassa  per  ogni  nuovo  arcivescovo,  di  2  5oo 
fiorini,  registrati  ne'libri  della  camera  a- 
postolica.  La  mensa  de'vescovi  da  ultimo 
ascendeva  a  circa  8000  ponderimi  ino- 
netae  illarum  parlium  pluribus  pensio- 
nis  gravati.  Pel  1 .°  arcivescovo  il  medesi- 
mo Papa  preconizzò  nel  concistoro  di  Bo- 
logna de' 3  agosto  1857,  l'attuale  mg.1 
Luigi  de  La  Laslra-y-Cuesta  ,  di  Cubas 
diocesi  di  Sautander,  che  nel  concistoro 
de5 18  marzo  1 852  avea  dichiarato  vesco- 
vo Orense ,  dalla  qual  sede  lo  traslatu 
alla  nuova  metropolitana,  e  nello  stesso 
concistoro  di  Bologna  gli  accordò  il  pal- 
lio arcivescovile.  Nella  proposizione  con 
ciitoriale  per  la  provvisione  della  chieda 


VAL 

d'Orense,  il  Papa  disse  dell'illustre  prela- 
to, essere  dottore  ne'sagri  canoni,  già  ca- 
nonico dottorale  della  patria  cattedrale, 
poi  della  metropolitana  di  Valenza  e  vi- 
cario capitolare,  indi  vicario  generale  del- 
l'arcivescovo della  medesima;  laonde  per 
la  sua  dottrina,  gravità,  prudeuza,  pro- 
bità ed  altre  estese  cognizioni,  il  reputa- 
va degno  della  dignità  episcopale.  L'ar- 
cidiocesi  è  ampia,  si  estende  in  lunghez- 
za ai4  leghe,  e  7  in  larghezza,  contiene 
1 3o  luoghi,  e  le  parrocchie  sono  munite 
del  ballislerio. 

Concilii  di  Valladolid. 
Il  i.°fu  tenuto  uel  1  i3y,  apud  Val- 
ium Oleti ,  e  ne  trattano  le  collezioni, 
Regia,  t.  28,  Labbé,  t.io,  Arduino,  t.  6. 
Il  2.0  si  celebrò  nel  i  1 55  e  fu  provincia- 
le, e  ne  discorre  il  Pagi  in  tale  anno.  Il 
3.°  neh  322  dal  legato  invialo  da  Avi- 
gnone dal  Papa  Giovanni  XXII,  cardi- 
nal Guglielmo  di  Godin  vescovo  subur- 
bi cario  di  Sabina.  Riunì  questo  concilio, 
che  fu  nazionale,  ed  in  cui  di  suo  ordine 
vennero  pubblicati  coll'approvazionedel 
concilio  27  canoni,  riguardanti  i  conci- 
lii provinciali  da  tenersi  ogni  due  anni, 
ed  i  sinodi  diocesani  tutti  gli  anni.  Per- 
tanto vi  si  dichiarò  agli  arcivescovi,  che 
se  non  tengono  i  loro  concilii  almeno  ad 
ogni  due  anni,  l'ingresso  della  chiesa  sa- 
rà loro  interdetto,  finche  abbiano  soddi- 
sfatto la  prescrizione.»Ogui  curato  avrà 
iscritti  in  latino  e  in  lingua  volgare  gli  ar- 
ticoli di  fede,  i  precetti  del  decalogo,  i 
sagrauieuti,  e  ciò  che  riguarda  i  vizi  e  le 
virtù.  Egli  li  leggerà  nelle  4  leste  solen- 
ni dell'anno  al  popolo,  e  le  domeniche  di 
quaresima.  Quanto  a'  concubinari  e  al- 
l'incontinenza de'chierici,  che  non  cam- 
beranno condotta,  saranno  privati  delle 
loro  rendite,  e  del  titolo  de'loro  benefìzi, 
e  quelli  cbe  non  ne  avessero,  saranno  di- 
chiarati incapaci  di  possederne".  Vi  fu 
inoltre  provveduto  a'doveri  de'parrochi, 
alla  santificazione  delle  domeniche  e  del- 
le feste,  a'  falsi  testimoni  che  sono  sco- 
municati, a'  benefizi  e  a'  limiti  delle  par- 
vo!. LXXXVHI. 


VAL  4$ 

rocchie,  alle  decime  de'religiosi  e  loro  di- 
sciplina, al  tempo  d'amministrare  la  cre- 
sima, al  digiuno  nella  quaresima,  «'ma- 
trimoni, alla  simonia,  alle  rendile  de'be- 
nefizi,  agli  ebrei,  a'mori  maomettani  ec. 
Furono  altresì  proibite, sotto  pena  di  sco- 
munica, le  purgazioni  canoniche,  e  le  pro- 
ve dell'acqua  e  del  fuoco.  Vennero  final- 
mente scomunicati  que'  che  citano  da- 
vanti a'tribunali  secolari  gli  ecclesiastici. 
Regia,  t.  29,  Labbé,  t.  r  1 ,  Arduino,  t.  7. 
VALLADOLID  DI  COMAYAGUA. 
Città  con  residenza  vescovile  nell'Ameri- 
ca meridionale,  conosciuta  più  comune- 
mente da 'moderni  col  nome  di  Conici^ 
yagua  (/"'.).  Alle  notizie  riferite, in  tale 
articolo  aggiungerò,  che  vi  si  trasferì  la 
sede  vescovile  di  Truxillo  (V.) di  Gua- 
timala.  Che  vi  sono  5  sodalizi,  l'ospeda- 
le, il  seminario  e  altri  istruitivi  e  benefi- 
ci stabilimenti.  Ali. °vescovo  successero: 
Girolamo  di  Conelia,  trasferito  nel  1 562 
altrove;  fr.  Alfonso  de  la  Cerda  dome- 
nicano, traslato  a  Charcas;  fr.  Gaspare 
d'Andrala  francescano,  morto  nel  1612; 
fr.  Alfonso  Galdo  domenicano;  fr.  Luigi 
di  Cagnizarez  de'minimi;  Giovanni  Mer- 
lo de  la  Fuente,  nominato  nel  1  648,  ec. 
Le  Notizie  di  Roma  riportano  i  seguen- 
ti. Nel  1743  d.  Francesco  de  Molina  ba- 
siliano,  di  Sagedona  diocesi  di  Cuenca. 
Nel  1750  Diego  Rodriguez  de  Rivas-y- 
Velasco,  della  diocesi  di  Quilo.  Nel  1764 
Isidoro  Rodriguez,  di  Mostolesarcidioce- 
si  di  Toledo.  Nel  1  j6j  Antonio  Macar lil- 
la, diBenabarre  diocesi  diLerida. Nel  1773 
Francesco  Giuseppe  de  Palencia ,  della 
citlà  di  Canarie.  Neh  777  fr.  Antonio  di 
s.  Michele  girolamino,  di  Revilla  de  Ca- 
margo  diocesi  di  Santander.  Nel  1783 
Giuseppe  Antonio  de  Isabela,  di  Moron 
diocesi  di  Siguenza.  Nel  1788  fr.  Ferdi- 
nando de  Cadinanos  minore  osservante, 
di  Vittoria  diocesi  di  Calahorra.  Nel  1 79^ 
fr.  Vincenzo  de  Navas  domenicano  di 
Merida.Neh8i7  EmanueleGiuliano Ro- 
driguez, d'Almazan  diocesi  di  Siguenza. 
Nei  1 844  Francesco  di  Paola  Campoy-y-» 

4 


5o  VAL 

Perez  cìi  Cariogeno,  già  canonico  curalo 
della  cattedrale  e  vicario  generale.  Mei 
4  aprile  1 854  l'odierno  mg.'  Ippolito 
Cassia  no  Flores. 

VALLADOLID  DI  MECHOACAN. 
Città  con  residenza  vescovile  nell'  Ame- 
rica settentrionale,  conosciuta  da'moder- 
ni  più  volgarmente  col  nome  di  Mccìioa- 
can  (J7.)-  Solo  aggiungerò  a  quell'artico- 
lo, che  per  mot  te  del  notalo  ultimo  vesco- 
vo, il  Papa  Pio  IX  nel  concistorode'3 ot- 
tobre i85o  preconizzò  l'attuale  mg. 'Cle- 
mente Munguìa,di  Reyes  diocesi  di  Me- 
choacan  ,  già  canonico  della  cattedrale, 
rettore  del  seminario,  vicario  generale  ed 
anche  capitolare,  dotto, grave,  prudente, 
probo  e  pieno  d'esperienza. 

VALLE  RONCEAUX.  Canonici  re- 
golari. V.  voi.  VII,  p.  257. 

VALLE  DEGLI  SCOLARI. Canoni- 
ci Regolari.  V.  voi.  VII,  p.  275. 

VALLE  VERDE.  Canonici  regolari. 
V.  il  voi.  VII,  p.  276. 

VALLE  (della)  Andrea,  Cardina- 
le. D'antica  e  illustre  famiglia  romana, 
ottenuto  un  canonicato  di  s.  Pietro,  colla 
carica  di  reggente  della  cancelleria,  nel 
1496  fu  promosso  da  Alessandro  VI  al 
vescovato  di  Crotone,  e  neli5o8  trasfe- 
rito a  quello  di  Mileto,  al  quale  compartì 
non  pochi  benefìzi.  Con  questo  caratte- 
re intervenne  al  concilio  di  Laterano  V 
nel  io  12  sotto  Giulio  II,  che  l'annoverò 
tra'segretari  apostolici. Indi  Leone  X  nel- 
la famosa  promozione  di  3 1  cardinali,  il 
1 .°  luglio  1 5 1  7  lo  creò  cardinale  prete  di  s. 
Agnese  al  foro  agonale,  e  nell'anno  stesso 
gli  die  I'  amministrazione  delle  chiese  di 
Caiazzo  e  Nicaslro,  nel  1 5 1 8  quella  diGal- 
lipoli, neh  5i  9  quelle  di  Sulmona  e  Val- 
"va  unite,  e  neli520  la  sede  d'  Umbria  - 
tico.  Lo  stesso  Leone  X  lo  destinò  nel 
i52o  arciprete  della  basilica  Lateranen- 
se,ove  nell'anno  santo  1 525 apù  e  chiuse 
la  porta  santa,  ed  abbate  commendata- 
rio delle  Tre  Fontane.  Nel  tempo  stesso 
venne  nominato  alla  sede  vescovile  di 
Malta,  ma  prima  di  prenderne  possesso, 


VAL 

avendo  ottenuto  dalla  munificenza  diCar- 
lo V  come  re  diSicilial'archimandrilato 
di  Sicilia,  rinunziòquel  vescovato.  Ebbe 
pure  la  legazione  di  Napoli,  e  la  protei- 
toria  dell'ordine  de'minori ,  conferitagli 
da  Clemente  VII  neh  523,  il  quale  nel 
i533  dal  suo  titolo  presbiterale  lo  tra- 
sferì al  vescovato  suburbicario  di  Pale- 
strina,  nel  catalogo  de'quali  vescovi  l'U- 
ghelli  si  corregge  d'avere  registralo  il  car- 
dinale in  quellode' vescovi  di  Crotone  nel 
1 533.  Uomo  com'egli  era  di  gran  pru- 
denza e  senno  fornito,  fu  molto  caro  a' 
principi,  ed  a' Papi  che  se  ne  prevalsero 
con  gran  vantaggio  negli  affari  più  ardui 
e  rilevanti  del  pontificalo,  e  ne'  quali  si 
dice  clie  co'suoi  lunghi  viaggi  arrivasse 
fino  nella  Persia  e  in  altre  remote  re- 
gioni, ad  oggetto  d'  apprendere  i  coslu- 
mide'popoli  e  delle  nazioni,  in  tempo  che 
poco  comuni  erano  siffatte  intraprese  , 
a  motivo  della  natura  delle  strade  e  de' 
mezzi  per  percorrerle.  In  Roma  edificò  il 
Palazzo  della  Falle  (V.),  che  die  no- 
me alla  contrada  e  alla  propinqua  chie- 
sa di  s.  Andrea,  non  che  al  vicino  tea- 
tro. Dopo  essersi  trovato  presente  a'  con- 
clavi di  Adriano  VI  e  Clemente  VII,  nel 
i534  di  71  anni  fu  chiamato  in  Roma 
all'  immortai  vita,  e  rimase  sepolto  nella 
chiesa  di  s.  Maria  d'Araceli,  nella  tomba 
de'suoi  antenati,  con  breve  epitaffio  di  cui 
piò  non  rimane  vestigio,  ma  riportato  dal 
p.  Casimiro,  uelle  Memorie  della  cldesa 
d'Araceli. 

VALLEMANI  Giuseppe,  Cardinale. 
Nato  nobilmente  in  Fabriano  a'  9  giu- 
gno 1648  da  Rinaldo  Francesco  e  da 
Maddalena  de'conti  della  Genga,  porta- 
tosi a  Roma  nel  fior  degli  anni,  accop- 
piò all'esemplarità  de*  costumi,  maniere 
piacevoli,  tratto  gentile,  e  qualche  dot- 
trina, massime  nell'indefesso  studio  della 
giurisprudenza,  e  poi  fu  aggregato  a  va- 
rie accademie  d'Italia  e  alla  cittadinanza 
romana.  La  fortuna  gli  aprì  l'adito  nella 
corte  del  cardinal  Emilio  Altieri, già  ve- 
scovo di  Camerino,  che  nel  1670  eletto 


V  A  L 

Papa  Io  dichiarò  di  21  anni  suo  came- 
riere segreto  e  poi  eoppiere,canonico  Va- 
licano, e  custode  dell'archivio  di  Castel 
s.  Angelo.  Introdotto  quindi  in  prelatu- 
ra, secondo  Cardella  nelle  Memorie  sto- 
riche de  Cardinali  t  da  Innocenio  XI ot- 
tenne la  carica  di  segretario  della  con- 
gregazionede'riti,e  poi  di  quella  dell'im- 
munità (presso  Colucci,  Antichità  pice- 
ne, t.17,  p.  164,  parlando  degli  Uomini 
illustri  di  Fabriano  del  Lancellotti ,  si 
dice  che  Alessandro  Vili  gli  conferì  la 
1. "carica,  Innocenzo  XII  la  2.a),  nell'eser- 
cizio della  quale,  che  fu  assai  lungo  a  ca- 
gione delle  differenze  del  ducalo  di  Par- 
ma e  Piacenza,  contrasse  il  prelato  gran- 
dissimi impegni  co'principi.  Alla  fine  Cle- 
mente XI,  prima  lo  dichiarò  segretario 
della  congregazione  della  disciplina  rego- 
lare, e  successivamente  Io  consagrò  arci- 
vescovo d'Atene, nel  1 706  Io  dichiarò  suo 
Maggiordomo  (^.);  creò  e  riservò  in  pet- 
to cardinale  dell'ordine  de'preti,  pubbli- 
candolo nel  i.°  agosto  1707  dopo  circa  1  5 
mesi.  Gli  attribuì  per  titolo  la  chiesa  di 
s.  Maria  degli  Angeli ,  e  lo  ascrisse  alle 
congregazioni  del  s.  oflìzio,  de'  riti,  del- 
l'immunità, del  buon  governo, di  propa- 
ganda e  di  molte  altre,  e  fino  da'3i  di- 
cembrei707  prefetto  di  quella  de' riti; 
aggiungendovi  la  protettola  de' minori 
conventuali  e  loro  collegio  di  s.  Bonaven- 
tura, della  cappella  Sistina  del  Presepe 
in  s.  Maria  Maggiore,  del  collegio  Mon- 
talto  di  Bologna,  come  trovo  nelle  Noti- 
zie di  Roma.  Dopo  essere  intervenuto  a' 
comizi  d' Innocenzo  XIII  e  Benedetto 
XIII  ,  terminò  in  pace  i  suoi  giorni  in 
Roma  a*  i5  dicembre  1725  d'anni  78 
non  compili,  e  fu  sepolto  nella  basilica  deJ 
ss.  XII  Apostoli,  sotto  una  lapide  ornata 
del  suo  stemma  gentilizio, ove  si  legge  e- 
legante  iscrizione. 

VALLENSSertorio,  Cardinale.  V. 
Vassalli. 

VALLETTE  Lodovico,  Cardinale. 

V.  NOGARET. 

VALLIS,  VALLOS.  Sede  vescovile 


VAL  jri 

della  Cartaginese  Proconsolare  nell'Afri- 
ca occidentale,  di  cui  parla  Oliato  Mile- 
vitano,  lib.  2,  e  altri,  sotto  la  metropoli 
di  Cartagine.  Ebbe  a  vescovi:  Bonifacio 
donatista  del  33o;  Bonifacio  cattolico,  che 
nel  4*  1  intervenne  alla  conferenza  di 
Cartagine;  Uestituto  sottoscrisse  al  con- 
cilio di  Cartagine  del  52 5.  Morcelli,  A- 
frica  dir.,  t.i.  Vallis,  Fallitene  uu  ti- 
tolo vescovile  in  partibus,  del  simile  ar- 
civescovato di  Cartagine,  che  conferisce 
la  s.  Sede. 

VALLO  (V alien).  Città  con  residen- 
za vescovile  del  regno  di  Napoli  nel  Prin- 
cipato Citeriore,  capoluogo  di  distretto 
e  di  cantone.  Siccome  di  recente  è  stata 
eretta  in  città  vescovile,  e  sostituita  per 
sede  residenziale  a  Capaccio  (F.),  il  cui 
vescovo  s'intitola  di  Capaccio  e  Fallo, 
conviene  che  prima  riparli  di  Capaccio 
e  de'suoi  vescovi,  in  aggiunta  al  suo  ar- 
ticolo. L'ultima  proposizione  concistoria- 
le del  1 845,  cioè  dopo  la  pubblicazione 
del  mio  articolo,  rileva  cani  oh  aeris  in- 
salubritatem  a  paucis  colonis  intuibile- 
tur,  atque  dempta  Cathedrali  Ecclesia, 
nonnullisquc  aedidus,  in  reliquis  opini- 
no diruta  sit,  Episcopo  prò  tempore  in 
altero  magis  opportuno  ,  et  ab  antiquo 
duobus  fere  milliariis  distante  dioece* 
seos  loco,  cui  nomen  Caputaquium  No- 
vum,  j'amdiu  rcsidere  solel:  Ine  quadrili' 
gcntae  domus ,  et  bis  mille  ci  re  iter  rc- 
censcntar  incolae.  In  Capaccio  Vecchio 
era  la  cattedrale  sotto  l'invocazione  del- 
la B.  Vergine  Assunta  in  cielo  denomi- 
nata di  Granata,  quacque  aliquam  ex- 
poscit  rcparalionem.  Ibi Episcopus  pos- 
sessione//! ini  re,  et  ad  eamdem  infra  an- 
num  celebraturus  accedere  solet.  11  ca- 
pitolo si  componeva  di  4  dignità  e  pel 
i.°  l'arcidiacono,  e  di  16  canonici  senza 
il  teologo  e  il  penitenziere;  veruni  tam 
dignitates,  quani  canonici  nulla  fruun- 
tur  congrua ,  et  ad  honorem,  atque  de- 
votionem  tantummodo  inierviunt.hu  cu- 
ra dell'anime  tanto  della  vecchia,  quan- 
to della  nuova  chiesa ,  ambo  mediocre- 


5a  V  A  L 

mente  provviste  delle  sagre  suppellettili» 
l'esercito  un  vice  parroco, ed  avvi  il  bat- 
listerio.  Episcopale*  aedesin  ch'ita  te  Sa- 
lar, atque  in  ulroque  Caputaquio  prae- 
sto  suntj  attamen  in  Novo  residcre  so- 
lei  Episcopus.  In  Capaccio  Nuovo  sol- 
tanto è  un'altra  chiesa  parrocchiale,  ed 
un  convento  di  religiosi,  alcun  sodalizio, 
non  pelò  l'ospedale,  il  monte  di  pietà,  né 
altro;  i  3  seminari  cogli  alunni  erano 
sparsi  in  diversi  luoghi  della  diocesi  ,  la 
quale  si  estendeva  a  circa  i  5o  miglia,  e 
contenendo  1 36  luoghi  o  oppi  da.  Ne'li- 
l)ii  della  camera  apostolica  ogni  nuovo 
vescovo  era  tassalo  in  fiorini  3oo,  e  la 
mensa  rendeva  al  vescovo  3ooo  ducati 
napoletani  quibusdam  oneribus  gravali. 
Colle  rovine  dell'antica  Pesto  (V.)  si  e- 
dificarono  Policastroe  Capaccio, nel  qua- 
le articolo  Pesto  per. fallo  tipografico  è 
detto  Pessi.  Essendo  Pesto  sede  vescovi- 
le, il  vescovo  nel  secolo  IX  passò  a  sta- 
bilirsi a  Capaccio  e  die  origine  all'unio- 
ne del  suo  vescovato  ed  al  suo  ingrandi- 
mento, per  la  seguita  unione  delle  due 
diocesi,  onde  divenne  piuttosto  notabil- 
mente ampia.  Imperocché  riferisce  TU- 
ghelli,  Italia  sacra,  t.  y,  p.  4^4:  Capii- 
taquenses  Episcopi.  Celsus  Paestanus 
episcopo  cimi  Romualdo  archiepiscopo, 
al  quale  ambo  i  vescovi  erano  suflraganei, 
inslitutus  est  testamenti  executor  a  Ro- 
berlo  Castri  Trenlenarii  Domino  anno 
1 1 56.  Forte  post  Celsum  Pacs  tana  citta 
Capulaquensi unita fuitEcclesia.  A  tem- 
po dell'  Ughelli  il  vescovo  risiedeva  nel- 
l'episcopio  di  Diano,  ed  ivi  pure  era  il 
seminario,  e  numerose  erano  le  case  re- 
ligiose della  diocesi  de'due  sessi.  Noterò 
che  l'antica  sede  vescovile  di  Agropoli 
(F.)  erasi  riunita  a  quella  di  Pesto  , 
perchè  abbandonata  da  perniciosa  in- 
fluenza dell'atmosfèra.  L'Ughelli  comin- 
cia la  serie  de'  vescovi  di  Capaccio  con 
Arnolfo  del  i  1 26,  che  nel  1  1  79  interven- 
ne al  concilio  generale  di  Laterano  III. 
Il  Coleti  ne  dubita,  essendo  allora  viven- 
te Celso  vescovo  di  Pesto.  Nou  si  conosce 


V  A  L 

il  tempo  in  cui  fiorì  il  vescovo  Leonardo, 
N.  neh  196  intervenne  alla  consagrazio- 
ne  che  Celestino  111  fece  della  chiesa  di  l. 
Lorenzo  in  Lucina  di  Roma,  secondo 
Lucerai,  mentre  l'Uglielli  ritarda  il  ve- 
scovato al  pontificato  di  Gregorio  IX.  A 
Benevenuto  scrisse  Innocenzo  IV  nel 
ii5i,  e  sotto  di  lui  Federico  li  distrus- 
se Fasanella,  l'fjghelli  riportandone  i  do- 
cumenti. Pietro  nel  1275  alla  chiesa  di 
s.  Maria  Maggiore  di  Diano  concesse  in- 
dulgenze. Nel  1287  da  Girgenti  vi  passò 
Giberto  ,  postulato  dal  capitolo  e  da  O- 
norio  IV  confermato.  Giovanni  gli  suc- 
cesse nel  1294.  Filippo  eletto  dal  capi- 
tolo, lo  confermò  nel  1 3  1  2  Clemente  V. 
Filippo  de  s.  Mango  del  1 323.  Dopo  sede 
vacante  notabile,  Benedetto  XI 1  nel  1  34o 
riconobbe  Tommaso  de  s.  Mango  nomi- 
nato dal  capitolo,  di  cui  era  arcidiacono, 
e  come  il  predecessore  fu  tumulalo  nella 
metropolitana  di  Salerno. Giacomo  crea- 
to nel  i386  da  Urbano  VI,  sotto  Boni- 
facio IX  fu  reggente  della  penitenzieria, 
e  mori  nel  1399.  In  questo  vi  fu  traslalo 
dall'arcivescovato  di  Durazzo  Giovanni 
Bonifacio  de  Panella  napoletano,  e  nel 
i4o5  passò  a  Muro;  ma  sembra  intruso 
come  partigiano  de' due  antipapi  Cle- 
mente Vile  Benedetto  XIII.  In  detto  an- 
no da  Muro  vi  fu  trasferito  Guglielmo, 
indi  neli4'0  deposto  da  Gregorio  XII, 
che  gli  sostituì  Giacomo.  Ma  Giovanni 
XXI 1 1  eletto  contro  l'alt  ro  Papa, nel  «4i  2 
gli  surrogò  Baldassare  del  Giudice  ca- 
nonico di  Rossano.  Martino  V  elesse  Gio- 
vannelio  Panella  Caracciolo  napoletano, 
nel  14 18  traslalo  ad  Anglona;  ed  insita 
vece  nominò  l'uditore  di  Rota  Tommaso 
de  Berengari.  Fatto  neh  4*23  arcivescovo 
di  Cosenza,  lo  fece  iuccedere  da  Bernar- 
do o  Berardo  Caracciolo  napoletano.  Nel 
i4^5  da  Cosenza  venne  in  questa  sede 
FrancescoTomacelli  napolelano.Da  quel- 
la di  Cavaillon  Eugenio  IV  neh 439  vi 

trasferìBartolomeo.Neh44,Mase"°Mir- 
to  abbate  di  s.  Giovanni  a  Piro.  Nel  r4t>2 
Francesco  Conti  suddiacono  e  protonota- 


VAL 

rio  apostolico,  e  viveva  nel  r 4^7  r .  Fran- 
cesco Berlini  lucchese,  chiaro  per  sapere 
e  prudenza, fu  lega  lo  al  duca  di  Borgogna 
e  morì  nel  i47^.  In  questo  fri  fatto  am- 
ministratore il  cardinal  Auxia  di  Pog- 
gio (V.).  Nel  i483  Lodovico  Podocutc- 
ro  (P.)t  indi  cardinale  e  arcivescovo  di 
Benevento  neli5o4<  Nello  stesso  ebbe  in 
commenda  il  vescovato  il  cardinal  Luigi 
d'Aragona  (V,).  Si  dimise  nel  1  5 1  4  e  ne 
divenne  vescovo  Vincenzo  de  Galeotti 
patrizio  napoletano,  già  vescovo  di  Squil- 
late. Rinunziò  nel  1 522,  e  fu  fatto  ammi- 
nistratore il  cardinal  Lorenzo  Purcl(P\). 
Neh 523  con  diritto  di  regresso  rassegnò 
la  chiesa  commendata  a  Tommaso  vesco- 
vo di  Trivento,  il  quale  ritenne  la  sua  se- 
de e  si  ritirò  neh  53  I.  In  questo  Clemen- 
te VII  nominò  amministratore  Enrico 
LolTredi  nobilissimo  napoletano,  e  per- 
venuto all'età  canonica  diventò  vescovo 
effettivo;  intervenne  al  concilio  di  Tren- 
to, e  morì  in  Napoli  nel  1 347.  I»  tale  au- 
no  ne  prese  l'amministrazione  il  cardinal 
Francesco  Sfa  mirali  (A'.),  il  cui  (iglio  le- 
gittimo fu  poi  Gregorio  XI V  nonnato.  Nel 
i549  oM  successe  nell'amministrazione 
il  cardinal  Girolamo  Perallo(P.)}  il  qua- 
le neh  553  la  rassegnò  al  cardinal  Paolo 
Emilio  P^erallo  (P.).  Nel  1074  vescovo 
Lorenzo  Belli  romano,  sepolto  in  Roma 
nella  chiesa  d'Araceli  nel  1 586.  In  que- 
sto Sisto  V  nominò  il  suo  concittadino 
Lelio  Morelli  di  JMontalto,  al  quale  col 
breve  A  timone  t  nos,  de'  i  7  luglio,  presso 
l'Ughelli,  per  l'inclemenza  dell'aria  di 
Capaccio  e  sue  rovine,  noti  che  pe'Iadro- 
ni  che  l'infestavano,  concesse  di  trasferire 
la  sua  residenza  in  Diano,  alla  quale  ac- 
cordò le  prerogative  di  città,  coojo  luogo 
nobile,  salubre,  popolato  e  abbondante 
di  vettovaglie,  ove  già  era  istituito  il  se- 
minario; di  più  era  vi  l'archivio  della  cu- 
ria vescovile,  diverse  case  religiose,  5  chie- 
se parrocchiali  e  fra  le  quali  l'insigne  col- 
legiata di  s.  Maria  Maggiore,  ove  in  gran- 
de  venerazione  il  corpo  del  h.  Coni,  l'epi- 
scopio decente  e  conveniente,  sommità* 


V  A  L  53 

stralodai  marchese  e  popolo  di  Diano. 
Senza  pregiudizio  della  cattedrale  di  Ca- 
paccio e  di  sua  sede  vescovile,  trasferì  il 
capitolo  nella  collegiata  di  Diano  per  l'uf- 
fiziatura,  provvedendo  al  culto    divino 
per  quella  di  Capaccio.  Nel  1 609  da  Ca- 
rinola vi  fu  tramato  Giovanni  Vitelli  na- 
poletano, morto  nel  seguente  anno  e  se- 
polto nella  chiesa  de'  cappuccini  di  Sala. 
Nel  1  6  1  1  da  Belcastro  vi  passòPietro  Mat- 
ta de  Haro  nobile  spaguuolo  teatino,  ze- 
lantissimo pastore,  visitò  la  diocesi,  fu  e- 
sempio  di  pietà,  ed  approvò  la  congrega- 
zione de'sacerdoti  istituita  iu  Laurino, per 
cooperare  al  vescovo  nella  salute  dell'a- 
nime. Nel  1627  Fraucesco  M.a  Brancac- 
ci  (/'".),  poi  cardinale  dottissimo.  Trasferi- 
to a  Viterbo,  nel  1 63  5  gli  successe  Luigi 
Pappacoda  napoletano ,   poi  vescovo  di 
Lecce  nel  1639.  In  questo  da  Vulturara 
vi  passò  Tommaso  Carafa  napoletano  de* 
duchi  di  Telese  ,  lodato  per  prudenza  e 
altre  viriti,  in  Laurino  celebrò  il  sinodo 
nel  1 649,e  fu  sepolto  in  Salerno.  Nel  1 665 
Camillo  d'Aragona  del  ramo  di  Tricarico 
delto  volgarmente  di  Ragona,traslatoda 
Acerno,  benemerito  paslore,morto  in  Sa- 
la e  deposto  nella  chiesa  di  &  Pietro,  a  cui 
il  predecessore  avea  eretto  una  mirabile 
torre  campanaria.  Nel  1677  Andrea  Bo- 
nito de'duchi  dell'Isola  principi  di  Casa- 
pesella,  della  congregazione  dell'oratorio 
di  Napoli,  visitò  la  diocesi,  riparò  la  catte- 
drale, elesse  per  sua  residenza  Sala,  cit- 
tà coll'insigne  collegiata  di  s.  Pietro  che 
abbellì;  molli  edilizi  in  vari  luoghi  della 
diocesi  eresse,  restaurò  i  palazzi  vescovili 
di  Capaccio  Nuovo  e  di  Sala;   mori  in 
Napoli  e  fu  sepolto  nella  chiesa  de'  suoi 
filippini  nel  1684.  Gio.  Battista  Pace  no- 
bile napoletano  in   detto  anno  gli  suc- 
cesse ,  canonico  della   metropolitana  di 
Napoli,  fervoroso  missionario  e  facondo 
predicatore,  eruditissimo  e  virtuosissimo, 
morì  in  patria  e  fu  tumulato  nella  chie- 
sa del  sodalizio  della  ss.  Croce.  Nel  1699 
Vincenzo  Cordoni  patrizio  napoletano» 
canonico  della  metropolitana,  zelante  e 


54  VAL 

j)jo  predicatore  nelle  missioni,  intrapre- 
se la  visita  difficile  pe'luoghi  della  dioce- 
si; e  morendo  ih  Oppido  V allis  Novi  die 
8  novembris  i  yo3  Imma  iris  rebus ereplus 
est.  Nel  i  704  Francesco  Paolo  Nicolai  pa- 
trizio d'  Altamura,  ebbe  una  controver- 
sia giurisdizionale  co'ministri  regi, e  quin- 
di fece  dare  le  missioni  per  la  diocesi  cbe 
visitò  diligenlemenle.  Nel  1708  rifece  la 
cattedrale  con  molto  dispendio  ,  e  con 
grande  fatica   formò  in  Sala  l'archivio 
vescovile  nell'edilìzio  da  lui  eretto;  altra 
casa  costruì  in  Vallis  Novi  per  uso  de* 
vescovi,  ed  ampliò  quella  fabbricata  dal 
cardinal  Brancacci  in  Pialle  Diani.  Nel 
1716  traslato  all'arcivescovato  di  Conza, 
gli  successe  nel  1  7  1  7  Carlo  FrancescoGio- 
coli  o  0 Iaconi ,  di  s.  Arcangelo  diocesi  di 
Angiomi,  trasferito  da  s.  Severo.   Fece 
predicare  la  parola  di  Dio  nella  diocesi, 
la  cui  visita  tosto  intraprese  ,  adornò  la 
cattedrale,  restaurò  l'episcopio  di  Sala  e 
l'ampliò.  Introdusse  le  monacbe  di  s.  Te- 
resa, sotto  gli  auspicii  di  s.  Caterina,  nel 
monastero  in  oppido  Corinoiorwn  seu 
Fallis  Novi,  ed  altro  eresse  in  Siciniano, 
e  pieno  d'amore  per  la  sua  chiesa  la  go- 
vernò con  zelo.  Con  questo  vescovo  1'  /• 
talia  sacra  termina  la  serie  de'pastori  di 
Capaccio,  e  ne  cominciano  la  continua- 
zione le  Notizie  di  Roma,  colle  quali  la 
proseguirò  e  compirò.  Nel  1724  d.  Ago- 
slino  Odoardi  monaeo  cassinese  napole- 
tano. Neil  742  Pietro  Antonio  Raimon- 
di, di  Cutro  diocesi  di  s.  Severina.  Nel 
1768  Angelo  M."  Zuccari,  d'isola  dioce- 
si di  Soia.  Dopo  lunga  sede  vacaute,  nel 
1804  Filippo  Speranza,  di  Laurilo  dio- 
cesi di  Capaccio,  traslato  da  Guardia  Ai- 
fiera.  Nel  1 835  Michele  barone  di  Sa- 
gnano  arcidiocesi  di  Salerno,  per  molti 
anni  parroco  di  Oscali  e  d'altre  cure,  ed 
incaricalo  di  più  affili  ecclesiastici.  Gre- 
gorio XVI,  che  lo  avea  preconizzato,  per 
sua  morte  nel  concistoro  de*  icj  giugno 
1  8j3  promulgò  successore  Giuseppe  d'A- 
lessandro d" Aj scoli  di  Puglia,  già  professo- 
ic  di  quel  se  in  mai  io  ,  cauomeo  teologo 


VAL 

della  cattedrale,  indi  arciprete  e  3."  di- 
gnità della  medesima  colla  cura  delle  a- 
nime,  e  poi  arcidiacono  i."  dignità,  pro- 
vicario generale  <T  Ascoli  e  di  Cerinola, 
Jodatissimo  in  tutto.  11  medesimo  Gre- 
gorio XVI  nel  concistoro  de'24  novem- 
bre i845  trasferì  mg.'  d'Alessandro  al 
vescovato  di  Sessa,  e  promulgò  vescovo 
di  Capacccio  mg.'  Gregorio  Fistilli  di 
Rossano,  già  lodalo  curato  di  più  par- 
rocchie, canonico  curalo  della  pallia  me- 
tropolitana, professore  del  seminario  nel 
gius  pontificio  e  nella  teologia  morale  e 
dogmatica,  non  che  rettore  del  medesi- 
mo, esaminatore  pro-sinodale, dotto,  pru- 
dente, probo  e  di  molta  esperienza.  In  se- 
guito rinunziò  il  vescovato  di  Capaccio 
al  regnante  Pio  IX.  Dopo  sede  vacante, 
considerando  il  medesimo  Papa  Pio  IX, 
che  nella  città  di  Capaccio  nel  IX  seco- 
lo fu  trasferita  l'antichissima  sede  vesco- 
vile di  Pesto,  e  che  col  volgere  degli  an- 
ni scaduta  notabilmente  Capaccio  e  l'a- 
ria del  suo  territorio  essendo  divenuta 
grave  e  malsana,  rimase  a  poco  a  poco 
deserta,  per  guisa  che  il  vescovo  e  il  suo 
capitolo  furono  per  indulto  della  s.  Sede 
assoluti  dall'obbligo della  residenza;  per- 
-ciò  ad  istanza  del  re  delle  due  Sicilie 
Ferdinando  li,  nella  provinciale!  Prin- 
cipato Citeriore,  colla  bolla  Ex  quo  im- 
perscrutabili ae  terni  Numinis  provide  ri- 
da, de'21  settembre  i85o  (e  non  22  ot- 
tobre come  dissi  altrove),  eresse  la  sede 
vescovile  di  Diano,  aggiungendovi  l'anti- 
ca cattedrale  di  Capaccio  ,  già  residenza 
de*  vescovi  di  Pesto,  e  come  questo  dichia- 
rò sutfraganea  dell'arcivescovo  di  Saler- 
no. La  munifica  pietà  del  re  operò  che 
il  nuovo  vescovato  ricevesse  una  conve- 
niente dotazione.  La  città  di  Diano,  ca- 
poluogo di  distretto,  è  una  lega  e  mezza 
al  sud-ovest  da  Sala,  ei  7  da  Salerno,  nel- 
la fertile  pianura  e  valle  del  suo  nome,  a' 
piedi  del  monte  Motulo.  E  difesa  da  ui\ 
castello  for  litica  lo,  ed  ha  5  chiese  ornale 
di  superbi  mausolei.  Visi  tiene  una  tìe- 
ìa  a'  3  giuguo.  La  valle  di  Diauo  ha  8 


VAL 

leghe  ili  lunghezza,  ed  è  bagnata  dal  Ne- 
gro. Vi  si  raccoglie  ogni  sorla  di  grani, 
vino  e  molte  frutta.  Nel  concistoro  de'  i  7 
febbraio  1  $5 1  il  Papa  dichiarò i.°  vesco- 
vo di  Diano,  Dionea,  l'attuale  mg/  Va- 
lentino Vignone  della  città  di  Sepino  dio- 
cesi di  Boiano,  già  maestro  nella  teologia 
inorale  e  dogmatica,  nel  1 836  fatto  ar- 
ciprete parroco  della  collegiata  di  s.  Cri- 
stina di  Sepino,  ed  esaminatore  pro-si- 
nodale;  lodandolo  per  gravità,  prudenza, 
dottrina,  probità  di  costumi  e  per  espe- 
rienza ecclesiastica.  Si  legge  nella  propo- 
sizione concistoriale.  Diaiium  regni  Nea- 
polilani  civitas^admontis  Motulis  radi- 
ce* aedi  ficaia  conspicitur ,  quaein  suo 
iiaiiLs  circilcr  milliari  ambila  mille  do- 
ma* pene,  ci  quadringenlos  supra  sex 
mille  1  eeenset  iacolas.  La  chiesa  catte- 
drale, già  collegiata,  è  sotto  l'invocazio- 
ne di  s.  Maria  Maggiore,  buono  edilìzio, 
in  cui  tra  le  ss.  Reliquie  tuttora  si  vene- 
ra con  somma  divozione  il  corpo  di  s.  Co- 
ni confessore.  Vi  è  la  cura  d'attinie  col 
ballisterio,  amministrata  pel  capitolo  dal 
decano  2.a dignità, coadiuvalo  da'G  man- 
sionari. 11  capitolo  si   compone  di  4   di- 
gnità, lu  1 .'  delle  quali  è  l'arcidiacono,  di 
1 4  canonici, comprese  le  prebende  del  teo- 
logo e  del  penitenziere,  di  6  beneficiali 
o  mansionari,  e  di  altri  preti  e  chierici  per 
l'utliziatura  divina.  L'episcopale  palazzo 
per  decente  abitazione  del  vescovo  prò' 
pc  calhedralem  non  desunt,  sed  juxttl 
memora tas  bullas  erunt  quameito  re- 
pciendae  et  ampliandae.  Oltre  la  catte- 
drale ,  nella  città  vi  sono  altre  4  chiese 
parrocchiali  col  s.  fonte,  un  convento  di 
religiosi  e  un  monastero  di  monache,  al- 
cuni sodalizi,  due  monti   frumeutati  ed 
il  seminario.  Secondo  il  prescritto  dalla 
bolla  doveasi  edificare  1'  ospedale.  Ogni 
nuovo  vescovo  è  tassato  ne'libri  della  ca- 
mera apostolica  in  fiorini  2  3o,  ascenden- 
do le  rendite  della  mensa  a  3  100  duca- 
ti, coli' obbligo  al  vescovo  di  mantenere 
nei  semi  uà  rio  ^c\ì\ev\c\  xicinianenscs:  La 
diocesi  si  esteude  per  circa  5o  miglia,  e 


VAL 


55 


contiene  3o  oppida  uoniinati  nella  bol- 
la di  erezione. 

Inoltre  il  Papa  Pio  IX  colla  bolla  Cuni 
propter  jusliliae  dilectionemì  de'  16  lu- 
glio 1 85 1,  formò  la  nuova  diocesi  di  Ca- 
paccio e  Vallo,  e  questa  2/  città  sostituì 
per  sede  residenziale  a  Capaccio,  dichia- 
randola come  l'antica  suffraganea  del- 
l'arcivescovo di  Salerno.  Vallo  città  del 
regno  di  Napoli,  capoluogo  di  distretto  e 
di  cantone,  il  quale  contiene  il  distretto 
ilei  suo  nome  e  quelli  di  Lamino,  Lati- 
tilo, Torre   Orsaia,  Camarolta,  Pisciot- 
la,Pollica,Castellabtte,TorchiaraeGioia, 
giace  in  una  pianura    fra'  mutiti,  donde 
sgorga  il  torrente  Palisco,  che  si  unisce' 
all' Alento  presso  la  foce,  sotto  clima  tem- 
perato. E'  distante  1  1  leghe  sud-est  da 
Salerno.  Deue  fabbricata  e  con  parecchi 
belli  edilizi,  tra'quaii  il  palazzo  governa- 
tivo, ch'ebbe  moderni  abbellimenti,  e  la 
bella  cattedrale  già  collegiata;  un  super- 
bo convento  di  domenicani  con  chiesa 
di  buono  stile,  il  conservatorio  delle  zi- 
telle. Vi  si  trovano  varie  concie  di  pelli 
comuni  e  fine.  Il  territorio  principalmen- 
te è  fertile  di  grano,  vino  e  frulli.  Que- 
sta città  esisteva  al  tempo  de'romani.  Ri- 
porta il  u.°26i  del  Giornale  di  Roma 
dei  1 85i .  »  Innalzato  il  comune  di  Vallo 
in  Principato  Citeriore. a  sede  episcopale 
della  uuova  diocesi  di  Capaccio  e  Vallo, 
vi  giungeva  nel  giorno  io  ottobre  i85i 
monsignor  Mai  ino  Paglia    arcivescovo 
metropolitano  di  Salerno  (nella  qual  se- 
de per  sua  morte  a*  21  dicembre  18^7 
gli  è  succeduto  il  rispettabile  mg.r  An- 
tonio Salomone  d'Avellino,  traslato  da 
Mazzara  ),  delegato  all'esecuzione  del- 
l' apostoliche  bolle.  In  così  solenne  oc- 
casione amò  di  accompagnarlo  l' egre- 
gio maresciallo  di  campo    commenda- 
to r  Palma  ,  comandatile  territoriale  de' 
due  Principati  Citeriore  e  Ulteriore.  Non 
è  a  dirsi  la  gioia,  la  gratitudine  e  la  pietà 
religiosa  mostrata  da  tut'.a  quella  popo- 
lazione, così  nell'arrivo  de'prelodati  mg.1 
arcivescovoe  maresciallo  di  campo,  come 


56  VAL 

nel  giorno  di  domenica  12  di  detto  me- 
se, in  cui  la  parrocchiale  chiesa  di  s.  Pan- 
talone martire  fu  a  cattedrale  della  dio- 
cesi novella  pomposamente  inaugurata. 
V  intervennero  il  sotto-intendente  e  gli 
altri  funzionari  locali;  la  guardia  di  pub- 
blica sicurezza  e  gii  urbani  vi  prestarono 
servizio,  restando  pure  in  bella  mostra 
Sotto  le  armi.  Il  suono  de'sagri  bronzi,  i 
musicali  concertai  continui  spari, gli  spor- 
ti e  le  finestre  decorati  di  drappi,  le  ca- 
se bellamente  illuminate  nelle  sere  ,  gli 
echeggiami  evviva  alla  Santità  del  Ponte- 
fice ed  alla  Maestà  del  Re,ed  infine  la  som- 
ministrazione di  molle  limosine  a'  pove- 
relli,resero  qne'giorni  di  perpetua  rimem- 
branza negli  annali  di  Vallo.  I  sagri  riti 
cominciarono  colla  lettura  delle  pontifi- 
cie bolle,  proseguirono  colla  investitura 
e  col  giuramento  de'canouici  e  de'man- 
sionari  del  nuovo  capitolo.  Una  elegan- 
te e  ben  adatta  orazione,  proferita  dal 
teologo  d.  Domenicantonio  Ronsini,  ac- 
crebbe Io  splendore  di  quella  funzione, 
che  terminò  col  canto  dell'inno  Ambro- 
gino e  colla  benedizione  che  il  prelato 
dall'altare  fece  discendere  sopra  una  nu- 
merosa popolazione  genuflessa  e  pietosa- 
mente raccolta.  Non  è  a  tacersi  degli  o- 
maggi  e  de'rendimenti  di  grazie  da'quali 
furono  accompagnati  al  loro  partire  il  di 
seguente  mg/  arcivescovo  e  il  marescial- 
lo Palma,  uè  delle  manifestazioni  del- 
l'immensa gratitudine  di  quegli  abitanti, 
che  pel  di  loro  organo  indirizzavano  al 
Sommo  Pontefice  ed  al  Re  N.  S.  per  co- 
tanto pregevole  e  luminoso  beneficio  alla 
loro  patria  conceduto".  Nella  1."  propo- 
sizione concistoriale:  Cathedralis  Eccle- 
siae  Caputaqueu.  et  Vallea. ,  si  legge  lo 
stato  della  diocesi  e  di  Vallo.  Caput  A- 
quii  cù'itas,  et  vetcris  ejusdem  nomini* 
ch'itati  labeiile  saeculo  XI f  dircplaei 
atque  ab  hostibus  penitus  cvtrsae  sufj'e- 
< taluni  prae&tQ  numquain  habucriteai 
fjuac  prò  Episcopali  resideulia)  a/que 
{{<■( ot  e.  opportuna  et  necessaria  esse  de- 
Li  ut  omiii/10,  factum  est,  ut  per  builus 


VAL 

Cum  propter,  hujusce  Episcopati^  Se- 
des   constitutafuerit  in  Oppido  vulga- 
ti/zi nuncupalo  Vallo,  Wide  UH  nomen 
deinceps  Caputaquen.  et  Vallen.  juxla 
recensilas  bullas.  Falli  itaque  oppidum 
civitatis  Episcopalis  titulomodo  conde- 
corata parimi  a  maris  lilorc  distans, 
medio  in  loco  fere  est  ab  extremis  hodier- 
nae  Caputaqucnsis  dioecesis finibus ■,  ad 
lioram  Salernitani  sinus  ,  optimis  coti' 
fiala  domibns,  quas  sex  mille  pene  in* 
habitant  cives.  La  cattedrale  sotto  1'  in- 
vocazione di  s.  Pantaleone  martire  è  un 
ottimo  edilizio  in  eccellente  condizione, 
ha  la  cura  d'anime  col  battisterio,  essen- 
done parroco  l'arciprete  2. a dignità,  coa- 
diuvato da  6  mansionari.  Il  capitolo  si 
compone  delle  due  dignità,  lai."  dell'ar- 
cidiacono e  la  2/  dell'arciprete,  d'altri 
io  canonici  comprese  le  prebende  teolo- 
gale e  penitenziale,  di  6  beneficiati  o  man- 
sionari, e  di  altri  preti  echierici  inservien- 
ti a'divini  uffizi.  L'episcopio  è  sulììcieute- 
mente  ampio  e  comodo.  Nella  città  di 
Vallo  vi- sono  3  altre  chiese  parrocchiali, 
due  conventi  di  religiosi,  un  conservato- 
rio di  oblate,  7  sodalizi.  Seminai  inai  in- 
ierea  donec  in  Valicasi  ch'itale  quoad 
cilius  fieri possit  erectumfuerit,  in  oppi- 
do vulgatim  Novi^yro  universa  Caputa- 
quensi  et  Valicasi  dioecesi  provisorio 
ad  clericospiclatc  et  literis  instiluendos 
palebitj  hospitale  autemì  et  monti s  pie- 
talis  desiderantur.  Ogni  vescovo  è  tassa- 
to ne'libri  della  camera  apostolica  in  fio- 
rini 3oo,  ed  i  fruiti  della  mensa  ascendo- 
no a  circa  5ooo  ducali  nonnullis  oneri- 
bus  gravali.  La  diocesi  è  ampia  e  contie- 
ne molti  luoghi.  Il  Papa  nel  concistoro 
de' 18  marzo  i852  colla  pi  efata  proposi- 
zione preconizzò  vescovo  di  Samosata   in 
par  ti  bus  e  amministratore  della  chiesa  di 
Capaccio  e  Vallo,  mg/  Vincenzo  M.a  ìMa- 
1  oldo  della  congregazione  del  ss.  Reden- 
tore di   Muro,  già  vescovo  di   Trapani, 
che  lodevolmente  governò.  Per  sua  mor- 
te ,  lo  stesso  Papa  Pio  IX  nel  concistoro 
de'23  marzo  1 85  J  dichiaro  i.°  vescovo  di 


VAL 

Capoccio  e  Vallo  l'odierno  mg.r  Fran- 
cesco Giampaolo  di  Ripa  limosa  ni  diocesi 
di  Boianoj  già  arciprete  curalo  in  patria, 
previo  concorso,  esaminatore  prosinoda- 
Je,  encomiandolo  per  dottrina ,  gravità, 
prudenza,  di  probi  costumi,  istruitissimo 
delle  cose  ecclesiastiche.  Pel  funestissimo 
e  doloroso  terremoto  del  regno  di  Na- 
poli, avvenuto  dal  16  al  17  dicembre 
1857,  in  cui  morirono  9237  individui, 
oltre  1 35g  feriti,  principalmente  patiro- 
no indicibili  calamità  le  provincie  del 
Principato  Citeriore,  e  più  assai  di  Ba- 
silicata colla  sua  capitale  Potenza  quasi 
annientata,  e  Alarsi  co  Novo  in  cui  cad- 
dero due  terzi  degli  edifizi.  Molto  solFri- 
rono  Sala  e  Diano;  i  minori  guasti  nel- 
la stessa  provincia  del  Principato  Cite- 
riore li  patì  Vallo,  ove  cadde  il  piccolo 
campanile  di  s.  Caterina,  e  vari  edifizi 
restarono  lesionali. 

YALLOMU?xQSkXE}MonialesCon- 
grcgationisf'allisUmbrosae.  Ne  fu  fon- 
datrice la  b.  Umiltà  di  Faenza  di  nobile 
famiglia, nata  nel  1226  circa  e  chiamata 
nel  battesimo  Rosana,  nome  che  secondo 
il  LJapebrochio,  presso  Bollandus  adii 
Maij,  le  fu  imposto  a  riguardo  della  con- 
tea di  RosanooPiossano,  situala  tra  Par- 
ma e  P»eggio,  giusta  il  costume  d'alcuni 
italiani,  che  prendono  il  nome  dal  paese 
o  dal  luogo  d'onde  traggono  la  loro  o- 
rigine.  Ma  ilp.  Helyot  osserva,  che  questa 
non  fu  certamente  la  ragione  onde  santa 
(com'egli  la  chiama,  ed  egual  titolo  le 
dà  il  dotto  can.  Strocchi  nella  Serie  deJ ve- 
scovi Faentini,  ma  nel  martirologio  val- 
lombrosano  è  detta  beata)  Umiltà  fu  da- 
to il  nome  di  Rosana,  poiché  nacque  el- 
la in  Faenza  città  di  Romagna.  Suo  pa- 
dre Altimonte,  ch'era  gentiluomo  della 
medesima,  e  sua  madre  Richilda,  furono 
grandemente  solleciti  della  di  lei  educa- 
zione. Fino  da'più  teneri  anni  fu  dedita 
all'orazione  e  alla  contemplazione,  e  ne- 
mica de'diverlimenti  familiari  alle  vergi- 
nelle sue  pari.  Inoltre  sommamente  ab- 
boniva tutte  le  vanità,  tanto  confapenti 


VAL  57 

al  genio  del  suo  sesso;  e  quanto  più.  cre- 
sceva in  età,  tanto  maggiori  sperimenta- 
va nel  suo  cuore  gli  elTetti  della  grazia, 
la  quale  rendendola  oltremodo  disgusta- 
ta del  mondo  ed  affezionata  alla  solitu- 
dine, la  fece  risolvere  a  domandare  a'suoi 
parenti  licenza  d'abbandonare  il  secolo 
per  interamente  consagrarsi  a  Dio  colla 
professione  religiosa.  A  tale  elfetlo  porse 
loro  le  più  cnlde  suppliche,  ma  essendo 
ella  l'unica  loro  prole,  i  genitori  già  a- 
vevano  stabilito  di  maritarla;  onde  inve- 
ce d'esaudire  le  sue  domande,  la  fecero 
di  ligen temente  guardare,temendo che  po- 
tesse loro  malgrado  involarsi  per  entrare 
senza  loro  saputa  in  qualche  monastero. 
Avendo  l'imperatore  Federico  II  stretto 
d'assedio  Faenza,  e  ridotta  a  rendersi  a 
lui  nel  1241,  un  parente  di  quel  principe 
colto  dalla  bellezza  di  Rosana  la  chiese 
in  isposa;  ma  ella  rispose,  che  solo  Gesù 
Cristo  era  il  suo  sposo.  Morti  poi  i  geni- 
tori, fu  costretta  ad  ubbidire  a'suoi  tu- 
tori, onde  si  congiunse  in  matrimonio  con 
Ugo  o  Ugolotto  Caccianemici  gentiluo- 
modi  Faenza,  e  divennemadre  di  nume- 
rosa figliuohinza,  altri  dicono  di  due  figli 
morti  dopo  avere  ricevuto  il  battesimo. 
Dopo  aver  passati  insieme  9  anni ,  pro- 
pose al  suo  marito  di  separarsi  e  d'  osser- 
var la  continenza,  ma  Ugolotto  non  vol- 
le convenirvi.  Iddio  però  permise,  che 
essendosi  egli  ammalato,  i  medici  l'assi- 
curarono, che  per  ricuperare  la  perduta 
sanità  e  conservarla,  non  eravi  altro  spe- 
diente  che  il  vivere  continente,  e  che  di- 
versamente operando  correva  manifesta' 
rischio  di  presto  morire;  per  cui  Ugolot- 
to a'desiderii  della  moglie  fu  costretto  a 
condiscendere.  A  meglio  effettuare  la  sua 
risoluzione,  vestì  l'abito  religioso  nel  mo- 
nastero di  s.  Perpetua  presso  Faenza,  ch'e- 
ra dell'ordine  de' canonici  regolari  di  s. 
Marco  di  Mantova  (ed  ora  di  s.  Girola- 
mo de'minori  osservanti  riformali),  as- 
sumendo il  nome  di  Lodovico,  col  qua- 
le è  veneralo  per  beato,  come  afferma  No- 
vaes.  E  come  questo  monastero  era  di 


58  V  A  I* 

doppia  e  separata  abitazione,  Rosalia  pa- 
rimenti s'aggregò  alle  religiose  o  canoni- 
cltesse  dello  stesso  ordine,  ove  inula  il  suo 
nome  in  quello  di  Umiltà;  uè  volendoche 
la  sua  umiltà  consistesse  nel  solo  nome, 
ma  che  fosse  di  continuo  stimolo  all'e- 
sercizio di  tale  vii  tu  ,  s' impiegò  ne'  più 
vili  ministeri  del  monastero.  Indi  a  qual- 
che tempo  stimolata  da  un  interno  desi- 
derio alla  solitudine,  partì  dal  monaste- 
ro e  si  rinchiuse  in  una  cella  vicino  alla 
chiesa  di  s.  Apollinare,  dipendente  dal- 
l'abbazia di  s.  Crispino  della  congrega- 
zione de'  Vallomb rosani  (^.).  Vi  dimo- 
rò rinchiusa  per  12  anni,  menandovi  vi- 
ta continuamente  austera  e  penitente,  ci- 
bandosi di  solo  pane  e  acqua,  soltanto  ag- 
giungendo nelle  feste  solenni  alcune  erbe 
amare.  La  sua  astinenza  era  così  rigorosa, 
che  nudrivasi  una  sola  volta  il  giorno  con 
3  oncie  di  pane.  Vestiva  continuamente 
di  cilicio,  ed  i  suoi  corti  sonni  sulla  uu- 
da  terra  prendeva;  macerava  il  suo  cor- 
po con  non  comuni  mortificazioni,  poi- 
ché ogni  giorno  ne  inventava  di  nuove. 
Impiegava  poi  tutto  il  giorno  e  buona 
parte  della  notte  nella  preghiera  e  nella 
meditazione.  Molle  divote  donne  conce- 
pirono la  vocazione  d' imitarla  e  di  re- 
stringersi dentro  alcune  celle,  che  intor- 
no alla  sua  fabbricarono.  Essendo  ciò 
giunto  a  notizia  del  vescovo  di  Faenza 
(l'encomiato  can.  Shocchi  dice  che  il  mo- 
nastero eretto  in  patria  da  s.  Umiltà,  fu 
a  teaipodel  vescovo  Loltieri  della  Tosa, 
ina  questi  fu  fatto  vescovo  nel  1287;  laon- 
de per  quanto  continuerò  a  dire  col  p. 
Helyot,  il  monastero  delle  vallombrosa- 
ne  di  Faenza  sembra  rimontare  ad  epo- 
ca anteriore  al  vescovato  del  Lollieri),  e 
di  molte  altre  persone  pie,  la  stimolaro- 
no a  voler  la  sua  clausura  abbandonare 
per  fabbricare  un  monastero.  Quello  che 
più  d'ogni  altro  la  persuadeva  a  lasciar 
il  suo  ritiro  fu  d.  IMebano  generale  del- 
l'ordine di  Vallombrosa.  Uscì  ella  adun- 
que dalia  cella  e  fabbricò  in  Faenza  il  mo- 
nastero dedicato  a  s.  Giovauui  E  vango*» 


VAL 

lista,  in  un  luogo  detto  s-.  Maria  Novella 
alla  Malta,  vicino  a  porta  delle  Chiavi. 
Radunò  in  poco  tempo  molte  discepole, 
le  quali  vollero  vivere  a  lei  soggette.  Fe- 
ce quindi  loro  praticare  la  regola  di  s.  Be- 
nedetto, e  le  osservanze  dell'ordine  di  Val - 
lombrosii,  soggettando  il  suo  monastero 
alla  giurisdizione  del  generale  del  mede- 
simo online,  a  cui  ella  promise  ubbidien- 
za ,  onde  le  monache  furono  chiamate 
7  allo mbrosa ne.  Iddio  l'avea  dotata  d'un 
raro  talento  per  governare  le  religiose  sue 
figlie:  soddisfaceva  agli  obblighi  di  stipe- 
ritira  con  una  meravigliosa  prudenza,  ed 
era  a  lei  per  divina  rivelazione  manife- 
sto quanto  passava  nel  cuore  delle  sue 
monache,  come  ne  fa  fede  la  correzione 
che  fece  ad  una  di  esse  per  un  peccato, 
che  avea  per  rossore  in  confessione  taciu- 
to. Dopo  aver  governato  il  monastero  di 
Faenza  per  alcuni  anni,  si  portò  a  Firen- 
ze, ove  col  consenso  di  Valentino  II  ge- 
nerale de'  vallombrosani  eresse  un  altro 
monastero,  le  cui  fondamenta  furono  get- 
tate nel  i  282,  e  la  chiesa  fu  consagrata  dal 
vescovo  di  Firenze  nel  1297.  I  miracoli 
dalla  b.  Umiltà  operati,  resero  celebre  il 
suo  nome:  trasse  dalla  morte  un  fanciul- 
lo, ed  alla  primiera  salute  molti  infermi 
restituì.  Ebbe  ancora  il  dono  ili  profezia; 
e  quando  un  gentiluomo  della  città  si 
portò  ad  ascoltare  i  suoi  consigli,  ella  lo 
avvertì  di  accomodar  le  cose  di  sua  co- 
scienza, poiché  Dio  avea  determinato  la 
sua  morte  nel  seguente  venerdì  santo, co- 
me in  fatto  avvenne.  Giunta  finalmente 
ad  una  estrema  vecchiezza,  malgrado  la 
sua  vita  penitente  ed  austera,  della  quale 
giammai  non  moderò  il  rigore  per  lutto 
il  tempo  che  visse,  rimase  da  pericolosa 
malattia  oppressa,  della  quale  morì  a'22 
maggio  i3  10,  altri  pretendono  a'i3  di- 
cembre, d'anni  84  e  più.  Fu  sepolta  nel- 
la chiesa  di  s.  Giovanni  Evangelista  po- 
sta fuori  di  Firenze,  dalla  beata  edificata 
nel  dettoi282.  Ma  dipoi  i  fiorentini  te- 
mendo che  le  truppe  di  Papa  Clemente 
VII,  collegate  con  quelle  dell'imperato- 


VAL 

re  Carlo  V,  stringessero  d'assedio  la  lo- 
ro città,  volendo  (juesta  forli Picare,  fece- 
ro atterrare  il  suburbano  monastero  e  la 
chiesa,  da  dove  l'annata  nemica  avrebbe 
potuto  molestarli.  Fu  allora  il  corpo  del- 
la beata  fondatrice  delle   vallouibrosane 
trasferito  in  un  monastero  della  città,  die 
fu  assegnato  alle  monache  e  vi  dimoraro- 
no sino  al  i  534,  non  già  fino  al  1 024  eo- 
uie  ripetutamente  asserisce  il  p.   Pape- 
Li  ochio.  Indi  volendo  Alessandro  de  Me- 
dici i.°  duca  di  Firenze  fabbricare  la  cit- 
tadella di  Firetize  nel  luogo  ove  sorgeva 
tal  monastero,  obbligò  i  monaci  vallom- 
bi  osarli  a  cedere  alle  monache  il  loro  mo- 
nastero di  s.  Salvio,  che  fu  ad  esse  con- 
ceduto dal  generale  dell'ordine;  e  d.  Dio- 
nora Macchia  velli,  in  quel  tempo  abba- 
dessa,  ne  prese  il  possesso,  e  vi  fece  tra- 
sportare il  corpo  della  loro  fondatrice,  il 
quale  da  quel  tempo  in  poi  con  quello  di 
s.  Margherita,  ancor  essa  di  quest'ordi- 
ne, come  vuole  il  p.  Helyot  (ma  non  la 
trovo  nel  martirologio  vallombrosano), 
ivi  ha  sempre  riposato.  11  corpo  della  b. 
Umiltà,  vestito  coll'abito  del  suo  ordine 
di  broccato  d'oro,  coll'iusegne  abbaziali, 
si  conserva  incorrotto  nell'altare  a  lei  de- 
dicato. Clemente  XI  a'27  gennaio  1720, 
la  beatificò  con  equipollente   beatifica- 
zione, esseudo  la  sua  festa  registrata  nel 
detto  martirologio  a'2o  maggio,  col  no- 
me di  vedova  e  fondatrice  delle  vallom- 
brosaue.La  Fila  della  b.  Umiltà  diFaen- 
za,  scritta  in  italiano  da  Ippolito  Carbo- 
ni, fu  stampata  in  Firenze  nel  1624.  Si 
ha  pure  di  d.  Ignazio  Guiducci  la  Vita 
di  s.  Umiltà  da  Faenza,  abbadessa  e 
fondatrice  delle  monache  dell'ordine  di 
f  ' allombrosa.  Altra  ne  scrisse  il  Brocchi 
nelle  sue  l'ite  de 'santi  fiorentini,  1. 1,  p. 
293,  oltre  a  quella  de' Bolla /idi s ti  e  ri- 
portata da  essi  a'22  maggio.  Il  monaste- 
ro di  Faenza  dalla  b.  Umiltà  altresì  fon- 
dalo, essendo  esposto  agl'insulti  delle  mi- 
lizie per  essere  situato  fuori  della  alta, 
il  Papa  Alessandro  VI  con  breve  de'  12 
luglioiSoi  pei  mise  che  bi  trasferisse  deu- 


VAL  59 

tro  di  essa,  nel  luogo  ov'era  anticamente 
situato  quello  di  s.  Perpetua,  che  essen- 
do stato  abbandonato  non  meno  da' ca- 
nonici  regolari,  che  dalle  suddette  loro 
canoniehesse,  era  stato  diroccato,  e  fu  de- 
nominato s.  Umiltà.  Apprendo  dal  cano- 
nico Strocchi,  che  il  vescovo   di  Faenza 
Battista  de'Canouici,  in  conseguenza  del 
breve  pontificio,  con  decreto  del  suo  vi- 
cario generale  de'7  marzo  1002  conces- 
se alle  monache  vallouibrosane  di  erige- 
re in  un  luogo  del  priorato  di  s.  Perpetua 
della  congregazione  di  s.  Marco  di  Man- 
tova il  monastero;  poiché  il  precedente 
posto  fuori  della  città  era  stalo  totalmen- 
te distrutto  da'  faentini,  in  occasione  di 
guerra  e  forse  prima  dell'  assedio  fatto 
da  Cesare  Borgia  duca  Valentino.  Av- 
verte il  p.  Helyot,  che  pretendono  alcu- 
ni autori  essere  l'origine  delie  valloui- 
brosane mollo  antica,  facendola  derivare 
dal  1  1 00,  altri  per  contrario  fissandola  al 
1 153.  La  più  comune  opinione  però  è 
ch'esseabbiauo  avuta  per  fondatrice  sali- 
ta Umiltà.  Questo  è  il  titolo  che  leda  il 
Guiducci  ;  e  Buceiino  nel  suo  ftlenologio 
de  santi  dell'ordine  di  s.  Benedetto,  di- 
ce ch'ella  è  slata  la  1 ."  islitutrice  delle  re- 
ligiose di  quest'ordine;  quindi  non  poti- 
no esse  riconoscere  più  antico  principio, 
come  i  suddetti  autori  pretendono,  poi- 
ché la  beata  nacque  nel  1  226,  ed  io  ag- 
giungerò la   testimonianza   irrefragabile 
del  martirologio   vallombrosano,  in  cui 
viene  riconosciuta  da'vallombrosani,/l/o- 
nialium  ordìnis nos trifnndatricis,  e  per- 
ciò non  ne  fu  autore  il  foudatore  dell'or- 
dine s.  Gio.  Gualberto  come  opinarono 
alcuni.  Queste  monache  adottarono  V  i- 
stesse  osservanze  de' monaci   vallombro- 
sani,  ed  in  Italia  giunsero  ad  avere  circa 
1  o  monasteri,  e  s.  Berta  era  di  quest'  or- 
dine, secondo  il  p.  Helyot,  ma  non  ricor- 
data dal  citato  martirologio.  Alcuni  pre- 
teudonoche  fondasse  il  monastero  di  Ca- 
viglia, ed  altri  che  fosse  soltanto  richia- 
mata da  un  altro  monastero  dal  b.  Gual- 
do geueraie  dell'ordine,  acciò  ne  fosse  su- 


6o  VAL 

perfora.  Le  vallombrosane  e  l'ordine  val- 
lombrosano annoverano  ancora  tra'  loro 
sunti,  senza  farne  menzione  il  proprio 
mai  tirologio,  s.  Verdiana,  la  quale  dimo- 
iò 3o  anni  rinchiusa;  ma  il  terz'ordinedi 
s.  Francesco  la  pretende  sua,  e  ne  fa  l'uf- 
fìzio doppio  ih."  di  febbraio.  Il  medesi- 
mo martirologio  neppure  registra  la  b. 
Giovanna,  della  quale  abbiamo  il  Rag' 
guaglio  istorico  della  b.  Giovanna  da 
Siena  romita  Frallombrosanai  Fi  ten- 
ie 174°-  Vestivano  le  vallombrosane  di 
nero,  usando  larga  e  lunga  cocolla,  co- 
prendo  il  capo  con  lungo  velo  bian- 
co, con  sopra  altro  velo  nero  assai  più 
corto.  Il  p.  Bonanni  nel  Catalogo  del- 
le vergini  a  Dio  dedicate ,  a  p.  98,  ri- 
porta la  figura  della  monaca  vallom- 
brosana, e  nel  parlare  delle  religiose,  ol- 
treché ne  ignora  la  fondatrice,  dicendo 
incerto  chi  fos<e  lai."  ad  abbracciare  l'i- 
stituto, ripete  l'errore  del  p.  ab.  Franchi, 
che  scrisse  nella  vita  di  s.  Gio.  Gualber- 
to, che  il  1 ."  monastero  fu  quello  dell'ab- 
bazia di  s.  Maria  in  Galilea,  nel  territo- 
rio di  Lumello  presso  Pavia  circa  il  1  1  00; 
e  l'altro  che  il  p.  Lucalelli  nella  vita  di  s. 
Bernardo  7.0  generale  dell'oidi  ne,  asseri- 
sce la  più  antica  memoria  delle  vallom- 
brosane risalire  ali  1  53,  per  essere  stata 
data  al  p.  Gualdo  9.0  generale  la  cura  di 
riformare  il  monastero  di  Cavriglia  nel- 
la diocesi  di  Fiesole,  allora  rilassato  nel- 
l'osservanza,e  ch'egli  vi  mandò  la  b.  Berla 
monaca  benedettina  del  monastero  di  s. 
Felicita  di  Firenze,  la  quale  eletta  abba- 
dessa,  col  suo  esempio  indusse  l'altre  ad 
abbracciare  l'abito  e  la  riforma  dell'  or- 
dine vallombrosano (della  b.  Berta  si  trat- 
ta nel  iMcnologiuiìi  Bcnediclinum^  e  nel 
libro  del  Wion,  Ligiium  vitae).  Da  ciò 
volersi  argomentare,  che  nel  monastero 
eli  s.  Felicita  era  già  introdotta  la  detta 
riforma  monastica.  Il  medesimo  p.  Luca- 
lelli riferisce,  che  l'abito  nel  principio  fu 
di  lana  mescolata  parte  nera  e  parte  bian- 
ca, cioè  bigio;  ma  perchè  questa  si  varia- 
va secondo  la  qualità  de'eolori,  un  capi- 


V  AL 

loto  generale  determinò,  che  tutti  i  mo- 
nasteri vestissero  di  color  nero  come  i  be- 
nedettini; e  per  tale  cagione  anche  le  mo- 
nache hanno  la  tonaca  legata,  lo  scapola- 
re sciolto,  e  nelle  funzioni  ecclesiastiche  la 
cocolla  del  colore  medesimo, con  velo  dop- 
pio in  capo,  il  superiore  nero  e  l'inferio- 
re bianco,  siccome  si  usa  quasi  comune- 
mente dalle  monache  d'  ogni  istituto.  I 
F 'allonibrosani ",  al  modo  narrato  nell'ar- 
ticolo, dopo  la  morte  del  s.  fondatore  eb- 
bero per  più  d'  un  secolo  delle  converse 
o  suore,  le  quali  non  hanno  ninna  rela- 
zione colle  monache  vallombrosane.  Pre- 
sentemeule  le  monache  vallombrosane 
esistono  nc'monasleri  di  s.  Umiltà  diFaeu- 
za,  di  s.  Verdiana  di  Firenze,  di  s.  Gior- 
gio pure  di  Firenze,  e  di  s.  Girolamo  in  s. 
Gemignano  nel  Sanese.  Scrissero  delle 
monache  vallombrosane:  il  p.  Annibali 
da  Latera,  Compendio  della  storia  degli 
ordita  regolari  esistenti,  t.  i,cap.  18: 
Delle  Monache  Vallombrosane  ;ed  il 
p.  Helyot,  Storia  degli  ordini  monasti- 
ci, t.  5,  cap.  29:  Delle  religiose  del- 
l'ordine  di  Vallombrosa  colla  vita  di  s. 
Umiltà  loro  fondatrice. 

VùLLOMBROSANl^ongregationis 
Vallis  Umbrosae  ordmis  s.  Denedicti. 
L'ordine  di  Vallombrosa  ebbe  per  fon- 
datore s.  Giovanni  Gualberto  (F.)  nato 
nel  981,  il  di  cui  padre  Gualberto  de'Cis- 
domiui  era  nobile  fiorentino  signore  di 
Petroio  in  Val  di  Pesa,  ricco  e  potente 
cavaliere.  Il  p.  Helyot  dice  che  traeva 
l'origine  da  antica  famiglia,  la  quale,  poi- 
quanto  si  pretende  ,  riconosceva  il  suo 
principio  da  Bonacorso  Bisdomini,  il  qua- 
le era  stato  fatto  cavaliere  dall'imperato- 
re Carlo  Magno.  Il  vallombrosano  p.  ab. 
Davanzali  narra,  che  questa  famiglia  si 
disse  ancora  de'Visdomini,  cioè  Vicedo- 
mini,  perchè  essendo  ella  numerosa  e  po- 
tente, nella  vacauza  degli  arcivescovi  di 
Firenze  restavano  padroni  tutelari  e  di- 
fensori del  vescovato.  Si  dissero  parimen- 
te per  la  loro  gran  potenza  de'B ^domi- 
ni, cioè  due  volte  Signori,  come  vuole  lo 


VAL 

storico  Pietro  Monaldi,  il  quale  fa  tale 
famiglia  oriunda  da  Rooia,  di   dove  eb- 
be origine  dalla  stirpe  di  Catilina;  poiché 
essendo  stala  scoperta  in  lloma  la  famo- 
sa di  lui  congiuro  contro  la  patria  e  con- 
tro il  console  Cicerone,  due  suoi  congiun- 
ti fuggirono,  uno  si  ritirò  nell'  Umbria  e 
quivi  si  fermò,  I'  altro  in  Firenze  ,  pren- 
dendo ambedue  il  casato  di  Disdotnini  per 
essere  polentiegransignoii.La  madre  del 
santo  fu  Camilla  della  stirpe  del  marche- 
se Ugo  duca  di  Toscana,  e  nipote  di  Ugo 
re  d'Italia.  Gualberto  ebbe  due  figli,  Ugo 
e  Giovanni.  Essendo  stato  ucciso  da  un 
loro  congiunto  Ugo,  il  padre  sebbene  di 
spirili  risentiti,  per  l'avanzata  età  non  po- 
tendo colle  proprie  mani  vendicare  il  fi- 
glio, con  istimoli  e  forse  minacele  ne  com- 
mise l'esecuzione  a  Giovanni  figlio  super- 
slite.  Questi  sebbene  per  natura  non  in- 
clinato ali'eiFusione  di  sangue,  nondime- 
no gl'impulsi   paterni,  anche  per  punto 
cavalleresco,  lo  fecero  risolvere  alla  ven- 
detta. Perciò  armatosi,  andò  in  traccia 
dell'omicida  accompagnalo  da' suoi  scu- 
dieri, e  avendolo  trovato  in  giorno  di  ve- 
nerdì santo  in  un  luogo  talmente  angu- 
sto, che  non  dava  apertura  di  scampo 
veruno  al  reo,  mentre  Giovanni  snuda- 
ta la  spada  stava  per  trapassargli  il  cor- 
po, I'  uccisore  dell'  unico  suo  fratello  si 
geltò  a'  suoi  piedi  colle  mani  in   croce, 
supplicandolo  a  concedergli  la   vita   per 
amore  di  Gesù.  Cristo  per  ambedue  cro- 
cefisso e  morto  in  quel  giorno.  Giovanni 
ad  un  tratto  si  commosse  per  tale  com- 
memorazione ,  e  prontamente  l'esaudì. 
Perciò  riposta  la  spada  nel  fodero  e  di- 
sceso di  sella,  abbracciò  il  nemico  e  gli 
die  il  bacio  di  pace,  dicendogli:  Non  pos- 
so negarvi  quello  che  voi  mi  domandate 
in  nome  di  Gesù  Cristo.  Vi  dono  non  so- 
lo la  vita,  ma  la  mia  amicizia.  Pregate 
Dio  che  mi  perdoni  il  mio  peccato.  Mos- 
so quindi  Giovanni  da  interno  impulso, 
invece  di  tornare  a  casa  ,  si  portò  nella 
vicina  chiesa  di  s.  Miniato  al   Monte  (s. 
Miniato  protettore  dell'  illustre  città  ve- 


VAL  61 

scovile  del  suo  nome,  era  un  soldato  ro- 
mano, che  ùì  martirizzato  a  Firenze  sot- 
to l'imperatore  Decio:  il  suo  corpo  rin- 
chiuso in  un'arca  d'argento  si  custodisce 
dagli  Olivetani,  e  se  ne  celebra  da  alcuni 
la  festa  a'  2  5  ottobre),  suburbana  e  non 
molto  distante  da  Firenze,  della  celebre 
abbazia  de'monaci  cliiniacensi,  nel  ioi3 
eretta  presso  un  più  antico  tempietto  e- 
dificato  al  santo  poco  lungi  martirizzato 
nel  secolo  III.  Prostratosi  Giovanni  in- 
nanzi l'immagine  del  tt.  Crocefisso,  con 
abbondanti  lagrime  gli  chiese  umilmen- 
te perdono  della  sua  mala  intenzione,  e 
gli  rese  grazie  per  averlo  preservato  dal- 
lo spargere  sangue  umano.  In  seguo  di 
gradimento  dell'atto  cristiano  fatto  per 
amor  suo,  la  ss.  Immagine  chinò  visibil- 
mente il  capo  (il  p.  Annibali  dice  che  la 
ss.  Immagine  è  tuttora  in  venerazione  nel- 
la detta  chiesa).  Il  giovane  Giovanni  sba- 
lordito dal  prodigio  e  vieppiù  infervora- 
to nell'amore  pel  Redentore  di  tulli  gli 
uomini ,  stabilì  tosto  di  abbandonare  il 
mondo  e  le  sue  fallaci  grandezze,  e  di  de- 
dicarsi interamente  al  divino  servizio. 
Pertanto  recatosi  nel  contiguo  monaste- 
ro, si  gettò  a 'piedi  dell'abbate  cliiniacen- 
se e  gli  domandò  1'  abito  monastico  ,  il 
che  ottenne  dopo  varie  e  fiere  contraddi- 
zioni, suscitate  dal  demonio,  e  dal  proprio 
genitore  che  fece  di  tutto  per  impedire  la 
vocazione  del  figlio.  Nei  noviziato  eserci- 
tò ogni  virtù,  e  dopo  fatta  la  professione, 
essendo  morto  l'abbate,  gli  fu  sostituito 
da'suffragi  di  tutta  la  comunità.  Ma  il  san- 
to virilmente  s'oppose  all'elezione,  onde 
mosse  i  monaci  a  farne  altra.  Intanto  Gio- 
vanni fu  preso  dall'amore  della  solitudi- 
ne, per  vivere  lontano  affatto  da'tumul- 
ti  del  secolo  e  rendersi  più  perfetto.  In 
compagnia  quindi  di  altro  religioso,  parti 
dal  monastero  di  s.  Miniato,  e  passati  in 
diversi  luoghi  si  portarono  finalmente  u 
Camaldoli,  ove  fecero  lungo  soggiorno.  In 
questo  sagro  eremo  viveva  nella  contem- 
plazione il  patriarca  de'camaldolesi  s.  Ro- 
mualdo, del  quale  già  era  grande  il  no- 


Gì  V  A  L 

me  «Iella  santità  della  vita,  e  dopo  aver  se- 
co conferito  su  varie  cose  di  spirito,  e  go- 
duto della  sua  religiosa,  amorevole  e  san- 
ta convenzione,  si  licenziò  con  tenero  e 
vicendevole  abbi  accio  di  pace,  conferma- 
tisi scambievolmenle  nel  fervore  di  spi- 
rito e  nel  servizio  di  Dio.  Racconta  il  p. 
Ilelyot,  che  il  priore  di  Camaldoli  Pie- 
tro Daguino  volle  obbligare  Gio.  Gual- 
berto a  prender  gli  ordini  sagri,  ed  a  pro- 
mettere perseveranza  in  quell'eremo,  ma 
si  ricusò  egli  di  ciò  fare  e  si  ritirò  a  Val- 
Jombrosa,  perchè  era  chiamato  a  vita  ce- 
nobitica,come  dicono  il  p.  Mabillon,  Fleu- 
iy  e  altri  storici.  Ma  1'  ordine  col  quale 
egli  fece  fabbricare  il  i.°  suo  monastero 
in  Vallombrosa,  sembra  che  piuttosto  dia 
luogo  a  credere,  eh'  egli  in  principio  in- 
clinasse molto  alla  vita  eremitica,  poiché 
lo  formò  quasi  sul  modello  di  Camaldo- 
li, costruito  colle  celle  le  une  separate  dal- 
l'altre, come  può  vedersi  nel  disegno  che 
ne  diede  il  p.  d.  Diego  Franchi  abbate  di 
Bipoli  nella  vita  di  s.  Gio.  Gualberto,  fat- 
to incidere  su  quello  già  pubblicato  da 
Xanto  di  Perugia  e  da  Taddeo  Adema- 
ro. Partilo  dunque  il  santo  da  Camal- 
doli, si  portò  nel  Casentino  a  Valloni- 
l>rosa,  delta  allora  Acqua  Bella,  sotto  le 
falde  dell'A  pennino,  lontano  da  Firenze 
circa  i  8  miglia  a  levante,  luogo  montuo- 
so e  rigido,  dove  il  santo  giltò  la  base  di 
sua  congregazione,  sotto  la  protezione  del- 
la I).  Vergine  Assunta  in  cielo  e  di  s.  Mi- 
chele Arcangelo,  che  invocò  per  tutelari 
della  medesima,  sotto  la  regola  del  pa- 
triarca s.  Benedetto.  Innanzi  di  procede- 
re coll'operatodal  santo,  mi  piace  farceu- 
no  di  Vallombrosa  col  Repelli,  Diziona- 
rio gcografico-Jisico-storico  della  To- 
scana ,  opera  veramente  classica.  Val- 
lombrosa o  Valle  Ombrosa,  Vallem  Uni' 
brosam,  nel  Val  d'Arno  fiorentino,  ce- 
lebre badia  sul  monte  omonimo,  già  det- 
to Monte  Taborra,  in  origine  eremo  sot- 
to il  titolo  di  s.  Maria  d'Acqua  Bella,  nel 
popolo  di  s.  Andrea  a  Tosi  di  Reggello, 
diocesi  di  Fiesole,  compartimento  di  Fi- 


VAL 


renze,  un  4-°  «*i  miglio  a  scirocco  dell'e- 
remo divoto  delle  Celle,  noto  comune- 
mente col  vocabolo  di  Paradisino.  Non 
vi  è  italiano,  non  viaggiatore  d'oltremou- 
ti,  il  quale  recandosi  in  Firenze  per  am- 
mirarne le  sue  bellezze  trascuri  di  recar- 
si nella  calda  stagione  al  romantico  mon- 
te e  alla  badia  di  Vallombrosa.  Il  gran- 
dioso suo  fabbricato,  che  mette  in  mezzo 
alla  clausura  una  devola  ,  bella  e  ricca 
chiesa  ,  fa  contrasto  alle  cupe  foreste  ed 
olle  sempre  verdi  praterie  che  lo  circon- 
dano. Quantunque  la  natura  selvaggia  del 
luogo,  la  tinta  nerastra  delle  selve  di  a- 
beli  che  lo  fiancheggiano,  alle  quali  an- 
nosi faggi  fanno  corona  ,  la  caduta  del- 
l'acque spumeggianti  del  torrente  Vica- 
no  di  s.  Ellero  che  romoreggia  fra  rupi 
immense  di  cadenti  macigni;  l'erba  ed  i 
fiori  montani  che  cuoprono  i  tappeti  di 
que*  prati,  i  colpi  delle  scuri  che  abbat- 
tendo le  antenne  naturali  degli  abeti,  in- 
terrottamente  in  quel  silenzio  rintronano; 
tuttociòoffrea  chi  contempla  la  Vallom- 
brosa un  aspetto  di  melanconica  solitudi- 
ne tendente  al  raccoglimento  ed  alla  me- 
ditazione religiosa,  ed  assai  confacentc  per 
fornire  materia  di  serie  riflessioni,  sicco- 
me le  offrì  nel  secolo  XV  al  divino  Ario- 
sto nel  suo  Orlando  Furioso,  e  più  tar- 
di all'inglese  poeta  Milton  nel  suo  Pa- 
radiso perduto.  Il  i.°  de'quali  fin  d'  al- 
lora qualificava  la  badia  della  Vallombro- 
sa :  Ricca  e  bella  ,  uè  nien  religiosa  -  E 
cortese  a  chiunque  ci  venia.  Fin  dal  se- 
colo X  il  monastero  di  s.  Ilario  o  Ellero  di 
benedettine,  del  castello  ora  villa  d' Al- 
fiano  o  s.  Ellero  o  Ilario,  col  suo  patri- 
monio occupava  tutta  la  selvosa  monta- 
gna della  Vallombrosa  ,  donata  in  parie 
dall'  abbadessa  Illa  nel  1039  a  s.  Gio. 
Gualberto;  avendo  altresì  il  monastero 
giuspadrouato  su  molte  chiese  e  mona- 
steri, con  più  i  castelli  di  s.  Ellero  e  di 
Remole.  Dopo  la  metà  del  secolo  XIII  si 
trattò  della  riunione  di  questo  monaste- 
ro e  de' suoi  beni  alla  badia  di  Vallom- 
brosa; indi  dopo  lunga  opposizione  me- 


V  A  L 

dinnte  accordo  del  i  2  7  ">  e  del  1  268,  alle 
monache  di  s.  Ellero  Cu  assegnato  il  mo- 
nastero di  s.  Pancrazio  in  Fi  re  tue,  loro 
vita  durante,  ed  ima  pensione  vitalizia  da 
pagarsi  da'vallombrosani;  e  il  monastero 
ili  s.  Ellero  fu  convertito  in  ospizio  e  vil- 
la de'monaci  di  Vullombros  ».  Del  castel- 
lo e  distretto  di  Magnale  acquistarono  il 
giuspadronato  e  le  possessioni  i  conti  Gui- 
di (de'quali  anche  nel  voi.  LXXVIII,  p. 
55,  descrivendo  Modigliana,oggi  sede  ve- 
scovile, ove  si  stabilì  ili." loro  stipite),  e 
mentre  era  della  stessa  consorteria  il  con- 
te di  Poppi  Guido  di  Teudegrimo,  que- 
sti insieme  alla  contessa  Ermellina  sua 
consorte,  con  atto  pubblico  del  1068  do- 
nò a  s.  Gio.  Gualberto  de'  terreni  posti 
nel  monte  Taborra  sopra  Vallombrosa  e 
ì  loro  diritti  sul  medesimo,  monte  oggi 
detto  di  Secchieta,  nel  cui  fianco  occiden- 
tale risiede  l'abbazia.  Quindi  gli  abbati 
di  Vallombrosa  divennero  conti  di  Ma- 
gnale, e  nominavano  in  loro  rappresen- 
tante un  visconte  del  castello  per  gover- 
natore e  giusdicente  de' popoli  compresi 
nel  comune.  In  questa  contea  si  compren- 
deva la  giurisdizione  delle  ville  e  tenute 
di  Caliliauo,  che  un  buon  monaco  di  Val- 
lombrosa (nel  cercare  il  paese  di  Pater- 
no dove  nel  gennaio  1002  mori  l'impe- 
ratore Ottone  111,  di  che  parlai  in  più 
luoghi,  come  nel  voi.  XIII,  p.  23g:  alcu- 
ni credono  che  Cariati  sia  l'antica  Pa- 
terno, sede  vescovile  unita  a  Strongoli ) 
pretese  fabbricato  da  Catilina  in  tempo 
di  sua  ribellione,  e  di  Paterno  di  Vallom- 
brosa in  Val  d'Arno  superiore  a  Firen- 
te.  Paterno  è  una  villa  magnifica  e  resi- 
denza dell'  amministratore  generale  del 
patrimonio  di  Vallombrosa,  eon  oratorio 
di  s.  Antonio  abbate,  il  palazzo  essendo 
stato  rifabbricato  da'  vallombrosaui  nel 
1  588  ,  poi  ampliato  e  grandemente  ab- 
bellito nel  1 840.  Paterno  nel  1  1 04  fu  do- 
nato con  altri  terreni,  case  e  chiese  a'val- 
lombrosani  dalla  coutessa  Imiliao  Emi- 
lia, moglie  del  conte  Guido  Guerra  ,  col 
consenso  di  questi,  cou  atto  rogalo  a  Stru- 


V  A  L  63 

mi  presso  Poppi,  coufennatorio  di  quel- 
lo del  conte  Guido  di  Teudegrimo  di  lei 
suocero.  Il  1 .°  eremo  di  s.  Maria  d'Acqua 
Bella  ossia  di  Vallombrosa,  il  Llepelli  lo 
dice  gii»  nel  i  o43  edificalo  di  s.  Giù,  Gual- 
berto, nel  qual  anno  un  pio  fiorentino  gli 
clonò  alcuni  beni.  Infatti  nel  io3g,  epoca 
della  suddetta  donazione  falla  al  santo 
dalla  badessa  di  s.  Ellero,  I'  imperatore 
Corrado  il  con  suo  privilegio  confermò 
a'monaci  ritirali  con  s.  Gio.  Gualberto  in 
Vallombrosa  tutti  i  possessi  avoli  d  <  e-^e 
monache  in  dono,  e  fu  probabilmente  al- 
lora che  il  santo  fondatore  segnò  iì  luo- 
go per  edificare  la  1."  badia  di  s.  Maria 
delta  poi  di  Vallombrosa  sul  monte  del 
suo  nome.  Arroge  a  ciò  gli  atti  pubblici 
del  1068  e  deli  104"  già  ricordati.  Li  ce- 
lebre coutessa  Matilde  marchesana  di  To- 
scana (7.)  fu  munifica  benefattrice  di 
questa  badia  che  arricchì  di  beni  e  di  pri- 
vilegi amplissimi,  concessi  alla  congrega- 
zione mentre  era  presieduta  dal  cardi nal 
s.  liei-nardo  degli  Uberti.  Accresciuto  col 
fervore  religioso  il  numero  de'monaci,  si 
pensòa  edificare  nel  secolo  XV  in  Vallom- 
brosa una  più  vasta  clausura  con  ehiesa 
più  decerle.  Questa  fu  rifalla  e  abbellita, 
nel  qual  tempo  fu  traslatato  in  fondo  alla 
chiesa  il  bellissimo  attico  di  marmo,  fat- 
to sotto  il  governo  del  fiorentino  p.  ab.  d. 
Filippo  Francesco  Melani.  Il  suo  mona- 
stero frattanto  fu  in  più  tempi  e  sotto  il 
governo  di  vari  prelati  dello  stesso  ordi- 
ne monastico  accresciuto  e  abbellito,  enei 
1640  decorato  di  magnifica  facciala  dal 
p.  ab.  di  Vallombrosa  d.  Averardo  Mic- 
colini  di  Firenze,  ch'era  stato  prima  ab- 
bate generale  della  congregazione.  La 
struttura  e  la  bellezza  della  chiesa  attua- 
le ,  la  quale  trionfa  nel  mezzo  del  chio- 
stro, esattamente  venne  descritta  dall'au- 
tore del  Piaggio  pittorico  della  Tosca- 
na. (II  monastero  è  veramente  magnifi- 
co, e  regolare  è  il  vasto  edilizio  circonda- 
to da  verdi  piali  all'intorno, e  custodito 
nella  parte  destinata  alla  clausura  da  so- 
lidissima muraglia.  Splendidissimo  e  or* 


C4  VAL 

nato,non  che  ridondante  di  finissimi  mar- 
mi, è  il  bellissimo  tempio).  Dopo  la  mela 
del  secolo  XIII  fu  edificalo  sopra  il  risal- 
to d'una  rupe  l'eremo  detto  delle  Celle 
summeutovalo,  e  più  noto  attualmente 
col  vocabolo  di  Paradisi/io,  luogo  in  o- 
gni  tempo  santamente  frequentato,  e  nel 
principio  del  secolo  XIV  dal  monaco  val- 
lombrosano  b.  Giovanni  da  Catignanodi 
Gambassi  abitalo,  sicché  dall'eremo  pre- 
detto fu  poi  appellalo  il  b.  Giovanni  dal- 
le Celle.  II  quale  bealo  mostrò  ne'suoi  ter- 
si scritti  come  assai  bene  si  ponno  asso- 
ciare santità  di  costumi,  amore  per  lo  stu- 
dio e  purgatezza  di  lingua  italiana  nello 
seri  vere.  Inoltre  quest'eremo  servi  di  spi- 
rituale espontaneo  ritiro  a  molti  altri  di- 
stinti religiosi  della  stessa  congregazione 
vallombrosana,  i  quali  alia  purezza  del  vi- 
vere congiunsero  l'amorealle  scienze  e  al- 
le beile  arti,  come  fu  il  chiaro  botanico 
d.  Buono  Faggi,  e  per  ultimo  d.  Enrico 
Hugford  riprislinatore  in  Toscana  del- 
l'arie  della  scagliola,  i  cui  lavori  tanto 
pregio  rendono  al  bel  paese.  Di  recente 
questo  locale  per  le  cure  dell'  abbate  di 
Vallombrosa  p.  d.  Silvano  Gori  e  del  suo 
camerlengo  p.  d.  Vitaliano  Corelli  fu  tal- 
mente abbellito  e  resone  più  comodo  l'ac- 
cesso, che  di  eremo  angusto  e  di  peni- 
tenza vedesi  ridolto  ad  un  vero  Par  adi- 
sino  terrestre.  Questa  insigne  abbazia  di 
Vallombrosa  si  conservò  di  secolo  in  se- 
colo divota,  copiosa  di  monaci  esemplari 
non  meno  che  cortesi  e  dotti ,  finché  al- 
l'invasione delle  truppe  francesi  nel  1 808 
ogni  oidi  ne  monastico  fu  rovescialo,  e  con 
esso  caddero  i  principali  santuari  dellaTo- 
scana.  Il  monastero  della  Vallombrosa 
non  solo  fu  vuotalo  de'  migliori  oggetti 
di  belle  arti,  ma  venne  indiscretameute 
dilapidato;  allora  la  bella  chiesa,  ricca  di 
ss.  Reliquie,  di  arredi  sagri,  di  vasi  d'ar- 
gentoni tavole  di  pittori  distinti,  trovos- 
si  spogliala;  allora  la  doviziosa  e  celebre 
biblioteca  di  questa  badia,  copiosa  di  co- 
dici, di  rarissime  edizioni  di  libri  e  di  o* 
pere  pregevoli  degli  slessi  monaci  del- 


VAL 

la  Vallombrosa,  fu  messa  quasi  a  ruba 
e  in  gran  parte  dispersa  (alcuni  preten- 
dono che  il  meglio  de'lesori  inestimabili 
raccolti  nell'abbazia  in  pilline,  sculture, 
incisioni  e  codici,  passò  nell'accademie  e 
biblioteche  di  Firenze).  Finalmente  al  ri- 
torno del  legitlimo  sovrano  in  Toscana, 
anche  la  Vallombrosa  risorse  e  si  ripo- 
polò di  monaci,  in  guisa  che  ritornando 
all'antico  splendore  essa  continua  a  fio- 
rire all'ombra  dell'  osservanza  della  pri- 
stina disciplina  e  della  valida  protezione 
dell'augusta  famiglia  granducale  regnan- 
te. Chi  volesse  conoscere  l'epoche  diverse 
della  ié"  fondazione,  che  alcuni  col  p.  ab. 
Soldani  vallombrosano  attribuirono  al 
ioi5  anziché  dopo;  chi  volesse  sapere  l'e- 
poca dell'approvazione  della  nuova  con- 
gregazione nel  io55,  della  soppressione 
nell'ottobre  18 io,  e  della  ripristinazione 
di  questa  badia  nel  gennaio  18 19,  potrà 
leggere  l'apposita  iscrizione  in  marmo  esi- 
stente sotto  il  portico  della  chiesa  di  Val- 
lombrosa. Ho  premesso  questi  cenni  su 
Vallombrosa  ,  per  migliore  intelligenza 
di  quanto  vado  a  narrare,  principalmen- 
te col  p.  Helyot,  Storia  degli  ordini  mo- 
naslici\con  le  vite  de' loro  fondatori  e  ri- 
formatori, t.  5,  cap.  28  :  De  ir  ordine  di 
Fallomorosa,  con  la  vita  s.  Giovanni 
Gualberto  fondatore  del  medesimo. 

11  luogo  ove  si  fermò  s.  Gio.  Gualber- 
to reduce  da  Camaldoli,  gli  piacque  per 
la  solitudine,  e  tuttora  si  celebra  da'ueo* 
grafi  T  amenissima  pianura  e  i  delizio- 
sissimi dintorni,  pel  complesso  di  loro  na- 
turali bellezze  ,  oltre  1'  ubertosità  delle 
campagne,  formate  dalla  natura  e  dal- 
l'industria. Fu  detto  Valle  Ombrosa^tfm 
ragione  d'una  piccola  valle  su  cui  alcune 
selve  d'abeti,  che  cuoprono  le  montagne 
vicine,  stendono  la  loro  ombra  (altri  di- 
cono che  in  origine  all'amena  valle  face- 
vano iugombro  e  ombra  un  grosso  nu- 
mero di  pini),  benché  nominava»)  Acqua 
Della  all'arrivo  del  santo  ,  rilinmdovisi 
verso  iho38,  secondo  il  p.  Ileiyot.  Que- 
sti aggiunge,  che  gli  storici  dell'  ordine 


VAL 

ne  fissano  la  fondazione  ne!  i  o  1 5,  ed  an- 
co nel  1 01 2  al  dire  d'Ascanio  Tamburi- 
no; e  pretendono  che  il  santo  fondatore 
vi  giungesse  nel  1 008,  e  che  dimorasse  in 
questa  solitudine  7  anni  prima  di  getta- 
re le  fondamenta  del  suo  ordine.  Ma  ii  p. 
Helyot  opina,  ch'è  facile  convincerli  del- 
l'errore, contrapponendo  loro  a  loro  stes- 
si; imperocché  Andrea  da  Genova,  Tad- 
deo Ademaro,  Eudosio  Locatelli  e  Diego 
Franchi  nella  vita  del  santo  dicono  av- 
venuta la  di  lui  morte,  secondo  l'opinio- 
ne quasi  da  tutti  abbracciata,  nel  1073 
in  età  d'anni  80,  dunque  nato  nel  993 
(dissi  già  col  p.  Davanzali  ,  che  nacque 
nel  985,  e  perciò  nel  morire  nel  1073,  e- 
gli  scrive,  avea  88  anni  ;  laonde  va  cor- 
retto 1'  anno  64  riferito  nella  biografia 
colButler).  Ciò  supposto,  secondo  i  me- 
desimi autori, si  ritirò  dal  mondo  e  vestì 
l'abito  monastico  d'anni  18,  ne  dimorò 
4  nel  monastero  di  s.  Miniato  prima  d'es- 
ser eletto  abbate:  la  sua  elezione  pertanto 
pare  che  seguisse  neh  01 5,  dopo  di  che, 
senza  far  menzione  del  tempo  da  lui  pas- 
sato a  Camaldoli,  si  rimase  7  anni  nella 
solitudine  prima  d'intraprendere  la  fon- 
dazione dell'ordine  vallombrosano,  a  cui 
non  può  aver  dato  principio  al  più  pre- 
sto che  nel  102 3,  secondo  ancora  il  loro 
calcolo.  Dice  inoltre  il  p.  Helyot,  farci  di 
più  manifesto  l'  errore  loro  il  motivo 
ch'essi  adducono  della  partenza  del  san- 
to dal  monastero  di  s.  Miniato,  nar- 
rando che  per  la  sua  rinunzia  ottenne 
l'abbazia  Uberto  per  la  somma  di  dena- 
ro sborsata  al  vescovo  di  Firenze  Lam- 
berto o  Attone  f,  mentre  niuno  de'  due 
fu  simoniaco:  Lamberto  uomo  santissi- 
mo aspirando  alla  perfezione  ,  nel  io32 
rinunziò  la  sede  e  si  ritirò  in  un  chiostro; 
ed  Attone  I  suo  successore  fu  prelato  de- 
gno di  perpetua  ricordanza  per  le  sue 
belle  azioni,  e  per  gl'insigni  benefizi  com- 
partiti alla  sua  cattedrale  e  al  monastero 
di  s.  Minialo.  Laonde  all'epoca  delio32, 
aggiunti  7  anni  dal  santo  consumati  nel- 
la solitudine,  crede  il  p.  Helyot  evidente 
voi.  lxxxviii. 


VAL  65 

che  il  principio  dell'ordine  non  può  sta- 
bilirsi che  circa  il  1039.  La  fama  del  san- 
to tosto  si  sparse ,  e  divenendo  ogni  dvi 
maggiore,  molti  accorsero  a  lui  per  esse- 
re suoi  discepoli,  chierici  non  meno  che 
laici,  ed  eziandio  molti  religiosi  del  mo- 
nastero di  s.  Miniato.  Il  suo  monastero 
avea  più.  sembianza  d'eremo,  che  di  ce- 
nobio, d'onde  avvenne  che  per  lungo  tem- 
po fu  denominato  l'Eremo  di  Vallombro- 
sa.  11  santo  vi  fece  fabbricare  un  ospizio, 
in  cui  riceveva  in  principio  coloro  che  si 
presentavano  a  lui  per  divenirne  disce- 
poli. Ivi  egli  per  qualche  tempo  li  speri- 
mentava con  obbligarli  alla  custodia  de' 
porci  ed  a  ripulire  quotidianamente  le 
loro  stalle  colle  proprie  mani  senza  l'aiu- 
to d'alcun  istromenlo.  Se  resistevano  al- 
l'abbietto uffizio,  gli  introduceva  nel  no- 
viziato, ove  faceva  loro  osservare  esatta- 
mente la  regola  di  s.  Benedetto.  Finito 
l'anno  del  noviziato, gli  ammetteva  alla 
professione,  e  per  imprimer  loro  piti  al- 
tamente il  corrispondente  spirito  e  il  di- 
sprezzo del  mondo,  gli  obbligava  a  sta- 
re prostrati  boccone  a  terra  per  lo  spazio 
di  3  giorni,  vestiti  della  loro  cocolla  in 
continuo  silenzio,  intesi  solamente  nella 
meditazione  della  Passione  di  Gesù  Cri- 
sto. Itla  abbadessa  di  s.  Ilario  o  Ellero, 
cui  apparteneva  il  luogo,  ove  il  santo  co* 
suoi  discepoli  erasi  stabilito,  mandò  loro 
de' vi  veri  e  de'libri,  e  poi  donò  loro  il  luo- 
go medesimo  d'  Acqua  Bella ,  con  ampio 
sito  per  dilatare  la  fabbrica  del  loro  mo- 
nastero, aggiungendovi  prati,  vigne  e  bo- 
schi. In  ricognizione  però  di  sue  donazio- 
ni, volle  che  i  religiosi  di  Vallombrosa 
dassero  ogni  anno  alla  chiesa  del  suo  mo- 
nastero una  libbra  di  cera  ed  una  d'o- 
lio, riservandosi  come  fondatrice  del  luo- 
go il  diritto  di  nominare  il  superiore. 
Qualche  tempo  dopo  essendo  in  Firenze 
l'imperatore  Corrado  II  (il  Buller  dice 
Eurico  III,  che  gli  successe  nel  1039),  ed 
avendo  inteso  parlare  del  nuovo  mona- 
stero, mandò  Rodolfo  vescovo  di  Pader- 
bona  a  consngiarne  la  chiesa,  poiché  Fie- 
5 


m  VAL 

sole,  nella  cui  diocesi  anche  allora  trova- 
vasi  Vallombrosa, era  vedova  del  pastore, 
il  che  si  ha  dall'atto  di  donazione  dell'ab- 
bndessa  del  io3c).  11  detto  tributo  a  cui 
erano  tenuti  i  monaci,  fu  da  loro  per  lun- 
go tempo  corrisposlo,giacchè  se  ne  fa  men- 
zione in  liti  privilegio  di  Papa  Gregorio 
IX  del  1228,  concesso  ad  Agnese  11  ab- 
badessa  di  s.  Ellero;  ma  neli255  aven- 
do Papa  Alessandro  IV  trasferite  le  mo- 
nache in  altro  monastero,  perchè  mena- 
vano vita  poco  regolare,  concesse  quello  di 
s.  Ellero  a'  religiosi  di  Vallombrosa,  con 
tutte  le  terre  e  signorie  che  ne  dipendeva- 
no. Quanto  poi  al  diritto  di  nominare  il 
superiore,  riservatosi  da  Itta,  ebbe  breve 
vigore,  perchè  Papa  Vittore  11  delio55 
(nel  quale  anno  e  nel  concilio  tenuto  in 
Firenze,  Venanzio  Simi  vescovo  di  Sala- 
inina  vuole  che  approvasse  l'ordine,  e  lo 
riferisce  nel  libro  degli  Uomini  illustri:  il 
Boiler  attribuisce  l'approvazione  dell'or- 
dine ad  Alessandro  II  nel  1  070),  conces- 
se areligiosi  la  facoltà  d'eleggere  il  loro 
abbate.  Formatosi  in  questa  guisa  il  mo« 
nastero  di  Vallombrosa,  il  p.  d.  Gio. 
Gualberto  ne  fu  eletto  superiore,  mal- 
grado la  sua  resistenza.  Procurò  egli  che 
la  regola  di  s.  Benedetto  fosse  con  preci- 
sa esattezza  osservata,  particolarmente  la 
clausura.  Fece  vestire  i  suoi  monaci  di 
panno  bigio  ,  il  che  al  dire  degli  storici 
dell'ordine,  fu  cagione  che  ne' primi  4  se- 
coli dopo  la  loro  fondazione  fossero  delti 
?  Monaci  bigi;  e  ciò  durò  sino  al  genera- 
lato del  p.  ab.  d. Biagio  di  Milano, che  lo- 
ro fece  prendere  nel  i5oo  il  colore  tanè. 
Qualche  tempo  dopo  la  morie  del  fonda- 
tore, i  monaci  portarono  sopra  i  loroabi- 
ti  bigi  lo  scapolare  bianco,  ma  fu  poi  lo- 
ro proibito  nel  i453  dui  generale  p.  ab. 
d.  Francesco  Altoviti,  che  loro  raccoman- 
dò l'intera  osservanza  del  colore  bigio,  per 
essere  quello  dell'antico  abilo  dell'ordi- 
ne. I  monaci  si  radevano  la  sommità  del- 
la testa,  e  lasciavano  nel  basso  di  essa  de' 
capelli  in  forma  di  cerchio,  a  somiglian- 
za della  corcua  de'romaui,  per  imitare  s. 


VA  L 

Pietro  apostolo.  Molto  conforme  era  l'a- 
bito vallombrosa  no  antico  a  quello  de' 
frati  minori,  al  riferire  de!  p.  Franchi,  il 
quale  narra  che  essendo  s.  Francesco  d' A  - 
sisi, istitutore  di  tali  frali,  venuto  verso  il 
1224  in  Vallombrosa  in  tempo  di  piog- 
gia, il  p.  ab.  d.  Benigno  vedendolo  tutto 
bagnato,  gli  die  la  sua  propria  cocolla  per 
mutarsi,  la  quale  il  santo  volendo  prima 
di  partire  restituire  ,  l'abbate  non  volle 
riprenderla;  onde  s.  Francesco  essendosi 
cinto  colla  sua  corda,  la  ritenne  e  pro- 
segui a  servirsene,  non  sembrando  a  lui 
mollo  diversa  dal  suo  ahi  lo.  Aggiunge 
ancora  il  detto  biografo,  che  nel  convento 
di  s.  Croce  in  Firenze  vedesi  in  pittura 
l'abito  de'monaci  vallombrosani  e  quel- 
lo de'frati  francescani,  e  che  tra  l'uno  e 
l'altro  vi  è  molta  somiglianza.  Ogni  dì 
più  crescendo  i  beni  di  Vallombrosa,  mer- 
cè le  donazioni  che  le  venivano  fatte,  s. 
Gio.  Gualberto  accettò  de'laici  e  de'frati 
conversi,  i  quali  avessero  cura  del  tem- 
porale e  de'beni  che  venivano  donati  al 
monastero.  Menavanocosloro  la  stessa  vi- 
ta de'monaci,  ne  altro  li  distingueva  da 
essi  che  l'abito  assai  più  corto,  ed  una  ber- 
retta di  pelle  d'agnello  con  cui  copriva- 
no la  testa.  Non  osservavano  essi  un  si- 
lenzio così  rigoroso  come  quelli  ch'erano 
destinati  al  coro  ,  essendo  incompatibile 
coll'esterne  fatiche  nelle  quali  erano  im- 
piegati. Questo  è  il  i.°  esempio  nell'or- 
dine benedetti  no, che  si  trova  de'frati  Lai- 
ci o  Conversi  (F.)  distinti  per  mezzo  del 
loro  stato  da'religiosi  da  coro,  i  quali  per 
la  maggior  parte  erano  fin  d'allora  chie- 
rici o  prossimi  ad  esserlo,  come  nota  Fleu- 
ry,  citato  dal  p.  Ilelyot.  Molte  persone 
nobili  offrirono  a  Gio.  Gualberto  de'luo- 
ghi  per  fabbricarvi  de'nuovi  monasteri, e 
molli  lo  pregarono  ad  intraprender*  la 
riforma  di  altri.  Tra*  11  uovi  monasteri  da 
lui  fondati,  il  i.°fu  quello  di  s.  Salvio,  co- 
sì detto  da  una  cappella  dedicata  a  que- 
sto santo  vescovo  d'Amiens,  che  Incava- 
si uel  luogo  a  lui  dato  nel  1  o44- ^e  mn" 
dò  egli  altri  sopra  gli  Apeunini ,  uuo  a 


VAL 

Moschelo,  l'altro  a  Razzuolo,  ed  il  3.°  a 
Molile  Scalari.  Que'ch'egli  riformò  e  ne' 
quali  pose  i  suoi  religiosi,  furono  l'abbazie 
eli  Passignano  vicino  a  Siena,  di  s.  Repa- 
rata presso  Firenze,  di  s.  Fedele  di  Slru- 
mi  nella  diocesi  d'  Arezzo,  e  di  Fontana 
Taona  nella  diocesi  di  Pistoia;  inoltre  fu- 
rono a  lui  dati  i  monasteri  di  s.  Maria  di 
Coneo,  di  s.  Pietro  di  Monte  Verde  e  di 
s.  Salvatore  di  Vaiano.  I  monasteri  ch'e- 
gli fondava  erano  fabbricati  secondo  le 
regole  della  povertà,  ne  alcuna  cosa  era- 
vi  di  superfluo.  Essendo  un  giorno  anda- 
to a  visitare  quello  di  Moscheto  ,  trovò 
che  le  sue  fabbriche  erano  troppo  ampie 
e  belle,  onde  chiamato  il  b.  Rodolfo,  che 
n'era  abbate,  gli  disse  con  volto  allegro: 
Voi  avete  fabbricato  de' palazzi  a  vostro 
piacimento,  e  vi  avete  impiegato  delle 
somme,  che  avrebbero  servito  al  sollie- 
vo d'un  gran  numero  di  poveri.  Indi  ri- 
volto ad  un  piccolo  ruscello,  che  ivi  ap- 
presso scorreva,  disse  :  Dio  onnipotente, 
fatte  prontamente  le  mie  vendette  per 
mezzo  di  questo  ruscello  sopra  quest'e- 
norme edifizio.  Indi  partì,  e  tosto  comin- 
ciò il  ruscello  a  gonfiarsi,  e  precipitando 
con  impeto  dalla  naontagna.di  velse  e  tras- 
se seco  alberi  e  pietre  sì  grosse,  che  ro- 
vinarono la  fabbrica  da'fondamenti.  Sbi- 
gottito l'abbate  da  un  accidente  così  im- 
provviso, volendo  di  bel  nuovo  fabbrica- 
re il  suo  monastero,  risolvette  di  erigerlo 
in  altro  sito  ;  ma  il  santo  ne  lo  dissuase, 
assicurandolo  anzi  che  il  ruscello  non  a- 
vrebbe  più.  recato  al  monastero  nocumen- 
to alcuno. Un'altra  volta  avendo  inteso  che 
in  uno  de'suoi  monasteri  era  stato  accet- 
tato un  uomo,  il  quale  a  vea  donato  ad  esso 
in  pregiudizio  de'suoi  eredi  tutti  i  suoi  be- 
ni, visi  portò fretloloso,e domandato  l'at- 
to di  donazione  lo  fece  in  pezzi ,  quindi 
pregò  Dio  e  s.  Pietro  apostolo,  che  lo 
vendicassero  di  questo  monastero.  Ap- 
pena partitone  vi  si  appiccò  il  fuoco,  ne 
bruciò  la  maggior  parte;  e  il  santo  acce- 
so di  zelante  sdegno,  neppure  si  rivolse  a 
mirare  il  lagrimevole  incendio.  Iddio  che 


VAL  67 

giammai  abbandona  i  suoi  servi,  colla  mi- 
rabile sua  provvidenza  abbondantemen- 
te fornì  i  suoi  religiosi  del  bisognevole,  e 
giammai  fece  loro  mancare  i  viveri.  Vii 
giorno  di  penuria,  il  santo  fece  ammaz- 
zare un  montone  per  distribuirlo  con  3 
pani,  altri  non  essendovene,  alla  comu- 
nità religiosa.  I  monaci  ricusando  di  gu- 
stare la  carne,  si  contentarono  tutti  d'u- 
na piccola  porzione  di  pane.  Piacque  tan- 
to a  Dio  questa  moderazione,  che  la  pre- 
miò con  mandare  al  monastero  nel  ili  se- 
guente de'giumenti  carichi  di  biada  e  di 
farina,  verificandosi  la  predizione  fatta 
dal  s.  abbate.  Un'altra  volta  in  somiglian- 
te occasione  fece  uccidere  un  bove ,  vo- 
lendo dare  a-religiosi  piuttosto  della  car- 
ne che  lasciarli  morire  di  fame;  ma  essi 
preferendo  il  perire  al  trasgredimento 
della  regola  ,  Iddio  con  nuovo  prodigio 
provvide  al  bisogno  loro.  Un  miracolo  si- 
mile a  questo  avvenne  ancora  ,  quando 
albergò  Papa  s.  Leone  IX  colla  corte  pon- 
tificia nel  suo  monastero  di  Passignano; 
imperocché  avendo  domandato  all'eco- 
nomo se  avea  del  pesce,  e  risposto  di  no, 
mandò  i  frati  conversi  a  pescare  in  un  la- 
go vicino  al  monastero,  e  quantunque  i 
religiosi  Paveano  assicurato  di  non  aver- 
vi mai  veduto  pesci, gl'inviati  vi  trovaro- 
no due  grosse  anguille,  ch'egli  presentò 
al  Papa.  L'esempio  del  santo  e  le  suee- 
sortazioni  convertirono  molti  chierici,  i 
quali  lasciando  la  loro  vita  scandalosa  co- 
minciarono ad  assembrarsi  vicino  ad  al- 
cune chiese  a  vivere  in  comune  ed  a  me- 
nare vita  assai  spirituale.  Fec'egli  erige- 
re molti  spedali  e  restaurare  molte  chie- 
se. Si  dichiarò  il  santo  nemico  non  solo 
degli  eretici  nicolaiti,  ma  ancora  de*  si- 
moniaci. Pietro  da  Pavia  vescovo  di  Fi- 
renze, accusato  di  simonia  per  avere  sbor- 
sato 6000  lire  per  ottenere  il  vescovato, 
i  vallombrosani  di  sua  diocesi  ricusarono 
riconoscerlo  per  loro  vescovo  come  ere- 
tico, e  sollevarono  contro  di  lui  gran  par- 
te del  popolo  e  del  clero,  anche  per  mez- 
zo del  rinchiuso  nel  monastero  di  s.  Ma- 


68  VAL 

ria  di  Firenze  Teuzone.  Il  vescovo  per 
spaventare  gl'insorti,  si  decise  di  fare  uc- 
cidere i  religiosi  autori  della  sedizione. 
A  tale  effetto  mandò  armati  al  monaste- 
ro di  s.  Salvio,  per  dar  fuoco  al  mona- 
stero e  uccidere  i  religiosi,  credendo  tro- 
varvi anche  Gio.  Gualberto,  ma  n'era 
partito  il  giorno  avanti.  Gli  emissari  en- 
trati nella  chiesa  nel  tempo  che  i  religio- 
si recitavano  i  notturni,  si  scagliarono  so- 
pra di  essi  colla  spada  alla  mano,  molti 
ne  ferirono,  rovesciarono  gli  altari ,  de- 
predarono quanto  vi  era  e  appiccarono 
il  fuoco  al  monastero.  Tale  violenza  re- 
se più.  odioso  il  vescovo,  e  trasse  molti  al 
partito  de'religiosi,  e  nel  dì  seguente  mol- 
ti accorsero  al  monastero  portando  cia- 
scuno a  misura  delle  proprie  forze  quan- 
to era  necessario  a'religiosi,  raccogliendo 
il  loro  sangue  per  conservarlo  quale  re- 
liquia. Appena  seppe  V  avvenuto  s.  Gio. 
Gualberto  in  Vallombrosa,  si  partì  pel 
monastero  di  s.  Salvio,  sperando  di  soste- 
nervi il  martirio;  si  rallegrò  coll'abbate  e 
co* religiosi  de*  mali  che  avevano  sofferti 
per  la  giustizia, e  indi  con  alcuni  di  essi 
si  recò  a  Roma  dal  Papa  Alessandro  II, 
e  nel  concilio  di  Laterano  del  io63  ac- 
cusarono il  vescovo  di  Firenze ,  prote- 
standosi pronti  a  provai'Io  simoniaco  ed  e- 
retico,  col  Giudizio  di  Dio  entrando  nel- 
le fiamme.  Nondimeno  il  Papa  non  vol- 
le deporre  il  vescovo,  né  accordare  are- 
ligiosi la  prova  del  fuoco;  il  maggior  nu- 
mero de*  100  vescovi  favorirono  il  fio- 
rentino, ma  l'arcidiacono  Ildebrando,  poi 
s.  Gregorio  VII,  seguì  il  partito  de'reli- 
giosi. Pietro  vedendo  di  non  essere  stato 
condannato  da  Roma,  divenne  piti  cru- 
dele e  riprese  la  persecuzione  del  clero, 
che  unito  areligiosi  si  separarono  da  lui 
qual  simoniaco.  L'arciprete  e  molti  altri 
non  potendo  soffrire  le  sue  violenze,  u- 
scirono  da  Firenze  e  si  rifugiarono  nel 
monastero  di  Settimo,  già  de'chmiacensi 
e  allora  de'vallombrosani,  così  dello  per 
essere  7  miglia  lungi  dalla  città,  e  dona- 
lo a  s.  Gio.  Gualberto  dal  conte  Gugliel- 


V  AL 

mo  Bulgaro.  Il  santo,  che  vi  si  trovava, 
gli  accolse  con  grande  carità  e  loro  som- 
ministrò lutti  i  soccorsi;  ma  il  parlilo  del 
vescovo  proletto  da  Goffredo  III  il  Gob- 
bo duca  di  Toscana,  che  minacciava  la 
morte  areligiosi  e  al  clero  che  gli  si  era 
opposto,  attirò  contro  loro  fiera  persecu- 
zione. Si  portò  allora  Alessandro  II  a  Fi- 
renze, ove  vide  le  legna  pi  eparate  pel  fuo- 
co, in  cui  i  religiosi  volevano  gettarsi  per 
provar  la  simonia  del  vescovo.  Ma  il  Pa- 
pa ricusò  di  ricevere  l' esame  della  con- 
troversia, s.  Pier  Damiani  disapprovan- 
do la  separazione  dal  vescovo  prima  che 
fosse  sentenziato  reo.  Le  turbolenze  au- 
mentarono, ed  il  clero  e  popolo  stanchi 
di  soffrire  tante  calamità,  in  un'  assem- 
blea richiesero  al  vescovo  che  si  giustifi- 
casse dall'accuse.  I  chierici  suoi  partigia- 
ni si  offrirono  per  lui  a  sostenere  il  giu- 
dizio di  Dio  s'egli  era  innocente,  e  che 
se  voleva  dar  luogo  alla  prova  del  fuo- 
co, alla  quale  i  religiosi  volevano  sotto- 
porsi, sarebbero  andati  a  pregarli  d'effet- 
tuarla. Ricusò  il  vescovo  1'  una  e  l'altra 
offerta,  ed  ottenne  dal  governatore  un 
ordine  di  condurre  in  prigione  coloro  che 
non  lo  riconoscessero  per  vescovo  e  gli 
ricusassero  ubbidienza;  che  se  alcuno  fug- 
gisse da  Firenze  gli  si  confiscarebbero  i 
beni,  e  che  i  chierici  rifugiatisi  nella  sub- 
urbana  chiesa  di  s.  Pietro,  se  non  si  ri- 
conciliavano con  lui ,  fossero  cacciati  di 
Firenze.  In  esecuzione  di  quest'  ordine, 
nel i.°sa baio  dopo  le  Ceneri  deh 067,  es- 
sendosi i  chierici  adunati  nella  chiesa  di 
s.  Pietro  per  recitare  i  divini  uffizi,  furono 
espulsi  senza  riguardoalla  santità  del  luo- 
go. In  gran  folla  allora  accorse  il  popolo,  e 
principalmente  le  donne  con  lamentevoli 
strida,  contro  il  vescovo  invocando  s.  Pie- 
tro per  difenderle  contro  il  nuovo  Simon 
mago.  Gli  uomini  minacciarono  di  par- 
tire dalia  città  colle  famiglie,  e  quindi  in- 
cenerirla. 1  chierici  partigiani  del  vesco- 
vo, commossi  dall'avvenimento,  chiusero 
le  chiese  e  cessarono  la  celebrazione  de' 
divini  uffizi.  Essendosi  congregali,  invia- 


1 


VAL 

rono  a  pregare  i  religiosi  di  far  loro  co- 
noscer la  verità,  promettendo  di  seguir- 
la. Prima  però  lo  fecero  sapere  al  vesco- 
vo ,  se  voleva  francamente  confessare  il 
reato,  senza  tentare  Iddio  e  travagliare  il 
clero  e  il  popolo,  che  s'  era  innocente  si 
unisse  a  loro  nell'invito  de' religiosi:  il  ve- 
scovo si  ricusò.  Accorso  il  clero  e  il  po- 
polo al  monastero  di  Settimo  in  nume- 
ro di  circa  8000  persone,  comprese  le 
donne  e  i  fanciulli,  domandarono  a'  re- 
ligiosi la  prova  del  fuoco  per  autentica- 
re quanto  aveano  asserito  contro  il  ve- 
scovo. Indi  subito  il  popolo  alzò  due  gran- 
di cataste  di  legna  lunghe  io  palmi,  lar- 
ghe 5  e  alle  4  e  mezzo,  lasciando  tra  di 
esse  un  sentiero  largo  un  braccio ,  semi- 
nandolo di  legna  secche  facili  ad  accen- 
dersi. Al  canto  de' salmi  e  delle  litanie, 
l'abbate  elesse  il  monaco  Pietro  per  eu- 
trare  nel  fuoco,  il  quale  prima  si  recò  a 
celebrare  la  messa  con  sincera  divozione, 
tra  un  profluvio  di  lagrime  sparse  non 
meno  da'religiosi  che  da'chierici  e  laici. 
All' Agnus  Dei,  4  religiosi  s'incammina- 
rono alla  volta  delle  calaste  per  accender- 
le: portava  uno  il  Crocefisso,  l'altro  l'ac- 
quasanta, il  3.°  due  ceri  accesi  e  il  4-°  il 
turibolo  coll'incenso.  Vedendoli  il  popo- 
lo alzò  le  sue  voci  al  cielo.  Si  cantò  il  Ky- 
rie eleisoncon  tuono  lamentevole,  si  pre- 
gò Gesù  Cristo  a  venire  a  difendere  la 
propria  causa,  e  le  donne  invocarono  la 
B.  Vergine  acciò  pregasse  il  divin  Figlio 
a  imprender  la  sua  difesa.  L'aere  risuo- 
nava del  nome  di  s.  Pietro,  come  quello 
che  già  avea  condannato  il  simoniaco  Si- 
mon mago,  e  quello  di  s.  Gregorio  I  Pa- 
pa, acciò  si  trovasse  presente  allo  spetta- 
colo^ perchè  i  suoi  decreti  si  verificassero. 
Intanto  il  monacoPietro  terminata  la  mes- 
sa, deposta  la  pianeta  e  ritenendo  gli  al- 
tri ornamenti  sacerdotale  portando  una 
Croce  e  cantando  le  litanie  cogli  abbati  e 
i  religiosi,  tutto  confidenza  in  Dio  si  acco- 
stò all'ardenti  calaste.  Raddoppiò  il  po- 
polo le  sue  orazioni  con  un  fervore  in- 
credibile. Finalmente  fu  intimalo  u  tutti 


VAL  69 

il  silenzio  per  render  note  le  condizioni 
colle  quali  si  faceva  la  prova  del  fuoco. 
Fu  eletto  un  abbate  di  voce  alta  e  sono- 
ra per  leggere  distintamente  al  popolo 
un'orazione,  la  quale  conteneva  quanto 
si  domandava  a  Dio,  che  fu  da  tutti  ap- 
provato: dopo  un  altro  abbate,  fatto  cen- 
no di  bel  nuovo  che  tulli  stessero  in  silen- 
zio,alzata  la  sua  voce  così  parlò:  Miei  fra- 
telli e  sorelle ,  Iddio  ci  e  testimonio,  che 
noi  facciamo  ciò  per  la  salute  delle  vo- 
stre anime,  acciocché  ormai  schiviate  la 
simonia ,  da  cui  aitasi  tutto  il  mondo  h 
infetto,  la  anale  è  tanto  abbominevole, 
che  tutti  gli  altri  peccati  sono  un  nulla 
in  paragone  dì  lei.  Le  due  cataste  già 
erano  divenute  carbone,  e  la  via  che  le 
divideva  n'era  coperta  in  guisa,  che  cam- 
minando sopra  di  essa  vi  si  sarebbe  en- 
trato sino  al  tallone,  comesi  vide  poi  per 
esperienza.  Allora  il  religioso  Pietro,  per 
ordine  dell'abbate,  pronunziò  ad  alta  vo- 
ce quest'orazione,  la  quale  trasse  le  la- 
grime di  tutti  gli  astanti.  Signor  Gesù 
Cristo,  die  siete  la  luce  di  tutti  quelli 
che  credono  in  voi,  io  imploro  la  vo- 
stra misericordia  e,prego  la  vostra  cle- 
menza, accioccìw  se  Pietro  da  Pavia  ha 
usurpata  la  sede  di  Firenze,  per  mez- 
zo del  denaro,  nel  che  consiste  V  eresia 
simoniaca,  voi  mi  soccorriate  in  questo 
tremendo  giudizio,  e  mi  preserviate  co/i 
un  miracolo  da  ogni  ingiuria  del  fuo- 
co, come  già  difendeste  dalle  fiamme  i 
tre  fanciulli  nella  fornace.  Risposto 
ch'ebbero  tutti  gli  astanti  Amen,  diede 
egli  il  bacio  di  pace  a'suoi  fratelli.  Indi 
interrogato  il  popolo  quanto  tempo  vo- 
leva eh' egli  dimorasse  nel  fuoco:  rispo- 
se, che  bastava  che  passasse  nel  mezzo. 
Il  religioso  Pietro,  fatto  il  segno  della  cro- 
ce sopra  le  fiamme  colla  Croce  che  ave- 
va in  mano,sopra  cui  teneva  fisso  lo  sguar- 
do senza  rivolger  gli  occhi  al  fuoco,  en- 
trò nel  vasto  incendio  a  passo  lento,  a 
piedi  scalzi,  con  volto  giulivo.  Gli  astan- 
ti lo  perderono  di  vista  per  tolto  il  tem- 
po, che  rimase  tra  le  due  cataste;  ma  ben 


7o  VAL 

presto  videsi  comparire  dall'altra  parte 
Simo  ed  illeso  senz'  aver  ricevuto  dal  fuo- 
co un  benché  minimo  nocumento.  Il  ven- 
to delle  fiamme  agitò  i  suoi  crini,  sollevò 
il  suo  camice,  e  fece  sventolar  la  sua  sto- 
la e  il  suo  manipolo,  ma  il  fuoco  non  ar- 
se  neppure  il  pelo  de' suoi  piedi.  Rac- 
contò egli  dipoi ,  eli'  essendo   vicino  ad 
uscir  dalle  fiamme,  si  accorse  eh'  eragli 
caduto  il  manipolo  (da  altri  si  disse  faz- 
zoletto), e  ritornò  a  ripigliarlo  tra  le  me- 
desime. Quand'egli  fu  uscito  dal  fuoco 
voleva  rientrarvi;  ma  il  popolo  lo  fer- 
mò baciandogli  i  piedi,  e  ciascuno  si  sti- 
mò felice  se  gli  riuscì  baciar  il  lembo  di 
sue  vesti,  e  quindi  fu  denominato  s.  Pie- 
tro Igneo.  Poco  mancò  che  non  rima- 
nesse oppresso  dalla  calca  del  popolo,  che 
se  gli  affollò  intorno,  ed  i  chierici  ebbero 
a  faticar  non  poco  per  trarlo  da  essa.  Tut- 
ti cantavano  lodi  a  Dio, piangendo  per  al- 
legrezza; esaltavano  V  apostolo  s.  Pietro, 
detestavano  Simon  mago.  11  popolo  e  il 
clero  di  Firenze  scrisse  subito  a  Papa  A- 
lessandro  II  quant'era  avvenuto,  suppli- 
candolo a  liberarlo  dalla  soggezione  del 
vescovo  simoniaco.  Ascoltò  il  Papa  le  lo- 
ro suppliche ,  e  depose  Pietro  da  Pavia, 
il  quale  si  sottomise  a  questo  giudizio,  e  si 
convertì  in  guisa,  che  riconciliatosi  co're- 
ligiosi  ne  vestì  l'abito  nello  stesso'mona- 
siero  di  Settimo,  a  cui  si  dice  lasciò  alcu- 
ni beni,  che  furono  assegnati  dall'abbate 
Pietro  II  allo  spedale  del  luogo.  Dopo 
questo  strepitoso  miracolo,  i  religiosi  di 
Vallombrosa  vennero   in  grande  stima. 
Jl  sunnominato  cooteGuglielmo  Bulga- 
ro donò  pure  a  s.  Gio.  Gualberto  l'ab- 
bazia di  s.  Salvatore  e  s.  Maria  di  Fucec- 
chio  fondata  da  suo  padre  a'benedetlini 
(poi  pervenuta  a'francescani  esistenti  (in 
da  prima  deli  3  io),  nella  valle  dell'Ar- 
no inferiore,  allora  diocesi  di  Lucca , 
pregandolo  a  mettervi  1'  acclamata  sua 
riforma,  e  per  abbate  quel  religioso  Pie- 
tro, ch'era  passato  in  mezzo  alle  fiamme. 
Questo  religioso, che  l'ordine  di  Vallom- 
brosa annovera  tra  i  suoi  santi,  e  ne  ce- 


VAL 

lehra  la  festa  1*8  febbraio,  fu  creato  car- 
dinale vescovo  d'Albano  nel  1074?  come 
vuole  l'Ughelli,  ovvero  come  già  scris- 
si nella  sua  biografia  nel  1079  secondo 
altri,  da  s.  Gregorio  VII,  che  inoltre  pre- 
se 1'  abbazia  sotto  la  protezione  della  s. 
Sede,  ed  era  della  famiglia  Aldobrandi- 
no, di  cui  riparlai  in  più  luoghi.  Fatto- 
si religioso  vallombrosano,  fu  tutto  inte- 
so ad  arricchirsi  di  sode  virtù,  ma  spe- 
cialmente dell'  umiltà  praticata  da  lui 
in  sì  alto  grado  di  perfezione,  che  mal- 
grado la  nobiltà  di  sua  nascita  non  isde- 
gnò  la  custodia  de'giumenti  e  delle  vac- 
che per  ubbidire  al  suo  superiore,  finché 
il  suo  merito  non  permettendo  più  tale 
abbiezione,  fu  fatto  preposto  di  Passigna- 
no.  Dopo  avere  s.  Gio.  Gualberto  col  suo 
zelo  conquiso  la  simonia,  in  que'  tempi 
resa  così  famigliare,  rivolse  tutte  le  sue 
sollecitudini  al  governo  del  suo  ordine, 
e  finalmente  neli073,  essendo  passato  a 
Passigoano  per  far  la  visita  del  monaste- 
ro, si  ammalò  e  morì  a'  12  luglio,  e  gli 
furono  fatti  i  funerali  colle  lagrime  di  tut- 
ta la  Toscana.  Poco  avanti  la  sua  morte 
fece  congregare  i  suoi  mouaci,  e  preso 
per  la  mano  il  b.  Rodolfo  di  Moscheto, 
lo  nominò  suo  successore  ;  nondimeno  da- 
ta ch'ebbero  sepoltura  al  di  lui  corpo,  i 
religiosi  per  osservare  le  ordinarie  for- 
malità, si  radunarono  in  Vallombrosa, 
ove  aderendo  alle  intenzioni  del  fonda- 
tore, elessero  generale  il  b.  Pcodolfo,  che 
ottenne  da  >s.  Gregorio  VII  la  conferma 
dell'ordine  e  de'suoi  privilegi.  Quel  Pa- 
pa fu  così  devoto  del  santo,  che  celebran- 
do la  messa  e  raccomandandosi  a  lui  si 
sentiva  tutto  infervorato.  Papa  Celesti- 
no III  canonizzò  s.  Gio.  Gualberto  a'  6 
ottobre  1  193,  e  Papa  Clemente  Vili  ne 
permise  l'uffizio  e  messa,  come  riferisco- 
no Novaes  e  l'Oldoino.  La  sua  festa  si  ce- 
lebra a' 12  luglio,  giorno  della  beata  sua 
morte,  ed  inoltre  l'ordine  a*  io  ottobre 
solennizza  pure  quella  della  traslazione 
del  suo  s. corpo  a  Vallombrosa.  Tra  le  di- 
verse sue  vite,  ricorderò  di  Diego  Franchi, 


VAL 

Hi  storia  del  patriarca  s.  Gio.  Gualber- 
to i  Gabbale  ed  istitutore  dell'ordine  mo- 
nastico di  frallombrosa,  Firenze  1640. 
Inoltre  scrisse  la  vita  del  santol' 8.°  ge- 
nerale dell'ordine  s.  Atto,  poi  vesco- 
vo di  Pistoia,  fiorito  verso  la  metà  del 
XII  secolo, dal  martirologio  vallonibrosa- 
no  onorato  a'22  maggio.  Adornò  il  mona- 
stero di  Valloni  brasa  di  non  poche  esen- 
zioni, e  di  molti  ampli  e  bellissimi  pri- 
vilegi, ottenuti  dalla  s.  Sede,  per  la  qua- 
le sostenne  molte  difficoltà  e  tribolazio- 
ni. Aggiunse  all'ordine  il  monastero  di  s. 
Virgilio  di  Lugano,  e  persua  opera  con- 
seguirono i  pistoiesi  la  testa  di  s.  Giaco- 
mo apostolo,  fratello  di  s.  Giovanni  Evan- 
gelista. Di  recente  il  can.  Giovanni  Cre- 
scili pubblicò,  intitolata  al  clero  di  Pi- 
stoia, Storia  di  s.  Atto  vescovo  di  Pi- 
stoia, ivi  1 855.  La  Civiltà  Cattolica,  se- 
rie 3.",  t.  3,  p.  92,  ne  dà  ragguaglio  con 
magnifici  elogi  al  chiaro  autore.  Ecco 
quanto  Scrive  1'  encomiato  Repetti  sul- 
l'abbazia  di  s.  Michele  di  Passignano  in 
Val  di  Pesa  nella  diocesi  di  Fiesole  e 
compartimento  di  Firenze,  da  cui  è  di- 
stante 16  miglia.  E  posta  sulle  pendici  o- 
rieutali  di  una  collina  di  due  miglia  al- 
la destra  del  fiume  Pesa,  nella  parroc- 
chia di  s.  Biagio  del  castello  di  Passigna- 
no. Il  magnifico  e  grandioso  edilìzio  di 
questa  celebre  e  ricca  badia,  stata  capo 
di  uua  congregazione  di  valiombrosani, 
offre  da  lungi  l'aspetto  di  un  munito  ca- 
stello, perchè  con  mura  merlale,  circon- 
date di  fosse  e  di  carbonaie  ;  e  nel  suo 
tempio  si  conservano  le  più  belle  opere 
del  Passignano  (Domenico  Cresti  pittore 
famoso  nativo  del  castello),  del  Soni  suo 
genero  che  vi  lasciò  molti  saggi  del  suo 
grazioso  pennello,  ed  altre  parimenti  di 
eccellenti  pittori.  E  pure  iti  questo  san- 
tuario dove  si  venera  il  teschio  del  s.  fon- 
datore dell'ordiue  di  Vallombrosa,  rac- 
chiuso in  argenteo  busto  lavorato  a  nielli 
di  squisita  finezza  (avendo  espressamen- 
te interpellato  un  monaco  vallombrosa- 
no  del  monastero  di  Roma  sulle  reliquie 


VAL  71 

di  s.  Gio,  Gualberto,  mi  assicurò  vene- 
rarsi il  corpo  nella  chiesa  ili  Vallombro- 
sa, ed  un  braccio  in  quella  di  Passigna- 
no). Erano  raccolte  nel  suo  archivio  non 
meno  di  6600  pergamene,  riunite  dal 
granduca  Leopoldo  a  quelle  i4o,ooo  e 
più  che  possiede  il  r.  archivio  diploma- 
tico di  Firenze.  Giovano  quelle  a  far  co- 
noscere i  numerosi  possessi  in  vari  tem- 
pi per  pia  elargita,  pervia  di  compre  o 
di  permute  acquistati  dal  monastero  iti 
discorso.  L'abbazia  ebbe  origine  iiell'Hqo, 
e  nel  903  l'oratorio  di  s.  Michele  era  già 
fornito  di  una  monastica  famiglia  pre- 
sieduta dall'abbate  e  dal  preposto.  Alla 
metà  del  secolo  XI  vi  si  recòs.  Gio.  Gual- 
berto invitato  da  Leto,  4«°  preposto, che 
fu  nominalo  ivii.°abbate  della  riforma 
vallombrosana,  ed  è  quello  stesso  cui  è 
diretta  da  s.  Gregorio  VII  la  bolla  del 
1073,  colla  quale  ad  istanza  di  Gugliel- 
mo vescovo  di  Fiesole  ricevè  la  badia  di 
s.  Michele  di  Passignano  sotto  la  prote- 
zione della  s.  Sede.  Godeva  sin  d'allora 
un  esteso  patrimonio  nei  pivieri  di  Sil- 
lauo,  a  cui  appartiene,  di  Campoli,di  Cin- 
tola ec,  la  giurisdizione  di  diversi  ospe- 
dali fondati  in  pian  Alberti,  sul  Cestio, 
nel  Val  d'Arno  superiore,  a  Combiate 
in  Val  di  Marina,  e  a  Siena  fuori  di  por- 
ta Camullia;  oltre  il  giuspadronato  del- 
le chiese  di  s.  Maria  a  Vigesimo  presso 
Barberino  di  Mugello,  di  s.  Bartolomeo 
a  Scampata  presso  Figline,  di  s.  Miche- 
le a  s.  Donato  in  Poggio  dentro  Siena,  e 
di  non  poche  altre.  Continuarono  le  of- 
ferte e  le  investiture  anche  al  tempo  de- 
gli abbati  Rodolfo  ed  Ugo  successori  im- 
mediati di  Leto.  Furono  nel  numero  dei 
donatari  parecchi  signori,  ma  ben  pochi 
fra  questi  rinunziarouo  all'utile  dominio 
dei  terreni,  corti  e  castelli  donati  ;  anzi 
la  loro  elargita  era  mossa  non  di  rado, 
come  altrove,  dalla  speranza  di  farla  da 
arbitri  assoluti  sul  pingue  patrimonio  de' 
monaci  di  Passignano,  per  mezzodì  qual- 
che figlio  0  affine»  cui  indossavano  bene 
spesso  la   vallombrosana  cocolla.  Di   lai 


72  VAL 

fatta  fu  la  reggenza  di  quel  R Uggeri  de' 
Buondelmonli,  che  ancora  imberbe,  col- 
l'assistenza  de'ghibellini  già  resi  prepo- 
tenti signori  in  Toscana,  dopo  la  vitto- 
ria ottenuta  nei  campi  dell'Arbia,  si  fe- 
ce nominare  6.°  abbate  di  Passignano. 
Dopo  aver  sul  declinare  del  secolo  XIII 
governato  per  molti  anni  questa  celebre 
badia,  nel  1298  potè  salire  sul  1. "gradi- 
no della  gerarchia  vallòmbrosana,  facen- 
dosi dichiarare  abbate  generale  di  que- 
sta congregazione,  e  fu  esso  medesimo 
chea'  20  agosto  i3o2  ottenne  dalla  si- 
gnoria di  Firenze  una  provvisione  assai 
favorevole,  quella  cioè  di  poter  rendere 
ragione  per  mezzo  de'suoi  visconti  o  vi- 
cari ne'  castelli  e  distretti  di  Magnale  e 
di  Ristonehi  (nel  Val  d'  Arno  sopra  Fi- 
renze, ora  villaggio  con  chiesa  parroc- 
chiale, la  cui  signoria  acquistarono  di 
buon'ora  i  monaci  di  Vallombrosa  ed  i 
signori  di  Cuona  o  CognadiPitiana;  avea 
torre  munita  a  guisa  di  rocca, e  neli24S 
i  guelfi  ne  fecero  un  punto  di  difesa,  ed 
ebbe  il  castellano);  come  pure  nelle  ville 
di  Tosi,  di  s.  Martino  a  Pagiano  e  di  Ca- 
gliano o  Caticciano  sotto  Magnale.  II 
quale  abbate  Iiuggeri,  mentre  risiedeva 
nel  palazzo  turrito  del  Guarloue  sull'  Ar- 
no (colla  villa  è  il  più  vetusto  possesso  che 
tuttora  conservano  i  vallombrosanidi  Fi- 
renze, donato  all'istitutore  loro  insieme 
e  Ha  chiesa  di  s.  Salvi  uelio48,  per  dote 
del  nuovo  monastero  da  erigersi  ivi,  indi 
ne'primi  secoli  dell'ordine  residenza  del- 
l'abbate generale),  dirimpetto  alla  badia 
di  s.  Salvi,  a'16  agostoi3i6,  giorno  pe- 
nultimo di  sua  vita,  dettò  il  suo  testamen- 
to, col  quale  rimordendogli  la  coscien- 
za, volle  che  fossero  restituite  alle  badie 
di  Passignano  e  della  Vallombrosa  i  mol- 
ti denari,  gli  arredi  preziosi  e  i  vasi  sa- 
gri d'argento  ch'egli  durante  il  suo  go- 
verno si  era  arbitrariamente  appropriali. 
E  se  la  riedificazione  assai  più  solida  e 
grandiosa  del  monastero  di  Passignauo, 
come  apparisce  dall'anno  1294  scolpilo 
nel!'  architrave   della  bella  porta  della 


VAL 

clausura,  è  frutto  del  suo  luugo  governo, 
ha  l'istoria  altresì  tramandato  alla  poste- 
rità gli  alti  arbitrari  ch'esso  e  i  suoi  ni- 
poli  operarono  a  danno  di  que'  claustra- 
li e  de'loro  averi.  Ne  giovarono  i  frequen- 
ti reclami  de' vassalli  presso  la  corte  ro- 
mana e  avanti  i  reggitori  del  comune  di 
Firenze,  tostochè  questi  ultimi  accorda- 
rono agli  abbati  il  diritto  d'eleggere  il  po- 
destà nel  vicino  castello  di  Poggio  a  Ven- 
to come  feudo  de'monaci  di  Passignano. 
Per  le  sue  vasle  possessioni,  Lorenzo  il 
Magnìfico  fece  istanza  a  Papa  Sisto  IV, 
affiuchè  conferisse  in  commenda  unita- 
mente alle  badie  di  Coltibuono  e  di  Va- 
iano anche  questa  al  di  lui  figlio  Giovan- 
ni de  Medici,  poi  cardinale  e  Leone  X,  il 
quale  la  rinunziò  prima  del  papato  nel 
1499  al  generale  di  Vallombrosa  me- 
diante una  pensione  di  2000  scudi.  La 
badia  di  Passignano  serve  ora  di  rifugio 
a'monaci  più  venerandi  dell'istituto  vai* 
lombrosano,  ed  ha  potuto  conservare,  ad 
onta  delle  passate  vicende,  uu'esteusioue 
territoriale  in  un  raggio  di  quasi  due  mi- 
glia in  tutte  le  direzioni,  a  partire  dal 
monastero,  nella  quale  periferia  sono 
compresi  4*  poderi  con  vasti  boschi  di 
querce  che  forniscono  oltre  200,000  lib- 
bre di  carbone.  La  chiesa  parrocchiale  di 
s.  Biagio,  fabbricata  sino  dal  1  080  a  con- 
tatto della  clausura, ha  riunito  le  due  par- 
rocchie di  s.  Brizio  a  Materaia  e  di  s.  An- 
drea al  Poggio  a  Vento  o  a  Callebuona, 
cadute  entrambe  in  rovina  col  totale  de- 
perimento de*  nominali  castellucci. 

All'abbate  generale  b.  Rodolfo,  nel 
1076  successe  il  b.  Rustico  da  Firenze, 
il  quale  nel  1092  ebbe  per  successore  il 
b.TErizzo  da  Firenze.  Ambedue  questi  ge- 
nerali distesero  notabilmente  l'ordine, 
che  neli.°  secolo  di  sua  istituzione  avea 
già  più.  di  So  abbazie.  Papa  Urbano  li 
colla  bolla  Cimi  universi*  s.  Ecelesiae, 
de'G  aprile  1090,  Bull.  Rum.  t.  2,  p.  69: 
Jj)f)roùatio  Congrcgatiouis  mouaclio- 
rum  Vallis  Umbrosac  o  r diiris  s.  Bene- 
die  li ,  auae  sub  prolcclioiie  Sedis  apo- 


VAL 

stolìcae  susripitur.  E  di  reità  a  tutta  la 
congregazione,  della  quale  costituì  capo 
il  monastero  di   Vali  ombrosa,  e  dispose 
che  l'abbate  generale  fosse  eletto  col  con- 
senso di  tutti  gli  abbati  della  medesima. 
1  generali  furono  da  principio  perpetui, 
indi  triennali,  poscia  per  anni  4>  dispo- 
sizione ancora  in  vigore.  Usano  ornamen- 
ti pontificali,  onore  chefu  conceduto  pri- 
ma che  ad  ogni  altro,  al  p.  d.  Nicola  da 
Siena  abbate  di  Passignano  neh  352  dal 
Papa  Clemente  VI  in  Avignone,  ed  ivi 
ancora  neli3y2  da  Gregorio  XI  all'ab- 
bate di  Vallombrosa  ,  che  anticamente 
era  ili .°  prelato  della  Toscana,  e  giudi- 
ce apostolico  nelle  diocesi  di  Fireuze  e 
di  Fiesole,  sulle  tasse  che  si  pagavano  al 
Papa,  Quando  i  generali  erano  perpetui 
prendevano  il  titolo  di  abbati  della  Ma- 
donna e  di  tutto  l'ordine  di  Vallombro- 
sa, e  di  conti  diCaneto,  di  Monte  Verde, 
di  Gualdo  e  di  Magnale.  Aveano  anco- 
ra luogo  nel  senato  ili  Firenze,  ed  era- 
no sovente  deputati  da'Papi  per  decide- 
re le  controversie,  che  insorgevano  tra 
gli  ecclesiastici  di  Toscana.  Fra'  moltis- 
simi privilegi  concessi  da'  Papi  agli  ab- 
bati della  Vallombrosa  e  a  tutta  la  cou- 
gregazione,  colla  conferma  di  sue  possi- 
denze, ricorderò  quelli  deli  1 88  di  Cle- 
mente 111,  deli  198  ei  204  di  Innocen- 
zo III,  e  del  12 16  d'Onorio  III.  Alessan- 
dro V  nel  i4°9  concesse  alla  chiesa  del 
monastero  di  s.  Michele  de  Furcidis>  dio- 
cesi di  Pistoia,  che  i  vallombrosani  ogni 
anno  per  privilegio  potessero  cantare  la 
messa  solennemente  nel  sabato  santo,  vi- 
gilia della  Pasqua  di  Bisurrezione  due 
o  tre  ore  dopo  mezzodì,  cui  magna  cau  ■ 
sa  devotionis,  interesse  consuevit  populi 
midlitudo.  Tanto  si  legge  nella  Descri- 
zione della  settimana  santa  di  Cancel- 
lieri. Papa  Innocenzo  Vili  colla  bolla 
Alto  divinac  providentiae ,  de'  3 1  gen- 
naio 1 4^4?  Bull.  Rom.  t.  3,  par.  3,  p. 
iq5:  Unio  monastcriorum  congrega- 
tionis  monachorum  Fallis  Umbrosae , 
sub  uno  abbati  generali ,  nu/icupaudo 


VAL  73 

Fallis   Umbrosae  ,  et  pracfinitio  non- 
nullarum  ordinalionum  prò  regimine 
monachorum  d. congrega  tionis  sub  rega- 
la s.  Benedicti,  jurisdictioquc  ejusdem 
abbatis.  Papa  Giulio  11  colla  bolla  Mi- 
litanti* Ecclesiae  reg/Ww".  de'i51uglio 
1 507,  Bull.  c\l.,p.  298:  Approbatio  gra- 
tiarum  ,  et  privilegio  rum  Pontificibus  , 
Imperatoribus  etaliis  concessorum  con- 
gregationi  monachorum  Fallis  Umbro- 
sae ordinis  s.  Benedicti:  Et  communi- 
catio  quarmncumque  gratiarum,  et  in- 
dultorum    quoquomodo  congregalioni 
Cassinensi  monachorum  ejusdem  ordi- 
nis concessorum^etconcedendorum.Tvii' 
Papi  sono  specialmente  nominali  Urba- 
no li,  Pasquale  II,  Celestino  II  ,  Inno- 
cenzo II,  Urbano  III,  Gregorio  Vili,  Ce- 
lestino III,  Innocenzo  IH,  Bonifacio  Vili 
e  Innocenzo  VII.  Papa  Clemente  Vili 
con  breve  del  1 596,acciocchè  le  donne  sol- 
tanto in  alcuni  determinati  giorni  dell'an- 
no potessero  entrare  nella  chiesa  di  Val- 
lombrosa, assegnò  quelli  della  festa  di  s. 
Gio.  Gualberto,  il  giovedì  e  venerdì  san- 
to, e  nel  giorno  dell'Assunzione  della  B. 
Vergine,  perchè  si  distribuivano  4oo  li- 
re in  dote  alle  povere  fanciulle.  Clemente 
X  colla  bolla  Decet  Romanum  Ponti/i- 
cem>  de'  2  ottobre  1671,  Bull.  cit.  t.  7, 
p.i35:  Quod   abbas  generalis  congre* 
gatioiris  Fallis  Umbrosae  prò  tempore 
existens  }  mozzettam  et  mantelletlam  , 
pileum  et  biretum  praelatitios  edam  in 
Capellis    Pontijiciis  de/erre,  etgestari 
possit.  Papa    Clemente  XI  colla  bolla 
Injuncto  Nobisì  de*    i5  maggio  1704., 
Bull.  cit.  1. 1  o,  p.  67  :  CofifirmanturCon- 
stitutiones  monachorum  Fallis  Umbro- 
saecum  suis  correctionibus^additionibus 
et  declaralionibus  ad  rcgulams. Bene- 
dicti. Comprende  le  Costituzioni  dell'or- 
dine spettanti  al  governo  politico  e  al  mo- 
rale, colle  ordinazioni  d'Alessandro  VII 
eziandio.  Separatamente  furono  stampa- 
le le  Costituzioni  dell'  Ordine  di  F  al- 
lombrosa  coli'  inserzione  della  regola 
di  s.  Benedetto,  Fireuze  1704-  luoltre 


74  VAL 

Clemente  XI  col  breve  Prospero  farli- 
cimie  congregationis,  degli  1 1  dicembre 
1 7 o4,  Bull  cit.,  p.  1 38  :  Deputantur  ab- 
bas  gencralis,  visitatores  et  definitores 
cougregationis  monachorumV  all'i  s  Uni- 
brosaet  rum  Statuto  spettante  ad  Visi- 
talionem  monasterioruni  major is  obser- 
vantiae.  Col  breve  poi  Apostolatus  ofjl- 
ciuin,  t\tiS  settembre  1 7  1 3,Bull.  ci  t.,  p. 
346  :  Conceditur  congregationi  mona- 
vliorum  Vallis  Umbrosae  conimiinieatio 
privilcgiorum  quorunidam  Ordinimi)  et 
Congregationum.  Papa  Clemente  XIII 
col  breve  Ecclesiae  Catholicae,  de  1 1 
loglio  1760,  Bull.  Rom.  cont.y  t.  2,  p.i  : 
Coiifirniatio  nonnullorum  Statutorum 
approbatorum  ab  abbati  generali,  et 
difinitorio  generali  ordinis  s.  Benedi- 
rti eongregationis  monachorum  Vallis 
Umbrosae  super  novo  methodo  studio- 
rum  in  ditto  ordine.  Quantunque  il  p. 
Diego  Franchi  asserisca,  che  quest'ordi- 
ne  non  Fu  giammai  bisognoso  di  riforma, 
dice  il  p.  Helyot,  è  nondimeno  verosimi- 
le, che  se  I'  osservanza  regolare  vi  fosse 
stata  sempre  fedelmente  custodita,  non 
si  sarebbero  talvolta  dati  a  lui  per  gene- 
rali de'religiosi  di  diversi  ordini,  come  il 
p.  Placido  Pascanelli  religioso  di  s.  Bene- 
detto di  Mantova,  che  fu  il  29. °  generale 
di  Vallombrosa,  nominato  da  Papa  Eu- 
genio IV,  e  il  p.  Biagio  da  Milano  3i.° 
generale,  il  quale  dopo  aver  governato 
quest'ordine  per  36  anni,  venne  deposto 
da  tale  dignità  e  mandato  in  esilio  a  Gae- 
ta nel  1 5 1 5  da  Leone  X,  il  quale  elesse 
in  suo  luogo  il  p.  Gio.  Maria  da  Firenze 
domenicano,  che  governò  l'ordine  di  Val- 
lombrosa per  8  anni,  a  capo  de'quali  es- 
sendo stato  fatto  vescovod'lppona  inpar- 
tibus  e  suffraganeo  di  Pistoia  da  Adriano 
V I  nel  1 523,  il  generalato  fu  restituito  al 
p.  Biagio  da  Milano,  che  fu  l'ultimo  ge- 
nerale perpetuo.  L' Itinerario  del  cele- 
bre p.  Ambrogio  camaldolese,  ci  rende 
avvisati  che  questo  dotto  uomo  fu  nomi- 
nato da  Eugenio  IV   visitatore  generale 
dell'ordine  di  Vallombrosa  ;  ed  il  cardi- 


VAL 

11. ti  Giustiniani  protettore  di  quest'ordi- 
ne, volendo  riformarlo,  nel  1 60 1  nominò 
persilo  commissario  visitatore  e  riforma- 
tore dell'  ordine  il   ven.   p.  d.   Giovanni 
Leonardi  fondatore  de'  chierici  regolari 
della  Madre  di  Dio,  il  quale  divelse  l'er- 
be maligne  di  que'molti  abusi  che  ivi  era* 
no  radicati  ,  facendovi  rifiorire  1'  osser- 
vanza regolare  collo  stabilimento  di  molti 
regolamenti.  Si  disse  sopra,  che  i  religio- 
si di  Vallombrosa  furono  i  primi  dell'or- 
dine benedettino  ad  ammettere  frati  con- 
versi. Vi  erano  ancora  delle  suore  con- 
verse, le  quali  facevano  una  tal  qual  pro- 
fessione nelle  mani  dell'abbate,  e  viveva- 
no come  in  società  soggette  all'ubbidieu- 
za  de' superiori  dell'ordine.  Portavano 
una  veste  collo  scapolare  bigio,  e  copri- 
vano la  testa  col  velo  nero.  Alcune  di  es- 
se erano  vedove,  altre  maritate,  le  quali 
abbracciavano  questo  slato  di  consenso 
de'loro  mariti,  i  quali  si  separavano  da 
loro  ritirandosi  in  qualche  chiostro  reli- 
gioso. Dopo  offerta  la  loro  eredità  al  mo- 
nastero, ne  godevano  finche  vivevano  l'u- 
sufrutto, ed  erano  affidate  alla  cura  d'un 
frale  converso  d'età  avanzata  e  di    vita 
penitente.  Erano  obbligate  a  osservare 
alcuni  digiuni,  ed  a  recitare  alcune  preci; 
ma  queste  converse,  che  non  furono  in- 
trodotte se  non  dopo  la  morte  di  s.  Gio. 
Gualberto,  non  durarono  più  d'un  seco- 
lo. La  dilFerenza  che  passava  tra'conversi 
e  le  converse  era  questa,  che  i  conversi 
erauo  religiosi  e  le  converse  no;  ma  se- 
condo tutte  l'apparenze  aouoveravansi 
tra  quelle  che  dedicavauo  se  e  i  loro  di- 
scendenti al  servizio  del  monastero, e  per- 
ciò affatto  diverse  dalle  monache   Val- 
lombrosane(F.)  fondate  dalla  b.Umiltà, 
bensì  somiglianti  a  quelle  di  cui  dice  trat- 
tare il  p.  Ilelyot  nel  cap.  7.  Ma  egli  in 
questo  solamente  ragioua  :  Dell  antiche 
congregazioni  di  Francia  e  di  Marmou- 
tier.  Avendo  cercato  ue'di versi  capitoli, 
poiché  dev'essere  errore  di  citazione,  ho 
trovato  che  nel  cap.  18,  discorrendo  del 
progresso  de'cluniacensi ,  racconta.  Circa 


VAL 

il  948,in  tempo  dell'abbate  Aimardo,  liQ 
nobiluomo  colla  sua  moglie  Doda,  d'ac- 
cordo co'loro  figli,  rinunziarono  al  seco- 
lo, e  dedicarono  se  slessi  all'abbazia  di 
Cluny  con  tutti  i.  beni  che  loro  appar- 
tenevano  ne'viilaggi  di  Macere  e  di  No- 
roud  sulla  Garonna.  Il  p.  Mabillou  è  di 
sentimento,  che  da  questo  traessero  ori- 
gine i  Donati  o  Obietti  (F.)  dell'ordi- 
ne benedettino.  Questi  donati  o  oblati 
vestivano  abito  religioso,  ma  diverso  da 
quello  de'mouaci,  offrivano  co'loro  beni 
se  stessi  a  Dio,  ed  erano  talmente  al  mo- 
nastero soggetti,  che  passavano  alla  cou- 
dizione di  servi,  essi  non  meno  che  i  fi- 
gli. Però  non  mi  sembra  interamente  re« 
lati  va  la  citazione  errala.  Come  seguiva- 
no tali  donazioni,  con  singolari  e  curiose 
costumanze,  il  p.  Helyot  Io  riporta  a  p. 
197  e  199.  I  vallombrosani  che  neli5oo 
avevano  preso  negli  abiti  il  colore  tanè, 
cioè  lionato  scuro,  ch'èil  colore  mezzano 
fra  il  rosso  e  il  nero,  come  il  guscio  della 
castagna,  in  seguito  adottarono  il  nero  sì 
i  monaci  e  sì  i  conversi,  i  quali  deposte 
le  loro  berrette  di  pelli  d'agnello,  in  luo- 
go di  esse  presero  il  cappello  ecclesiasti- 
co. Il  p.  Bouanni  nel  Catalogo  degli  or- 
dini religiosi  espressi  con  immagini  e 
spiegati,  nel  t.i,  p.  1  34,  produce  quella 
del  monaco  vallombrosauo  in  cocolla  e 
berretta  chiericale.  Dice  che  s.  Gio.  Gual- 
berto dopo  aver  appreso  il  modo  di  vive- 
re de'camaldolesi,  si  recò  a  Valle  Om- 
brosa e  allettato  dalla  solitudine  fabbri- 
cò un  monastero  e  vi  stabilì  l'istituto  de' 
cluuiaceosi,  i  quali  poi  dal  luogo  furouo 
detti  vallombrosani.  Le  vesti  di  questi 
monaci  sono  di  colore  quasi  nero,  nella 
forma  non  differiscono  dalle  altre,  tran- 
ne cocolla,  la  quale  non  è  increspata  co- 
me quella  de'  benedettini  cassiuesi.  Gli 
abbati  e  i  sacerdoti  usano  la  berretta  sa- 
cerdotaleneile funzioni  ecclesiastiche. Ag- 
giunge che  la  storia  dell'ordine  la  scrisse 
il  p.  d.  Biagio  Melanesi  abbate  generale 
del  medesimo  ;  molte  cose  registrò  il 
summentovato  p.  d.  Veuauzio  Situi  pro- 


VAL  7> 

curatore  generale  dell'ordine  nel  Catalo- 
go de'  santi  di  Vallombrosa,  il  lìaronio 
ed  altri.  Il  p.  Annibali  da  Lalera,  Coni' 
pendio  della  storia  degli  ordini  rego- 
lari esistenti,  t.i,  cap.  17  :  Dell'ordine, 
di  Vallombrosa,  riferisce.  A  tempo  del 
p.  Paolo  Morigia  gesuita,  che  pubblicò 
nel  i  569  l' Istorie  dell'  origine  di  tutte 
le  Religioni^  vallombrosani  già  portava- 
no l'abito  morello.  Ora  però,  soggiunge, 
per  ordinazione  d'  un  capitolo  generale 
vestono  di  uero,  ed  hanno  di  questo  co- 
lore la  tonaca  cinta  con  una  fascia,  e  lo 
scapolare  sciolto  col  cappuccio ,  e  nelle 
funzioni  pubbliche  la  cocolla  con  mani- 
che larghe.  La  congregazione  vallombro- 
sana  ha  per  slemma  in  campo  azzurro  uu 
braccio  ch'esce  fuori  dalla  parte  sinistra 
dello  scudo,  vestito  d'una  manica  di  co- 
colla nera,  tenente  un  bastone  pastorale 
con  due  teste  di  leoni,  una  posla  contro 
l'altra  e  aggiuntevi  dall'abbate  generale 
[>.  d.  Bernardo  Gianfigliazzi.  Quindi  il 
p.  Helyot  passa  a  parlare  delle  congre- 
gazioni di  s.  Salvio,  di  s.  Arialdo,  e  di 
y allombrosella.  Alcuni  storici  dell'or- 
dine trattano  delle  medesime  derivale 
dalla  congregazione  di  Vallombrosa.  Il 
p.  Franchi  pretende  che  il  monastero 
di  s.  Salvio  non  abbia  formala  congre- 
gazione diversa  da  quella  di  Vallombro- 
sa, co'mouasteri  ch'erano  a  lui  uniti,  ma 
soltanto  una  provincia  particolare.  Sia 
comunque,  i  monasteri  di  s.  Salvio  e 
quello  di  Passignano  si  separarono  dal 
capo  dell'ordine  coll'autorità  di  Calisto 
III  Papa  del  i455>  e  si  unirono  con  al- 
cuni altri;  ciò  durò  fino  al  pontificato 
d'Innoceuzo  Vili,  il  quale  li  riunì  al  lo- 
ro capo  nel  1 434-  Quanto  poi  alla  con- 
gregazione di  s.  Arialdo,  it  p.  ab.  d.  A- 
scauio  Tamburino  generale  dell'ordine 
e  tra'più  celebri  scrittori  del  medesimo, 
fino  al  p.  Helyot  era  stato  il  solo  che  ne 
avea  parlato  nel  suo  libro  De  j are  Au- 
batumJù\'!>^.  24,  citando  le  vile  mss.  di 
s.  Gio.  Gualberto  e  del  b.  Rodolfo,  che 
souo  nell'archivio  di  Vallombrosa,  uelle 


76 


VAL 


quali  se  ne  fa  menzione,  per  asserzione 
ilei  medesimo  p.  Tamburino.  Ila  egli 
nondimeno  ei  rato,  secondo  lo  stesso   p. 
Helyot,  dicendo  che  questa  congregazio- 
ne di  s.  Arialdo  fu  istituita  nel  1080  da 
tal  santo  e  da'suoi  compagni,  il  che  è  im- 
possibile perchè  non  può  dubitarsi  che 
già  nel  1 066  avea  sofferto  il  martirio,  per 
aver  vigorosamente  e  con  mirabil  co- 
stanza combattuto  contro  i  simoniaci  , 
condannate  con  cristiana  libertà  le  scel- 
leraggini  de'chierici  nicolaiti,  che  a  que' 
tempi  menavano  vita  licenziosa  e  impu- 
dica, e  per  avere  affrontato  Guido  arci- 
vescovo di  Milano  sostenitore  degli  ere- 
tici, il  quale  non  potendo  soffrire  il  zelo 
ch'egli  avea  per  la  pura  fede  e  i  buoui  co- 
stumi, lo  fece  morire.  Al  p.  Helyot  sem- 
bra più  probabile,  che  questa  congrega- 
zione non  sia  giammai  sussistita  e  che  il 
suo  stabilimento  sia  immaginario,  e  la 
storia  ecclesiastica  ci  dice  che  s.  Arialdo 
fu  arcidiacono  della  chiesa  Milano,  e  non 
vallornbrosano.  Tra  quelli  i  quali  insie- 
me con  lui  perseguitarono  isimouiaci,  vi 
fu  il  conte  Erlembaldo  uomo  d'armi,  il 
quale  ancor  esso  sostenne  il  martirio  per 
la  stessa  causa  nel  1073.  Siro  sacerdote 
della  chiesa  di  Milano,  e  Andrea  da  Par- 
ma, che  dopo  la  morte  di  s.  Arialdo  diven- 
ne discepolo  di  s.Gio.  Gualberto,  e  fu  poi 
abbate  di  Strumi,  furono  i  compagni  di  s. 
Arialdo;  per cui  l'Helyotsi  conferma  che 
la  congregazione  di  s.  Arialdo  deve  tenersi 
per  invenzione  capricciosa.  Lo  stesso,  di- 
chiara Helyot,  potrebbe  dirsi  di  quella  di 
Vallombrosella,  la  quale  gli  storici  del- 
l'ordine dicono  istituita  da  s.  Laici  IX  re 

D 

di  Francia,  che  per  la  divozione  verso  s. 
Gio. Gualberto  fece  fabbricare  un  mona- 
stero vicino  a  Parigi,  ove  collocò  la  ma- 
no destra  o  altra  reliquia  del  santo,  ot- 
tenuta dal  p.  Benigno  1 5.° abbate  gene- 
rale, e  che  il  re  uni  a  tal  monastero  mol- 
l'altre  abbazie,le  quali  formarono  la  con- 
gregazione di  Vallombrosella,  e  questa 
dilatò  le  sue  radici  in  Francia  e  preci- 
puamente nel  Delfinato  (tali  monaci  non 


VAL 
furono  propriamente  vallombrosani,  né 
allatto  erano  congiunti  alla  congregazio- 
ne di  Vallombrosa:  i  vallombrosani  esi- 
sterono soltanto  in  Provenza,  e  non  in  al- 
tre parli  della  Francia).  Altri  storici  del- 
l'ordine dicono  che  s.  Luigi  IX  fece  in- 
nalzare questo  monastero  in  onore  di  s. 
Gio.  Gualberto  a  Parigi ,  senza  dire  il 
luogo,   che  mai  si  trovò  nelle  ricerche 
coi»  diligenza  fatte.  Il  p.   Helyot  non  tro- 
vò che  un  solo  monastero  in  Francia  de* 
vallombrosani,  in  Corneillac  diocesi   di 
Orleans,  del  quale  ragiona  Dusaussoy 
negli  Annali  ecclesiastici  iV  Orleans.  Fu 
esso  fondato  da  un  signore,  che  verso  la 
fine  del  secolo  XI  tornando  da  Gerusa- 
lemme, essendo  passato  per  Roma  otten- 
ne dal  Papa  delle  reliquie  di  s.  Cornelio 
e  di  s.  Cipriano,  e  condusse  seco  in  Fran- 
cia de'monaci  vallombrosaui  col  priore 
p.  Andrea, a'quali  eresse  un  bel  monaste- 
ro nella  diocesi  d'Orleans,  a  cui  die  il  no- 
me di  Corneillac  a  cagione  delle  reliquie 
di  detti  santi  che  vi  collocò.  Finalmente 
ilp.  Helyot  rimarca  l'errore  dello  Schoo- 
nebeck,  il  quale  neWIIistoire  de»  Or- 
dres  Religieux,  parlando  del  vallosom- 
brosano,  dice  che  s.Gio.  Gualberto  andò 
a  Camaldoli  nel  1008,  e  che  istituì  il  suo 
ordine  nelio4o,  il  che  è  una  manifesta 
falsità,  giacche  il  santo  nell'uscir  da  Ca- 
maldoli si  ritirò  a  Vallombrosa,  ove  po- 
co dopo  gitlò  le  prime  fondamenta  del- 
l'ordiue.  Afferma  di  più,  che  questo  santo 
patriarca  die  areligiosi  l'abito  di  color 
turchino,  fatto  alla  maniera  di  quello  de' 
camaldolesi,  e  che  al  suo  tempo  vestiva- 
no di  color  violetta,  ciò  che  prova  la  ne- 
gligenza di  detto  scrittore,   non  avendo 
mai  vestito  i  vallombrosani  tali  colori,  e 
allora  usavano  il  nero.Mentre  si  fabbrica- 
va ilcelebre  e  maestoso  santuario  di  Gai- 
loro  presso  la  Riccia  (f^-),  in  ouore  del- 
l'ImmacolatoConcepimento  della  B.  Ver- 
gine (il  che  rilevai  pure  nel  voi.  LXXIII, 
p.  47» celebrando  la  definizione  del  dog- 
ma), ne  fu  affidata  la  custodia  a'vallom- 
brosani  neh 632,  i  quali  tosto  v'innalza- 


VAL 

rono  il  contiguo  monastero,  e  vi  rimase- 
ro siuo  alle  vicende  politiche  che  afflis- 
sero gl'inizi  del  secolo  corrente.  Indi  Pio 
VII  ad  istanza  delle  popolazioni  circo- 
stanti di  A  riccia  e  Genzano,  col  breve  Ex 
parte  dilectorum  /z  Zzo  rum, de' 2  9  novem- 
bre 1 8 1 6,  Bull.  Rom.  cont.  1. 1 4,  p-  2 55  : 
Concessio  Monasterii,  et  Ecclesiae  o- 
lim  spectantium  monachis  ordinis  s.Be- 
nedicti  congregationis  Vallis  Umbro- 
saet  seu  Seminario  Albanensi \favore 
Socictatis  Jesu  terrae  Cynthiani,  et  A- 
riciae  cjusdem  dioecesis.  Nel  citato  ar- 
ticolo descrissi  ancora  il  magnifico  ponte 
che  unisce  Albano  alla  Riccia,  e  avvici- 
na la  distanza  a  Galloro  anche  dalla  vil- 
leggiatura pontificia  di  Castel  Gandob 
fo.  Quindi  del  compimento  poi  e  dell'in- 
augurazione del  monumentale  ponte,  e 
dell'  erezione  degli  altri  ponti  tra  l' A  ric- 
cia e  Galloro,  ne  ragionai  nel  voi.  LXX, 
p.  1  47-  L'  antica,  illustre  e  benemerita 
monastica  congregazione  di  Vallorobro- 
sa,  uno  de'  rami  del  grande  e  fecondo 
beneficentissimo  albero  benedettino  ,  è 
una  delle  più  esimie  glorie  della  Tosca- 
na, dopo  gli  esempi  del  fondatore  s.  Gio. 
Gualberto,  che  fu  uno  de'  più  forti  re- 
pressori degli  eretici  nicolaili  e  de'simo- 
niaci  che  ammorbavano  l'Italia  e  più 
particolarmente  la  Toscana,  eseguendo 
egli  l'opera  della  riparazione  de'costumi 
con  non  pochi  esemplarissimi  suoi  mona- 
steri ;  questi  furono  rifugio  a'fedeli  nella 
corruzione  dell'Italia  stessa  nel  secolo  XI, 
non  che  a  ragguardevoli  prelati  e  a  no- 
bili che  vi  cambiarono  le  insegne  di  loro 
dignità  e  grandezze  con  quelle  della  u- 
miltà  monastica.  Fiori  in  ogni  tempo 
per  uomini  di  santità  sublime,  di  elevate 
dignità  ecclesiastiche  e  di  scrittori  che  le 
sagre  discipline  e  le  umane  lettere  nobi- 
litarono. Onorata  perciò  la  congregazione 
da'  fedeli,  protetta  dagli  uomini  più  emi- 
nenti, accetta  a'principi,  e  potentemente 
favorita  da'  romani  Pontefici ,  gode  da 
secoli  la  speciale  protezione  d'un  cardi- 
nale; e  Gregorio  XVI  nel  1 843  ne  di- 


V  A  L  57 

chiaro  protettore  l'attuale  amplissimo  e 
virtuoso  cardinale  Cosimo  de  Corsi  di 
Firenze,  arcivescovo  di  Pisa,  il  quale  pre- 
se possesso  della  protetloria  nel  mona- 
stero di  s.  Prassede  di  Roma,  al  mo- 
do che  narrai  nel  voi.  LV,  p.  327.  La 
congregazione  vallombrosana  vanta  di 
averle  appartenuto  i  seguenti.  Il  magna- 
nimo Papa  s.  Gregorio  VII,  nella  cui 
biografia  tenni  proposito  della  questione 
del  suo  monacato  e  parentela,  e  se  con- 
giunto di  sangue  a  s.  Gio.  Gualberto,  ri- 
cordando i  dotti  scritti  del  p.  ab.  d.  Fede- 
le Soldani  vallorabrosano.  Questi  sosten- 
ne vallombrosano  quel  s.  Gregorio  VII, 
che  sebbene  alcuni  pretendono  figlio  di 
un  artigiano  di  Soana  (V.),  rimarcò  il 
Jager  nella  introduzione  alla  Storia  del 
medesimo  di  Voigt,  che  l'eroe  del  genio 
e  delle  conquiste  de'nostri  tempi  Napo- 
leone I  dissedi  lui:  Se  io  non  fossi  Napo- 
leone, vorrei  esser  Gregorio  Fili  Nel 
voi.  LXXVIII,  p.  1 1 3,  riparlando  della 
patria  e  della  famiglia  di  s.  Gregorio  VII, 
notai  che  ora  il  can.  Cerri  volle  dimostra- 
re essere  Soana  del  Canavese  in  Piemon- 
te. Inoltre  i  vallombrosani  ritengono  es- 
sere stato  loro  monaco  il  Papa  Pasqua- 
le II,  che  nella  sua  biografia  dissi  prima 
canonico  regolare  e  poi  abbate  cluniacen- 
se  di  s.  Lorenzo  fuori  le  mura  di  Roma  , 
a  cui  il  menologio  benedettino  dà  il  ti- 
tolo di  beato.  Il  p.  d.  Benigno  Davanzali 
di  Firenze  abbate  di  Vallombrosa,  nel 
1 725  stampò  in  Roma  :  Notizie  al  pel- 
legrino della  basilica  di  s.  Prassede. 
A  p.  532  e  seg.  riporta  gravi  ed  autore- 
voli testimonianze  per  provare  vallom- 
brosani s.  Gregorio  VII  e  Pasquale  II. 
Dice  che  s.  Gio.  Gualberto  chiamalo  da' 
monaci  cluniacensi  del  monastero  di  s. 
Benedetto  di  Calvello,  vicino  a  Soana,  a 
riformarli  e  aggregarli  al  suo  ordine,  il 
santo  vi  costituì  abbate  il  monaco  del  me- 
desimo Ildebrando  verso  il  io4o.  Sicco- 
me anticamente  il  nome  di  cluniacensi  e 
vallombrosani  erano  termini  convertibi- 
li, per  essere  stalo  s.  Gio.  Gualberto  clu- 


78 


VAL 


niacense,  dalla  qnal  congregazione  derivo 
la  viillombrosana,  per  cui  quando  Ilde- 
brando si  recò  in  Francia  col  suo  antico 
maestro  Papa  Gregorio  VI,che  molli  ten- 
gono calunniato,  giunti  a  Clunjrt   Ilde- 
brando ne  fu  falto  priore,  e  vi  dimorò  i  8 
mesi.  Indi  con  s.  Leone  IX  ne  parli,  e 
con  esso  si  recò  a  Passigoano.  Divenuto 
Ildebrando  Papa  ».  Gregorio  VII,  ne  de- 
rivò quindi  la  questione  se  cluniacense  o 
vallombrosano.  Quanto  a  Pasquale  II,  il 
p.  Davanzali,  dice  che  prima  fu  monaco 
inCluny,  indi  ritornato  ini  talia  entrò  Ira' 
vallombrosani  ,  essendo  allora  essi   una 
cosa  medesima  co  ch.iniacensi,  osservanti 
la  medesima  regola.  Da  tutto  ciò  ne  con- 
segue che  i  due  Papi  s.  Gregorio  VII  e 
Pasquale  II   si  ponno  riguardare  a  un 
tempo  cluniacensi  e  vallombrosani.  Non 
manca  chi  asserisce  vallombrosano  anche 
Papa  Innocenzo  II,  che  comunemente  si 
ritiene  canonico  regolare.  Certamente  e 
senza  contrasto  furono  cardinali  vallom- 
brosani, come  li  descrissi  nelle  loro  bio- 
grafie: S.PieU'o  Igneo  Aldobrandino  Bea- 
to  Tesoro  Beccaria,  abbate  generale  di 
Vallombrosa,  martire.  S.  Benedetto  li- 
berti del  sangue  regio  dei   longobardi, 
abbate  generale  dell'ordine,  contribuì  al- 
le donazioni  fatte  dalla  gran  contessa  Ma- 
ti/de  alla  s.  Sede:  la  sua  festa  si  celebra 
a'  4  dicembre,  ed  è  chiamato  magno  e 
glorioso.  Anastasio  vescovo  d'Albano, 
secondo  il  p.  Tamburino  monaco  della 
badia  di  Monte  Piano  nella  diocesi  di  Pi- 
stoia, allora  della  congregazione  e  giu- 
risdizione di  Vallombrosa.  Lucio  Boezio 
monaco  di  Vallombrosa.  Oderisio  abba- 
te di  s.  Maria  d'Osella  presso  Città  di  Ca- 
stello, secondo  il  p.  Davanzali,  fatto  car- 
dinale di  s.  Marlino  da  Pasquale  li  :  ma 
siccome  ne' suoi  82  cardinali  riportati  da 
Cordella,  il  migliore  biografo  de'  cardi- 
nali, non  è  riferito,  sotto  tale  nome  io  non 
ne  feci  biografia,  bensì  di  Oderisio  di  San* 
grò  e  dc'diversi  Oderisio  conli  de  Alarsi. 
Martino  Cibo,  IO  col  Cordella  lo  dissi  ci- 
slerciense,  inculre  il  p.  Davauzati  diebia- 


VAL 

rnndolo  di  Vallombrosa  econoscendo  an- 
cora che  altri  scrittori  lo  dichiarano  ci- 
sterciense,  rileva  non  dovere  ciò  recare 
meraviglia,  sia  perchè  delle  cose  antiche 
non  di  tutte  si  hanno  notizie  chiare,  sia 
per  volere  ciascuno  per  se  quelli  che  al 
mondo  goderono  bella  fama.  Pe' santi  e 
beati  dell'ordine  si  può  vedere:  ftlarty- 
rologiu  m  Sa  ne  tortini  cong  tega  tionis  Fa  l- 
lis  Umbrosae  ordinis  s.  Benedirli 'juxla 
decr.  S.  R.  C  27  rnartii  1773,  et  12 
sept.  i84o,Romaei845. 1  vescovi  s.  Gua- 
io di  Brescia  e  s.  Lanfranco  di  Pavia  ri- 
nunziati  i  loro  vescovati  si  resero  mona- 
ci vallombrosani.  Propagatissiraa  è  la  di- 
vozione pel  romito  vallombrosano  s.  To- 
rello, che  il  martirologio  dell'ordine  ono- 
ra a' 16  marzo.  Egli  è  efficace  protettore 
delle  partorienti,  degli  agonizzanti  e  con- 
tro i  lupi,  dalla  fiera  voracità  de'  quali 
liberò  i  popoli  della  provincia  del  Ca- 
sentino. Se  ne  implora  il  patrocinio  col- 
la Novena  in  onore  di  s.  Torello  romito 
vallombrosano  singoiar  protettore  delle 
partorienti  e  degli  agonizzanti  suoi  di- 
voti, Fucine  1793.  Il  p.  d.  Fedele  Sol- 
doni  scrisse  il  Trattalo  apologetico  in 
cui  si  dimostra  s.  Torello  da  Poppi  ere- 
mita essere  stalo  dell'ordine  difr allotti- 
brosa,  Lucca  1 73 1 .  Il  ricordato  p.  Situi 
che  pubblicò  il  suo  catalogo  degli  illustri 
vallombrosani  nel  1693,  oltre  s.  Grego- 
rio VII  e  Pasquale  11,  registrò  7  cardi- 
nali e  34  arcivescovi  e  vescovi;  pochi  an- 
ni dopo  l'abbate  generale  d.  Colombino 
Bassi  fu  consagrato  in  s.  Prassededi  Ro- 
ma vescovo  di  Pistoia.  Abbiamo  del  dot- 
to vallombrosano  p.  d.  Fedele  Soldani, 
oltre  le  Quaestiones  Vallombrosanae: 
Hisloria  s.  Mìcliaelis  de  Passiniano,  si- 
ve  corpus  Historiarum  dìplomalicum 
criliciun,  juxla  dirottolo gic ani  alba  tutti 
Passinian.  seriem  elabora  Inni,  in  quo 
Siimmorum  Ponti  fienili  constilutioncst 
Itnperalorwn  lìegumque  diplomata  et 
privilegia  Iute  usa  uè  inedita  s  eidem  roe- 
nobio,  totique  Tr  allumbrosano  ordini 
collala  rccciisetitur  j  cui  cliani  acce- 


VAL 
dunty  et  primo  in  luce  prò deunt  mona' 
stcriorum  quamplurimum  fundationes, 
jurci)  dotationes,  pluraque  alia  memo- 
rabdia  monumenta  ad  alia  speclanlia} 
lucubraliones  Sanctorum  patrum  viro- 
runici  uè  illustri  uni  ordinis  ejusdem  acta 
quae  in  archivio  Vallumbrosanis  ad- 
servantur,  Lucae  1741-  I  vallombrosa- 
ni  ebbero  monasteri  in  molte  parti  d"  I- 
talia  ed  in  Provenza.  Per  le  vicende  poli- 
tiche de'  tempi  ora  soltanto  esistono  in 
Vallombrosa,  in  Passignano,  nel  mona- 
stero della  ss.  Trinità  in  Firenze,  in  quel- 
lo del  santuario  della  Madonna  di  Mon- 
te Nero  di  Livorno,  in  quello  di  s.  Pras- 
sededi  Roma,  e  negli  altri  luoghi  sum- 
mentovati.  Attualmente  sono  abbate  ge- 
nerale dell'ordine  il  Rm.°  p.  d.  Piiccardo 
AgostinoRicci,  residente  inFii enze,e  pro- 
curato!* generale  il  Rm.°  p.  ab.  d.  Roma- 
no Camerucci,  residente  nel  seguente  mo- 
uastero  di  s.  Prassede  di  Roma. 

Chiesa  di  s.  Prassede,  titolo  cardi- 
nalizioy  in  cura  deì  monaci  Vallombro- 
sa ni  nel  rione  Monti  (V.).  Sorge  sul 
Monte  Esquilino,  e  sulla  cima  del  clivo 
Suburrano,  nell'area  delle  celebri  Ter- 
mc  {V.)  JNovaziane  e  Timoline  (delle 
quali  anche  nel  voi.  LXXV,  p.  2o5  e 
2  io),  nell'antico  Vico  Laterizio, ora  via 
di  s.  Prassede,  già  casa  della  santa,  chia- 
mala anche  basilica,  e  di  cui  è  litolare  il 
cardinal  Luigi  Vannicelli  Casoni  arcive- 
scovo di  Ferrata.  Comunemente  dicesi 
fabbricata  da  Papa  s.  Pio  1  del  i58,  ma 
il  p.  Davanzali  l'attribuisce  ali. "Ponte- 
fice s.  Pietro  principe  degli  Apostoli,  e  sic- 
come abitò  la  contigua  casa,  le  sue  noti- 
zie si  rannodano  colla  Chiesa  di  s.  Pu- 
deuziana,  col  Palazzo  apostolico  di  s. 
Prassede,  e  col  Palazzo  apostolico  dis. 
Pudenziana,  per  tutto  quanto  narrai  in 
quegli  articoli,  siccome  luoghi  abitati  dal 
santo  Apostolo,  e  da  diversi  Papi  suoi  suc- 
cessori. Il  p.  Davanzati  comincia  la  se- 
rie de'cardinali  titolari  dal  3  18.  Ledet- 
te terme  formando  1'  area  ove  sorgono  le 
due  nominate  chiese,  le  nozioni  prnnili- 


VAL  79 

ve  sono  loro  comuni,  e  lo  rimarcai  an- 
che all'articolo  Vaticano,  parlando  del- 
la primitiva  cattedrale  di  Roma, che  al- 
tri vogliono  la  Chiesa  di  s.  Pudenziana. 
Il  monastero  contiguo  lo  fondò  Papa  Ste- 
fano IV  detto  V,  e  lo  die  ad  una  congre- 
gazione di  monaci  greci  fuggiti  dall'  o- 
1  ienle,  acciò  nella  propinqua  chiesa  dì  e 
notte  vi  salmeggiassero  col  rito  loro,  il 
che  a  (Ferma  Novaes,  nella  Storia  di  Ste- 
fano IV.  Invece  il  p.  Davanzati  sostiene, 
che  dopo  l'erezione  della  chiesa  fu  gover- 
nata dal  clero  secolare  sino  all'8  17,  an- 
no in  cui  a  Stefano  1 V  detto  V  successe  s. 
Pasquale  I,  il  quale  avendola  rifabbrica* 
ta,  e  postovi  il  ritrailo  di  s.  Pietro,  la 
concesse  a'monaci  greci  di  s.  Dasilio.Que- 
sli  la  tennero  sino  al  91  r,  in  cui  loro  la 
tolse  Anastasio  111,  il  quale  die  il  mona- 
stero e  la  chiesa  a'eanonici  regolari  di  s. 
Maria  del  Reno,  detti  Scopettoni,  che  vi 
rimasero  sino  al  11 9  1 ,  nel  quale  anno  lo- 
ro la  levò  Celestino  HI  col  monastero. 
Rimase  la  chiesa  di  s.  Prassede  a  dispo- 
sizione del  suo  titolare  cardinal  Goffredo 

0  Siflredo  Gaetani,  ma  il  Cardella  lodice 
titolare  di  s.  Prisca  neh  193,  con  trasla- 
zione dalla  diaconia  di  s.  Maria  in  Via 
Lata  fatta  da  Celestino  III.  Però  deve  pre- 
ferirsi l'affermato  dal  p.  Davanzati,  poi- 
ché narra  che  il  cardinale  dopo  aver  fat- 
ta governare  la  sua  chiesa  di  s.  Prassede 
per  7  anni  dal  clero  secolare, supplicò  iu- 
slantemente  il  Papa  Innocenzo  Illa  con- 
cederla col  monastero  a'monaci  di  Val- 
lombrosa, e  I'  esaudì  col  consenso  de* 
cardinali,  mediante  bolla  in  favore  al  p. 
ab.  Martino  e  suoi  monaci  di  Vallom- 
brosa. La  bolla  ha  la  data  de' 2  giugno 

1  1 98,  e  sottoscritta  dal  Papa  e  da  1 5  car- 
dinali, fra' quali  Syphredus  T.  s.  Pra- 
xedis  presh.  cardinalis,  e  vi  sono  espres- 
si i  privilegi  e  le  grazie  accordali  da  In- 
nocenzo HI  a'vallornbrosani,ed  i  motivi 
della  concessione.  Ma  allora  la  chiesa  e  il 
monastero  non  avea  fondi  che  per  man- 
tenere 6  padri.  De'loro  beni  e  di  quelli 
spellanti  a'inedesimi,  del  monastero  de' 


80  VAL 

ss.  Primitivo  e  Nicolò  di  Gabìo  (V.)%  ne 
riporta  1'  interessanti  notizie,  le  contro- 
versie e  i  documenti  il  Galletti,  Del  Pri- 
micero  della  s.  Sede.  Pio  IV  nel  i56o 
conferì  la  basilica  per  titolo  al  nipote  car- 
dinal s.  Carlo  Borromeo  arcivescovo  di 
Milano.  Questo  gran  porporato,  divotis- 
si ino  della  medesima,  fabbricò  un  palaz- 
zo per  suo  comodo  e  per  quello  dei  ti- 
tolari suoi  successori,  forse  sulle  rovine 
del  palazzo  già  abitato  da  alcuni  Papi,  il 
quale  poi  fu  comprato  dal  monastero, 
quando  il  titolare  cardinal  Giulio  Ga- 
brielli nel  i654  lo  volle  vendere,  per  la 
somma  di  circa  5ooo  scudi.  In  questo 
palazzo  volle  abitare  il  santo  (anco  per 
essere  arciprete  della  vicina  patriarcale 
di  s.  Maria  Maggiore),  e  per  la  divozione 
che  avea  alla  chiesa  ed  a  s.  Prassede,  con- 
tinuamente si  portava  a  farvi  orazione 
ed  a  predicare;  andava  al  mattutino  in 
coro  co'monaci,  e  spesse  volle  lo  recita- 
va in  ginocchioni  avanti  la  s.  Colonna 
(J7.),  che  quivi  si  custodisce  con  somma 
venerazione  qual sagro  tesoro,  con  rima- 
nervi gran  tempo  a  meditare.  Avendo  il 
cardinale,  per  mancanza  di  rendite,  tro- 
vato scarso  il  numero  de' monaci,  l'au- 
mentò di  6  religiosi,  pe'quali  ogni  anno 
somministrava  il  vitto  e  il  vestito,  il  che 
continuò  sino  alla  beata  sua  morte,  av- 
venuta nel  1 584-  Descrivendo  la  chiesa 
dissi  degli  abbellimenti  e  rista  uri  opera- 
tivi da  s.  Carlo,  cominciando  dalla  stra- 
da, e  di  quelli  eseguili  da  altri  cardinali 
e  da'Papi,  non  meno  di  sue  prerogative, 
il  cui  titolare  anticamente  era  ih. "ebdo- 
madario della  patriarcale  basilica  di  s. 
Lorenzo  fuori  delle  mura,  nell'ufliziatu- 
ra,  in  luogo  del  Papa  celebrando  all' al- 
tare pontificio.  Altre  notizie  si  ponno  leg- 
gere nel  Da vanzati. Terminerò  con  enu- 
merare tulli  gli  altari,  dovendosi  tener 
presente  la  descrizione  che  ne  feci  nel  suo 
articolo,  aggiungendo  col  Titi  che  fu  re- 
staurata anco  da  Nicolò  V,  col  disegno  di 
Bernardo  llossellini  fiorentino.  E  una  di 
quelle  chiese  e  basiliche  antiche,  le  qua- 


VAL 

li  hanno  insieme  col  campanile  il  porti' 
co  avanti,  portici  che  nelle  descrizioni  an- 
tiche sono  detti  Locus  Pauperum.  No- 
tò Cancellieri,  che  il  suo  Campanile  è  del 
genere  di  quelle  torri  quadrate  altissi- 
me d'opera  laterizia,  con  più  ordini  d'ar- 
chetti semicircolari,  sostenuti  da  colon- 
n uccie,  con  cornici  a  seghe  di  mattoni  e 
modiglioni  di  marmo  bianco,  per  indi- 
car i  diversi  piani  e  la  trabeazione,  e  for- 
marvi gì' intavolamene  ;  e  pel  loro  or- 
nato si  adoperarono  piccoli  dischi  di  mar- 
mo, di  porfido,  di  serpentino,  o  piatti 
concavi  di  maiolica  di  diversi  colori.  In 
questa  torre  campanaria,  sopra  i  muri 
dell'interno,  vi  sono  al  2.0  piano  alcune 
pitture  antichissime,  rappresentanti  i  fat- 
ti dell'istoria  di  s.  Agnese.  Cancellieri  de- 
plorò ch'esse  trovinsi  in  gran  parie  can- 
cellate, nondimeno  quando  lo  descrisse 
nel  1806  eranvi  ancora  molte  figure  in- 
tere, e  nel  fine  delle  cornici  varie  lettere 
che  spiegano  alcuni  falli  della  sua  vita. 
L'Anastasio  dice  nella  vita  di  s.  Pasqua- 
le I,  che  fece  un  oratorio  in  questo  mo- 
nastero in  onore  di  s.  Agnese  vergi ne/fff- 
rae pulehrìtudinis  exornatum.  Quindi  è 
da  credere,  che  nel  piano  di  questo  cam- 
panile fosse  l'apside  quadrilinea  dell'ora- 
torio, la  cella  del  quale  sarà  stata  verosi- 
milmente una  stanza  contigua  a  questo 
piano.  Si  entra  nella  chiesa  pel  portico 
ornato  di  due  colonne  di  granito,  prima 
del  quale  sono  due  bianche  di  scale  (in 
cui  non  sono  de'  gradini  di  rosso  antico 
rari  molto  per  la  grossezza  del  masso, 
come  vuole  Nibby,  ma  come  dissi  descri- 
vendo la  chiesa  formano  le  due  branche 
dell'interno  della  medesima  per  ascendere 
all'altare  maggiore.  Noterò,  che  ora  essen- 
do stata  trovata  nell'Egitto  una  cava  ab- 
bondante di  rosso  antico,  con  attivar*  e 
vendersi  a  discreto  prezzo,  notabilmente 
diminuì  sia  la  rarità,  sia  il  costo  del  pree- 
sistente rosso  antico.  Tanto  mi  fu  assicu- 
rato da  persona  ragguardevole.  Certo  è, 
che  si  legge  a  p.  1 158  del  Giornale  di 
/ionia  deh 853.  »  0<mi  amatore  dell'ai- 


VAL 

te  sentirà  con  piacere  che  il  rosso  e  il  ver- 
de antichi,  queste  due  celebri  specie  di 
marmo,  ch'erano  citate  dall'alta  antichi- 
tà, e  di  cui  le  miniere  erano  da  tempo 
immemorabile  perdute,  sono  stati  ritro- 
vati dallo  scultore  tedesco  Siegel,  stabili- 
to in  Atene.  Egli  ha  scoperto  il  rosso  an- 
tico sulla  parte  sud  della  catena  del  Tai- 
geto,  e  il  verde  antico  sulla  parte  nord 
dell'isola  di  Tinos").  L'altare  maggiore 
isolato  è  nobilissimo.  Il  quadro  in  mez- 
zo alla  tribuna  lo  dipinse  Muratori,  e  vi 
espresse  s.  Prassede.  Nel  grand'  arco  e 
nella  tribuna  sono  i  musaici  fatti  esegui* 
re  da  s.  Pasquale  I,  colla  sua  immagine 
mentre  viveva  j  quello  dell'  arcone  rap- 
presenta la  città  santa  dell'Apocalisse  co- 
gli eletti  e  gli  angeli  che  li  custodiscono; 
nella  faccia  dell'apside  è  il  mistico  Agnel- 
lo, a  cui  si  prostrano  i  24  seniori,  indi 
viene  espresso  il  Salvatore  attorniato  da 
santi.  Il  fregio  che  gira  intorno  alla  tri- 
buna contiene  in  lettere  di  musaico  que' 
versi  che  riportai  nel  suo  articolo.  Il  ti- 
tolare cardinal  Antoniotto  Pallavicini  rin- 
novò il  pavimento  marmoreo^  e  vi  fece 
due  cori  per  comodità  de'  religiosi,  e  poi 
a  quello  di  sotto  s.  Carlo  fece  i  sedili.  Sot- 
to l'altare  maggiore  nella  cappellina  sot- 
terranea si  venera  il  corpo  di  s.  Piasse- 
de  e  altre  ss.  reliquie.  Delle  sue  3  navi 
quella  di  mezzo  ha  pitture  di  Cosci,  Mas- 
sei,  Croce,  Ciampelli,  Nogari  e  altri,  ed  i 
chiaroscuri  gialli  sono  di  Rossetti.  Pieri 
dipinse  la  facciata  di  fronte  coll'Annun- 
ziata,  gli  Apostoli  e  de'puttini;  e  Ciampel- 
li la  storietta  sulla  porta  di  fianco,  l'An- 
gelo sul  pilo  dell'acqua  santa,  e  laB.  Ver- 
gine col  s.  Cambino  sulla  porta  della  sa- 
grestia (quasi  non  più  conoscibile  :  presso 
i  due  pili  dell'acqua  santa,  adiacenti  al- 
la porta  grande  e  alla  porta  minore,  so- 
no due  lapidi  marmoree,  che  dicono  a- 
vere  s.  Pasquale  I  collocati  in  questa  chie- 
sa duemila  e  trecento  corpi  di  ss.  Martiri. 
Però  saviamente  osserva  il  can.  Dauco 
nella  Storia  della  città  di  Feletri,  t.  2, 
p.  198,  che  se  considerasi  bene  tali  leg- 
voi.  lxxxvih. 


VAL  8r 

gende,  si  ver!  rà  che  non  furono  corpi  ì 
collocati  sotto  1'  altare  di  s.  Prassede  da 
s.  Pasquale  I ,  ma  piuttosto  piccolissime 
loro  parti,  ossia  reliquie,  altrimenti  oc- 
correva perciò  un  miracolo).  Comin- 
ciando il  gito  sotto  la  nave  minore  a  di- 
ritta, trovasi  prima  la  cappella  di  s.  Ber- 
nardo Uberti,  di  cui  la  tavola  è  dipin- 
to da  Luzzi,  i  laterali  essendo  di  Soc- 
corsi e  Peslrini,  ili.°  de'quali  colorì  pu- 
re le  lunette.  Nella  seguente  cappella  il 
quadro  col  Cristo  morto  è  pittura  di  De 
Vecchi,  la  volta  e  gli  spartimenti  sono  del 
Borgognone,  le  lunette  laterali  di  Ferri. 
La  3."  antichissima  cappella  è  della  s.  Co- 
lonna, nella  quale  da'manigoldi  co'Jla- 
gelli  vi  fu  flagellato  il  Redentore,  come 
rilevasi  da'versi  che  ho  riferito  nel  sur- 
ricordato articolo  (di  contro  e  fuori  del- 
la cappella  è  il  monumento  sepolcrale  del 
cardinal  Cetivo):  s.  Pasquale  I  l'edificò 
con  ricchi  musaici  in  onore  di  s.  Zeno- 
ne, e  vi  ripose  il  di  lui  corpo  e  quello  di 
s.  Valentiniano,  avendo  io  pure  dichia- 
rato in  detto  luogo  perchè  si  dice  Orto 
del  Paradiso  e  s<  Maria  libera  nos  a 
poenis  inferni,  essendovi  la  sua  immagi- 
ne di  musaico  nell'altare.  Sotto  la  nave 
sinistra  trovasi  la  sagrestia,  il  quadro  del 
cui  altare  dipinto  da  Ciampelli,  rappre- 
senta il  Crocefisso  tra  due  Angeli  genu- 
flessi. Ivi  si  conserva  il  rinomato  quadro 
della  Flagellazione,  lavoro  pregievolis- 
simo  di  Giulio,Romano, eseguito  pel  car- 
dinal Divizj,  e  lo  donò  alla  chiesa  per  la 
venerazione  che  avea  all'insigne  reliquia 
della  s.  Colonna.  Tornando  in  chiesa,  nel- 
la 1. "cappella  a  diritta  è  il  quadro  con  s. 
Gio.  Gualberto  del  Borgognone  ;  le  pit- 
ture di  prospettive  sono  di  De  Rossi,  il 
resto  di  Ruggeri.  La  cappella  Olgiati  ar- 
chitettata da  Martino  Lunghi,  ha  il  qua- 
dro con  Gesù  Cristo  che  porta  la  Crocea 
di  Federico  Zuccari  :  la  volta  coli' Ascen- 
sione del  Signore,  la  B.  Vergine,  i  Pro- 
feti e  le  Sibille,  tutto  colorì  il  cav.  d' Alpi- 
no. Sull'  aliare  della  seguente  cappella», 
dalia  gratitudine  de'vallombrosant  dedt- 
6 


82  VAL 

cala  a  s.  Carlo  Borromeo,  il  suo  quadro 
è  di  Parrocel,  ed  i  laterali  di  Stein  :  qui- 
vi e  nel  monastero  si  conservano  memo- 
rie del  santo.  L'  ultima  cappella  sagra 
alla  famiglia  di  s.  Prassede,  e  tutti  i  qua- 
dri in  essa  esistenti  sono  del  Severoni. 

VALMOINTONE.  V.  Velletbi. 

VALONA.  V .  Anfissa  e  Saloni. 

VALPERTO,  Cardinale.Vescovo  di 
Poi  to,successe  nel  governo  di  quel  la  chie- 
sa 11611*8760877  a  Formoso  privatodel 
vescovato  da  Giovanni  Vili.  Intervenne 
ai  concilio  di  Ravenna  dell'  878,  ed  a 
quelli  di  Troyes  nelle  Gallie,  e  romano 
adunato  nell'879  e  ricordato  pure  da  U- 
ghelli,  Italia  sacra,  1. 1 ,  p.  1 1 3. 

VALVASS1  Galdino(s.),  Cardinale. 
Nato  in  Milano  dalla  nobile  famiglia  det- 
ta della  Scala,prima  suddiacono,  poi  can- 
celliere, indi  arcidiacono  della  chiesa  Mi- 
lanese, ad  oggetto  d'evitare  le  persecu- 
zioni dello  scismatico  imperatore  Fede- 
rico I,  che  minacciava  l'estremo  eccidio 
alla  sua  patria  ,  si  ricoverò  insieme  col 
suo  ai  ci  vescovo  Oberto  da  Pirovano  pres- 
so  Alessandro  III,  a  cui  essendosi  mo- 
strato costantemente  ossequioso  e  ubbi- 
diente, per  le  preclare  sue  virtù  neh  164 
o  1  1 65  inSens  lo  creò  cardinale  prete  di 
di  s.  Sabina,  e  poi  contro  sua  voglia  nel 
settembre  1  167  arcivescovo  di  Milano,  e 
legato  dellaLombai  dia  con  immenso  van- 
taggio delle  chiese  di  quella  provincia. 
Questo  santo  cardinale  restaurò  la  città 
di  Milano  rovinata  dalle  guerre,  richia- 
mandovi i  cittadini  dispersi,  come  vuole 
Cìacconio;  ma  fu  cori  etto  da)  Sassi  nella 
Serie  degli  arcivescovi  di  Milano ,t.  2,  p. 
558,  dove  afferma  che  non  già  s.  Galli- 
no, ma  sibbene  i  milanesi  furono  quelli 
che  intrapresero  a  risarcire  la  loro  città, 
rendendola  capace  d'accogliere  di  nuo- 
vo i  suoi  abitanti,  lo  che  risaputosi  dal  s. 
arcivescovo,  che  allora  si  trovava  in  Ro- 
ma, si  condusse  prontamente  a  Milano, 
dove  fu  ricevuto  e  accolto  con  grande  o- 
noie  da  que'ciltadini,  le  cui  miserie  sin- 
golarmente in  que'priucipii  sovvenne  con 


VAL 

generosa  liberalità,  che  non  riconoscen- 
do né  termine,  nò  misura, si  estese  a  tutti 
i  poveri  della  sua  arcidiocesi,  ma  in  mo- 
do particolare  alle  nobili  persone  colte 
e  civili,  cui  la  naturale  vergogna  impe- 
diva dal  domandare  limosina.  Alla  sua 
vigilanza  non  isfuggirono  neppure  i  car- 
cerati o  per  debiti  o  per  delitti,  a  sollie- 
vo de'quali  assegnò  fondi  capaci  per  sov- 
venire alle  necessità  e  bisogni  loro.  Non 
dimenticò  la  sua  metropolitana,  alla  qua* 
le  comparti  insigni  benefìzi.  Contribuì 
coll'opera  e  col  consiglio  alla  nuova  città 
che  venne  fabbricata,  e  che  in  onore  d'A- 
lessandro III  fu  denominata  Alessan- 
dria. In  Milano  si  accinse  a  riedificare 
il  palazzo  arcivescovile,  affatto  rovinato 
nel  sacco  dato  alla  città  da  Federico  1,  lo 
che  esegui  con  ecclesiastica  magnificenza, 
avendo  nel  tempo  stesso  ricuperato  pa- 
recchi.fondi  di  sua  chiesa,  che  in  tempo 
di  guerra  erano  passali  in  altre  mani. 
Sottopose  all'interdetto  ecclesiastico  Pa- 
via, e  a  nome  del  Papa  privò  Pietro  To- 
scano suo  vescovo  dell'  uso  del  pallio  e 
della  croce,  non  meno  di  sua  dignità,  per 
aver  favorito  le  parti  dell'  imperatore 
contro  il  legittimo  Papa,  e  rigettò  tutti 
i  vescovi  nominati  dallo  stesso  Federico 
I,  col  quale  poi  a  nome  della  città  di  Mi- 
lano stabilì  e  concluse  perpetua  pace.  Ad 
una  vita  santa  corrispose  una  morte  pre- 
ziosa al  cospetto  del  Signore,  poiché  nel- 
l'atto in  cui  con  apostolico  zelo  inveiva  con- 
tro gli  eretici  manichei,  denominati  an- 
che catari,  che  infettando  già  da  più  anni 
co'loro  mostruosi  errori  varie  provincie 
d'occidente,  erano  penetrati  eziandio  in 
Milano,  poco  dopo  terminata  la  messa  so- 
lenne, rottasegli  all'improvviso  una  vena 
in  petto,  cadde  estinto  sull*  ambone  del- 
la chiesa  neh  173  d'8o  anni, altri  scri- 
vono nel  11 75,  ed  altri  11^117601177; 
finalmente  l'Eggs  gli  prolunga  la  vita  al 
1 1 78.  Muratori,  Ughelli,  Sassi  e  altri  ne 
fissauo  l'epoca  311176,  ed  è  l'opinione 
più  probabile.  L'eroiche  virtù  di  s.  Gal- 
dino,  e  gli  strepitosi  miracoli  co*  quali 


VAL 

Dio  volle  glorificarlo,  indussero  Alessan- 
dro III  con  canonizzazione  ad  ascriverlo 
nel  numero  de'santi.  Fu  tumulato  nella 
metropolitana  di  Milano,  da  dove  s.  Car- 
lo Borromeo  tolse  una  parte  di  sue  reli- 
quie al  cardinal  Paleotto  arcivescovo  di 
Bologna.  Il  nome  di  s.Galdino  è  inserito 
nel  martirologio  romano  a' (8  aprile,  che 
fu  quello  della  beata  sua  morte.  Mura- 
tori però  negli  A anali  d Italia,  t.j ,par. 
I,  p.  3i  ,  riferisce  che  fu  sepolto  nella 
chiesa  di  s.  Tecla  presso  il  pulpito  ;  ma 
il  Sassi  avverte,  che  da  essa  neh 461  fu 
trasferito  nella  metropolitana  dall'arci- 
vescovo di  Milano  Carlo  Nardini  con  so- 
lenne pompa,  e  poi  dall'arcivescovo  s.Car- 
lo  Borromeo  fu  collocalo  nell'altaredella 
confessione,  insieme  colle  reliquie  d'al- 
tri santi. 

VALVASSORE.  V.  Vassallo. 

VALVE  (Valven).Q\V&  vescovile  e  di- 
stretto dell'Abruzzo  Ulteriore  li  nel  re- 
gno di  Napoli,  4  miglia  distante  da  Sul- 
mona. Atterrata  la  città  dal  terremoto, 
non  molto  distante  sopra  collina  amena 
e  salubre  sorge  quella  che  la  successe, 
la  quale  4  000  e  irci  ter  contine  t  incolas, 
secondo  l'  ultima  proposizione  concisto- 
riale deli 853.  Sul  monte  vicino  si  vedo- 
no gli  avanzi  dell'antica  Valve,  ma  non 
si  conosce  l'epoca  precisa  del  disastro.  Il 
Fa t teschi  nelle  Memorie  del  ducato  di 
Spoleto,  a  p.  204,  tratta  di  Valve  e  Cor- 
fìnio  capitali  de'peligni, celebri  popoli  an- 
tichi, e  dice  quanto  vado  a  riferire.  I  pe- 
ligni circondali  dalla  parte  di  settentrio- 
ne dal  fiume  Pescara ,  erano  situati  al- 
l'occidente de'  marsijSotto  il  nomede'qua- 
li  sono  stati  talvolta  compresi,  affatto  di- 
visi da'vestini,da'sannili  e  da'frentani.  A 
levaute  de'  peligni  erano  i  marrucini  col 
loro  gastaldato  di  Teate  o  Chieti  ,  divisi 
però  tra  loro  dal  dorso  alpestre  del  mon- 
te Majella  non  lungi  da  Sulmona,  illu- 
strato dal  soggiorno  fattovi  da  s.  Celesti- 
no V  che  vi  istituì  i  Celestini.  Poche  cit- 
tà ebbero  i  peligni  ne'tempi  di  mezzo;Cor- 
fiuio  assai  celebre  nelle  storie  romane,per 


VAL  83 

cui  in  diversi  luoghi  ne  parlai,  nel  662  cir- 
ca di  Roma  fu  scella  a  piazza  d'armi  nella 
guerra  Marsicana  o  Sociale  de'  confede- 
rati contro  Roma,  perchè  loro  negava  la 
cittadinanza  ,  qual  principale  arsenale  e 
magazzino  a  sosteguo  dell'ardita  impre- 
sa, e  per  custodia  degli  ostaggi  delle  cit- 
ta alleate  :  avendola  formata  una  vera 
piazza  d'armi,  le  diedero  l'epiteto  d'Ita- 
lica. Confederali  de'peligni  furono  i  ve- 
stini,  i  inarsi,  i  marrucini,  i  frentani  ,  i 
sanniti,  i  quali  tutti  convennero  in  Cor- 
finio  per  rendere  comuni  a  tutti  gl'ita- 
liani le  romane  prerogative.  Dopo  due 
annidi  terribile  guerra,  fecero  piegare 
Pvoma  ad  annuire  alle  loro  brame,  seb- 
bene il  fine  della  guerra  era  stato  infau- 
sto, venendo  poi  deviala  dalle  gare  ci- 
vili di  Mario  e  Siila.  Fu  essa  de'peligni 
la  capitale  con  Valve,  la  quale  fu  detta 
ancora  Valva,  Balla,  Balva,  Sulmona, 
e  la  sua  colonia  Sub  equum,  ossia  la  Val- 
le Superaci] nana,  confinante  co'  inaisi. 
Crede  Cluverio,  che  tal  colonia  fosse  Ira 
la  città  di  Sulmona  e  il  fiume  Sangro, 
dov'è  oggi  situalo  Castel  Vecchio;  ma  il 
diligeolissimo  Olstenio  attesta,  che  la  me- 
desima colonia  sussisteva  tuttavia  col  no- 
me di  Valle  Superaequana,  alla  sinistra 
della  via  Valeria,  sopra  Goriano,  dove 
tra'castelli  ivi  esistenti,  Castel  Vecchio  è 
il  principale.  Crede  però  il  medesimo  au- 
tore, che  il  castello  antico  Super  equo  sia 
perito.  Altre  città  ebbero  i  peligni,  come 
Sulmona  patria  d'  Ovidio,  di  cui  cantò 
Sulmo  mìhi patria  est  gelidis  uberrimus 
undis.  Dappoiché  i  peligni  furono  detti 
aquosi  per  1'  umidità  che  nel  paese  vi 
diffondono  i  fiumi.  La  magnifica  Sulmo- 
na, ad  onta  del  desolante  terremoto  del 
1 7o3,conserva  ancora  gl'indizidella  pro- 
pria magnificenza,  e  sono  ancora  però  da 
ammirarsi  la  cattedrale  dedicata  a  s.  Pan- 
filo, il  palazzo  del  marchese  Mazzara,  gli 
acquedotli  ec.  Cluverio  non  rammenta  la 
città  di  Valve,  ed  alcuni  sospettano  che 
occupi  essa  il  luogo  dell'antica  Corfiuio. 
L' Olstenio  francamente  tiene  per  indù- 


84  VAL 

Li  tato  che  Valva, quaeolim  Corfinimn, 
nobilissima  civitas.  Se  crediamo  a  Sige- 
Lerto,  ebLe  sussistenza  Corfinium  anche 
nel  secolo  X,  dicendo  all'anno  969,  che 
Teoderico  vescovo  di  Metz,  tra  le  sagre 
reliquie,  che  raccolse  in  varie  città  del- 
l'Italia: A  Corfinium  Luciani  syracusa- 
nani  virginem  et  martyrem,aFaroaldo 
duce  Spoletanorum  olim  a  Syracusis 
illuc  translatam  in  Germaniam  depor- 
tasse. Ma  tale  racconto  di  Sigebertoè  te- 
nuto per  favoloso  dal  Baronio  nelle  no- 
te al  Martirologio  romano.  Ebbe  la  città 
di  Valve  i  suoi  vescovi  distinti  da  que'di 
Sulmona^  e  V  unione  de'  due  vescovati, 
secondo  l'Ughelli,  non  seguì  che  al  prin- 
cipio del  secolo  Vili,  aeque  principali- 
ter,  ed  in  quell'articolo  ne  riportai  la  se* 
rie  col  medesimo,  con  altre  notizie  del  ve- 
scovato,cattedra!e  e  capitolo  di  Valve.  Del 
vescovoBonaventuraMartinelli  abbiamo: 
SynodusV alvensi  etSulmonensi ab  Ep. 
B.  Mar  lineili  anno  1 7 1 5,  Romae  1 7 1 7. 
Da'preziosi  monumenti,  che  si  leggono  nel 
Cartario  Farfense  riguardanti  la  regione 
de'peligni,  rilevasi  che  restando  soppres- 
so da'longobardi  il  nome  di  peligni,  dal- 
la città  di  Valve  unicamente  prendevano 
il  loro  nome  le  popolazioni  di  queste  con- 
trade, per  cui  si  dissero  Valvenses  e  Bai- 
benses,  e  che  in  Valve  risiedeva  il  gastal- 
do  a'tempi  de'longobardi,  ed  il  conte  ne' 
tempi  posteriori.  Camerino  gastaldo  di 
Valva  si  legge  presente  ad  un  placito  del 
75o,  riferito  dal  Muratori  nella  nota  i3 
al  Cronico  Farfense.  Adelperlo  gastaldo 
di  Valva  con  Sinualdo  vescovo  della  stes- 
sa città  (non  conosciuto  dall' Ughelli),  leg- 
gono in  un  placito  bellissimo  dell' 801, 
tenuto  da  Ebroaldo  conte  del  regio  pa- 
lazzo in  Cancelli*  fìnibus  Spoleti,  luogo 
sugli  Apennini  nell'  Umbria,  pubblicato 
dal  Galletti  nelle  Memorie  di  tre  antiche 
chiese  di  Rieti,  a  p.  32.  Da  questi  appren- 
do, che  Sinualdo  si  deve  collocare  dopo 
Vadperto  che  fiorì  1161777.  E  molto  pro- 
babile, che  anco  Berardus  judcx  de  Bal- 
la, ossia  Valva,  presente  ad  altro  placi- 


V  AL 

to,  che  Pietro  vescovo  di  Pavia,  dipoi  Pa* 
pa  Giovanni  XIV  ,  e  Teudino  conte  di 
Rieti  tennero  nel  982  nell'episcopio  di 
tal  città}  e  che  ancora  Petrus  judex  de 
Balba,  rammentato  in  altro  placito  ne* 
Marsi  nel  995  di  Elperto  vescovo  e  O- 
derisio  conti  deputati  del  duca  e  marche- 
se Ugo  di  Spoleti  e  Camerino,  fossero  gli 
stessi  gastaldi  valvensi.  Idue  placiti, Fat- 
teseli-! li  riporta  nell'Appendice  de'docu- 
menti  a'n.i  68  e  72.  Quanto  alla  topo- 
grafia di  questo  paese  a'tempi  di  mezzo, 
utilissimi  sono  i  monumenti  del  citato 
Cartario,  da'quali  si  conoscono  i  castelli 
di  Grajano,  Sarzano,  il  castello  di  Beffe 
o  Beffi,  Sibiano,  Galliano,  Navino,  la  vil- 
la Velinari  situata  nella  Valle  Super  ae- 
quana  ,  come  potrà  riscontrarsi  nel  n.° 
26  dello  stesso  Fatteschi.  Teudino  conte 
figlio  del  conte  Randuisio ,  habitator  in 
Comi  tatù  Balbensi  et  in  villa  Superae- 
quana,  in  castello  qui  vocatur  de  Navi- 
no, per  l'anima  sua,  et  conjugis  nomine 
Oriae  dona  in  sacrosanclo  altario  Bea- 
ti Joannis  quod  constructum  esse  digno- 
scitur  in  Valle  Superaequana  in  voca- 
bulo  Velinari,  un  suo  molino  con  altri 
beni  uelio84-  Altre  chiese  che  in  questo 
gastaldalo  appartenevano  alla  badia  di 
Farfa,leggonsi  registrate  nel  diploma  del- 
l'imperatore s.  Enrico  II  del  ioi4,  nel 
quale  conferma:  In  Comitatu  Balbensi 
le  chiese  s.  Peregrini,  et  s.  Mariae  cunt 
pertinentiis  earuminquibus comes  Ode- 
risius  noviter  monachos  locavit,  riducen- 
dole così  all'essere  di  celle  monastiche  co* 
monaci  e  preposto.  Nel  diploma  poi,  che 
l'imperatore  Corrado  11  nel  1028  com- 
partì a  Guido  abbate  di  Farfa,  gli  confer- 
ma :  In  comitatu  Balbensi  ccclesiam  s. 
Mariae  in  Trajano,  ets.  Mariae  in  Sar- 
zano cum  suis  pertinentiis,  e  si  legge  nel 
n.°  92.  Altre  notizie  del  castello  di  Belìi, 
di  Siziano,  Galliano,  ed  altri  delle  con- 
trade della  giudiciariaValvense  e  suo  ter- 
ritorio, il  Fatteschi  le  riporta  nell'Appen- 
dice al  n.°  26.  Anche  il  Corsignani,  poi 
vescovo  di  Sulmona  e  Valve  uniti,  nella 


VAL 

Reggia  Marsicana,  afferma  che  l'antica 
Valve  fu  distrutta,  e  nota  che  i  superae- 
quarti  da  sopra  i  monti  confinavano  co- 
gli equicoli,  e  riporta  un'iscrizione  della 
colonia  Superaequanorum ,  posta  nella 
chiesa  di  s.  Maria  di  Secenara.  Riferisce 
l'Ughelli  Hanc  XJrbem  (Sulmona)  geo- 
graphi  in  4«a  regione  Italiae  collocante 
90  omnino  milliariìs  ab  Urbe  Roma  dis- 
sitam  in  Pelignis,quae  Regio  mine  Val- 
va nuncupantur 3  nam  ut  Blondus  tradii 
circa  anno  Domini  700  sub  dominio  lon- 
gobardum  Regum  circaSulmonem  anti- 
quato nomine  Pelignorum,  in  Comi  tatù 
erecta,  et  Valva  est  nuncupata,ex  quo 
factum  est,  utdioecesisEcclesiae  Sul/no- 
nensis,  atqite  huic  Regioni,  Romana  Ec- 
clesia V  alvensem  Episcopatum  dixerit, 
cujus  in  sacris  conciliis  frequens  memo- 
ria extat.  Episcopus  habel  dna  cathe- 
drales EcclesiaSyUnain  ipsa  Sulmonen- 
sis  civitate  s.  Pamphilo  dicala ,  altera 
in  sylvis ,  ubi  velcris  Corfinii  vestigia, 
ingente  sque  aedificiorum  ruinae, passim 
cernunlur ,  s.  Pelino  sacra  ,  qui  ibidem 
sub  Juliano  Apostata,  cum  ejus  oratio- 
ne  Martis  templumcorruisset,  a  tempio- 
rum  Pontificibus  durissime  caesus,atque 
85  vulneribus  confossus ,  martyrii  coro- 
nala promeruit,  die  5  decembris  anno 
362.  Juncla  deinde  Sulmonensi  V^alven- 
sis  Ecclesia  Episcopali  dignitate  con- 
decorata est,autpaulo  ante,  auts.  Ser- 
gio I  Ponti/ice  sedente  adclavum.  Con- 
stant autem  ante  annum  700  nostrae  sa- 
lulis  harum  Ecclesiarum  simul  juncta- 
rum  Praesulem,  ad  poster itatis  merno- 
riam  non  transiisse.  Quicquid autem  sit 
de  praeteritis  temporibus  _,  hoc  nostro 
saeculo  a  Sulmonensi  tamquam  a  di- 
gniori  Valvensis  dignitas  denominatur, 
in  qua  sacrorum  Antistes  cum  clero 
splendidiori  fixit  sedes.  Dichiara  poi  il 
suo  annotatore  Lucenzi:  Ecclesia  vero 
Valvensis  4  milliaribus  distans  a  Stil- 
inone sita  est prope  moenia  Terrae  Pen- 
ti mae  co  in  loco,  ubi olimCorfinium  erat. 
In  ea  pariler  1 2  canonici  in  dmnis  ojye- 


VAL  87 

rantur  cum  praeposito.  Di  più  dice  che 
in  Pentitila  era  vi  l'episcopio,  il  monte  di 
pietà  e  il  seminario.  Sui  peligni,  inclusi- 
vamente  a  Valve  e  Sulmona, signoreggia- 
rono gli  antichi  duchi  di  Spoleto ,  la  re- 
gione appartenendo  a  quel  potente  duca* 
to.  Dipoi  Valve  fu  posseduta  da'gran con- 
ti di  Marsi,  uno  de'quali  Trasmondo  ne 
fu  vescovo.  Nella  divisione  delle  signorie 
il  contado  di  Valve  colla  città  di  Sulmo- 
na, e  con  tutto  lo  stato  della  Valeria,  toc- 
cò a  Oderico  fratello  del  gran  conte  Be- 
rardo. In  seguito  Valve  con  Sulmona  di- 
venne principalode'Borghese  romani. Ri- 
tornando a  Corfinio,  che  colla  sua  sede 
vescovile  die  origine  a  questa  di   Valve, 
essa  era  poco  distante  dal  fiume  Ateruo, 
sulla  destra  e  poco  lungi  dal  ponte  no- 
minato da  Cesare,  e  in  una  bella  pianu- 
ra cinta  di  montagne.  Sorgeva  più  d'u- 
na lega  lungi  da  Popoli ,  il  quale  fu  già 
nobilissimo  feudo  de*Cantelmi.  Strabone 
pure  fa  memoria,  che  Corfinium  gentis 
pclignorum  caput  communem  omnibus 
Italis,  loco  Romae,  Urbem,  designan- 
tes,  ac  belli arcem,  cui  Italiae  nomen  in- 
diderunt.  Nelle  guerre  civili^  Cesare  for- 
zò Domizio  Enobarboa  ritirarvisi,  1'  as- 
sediò e  la  prese,  per  avere  parteggiato 
per  Pompeo.  Diverse  notizie  di  Corfinio 
si  ponno  leggere  nel  Corsignani  ,  ripor- 
tando un'iscrizione  che  ricorda  la  sua  re- 
pubblica e  la  perforazione  d'  un  monte 
nello  spazio  di  1000  passi  onde  formare 
un  canale:  Respublica  Populusque  Cor* 
finiensis.  Un  acquedotto  principiava  da 
Roma  o  da  Tivoli,  e  per  Corfinio  passa- 
va ne'Marsi.  Vi  terminava  la  celebre  via 
Valeria.  Il  vescovo  di  Brindisi  s.  Pelino, 
reduce  da  Roma,per  la  fede  cattolica  mo- 
rì in  Corfinio;  dopo  il  suo  martirio  gli 
fu  eretto  in  Marsi  un  celebre  tempio  col 
suo  nome,  dal  quale  lo  prese  il  castello 
di  s.  Pelino  ne'  Marsi,  terra  antica  edifi- 
cata colle  rovine  di  Albe,  come  altre.  Cor- 
signani ritarda  di  due  anni  il  martirio  del 
sauto, cioè  al  364,  Pero  a  quest'anno  1» 
riferisce  io  stesso  Ughelli  Delia  serie  de- 


86  VAL 

gli  arcivescovi  di  Brindisi,  Italia  sacrai 
t.  9,  p.  i  i  ,  e  ne  riporta  la  vita.  Vicino 
alla  terra  di  s.  Pelino,  presso  la  via  Va- 
leria, si  trovarono  gli  avanzi  d'un  ma- 
gnifico pretorio,  e  de'  pubblici  bagni  de- 
gli antichi  romani  e  de' inarsi.  Colle  ro- 
vine di  Corfinio  fu  edificata  Pentitila  po- 
co distante,  come  lo  è  da  Sulmona  e  dal 
fiume  Pescara  a'piedi  dell'Apennino,  an- 
ch'essa.nell'Abruzzo  Ulteriore  II.  Di  Pen- 
tima,  dice  Corsignani  esistere  vicino  a' 
Alarsi,  e  conservarsi  nel  suo  episcopio  una 
iscrizione  spettante  all'antica  città  di  Ci- 
vita Anlina,  che  ricorda  essere  stata  e- 
retta  al  tempio  che  ivi  avea  il  Sole  e  la 
Terra  ossia  Vesta.  Avendo  Pentima  o 
Pentina  perduto  il  titolo  di  città,  attri- 
buitole dalla  cattedrale  di  s.  Pelino,  si- 
tuata poco  lungi  da  essa,  ne'  primi  anni 
del  secolo  passato  ricorse  al  collaterale 
di  Napoli,  e  verificatesi  le  sue  prerogati- 
ve alla  regia  udienza  provinciale,  per  l'e- 
nergia e  zelo  del  celebre  d.r  Pietro  Ai- 
terragnoli  gentiluomo  della  medesima, 
ne  uscì  il  decreto  a  favore  di  Pentima: 
Quod  manuteneatur  et  quatenus  opus, 
reintegre  tur  in  possessione  se  denomi- 
nandit  et  appellando  Civitatem.  Quindi 
da  tutti  Pentina  fu  chiamata  città,  e  fra 
Je  sue  produzioni  sono  celebrati  i  vini  di 
gran  bonlà  e  perfezione.  Aggiunge  Corsi- 
gnani che  di  Pentina  n'è  signore  il  vescovo 
di  Sulmona  eValve,e  che  Pasquale  II  con- 
fermò alla  cattedrale  de1  Morsi, ora  Pesci- 
na  (f^.Jy  il  dominio  di  tutte  le  chiese  di  sua 
diocesi,  fra  le  quali  s.  Giovanni  in  Penti- 
na. Di  Pentima  poco  ne  parlano  i  geogra- 
fi, ed  erroneamente  lo  credono  un  villag- 
gio, con  due  chiese  e  1 6oo  abitanti.La  cat- 
tedrale di  s.  Pelino  da  Corfinio,  col  suo  ve- 
nerando corpo  e  la  residenza  del  vescovo 
furono  trasferite  a  Valve,  e  perciò  fu  an- 
che denominato  il  vescovato  di  s.  Peli- 
no; distrutta  Valve,  tutto  fu  trasportato 
in  Pentima.  Nella  biografia  di  Papa  s.  A- 
lessandro  I,  col  Novaes  dissi  delle  chiese 
ove  si  venerano  le  sue  reliquie,  fra  le  quali 
quella  di  Sulmona  che  uè  conserva  il  cor- 


VAL 


pò,  secondo  TUgheUi,  mentre  il  Lncenzi 
nel  correggere  l'asserzione,  a  (Ter  ma  vene- 
rarsi invece  nella  cattedrale  di  Valve.  E 
con  l'Oldoino,  nelle  note  alle  FiUte  Pori- 
tificum  del  Ciacconio ,  t.  i ,  p.  ì  1 8,  con- 
clusi che  tali  chiese  o  hanno  una  patte 
insigne  del  corpo  di  s.  Alessandro  I,  ov- 
vero quello  d' allro  sanJo  omonimo.  Il 
Diario  Romano  a'3  maggio,  festa  di  s. 
Alessandro  I,  dichiara  che  il  suo  corpo 
con  quello  de'  suoi  ss.  Compagni  riposa 
nella  chiesa  di  s.  Sabina  di  Roma.  Ne' 
voi.  LXXIII,  p.  ioi  e  107,  LXXVI,  p. 
188,  pai  lai  della  basilica,  oratorio  e  se- 
polcro di  s.  Alessandro  I  nel  18^4  rinve- 
nuto nella  via  Nomenlana  e  Salaria  sub- 
urbana a  Roma,  ed  ove  già  avea  tro- 
vato asilo  s.  Pietro  principe  degli  Apo- 
stoli. Qui  aggiungerò,  che  il  n.°  87  del 
Gioì  naie  di  Roma  del  1857,  narra  che 
il  Papa  Pio.  IX  a' 16  api  ile  si  portò  nel- 
la vicina  chiesa  di  s.  Agnese  fuori  delle 
mura  a  celebrarvi  la  messa  di  ringrazia- 
mento allo  scampato  gravissimo  perico- 
lo, da  me  descritto  nel  i.°  de'citati  voi., 
e  poi  vide  la  prospettiva  del  propinquo 
monumento  che  sta  erigendo  la  pietà  de* 
fedeli  per  eternare  il  luogo.  Indi  il  Papa 
andò  alla  basilica  Alessandrina  e  co'cou- 
sueti  riti  vi  collocò  lai. "pietra  fondamen- 
tale per  la  nuova  chiesa,  che  a  cura  del- 
la s.  congregazione  di  propaganda,  pro- 
prietaria del  tenimento,  si  va  edificando 
sopra  l'antico  oratorio,  rinnovandone  la 
primitiva  dedicazione  a'ss.  Alessandro  I, 
Evenzioe  Teodulo.  Colla  t."  pietra  il  Pa- 
pa vi  pose  una  cassetta  di  bronzo  conte- 
nente la  medaglia  espressamene  forma- 
ta per  memoria  dell'avvenimento,  colla 
propria  effigie  e  l'iscrizione  riprodotta  dal 
Giornale  jnon  che  con  pergamena  da  lui 
segnata,  e  in  separato  tubo  altra  colla 
narrazione  del  fatto  e  sottoscritta  da'ear- 
dinali,  prelati  e  altri  presenti.  Termina- 
ta la  sagra  funzione,  il  Papa  seduto  sul- 
l'antica sedia  marmorea,  pronunziò  pa- 
role di  salute  e  di  vita  al  popolo,  e  parti- 
colarmente agli  aluupi  di  propaganda  de- 


VAL 

stinoli  alle  missioni  apostoliche ,  per  in- 
fervorarli ad  essere  banditori  della  fede 
cristiana  per  tutto  l'orbe,  e  per  distrug- 
gere quello  spirito  d'indifferenza,  che  re- 
gna ora  fatalmente  nel  mondo.  Aggiun- 
se poi,  che  desiderava  benedirli  prima  nel 
nome  dell'  Eterno  Padre  ,  allineilo  una 
scintilla  onnipotente  penetrasse  i  loro 
cuori;  nel  uome  dell'Eterno  Figlio,  increa- 
ta sapienza,  affinchè  uua  parte  di  essa  dif- 
fondesse nel  loro  intelletto;  e  nel  uome 
dell'Eterno  Paracleto,  perchè  li  accen- 
desse di  santo  zelo  per  l'apostolato.  Do- 
po le  quali  parole,  che  altamente  com- 
mossero gli  astanti,  il  Papa  comparti  a 
tutti  l'apostolica  benedizione.  In  tale  cir- 
costanza fu  distribuita  la  circolare,  che 
la  s.  congregazione  di  propaganda  indi- 
i  izzò  all'Episcopato  e  a'  vicari  apostolici, 
perchè  nella  loro  pietà  volessero  contri- 
buii e  all'erezione  del  nuovo  tempio,  e  del 
luogo  siliceo  di  tante  sagre  memorie  del- 
la primitiva  Chiesa.  Il  Papa  desideroso 
d'iniziare  l'edifizio,  volle  contribuirvi  con 
3ooo  scudi,  e  il  secondo  oblatore  fu  il  car- 
dinal Haulik  arcivescovo  di  Zagabria  of- 
frendo scudi  5oo,  egual  somma  avendo 
già  donato  pel  monumentodell'Immaco- 
lata  Concezione  in  piazza  diSpagna,della 
cui  inaugurazione  ragionai  a  p.  281  del 
voi.  LXXXVII.  Nel  t.  4  della  nuova  serie 
del  Giornale  Arcadico  di  Roma ,a  p.  44 
vi  è  la  Breve  notizia  intorno  all'  oralo* 
rio  e  alla  catacomba  di  s.  Alessandro  I 
al  settimo  miglio  della  via  Nomentana, 
pubblicata  da  un  divoto  di  tali  sagre 
memorie.  Si  legge  nella  suddetta  ultima 
Proposilio  Ecclesiarum  Valvensis  et 
Sulinonensis  invicem  perpetuo  canonice 
imitar um ,  et  s.  Apostolicae  Sedi  sunt 
immediate  subjectae.  Catliedralis  Ec- 
clesia Valvensis  in  prisca  civilatet  mine 
terra  Pentimae  nuncupata)  conspicitur 
sub  invocatìone  s.  Pelini.  Non  ha  cura  di 
anime,  là  parrocchia  essendo  nella  chiesa 
parrocchiale  di  s.  Martino.  Il  capitolo  si 
compone  della  dignità  del  prepostoci  1 2 
canonici, comprese  le  prebende  teologale  e 


V  AN  87 

penitenziale,  e  di  3  mansionari,  oltre  al- 
tri preti  e  chierici  inservienti  all'  ulfizia* 
tura  divina.  Vi  sono  pure  diversi  sodali- 
zi. Ne' fertili  dintorni  di  Valve  si  osserva 
il  bel  santuario  dedicato  a  s.  Michele, 
dove  si  ammira  una  grotta  naturale  d'ol- 
tre a  200  passi  di  lunghezza,  con  100  di 
larghezza  e  5o  di  altezza  in  qualche  pun- 
to. Non  poco  debbono  gli  abitanti  al  mar- 
chese Giuseppe  M."  Valva  sopriutenden- 
te  generale  delle  strade  e  ponti  del  re- 
gno, il  quale  oltre  l'impegno  mostrato 
per  la  costruzione  della  nuova  strada  da 
Eboli  sino  ad  Atella  di  Basilicata ,  con- 
ducendola pel  feudo  che  quivi  possiede 
la  sua  famiglia,  insignemeute  lo  giovò 
promuovendovi  l'agricoltura  e  il  commer- 
cio, e  di  più  vi  costruì  uua  vasta  villa, 
eseguila  con  molta  intelligenza,  decorata 
di  grandi  peschiere,  lunghi  viali,  e  ricca 
d'ogni  sorta  d' alberi  fruttiferi,  con  altre 
decorazioni  assai  magnifiche,  sì  che  può 
dirsi  una  delle  più  belle  della  provincia. 

V AN.  Sede  vescovile  de'caldei,nel  Cur- 
distan,  presso  il  lago  Kamidan.  Il  suo  ve- 
scovo Auaujesu  nel  i6i3  o  1616  sotto- 
scrisse la  lettera  sinodale  del  cattolico  Li- 
lia al  Papa  Paolo  V,  per  unirsi  alla  chie- 
sa romana.  Oriens  chr.  t.  2,  p.  1337. 

VAN,  Fanum.  Città  arcivescovile  e 
grande  di  Armenia,  che  vuoisi  succedu- 
ta all'antica  Artemitao  Artemitida,  cit- 
tà d'Asia  nella  grande  Armenia.  È  capo- 
luogo de!  pascialatico  del  suo  nome  e  di 
sangiaccato  di  Turchia,  a  58  leghe  di- 
stante da  Erzerum  ,  sulla  sponda  orien- 
tale del  lago  omonimo  che  ha  più  di  5o 
leghe  di  circonferenza. Circondata  da  giar- 
dini che  ne  rendono  l'aspetto  incantevo- 
le, e  da  mura  merlate, è  difesa  da  una  cit- 
tadella esistente  sopra  una  rupe  isolata  for- 
mante una  specie  di  cono  estremamente 
elevato  ;  cittadella  che  ha  fama  di  fortis- 
sima, avendo  resistito  per  più  anni  agli  e- 
serciti  d'Abbas  li.  La  città  pervenne  in 
potere  de'turchi  nel  1 549,  ed  è  assai  po- 
polata principalmente  di  armeni.  Il  com- 
mercio che  si  fa  pel  lago  e  il  passaggio  del- 


88  VA    N 

le  carovane  procurano  assai  grandi  van- 
taggi agli  abitanti.  Vi  si  gode  d'un  clima 
temperalo  e  d'un  cielo  quasi  sempre  se- 
reno; il  prodotto  del  suolo  basta  al  sosten- 
tamento della  città,  e  produce  riso  anco 
per  asportare.  Commanville  dice  che  è 
uno  de'migliori  arcivescovati  armeni,  sot- 
to il  patriarcato  di  Ezmiazin  o  Ecsmiasi n , 
l'arcivescovo  avendo  per  residenza  il  mo- 
nastero di  Varach.  La  provincia  ecclesia- 
stica di  Van  ha  per  suffraganei  i  vescovi 
d'Arcis,ClalhoChelath,Clusuvanch,Lim, 
Ustan,  Husan,  Bardulimeos  o  s.  Bartolo- 
meo monastero,  tutte  sedi  de'dintorni  o 
sul  lago  di  Van,  e  Lini  nella  sua  isola. 

VANCHAoVANSCAo  VACSA  Ste- 
pano,  Cardinale.  De*  conti  di  tal  nome, 
ungaro  di  nazione  e  nobile,  commenda- 
bile per  la  sua  vasta  letteratura  divina  ed 
umana,  ma  più  assai  pel  candore  de'co- 
stumi  e  per  una  specchiata  prudenza,  fu 
nominato  da  Bela  IV  re  d'  Ungheria  al 
vescovato  di  Vaccia,  che  governò  per  12 
anni  con  incomparabile  zelo  e  sollecitudi- 
ne. Il  re  T  inviò  a  Inuocenzo  IV  per  in- 
vocare soccorsi  contro  i  tartan  che  inva- 
dendo l'Ungheria  ne  minacciavano  la  ro- 
vina con  grave  pericolo  della  religione 
cristiana.  Innocenzo  IV  nel  1244  1°  lra* 
sferì  all'arcivescovato  di  Strigonia,  e  poi 
nel  dicembre  1252  01 253  01 254  in  Pe- 
rugia lo  creò  cardinale  vescovo  di  Pale- 
strina.  Avendo  però  conosciuto  per  espe- 
rienza il  clima  di  Roma  a  lui  poco  con- 
facevole,  domandò  in  grazia  al  Papa  di 
poter  tornare  in  Ungheria  alla  sua  me- 
tropolitana, il  che  con  alcune  condizio- 
ni gli  fu  benignamente  accordato,  anche 
per  pacificare  il  re  col  figlio  e  i  magnati 
del  regno.  In  seguito  Innocenzo  IV  gli 
concesse  la  facoltà  di  ritenere  coli' arci- 
vescovato di  Strigonia  il  vescovatodi  Pa- 
leslrina,  benché  assente.  Parecchie  apo- 
stoliche legazioni  occuparono  lodevol- 
mente il  cardinale,  ma  la  più  celebre  fra 
tutte  fu  quella  d'Ungheria  e  Schiavonia, 
in  cui  fulminò  l'auatema  contro  il  re  Be- 
la IV ,  che  ricorse  supplichevole  alla  s. 


VAN 
Sede  a  fine  d'impetrare  l'assoluzione. 
Tuttavolta  di  questa  scomunica  non  fa 
parola  Simone  Timon  nella  sua  Porpo- 
ra Pannonica.  Ricorda  bensì  la  sua  le- 
gazione e  dice,  che  colla  sua  eloquenza  e 
facondia  persuase  nel  1266  Bela  IV  a 
riconciliarsi  col  figlio  Stefano  V,che  guer- 
reggiavano tra  loro:  però  nell'Appendi- 
ce il  Timon  descrive  con  precisione  l'av- 
venimento della  sentenziata  censura.  Si 
trovò  presente  alla  consagrazione  d'alcu- 
ni altari  nella  chiesa  di  s.  Agnese  nel 
1254»  ed  alla  solenne  dedicazione  della 
chiesa  de' ss.  Luca  e  Martina  nel  Foro 
romano,  la  quale  descrissi  nel  vol.LXIH, 
p.5o.  Intervenne a'conclavi  di  Alessandro 
IV  (non  però  a  quello  per  Urbano  IV)  e 
Clemente  IV,  e  nel  pontificatodi  quest'ulr 
timo  cambiò  il  temporale  coll'eterno  nel- 
la sua  morte,  accadutagli  in  età  decrepi? 
ta  nel  1 266,  non  si  sa  se  in  Italia  o  in  Un- 
gheria. Timon,  forse  con  più  di  ragione, 
fissa  la  sua  morte  al  1269,  ad  onta  che 
ilNecrologiodelsecoloXlll  esistente  nel- 
la biblioteca  di  s.  Spirito  in  Saxia  di  Ro- 
ma, registri  la  morte  del  cardinal  Stri- 
goniense  a'io  luglio  1266. 

VANCOUVER  (Vancouverìen).  Cit- 
tà con  residenza  vescovile  nell'  America 
settentrionale,  nella  Columbia  o  Oregon 
negli  Stati  Uniti.  Questa  piccola  città  è 
posta  ad  una  breve  distanza  dalla  Colum- 
bia, ove  sorge  uno  de'grandi  fiumi  di  que- 
sta parte  degli  Stali  Uniti  che  prende  la 
sua  derivazione  dalle  Montagne  Roccio- 
se, e  che  si  getta  nel  grande  Oceano.  Si 
chiamò  prima  Fiume  dell'Ovest,  indi  O- 
regon,  ed  attualmente  Columbia,  nome 
preso  dalla  nave,  che  montava  Gray,  che 
peli.0  la  discoprì a'7  maggio  1792,  e  per- 
ciò anche  il  distretto  promiscuamente  di 
Oregon  e  di  Columbia  si  appella.  1  Monti 
Rocciosi  souo  una  grande  catena  di  monta- 
gne dell'America  settentrionale,  forman- 
te la  parte  più  boreale  della  lunga  giogaia 
che  divide  il  nuovo  continente  in  due  cli- 
vi generali,  quello  dell'Atlantico  all'  est, 
e  qupllo  del  grande  Oceano  all'ovest.  Fui- 


r 


V  AN 
mano  i  Monti  Rocciosi  o  Pietrosi ,  negli 
Stali  Uniti,  il  limite  tra'territorii  di  Co- 
lumbia e  di  Missouri,  e  talvolta  chiaman- 
si  Monti  Columbiaui.  Non  trovando  ne* 
geografi  da  me  consultati  Vancouver,  di- 
rò almeno  del  forte  e  dell'isola  omonimi 
della  regione  confinante,  separata  dal  con- 
tinente dal  golfo  di  Giorgia,  e  dagli  stret- 
ti di  Johnstone  e  della  Regina  Carlotta, 
non  che  di  Juan  de  Fuca,  a  motivo  d'al- 
cune notizie  che  vi  hanno  relazione  e  per- 
chè non  si  confondino  colla  città  vesco- 
vile dello  stesso  nome.  Riferirò  quanto 
ne  scrisse  1' a  w.  Castellano  nello  Spec- 
chio geografico-slorìco-politicOy  ed  altri. 
Nella  regione  dell'Ovest,  de'possedimen- 
ti  nominali  dell'Inghilterra, è  il  forteVan- 
couver,  sulla  destra  riva  della  Columbia, 
alla  distanza  di  20  leghe  circa  dalla  sua 
foce,  eretto  dallo  stabilimento  della  com- 
pagnia di  Nord-Ovest,  dopo  di  aver  ab- 
bandonato il  forte  Giorgio,  che  preesiste- 
va nelle  medesime  vicinanze.  La  Quadra 
Vancouver   è  una    ragguardevole  isola 
del  Grande  Oceano,  che  dal  nord-ovest 
al  sud  est  si  estende  peri  1  o  leghe  di  lun- 
ghezza su  3o  di  massima  larghezza.  Lo 
stretto  di  Juan  de  Fuca  la  divide  al  sud 
dal  territorio  degli  Stati  Uniti  ;  un  cana- 
le che  termina  col  golfo  della  Nuova  Gior- 
gia la  separa  all'est  dal  continente;  al  nord 
fra  essa  e  l'Arcipelago  e  aggregato  d'isole 
della  Piegina  Carlotta  s'interpone  altro 
stretto.  La  temperatura  vi  è  meno  aspra 
de'lnoghi  circostanti,  ne  l'orrido  aspetto 
de'peipetui  geli  concorre  a  funestare  chi 
approda  in  que'paraggi.  Nell'area  si  ele- 
vano alte  e  dirupate  montagne,  che  so- 
no però  di  rigogliosi  alberi  rivestite  ,  e 
molle  specie  rimarchevoli  vi  si  trovano 
di  pini,  cipressi,  roveri  e  abeti,  fra 'qua  li 
ve  n'ha  di  gigantesca  dimensione.  Il  ter- 
reno oifre  spontanee  ottime  radiche  nu- 
tritive, porri,  crescioni,  lamponi,  more, 
fragole,  uva-spina,  musco,  felce,  bacche 
di  varie  frutta,  ed  anche  il  così  detto  pie 
d'oca,  specie  di  cereale  silvestre.  Si  ador- 
na altresì  di  fiori  olezzanti  e  di  vaga  ap- 


V  AN  89 

pariscenza.  Vi  sono  miniere  di  piombo, 
rame  e  cristalli  di  monte.  La  nazione  in- 
dipendente de'Wakas  popola  le  coste  del-* 
l'isola  ,  ed  è  soprattutto  dedita  alla   pe- 
scagione de' cetacei,  non  che  di  tartaru- 
ghe, salmoni  ed  aringhe.  I  wakas  fra- 
ternizzano cogli  aztechi,  che  si  riguarda- 
no come  i  più  colti  degl'indiani  occiden- 
tali. Costruiscono  battelli  comodi  e  bene 
ornati,  si  fabbricano  gli  attrezzi  della  cac- 
cia e  della  pesca  ,  colla  corteccia  del  pi- 
no formano  tele,  e  con  pelo  di  lince  e  di 
volpe   finissime  stoffe.   Decentemente  si 
vertono,  ed  hanno  molta  incliuazione  al- 
la pittura.  Adoperano  braccialetti  di  ra- 
me o  di  cuoio  dipinto,  ed  orecchini  di 
rame,  appendendo  alle  narici  un  monile 
dello  stesso  metallo  lavorato  in  forma  di 
cuore,  cioè  pel  re  o  principe  e  pe'  capi, 
ovvero  delle  conchiglie  spirali  d'  un  az- 
zurro vivacissimo,  il  tutto  lungo  da  un 
mezzo  pollice;  però  il  popolo  vi  sospende 
un  pezzo  di  legno,  il  quale  da  ciascuna 
banda  oltrepassa  le  orecchie  d'8  a  9  pol- 
lici. L'ornamento  del  naso  è  quello  che 
più  pregiano.  Sono  loro  armi  l'arco  e  la 
lancia,  eie  frecciee  le  lancie  vanno  guer- 
nite  alla  cima  d'osso,  o  d'un  pezzo  di  fer- 
ro aguzzo.  1  canoti  o  schifi,  falli  d'un  so- 
lo albero,  i  maggiori  hanno  40  piedi  di 
lunghezza  ,  7  di  larghezza,  e  3  di  pro- 
fondità, e  ponno  contenere  20  persone. 
Tra  gli  usi  singolari  di  questi  popoli ,  si 
osserva  quello  che  esercita  il  marito  ver- 
so la  moglie  che  rifiuta  d'abitare  con  lui; 
egli  le  strappa  il  naso,  senza  dubbio  per 
impedirle  di  rimaritarsi.  Altro  non  me- 
no bizzarro  si  è,  che  un  uomo  cui  sieno  na- 
ti due  gemelli   non  può  per  due  anni 
mangiare  veruna  specie  di  carne  o  di  pe- 
sce fresco,  ed  occuparsi  in  verun  genere 
di  lavoro;  vive  separalo  dalla  moglie  e 
da'figli,  e  tutti  sono  alloggiati  e  maute- 
nuli  a  spese  della  comunità.  Le  capanne 
sono  regolari    e  ricoperte  di  tavolato,  e 
sopra  stuoie  di  loro  fabbricazione  si  ada- 
giano per  dormire.  Adorano  due  genii, 
ed  hanno  una  specie  di  mitologia.  Temo- 


9° 


VAN 


no  moltissimo  il  tuono,  ed  intanto  che 
rumoreggia,  salgono  sui  delti  tavolati  e 
\i  battono  sopra  con  gran  forza  cantati- 
do  e  piegando  il  Dio  loro  che  non  gli  uc- 
cida. La  rada  occidentale,  ove  i  primi  eu- 
ropei navigatori  posero  piede,  si  chiamò 
degli  Amici.  Ma  gli  spagnuoli  nel  1774 
l'intitolarono  Porta  s.  Lorenzo,  indi  Cook 
approdatovi  cambiò  il  nome  della  stazio» 
ne  in  Porto  del  Re  Giorgio,  e  I*  isola  la 
disse Noolka.  Nel  1786  certi  mercanti  in- 
glesi dell'Indie  orientali  vollero  stabilir- 
vi una  fattoria  alla  baia  di  Noolka,  egli 
spagnuoli  nel  1789  se  ne  arrogarono  l'e- 
sclusivo dominio,  e  vi  costruirono  un  for- 
fè; ma  a'28  ottobre  1790  si  fermò  dalle 
due  corti  un  trattalo,  cioè  di  cessione 
della  Spagna  si  dell'isola  che  della  baia, 
in  favore  dell'  Inghilterra,  ed  i  due  am- 
miragli navigatori  Quadra  e  Vancouver 
coll'eseguirlo  diedero  ali  'isola  colonizza- 
ta il  proprio  nome,  e  così  venne  deno- 
minala  Quadra  e  Vancouver.  A  malin- 
cuore soffriva  Macunna,  principe  degli 
indigeni,  questi  soprusi  ne' suoi  stati,  e 
neli8o3  apprestava  armi  per  sostenere 
la  sua  indipendenza.  Ma  i  coloni  in  pro- 
gresso stabilitisi  nell'isola  hanno  simpa- 
tizzato connaturali,  ed  un  amalgama  ne  fu 
il  risultato,  che  deve  condurre  alla  piena 
civilizzazione.Nootka  èil  villaggio,che de- 
ve chiamarsi  capoluogo,  e  Wlkananis  non 
è  meno  importante,  ed  ebbe  nome  da 
altro  principe,  che  sui  Wakas  ebbe  im- 
pero. Si  fa  ascendere  a  20,000  il  mime- 
io  de'soggetti  al  dominio  de'due  cacichi. 
Notai  nel  vol.XLVIH,  p.  2d6,  parlando 
dell'isole  di  Sandwich  e  suo  vicariato  a- 
postolico  dell'Oceania,  che  il  re  dell'isola 
Atui  nel  1792  giurò  vassallaggio  al  re 
d'Inghilterra  in  Vancouver.  La  Colum- 
bia e  l'Oregon, detto  pure  Takoulchetes- 
se,  èil  territorio  più.  occidentale  di  tutti 
i  paesi  dell'Unione,  e  la  costa  dell'Ammi- 
ragliato forma  nelle  terre  un  profondo 
seno,  e  comunica  col  distretto  di  Juan  de 
Fuca,  che  separa  questo  territorio  dall'i- 
sola di  Quadra  e  Vancouver.  Gli  abitanti 


VAN 
della  Columbia  o  Oregon  si  dividono  in 
due  principali  tribù,  quella  delle  Tesle 
Pialte  o  Chactas,  e  quella  de'Shoshones 
o  Serpenti.  Alla  |.",  per  l'abitudine  di 
schiacciare  la  testa  de'  fanciulli,  le  fece 
dare  dagli  europei  il  nome  di  Teste  Piat- 
te. Le  due  popolazioni  si  calcolano  un 
160,000  circa.  Abitano  villaggi,  ed  han- 
no capanne  di  legnoe  portatili.  I  Shosho- 
nes  sono  più  guerrieri  delle  Teste  Piatte, 
e  nello  stato  di  rozzezza,  anche  perfidi  e 
traditori.  Nelle  montagne  vi  sono  altre 
piccole  tribù.  Una  parte  di  essi  porta  ne- 
gli altri  stabilimenti  americani  pellicce- 
rie, e  particolarmente  pelli  di  lontra  ma- 
rina, alle  quali  i  cinesi  pongono  un  gran 
prezzo.  Vancouver,  avendo  esploralo  la 
costa  del  nord  ovest  dell'America  setten- 
trionale, gì'  inglesi  si  appropriarono  un 
tal  paese  dal  4^°  al  6o°  di  latitudine  nord, 
e  chiamarono  Nuova  Albione  e  Nuova 
Giorgia:  probabilmente  fu  quel  navigato- 
re che  die  il  nome  suo  alla  città  poi  ve- 
scovile di  Vancouver.  Qualche  tempo  do- 
po il  governo  degli  Stati  Uniti  pretese  che 
tutto  il  territorio  situato  fra  il  4^°  e  52° 
di  latitudine  nord  facesse  parte  de' suoi 
possedimenti.  Col  trattato  di  Gand  del 
181 5  l'Inghilterra  lo  cedette  deGnitiva- 
meute  agli  Stati  Uniti,  come  pure  gli  sta- 
bilimenti che  formati  avea  sulla  Colum- 
bia, verosimilmente  con  Vancouver  in  di- 
scorso. Dal  1 822  questo  territorio  fu  am- 
messo nell'Unione  Americana  sotto  il  no  - 
me  di  Columbia  o  Oregon  0  Takoutche- 
tesse.  Diversi  anni  addietro  non  rinchiu- 
dendo che  qualche  forte  e  stabilimenti  di 
poca  importanza,  di  cui  Astoria  è  il  prin- 
cipale, per  questo  motivo  i  geografi  non 
parlarono  di  Vancouver.  Penetratavi  la 
religione  cattolica  con  successo,  PapaGre- 
gorio  XVI  ne  prese  zelante  cura,  neh  843 
istituì  il  vicariato  apostolico  d'  Oregon 
(F.) ,  in  cui  comprese  il  territorio  al  di 
là  delle  Montagne  Rocciose,  ed  il  i.°  di- 
cembre ne  dichiarò  vicario  apostolico  e 
vescovo  di  Diasi  in partìbut  mg.  Fran- 
cesco Norberto  Blauchet,  nato  in  s.P  ietro 


V  AN 
nel  Canada.  Pe'nolabili  progressi  che  vi 
fece  il  cattolicismo,  nel  1846  stava  per 
pubblicare  la  provincia  ecclesiastica  da 
lui  formata,  cioè  dell'arci  vescovato  d'O- 
regon, e  de' vescovati  sulfraganei  di  Van- 
couver,  Walla  Walla,e  Nesqualy,  quando 
ili.0  giugno  riposò  nel  Signore.  11  succes- 
sore Papa  Pio  IX  subito  effettuò  la  dispo- 
sizione d'  Oregon  e  di  Vancouver ,  eoa 
breve  de*20  o  24  luglio,  e  quanto  al  ve- 
scovato diNesqualy  l'istituì  poi  a'3  i  mag- 
gio i85o.  Peri. "vescovo  di  Vancouver  il 
Papa  nello  stesso  24  luglio  1846  nominò 
l'attuale  zelante  mg/ Modesto  Demers, 
mediante  breve  apostolico,  e  perciò  non 
preconizzato  in  concistoro  con  proposizio- 
ne, il  che  m'impedisce  dare  le  notizie  di 
questa  nuova  diocesi. Tuttavolta  leggo  nel 
Giornale  di  Ruma  dell'agosto  1 857  a  p. 
770.  »  Mg.r  Demers,  vescovo  di  Vancou- 
ver, il  quale  si  trova  in  questo  momento 
a  Parigi,  va  prossimamente  a  ripartire  per 
la  sua  diocesi.  Egli  conduce  presso  di  se  6 
ecclesiastici  come  collaboratori  ne'suoi  e- 
vangelici  lavori.  Questo  venerabile  prela- 
to, la  di  cui  giurisdizione  si  estende  sul  va- 
sto territorio  situato  all'  ovest  del  Mis- 
souri, ha  portato  la  divina  parola  fra  le 
tribù  selvagge  dell'Oregon,  con  la  quale 
è  pervenuto  con  l'insegnamento  e  la  pra- 
tica religiosa  a  togliere  dalla  barbarie,  e 
portare  un  giorno  que'popoli  alla  civiltà 
e  que'  terreni  alla  fertilità.  Il  capoluogo 
della  missione  cattolica  è  situato  a  Van- 
couver, piccola  città  posta  a  piccola  di- 
sta nza  dalla  Columbia,  ove  sorge  uno  de' 
grandi  fiumi  di  questa  parte  degli  Slati 
Uniti  che  prende  la  sua  derivazione  dal- 
le Montagne  Rocciose,  e  che  si  getta  nel 
grande  Oceano.  Questa  missione,una  del- 
le più  interessanti  del  nuovo  mondo  ,  va 
a  ricevere  uu'estensione  utile  per  il  giun- 
gere de'suoi  pietosi  collaboratori  che  mg.r 
Demers  seco  conduce,  procurando  egli  di 
assistere  le  4o  tribù  che  formano  la  parte 
più  importante  della  diocesi  di  Vancou- 
ver". Quindi  si  apprende  dall'  Osservato- 
re Romano  del  dicembre  1 85 1  a  p.  1 1 02. 


VA  II  91 

»  Mg.r  Demers  ,  vescovo  di  Vancouver, 
nell'Oregone,  partito  da  Parigi  nel  mese 
di  ottobre  scorso,  era  a  Nuova  York  nel- 
le ultime  notizie  che  ne  abbiano  ricevu- 
to. Egli  spedì  dall' Havre  pel  Capo  Horn 
5  missionari  per  la  sua  lontana  diocesi,  e 
vi  si  reca  egli  stesso  per  V  Istmo  di  Pana- 
ma, a  fine  di  precederli  sul  luogo  delle  co- 
muni loro  fatiche.  Il  coraggioso  prelato 
più  volte  si  fece  ascoltare  in  Nuova  York 
ad  edificazione  de'  numerosi  fedeli  che  si 
affollavano  intorno  al  suo  pergamo,  avidi 
di  udire  il  racconto  delle  sue  missioni ,  in 
mezzo  delle  Pelli  Ptosse  dell'Oregone.  fi- 
gli è  il  1 ."  apostolo  che  abbia  fatto  sentire 
le  parole  di  Dio  in  quelle  contrade,  e  la 
razza  indiana  dovrà  la  sua  conservazione 
agli  sforzi  ed  a'sagrifizi  de'missionari  cat- 
tolici"; ed  aggiunge  il  Giornale  di  Roma 
del  1802  a  p.  64:  se  non  è  condannata  da- 
gl'impenetrabili decreti  della  provviden- 
za a  scomparire  gradatamente  dalla  terra. 
VANDALI.  Antichi  popoli  Barbari  di 
Germania,  lungo  il  mar  baltico,  dirim- 
petto all'isola  che  da  Dessippo  viene  chia- 
mata Scanzia.  Nel  principio  del  secolo  [ 
di  nostra  era  in  parte  uscirono  dal  loro 
paese,  arrestandosi  prima  verso  1'  orien- 
te, tra  il  Bosforo  Cimmerioe  il  Tanai,  da 
dove  scacciarono  gli  slavi,  di  cui  presero 
il  paese  e  il  nome:  porzione  di  loro  si  di- 
resse verso  le  sponde  del  Danubio,  e  oc- 
cuparono i  paesi  in  oggi  conosciuti  sotto  i 
nomi  di  Trausilvania,  Moldavia  e  Valac- 
chia. Quindi  s'impadronirono  del  resto 
dell'antica  Dacia,  e  poi  si  stabilirono  nel- 
la Pannonia ,  donde  furono  cacciati  uel 
1710  dall'imperatore  Marc' Aurelio.  I 
vandali  nel  271  fecero  nuove  irruzioni 
sulle  terre  dell'impero  e  furono  disfatti 
da  Aureliano,  e  dipoi  da  Probo.  In  esso 
chiamati,unilisi  agli  alani,  agli  svevi  e  al- 
tri barbari,  si  gettarono  in  Italia  ,  nelle 
Gallie  e  nelle  Spagne,  secondo  la  comu- 
ne sentenza.  Il  vocabolario  della  lingua 
latina  e  italiana  dice.  I  Mandali,  Vanda- 
liorttm,  popoli  settentrionali  che  antica- 
mente tennero  la  Germauia  alla  spiaggia 


9* 


V  AN 


del  mar  Baltico,  dov'è  il  ducato  e  il  gran- 
ducato di  Mectlenburg,  nella  Sassonia 
(V.)  inferiore ,  che  hanno  per  capitali 
Streelitz  e  Schwerin  (V.)j  dipoi  si  spar- 
sero per  la  Pomerania  ,  Polonia,  Slesia, 
Boemia,  Russia,  Dalmazia  e  Africa;  ven- 
nero in  Francia,  nella  Spagna,  e  pianta- 
rono la  loro  sede  dov'  è  ora  l'Andalusia, 
di  cui  è  capitale  Siviglia  (V,),  perciò  de- 
nominata Vandaluzia,  che  senza  il  v  si 
disse  Andaluzia  e  in  latino  Vandalitia; 
diversi  autori  però  credono  che  questo 
nome  le  venne  non  da' vandali,  ma  dal- 
l'arabo significante  Terra  cV  Occidente, 
quando  invasa  dopo  i  vandali  dagli  ara- 
bi, come  la  contrada  più  fertile  e  com- 
merciante della  Spagna,  chiamata  il  suo 
giardino  e  granaio,  e  dopo  conquistata 
buona  parte  della  regione  gli  arabi  vi  for- 
marono principalmente  i  regni  di  Sivi- 
glia, Jaen,  Cordova  e  Granata, oltre  al- 
tri. Leggo  nel  Lexicon geographicum,\\\ 
Baudraud.  Vandali,  qui  et  Fenedi3  Fen- 
ili et  Sciavi  poslerioribus, populiSepten- 
trionales.  Regio  Vandalia  et  Vandalis 
gemina:  una  in  Germania,  Meckelburg; 
altera  in  Hispania  Baetica,  Andaluzia. 
Ali)  Vandalo?,  a  Vanda  regina  dictost 
primo  in  Polonia  circa  Vistulamjlu- 
vium  habitas.se  ferunt.  Ali)  a  Vanda- 
lo  Tuisconis  filio  et  Marini  nepote,  di* 
ctos  volunt,  ex  Sieroso.  Vandali,  edam 
scribiturt  PVandali.  Si  compresero  mol« 
li  altri  popoli  sotto  il  nome  di  vandali, 
come  gli  Angli,  i  Vaiini,  i  Cationi,  i  De- 
vengi,  gli  Eudosi,  i  Sidoni,  i  Suardoni,  i 
Miltoni,  i  Vaidoni,  i  Rugiensi,  gli  Ertili, 
i  Lemori,  i  Cari,  i  Gultoni,  i  Borgogno- 
ni. In  seguimi  Sidoni,  gli  Eudosi  ed  i  Mit- 
toni  strinsero  insieme  alleanza  e  presero 
più  specialmente  il  nome  di  Vandali.  Al- 
tri chiamano  i  vandali  nazione  barbara 
formante  parte  di  quella  non  meno  fa- 
mosa <\eGoti(V.)t  e  che  al  pari  di  que- 
st'  ultima  era  venuta  dalla  Scandinavia. 
Infatti  tuttora  il  re  di  Svezia  (V.)  Oscar 
1  prende  i  titoli  per  la  grazia  di  Dio  re 
diSveziaidiNorvegia)dei  Goti  e  dc'Vau- 


V  AN 

dilli.  In  Roma  sul  prospetto  esterno  del- 
la chiesa  e  ospedale  nazionale  degli  sve- 
desi (di  cui  riparlai  a  Upsal),  si  legge  l'i- 
scrizione riferita  nel  citato  articolo:  Ho- 
spitale  Svecorum,  Gotthoruni  et  Wan- 
dalorum.  Anche  il  re  di  Danimarca  as- 
sunse il  titolo  di  re  de  Vandali,  e  Io  di- 
mostra Cristiano  Lodovico  Scheid  :  De 
Regii  V andalorum  titilli  augustissimi: 
Daniae  Regib  us,  jampride  ni  fam  iliaris 
origine etcaussa,Haftìaei'jfò.  Allorché 
nel  1709  si  recò  in  Bologna  Federico  IV 
redi  Danimarca, nel  suo  soggiorno  in  quel- 
l' illustre  città  fu  alloggiato  nel  palazzo 
de'conti  Ranuzzi,  i  quali  per  eternare  la 
memoria  di  sì  grande  ospite  nel  salone  e 
sotto  al  quadro  che  rappresenta  l'amba- 
sciata del  senato  di  Bologna  al  re,  fu  po- 
sta l'iscrizione  :  Federicus  IV,  Daniae 
Norvegiae  Gothiae,Ac  VandaliaeRex, 
Ranutiae  domus  bis  hospes.  La  riporta 
Cancellieri  nella  Lettera  aldi.  Detti  so- 
pra la  permanenza  di  Federico  IV  in 
Bologna.  Avendo  i  primitivi  vandali  oc- 
cupato e  abitato  il  paese  di  Brandcbur- 
go,  l'elettore  di  tale  ducato  Federico  I 
nel  1 70 1  preso  il  titolo  di  re  di  Prussia  e 
de  Vandali,pev  qualche  tempo  ritenue  il 
2.°noroe.  L'etimologia  del  uome  di  Van- 
dali deriva,  per  quanto  pretendesi  co- 
munemente, dalla  parola  gotica  vande- 
len,  che  equivale  oggidì  in  tedesco  alla 
voce  modificata  wandeln,  che  in  ita- 
liano significa  camminare  3  vagare,  er- 
rare, perchè  quel  numerosissimo  popolo 
difilli  cambiò  sovente  di  dimora  ;  anzi  si 
ritiene  in  generale,  che  all'uscire  dal  set- 
tentrione, i  vandali  si  stabilirono  ne'pae- 
si conosciuti  in  oggi  sotto  i  nomi  di  Brati- 
deburgo  e  di  ducato  di  Mecklenburgo. 
Pretendono  Plinio  e  Procopio,  che  i  van- 
dali avessero  un'origine  comune  co 'goti; 
ma  il  p.  Fallato  dimostrò  tutto  il  cou^ 
trario  nel  suo  Illy riunì  sacrimi.  Altret- 
tanto provò  mg/  Giuseppe  Assemani  nel 
Codex  liturgicns,  in  Calend.  de  origine 
Slavorum.  La  lingua,  i  costumi  e  la  re- 
ligione di  questi  popoli  erano  del  tulio 


V  AN 
di  versi, secondo  essi. Provano  per  le  slesse 
ragioni,  ch'eglino  aveano  un'origine  dif- 
ferente anche  da  quella  degli  slavi,  degli 
unni,  de'  vinedi  o  venedi,  i  quali  ultimi 
erano  della  nazione  de'  sarmati,  mentre 
gli  slavi  e  unni  appartennero  a  quella  de- 
gli sciti.  Jornande  e  Dione  Cassio  pongo* 
no  i  vandali  in  Germania  sulle  dette  co- 
ste del  mar  Baltico,  cioè  nel  paese  ora  co- 
nosciuto sotto  il  nome  di  Prussia  ePome- 
rania(la  quale  pure  colla  Pomerania  pic- 
cola pervenne  nel  dominio  della  Prussia). 
Gì' imperatori  romani  dopo  avere  com- 
battuto e  respinto  i  vandali  e  altri  barba- 
ri, per  salvare  l'Italia,  ch'essi  riguardava- 
no come  il  cuore  de'  loro  stati,  trascu- 
rarono e  anche  abbandonarono  le  parti 
estreme  dell'  impero.  La  cavalleria  de' 
vandali  antichi  usava  lancia  e  spada  ,  e 
non  potevano  combattere  da  lungi;  i  lo- 
ro saettatori  erano  mal  disciplinati,  e  com- 
battevano a  piedi  alla  maniera  de'  goti. 
Erano  molti  di  essi  bensì  coraggiosi,  pie- 
ni di  ardire  e  di  valore,  tutti  poi  inesora- 
bilmente tutto  distruggendo,senza  riguar- 
do alcuno  all'eccellenza  di  qualunque  o- 
pera;  furono  principalmente  i  vandali  che 
dispettosamente  abbatterono  i  sontuosi  e 
magnifici  monumeuti  dell'arti  nell'impe- 
ro romano,  con  deplorabile  e  irreparabi- 
le loro  danno.  Per  cui  dagli  eccessi  di  ta- 
li rozzissime  barbarie  si  disse  Vandali- 
smo  la  fatale  rovina  e  lo  sterminio  d'  o- 
gni  opera  bella,  le  calamità  e  violenze  di 
ogni  specie,  la  più  barbara  e  crudele  de- 
solazione e  devastazione  de'  paesi ,  senza 
adatto  rispetto  alle  cose  divine  e  umane, 
ogni  più.  furiosa  e  atroce  azione,  l'avver- 
sione ad  ogni  utile  incivilimento,  ogni  ge- 
nere di  spietata  vessazione,  la  più  raffi- 
nata tirannia,  la  più  sanguinosa  e  crude- 
lissima persecuzione  de' cattolici  e  della 
Chiesa»  A  Vandalis  nomen  gentis  Van- 
dalicus  deducitur,  dice  Baudrand;  per 
cui  s.  Prospero  d'Aquitana  deplorò:  Heu 
caede  decenni  Vandalicis  gladii  ster* 
nimuret  Geticis.  Si  vuole,  secondo  la  più 
comune  sentenza)  che  Stilicoue  chiamasse 


VAN  93 

i  vandali  nelle  Gallie.  Flavio  Stilicone  ge- 
nerale sotto  l'imperatore  Teodosio  1,  trae- 
va l'origine  dalla  nazione  de'vandali.  Ot- 
tenne in  isposa  Serena,  nipote  e  figlia  a- 
dottiva  dell'imperatore,  e  dopo  la  mor- 
te di  questi  qual  tutore  e  ministro  del  de- 
bole figlio  Onorio,  gli  die  io  moglie  la 
propria  figlia  Maria,  e  così  divenne  qua- 
si sovrano  dell'  impero  d'occidente.  Es- 
sendo Onorio  divenuto  incapace  di  dare 
eredi  all'impero,  all'ambizione  di  Stilico- 
ne non  restava  più  che  di  allontanare  dal 
trono  d'occidente  il  figlio  d'Arcadio,  im- 
peratore d'oriente  e  fratello  d'Onorio, 
per  farvi  un  giorno  ascendere  Eucherio 
suo  figlio.  A  fine  d'indebolire  l'impero, 
onde  ottenere  il  suo  scopo,  ed  anche  per 
farlo  occupare  senza  aspettar  la  morte 
d'  Onorio,  chiamò  i  barbari,  e  ne'  sogni 
della  sua  ambizione  vide  con  animo  fred- 
do lo  strazio  e  lo  scompiglio  dell'impero. 
Il  tradimento  di  Stilicoue  fu  riprovato  an- 
co dal  Rinaldi,  negli  Annali  ecclesiasti- 
ci. Scoperte  le  sue  trame  da  Onorio,  lo 
fece  uccidere  in  uno  alla  moglie  e  al  figlio, 
ripudiandoTermanzia  altra  sua  figlia,spo- 
sata  dopo  la  morte  della  sorella.  Gode- 
gisilo  o  Godigisele  del  401,  è  ili. °  re  co- 
nosciuto de'vandali.  Egli  fu  ucciso  in  un 
combattimento  contro  i  franchi  nel  4°6 
con  20,000  de'suoi.  I  vandali  da  lui  con- 
dotti, mescolati  cogli  svevi  e  gli  alani  a- 
veano  invaso,  scorso  e  depredato  le  Gal- 
lie, spargendo  dappertutto  la  desolazione. 
Però  dopo  la  morte  del  re  tutti  i  vandali 
sarebbero  periti  se  Respendial,  capo  de- 
gli alani  e  massageta  d'  origine  (come  lo 
furono  gli  alani,  ed  A  miniano  Marcellino 
dice  che  i  messageti  o  massageti  erano  ve- 
nuti dal  Caucaso  e  dal  di  là  del  Tanai), 
non  fosse  venuto  opportunamente  a  tem- 
po in  soccorso  loro,  e  impedito  a 'franchi 
di  sterminarli.  Gonderico  figlio  del  de- 
funto ,  nello  stesso  4°6  fu  eletto  re  de' 
vandali.  Per  riparare  alla  rotta  fatta  sof- 
frire a' vandali  da'/ranchi, egli  fece  allean- 
za cogli  alani  e  gli  svevi.  Questi  3  popoli 
essendosi  riuniti,  passarono  il  Beno  a'  3 1 


94  V  A  N 

dicembre  4°6,  dopo  aver  marciato  sul 
ventre  affranchi  che  si  opposero  al  loro 
passaggio,  e  messe  in  fuga  le  guarnigioni 
romane  che  guardavano  la  sponda  del 
fiume.  Di  là  si  sparsero  nelle  Galli», cui 
devastarono  pel  corso  di  3  anni.  Narra 
Rinaldi  che  le  guastarono  e  ridussero  mol- 
ti popoli  in  servaggio:  allora  furono  mar- 
tirizzati s.  Narciso  vescovo  di  Reims,  s. 
Eutropia  sua  sorella  e  compagni,  benché 
altri  ciò  riferiscano  a  tempo  degli  Unni; 
ma  gli  atti  del  martirio  dicono  che  pati- 
rono sotto  i  vandali,  i  quali  .non  erano 
allora  gentili,  ma  cristiani.  Si  vuole  che 
i  vandali  fossero  battezzati  nella  chiesa 
cattolica  circa  a  quel  tempo  in  cui  pas- 
sarono il  Reno,  però  caddero  poi  negli  er- 
rori ereticali  degli  Ariani;  il  che  venne 
da  alcun*  alleanza  da  essi  Milla  co'  goti, 
infetti  dell'arianesimo,  e  dall'odio  da  lo- 
ro nudrito  contro  i  romani.  Indi  passa- 
rono nella Spagna,ove  furono  rapidi  i  pro- 
gressi, poiché  non  si  trovò  esercito  alcu- 
no che  loro  si  opponesse.  Impadronitisi 
nel  41  '  della  Galizia,  stesero  le  loro  con- 
quiste sino  allo  stretto  di  Gibilterra.  Fat- 
ta allora  una  specie  di  ripartizione  co'lo- 
io  alleati,  abbandonarono  la  Galizia  agli 
avevi,  che  allora  comprendeva  anche  l'A- 
sturie, e  si  stabilirono  nella  Belica,  che 
dal  nome  loro  fu  chiamata  Vandalusia  o 
Andalusia,  ed  ivi  formarono  una  novel- 
la monarchia.  Dice  Rinaldi,  che  i  vandali 
occuparono  la  Spagna,  messivi  da  Costan- 
tino tiranno,  mediante  Costante  suo  figlio, 
contro  i  fratelli  Didimo  e  Veriniano  pa- 
renti d'Onorio,  che  stavano  alla  difesa  di 
quelle  provincie,  le  quali,  tolti  essi  dal 
mondo,  furono  date  in  premio  a'barbari 
vandali  per  essere  depredale,  essendovi 
pure  entrali  gli  alani  e  gli  svevi  co'quali 
si  divisero  le  Spagne.  Agli  alani  toccaro- 
no la  provincia  Lusitana  e  la  Cartagine- 
se, cioè  di  Cai-lagena,  a'  vandali  cogno- 
minaliSilingi  la  Belica,e  gli  spagnuoli  del- 
l'altre città  e  castella  si  sottomisero  abo- 
minanti barbari.  Nella  Galizia  regnò  Gon- 
dericoi6  auui.  Quanto  danno  riceverono 


V  A  N 

allora  le  chiese  di  Spagna,  I'  accenna  s. 
Agostino  nelP/ty;zsM8o.  Così  Iddio  giu- 
sto vendicatore  punì  i  galli,  che  non  per- 
ciò si  convertirono  a  penitenza,  anzi  di- 
venendo peggiori.  Così  l'ira  divina  flagel- 
lò gli  spagnuoli  pe'molti  vizi  che  tra' essi 
regnavano,  massime  per  l'impurità;  ed  è 
perciò  che  li  die  specialmente  in  poter  de' 
vandali,dal  Baronio  qualificati  gente  per 
natura  sopra  tutti  gli  altri  barbari  vile  e 
codarda,  ma  casta,  come  ben  osserva  Sal- 
viano  vescovo  di  Marsiglia.  I  vandali  ben 
presto  la  ruppero  cogli  svevi  e  rivolsero 
contro  di  essi  l'armi  loro.  L'imperatore 
Onorio  in  luogo  di  lasciar  che  questi  bar- 
bari si  distruggessero  reciprocamente  tra 
di  loro,  ebbe  l'imprudenza  di  soccorrere 
gli  svevi.  Divenuti  pertanto  più  furibon- 
di i  vandali,  posero  a  soqquadro  tutta  la 
Spagna,  demolirono  Cartagena,  presero 
d'assalto  Siviglia  e  commisero  le  crudel- 
là  più  enormi.  Il  loro  re  Gonderico  morì 
nel  4^8,  dopo  essergli  entralo  il  demo- 
nio in  corpo  per  avere  steso  le  sue  sacri- 
leghe mani  sulle  chiese  di  Siviglia,  come 
narra  Rinaldi.  Suo  fratello   Genserico, 
che  altri  vogliono  figlio,gli  successe.  Prin- 
cipe barbaroecrudele, molto  esperto  nel- 
l'arie della  guerra  e  nella  politica,  tenne 
sempre  in  piedi  un'armata  numerosa,  on- 
de rendere  inutili  gli  sforzi  de'roman^e 
fece  stordire  il  mondo  colla  rapidità  del- 
le sue  conquiste.  Idacio  nella  sua  crona- 
ca   gli   attribuì  il  pervertimento  e  apo- 
stasia de'  vandali,  a  di  lui  esempio,  dal 
catlolicismo  al  riprovevole  arianesimo; 
perciò  odiando  i  cattolici  misero  tutto  a 
ferro  e  sangue  nelle  loro  invasioni,  sac- 
cheggiarono campagne  e  città,  senza  a- 
vere  riguardo  a  chiese   né  a    monasteri, 
né  a  vescovi ,  fieramente  perseguitando 
gli  ortodossi,  e  proteggendo  gli  eretici  e 
gli  scismatici.  L'anno  stesso,  avendo  Gen- 
serico inteso  che  Ermigario  generale  de- 
gli svevi  devastava  le  provincie  circostan- 
ti, marciò  contro  di  lui ,  1'  attaccò  nelle 
pianure  di  Meri  da,  e  lo  mise  in  rotta  ta- 
le, che  una  parie  del  suo  esercito  fu  la- 


VAN 

gliala  a  pezzi  ,  ed  egli  stesso  annegò  en- 
trò il  Tago  menile  fuggiva.  Intanto  al 
famoso  conte  Bonifacio,  luogotenente  del- 
l'Africa, per  avere  sposato  una  paren- 
te del  re  de'vandali,  accusato  di  tramare 
ribellione,  e  perciò  minacciata  lavila  dal 
valoroso  Ezio  o  Aezio  maestro  della  mi- 
lizia, che  governava  l'impero  a  nome  del- 
l'imperatrice  Placidia,  reggente  del  giovi- 
ne Valentiniano  III  suo  figlio,  gli  fu  anche 
dichiarata  guerra.  Bonifacio  si  ribellò  e 
invitò  i  vandali  di  Spagna  a  venire  in  suo 
aiuto,  mentre  l'impero  s'ingannava  uel 
credere  che  nulla  si  avesse  a  temere  per 
l'Africa.  Il  perchè  Genserico  nel  maggio 
4^9,  alla  tesla  di  possente  armata  com- 
posta di  5o,ooo  vandali  (compresi  i  vec- 
chi, le  donne,  i  fanciulli,  erano  80,000), 
di  alani,  di  svevi,  di  goti  e  d'altre  nazioni 
barbare  riunite  sotto  le  sue  insegne  dal- 
la speranza  di  ricco  bottino,  passò  lo  stret- 
to e  piombò  sui  romani;  benché  allora 
Bonifacio  fosse  rientrato  in  dovere,  rico- 
nosciutosi da  Placidia  ir  inganno  di  Ezio, 
inutilmente  cercò  con  denari  di  farli  usci- 
re dall'Africa.  Il  suo  esercito  si  accrebbe 
pe'malcontenti  e  pe'mori  vagabondi  che 
accorsero  dall'interno  del  paese,  ove  li  a- 
vea  contenuti  il  timore  de'romani.  I  tanti 
donatisti,  che  condannati  con  pene  eccle- 
siastiche e  temporali ,  dal  concilio  e  da 
diversi  edilli  imperiali,  viveano  nelle  cam- 
pagne ,  si  unirono  a'  vandali  avversi  co- 
m'essi  acattolici,  e  forse  furono  il  più  po- 
tente slromento  di  sottrarre  quella  pro- 
vincia all'  impero.  Con  forze  sì  ragguar- 
devoli s'  impadronì  delle  7  tanto  fertili 
provincie  che  componevano  l'Africa ,e  che 
perla  loro  feracità denominavansi  grana- 
io di  Roma,  portando  col  ferro  e  col  fuo- 
co la  desolazione  per  ogni  dove,  senza  ve- 
runa eccezione  di  chiese,  monasteri  e  ve- 
scovi, per  l'avversione  al  caltolicismo.  11 
furore  vandalico  svelse  le  viti  alle  vigne, 
le  piante  agli  oli  veli ,  scannando  i  pri- 
gionieri innanzi  alle  città  assediate  per- 
chè il  lezzo  ne  ammorbasse  l'aria.  Invano 
il  conte  Bonifacio  volle  opporsi  u/suoi  ra- 


VAN  9$ 

pidi  e  distruttori  progressi,  fortificando*! 
nella  città  di  Bona  o  ìppooa.  In  breve  si 
rese  padrone  di  tutte  le  città  d'Africa, 
fiorenti  nella  più  parte  con  illustri  sedi 
vescovili,  ad  eccezione  di  Cartagine,  d'Ip- 
pona  e  di  Cirta,  che  gli  fecero  resistenza, 
le  quali  nondimeno  posteriormente  sog- 
giacquero al  vandalico  furore.  Avendo 
nel  43o  disfatto  Bonifacio,  lo  tenne  asse- 
diato in  Ipponai4  mesi, e  la  carestia  loco- 
strinse  a  ritirarsi  nel  luglio  43  1.  Poco  do- 
po Genserico  vinse  una  sanguinosa  batta- 
glia contro  i  romani,  e  indi  bruciò  Ippo- 
na,  che  sebbene  una  delle  città  africane 
più  forti,  era  stata  abbandonata  dagli  a- 
bitanti.  Deplora  Rinaldi  le  arsioni,  le  di- 
struzioni, le  desolazioni  patite  dall'Africa 
pel  furore  di  Genserico,  che  riempì  la  re- 
gione degli  errori  dell'arianesimo.  Com- 
mise il  re  tali  eccessi,  perchè  dopo  l'apo- 
stasia, abbandonata  l'anteriore  pietà,  era 
divenuto  dissoluto  e  sfrenatamente  lussu- 
rioso; fece  battezzare  dagliariani  l'ultima 
sua  figlia,  e  ribattezzare  in  casa  sua  alcu- 
ne vergini  consagrate  a  Dio,  come  dolo- 
rosamente rammaricato  racconta  il  ve- 
scovo d'Ippoua  s. Agostino  neWEpist.jo, 
che  gli  scrisse  per  ritrarlo  a  conversione 
e  penitenza.  Osserva  Piinaldi  ,  coti  Sal- 
viano  citato,  che  il  guasto  e  la  rovina  del- 
l'Africa cagionato  da'  vandali,  fu  castigo 
di  Dio  per  tutte  le  gravi  colpe,  scellera- 
tezze e  vizi  enormi  di  que'popoli,  narrati 
dallo  stesso  Salviano,  restali  sordi  a'ripe- 
tuti  ammonimenti  de'loro  vescovi  e  di  s. 
Agostino; per  la  qual  cosa  i  barbari  stessi 
confessavano  non  esser  cosa  loro  ciò  che 
facevano,  ma  esser  mossi  e  stimolati  da 
Dio. E'  vero  che  riempirono  l'Africa  d'in- 
cendi, d'uccisioni,  atterrarono  monumen- 
ti, tagliarono  persino  gli  alberi,  ne  vi  fu 
luogo  che  restasse  esente  dalle  loro  cru- 
deltà; tuttavolta  vi  sbandirono  ogni  im- 
purità che  tanto  vi  dominava,  e  ridusse- 
ro casti  gli  africani  ed  a  maritarsi.  Gen- 
serico l'i  1  febbraio  435  fece  la  pace  con 
l'imperatore  Valentiniano  HI.  Me  fu  ste- 
so il  trattato daTrigezio  governatore  d'A- 


96  V  A  N 

frica  ,co!  quale  Genserico  rimase  proprie- 
tario della  provincia  Proconsolare,  tran- 
ne Cartagine,  della  Bizacena  e  della  Nu- 
iniclia;  cedendogli  l'imperatore  queste  e 
altre  conquiste  da  lui  fatte.  Nel  4^7  Gen- 
serico cominciò  a  perseguitare  crudelmen- 
te i  cattolici  africani;  questa  è  lai."  per- 
secuzione de' vandali  che  durò  fino  al  4?6, 
e  fu  la  1 8."  tra  le  grandi  Persecuzioni ^del- 
la Chiesa  e  durò  quanto  il  suo  regno,  di 
che  poi  parlerò.  I  vandali  ruppero  ben  lo- 
sto  la  pace  o  tregua  pattuita,  a'  19  ot- 
tobre 439  sorpresero  a  tradimento  Car- 
tagine, l'antica  emula  di  Roma  ,  le  cui 
rovine  invano  maledette  da  Scipione,  per 
magnificenza  e  ricchezza  gareggiava  con 
Autiochia  di  Siria  e  Alessandria  d'Egitto, 
Je  quali  dopoRoma  erano  le  principali  del- 
l'impero; e  il  suo  senato,  proteggendo  la 
libertà  municipalecontro  il  proconsole  ro- 
mano, veniva  riverito  da  tutta  l'Africa.  Il 
commercio  era  vi  rifioritoci  ammira  van- 
si  i  magnifici  palazzi,  1'  ampie  piazze,  gli 
splendidi  templi  che  decoravano  la  viaCe- 
leste^eil  marmo  e  l'oro  vedevansi  a  profu- 
sione in  quella  de'Banchieri.  Ne'  teatri  si 
rappresentavano  capolavori  delle  muse 
latine  e  imitazioni  delle  greche;  numero- 
se scuole  v'insegnavano  l'eloquenza  e  la 
filosofia,  talché  la  patria  d'Annibale  emu- 
lava forse  in  sapere  quella  di  Scipione, 
onde  avea  ottenuto  il  titolo  di  Musa  d'A- 
frica. Ad  onta  di  tante  glorie  di  Carta* 
gine ,  i  vandali  brutalmente  la  saccheg- 
giarono per  più  giorni  ,  e  ne  aggiudica- 
rono le  chiese  agli  ariani,  come  altrove, 
e  cacciarono  del  tutto  dall'Africa  i  roma- 
ni. Innalzò  Genserico  il  suo  trono  sulle 
rovine  di  Cartagine,  e  la  vendicòda  quan- 
to le  aveano  fattoi  romani  nel  distrug- 
gerne la  formidabile  potenza,  che  die  lo- 
ro l'impero  del  mondo.  Cartagine  sebbe- 
ne divenuta  soggetta  a  Roma,  nellosplen- 
dore  della  gloria  non  le  sapeva  ancor  ce- 
dere. Fondato  nel  439  il  nuovo  regno  di 
Cartagine,  serbando  per  se  la  Mauritia- 
na  e  la  Bizacena,  spartì  a'  compagni  la 
Zengilaoa  0  provincia  Cartaginese ,  itu- 


V  AN 
mime  di  tributi.  Da  quest'  epoca  Gense- 
rico segnògli  anni  del  suo  regno.  Da' van- 
dali due  vescovi  furono  condannati  ad  es- 
ser bruciati  vivi,  e  ne  tormentarono  cru- 
delmente molti  altri,  perchè  consegnasse- 
ro i  tesori  di  loro  chiese;  spianarono  i  pub- 
blici edilizi  di  Cartagine,  e  bandirono 
Quodvultdeus  vescovodi  questa  città,  con 
un  gran  numero  di  chierici  e  d'altri  cat- 
tolici, dopo  averli  tormentati  e  spogliati 
di  tutte  le  loro  ricchezze,  come  gli  altri. 
Genserico  fece  porre  il  vescovo,  i  chieri- 
ci e  i  buoni  cattolici  sopra  alcune  navi 
rotte,  ignudi  e  privi  di  tutto;  ma  il  Si- 
gnore di  tanto  pericolo  li  trasse  e  li  con- 
dusse in  salvo  a  Napoli.  Ridottasi  dal  re 
in  servitù  la  nobilissima  Cartagine,  fece 
schiava  una  moltitudine  di  senatori;  poi 
ordinò  con  editto,  che  ciascuno  conse- 
gnasse l'oro,  l'argento,  le  gioie  e  le  vesti 
preziose  che  aveano  nascosto.  Intimò  a 
vescovi  e  a'  nobili  di  partire  dalle  loro 
chiese  e  case,  lasciandovi  ogni  cosa,  o  ri- 
manervi perpetui  schiavi,comedi  molti  di 
essi  fu  fatto;  in  tal  modo  di  vennero  più  ve- 
scovi e  laici  illustri,  servi  degli  abbomine- 
voli  vandali.  Anche  i  cartaginesi  furono 
così  puniti  dalla  divina  vendetta  per  le 
loro  laidezze  d'ogni  sorte,  per  l'orrende 
bestemmie  e  per  l'idolatria,  accoppiando 
i  sublimi  riti  cristiani  coli' empio  culto 
dell'idolo  Celeste  dell'Africa,al  quale  mol- 
tissimo continuarono  a  sagrifìcare  nel  suo 
profano  tempio;  e  ciò  ad  onta  delle  leggi 
imperiali  contro  l'idolatria, ed  i  frequenti 
concilii  da'  vescovi  celebrali  in  Cartagine 
per  estirpare  l'empietà  e  i  rei  costumi.  In- 
oltre la  più  parte  de'cartaginesi  sacrilega- 
mente abboniva  gli  uomini  santi, che  gli 
ammonivano  a  cambiar  vita.  1  vandali 
quindi  fecero  quanto  non  era  riuscito  a- 
gl'imperatori^con  distruggere  i  templi  de' 
numi  Memoria  e  Celeste,  estirpando  a  un 
tratto  ogni  vestigio  d'idolatria  in  Carta- 
gine. Questa  persecuzione  della  Chiesa  a- 
fricana  colpì  i  soli  cattolici,  perchè  i  Do- 
natisti o  diventarono  ariani  osi  unirouo 
cogli  slessi  barbari  contro  i  cattolici,  co- 


VAN 
me  aveano  fatto  i  loro  maggiori  sotto  Co- 
stanzo imperatore  pure  ariano.  Genseri- 
co messosi  nel  cuore,  se  gli  fosse  stato  pos- 
sibile, d'estinguere  la  cattolica  religione 
in  tutte  le  città  e  provincie  africane  sogget- 
te al  suo  dominio,  esercitò  principalmen- 
te il  suo  diabolico  furore,  e  per  se  mede- 
simo e  per  mezzo  de'suoi  ministri,  contro 
i  vescovi,  i  preti,  i  diaconi  e  gli  altri  ec- 
clesiastici ,  e  contro  le  chiese  ,  le  quali  o 
consegnò  a'suoi  ariani,  o  dopo  averle  spo- 
gliate di  tutte  le  sagre  suppellettili  le  fe- 
ce chiudere,  acciocché  i  cattolici  non  po- 
tessero in  esse  celebrare  le  sagre  loro  a- 
dunanze.  Uno  di  tali  iniqui  ministri  del- 
l'empio e  barbaro  re  fu  Procolo,  il  qua- 
le da  lui  fu  inviato  nella  provincia  Zeugi- 
tana  o  di  Cartagine  con  ordine  e  pode- 
stà di  costringere  i  vescovi  e  sacerdoti  cat- 
tolici a  consegnargli  i  vasi  e  altri  utensili 
sagri  che  servivano  pel  ministero  loro,  e 
i  libri  santi,  affinchè  spogliati  in  tal  ma- 
niera di  loro  armi,  più  facilmente  gli  riu- 
scisse di  vincerli  e  metterli  sotto  il  giogo 
dell'eretica  servitù.  Ricusando  i  sacerdoti 
di  Dio  d'ubbidire  a  tale  iniquo  comando, 
i  vandali  con  mano  rapace  saccheggiaro- 
no il  tutto,  e  delle  tovaglie  degli  altari  e 
de'sagri  paramenti  non  ebbero  orrore  di 
farsi  delie  camicie  e  delle  vesti.  Ma  non 
tardò  la  divina  vendetta  a  punire  il  sa- 
crilego attentato,  poiché  Procolo  divenu- 
to rabbioso  e  mangiandosi  egli  stesso  a 
brani  la  propria  lingua,  fini  miseramen- 
te di  vivere.  Il  vescovo  di  Abbenza  s.  Va- 
leriano  fu  uno  di  quelli  che  più  virilmen- 
te si  opposero  d'abbandonar  le  cose  sante 
a' barbari,  ed  in  pena  del  suo  rifiuto  fu 
bandito  dalla  città,  e  senzachè s'avesse  ri- 
guardo alla  sua  grave  età  d'8o  anni,  fu 
sotto  gravi  pene  proibito  a  chiunque  di 
dargli  ricovero  nella  propria  casa.  Perciò 
il  venerabile  prelato  fu  costretto  a  giace- 
re nelle  pubbliche  vie,  esposto  all'ingiu- 
rie dell'  aria.  Morì  cosi  abbandonato  da 
tutti,  e  terminando  i  suoi  giorni  infelici 
agli  occhi  degli  uomini,  ma  felicissimi  a 
quelli  di  Dio,  da  cui  ricevè  la  corona  di 

VOI.  LXXIVI'l. 


glorioso  martirio.  La  Chiesa  l'onora  nel 
martirologio  romano  a'  1 5  dicembre,  co- 
me difensore  della  fede  contro  i  perfidi 
ariani.  Nel  luogo  appellato  Regia,  venuta 
la  solennità  della  Pasqua,  i  cattolici  apri- 
rono uua  delle  chiese,  che  dagli  ariaui  e- 
rano  state  chiuse  e  sprangate,  a  fine  di 
celebrarvi  i  divini  misteri.  Avutane  noti- 
zia Addùttopreteariano, radunò  una  ma- 
snada di  gente  armata  del  suo  partito,  in- 
citandola a  fare  strage  di  quella  turba  inno 
cente  di  cattolici. Entrarono  gli  ariani  nel- 
la chiesa  con  ispade  sguainate,  come  lupi 
rapaci,  ed  altri  per  le  sue  finestre  tiraro- 
no delle  frecce  contro  il  popolo  in  essa 
adunato.  Una  delle  frecce  colpi  nella  go- 
la il  lettore  nell'atto  che  dal  pulpito  can- 
tava YJUcluJa,  onde  cadutogli  di  mano  il 
libro,  rimase  immantinente  estinto,  e  se 
ne  volò  al  cielo  a  cantare  cogli  angeli  e 
co'  santi  un  eterno  e  giocondissimo  Al- 
leluja.  Molti  altri  cattolici  caddero  a  pie 
degli  altari,  vittime  della  fede  ortodossa, 
per  le  mani  di  que'  furibondi  ariani,  ed 
altri  in  maggior  numero  presero  la  fuga 
e  si  ritirarono  alla  meglio  che  fu  loro  per- 
messo. Ma  non  per  questo  scamparono  il 
furore  de'crudeli  ariani,  poiché  informa- 
to Genserico  del  fatto,  ne  fece  dipoi  tru- 
cidar molti  e  specialmente  que'  ch'erano 
d'età  più  matura.  Molte  altresomiglianti 
crudeltà  contro  i  cattolici  esercitò  il  fa- 
natico e  furioso  principe  per  lo  spazio  di 
4o  e  più  anni  che  durò  la  sua  tirannica 
dominazione  nell'iufeliceAfrica,onde  mol- 
tissimi furono  fatti  degni  della  gloria  del 
martirio  ,  o  della  confessione  della  s.  fe- 
de. Apprendo  da  Rinaldi,  che  nel  4^4  * 
vandali  occupatori  dell'Africa  predarono 
la  Sicilia,  la  qual  calamità  pianse  Pasca- 
sino  vescovo  di  Lilibea  in  quell'isola,  nel- 
l'epistola a  Papa  s.  Leone  I,  che  con  let- 
tere l'avea  consolato.Forse  le  mire  diGen- 
serico non  avrebbero  avuto  periscopo  l'I- 
talia, se  non  fosse  stato  chiamato  segre- 
tamente a  Roma(F~.) dall'imperatriceEu- 
dossia  nel  4^5 ,  fieramente  sdegnata  per 
vendicarsi  contro  Petronio  Massimo,  con 
7 


1,8  V  A  X 

cui  din  era  siala  costretta  rimaritarsi,  rio* 
pò  avergli  ucciso  lo  sposo  Vulentiuiano  III 
e  usurpalo  l'impero.  Adescato  dalla  spe- 
ranza di  ricco  bollino,  e  dalla  facilità  del- 
l'impresa, essendo  in  lloma  ogni  cosa  in 
disordine,  egli  da 'lidi  africani  si  mise  al- 
la vela  colla  sua  armata,  e  sbarcalo  alla 
foce  del  Tevere  marciò  su  Roma  a'i  i  giu- 
gno, dicesi  con  3oo,ooo  vandali.  L'inlre- 
pido  s.  Leone  I,  che  avea  salvala  già  la 
città  dal  ferocissimo  Attila  re  degli  Unni, 
incontrò  Genserico  6  miglia  lungi  da  Ro- 
ma, e  si  fece  mediatore  Ira  il  barbaro  con- 
quistatore e  l'amalo  suo  gregge;  gli  riu- 
scì a  dissuaderlo  di  bruciar  l'intera  città, 
come  avea  in  pensierose  di  compierne  cosi 
la  totale  rovina;  ma  tranne  queste  e  al- 
tre concessioni  che  narrai  nel  citalo  arti- 
colo, Roma  per  1 4  giorni  e  altrettante  not- 
ti fu  abbandonata  al  furore, alla  cupidigia 
e  alla  licenza  d'una  sfi enata  soldatesca. 
Troppo  è  vero  die  un  santo  pastore  è  il 
miglior  mezzo  d'aiuto  al  suo  gregge  nelle 
pubbliche  calamità,  il  che  si  prova  ancora 
da'moltissimi  mirabili  esempi  che  riportai 
a'  propri  luoghi.  1  vandali  demolirono  i 
principali  edilizi  dell'antica  e  maestosa  ca- 
pitale del  mondoedelromauo  impero. Co- 
sì la  furiosa  vendetta  d'una  donna,  dopo 
essere  stata  cagione  della  morte  del  suo 
2.°  marito,  sottomise  l'impero  all'  igno- 
minia e  Roma  alla  spada  de'bai  bari,  re- 
stando ella  stessa  colle  figlie  umiliante 
vittima.  L'imperatrice  e  le  sue  due  figlie 
Eudossia  e  IMacitlia,  furono  trasportate 
in  Africa  con  altri  illustri  personaggi,  tra 
cui  Gaudenzio  figlio  del  general  Ezio.  I 
vandali  si  ritirarono  carichi  d'immense  e 
preziose  spoglie,  e  con  un  gran  numero 
di  prigionieri.  Si  dice  che  una  nave  ca- 
rica di  preziose  statue  naufragasse  in  ma- 
re per  una  violenta  burrasca.  11  Papa  prov- 
vide a'ioro  bisogni  spirituali  e  corporali, 
mandando  in  Africa  de'preli  zelanti  e  del- 
le limosine  in  gran  copia.  Fece  riedifica- 
re le  basiliche,  e  sostituì  nuovi  vasi  e  nuo- 
vi ornamenti  a  quelli  ch'erano  stati  ruba- 
ti. 11  vincitore  seuza  alcuna  opposizione, 


V  AN 
ritornato  in  Africa,  terminò  di  far  suo 
quanto  ValenlinianoIII  avea  soltraltoal- 
Ja  sua  voracità.  Da  prima  trattò  da  schia- 
ve Eudossia  e  le  sue  due  figlie,  ma  tosto 
forzò  la  giovine  Eudossia  a  sposare  il  ti- 
glio suo  Unnerico.  Gl'imperatori  d'orien- 
te e  d'  occidente  reclamarono  invano  la 
libertà  delle  principesse;  soltanto  7  anni 
dopo  acconsentì  a  lasciar  pai  lire  Placidia 
e  sua  madie  per  Costantinopoli.  La  gio- 
vine Eudossia  visse  16  mesi  con  Unneri- 
co, altri  dicono  col  fratello  Geuton,  ma 
non  sembra  vero  ,  e  gli  diede  un  figlio, 
per  nome  Ilderico,  poi  re  de'vandali;  ma 
perseguitala  da  uno  sposo  bai  baro  e  aria- 
no, riuscì  a  fuggire  e  si  ritirò  in  Gerusa- 
lemme ad  abbracciar  la  tomba  d'Eudos- 
sia  sua  ava,  e  uon  sopravvisse  che  alcu- 
ni giorni.  Dopo  l'eccidio  di  Roma,  i  van- 
dali passarono  nella  Campania,  e  tutte 
le  di  lei  città  da  Roma  sino  a  Nola  furo- 
no incendiate  co'loro  campi,  o  disti  ulte. 
Ad  eccezione  diNa poli  eCuma  fortificate, 
tutti  gli  altri  paesi  provarono  la  desola- 
zione, e  la  maggior  parte  degli  abitanti 
nudò  schiava  nell'Attica.  Eguali  disastri 
provarono  il  Lazio,  e  lolla  quella  parie 
che  abbraccia  le  province  di  Marittima 
e  Campagna  mise  a  ferro  e  luoco  il  bar- 
baro re.Kel  454 Genserico  avea  permesso 
acattolici, ad  istanza  di  Yalentiniauo  IH, 
di  scegliersi  un  vescovo  cattolico,  alla  qua- 
le dignità  fu  innalzato  Deogralias,che  mo- 
rì poco  tempo  dopo  il  ritorno  de'vandali 
dal  sacco  di  Roma.  Essendosi  accesa  coti 
maggior  furore  la  persecuzione,  un  gran 
numero  di  cattolici  furono  tormentali  per 
la  fede,  e  molti  ricevettero  la  corona  del 
martirio.  Gli  ariani,  con  un  sacrilegio  che 
non  avea  avuto  esempio,  si  fecero  delle 
camicie  e  de'calzoni  co'  pan  ni  Irai  e  orna- 
menti che  servivano  per  l'altare;  e  a  Ti- 
nuzuda  o  Tumida  gli  ariani  con  fui  01  e 
calpestarono  il  sagralissimo  Corpo  e  San- 
gue di  Gesù  Crislo,  che aveauogettato per 
terra.  Essendo  stato  dichiarato  che  i  cat- 
tolici non  potessero  occupare  alcuna  ca- 
rica nello  stalo.  Arniogasto  ch'era  in  gran 


V  AN 
conio  nella  casa  di  Teodorico  figlio  del 
re,  fu  condannato  a  guardare  gli  armen- 
ti. Rassodalo  Genserico  nel  dominio  del- 
l'Africa, divenne  vagheggiato  oggetto  di 
sua  ambizione  l'impero  nel  mare.  Gli  fu 
agevole  di  ottenerlo,  avendo  una  marina 
d'assai  superiore  a  quella  de' romani.  Ma 
invece  d'occupar  le  sue  flotte  ad  arricchi- 
re i  propri  sudditi  per  la  via  del  commer- 
cio ,  egli  non  le  fece  servire  che  ad  eser- 
citare la  più.  odiosa  pirateria.  Non  passò 
poscia  verno  anno  del  suo  regno  senz'es- 
sere contrassegnato  da  qualche  sbarco  fu- 
nesto di  vandali  nella  Sicilia  ,  nella  Sar- 
degna, sulle  spiaggie  d'Italia,  su  quelle 
di  Spagna,  e  su  quelle  pure  d'Uliria  e  del 
Peloponneso.  Tuttavia  il  generale  Rici- 
mero  nel  4^6  battè  la  flotta  de'  vandali 
all'altura  di  Sicilia,  e  dopo  di  lui  il  con- 
te Marcellino  difese  quest'isola  contro  di 
essi,  preservandola  d'invasione  sinché  e- 
gli  n'ebbe  il  comando.  Trovo  nel  Rinal- 
di all'anno  4^7,  cne  Maiorano  appena  e- 
levato  all'impero  d'occideute  riportò  una 
vittoria  sui  vandali  dell'armala  condotta 
daGensericoa'lidi  dellaCampagnao Cam- 
pania. Nel  t.i  delle  Memorie  della  Chie- 
sa e  de* Pescosi  d*  Osimo,  di  mg.r  Com- 
pagnoni uno  de'  medesimi,  continuate  e 
supplite  dal  Vecchietti  prete  della  stessa 
chiesa,  si  esamina.  Quali  provincie  d'Ita- 
lia furono  invase  da' vandali.  Se  colle  scor- 
rerie intimorissero  almeno  il  Piceno,  e  se 
Osimo  sia  mai  stata  afflitta  e  molestata 
da'vaodalijCome  asseriscono  diversi  scrit- 
tori osimaui,  dicendosi  da  alcuni  che  fino 
a  3  volte  fu  quasi  distrutta  e  ridotta  in  e- 
sterminio,  fondati  nella  leggeuda,  però  a- 
pocrifa  e  favolosa,  di  s.  Leopardo!.0  ve- 
scovo d'Osimo;  eseguita  dall'autore  del- 
la pergamena  trovata  nel  sepolcro  di  s. 
Vitaliano  vescovo  d'Osimo,  ove  dicesi  che 
il  suo  sagro  corpo  fu  sotterra  nascosto  per 
timore  de' vandali.  Quali  altre  nazioni  si 
conoscono  sotto  il  nome  di  vandali.  Quan- 
to all'Italia  si  conviene  che  invasero,  pe- 
netrarono o  infestarono  le  sue  città  o  spiag- 
gie, oltre  della  Sicilia  e  Palermo,  della  Ca- 


V  A  N  99 

lahria,  di  Puglia,  de'Druzi,  di  Lucania,  di 
Campania,  del  Lazio,  di  Romaesuespiag- 
giequale  impetuoso  torrenle,e  delle  spiag- 
gie della  Venezia;  perlomeno  le  città  ma« 
ultime,  fra  le  quali  forse  Ancona  e  Uma- 
na, vicine  ad  Osimo,  siccome  città  rim- 
petlo  alla  Dalmazia   invasa  da' vandali. 
Tuttavia  non  si  ha  alcun  antico  e  auto- 
revole monumento  per  comprovare  l'ir- 
ruzione de' vandali  nel  Piceno; quanto  al 
timore  e  allo  spavento  de' vandali,  essi  fu- 
rouo  comuni  a  tutto  l'impero.  Procopio 
e  s.  Vittore  vescovo  di  Vita  nell'Africa, 
storici  contemporanei  de' vandali,  asseri- 
scono che  non  solamente  le  spiaggie  del- 
la Venezia,  di  Roma  e  Campania,  ma  per 
tutta  l'Italia  in  un  lato  senso,  Genserico 
portò  la  desolazione  con  annuali  e  con- 
tinuale invasioni.  Si  vogliono  fioriti  due 
vescovi  di   nome  Vitaliano,    uno  dopo 
la  metà  del  V  secolo,  1'  altro  del   743  ; 
ma  si  giudica  doversi  dar  luogo  ad  uno 
solo  e  con  più  probabilità  a  s.  Vitaliano 
del  743>  in  tempo  del  quale  non  si  par- 
lava più  affatto  de'vandali.  Sotto  il  nome 
di  vandali  i  nostri  maggiori  talvolta  per 
equivoco  intesero  altre  barbare  e  stranie- 
re nazioni,  come  i  Goti  e  i  Longobardi, 
anch'essi  eretici  ariani,  e  da'quali  l'Italia 
e  il  Piceno  realmente  furono  occupati  e 
soggiacquero  alla  loro  dominazione,  mas- 
sime tutto  l'interoPicenoe  per  lungo  tem- 
po, il  quale  pel  riferito  non  pare  fosse  in- 
festato mai  da'veri  vandali.  Forse  quegli 
scrittori  col  nome  di  vandali  vollero  indi- 
care la  ferocia  a  cui  somigliavano  gli  altri 
barbari,  per  l'equivalente  da  loro  opera- 
to, come  si  disse  e  diciamo  vandalismo  e 
vandalicamente,  per  lutto  quanto  di  so- 
pra accennai, per  similitudine  e  compara- 
zione. Nel  46o  avvertito  Genserico  d'un 
grosso  armamento  che  faceva  a  Cartage- 
na  l'imperatore  Maiorano  per  approdare 
nell'Africa,lo  prevenne,  incendiò  una  par- 
te de'suoi  vascelli  nello  stesso  porlo,  e  re- 
cò via  il  rimanente  che  servì  ad  aumen- 
tare le  sue  forze  marittime.  Questo  bar- 
baro morì  a'24 gennaio 477  dopo  37  au- 


ioo  VAN 

ni,  3  mesi  e  6  giorni  dalla  presa  di  Carta- 
gine, lasciando  almeno  3  figli,  Unnerico 

0  Unerico  o  Onorico  che  gli  successe,  Gen- 
lon  e  Teodorico.  Genserico,  secondo  Jor- 
oande,  era  di  mezzana  statura  e  zoppo 
per  una  caduta  da  cavallo.  Egli  avea  uua 
fisonomia  pensierosa,  parlava  poco,  di- 
sprezzava la  voluttà,  e  si  occupò  sempre 
di  grandi  intraprese.  Alla  ferocia  di  bar- 
baro, uni  le  sottigliezze  di  teologo  ,  pre- 
tendendo violentare  la  fede  de'  cattolici. 

1  mori  implacabili  nemici  di  chiunque  si 
piantava  sul  suolo  africano,  V  assalirono 
più  volte;  ma  egli  dopo  averli  debellati 
li  costrinse  ad  annuo  tributo.  Egli  asso- 
dò un  impero  de'più  grandi  che  sorges- 
sero dagli  smembramenti  del  romano, 
contando  446  vescovati,  80,000  armati 
di  soli  vincitori ,  oltre  il  mare  in  cui  si- 
guoreggiò.  Procopio  dice  eh'  egli  usò  del 
diritto  di  conquista  verso  gli  africani  col 
maggiore  rigore,  e  che  non  contento  di 
toglier  ad  essi  le  loro  terre  e  i  loro  schia- 
vi per  darli  a' vandali,  gli  oppresse  d'im- 
posizioni così  eccessive  che  non  potevano 
a  malgrado  d'ogni  industria  bastar  a  sod- 
disfarle. Con  Genserico  finì  la  prosperi- 
tà del  regno  vandalo. 

L'ignobile  Unnerico  sembrò  in  princi- 
pio più  moderato  di  lui  rapporto  acat- 
tolici, ma  tosto  apparve  soltanto  erede 
de'  vizi  paterni.  L' imperatore  d'orieute 
Zenone, tremante  dinanzi  a'bai  bari  che  si 
contendevano  i  brani  della  poteuza  roma- 
na, non  osò  intraprendere  la  cacciata  de' 
vandali  dall'Africa;  mentre  Unnerico  non 
avea  ereditato  alcuna  delle  grandi  qua- 
lità del  padre.  Esaltato  sopra  un  trono 
fondalo  dalla  vittoria  e  con  una  marine- 
ria  formidabile,  non  erano  che  deboli  ap- 
poggi cui  non  sostenevano  in  pari  tempo 
V  amore  del  popolo  e  i  talenti  del  capo 
delio  sta  lo.  Zeuoue  eretico  eutichia  no  fau- 
tore del  vescovo  di  Costantinopoli  Aca- 
cio,  autore  deli.0  scisma  de'greci,a  fine 
di  sostenere  la  seduzione  dopo  pubblica- 
to YEnolico  (V.)y  vestì  tutte  le  apparen- 
ze dello  zelo  pe'progressi  e  per  la  purez- 


VAN 
za  della  fede.  Racconta  il  Bercastel  nella 
Storia  del  Cristianesimo  %  t.  y,  che  Ze- 
none s'interessò  presso  d'Unnerico  re  de' 
vandali,  in  favore  della  chiesa  di  Cartagi- 
ne ,  la  quale  da  24  anni  trovavasi  senza 
vescovo.  In  conseguenza  delle  ripetute 
istanze  dell'imperatore,  essa  ebbe  il  per- 
messo di  scegliersi  un  pastore,  con  dure 
e  gravissime  condizioni;  il  che  non  impe- 
dì che  il  popolo  non  concepisse  un'estre- 
ma allegrezza,  allorché  vide  ordinato  s. 
Eugenio  cittadino  di  Cartagine  venera- 
tissimo.Eravi  una  parte  de'cittadini,i  qua- 
li non  aveano  mai  veduto  alcun  vescovo 
assiso  in  quella  1  ,*  cattedra  dell'Africa.  Ma 
tutti  si  credettero  giunti  al  colmo  della 
felicità,  allorché  videro  splendere  le  vir- 
tù del  nuovo  prelato,  la  sua  umiltà,  la 
sua  mansuetudine,  la  sua  affabilità,  la 
sua  carità  tenera  e  operosa ,  le  sue  pro- 
digiose limosine  ,  una  beneficenza  a  cui 
nulla  fuggiva  e  ch'era  inesausta,  sebbene 
nulla  egli  tenesse  in  serbo  per  l'indomani. 
Eransi  i  vandali  impadroniti  di  tutti  i 
fondi  della  chiesa,  ma  il  degno  uso  che 
il  vescovo  faceva  dell'offerte,  impegnava 
una  moltitudine  di  persone  a  recargli 
giornalmente  somme  considerabili,  ch'e- 
gli distribuiva  sempre  prima  di  nette,  a 
meno  che  le  medesime  non  gli  fossero  re- 
cate troppo  tardi.  Quindi  si  conciliò  in- 
distintamente l'affezione  e  il  rispetto  non 
solode'cattolici,  ma de'vandali  medesimi. 
Eppure  fu  questa  la  1  .a  cagione  d'una  per- 
secuzione ancor  più  crudele  di  quella  di 
Genserico:  fu  la  2."  persecuzione  de'van- 
dali sotto  il  regno  d'Unnerico  e  durò  dal 
483  al  484>  della  Chiesa  registrata  per  la 
19/  fra  le  principali.  Tanti  omaggi  resi 
alia  virtù  di  s.  Eugenio,  svegliarono  una 
furiosa  gelosia  ne' vescovi  ariani,  e  preci- 
puamente nel  cuore  di  Cirila,  il  più  po- 
tente di  loro.  Costoro  esagerarono  al  re 
i  pericoli  che  correva  la  sua  comunione 
ariana,  e  si  cominciò  dall'  impedire  che 
alcuno  comparisse  nella  chiesa  cattolica 
in  abito  di  barbaro.  Così  i  vandali  nomi- 
navano se  stessi,  per  mostrare  la  loro  av- 


V  A  N 
versione  e  il  dispregio  della  romana  mol- 
lezza. Il  re  primamente  fece  sapere  a  s. 
Eugenio,  che  gli  vietava  d'assidersi  sul 
seggio  episcopale,  di  predicar  al  popolo 
e  di  ammettere  nella  sua  cappella  alcun 
vandalo,  poiché  eranvi  di  molti  cattolici 
tra  di  essi.  Al  che  il  santo  fece  una  rispo 
sta  degna  del  suo  carattere,  e  disse  riguar- 
do alla  3."  proibizione, che  Dio  gli  coman- 
dava di  non  chiudere  la  porta  della  chie- 
sa a  chiunque  bramasse  di  rendere  servi- 
gio a  lui.  Unnerico  sdegnato  di  tale  ri- 
sposta montò  in  furia,  e  cominciò  a  per- 
seguitare i  cattolici  in  mille  differenti  ma- 
niere, e  principalmente  i  vandali  che  pro- 
fessavano la  vera  fede.  Quindi  Unnerico 
fece  mettere  alla  porta  della  chiesa  alcu- 
ne guardie  o  piuttosto  alcuni  carnefici,  i 
quali  allorché  vedevano  un  uomo  o  una 
donna  entrare  coli' abito  di  vandalo,  git- 
tavano  loro  sul  capo  alcuni  piccoli  legni 
dentati,  con  cui  ne  attortigliavano  i  ca- 
pelli ;  poi  ritirandoli  con  forza,  strappa- 
vano loro  lechiome  e  tutto  insieme  la  pel- 
le. Alcuni  ne  morirono,  e  parecchi  per- 
dettero gli  occhi.  Varie  donne,  colla  te- 
sta così  scorticata,  furono  fatte  cammi- 
nare per  la  città,  precedute  da  un  bandi- 
tore per  isvergognarle,  e  per  intimorire 
la  moltitudine.  Unnerico  vietò  che  si  das- 
sero  pensioni  o  viveri  agli  uffiziali  della 
corte  che  tenessero  la  dottrina  della  Chie- 
sa cattolica;  indi  proibì  rigorosamente 
che  si  ammettesse  negli  uffizi  pubblici 
chiunque  non  fosse  ariano.  Era  vi  alla  cor- 
te d'Unnerico  un  gran  numero  di  cattoli- 
ci, i  cui  rari  talenti  e  sperimentate  virtù 
li  aveano  fin  allora  mantenuti  in  parti- 
colari cariche  di  confidenza  e  di  distin- 
zione. Non  solamente  furono  essi  cacciati 
dal  palazzo  ,  ma  furono  fatti  condurre 
nelle  pianure  d'Ulica,  e  malgrado  la  lo- 
ro delicata  complessione,  e  la  diversità 
delle  loro  consuetudini,  vennero  inuma- 
namente costretti  a  mietere  il  grano  sotto 
i  più  cocenti  ardori  del  sole.  Ma  ciò  nou 
fu  cheil  preludio  della  persecuzioue  d'Un- 
nerico, mostro  di  crudeltà  che  fece  perire 


VAN  101 

tutti  i  suoi  parenti,  a  fine  d'assicurare  il 
regno  a'suoi  figli,  e  credette  di  santificare 
le  sue  sanguinarie  inclinazioni  facendole 
servire  contro  i  nemici  de'suoi  vizi  e  de' 
suoi  errori.  Molti  santi  personaggi  furo- 
no istruiti  con  terribili  visioni  di  ciò  che 
la  chiesa  d'Africa  era  vicina  a  soffrire,  e 
l'effetto  non  tardò  a  confermare  ciò  ch'es- 
si avevano  annunziato.  Unnerico  rabbio- 
samente, pieno  d'odio  contro  la  cattolica 
religione,  si  propose  di  sterminarla  affat- 
to in  Cartagine  metropoli  dell'Africa,  con 
rendere  generale  la  persecuzione  comin- 
ciata contro  i  cattolici,  facendo  succedere 
una  moltitudine  di  editti  uno  più  crude- 
le dell'  altro.  Le  prime  violenze  caddero 
sulle  persone  consagrate  a  Dio.  Il  re  co- 
mandòche  si  raccogliessero  le  vergini  cat- 
toliche ,  che  queste  fossero  vergognosa- 
mente visitate  dalle  matrone,  e  con  tor- 
menti obbligate  a  deporre  contro  gli  ec- 
clesiastici. Furono  appese  in  alto  con  gros- 
si pesi  a'piedi,  vennero  loro  applicate  la- 
mine di  ferro  rovente  sul  seno  esu'fian- 
chi,  e  in  questo  stato  venivano  esortate 
ad  affermare  che  i  preti  e  i  vescovi  erano 
stati  i  loro  corruttori.  Parecchie  periro- 
no in  questi  tormenti,  altre  in  maggior 
numero  rimasero  storpiate,  ma  non  se  ne 
trovò  pur  una  che  accusasse  un  chierico. 
Il  tiranno  vedendo  non  potere  con  que- 
st'indegno stratagemma  disonorare  il  cle- 
ro, die  ne'maggiori  eccessi  senza  pretesto 
e  senza  riguardo.  In  una  sola  volta  rilegò 
nel  deserto  ministri  ecclesiastici  di  tutti 
gli  ordini,  con  altri  fedeli  della  loro  fami- 
glia e  del  loro  seguito  in  numero  di  497^ 
persone,  fra  le  quali  trovavansi  molti  in- 
fermi e  vecchi  così  decrepiti,  che  molti  a- 
veano  perduto  la  vista.  Felice  di  Arbiri- 
to,  il  quale  contava  44  anm  di  vescovato, 
languiva  d'una  paralisia,  che  njon  gli  la- 
sciava l'uso  neppur  della  lingua.  I  fedeli 
non  sapendo  come  condurlo  ,  fecero  pre- 
gare Unnerico  che  il  lasciasse  in  qualche 
luogo  presso  Cartagine,  giacché  non  po- 
teva vivere  lungamente.  Rispose  il  bar- 
baro: S'egli  non  pub  stare  a  cavallo,  sia 


io2  VAN 

annerato  a'bovi}  i quali  lo  strascineran- 
no ove  io  gli  coniando  che  vada.  Fu  di 
mestieri  infatti  legarlo  a  traverso  d'un 
mulo,  e  trasportarlo  come  una  massa  iu- 
sensibile.l  confessori  furono  radunati  nel- 
la città  di  Sicca  ,  donde  i  mori  dovevano 
condurli  uel  deserto.  Vennero  chiusi  in 
una  prigione  ch'erasolfribile,  e  in  cui  i 
fedeli  del  luogo  andarono  a  consolarli;  ma 
ben  presto  furono  privati  di  questa  con- 
solazione, perchè  sembravano  piùcostan- 
ti  che  mai.  Sino  i  fanciulli  segnalavano  la 
loro  costanza,  resistendo  agli  sforzi  d'al- 
cune madri  accecate  dulia  loro  tenerezza, 
v  che  volevano  ribattezzarli  per  sottrarli 
dalla  persecuzione.  Furono  dunque  ri- 
stretti i  prigioni  in  un'orrida  carcere,  e 
tanto  angusta,  eh'  erano  ammucchiati  gli 
uni  sopra  gli  altri,senza  neppure  aver  libe- 
ro lo  spazio  necessario  per  soddisfare  a'bi- 
sogni  naturali;  il  che  produsse  una  conta- 
giosa infezione,  ed  una  orribile  moltitudi- 
ne di  rettili,  i  quali  generati  in  quella  cor- 
ruzione li  divoravano  vivi.  Lo  storico  s. 
Vittore  di  Vita,  che  ne  parla  come  testi- 
monio oculare,  dice  che  avendo  trovato 
maniera  d'entrare  nella  prigione,  donan- 
do qualche  denaro  a'mori,  mentre  i  van- 
dali erano  addormentati, s'immergeva  si- 
no al  ginocchio  nel  sucidume  e  ue'vermi. 
Furono  essi  finalmente  fatti  partire  sot- 
to là  condotta  de'mori.  Uscirono  da  quel- 
la cloaca,  non  solo  cogli  abiti  grondanti 
di  sozzure,  ma  co'capelli,  col  volto  e  con 
tutta  la  persona  in  uno  stato  cui  la  pen- 
na non  regge  a  descrivere.  Ciò  non  ostan- 
te cantavano  inni  di  ringraziamento,  e  si 
giudicavano  felici  di  soffrire  questi  bar- 
bari trattamenti  per  la  gloria  del  figlio 
di  Dio.  i  popoli  correvano  da  ogni  parte 
a  vederli,  poi  tandotorcie accese,  doman» 
dando  la  loro  benedizione  per  se  e  pe'lo- 
io  figli  che  ad  essi  presentavano,  e  la- 
gnandosi con  effusione  di  lagrime  di  ri- 
manere senza  pastori  in  preda  a'Iupi  vo- 
raci. Ma  questi   pii  fedeli   venivano  re- 
spinti con  una  brutale  fierezza  ,  ovvero 
dopo  d'  aver  lasciato  ch'esercitassero  la 


VAN 
loro  liberalità  verso  i  confessori ,  toglie- 
vasi  a  questi  ciò  che  loro  era  stalo  dona- 
to. 1  confessori  si  mostravano  più  sensi- 
bili a'  pericoli  de'  fedeli,  che  alle  proprie 
loro  disavventure,  sebbene  si  affrettasse 
inumanamente  il  loro  camminojimperoc- 
chè  quanto  maggiori  erano  le  testimo- 
nianze di  venerazione  che  ricevevano, 
tanto  minore  era  il  riposo  che  veniva  ad 
esso  loro  accordato.  Allorché  i  vecchi  o 
i  fanciulli  non  potevano  più  camminare, 
venivano  punti  co'dardi  o  si  scagliavano 
contro  di  loro  de'  sassi  per  farli  avanzare. 
Quanto  a  quelli  che  per  1'  eccesso  della 
fatica  restavano  di  tempo  in  tempo  ab- 
battuti, ordinavasi  a'mori  d'attaccar  loro 
delle  corde  a'piedi,  e  di  strascinarli  come 
altrettante  bestie  morte,dimodoché  quel- 
le strade  ardue  e  tutte  pietrose  furono 
ben  presto  bagnate  del  loro  sangue.  Le 
loro  vesti  cadevano  a  pezzi,  oppure  si  ap- 
piccavano a 'sassi  e  alle  spine.  Ebbero  an- 
che il  corpo  tut  to  lacero;  uno  la  testa  spez- 
zata, un  altro  il  fianco  o  il  ventre  aperto, 
quasi  tutte  le  membra  slogate;  e  parec- 
chi fin  d'allora  consumarono  il  loro  mar- 
tirio. Coloro  che  assai  robusti  poterono 
giungere  al  deserto,  non  vi  trovarono  per 
la  loro  sussistenza  altro  che  orzo,  che  lo- 
ro veniva  dato  a  misura,  come  si  fa  colle 
bestie  da  soma.  Anzi  ne  furono  privati 
ben  presto,  e  si  lasciarono  morire  di  fa- 
me. Le  bestie  velenose  le  più  malefiche 
lo  furono  però  assai  meno  de'vandali  ti- 
ranni, e  si  osservò,  che  in  una  contrada 
la  quale  può  dirsi  quasi  un  semenzaio  di 
lettili  i  più  pericolosi,  niuno  de'  servi  di 
Dio  perì  de'  loro  morsi  e  a'  quali  erano 
del  tutto  esposti  seoz' alcuua  difesa.  Al- 
lorché tanti  santi  e  dotti  ministri  della 
religione  furono  così  allontanati,  non  es- 
sendovi stato  ancora  compreso  nella  per- 
secuzione il  venerando  pastore  di  sua  ca- 
pitale, forse  per  rispetto  degli  abitanti,  fi- 
nalmente nel  maggio  483  Unnerico  fece 
proporre  a  s.  Eugenio  vescovo  di  Carta- 
gine, per  rendere  ragione  della  loro  t\n\ct 
di  tenere  iti  questa  città  una  conferenza 


V  A  N 

nel  4^4  cogli  ariani,  i  quali  somigliatili 
a' Donatisti ,  scismatici  ed  eretici,  usando 
ribattezzare  qne'clie  abbracciavano  la  lo- 
ro pei  fida  setta,  furono  appellati  eziandio 
con  tale  nome.  Siccome  comunemente  gli 
scrittori  pai  laudo  di  tate  conferenza  chia- 
mano gli  ariani  proposi  tori  dell'erronee 
proposizioni  de  donatisti,  ciò  fecero  per 
l'errore  ch'era  ad  essi  comune, il  quale  tut- 
tora sostenendosi  dagli  eretiche  impugnan- 
dosi da'  cattolici,  gli  ariani  perciò  in  tale 
conferenza  e  ip  altre  assemblee  furono,  de- 
nominati sostenitori  pure  degli  errori  de' 
donatisti.  Conviene  di  passaggio  qui  pu- 
re rammentare.  Donato  vescovo  delle  Ca- 
se Nere  nella  Numidia  fu  il  i.°  autore  e 
il  caposetta  dello  scisma  de'donatisti,  os- 
sia di  quelli  che  seguirono  i  suoi  errori. 
Di  questi  erano  i  principali,  di  negare  la 
validità  del  Battesimo  e  degli  altri  Sa- 
gr  a  menti  dati  dagli  Eretici,  e  di  rigetta- 
re r  infallibilità  della  Chiesa  cattolica. 
Donato  co'suoi  partigiani  separandosi  dal- 
la comunione  di  Ceciliano  eletto  vescovo 
di  Cartagine,  ordinarono  vescovo  della 
stessa  sede  Maiorino  eletto  da'faziosi.  Per- 
ciò tutta  l'Africa  si  divise  in  (\ue  partiti, 
e  in  molte  chiese  vi  furono  due  vescovi, 
ordinali  gli  uni  da  Ceciliano  cattolico,  gli 
altri  da  Maiorino  donatista  ,  o  da  quelli 
delle  loro  diverse  comunioni. Sebbene  Do- 
nato e  i  donatisti  furono  condannati  nel 
concilio  di  Latcrano,  tenuto  nel  3 1 3  da 
Papa  s.  Melchiade,  e  sebbene  il  concilio 
dichiaiò  innocente  Ceciliano  accusato  fal- 
samente da'donatisti  qual  Traditore ,cioè 
d'aver  consegnalo  a'pagani  le  s.  Scritture, 
separandosi  da  esso  che  restò  in  comu- 
nione colla  Chiesa  divennero  scismatici, 
e  pe'loro  errori  eretici;  tuttavolta  all'e- 
resia i  donatisti  congiunsero  più  aperta- 
mente lo  scisma,  nel  sedicenle  coucilio  da 
loro  tenuto  in  Cartagine  nel  32  1  ,  divi- 
dendo così  il  popolo  cristiano  dell'Africa. 
Quindi  i  donatisti  profanarono  la  ss.  Eu- 
caristia ,  ruppero  gli  altari  e  i  vasi  sagri, 
commisero  inuumerabili  violenze  e  sacri- 
legi, in  che  furono  imitati  dagli  ariani,  il 


VAN  io3 

cui  nome  ed  errori  talvolta  con  quelli  lo- 
ro si  confuse,  come  nel  discorso  caso.  A 
reprimere  l'audacia  de'donatisti  erano  sta- 
li adunati  molti  concilii,  e  celebre  riuscì 
la  conferenza  precedente  di  Cartagiue,te- 
nula  in  questa  città  nel  4",  coli' inter- 
vento di  56o  vescovi  ,  per  riunirli  alla 
Chiesa,  e  per  convincerli  della  necessità 
ch'era  vi  di  essere  uella  Chiesa  cattolica, 
nella  quale  sola  si  può  rendere  a  Dio  il  cul- 
to che  gli  è  dovuto,  ed  operare  la  propria 
salute.  Questi  eretici  erausi  tanto  molti- 
plicati nell'Africa,  che  pareva  vi  avessero 
oppresso  i  cattolici,  dacché  era  loro  riusci- 
to d'ottenete  una  legge,  che  dava  loro  o- 
giti  libertà,  ed  esercitavano  dappertutto 
violenze  proprie  de'più  crudeli  persecu- 
tori. I  vescovi  cattolici  avendo  finalmen- 
te ottenuto  dall'imperatore  Onorio  di  ve- 
nire a  una  conferenza  pubblica  co'dona- 
listi,  il  conte  Marcellino  inviato  in  Africa 
d'ordine  di  quel  principe,  l'intimò  peli.0 
giugno.  Ordinò  che  non  vi  fossero  più  di 
7  vescovi  per  parte,  scelti  tra  tutti  gli  al- 
tri, i  quali  parlerebbero  nella  conferenza; 
che  ve  ne  sarebbero  7  altri  da'quali  po- 
trebbero i  disputanti  prendere  opinione, 
se  ne  avessero  bisogno;  che  nessun  vesco- 
vo entrerebbe  nella  conferenza  fuori  di 
quelli  che  fossero  stati  uominati  per  di- 
sputarvi, i  quali  ascendevano  a  36;  che 
tutti  i  vescovi  d'ogni  partito  promettereb- 
bero di  tenere  ciò  che  avessero  deciso  gli 
eletti  ;  che  tuttociòche  fosse  detto  sareb- 
be scritto  da'pubblici  notati.  Ma  i  dona- 
tisti ricusarono  d'  ubbidire  all'  edillo  di 
Marcellino,  e  domandarono  d'esser  tutti 
presenti  alla  conferenza.  I  cattolici  dal  can- 
to loro  indirizzarono  una  lettera  a  Mar- 
cellino, nella  quale  promettevano  di  ese- 
guire tutti  i  suoi  ordini.  Eglino  protesta- 
rono, che  il  diseguo,  che  aveano  tenendo 
questa  conferenza  ,  era  di  mostrare  che 
la  Chiesa  sparsa  sopra  tutta  la  terra  noti 
può  perire,  per  quanti  peccati  commet- 
tano coloro  che  la  compongono;  che  l'af- 
fare di  Ceciliano  era  terminato  ,  poiché 
era  stato  dichiarato  innocente,  e  i  suoi  ac- 


io4  VAN 

cusalori  riconosciuti  per  calunniatori.  In 
questa  lettera  fecero  la  dichiara/ione  tan- 
to famosa,  e  che  li  coprì  di  gloria  per  la 
generosità  veramente  cristiana,  di  cui  die- 
dero prova  a'Ioro  stessi  nemici,  vale  a  di- 
re, che  se  i  donatisti  potevano  provare, 
che  la  Chiesa  è  ridotta  alla  loro  comu- 
nione, eglino  si  sottometterebbero  asso- 
lutamente ad  essi;  che  abbandonerebbe- 
ro le  proprie  sedi,erinunzierebbero  a  tut- 
ti i  diritti  della  loro  dignità.  Che  se  i  cat- 
tolici mostrassero,  pel  contrario,  che  i  do- 
natisti aveano  torto,  eglino  conservereb- 
bero l'onore  del  vescovato;  che  ne'luoghi 
eziandio^  dove  si  troverebbe  un  vescovo 
cattolico  e  un  donatista,  sederebbero  al- 
ternativamente nella  cattedra   vescovile, 
l'altro  sedendo  un  poco  più  basso  appres- 
so di  lui,  oppure  che  l'uno  avrebbe  una 
chiesa,  e  l'altro  un'altra;  e  questo  finché 
l'un  di  loro  essendo  morto,  l'altro  reste- 
rebbe solo  vescovo.  In  appresso  nomina- 
rono i  vescovi  per  la  conferenza:  cioè  Au- 
relio di  Cartagine,  Alipio  di  Tegaste,  s. 
Agostino  d'  Ippoua,  Vincenzo  di  Capua, 
Fortunato  di  Cirta,  Fortunato  di  Sicca 
e  Possidio  di  Calamo.  Ne  nominarono  pel 
consiglio  7  altri,  e  4  furono  destinati  per 
la  sicurezza  degli  atti.  I  donatisti  essendo 
stati  obbligati  a  nominare  deputati,  lo  fe- 
cero coli'  ordine  medesimo  de'  cattolici. 
Nella  2."  sessione,  dopo  molle  discussio- 
ni, si  accordò  una  dilazione  a'donatisti  per 
aver  copia  degli  atti  della  i.a  conferenza, 
e  si  condiscese  alla  loro  domanda.  Nella 
3.a  vollero  esanimare  la  scrittura  de'cat- 
lolici  sopra  la  domanda  della  conferenza, 
e  Marcellino  avendo  deciso,  che  i  donati- 
sti erano  poi  i  veri  postulanti,  convenne- 
ro eglino slessi,che  non  pretendevanod'a- 
gire  contro  le  Chiese  di  tutta  la  terra.  Da 
questa  confessione  ne  seguiva,  che  Ceci- 
liano  non  era  restato  nella  comunione  del- 
la Chiesa ,  se  non  perchè  era  stato  rico- 
nosciuto per  iunocente.  Frattanto  i  do- 
natisti cercavano  ogni  maniera  di  prele- 
sto per  evitare  che  si  venisse  alla  con- 
clusione dell'  aliare,  e  non  volevano  che 


VAN 
si  mettesse  in  chiaro  l'origine  dello  sci- 
sma; ma  Marcellino  fece  leggere  la  rela- 
zione d'Anulino,  colla  quale  indirizzava 
a  Costantino  I  i  lamenti  de'donatisti  con- 
tro Ceciliano.  I  donatisti  vedendosi  così 
stretti,  presentarono  una  memoria,  per 
mostrare  colla  Scrittura,  che  i  cattivi  pa- 
stori sono  macchie  e  sozzure  della  Chie- 
sa, e  che  non  devono  esservi  malvagi  tra' 
suoi  figli,  almeno,  che  siano  conosciuti. 
Letta  che  fu  questa  memoria,  i  cattolici 
vi  risposero  colla  bocca  di  s.  Agostino.  E- 
gli  vi  stabili  validamente  questa  verità: 
Che  la  Chiesa  tollera  in  questo  mondo  i 
malvagi,  tanto  occulti  che  manifesti, e  che 
i  buoni  che  sono  mischiali  con  essi,  non 
partecipano  de'  loro  peccati;  provò  col- 
l'autorità  di  s.  Cipriano,,  che  nella  Chie- 
sa il  demonio  avea  seminato  la  zizzania; 
il  che  i  donatisti  impugnavano;  imperoc- 
ché lo  scopo  de'cattolici  era  di  mostrare, 
che  i  falli,  tanto  di  Ceciliano,  come  di  qua- 
lunque altro,  non  potevano  recare  alcun 
pregiudizio  alla  comunione  cattolica. Que- 
sto gran  dottore  espose,  che  i  passi  della 
Scrittura  riferiti  da  una  parte  e  dall'altra, 
essendo  di  eguale  autorità,  doveano  con- 
ciliarsi con  qualche  distinzione,  poiché  la 
parola  di  Dio  non  può  contraddire  a  se 
stessa.  Rappresentò, che  bisognava  distin- 
guere i  due  stati  della  Chiesa,  quello  del- 
la vita  presente,  dove  e'  è  un  raescuglio 
di  buoni  e  di  malvagi,  e  quello  della  vita 
futura,  dove  sarà  ella  senza  veruna  me- 
scolanza di  male.  Mostrò  poi,  come  vi  era 
obbligo  in  questa  vita  di  separarsi  da'mal- 
vagi  non  comunicando  co' loro  vizi,  ma 
uon  separandosi  da  essi  esternamente. 
Qualora  i  donatisti  si  trovavano  troppo 
angustiati  e  stretti  dagli  argomenti  del  s. 
Dottore,  dicevano  senza  tergiversazione, 
che  non  era  loro  permesso  d'  esercitare 
nessun  alto  esterno  di  religione  con  quel- 
li, che  non  fossero  giusti  e  santi;  ed  ecco 
perchè  riguardavano  come  nulli  tutti  i 
sagra  menti,  che  non  erano  conferiti  da 
ministri  irreprensibili, e  voleauo  riha llcz- 
lare  i  cattolici.  S.  Agostiuo  fece  loro  ve- 


V  A  N 
clere  ,  che  quest'  errore  tendeva  a  rove- 
sciare tutto  il  culto  esteriore  della  reli- 
gione, perchè  si  poli  ebbero  fare  delle  dif- 
ficoltà senza  fine  intorno  alla  santità  del 
ministro.  Esaminata  la  questione  del  di- 
ritto, vale  a  dire  stabilita  che  fu  la  veri- 
tà cattolica,  indipendentemente  da  qual- 
sivoglia persona,  si  discusse  la  questione 
di  fatto;  cioè  lai."  causa  della  separazio- 
ne de'donatisti  du'cattolici.  I  primi  pre- 
tesero d'aver  avuto  ragione  di  separarsi 
da  Ceciliano,  ordinato  vescovo  di  Carta- 
gine da  certi  Traditori:  ma  le  prove  che 
ne  davano  non  erano  di  nessun  peso,  e  s. 
Agostino  confutò  anche  quest'  errore,  e 
decifrò  tutte  le  cabale,  che  ammassavano 
l'una  sull'altra.  Fece  rimarcare,  che  Men- 
sm  io,  predecessore  di  Ceciliano,  accusato 
d'aver  maltrattato  le  Scritture  sante,  non 
era  slato  condannato  da  nessun  pubblico 
giudizio;  che  il  concilio  di  Cartagine  con- 
tro Ceciliano  era  senza  data;  che  Cecilia- 
no v'era  stato  condannato  assente,  e  da 
vescovi  che  aveano  perdonato  l'un  l'al- 
tro a  se  stessi  il  delitto,  di  cui  condanna- 
vano; e  per  provarlo  fece  leggere  il  con- 
cilio di  Cirta  del  3o5  (diverso  da  quello 
del  4I2j  il  quale  avea  scritto  una  lette- 
ra per  disingannare  i  donatisti,  in  ciò  che 
dicevano  i  loro  vescovi  calunniosamente, 
col  compendio  degli  atti  della  conferen- 
za di  Cartagine).  Dopo  diversi  cavilli  de' 
donatisti  sopra  questo  concilio,  si  lesse  il 
coucilio  romano  del  3i3,  che  avea  assol- 
to Ceciliano,  e  la  lettera  di  Costantino  I 
a  Eumalo  sopra  il  giudizio  contradditto- 
rio radunato  da  quell'imperatore  a  favo- 
re di  Ceciliano.  In  questa  occasione  par- 
ve che  Dio  facesse  parlare  i  donatisti  qua- 
si loro  malgrado,  poiché  gli  scritti  che 
produssero  ad  altro  non  servirono  che  a 
far  conoscere  sempre  più  l'innocenza  di 
Ceciliano.  Dappoiché,  primieramente  vo- 
lendo mostrare  ,  che  Costantino  I  dopo 
d'aver  assoluto  Ceciliano,  avealo  condan- 
nato in  un  posteriore  giudizio,  furonocie- 
chi  a  tal  grado  di  produrre  uua  supplica, 
indirizzata  un  tempo  da  loro  stessi  a  quel 


V  A  N  io5 

principe,  dalla  quale  raccoglierasi,  ch'e- 
rano stati  eglino  stessi  da  lui  condanna- 
ti, e  ch'egli  avea  sostenuto  l'innocenza  di 
Ceciliano.  In  i.°  luogo  produssero  una 
lettera  di  Costantino  I,  colla  quale  egli  ri- 
conosceva,che  la  causa  di  Felice  di  Aplon- 
ga  era  stala  esaminata  e  giudicata  a  suo 
favore,  e  nella  quale  ordinava,  che  gli  si 
mandasse  Ingenzio,  che  confessa  va  d'aver 
mentito  una  falsità  per  far  comparire  reo 
Felice,  aflìn  di  confondere  i  nemici  di  Ce- 
ciliano. Ora  niente  poteva  essere  più  van- 
taggioso alla  causa  de'cattolici,e  nel  tem- 
po stessso  più  acconcio  a  confondere  i  do- 
natisti, quanto  il  far  vedere,  che  questo 
medesimo  Felice  d'Aptonga,  che  avea  or- 
dinato Ceciliano,  era  innocente;  imper- 
ciocché propriamente  non  d'altro  accu- 
savasi  Ceciliano,  che  d'essere  stato  ordi- 
nato da  un  uomo  il  quale  prelendevasi 
che  avesse  maltrattato  le  Scritture  sante. 
Ma  per  finire  di  comprovar  l'innocen- 
za di  Felice,  i  cattolici  produssero  la  re- 
lazione, che  il  proconsole  Eliano  avea  spe- 
dita a  Costantino  I,  e  gli  atti  stessi  di  quel 
giudizio,  a  cui  i  donatisti  non  ebbero  che 
opporre.  Finalmente  i  cattolici  avendo 
perfettamente  messo  in  chiaro  tuttociò 
che  aveano  dovuto  sosteoere,il  con  teMar- 
cellino  pronunziò  una  sentenza,della  qua- 
le ci  restano  28  1  articoli.  Elia  dice  in  so- 
stanza. Che  i  donatisti  erano  stati  confu- 
tali da'  cattolici  con  ogni  genere  di  pro- 
ve; che  Ceciliano  era  stato  giustificato,  e 
che  quand'anche  i  delitti,  ond'era  stato 
accusato,  fosserostati  provati,  non  avreb- 
bero potuto  portare  nessun  pregiudizio 
alla  Chiesa  universale;  che  quindi  tulli 
i  donatisti,  che  non  volessero  riunirsi  al- 
la Chiesa,  sarebbero  soggetti  a  tutte  le  pe- 
ne inflitte  dalle  lessi.  Tutto  il  mondo  si 
rallegrò,  che  Dio  avesse  fallo  conoscere 
la  verità,  e  scoperto  l'errore  e  la  men- 
zogna. Apparisce  dagli  atti  di  questa  con- 
ferenza eclatante,  che  s.  Agostino  ne  fos- 
se l'anima,  e  che  la  sublimità  del  suo  in- 
gegno vi  fece  una  comparsa  luminosissi- 
ma. Vedeai  in  tuttociò  ch'egli  dice,  una 


ioG  V  A  N 

(orza,  una  dolcezza,  una  chiarezza  e  una 
sodezza  particolare,  che  gli  danno  la  pre- 
minenza su  tutti  i  vescovi  dell'Africa.  È 
egli  sempre  che  parla,  qualora  si  tratta  di 
qualche  punto  importante,  e  di  stabilir  la 
fede  della  Chiesa,  massime  nelle  reliquie 
che  ci  restano  della  3.a  sessione.  Indarno 
i  donatisti  appellarono  dalla  sentenza  di 
Marcellino.  L'imperatore  Onorio  auto- 
rizzò gli  atti  di  questa  conferenza  di  Car- 
tagine, con  una  legge  de'3o  agosto  4 '2 
o  4 1 4«  Si  può  anche  dire  che  questa  con- 
ferenza fu  il  colpo  mortale  dello  scisma 
de'donatisti,  imperocché  in  proporzione 
del  grandissimo  loro  ninnerò,  d'allora  in 
poi  vennero  in  folla  a  riunirsi  alla  Chie- 
sa co'loro  popoli.  Nondimeno  molti  do- 
natislipertinacemente  restarono  nello  sci- 
sma e  nell'eresia,  e  continuarono  ad  esse- 
re queruli  e  infesti  acattolici,  uniti  agli 
ariani,  i  quali  ne  adottarono  gli  errori. 
Credei  opportuna  questa  digressione,  per 
migliore  intelligenza  del  voluto  dal  ca- 
priccioso Unnerico  in  quest'altra  confe- 
renza diCartagineeda  lui  intimata.  Con- 
siderando il  vescovo  di  Cartagine,che  nel- 
la conferenza  voluta  co' vescovi  ariani,  i 
nemici  della  fede  sarebbero  giudici  e  par- 
te, nella  causa  comune  a  tutte  le  chiese, 
pertanto  rispose  s.  Eugenio  al  re  deman- 
dali, che  siccome  tutto  il  mondo  cristia- 
no era  interessato  in  tali  questioni,  nelle 
quali  trattavasi  de' primi  principii  della 
lede,  egli  ne  scriverebbe  al  Papa  s.  Fe- 
lice IH  capo  di  tutte  le  chiese,  e  convo- 
cherebbe da  tutti  i  paesi  i  vescovi  alla 
conferenza,  dovendosi  consultare  quelli 
eziandio  d'  oltremare.  Non  è  già  che  uou 
ne  rimanesse  ancora  in  Africa  uu  nu- 
mero sufficiente,  per  far  trionfare  la  ve- 
rità co'loro  lumi;  ma  essendo  essi  sotto 
il  giogo  de'  vandali  ,  avevano  a  temere 
molto  più  degli  stranieri  sì  perse  stessi, 
come  per  le  loro  greggi.  Unnerico  ,  beu 
lungi  dall'aver  riguardo  alla  rimostran- 
za di  s.  Eugenio,  cercò  all'incontro  d'al- 
lontanare quegli  africani  ch'erano  con- 
siderali siccome  dotti.  Bandì  s.  Douatiu- 


V  A  N 

no  vescovo  di  Vibiana,  dopo  una  severa 
flagellazione  di  i  5o  colpi  di  bastone;  ban- 
dì parimente  Presidio  vescovo  di  Suife- 
tula,  e  ne  fece  tormentare  parecchi  altri 
in  diversi  modi.  Uno  splendido  miraco- 
lo che  fece  allora  il  santo  vescovo  Euge- 
nio, non  servì  che  a  rendere  più  furioso 
il  tiranno*  Il  cieco  Felice  notissimo,  in  se- 
guito d'una  visione  ricevuta,  si  recò  da  s. 
Eugenio,  e  ricuperò  sul  fatto  la  vista,  col 
solo  tocco  della  cnano  del  prelato  ,  alla 
presenza  d'uno  straordinario  concorso  di 
fedeli  congregati  per  la  solennità  dell'E- 
pifania ,  dopo  la  benedizione  del  fonte 
battesimale.  Siccome  il  santo  erasi   scu- 
sato di  esaudire  Felice,  come  peccatore 
e  incapace  d'operare  miracoli,  nel  segna- 
re di  croce  gli  oc  hi  suoi  gli  disse:  Ti  ho 
già  detto,  che  io  sono  un  peccatore  e  il  più 
vile  degli  uomini  ,  tuttavia  prego  il    Si- 
gnore di  trattarti  secondo  la  tua  fede  e 
di  renderti  la  vista.  Ad  onta  che  non  vi 
fosse  da  dubitare  sul  fatto  ,  il  re  si  fece 
condurre  Felice  per  udire  dalla  sua  boc- 
ca la  verità,  e  tutto  l'ordine  dell'  avve- 
nimento. Provata  in  tal  forma  sino  alla 
dimostrazione  la  meraviglia,  niunoebbe 
più  ardire  di  negarla;  ma  convenendosi 
del  prodigio,  equi  valente  a  un  trionfo  de  I- 
la  fede  sull'eresia,  da' vescovi  ariani  si  pre- 
se il  partito  di  dire  che  Eugenio  l'avea 
operato  per  via  di  malefizi,  e  si  seguitò 
il  progetto  della  conferenza.  I  vescovi  del 
continente  dell'Africa  edi  tutte  l'isolesog- 
gette  a' vandali,  si  trasferirono  a  Cartagi- 
ne pel  giorno  indicato,  ch'era  il  i.°di  feb- 
braio 4^4-  ^e  furono  prima  fatti  morire 
in  quel  maggior  numero  che  fu  possibile 
sotto  diversi  pretesti,  ma  per  la  sola  ragio- 
ne di  togliere  alla  buona  causa  i  più  ze- 
lanti e  illuminali  difensori.  Ne  rimaneva- 
no però  troppi,  perchè  i  vescovi  ariani  a- 
vessero  coraggio  di  entrare  in  lizza .  Non* 
dimeno  si  die  principio  alla  conferenza  fa- 
mosa di  Cartagine,  di  cui  in  luoghi  in- 
numerevoli feci  menzione,  ma  eglino  mos- 
sero mille  cavillazoni  per  romperla.  A* 
vendo  i  cattolici  richiesto  che  fi  fossero 


V  A  N 

precenti  degli  arbitri, o  che  almeno  i  piti 
saggi  del  popolo  vi  fossero  spettatori,  in- 
vece si  ordinò  che  si  dessero  i  oo  colpi  di 
bastone  a'  laici  omousiani  die  avessero 
coraggio  di  trovarvisi,  poiché  con  questo 
nome  da  Unuerico  chiamavsmsi  per  di- 
sprezzo gli  ortodossi,  appellando  i  suoi  a- 
riani  veraci  adoratori  della  divina  natu- 
ra !  Il  ttrm'meO /notisi ano  oOmousiasta , 
dal  greco  liomu,  insieme,  e  da  usiti,  so- 
stanza, fu  da'  Padri  usato  anche  prima 
del  concilio  generale  di  Nicea  1  del  320, 
per  indicare  in  Gesù  Cristo  la  stessa  na- 
tura e  sostanza  del  divin  Padre.  Pel  con* 
tratta  gli  ariani  inventarono  il  termine 
(Jmeusio,  homeusius,  dal  greco  homoios, 
simile,  e  da  usia,  sostanza  ;  per  deludere 
le  decisioni  del  concilio  d'  Antiochia  del 
363  (contro  il  conciliabolo  del  344>'ncni 
gli  ariani  per  abolire  la  parola  consustan- 
ziale, Omousìon^Xa  mutilarono  dal  sim- 
bolo di  Nicea)  e  negare  la  divinità  di  Ge- 
sù Cristo,  denotando  con  ciò  non  essere 
egli  della  stessa  natura  del  Padre (honnì- 
siost  da  homii,  insieme),  ma  di  simile  na- 
tura, contro  il  chiaro  senso  delle  s.  Scrit- 
ture. Però  nel  concilio  iNiceno  era  stata 
condannata  la  loro  eresia  e  proclamala 
la  consustanzialità  di  Gesù  Cristo  col  di- 
vin Padre.  Nella  conferenza  di  Cartagi- 
ne, intorno  al  nome  di  cattolici  che  non 
lasciarono  di  prendere  nella  loro  confes- 
sione di  fede,  si  suscitarono  grandi  que- 
rele; e  qualunque  fosse  la  modestia  con 
cui  egliuosi  apparecchiassero  a  soddisfar- 
le, si  gridò  al  tumulto  e  alla  sedizione  ,  e 
si  corse  a  dire  al  re,  che  gli  omousiani  per- 
turbavano tutto  a  fine  d'impedire  la  con- 
ferenza, cioè  si  opposero  di  conveuire  e 
quindi  di  sottoscrivere  l'erronee  proposi- 
zioni de' donatisti  e  degli  ariani  seguaci 
de'  loro  errori,  i  quali  aveano  proposto 
alla  conferenza  stessa,  ripugnandovi  co- 
stantemente i  vescovi  cattolici  per  soste- 
nere la  purezza  della  fede  de'dogmi  cat- 
tolici. Tali  gridi  e  calunnie  degli  ariani 
proponenti  le  condannate  proposizioni 
de'donatisti,  contro  la  virtù  de'cattolici, 


V  A  N  107 

sembra  che  fossero  conseguenza  della  tra- 
ma già  combinata  fra  Unnerico  ed  i  suoi 
scismatici  ed  eretici  vescovi;  imperocché 
immediatamente  eglifece  recare  nelle  pro- 
vincie  un  decreto  già  steso  innanzi  tempo, 
in  vigor  del  quale,  mentre  i  vescovi  or- 
todossi trovavansi  tuttavia  in  Cartagine, 
furono  chiuse  in  un  giorno  solo  tutte  le 
chiese  ,  e  dati  agli  ariani  tutti  i  beni  di 
queste  chiese  e  de'loro  pastori",  applican- 
do acattolici  le  pene  emanate  contro  l'e- 
resia dalle  leggi    imperiali.   Nello  stesso 
tempo  si  pubblicò  che  gli  omousiani  e- 
rano  quelli  i  quali,  non  potendo  prova- 
re colla  Scrittura  la  loro  dottrina,  aveva- 
no rotto  la  conferenza,  e  l'avevano  cam- 
biata in  sedizione  col    mezzo  del  popolo 
che  avevano  sollevato.  A  fine  di  dar  pu- 
re qualche  colore  a  tale  imputazione  con 
un'apparenza  di  moderazione  e  d'  uma- 
nità, fu  loro  assegnato  un  termine  per  me- 
ritare il  perdono.  Al  riferito  col  Bercastel, 
per  l'importanza  dell'argomento  ricorda- 
to nelle  sedi  vescovili  d'Africa,  notando  i 
vescovi  esiliati  in  conseguenza  della  confe- 
renza diCartagine,aggiungerò  altre  parti- 
colarità col  13utler,riporta te  nella  P' ita  di 
s.  Eugenio  vescovo  di  Cartagine  e  i  suoi 
compagni  confessori  sotto  i  vandali.  Nel- 
la conferenza  i  cattolici  deputarono  1  o  fra 
loro  a  parlare  in  nome  degli  altri.  Girila 
patriarca  degli  ariani,  si  assise  sopra  un 
trono.  Gli  ortodossi  ch'erano  in  piedi,  ri- 
chiesero che  vi  fossero  de' commissari  in- 
caricati di  scrivere  quello  che  si  direbbe 
da  una  parte  e  dall'altra;  ed  avendone  a- 
vuto  in  risposta  che  Citila  eserciterebbe 
quest'uffizio,  essi  domandarono  di  nuovo 
con  quale  autorità  civile  si  attribuisse  il 
grado  e  la  giurisdizione  di  patriarca.  Gli 
ariani  non  potendo  uullaa  questo  rispon- 
dere,empirono  tutta  l'assemblea  di  schia- 
mazzi, e  ottennero  un  ordine  di  poter  da- 
re 1 00  bastonate  a  tutti  i  laici  cattolici  che 
ivi  erano  presenti;  indi  Citila  trovò  vari 
pretesti  perchè  la  conferenza  non  si  avesse 
a  continuare.  In  questo  frammezzo  i  cat- 
tolici presentarono  ima  confessione  di  fé- 


io8  V  A  N 

de  in  iscritto,  nella  qiufle  si  appellano  al- 
la tradizione  della  Chiesa  universale,  ed 
era  divisa  in  due  parti;  lai.8  delle  quali, 
che  provava  colla  Scrittura  la  consustan- 
zialità  del  Verbo,  forma  tutto  il  3.°  libro 
della  storia  di  Vittore  Vitense.  Non  si  ha 
più  la  2.'  che  conferma  la  stessa  dottri- 
na cogli  scritti  de'Padri.  Pare  che  questa 
confessione  fosse  stesa  da  s.  Eugenio;  al- 
meno  Gennadio  attribuisce  a  lui  una  con- 
fessione di  fede  contro  gli  ariani,  cioè  la 
riferita  nella  i.a  parte  dal  Vitense  nel  lib. 
3  citato.  Quando  ne  fu  fatta  la  lettura, 
seppe  male  agli  ariani  che  gli  ortodossi 
prendessero  il  nome  di  cattolici ,  benché 
questo  loro  fosse  dato  universalmente  an- 
che dagli  eretici,  come  s.  Agostino  aveva 
notato  molti  anni  innanzi.  Da  ultimo  i  ne- 
mici della  Chiesa  la  vinsero,  e  la  confe- 
renza fu  tutto  ad  un  tratto  rotta.  Abbia- 
mo nel  Ruinart  il  catalogo  di  tutti  i  ve- 
scovi delle  ptovincie  ecclesiastiche  d'Afri- 
ca, che  intervennero  a  questa  conferenza, 
e  che  furono  mandati  in  esilio.  Della  pro- 
vincia proconsolare  o  di  Cartagine  5/f,  di 
quella  tliNumidia  1 25,  dellaBizacena  1 07, 
della  Mauritiana  Cesarianai20,  di  quel- 
la di  Sitifi  o  Silifense  44»  c'e"a  Tripoli- 
tana  5;  di  più  io  di  Sardegna  e  di  altri 
luoghi.  In  tutti  460  vescovi,  de'quali  88 
morirono  a  Cartagine  fra'  tormenti ,  28 
ricuperarono  la  libertà  colla  fuga,  46  fu- 
rono sbanditi  nell'sola  di  Corsica,  e  3o3 
in  altri  luoghi.  Questo  è  il  computo  che 
ne  fa  il  dotto  annotatore  del  dottissimo 
Bui ler.  A.'  25  febbraio  dello  stesso  4^4» 
Unnerico  con  edillo  che  già  da  lungo  tem- 
po andava  meditando,  ordinò  più  che  mai 
una  persecuzione  generale,  e  per  impa- 
dronirsi delle  chiesede'cattolici  e  di  quan- 
to possedevano  ne'loro  paesi.  Senza  indu- 
gio cacciò  da  Cartagine  i  vescovi   che  si 
trovavano  congregali,  dopo  di  aver  loro 
tolto  anche  quel  poco  che  aveano  seco  lo- 
ro portato,  senza  lasciar  loro  né  cavallo, 
né  schiavo,  e  neppur  abito  da  cambiarsi. 
Nello  stesso  tempo  fu  pubblicata  una  proi- 
bizione sotto  pena  del  fuoco,  sia  d'allog- 


V  A  N 

gialli,  sia  d'amministrar  loro  de' viveri. 
Perciò  si  videro,  secondo  Bercastel,  in  nu- 
mero di  5  in  600,  per  la  maggior  parte 
in  un'età  avanzata,  errare  intorno  alle 
mura  della  città,  senz'asilo,  senza  rico- 
vero, esposti  notte  e  giorno  a  tutte  l' in- 
giurie dell'aria,  e  rnancunti  di  nutrimen- 
to. In  brevissimo  tempo  ne  morirono  88. 
Essendo  un  giorno  il  re  uscito  a  caso,  tutti 
quelli  che  potevano  strascinarsi,  gli  si  fe- 
cero intorno  per  procurare  di   mansue- 
farlo. Ma  egli  senza  dare  orecchio  all'u- 
mile loro  domanda,  a  cui  non  rispose  che 
con  guardi  fulminanti,  fece  correre  sopra 
di  essi  alcuni  cavalieri  della  sua  guardia, 
che  molli  ne  calpestarono  sotto  i  piedi  de* 
loro  cavalli.  Finalmente  tutti  vennero  ri- 
legati, insieme  ad  un  gran  numero  di  pre- 
ti, nell'isola  di  Corsica,  come  dissi,  e  con- 
dannati a  tagliare  i  legni  perla  costruzio- 
ne delle  na vi. Mentre  i  vescovi  esiliati  viag- 
giavano per  la  loro  rilegazione,  si  mostra- 
rono pieni  di  giubilo  per  essere  stali  fatti 
degni  di  soggiacere  a  obbrobri  e  igno- 
minie per  Gesù  Cristo  ;  furono  assalili  da 
una  masnada  di  uomini  barbari,  inviati 
da'  vescovi  ariani  a  spogliarli  di  quanto 
la  pietà  de'fedeli  avea  somministrato  pel 
loro  mantenimento.  Questa  inumana  vio- 
lenza non  li  turbò,  anzi  ciascuno  canta- 
va. Sono  uscito  nudo  dal  ventre  di  mia 
madre,  e  nudo  me  ne  vado  in  esilio.  Al 
Signore  non  manca  il  modo  di  porgere 
il  cibo  a! famelici  e  di  vestire  nel  deser- 
to gV ignudi.  Di  fatto  il  Signore  ispirò  a 
due  personaggi  vandali  cattolici  il  corag- 
gio di  seguirli  nell'esilio,  e  d' impiegare 
nel  loro  sov  veni  mento  le  copiose  ricchez- 
ze che  possedevano.  Il  vescovo  di  Carta- 
gine s.  Eugenio  fu  mandato  nel  deserto 
di  Tripoli,  e  posto  sotto  la  custodia  d'An- 
tonio vescovo  ariano  furioso,  il  quale  o- 
gni  giorno  inventava  nuove   maniere  di 
tormentarlo.  Il  santo  riguardandosi  come 
una  vittima  già  consacrata    per  la  sua 
chiesa,  aggiungeva  a'suoi  tormenti  le  più 
austere  macerazioni.  Perii  luogo  dormi- 
re sulla  nudi  lena,    coperto  solamente 


V  AN 

d' un  sacco,  contrasse  una  paralisia  che 
gli  tolse  persino  l'uso  spedito  della  lingua, 
li  suo  persecutore  gli  fece  bere  per  forza 
un  aceto  violento,  per  cui  si  credette  che 
il  santo  vecchio  perdesse  la  vita.  Ma  egli 
ne  guari,  e  più.  lardi  fu  richiamato  dal- 
l'esilio dal  re  Gu  ut  ha  monti.  Non  avendo 
il  santo  potuto  dare  un  addio  a'suoi  figli, 
trovò  il  modo  di  scrivere  al  suo  gregge, 
col  quale  così  si  espresse.  Vi  domando 
colle  lagrime,  vi  esorto  e  vi  scongiuro 
in  nome  dello  spaventevole  giorno  del 
giudizio  ,  e  pel  formidabile  lume  della 
venuta  dì  Gesk  Cristo,  che  rìmanghiate 
fermi  nella  professione  della  fede  catto- 
lica... Conservate  la  grazia  d'  un  solo 
battesimo  e  dell'  unzione  del  crisma ,  né 
sia  tra  voi  chi  soffra  di  essere  ribattez- 
zato. Tanto  leggo  nel  Butler,  il  quale  os- 
serva, che  ciò  diceva  s.  Eugenio,  perchè 
gli  ariani,  somiglianti  in  ciò  a'  donatisti, 
usavano  ribattezzare  quelli  che  abbrac- 
ciavano l'arianesimo,  il  che  già  rilevai. 
Dopo  il  vescovo,  fu  bandito  con  una  pro- 
porzionata barbarie  tutto  il  clero  di  Car- 
tagine, composto  pure  di  più.  di  5oo  per- 
sone, il  che  ci  dà  un'idea  dello  splendo- 
re di  questa  chiesa  primaziale  dell'Africa 
auche  ne'giorni  di  sua  fiera  persecuzione. 
Tutti  i  vescovi  ariani  sempre  più  diven- 
nero crudeli  persecutori:  percorrevano  le 
città,  lasciando  dovunque  tracce  della  lo- 
ro barbarie,  ed  adoperando  la  violenza 
per  ribattezzare  i  cattolici,  e  facendo  lo- 
ro provare  ogni  sorta  di  mali  trattamen- 
ti, senza  distinzione  né  di  età  ne  di  sesso. 
Gli  apostati  distinguevansi  fra  loro  tutti 
per  la  loro  inumanità  verso  gli  ortodossi.lt 
diaconoMuritta,ch'era  un  venerabile  vec- 
chio, si  segnalò  con  un  istraordiuario  co- 
raggio. Avea  egli  tenuto  a  battesimo  l'a- 
postata Elpidiforo  o  Elpidoforo,  ch'erasi 
mostralo  il  piùardente  de'peisecutori, pri- 
ma della  partenza  de'cattolici  per  l'esilio. 
Allora  Munita  trasse  improvvisamente  i 
paunilini  (cioè  l'abito  bianco  detto  Chri- 
smale}  usato,  uella  ceremonia  del  batte- 
simo, emblema  d' innocenza,  per  cui  si 


VAN  109 

contraeva  l'impegno  di  conservarlo  senza 
macchia),  con  cui  avea  coperto  Elpidifo- 
ro all'  uscir  del  fonte  battesimale,  e  che 
teneva  nascosti  sotto  le  sue  vesti.  Aven- 
doli spiegali  pubblicamente,  disse  all'a- 
postata, ch'era  seduto  come  suo  giudice: 
Eccola  veste  nuziale,  che  ti  accuserà  al 
tribunale  del  supremo  giudice ,  e  che  ti 
farà  irrimediabilmente  precipitare  nel" 
V infiammato  pozzo  di  abisso,  per  tutta 
l'eternità.  Ti  augurerai, sciagurato,  ma 
non  sarà  più  tempo,  ti  augurerai  questo 
sagro  preservativo  di  cui  ti  sei  spoglia* 
to  da  te  stesso  per  vestire  l'abito  dell'i- 
gnominia  e  della  maledizione.  Elpidifo- 
ro impallidì  e  non  ebbe  coraggio  di  ri- 
spondere. Ma  nessuno  oggetto  di  edifica- 
zione fu  più  commovente,  che  1  2  fanciulli 
di  coro,  distinti  fra  gli  altri  per  la  bellezza 
delle  loro  voci,  e  che  seguivano  i  confes- 
sori nell'esilio.  Il  loro  talento  svegliò  qual- 
che dispiacere  negli  animi  degli  ariani,che 
loro  corsero  dietro  a  fine  di  ricondurli. 
Ma  que'generosi fanciulli  non  vollero  ab- 
bandonare i  santi  loro  maestri; si  attacca* 
vano  alle  loro  vesti,  si  lasciavano  percuo- 
tere a  graudi  colpi  di  bastone;  sfidavano 
le  spade  ignude  da  cui  erano  minacciati 
da' chierici  e  da'  vescovi  ariani,  ministri 
ili  sangue  e  di  terrore,  e  che  molto  più 
somigliavano  a'soldati  o  a'caruefici,  che 
a'sacerdoli  del  Signore.  Furono  finalmen- 
te'slacca  ti  per  forza  e  ricondotti  a  Car- 
tagine, ma  non  si  potè  sedurne  uno  solo 
con  tutte  le  carezze  e  i  cattivi  trattamenti 
che  alternativamente  furono  impiegati. 
Lungo  tempo  dopo  la  persecuzione  ,  essi 
formavano  tuttavia  la  consolazione  e  la 
gloria  della  chiesa  dell'  Africa,  soggior- 
nando insieme  a  Cartagine  e  cantaudo  le 
Iodi  di  Dio.  Tutta  la  provincia  venerava 
questi  1 1  confessori,  come  altrettanti  apo- 
stoli. Fra'  vescovi  che  in  questa  persecu- 
zione furono  banditi,  Vigilio  di  Tapso  si 
rese  celebre co'suoi  scritti.  II  timore  d'in- 
asprire i  persecutori,  unito  alia  volontà 
di  dare  un  maggior  corso  e  credito  alle 
sue  opere,  gli  fece  nascondere  il  suo  no- 


no  VAN 

me,  e  prender  quello  de'padri  più  filino- 
si, come  s.  Atanasio  e  s.  Agostino,  il  che 
poteva  benissimo  osare  fra  bai  bari  cosi 
ignoranti  com'erano  i  vandali.  Dice  Rer- 
castel,  gli  viene  perciò  con  ragione  attri- 
buito il  Simbolo  (/"'.)  che  porta  oggi  au- 
rora comunemente  il  nome  di  s.  Atana- 
sio. Sebbene  egli  stesso  avverta  in  molti 
luoghi  de'suoi  scritti,  che  fa  parlare  i  più 
grandi  personaggi  per  dare  un  maggior 
peso  alla  verità;  tutta  volta  questa  pia  fro- 
de non  ha  lasciato  di  produrre  dannosi 
efletti.  Oltre  la  confusione  che  n'è  venu- 
la sull'opere  di  molli  Padri,  sembra  che 
la  medesima  abbia  autorizzalo  i  novato- 
ri a  spargere  le  loro  invenzioni  a  favore 
de'norni  più  rispettabili. Vigilio  recossi  di- 
poi a  Costantinopoli,  ove  trovandosi  in  li- 
bertà scrisse,  senza  tutte  queste  finzioni, 
contro  l'eresia  d'Eutiche,  e  questa  è  la  so- 
la opera  di  tale  vescovo  africano,  la  qua- 
le porta  il  suo  nome.  La  persecuzione  si 
estese  in  Africa  dalcleroal  popolo.  Anche 
prima  che  i  vescovi  fossero  condotti  in 
esilio,  Unnerico  ordinò  in  tutta  l'estensio- 
ne del  suo  dominio  ,  che  non  si  rispar- 
miasse alcuno  di  quelli  i  quali  resistesse- 
ro a'suoi  empi  voleri,  qualunque  fusse  la 
loro  età,  sesso  o  condizione.  Di  questa  in- 
numerabile  moltitudine,  colla  quale  non 
si  osservò  alcuna  forma  giudiziaria,  al- 
cuni furono  impiccati,  altri  consegnati  al- 
le flamine,  infiniti  perirono  sotto  i  colpi 
di  bastone,si  spogliarono  vergognosamen- 
te le  donne,  e  per  preferenza  quelle  di  no- 
bile nascita,  a  fine  di  tormentarle  in  quel- 
la maniera  ch'era  loro  più  sensibile.  Gii 
africani  di  quel  tempo  non  erano  più  or- 
mai quelle  oscene  e  licenziose  persone,  la 
cui  corruttela  faceva  orrore  a'primi  van- 
dali che  li  soggiogarono  ;  i  castighi  ce- 
lesti ne  aveano  fatto  uomini  interamente 
nuovi,  puri  e  perfetti  cristiani.  Dionisia, 
dama  di  cospicua  nobiltà  e  di  rara  bel- 
lezza, a  cui  la  verecondia  era  molto  più 
cara  della  vita,  disse  a'persecutorkFtfte- 
mi  pur  soffrire  tulli  i  tormenti  che.  vor- 
rtlej  la  sola  grazia  che  vi  domando  si 


V  A  N 

è  di  risparmiarmi  la  vergogna  della  mi' 
dita. Tanto  bastò  perchè  fosse  trattata  con 
maggior  indegnità  dell'altre.  L'alzarono 
Sopra  le  loro  teste,  per  darla  in  ispetta- 
colo  ad  ogni  parte.  Ma  Dionisia  arman- 
dosi di  tutta  la  risoluzione  che  può  ispi- 
rar la  buona  coscienza,  disse  a'medesimi: 
Ministri  dell'inferno, ciò  che  fate  per  mia 
confusione,  tosto  che,  lo  soffro  mio  mal- 
grado, non  pub  volgersi  che  in  mia  glo- 
ria. E  senza  fare  attenzione  ne  allo  sta- 
lo in  cui  trovavasi,  ne  a'ruscelli  di  sangue 
che  scorrevano  da  tutte  l'ignude  sue  mem- 
bra, esortò  gli  altri  martiri  a  disprezzare 
i  dolori  a'qualiessa  si  mostrava  insensibi- 
le. Al  giovinetto  figlio  Maiorico,  il  quale 
sembrò  non  meno  spaventato  che  intene- 
rito, gì'  ispirò  lanto  coraggio  co'  suoi  di- 
scorsi e  co*  suoi  esempi,  che  fedelmente 
consumò  il  suo  martirio.  Allora  la  santa  di 
lui  madre,  a  cui  i  persecutori  lasciarono 
una  vita  meno  desiderabile  che  la  morte, 
rese  grazie  a  Dio,  abbracciando  il  corpo 
di  suo  figlio  con  maggior  affetto  che  se 
fosse  slato  vivo,  e  il  sotterrò  in  sua  casa 
a  fine  di  orare  continuamente  sulla  sua 
tomba.  Parecchie  altre  persone,  sì  della 
sua  famiglia  che  straniere,  soffrirono  per 
le  sue  esortazioni  una  morie  accompa- 
gnata da  crudeli  tormenti:  di  questo  uu- 
mero  furono  Dativa  sua  sorella,  e  il  me- 
dico Emilio  suo  parente.  Si  è  conserva- 
ta la  memoria  d'un'  altra  eroina,  Dagila 
moglie  d'un  coppiere  del  re,  e  che  avea 
già  più  volte  confessata  la  fede  sotto  il 
regno  precedente.  Non  era  essa  meno  de- 
licata di  Dionisia,  ciò  non  ostante  dopo 
aver  sofferto  le  flagellazioni  e  le  verghe 
venne  esiliata  in  un  luogo  arido  e  deser- 
to, in  cui  non  poteva  ricevere  da  alcuno 
ne  soccorso  ne  consolazione.  Ma  abban- 
donando essa  per  sì  bella  causa,  figli , ma- 
rito e  quanto  avea  di  più  caro,  fu  solle- 
vata tanto  dalla  fede  al  di  sopra  della  sua 
natura  le  debolezza,che  ricusò  persino  l'of- 
ferta d'essere  trasferita  in  luogo  meno  in- 
comodo. Vittoriano,  governatore  di  Car- 
tagine, l'uomo  di  Africa  il  più  fortunato, 


VAN 
e  che  godeva  In  più  intima  confidenza  del 
re,  sagrificò  alla  sua  religione  tulli  questi 
Vantaggi.  Rispose  a  quelli  che  l'esorta- 
vano per  parte  del  principe  a   farsi  ri- 
battezza re:  Nella  Cìiìcsa  cattolica  io  so- 
no stato  rigenerato  per  la  vita  eterna; 
ma  quando  anche  non  fossi  certo  d'una 
così  magnifica  ricompensa,  come  quel- 
la che  aspetto  dopo  questa  vita,  non  vor- 
rei essere  ingrato  verso  il  Creatore ,  il 
quale  mi  ha  fatto  conoscere  luttociò  che 
dello  alla  sua  infinita  bontà.  Unnerico 
gli  fece  soffrii  e  lunghi  e  rigorosissimi  lor- 
inentij  senza  the  mai  gli  potesse  strappar 
la  minima  parte  di  sua  corona.  Secan- 
te, uomo  di  nobile  condizione,  della  cit- 
tà di  Subuibio ,  dopo  pesantissimi  colpi 
di  bastone  ,  soffrì  mille  raffinamenti   di 
un'inaudita  crudeltà.  Veniva  egli  solle- 
vato col  mezzo  d'alcune  carrucole,  poi  ad 
un  tratto  era  abbandonato  per  farlo  ca- 
dere con  tutto  il  suo  peso  sopra  il  pavi- 
mento;e  perlungo  tempo  si  rinnovò  que- 
st'operazione, ad  imitazione  di  quella  del- 
l'arte. Siccome  tuttora  egli  respirava,  fu 
strascinalo  per  vie  scabre,  e  straziato  fin- 
thè  vi  lasciò  la  vita  con  pietre  taglienti, 
dimodoché  la  pelle  orribilmente  pentle- 
vagli  da'fianchi  e  dal  ventre.  A  Tambai- 
de,  due  fratelli  pregarono  i  carnefici  a 
tormentarli  insieme.  Furono  essi  sospesi 
in  alto  per  tutta  una  giornata,  con  gros- 
se pietre  a'  piedi.  Uno  de' due  domandò 
riposo,  ma  l'ai  irò  gridò:  Begli  dunque 
questo,  fra  tei  mio,  il  giuramento  die  me- 
co hai  fatto  a  Gesù  Cristo?  Sì,  io  sarò 
testimonio  contro  te.  stesso  ,  e  fra  pochi 
momenti  li  denunzierb  al  formidabile 
tribunale.  Queste  parole  gli  resero  il  pri- 
mo coraggio;  e  i  carnefici  tornarono  con 
nuova  rabbia  a  tormentarli  ambedue.Fu- 
rono  per  lungo  tempo  applicale  le  lami- 
ne ardenti,  e  le  loro  membra  ad  uno  ad 
uno  lacerarono  con  unghie  di  ferro.  Ma 
un  momento  dopo  più  non  appariva  su' 
loro  corpi  alcuna  traccia  delle  torture.  Fi- 
nalmente i  carnefici  stanchi,  li  cacciaro- 
no diceudo:  A  che  giova n  eglino  i  «o- 


V  AN  ut 

stri  sforzi?  Ognuno,  ben  lungi  dal  con- 
vertirsi alla  nostra  religione,  invidia  la 
sordidi coloro  che  V insulta no.  Nella  Ma  u- 
ritiana  Cesariana  lo  zelo  della  vera  fe<le 
fu  così  generale,  che  quasi  lutti  gli  abi- 
tanti di  Tipaso  passarono  nella  Spagna, e 
si  esiliarono  volontariamente,  piultosto- 
chè  rimanere  in  una  chiesa,  in  cui  gli  a- 
riani  aveano  recentemente  stabilito  uno 
de'loro  vescovi.  I  pochi  che  rimasero,  at- 
tesa l'impossibilità  d'imbarcarsi,  resistet- 
tero generosamente  ad  ogni  mezzo  di  se- 
duzione. Perciò  il  re  spedì  colà  un  coli- 
le ,  con  ordine  che  a  tulli  fo>se  tagliata 
la  lingua  e  la  mano  destra.  Ma  sebbene 
fosse  loro  slata  troncata  la  lingua  fino 
alla  radice,  pur  luttavolta  continuarono 
a  parlare;  e  resero  alla  virtù  dell'Altis- 
simo una  testimonianza  tanto  più  glorio- 
sa ,  quautochè  questa  nulla  doveva  alla 
natura.  Parecchi  di   questi   meravigliosi 
confessori  si  ritirarono  a  Costantinopoli, 
ove  ricevettero  l'accoglienza  che  merita- 
vano. Gli  altri  si  sparsero  in  diverse  pro- 
vincie,  portando  per  tulio  questa  prova 
permanente  dell'  onnipotenza  divina  di 
Gesù  Cristo,  dimodoché  mai  non  vi  fu 
prodigio  meglio  a  vverato. Dice  va  nel  tem- 
po stesso  dell'avvenimento  lo  storico  Vit- 
tore vescovo  di  Vita:  Se  alcuno  avesse 
difficoltà  di  crederlo,  vada  costui  alla 
nuova  Roma ,  ove  udirà  Reparalo  sud- 
diacono parlare  in  una  maniera  facile 
e  perfettamente  articolato ,  sebbene  gli 
sia  slata  strappala  la  lingua.  Ed  il  fi- 
losofo platonico  Enea  di  Gaza,  che  vive- 
va in  Costantinopoli,  soggiunge:  Fa  di 
mestieri  piuttosto  stupirsi,  che  Repara- 
to e  molli  altri  che  ho  conosciuti,  viva- 
no tuttavia  dopo  una  sì  barbara  esecu- 
zione, perche  continuano  a  parlare.  Lo 
storico  Procopio  e  il  conte  Marcellino  at- 
testano il  medesimo  fatto,  come  testimo- 
ni oculari:  il  i .°  aggiunge,  che  due  di  es- 
si essendo  caduti  in  un  peccalo  d'impuri- 
tà, perdettero  all'istante  T  uso  della  pa- 
rola,  di  che  aveano  fino  allora  goduto. 
Giustiniano  I,  in  una  costituzione  impe- 


112  VAN 

riale,  spedila  nell'Africa,  testifica  d'aver 
-veduto  le  stesse  meraviglie  in  alcuno  di 
questi  confessori,  che  ancora  viveano  al 
suo  tempo.  Sopra  tale  miracolo  porten- 
toso fu  pubblicato  nel  17 66  in  Parigi  ed  a 
Villafranca  di  Rovergue  il  libro:  LaRe- 
ligione  cristiana  provata  da  un  solfat- 
to. Sette  monaci  del  territorio  di  Capso 
soffrirono  in  una  maniera  che  non  è  qua- 
si meno  degna  di  osservazione.  Veniva  re- 
putato come  un  gran  trionfo  nella  setta 
ariana  il  guadagnare  ad  essa  de'  monaci; 
perciò  questi  furono  fatti  venire  a  Carta- 
gine, e  tentati  con  lusinghe  d'ogni  manie- 
ra, fino  ad  assicurarli  deli. "grado  di  fa- 
vore presso  il  monarca.  Ma  eglino  si  mo- 
strarono inflessibili  ,  e  tutte  le  carezze  si 
cambiarono  in  furore.  Dopo  d'  aver  ad 
essi  fatto  soffrire  lunghe  e  fin  allora  inau- 
dite torture  ,  Unnerico  fece  riempire  di 
legna  secche  un  vascello,  a  cui  furono  at- 
taccati i  martiri  con  ordine  di  condurli  in 
ulto  mare,  e  di  mettere  quindi  il  fuoco 
alla  nave.  Tutto  venne  esattamente  ese- 
guito; ma  il  fuoco  si  estinse  subito,  e  per 
quanti  sforzi  si  facessero,  non  potè  mai 
più  liaccendersi.  Il  re  confuso,  ordinò  che 
fosse  loro  spezzata  la  testa  a  colpi  di  re- 
mi, eche  i  loro  corpi  venissero  gettati  nel- 
l'onde, le  quali  nel  punto  stesso,  e  con- 
tro l'ordinario  corso,  li  recarono  sulla  ri- 
va. 11  popolo  li  portò  rispettosamente  al- 
la città,  cantando  inni,  poi  decretò  loro 
onorevole  sepoltura.  Egli  è  impossibile  il 
descrivere  tulli  i  generi  di  tormenti,  e  il 
numerare  tutti  i  martiri  e  i  confessori  del- 
la persecuzione  vandalica  d' Unnerico. 
Trovavansi  vestigia  della  sua  crudeltà  an- 
che lungo  tempo  dopo  tutte  l'esecuzioni. 
In  ogni  parte  incontravansi  persone  che 
aveano  tagliate  le  orecchie  o  il  naso,  o  a 
cui  erano  stali  strappati  gli  occhi;  altri  se 
ne  vedevano  senza  piedi  e  senza  mani  ;  e 
in  molto  maggior  numero  erano  quelli 
che  aveano  tutto  il  corpo  contraffatto,  le 
spalle  slogate  in  una  maniera  mostruosa, 
e  più  alte  della  testa;  il  che  derivava  da 
un  barbaro  giuoco,  nel  quale  sembra  che 


VAN 
abbiano  trovato  molta  compiacenza  rjue' 
nemici  insultatori  dell'  umanità.  Sospen- 
devano essi  i  confessori  a  corde  attacca- 
te alla  cima  delle  case,  e  si  divertivano  a 
spingerli  in  aria,  e  talvolta  ancora  contro 
le  muraglie,  in  cui  si  spezzavano  la  testa  e 
le  membra.  Nessuno  era  risparmiato,  al- 
lorché professava  la  vera  fede,  fosse  pure 
romano,  africano  o  vandalo.  Il  più  lieve 
pericolo  che  si  corresse  era  l'esilio,  pene 
pecuniarie  eccessive,  con  incapacità  di  fa- 
re o  di  ricevere  alcuna  donazione,  colla 
privazione  delle  cariche  anco  per  gli  ufli- 
ziali  della  casa  del  re,  e  pe'grandi  anche 
più  ragguardevoli  della  nazione.  Fu  pe- 
rò veramente  cosa  mirabile  il  vedere,  che 
mentre  Unnerico  f>ceva  ogni  sforzo  per 
corrompere  i  cattolici  e  tirarli  alla  sua 
empia  setta,  molti  di  quegli  stessi  vanda- 
li, abbiurato  l'arianesimo,  abbracciarono 
e  costantemente  professarono  la  fede  cat- 
tolica, fino  a  soffrire  con  generosa  intre- 
pidezza i  più  crudeli  tormenti.  Imperoc- 
ché avendo  s.  Giovanui  Evangelista  ve- 
duto un'immensa  turba  di  confessori  e 
di  martiri,  composta  di  tutte  le  nazioni, 
che  sono  sotto  il  cielo,  era  ben  conve- 
niente, dice  Vittore  di  Vita,  che  anco  la 
nazione  de'vandali  non  fosse  esclusa  dal 
mietere  palme  e  corone  per  la  confessio- 
ne della  fede.  Invano  Papa  s.  Felice  III 
scritte  all'  imperatore  Zenone  per  inte- 
ressarlo alla  deplorabile  sorte  degl'  infe- 
lici fedeli  dell'Africa,  con  pregare  Unne- 
rico a  non  più  incrudelire  contro  la  Chie- 
sa africana.  Zenone  mosso  dalle  caldei- 
stanze  dell'afflitto  Pontefice,  mandò  in 
ambasceria  Vrano  in  Africa  al  feroce  van- 
dalo, onde  tentasse  di  mitigarne  la  cru- 
deltà. Il  tiranno  per  insultare  nel  tempo 
stesso  1'  impero  e  la  religioue  cattolica, 
fece  circondare  di  carnefici  le  strade  per 
cui  l'ambasciatore  doveva  passare  ;  non 
che  lunghesso  tali  vie  fece  alzare  patibo 
li,  palchi,  eculei  e  con  vittime;  spettacolo 
orribile  per  togliere  a  Vrano  e  a  chi  l  in- 
viava ogni  speranza  di  calmare  il  suo  o- 
dio  terribile  ed  implacabile.  Ma  iu  man- 


V  A  N 

canza  e  per  l'impotenza  de'principi  della 
terra,  il  cielo  vendicò  l'ingiurie  de' suoi 
servi.  Una  lunga  e  ardente  aridità,  segui- 
ta dalla  fame,  quindi  dalla  peste,  desolò 
tutte  le  contrade  dell'Africa  che  ubbidi- 
vano a  Unnerico.  Finalmente  questo  mo- 
stro che  avea  perseguitato  la  Chiesa  con 
tanta  crudeltà,  l'i  i  dicembre  4^4  m'se" 
ramen te  mori  d'una  malattia  di  corruzio- 
ne: il  suo  corpo  era  pieno  di  vermi,  un 
bulicame  di  essi,da'quali  essendo  vivo  di- 
vorato cadeva  a  brani,  e  per  gli  orribi- 
li dolori  che  soffrì  ,  si  lacerò  la  lingua  e 
gli  altri  membri  co'denti.  Secondo  la  cro- 
naca di  s.  Isidoro,  egli  vomitò  le  sue  vi- 
scere come  l'eresiarca  Ario.  Non  ebbe  nep- 
pure la  consolazione  di  lasciare  il  trono  a 
suo  figlio  llderico,  nato  da  Eudossia,  seb- 
bene a  questo  fine  avesse  sparso  tanto 
sangue  illustre.Dappoichè  suopadreGen- 
serico,  nella  vista  di  dare  al  suo  popolo  i 
principi  i  più  saggi,  avea  stabilito  che  si 
porrebbe  dopo  di  lui  sul  trono  quello  de' 
suoi  discendenti  che  fosse  il  più  provetto 
di  età,  senz'  alcun  riguardo  alla  linea  di 
primogenitura,  e  ciò  a  perpetuità  Con 
questa  falsa  politica  egli  riempì  la  sua  ca- 
sa d'assassini.  Unnerico  per  far  cadere  la 
corona  sopra  suo  figlio  lldicat,  nato  dal- 
la r  .a  moglie  e  sceso  innanzi  lui  nella  tom- 
ba, fece  trucidare  i  suoi  fratelli  e  i  loro  figli 
maschie  pare  che  il  nipote  che  gli  successe 
si  fosse  salvato  colla  fuga.  Ebbe  pure  due 
altri  figli,  Oamero  ed  Evagele  o  Evage. 
Unnerico  disprezzato  dagli  stranieri, dete- 
stato da'sudditi,  lasciò  il  suo  regno  in  ta- 
le stato  di  rifinimento  che  i  suoi  succes- 
sori non  poterono  rialzarlo.  Egli  pro- 
curò di  tenersi  amico  l'imperatore  d'o- 
riente quando  eragli  utile,  e  cedette  per 
un  canone  annuo  la  Sicilia  ad  Odoacre 
re  degli  Ertili  (/^.),  il  quale  alla  sua  vol- 
ta eslinse  l'impero  d'  Occidente,  ed  eres- 
se l'Italia  in  regno  al  momento  che  cessò 
di  farne  parte.  Procopio  rappresenta  i  van- 
dali come  un  popolo  il  quale  dopo  la  mor- 
te di  Genserico  s'era  abbandonato  a  tut- 
te le  mollezze  e  le  voluttà.  Essi  perduta 
voi.  Lixivirt. 


V  A  N  n3 

la  ferina  fortezza,  colla  quale  aveano  do- 
mato l'impero  d'occidente,  passavano  l'in- 
tere giornate  immersi  in  bagni  profumati 
ovvero  al  teatro:  i  loro  vestiti  Èrano  tes- 
suti d'oro  e  di  seta;  alle  loro  mense  spie- 
gavano il  lusso  più  ricercato;  essi  avevano 
in  città  ed  in  campagna  magnifiche  abi- 
tazioni e  deliziosi  giardini.  Gli  spettacoli 
ed  i  tornei  formavano  la  loro  più  seria 
occupazione,  e  la  caccia  l'unico  loro  tra- 
vaglio. Essi  godevano  nella  maggior  sicu- 
rezza de'loro  conquisti,  e  trascuravano  per 
conseguenza  l'arte  militare,ùon  giudican- 
do d'aver  nulla  in  seguito  a  temere  da- 
gl'imperatori d'oriente,  ma  s'ingannaro- 
no. Con  valicare  nell'Africa,  i  vandali  a- 
veano  a  poco  a  poco  perduto  quelle  pre- 
rogative che  narra  Salviano  di  Marsiglia, 
solo  perseverando  nell'ariana  empietà. 

Gunthamond  o  Gontamondo,  figlio 
di  Genthon,  come  più  maturo  è  perciò 
più  atto  a  portare  il  peso  della  corona, 
subito  successe  al  malvagio  sito  zio.  Ben- 
ché ariano,  nel  4$5  richiamò  i  vescovi 
esiliati,  in  uno  a  s.  Eugenio  in  Cartagine, 
e  da  lui  pregato  fece  riaprire  le  chiese 
de'  cattolici  ;  permise  pure  a  tutti  i  preti 
di  ritornare  dal  luogo  del  loro  esilio.  Così 
le  desolate  chiese  d'Africa  goderono  un 
poco  di  pace  e  di  respiro.  11  capo  della 
Chiesa  universale  s.  Felice  IH,  volendo 
guarire  le  piaghe  di  quella  dell'Africa, 
con  salutare  rigore  modificato  dalla  dol- 
cezza, tenne  a  quest'effetto  in  Roma  uà 
concilio  nel  marzo  487,  per  la  riconci- 
liazione di  quelli  eh'  erano  caduti  nella 
breve  ma  tra  le  più  crudeli  persecuzioni. 
Vi  si  trovarono  /\o  vescovi  italiani,  e  76 
preti  ammessi  per  una  speciale  conces- 
sione alle  funzioni  di  giudici.  Malgrado 
il  grande  numero  de'cattolici,  i  quali  sof- 
frirono con  tanta  splendida  edificazione 
e  mirabile  costanza,  ve  n'era  tuttavolta 
parecchi  anche  fra'  preti  e  vescovi,  r  qua- 
li si  erano  lasciati  ribattezzare.  Per  la  ri- 
parazione de'  loro  falli,  dal  concilio  veri- 
nero  loro  imposte  le  seguenti  regole  pe- 
nitenziali. »  1  vescovi,  i  preti  e  i  diaconi 


Iwiemaflfc,  rat. 


,,4  VAN 

sa  ranno  penitenti  per  tutta  la  loro  vita, 
e  soltanto  alla  morte  riceveranno  la  co- 
munione laica.  Gli  altri  fedeli,  chierici 
inferiori,  religiosi  o  secolari,  faranno, giu- 
sta i  canoni  di  Nicea,  12  anni  di  peniten- 
za ;  ma  se  prima  di  questo  termine  si  tro- 
vano in  pericolo  di  morte,  non  lasceran- 
no di  ricevere  l'assoluzione.  GÌ'  impuberi 
saranno  per  qualche  tempo  tenuti  sotto 
la  imposizione  delle  mani,  vale  a  dire 
nell'umiliazione  della  penitenza:  dopo  di 
che  verrà  loro  resa  la  comunione,  per  ti* 
more  che  la  fragile  loro  età  li  faccia  ca- 
dere in  nuove  colpe,  nel  corso  di  un  trop- 
po lungo  esperimento.  Se  ricevessero  però 
troppo  presto  l'assoluzione,  nella  circo- 
stanza per  esempio  d'una  pericolosa  ma- 
lattia; se  dopo  ricupereranno  la  salute, 
non  comunicheranno  co'  fedeli  che  nella 
preghiera,  finche  non  sia  spirato  il  tempo 
prescritto  in  i.°  luogo  alla  loro  peniten- 
za. 1  chierici  inferiori  o  i  laici  ribattez- 
zati per  la  forza  de' tormenti,  non  faran- 
no che  3  anni  di  penitenza  ;  ma  nessuno 
di  essi  verrà  ammesso  al  ministero  eccle- 
siastico, come  nettampoco  generalmente 
quelli  che  saranno  stati  battezzali  fuori 
della  Chiesa."  11  che  però  deve  intender- 
si di  que'casi,  in  cui  la  forza  non  escluda 
qualunque  grado  di  volontà,  e  ne'quali 
siavi  sempre  qualche  libertà  nella  colpa. 
Tali  sono  i  principali  regolamenti  del  si- 
nodo romano,  il  quale  soggiunse,  che  pei 
casi  straordinari,  non  preveduti,  si  avrà 
cura  di  consultare  la  s.  Sede.  I  mori  sotto 
il  regno  d'Unnerico  s'  erano  impadroniti 
di  Monte  Aurase  nella  Numidia.  Gonta- 
mondo  si  accinse  a  discacciameli,  ma  con 
sì  poco  successo  ch'essi  si  resero  padroni 
di  tutta  la  costa  d'Africa  da  Cadice  sino 
a  Cesarea.  Qualche  persecuzione  soffri  la 
Chiesa  africana  sotto  di  lui, poiché  la  trovo 
registrata  nel  4g4  come  'a  2°-' tra  'e  per- 
secuzioni principali.  Questo  re  morì  a'2 1 
settembre  4<)6-  Gli  successe  il  fratello 
Trasamondo  o  Trasimondo.  Egli  faceva 
sperare  un  regno  dolce  e  felice  :  ben  fat- 
to della  persona,  generoso  e  di  spirito,  a- 


VAN 
mava  le  lettere.  Da  principio  per  indur- 
rei cattolici  nell'apostasia  per  abbraccia- 
re l'arianesimo,  non  adoperò  che  la  se- 
duzione delle  ricompense,  e  l'esca  degli 
onori  e  delle  grazie;  ma  scorgendo  il  poco 
successo  de' suoi  artifizi,  divenne  furi- 
bondo e  non  mise  altro  in  opera  che  i  ri- 
gori ed  i  supplizi.  Cominciò  la  4-*  per- 
secuzione vandalica,  21/  tra  le  princi- 
pali, nel  5>o4,  e  durò  quanto  la  domina- 
zione di  Trasamondo,  per  lo  spazio  di 
circa  27  anni.  Avea  simulalo  con  frode 
sovente  moderazione,  parve  talora  pro- 
teggere la  buona  causa,  ma  in  altre  oc- 
casioni usò  di  tutto  il  suo  potere  per  op- 
primerla. Questi  cambiamenti  dieronoa 
conoscere  lui  non  essere  sincero  nella  sua 
condottagli  che  egli  non  meritossi  di  giun- 
gere al  conoscimento  della  verità.  Per- 
seguitò anzi  quelli  che  la  difendevano,  e 
fece  da' suoi  giudici  condannare  s.  Eu- 
genio, Longino  e  Vindemiale  vescovo  di 
Capsa  a  perdere  la  testa.  Vindemiale 
morì  sotto  la  spada  ;  s.  Eugenio  fu  con- 
dotto al  luogo  del  supplizio,  e  sempre 
protestò  che  amava  meglio  perder  la  vita 
che  abbandonar  la  fede  della  Chiesa  ;  fu 
poi  ricondotto  a  Cartagine,  donde  venne 
mandalo  in  bando  a  Liuguadoca,ove  do- 
minavano gli  ariani  visigoti,  ed  ivi  morì 
santamente.  Trasamondo  rilegò  in  Sar- 
degna e  in  altre  parti  ben  225  vescovi, 
tra' quali  S.Fulgenzio  vescovo  di  Uuspa, 
celebre  per  la  sua  dottrina  e  pietà  ;  fece 
nuovamente  chiudere  le  chiese  de'  cat- 
tolici, affinchè  non  vi  celebrassero  i  di- 
vini misteri,  vessandoli  in  ogni  maniera; 
e  finalmente  sparse  il  sangue  di  molti  sì 
ecclesiastici  e  sì  laici,  sì  uomini  che  don- 
ne. Si  legge  nella  vita  di  Papa  s.  Sim- 
maco, che  ogni  anno  mandava  aJvescovi 
africani  esuli  denaro  e  le  necessarie  ve- 
sti, consolandoli  con  affettuosa  lettera. 
Benché  per  mancanza  di  chi  registrasse 
in  particolare  il  loro  glorioso  nome  e  ne 
descrivesse  i  trionfi,  tranne  alcuni  pochi, 
sia  ignoto  il  numero,  il  merito  e  la  qua- 
lità de'  loro  patimenti,  essi  però  sono  noti 


VAN 
o  quel  Dio  che  gli  ha  confortati  colla  sua 
grazia  e  gli  ha  coronati  con  una  gloria  im- 
mollale nel  cielo.  Il  matrimonio  di  Tra- 
samondo  con  Amalfrida  o  Amalfredda 
sorella  di  Teodorico  il  Grande,  lo  rese 
padrone  di  Lilibeo  nella  Sicilia.  Egli  vis- 
se in  pace  coli' impero  e  morì  nel  mag- 
gio 52  3  dal  dolore  che  gli  cagionò  una 
grau  sconfìtta  della  sua  armata  vinta  dai 
mori  di  Tripoli,  e  benché  questi  iu  mi- 
nore numero  de' vandali,  del  cui  numero 
immenso  pochi  tornarono  alle  proprie 
case.  Allorché  Cabaoue  governatore  o 
prefetto  di  Tripoli  seppe  che  i  vandali 
P  andavano  ad  assalire,  come  valoroso  e 
sagace,  comandò  a'  mori  di  astenersi  da 
ogni  ingiustizia,  da' lauti  cibi  e  da' pia- 
ceri sensuali.  Inoltre  ordinò,  che  se  i  van- 
dali avessero  profanato  le  chiese,  dopo  la 
loro  partenza  si  onorassero  in  ogni  guisa; 
imperocché,  diss'egli,  se  sarà  il  Dio  de'cri- 
stiani,quale  si  descrive,  ogni  ragione  vuo- 
le che  castighi  gP  iniqui  die  l'offendono 
e  aiuti  quelli  che  lo  servono.  In  fatti  gli 
empi  ariani  contaminarono  e  oltraggia- 
rono in  varie  guise  le  chiese  che  i  catto- 
lici avevano  nelle  ville,  e  ne  maltratta- 
rono i  ministri;  indi  partiti,  que'di  Ca- 
baoue le  nettarono  dall' immondezze, 
vi  fecero  grati  profumi,  ne  venerarono 
i  sacerdoti  e  dierono  limosine  a' poveri. 
Dio  li  rimunerò:  schierato  l'esercito  con- 
tro i  vandali ,  Cabaone  lo  sconfisse  con 
grandissima  uccisione.  A'24  maS8'°  ^23 
successe  al  cugino  Trasamondo  il  re  II- 
derico  figlio  d'  Unnerico  e  di  Eudossia  in 
età  avanzata,  che  dopo  la  morte  del  pa- 
dre erasi  rifugiato  a  Costantinopoli  e  vi 
era  lunga  mei»  te  rimasto.  Prima  di  mo- 
rire Trasamondo  si  fece  promettere  con 
giuramento  da  Uderico,  che  stando  in 
trono  non  avrebbe  riaperto  le  chiese  dei 
cattolici,  né  richiamato  i  vescovi  dall'e- 
silio, e  né  restituito  loro  i  privilegi.  II- 
derico  per  non  violare  il  giuramento  e- 
storto  da  lui,  prima  d'assumere  l'ammi- 
nistrazione del  regno,  onde  eluderlo,  im- 
mediatamente fece  cessare  la  persecuzio- 


VAN  n5 

ne  contro  i  cattolici  e  richiamò  i  loro  ve- 
scovi, per  cui  tosto  i  cattolici  di  Carta- 
gine elessero  a  vescovo  Bonifacio.  Tor- 
nati dalla  Sardegna  in  Africa  i  vescovi, 
furono  ricevuti  con  onorevoli  incontri  di 
lumi  e  rami  d'alberi  in  mano  da'popoli 
giubilanti.  Nondimeno  la  pace  non  fu  per- 
fettamente resa  alla  Chiesa  africana,  che 
dopo  il  conquisto  di  Belisario.  Uderico 
mancava  di  valore,  qualità  che  brillava 
fortunatamente  in  suo  fratello  Oamero, 
che  rese  segnalati  i  principii  di  questo  re- 
gno, nel  comandare  le  armate  contro  i 
mori,  e  riportò  delle  vittorie  che  gli  me- 
ritarono il  titolo  di  Achille  dei  Vandali  ; 
ma  dopo  tali  insigni  trionfi,  restò  compi- 
tamente battuto  e  quasi  tutta  la  sua  ar- 
mata peri  nell'azione.Questa  sconfitta  ec- 
citò gravi  mormorazioni  tra' vandali,  fo- 
mentate dagl'irritati  ariani, che  spargeva- 
no essere  Uderico  ligio  alla  corte  di  Co- 
stantinopoli. In  breve,  l'apparenze  d'una 
guerra  co' goti  d' Italia,  cui  Uderico  avea 
offesi  privando  della  libertà,  sotto  colore 
di  cospirazione,  ed  Amalfrida  vedova  di 
Trasamondo  e  sorella  del  grande  Teo- 
dorico, porsero  a  Geli  mero,  figlio  di  Gè- 
laride,  nipote  di  Gentone  nato  da  Gen- 
serico, l'occasione  di  far  palesi  gli  ambi- 
ziosi progetti  cui  covava  da  lungo  tem- 
po. Giovandosi  del  malcontento  de' van- 
dali per  impadronirsi  del  trono  di  cui  era 
erede  presuntivo,  sedotti  mercè  false  in- 
sinuazioni i  principali  tramandali,  s'im- 
padronì della  persona  d' Uderico,  e  dei 
suoi  fratelli  Oamero  ed  Evage,  e  li  tenne 
in  prigione  ;  fatti  quindi  trucidare  gli  uf- 
fiziali  più  affezionati  al  loro  legittimo 
principe,  allora  non  trovò  più  ostacoli  al- 
le sue  mire.  In  questa  guisa  venne  detro- 
nizzato Uderico  nell'agosto  53o,  e  Geli- 
mero  più  prode  e  risoluto  di  lui  si  pose 
in  possesso  della  monarchia  de' vandali 
nell'Africa,  de'quali  fu  l'ultimo  re.  L'im- 
peratore d'oriente  Giustiniano  I  intesa 
la  disgrazia  d'Ilderico,  di  cui  era  amico, 
fece  la  pace  co' persiani  per  rivolgere  le 
sue  armi  eoo  altra  guerra  punica  contro 


ii6  VAN 

l'Africa,  lo  quale  da  Cartagine  in  fuori 
Irò  va  vasi  senza  fortezze  e  mura,  per  a- 
verle  smantellate  i  vandali,  acciocché  gli 
africani  non  si  ribellassero,  e  perciò  non 
I  io  te  va  nsi  a  lungo  difendere»  Prima  di 
lutto,  Giustiniano  I  mandò  a  Gelimelo 
dell'ambascerie  e  lettere  perchè  liberasse 
llderico,  ma  invano.  Allora  l' imperatore 
incaricò  Belisario  delia  guerra  d'Africa, 
il  quale  la  trasse  a  termine  in  capo  a  due 
anni  col  conquisto  di  lutto  il  paese  ch'era 
sotto  il  dominio  de'  vandali  sì  in  Africa 
che  in  Sicilia^  in  Sardegna^  in  Corsica 
e  sulle  spiagge  d' Italia.  Gelimelo  non 
seppe  valersi  della  sua  flotta,  d' assai  su- 
periore alla  nemica  per  numero  e  capa- 
cità di  manovre,  e  lasciò  che  Belisario 
sbarcasse  a' lidi  africani  senza  impedi- 
mento, forse  sprezzando  il  pericolo,  per- 
chè poteva  contare  su  i5o,ooo  armati, 
sebbene  molti  parteggiavano  per  llderico. 
Avanzatosi  Belisario  nel  paese  dell'A- 
frica, si  mostrò  tanto  giusto,  che  gli  a- 
fricani  trattarono  i  romani  dell'esercito 
come  amici  .somministrando  loro  sponta- 
neamente le  vettovaglie  a  conveniente 
prezzo,  per  riguardarlo  come  loro  libe- 
ratore, e  molto  di  più  il  clero  cattolico. 
I  suoi  capitani  vinsero  due  volte  i  van- 
dali, per  cui  Gelimero  fece  uccidere  il  re 
llderico  co' suoi  compagni.  Arrivata  l'ar- 
mala imperiale  alla  vista  di  Cartagine 
a'i5  settembre  534,  vigilia  di  s.  Cipria- 
no già  glorioso  vescovo  della  medesima, 
piena  di  fiducia  attaccò  i  vandali,  e  li 
cacciò  da  Decimo,  ov'era  il  tempio  dei 
santo  col  suo  sepolcro,  il  quale  purifica- 
rono e  ornarono,  celebrandovi  la  festa 
con  grandissima  quiete  e  solennità.  In 
tal  guisa  celebrarono  il  trionfo  avanti  la 
finale  vittoria  ,  la  quale  con  manifesto 
divino  aiuto  ottennero  gl'imperiali  co- 
mandati dal  general  Pbaras  croio  d'or- 
dine di  Belisario.  Ammatas  fratello  di 
Gelimero,  recatosi  a  Decimo,  si  affrontò 
eon  Giovanni  prefetto  del  pretorio,  con- 
dottiero d' una  parte  dell'esercito  ;  restò 
morto  Dei  combattimento,  e  l'esercito 


VAI* 
vandalo  sconfitto  e  disperso.  Gelimero 
che  si  lusingava  tenere  in  pugno  la  vit- 
toria, impaurito  per  la  morte  del  fratel- 
lo, abbandonò  l'impresa  di  combattere 
gì'  imperiali,  ai  quali  così  die  tempo  di 
riunire  le  loro  forze  e  piombare  sui  van- 
dali. Gelimero  datosi  alla  fuga,  i  cartagi- 
nesi sdegnati  della  morte  d' llderico  apri- 
rono le  porle  della  città  a  Belisario,  ac- 
cesero per  ogni  parte  lumi  e  tutta  la  not- 
te fuochi  di  gioia,  rifugiandosi  i  vandali 
restativi  nelle  chiese  per  salvar  la  vita.  Il 
valoroso  e  lutulentissimo  Belisario  non 
permise  che  l'esercito  vi  entrasse  quella 
notte,  per  non  dare  occasione  a'soldati  di 
saccheggiarla  e  distruggerla.  Indi  Geli- 
mero,  insieme  col  fratello  Zanzone  che 
avea  richiamato  dalla  Sardegna, fece  ogni 
preparativo  per  assediare  Cartagine.  Ma 
uscitogli  incontro  Belisario  coll'esercilo, 
lo  guerreggiò  e  vinse,  nella  battaglia  di 
Tricameron:  Zanzone  vi  restò  morto,  e 
Gelimero  fuggì  nell'alto  e  aspro  monte  di 
Papua  nella  Numidia,  mentre  altri  van- 
dali si  rifugiarono  nella  montagna  d'A- 
brida  nella  Mauritiana  e  vi  presero  stan- 
za. Assediato  Gelimero  da  Pharas  ,  spe- 
dito da  Belisario,  dopo  3  mesi  vinto  dalla 
fame  e  da'  disagi  si  arrese,  e  fu  poi  con  - 
dotto  a  Belisario  in  Cartagine,  il  quale  lo 
condusse  prigione  a  Costantinopoli,  ter- 
minando il  regno  e  la  dominazione  dei 
vandali  nell'  Africa.  Belisario  s'ingegnò 
di  frenare  i  suoi  soldati  vincitori,  rispar- 
miò d' inveire  sui  vinti,  protesse  i  vandali 
ricovratisi  nelle  chiese,  e  poi  li  sparse  ove 
non  potevano  far  danno. Rice  vette  la  som- 
missione delle  reliquie  de' vandali,  e  dei 
capi  delle  provihcie  che  loro  aveano  ub- 
bidito sia  in  Africa  e  sia  nell'isole  del  Me- 
diterraneo. Gli  stessi  principi  mauritaui 
si  recarono  a  fargli  omaggio,  e  de'loro  do- 
mimi riceverono  l' investitura  imperia- 
le a  mezzo  d'uno  scettro,  d'una  tocca  o 
drappo  ornato  di  lamine  d' argento,  o  di 
uu  mantello  bianco  o  d'una  breva  tunica 
di  più  colori  e  alcuni  nastri  a  oro.  Così  nel 
533  e  nel  534  ebbe  fine  ia  potenza  dei 


VAN 
vandali  in  quella  regione,  che  avea  dura- 
to io5anni.  Si  calcola,  che  negli  ultimi 
due  auui  della  guerra  sieno  periti  oltre 
cinque  milioni  d'uomini  ;  e  dice  Proco- 
pio, che  allora  l'  Africa  si  fece  talmente 
deserta  che  potevasi  viaggiare  per  intere 
giornate  senza  incontrarvi  un  solo  viven- 
te. Quel  testimonio  di  veduta  stupisca 
come  cinquemila  forestieri,  quanti  erano 
i  soldati  a  cavallo  che  seguirono  Belisario 
(altri  dicono  in  tutti  i5,ooo  uomini, fra* 
quali  eranvi  eruli,  unni,  traci  e isauri,  ol- 
tre 20,000  di  mare  per  la  flotta), distrug- 
gessero in  sì  breve  spazio  di  tempo,  e  con 
tanta  agevolezza  riducessero  al  niente  il 
regno  vandalico  di  Cartagine,  che  in  ric- 
chezze e  in  forze  militari  grandemente 
fioriva.  Tutto  però  avvenne  per  divina 
disposizione,  avendosi  Giustiniano  I  con 
molte  opere  pie  reso  favorevole  Iddio. 
Belisario  richiamato  a  Costantinopoli,  la- 
sciato l'eunuco  Salomone  duce  dell'eser- 
cito per  combatterei  mori  ribelli;  partito 
dall'Africa  e  giunto  in  Costantinopoli, 
Giustiniano  I  volle  onorare  il  gran  capi- 
tano con  nobilissimo  trionfo  descritto  da 
Procopio  con  queste  parole.  »  Belisario 
andò  per  mezzo  della  città  trionfante,  fa- 
cendo mostra  delle  spoglie  e  de'trofei,  e 
conducendo  avanti  gli  schiavi,  ma  non  a 
foggia  degli  antichi  ;  perocché  egli  par- 
titosi di  casa  sua,  andò  a  piedi  all'  Ippo- 
dromo, e  quindi  al  luogo  ov'era  la  sede 
dell'imperatore.  Le  spoglie  erano  tutte 
le  cose  che  avea  no  servito  per  uso  del 
preso  re,  cioè  a  dire  troni  d'oro,  lettighe 
nelle  quali  soleva  andare  la  moglie  del 
re,  adornate  di  gemme  e  con  vari  e  bel- 
lissimi lavori  ;  le  tazze  d'oro  e  l'altre  cose 
che  si  adoperavano  nella  real  mensa; 
moltissimi  talenti  d'argento,  e  tutta  la 
suppellettile  pur  reale,  ch'era  preziosis- 
sima e  mirabile,  avendola  Genserico  già 
levata  dal  palazzo  di  Roma  ;  nella  quale 
erano  molte  cose  nobili  de' giudei,  che 
Tito  recò  da  Gerusalemme  (cioè  i  vasi 
d'oro  e  d'argento  di  quel  tempio,  sino  al- 
lora con  diligenza  conservati  in  Roma)  ; 


VAN  117 

le  quali  Giustiniano  1  fece  portare  di  pre- 
sente alle  chiese  di  Gerusalemme.  Fra  gli 
schiavi  del  trionfo  uno  era  Gelimelo  ve- 
stito di  porpora,  e  tutti  i  parenti  suoi,  e 
i  vandali  maggiori  di  persona  e  di  forma 
molto  ragguardevoli.  Il  qua!  Gelimero 
vedendo  l' imperatore  in  un  aito  soglio  e 
ripensando  le  proprie  sciagure  non  pianse 
né  lamentassi  in  altra  guisa,  ma  disse  sol- 
tanto quelle  parole  della  Scrittura  (già 
pronunziale  da  Salomone):  Vanità  del- 
le vanità  j  e  tutto  è  vanità  (anzi  si  nar- 
ra, che  quando  fu  presentato  a  Belisario 
in  Cartagine,  die  in  uno  scroscio  di  risa, 
o  fosse  dissennato  dalle  sventure,  o  me- 
ditasse la  futilità  delle  grandezze  monda- 
ne); e  di  subito  egli  e  Belisario,  così  ordi- 
nando quelli  che  sostenevano  la  porpora 
imperiale,  adorarono  umilmente  Giusti- 
niano I:  il  quale  con  Teodora  sua  moglie 
diede  molte  facoltà  a' figli  ed  a  tutti  i  ni- 
poti d'I  Merico,  siccome  a  coloro  ch'erano 
discendenti  dell'  imperatore  Valentinia- 
no  111.  A  Gelimero  poi  e  a' parenti  di  lui 
assegnò  il  principe  alcuni  luoghi  della  Ga 
lazia,  per  abitazione  loro,  ma  non  fu  le- 
cito farlo  patrizio,  non  avendo  egli  volu- 
to lasciare  la  setta  ariana."  Giustiniano  I 
rese  a  Dio  per  tanto  benefìcio  particolari 
e  pubbliche  solenni  azioni  di  grazie,  e  ne 
lasciò  perpetua  memoria  nel  preambolo 
delle  Pandette,  il  più  ricco  tesoro  della 
romana  giurisprudenza,  facendo  la  co- 
stituzione del  prefetto  pretoriale  dell'A- 
frica, che  procurò  di  tornare  nel  pristino 
stato  politico,  e  pel  buon  governo  di  essa 
nominò  Archelao,  il  quale  avea  militato 
nella  guerra  vandalica;  nella  quale  costi- 
tuzione dichiara  l' imperatore  ricono- 
scere tutto  dalla  liberal  mano  di  Dio  per 
l'intercessione  della  ss.  Vergine,  in  onore 
della  quale  eresse  alcune  chiese  a  guisa 
d'  archi  trionfali.  Quindi  Giustiniano  I 
ordinò  che  in  Africa  si  ristabilisse  la  giu- 
risdizione della  Chiesa  cattolica,  si  resti- 
tuisse a  ciascuno  il  suo  avere,  proscriven- 
do ariani  e  donatisti.  A  Tripoli,  a  Leptis, 
a  Girla  o  Costanti  uà,  a  Giulia  Cesarea 


n8  VAN 

poi  Algeri,  ed  in  Sardegna  collocò  altret- 
tanti ciuchi  con  guarnigioni  bastanti  alla 
difesa.  Al  prefello  del  pretorio  d'Africa 
sottomise  le  sue  7  provincie;  rinnovò  la 
pratica  del  diritto  romano ,  e  concesse 
fino  al  3.°  grado  di  ripetere  i  beni  tolti 
da'vandali  alle  famiglie.  Di  più  Giusti- 
niano I  riparò  diverse  città,  e  fece  fab- 
bricare varie  chiese;  5  ne  fece  costruire 
nella  sola  città  di  Leptis,  una  in  Septa, 
oggi  Ceuta,  una  in  Cartagine  e  detta  dal 
suo  nome  Giustinianea,  con  monastero, 
nel  quale  si  tenne  il  concilio  pel  ristabi- 
limento della  disciplina  indebolita  da  1 00 
anni  d' interrotta  persecuzione,  e  nel  qua- 
le alcuni  pretendono  che  intervenissero 
1 1 7  vescovi.  Certo  è  che  Reparato,  suc- 
cessore di  Bonifacio  vescovo  di  Cartagine, 
in  questa  città  con  60  vescovi  celebrò 
nel  535  (e  non  nel  5i6  come  dissi  a  Car- 
tagine, riportandone  i  concilii,  seguendo 
altri)  un  concilio,  per  ringraziare  Dio 
della  pace  resa  alla  Chiesa  d'  Africa,  e 
di  vedere  F  illustre  sede  di  Cartagine  oc- 
cupata dopo  sì  lunga  vacanza  j  e  vi  si  les- 
se il  simbolo  Niceno.  Nel  concilio  poi  del 
54o  si  ordinò,  che  tutti  i  vescovi  veglie- 
rebbero  per  iscuoprire  i  donatisti,  sotto 
pena  di  perdere  le  rendite  e  la  dignità. 
]  più  valorosi  vandali  distribuiti  in  5 
corpi  di  cavalleria,  sostennero  nelle  suc- 
cessive guerre,  per  l'impero  d'oriente, 
la  fama  del  nazionale  valore;  il  resto  si 
confusero  colle  popolazioni  africane,  e 
quella  nazione  tanto  formidabile  nel  se- 
colo precedente ,  restò  cancellata  dalla 
storia.  Mentre  il  vincitore  dell'  Africa 
Belisario  era  in  Cartagine,  ingelositosi 
Giustiniano  I  che  aspirasse  al  trono  dei 
caudali,  col  suo  pronto  ritorno  a  Costan- 
tinopoli dissipò  ogni  apprensione.  Ma  tale 
pronto  richiamo  impedì  a  Belisario  di 
rassodare  il  potere  imperiale  nella  nuo- 
va provincia  africana.  I  Mori  della  Li- 
bia, nell'  indebolirsi  de'  vandali,  erano 
sbucati  ardimentosi  da' loro  deserti  per 
stabilirsi  nella  Numidia  e  fino  sulle  co- 
ste. Belisario  gli  avea  tenuti  in  soggezio- 


VAN 
ne,  inducendo  i  capi  a  dargli  i  figli  in  o- 
staggio;  ma  appena  navigava  per  ritor- 
nare a  Costantinopoli,  vide  gì  incendii 
da  loro  destati  nella  provincia.  Salomone 
da  lui  lasciato,  li  vinse,  gì'  inseguì  ne' più 
inaccessibili  loro  ricoveri,  e  per  molti  an- 
ni seppe  frenarli.  Rinaldi  dice  che  i  mori 
soggettali  all'  impero,  furono  indotti  a 
lasciar  il  paganesimo  e  rendersi  cristia- 
ni. Ma  quell'orde  che,  allora  come  oggi 
non  vogliono  sentire  il  prezioso  vantag- 
gio della  civiltà,  tranne  poche  eccezioni, 
presto  distrussero  ogni  introdotta  coltu- 
ra, ogni  abitazione  stabile,  per  cui  ter- 
minando il  regno  di  Giustiniano  1 ,  la 
dominazione  della  provincia  erasi  ridot- 
ta appena  a  un  3.°  di  quella  d'  Italia. 
Progrediente  flagello  furono  le  incessan- 
ti rivolte  de'donalisli  e  degli  ariani;  indi 
le  depredazioni  del  fìsco  cagionarono 
sollevazioni,  castighi  e  assassinii,  che  ter- 
minarono col  far  sparire  la  civiltà  nel- 
F  africane  contrade  ove  due  volte  era 
prosperata.  Il  possesso  della  Sicilia,  tolto 
a'vandali,  die  motivo  alla  guerra  gotica, 
che  in  tanti  luoghi  narrai,  insiemea'nuo- 
vi  allori  e  alla  nuova  ingratitudine,  che 
acquistò  ed  a  cui  soggiacque  il  magna- 
nimo Belisario.  Dice  il  Bazzarini,  nel 
Dizionario  enciclopedico ,  che  quanto 
a'vandali  rimasti  nel  loro  paese  origina- 
rio, furono  questi  vinti  da  Carlo  Magno 
nell' Vili  secolo  e  nel  X  da  Enrico  I  l' Uc- 
cellatore, e  da  Ottone  I  il  Grande  j  la 
loro  nazione  si  confuse  a  poco  a  poco  col- 
le numerose  colonie  di  sassoni  e  di  fran- 
chi state  mandate  al  nord  della  Germa- 
nia. Pribelaw  fu  1'  ultimo  loro  re,  che  ri- 
siedeva a  Brandeburgo,  e  morì  nel  1  1 52, 
Rimangono  delle  tribù  di  vandali  nella 
Lutazia:  chiamossi  Vandali  a  o  ducato 
di  Wenden  una  contrada  della  Pome- 
rania  Ulteriore.  Il  Rinaldi  all'anno  966, 
n.°  8  parla  d'un'altra  Vandalia.  »  D'un* 
altra  legazione  mandata  pur  da  Papa 
Giovanni  XIII  nella  Vandalia,  a' prie- 
ghi  di  Meiscono  monarca,  il  quale  pur 
pigliò  col  suo  popolo  la  s.  fede,  ne  traila 


VAN 
Stanislao  Oriconio.  Il  quale  dice  avervi 
Giovanni  XIII  mandalo  Vilibaldo,  Pro- 
cono,  Giordano,  Goffredo,  Lucido,  An- 
gelotto,  Ottaviano  e  Giuliano  italiani, 
uomini  di  somma  dottrina  e  santità,  li 
quali  fecero  in  quelle  parti  colla  predi- 
cazione grandissimo  frutto.  Era  la  Vari' 
dalia  parte  della  Schiavonia,  divisa  in 
molte  e  amplissime  proviucie,  le  quali 
tutte  si  rivolsero  al  cristianesimo  ".  La 
Chiesa  onora  a' 7  giugno  s.  Godescalco 
principe  de'  vandali  occidentali,  e  i  suoi 
compagni  martiri.  Leggo  nel  Butler,  che 
regnando  l'imperatore  Enrico  III  \\Sa- 
ii<oi  Gneo  e  Anatrogo  idolatri,  ed  Olone 
figlio  di  Missiwoi  che  credeva  in  Cristo 
senza  seguirne  il  Vangelo,  erano  principi 
de'  vinuli,  degli  slavi  e  de'  vandali,  pa- 
gando all'imperatore  annuo  tributo,  il 
timore  di  trarsi  addosso  l'armi  del  Salico, 
di  Canuto  11  re  danese  e  di  Bernardo 
duca  di  Sassonia,  per  molto  tempo  ri- 
tenne" tali  barbari  al  dovere.  Trucidato 
Utone  da  un  sassone  per  le  sue  crudeltà, 
il  figlio  Godescalco  stato  allevato  nel  cri- 
stianesimo, apostatò  e  si  unì  con  Gneo  e 
Anatrogo  per  vendicarne  la  morte  sui 
sassoni.  Dopo  averli  vessati  restò  prigio- 
ne di  Bernardo  per  lungo  tempo.  Libe- 
rato, essendo  posseduti  i  beni  che  avea 
tra  gli  slavi  da  Ratiboro  principe  potente, 
cogli  slavi  suoi  partigiani  passò  in  Dani- 
marca, indi  a  poco  uu  sassone  lo  convertì 
nuovamente  alla  fede;  eCanuto  1 1  l'impie- 
gò utilmente  contro  i  norvegi  e  gl'inglesi, 
e  in  guiderdone  l' impalmò  a  sua  figlia. 
MortoCanutolI  lasciò  l'Inghilterra, sotto- 
mise tutto  il  paese  degli  slavi,  e  costrinse 
parte  de'sassoni  a  riconoscerlo  per  signo- 
re e  pagargli  tributo.  Divenuto  il  più.  po- 
tente tra' principi  che  aveano  dominato 
gli  slavi,  li  sorpassò  in  coraggio, prudenza 
e  pietà.  Riempì  i  suoi  stali  di  sagri  templi, 
e  chiamando  de'missionari  fece  conver- 
tire al  cristianesimo  molti  popoli  idolatri 
che  avea  a  lui  sottomesso,  come  i  Vagiri, 
gli  Obotridi,  i  Polabingi,  i  Linogi,  i  Var- 
uabi,  i  Oliatisi  ed  i  Circipaui,  che  abita- 


VAi\  119 

vano  la  costa  settentrionale  Germanica, 
dall'  Elba  sino  a  Mecklemburgo.  Inoltre 
fondò  monasteri  in  Aldimburgo,  a  Lu- 
becca,  a  Magdeburgo  e  altrove;  onora- 
va come  un  padre  Alberto  arcivescovo 
d'Amburgo,  e  nella  metropolitana  spesso 
faceva  le  sue  divozioni.  Fra'  missionari 
che  seguirono  i  disegni  di  Godescalco  con 
maggior  successo,  è  lodato  Giovanni  di 
Scozia  inviato  da  Alberto  a  predicar  il 
Vangelo  a'roecklemburgesi:  percorse  tut- 
ti gli  stati  di  Godescalco  e  battezzò  grau 
numero  d' idolatri, ed  il  principe  sovente 
spiegava  in  islavo  i  discorsi  e  l'istruzioni 
de'  predicatori.  Morto  l' imperatore,  gli 
slavi,  i  boemi  e  gli  ungheri,  profittando 
della  giovinezza  del  figlio  Enrico  IV,  si 
ribellarono;  e  5  anni  dopo  gli  slavi  o  van- 
dali che  abitavano  il  paese  oggidì  chia- 
mato la  Vaglia  (?)  e  il  ducalo  di  Mecklem- 
burgo, si  rivoltarono  per  l'ostinato  loro 
attaccamento  al  paganesimo.  La  ribellio- 
ne cominciò  colla  morte  di  Godescalco, 
trucidandolo  nel  1066  nella  città  di  Leti- 
zino, in  uno  al  prete  Ebbone  tuli'  alta- 
re con  pugnalate,  ambedue  martiri  della 
fede.  E  chiamato  s.  Godescalco  il  Mac- 
cabeo de' Cristiani.  Alla  brevità  dell'ar- 
ticolo Africa  (nel  quale  a  p.  1 1 2,  col.  2/ 
linea  7,  dopo  Africa,  mancano  e  furouo 
ommesse  le  parole:dipoi  a  vendo  principia- 
to la  più  fiera  persecuzione,mentre  imper- 
versava, Papa  s. Felice  IH  scrisse  all'impe- 
ratore Zenone  perchè  s'interpouesse  con 
Unnericoa  farla  cessare,  egli),  che  pub- 
blicai nel  voi.  I,  quando  erami  proposto 
per  moltissimi  articoli  il  più  rigoroso  la- 
conismo, nella  successiva  ampliazione,  di 
conseguenza  naturale  credo  d'avervi  suf- 
ficientemente supplito,  cogli  innumera- 
bili articoli  che  riguardano  tale  celebra- 
ti ssi  ma  parte  del  mondo,  massime  ne' tan- 
ti e  tanti  luoghi  ove  furono  tenuti  de'con- 
cilii,  o  che  Tennero  illustrati  dalle  nume- 
rosissime sedi  arcivescovili  o  vescovili, 
come  nel  deplorare  i  scismi  e  l'eresie  che 
l'afflissero.  Al  presente,  oltre  il  vescovato 
d' Algeri  (V.)t  fioriscono  nell'Africa  i5 


j2o  VAN 

Vicariali  Apostolici  (V):  dalla  quale 
seile  e  vescovati  è  da  sperarsi  coli'  incre- 
mento del  lume  avventuroso  della  fede 
cattolica,  l'incivilimento,  come  mirabil- 
mente propagasi  e  si  diffonde  nell'Algeria 
per  la  benefica  e  potente  dominazione 
della  nobilissima  Francia.  Siccome  le  ro- 
vine di  Cartagine  giacciono  nel  dominio 
di  Tunisi,  in  quest'articolo,  oltre  l'avere 
riparlato  d'^/geriedella  Barbarla,  nar- 
rai die  in  memoria  del  glorioso  s.  Luigi 
IX  redi  Francia,  morto  sul  suolo  dell'an- 
tica Cartagine,  sopra  i  suoi  avanzi  di  re- 
perite fu  costruita  una  cappella  a  suo  o- 
nore  dal  re  de'franeesi  Luigi  Filippo.  Vo- 
glia Iddio  che  l'Africa  riprenda  il  suo  po- 
sto fra  le  nazioni  incivilite,  quell'  Africa 
che  fece  tanto  splendidamente  parlare  di 
se  nella  storia  civile  e  nella  storia  eccle- 
siastica. Che  la  ss.  Religione  nostra  vi  ri  • 
prenda  la  feconda  e  salutare  sua  autorità, 
vi  risvegli  la  coltura  delle  lettere  e  la  pra- 
tica delle  virtù  cristiane.  Cartagine  di- 
sputò a  Roma  stessa  l'impero  del  mondo, 
conquistò  la  Spagna  e  spinse  i  suoi  eser- 
citi in  Sicilia  e  sino  nel  cuore  dell' JT/rt//Vz. 
Ad  un'epoca  più  vicina,  ne'primordii  di 
nostra  felice  era,  il  cristianesimo  deriva- 
tole da  Roma  cristiana  procurò  all'A- 
frica un  altro  genere  di  lustro.  Riferisce 
Rinaldi  l'opinione, che  s.  Pietro  principe 
degli  Apostoli  andato  in  Africa,  fondas- 
se la  chiesa  di  Cartagine  e  vi  lasciasse 
Crescente;  ma  Morcelli  cpmincia  la  serie 
de' suoi  vescovi  con  Agrippino  del  197. 
L'Evangelo  rapidamente  si  diffuse  nella 
contrada,  e  in  poco  tempo  vi  si  venera- 
rono numerose  chiese  al  culto  del  vero 
Dio  innalzate,  monasteri  areligiosi  e  alle 
vergini.  Il  paese  era  allora  popolassimo, 
ricco  di  città,  con  Alessandria  capitale 
dell'  Egitto,  la  2.*  città  dell'impero  ro- 
mano dopo  Roma;  di  borghi,  villaggi  e 
castella.  Vi  si  stabilì  un  gran  numero  di 
vescovati  e  metropoli,  i  cui  titoli  tuttora 
la  s.  Sede  e  i  Papi  che  in  essa  siedono, 
conferiscono  a'  Vescovi  in  par tìbus  (/  .), 
in  concistoro  0  per  breve  apostolico^  con- 


VAN 

servandosi  così  la  memoria  loro  ne' fasti 
ecclesiastici.  Basti  il  ricordare,  onde  faci- 
litare il  rinvenimento  de'principali  artico- 
li riguardanti  l'Africa  segnati  in  corsivo, 
quanto  ora  qui  vado  ad  accennare.  L'A- 
frica occidentale  composta  di  G  Provin- 
cie ecclesiastiche  con  altrettante  metro- 
poli dipendenti  dal  patriarcato  di  Roma, 
cioè  la  Mauri  liana,  con  Giulia  Cesarea 
per  Metropoli  ;  la  Mauriliana  di  Siti/i, 
con  Sili/i  per  metropoli  ;  la  Numidia, 
con  Cirta  per  metropoli;  la  Cartagine- 
se o  Proconsolare,  con  Cartagine  per 
metropoli  ;  la  Bizaccna, con  Hadr amilo 
0  Adrumeto  per  metropoli;  la  Tripoli- 
tana, con  Tripoli  pev  metropoli.  La  Mau- 
riliana Cesariense,  corrisponde  all'  o- 
dierno  impero  di  Marocco  j  quella  di 
Silifi,  ali 'Algeria  j  la  Proconsolare,  al- 
la reggenza  di  Tunisi  j  la  Tripolitana 
alla  reggenza  di  Tripoli.  Il  patriarcato 
d 'Alessandria  di  Egitto  composto  di  1  o 
provincie  ecclesiastiche  con  9  metropoli- 
tane, l'ultima  non  avendola,  compren- 
deva pure  i  vescovi  Greci,  Copti,  e  altri 
scismatici  con  credenze  e  riti  particolari. 
Erano  le  provincie  di  Egitto  1 .°,  con  A- 
lessandria  per  metropoli;  di  Egitto  2.0, 
con  Cabaso:  ambedue  corrispondono  al 
Basso  Egitto.  E>i  A ug us tam nica i.a,  con 
Pelusio  per  metropoli  ;  di  Augustamni- 
ca  2.a,  con  Leontopoli :  ambedue  pari- 
mente corrispondono  al  Basso  Egitto.  Di 
Arcadia,  con  Oxirinco  per  metropoli: 
corrisponde  al  Medio  Egitto.  Di  Tebai- 
de  i.a,  con  Antinoe  per  metropoli;  di 
Tebaide  2.",  con  Tolemaide:  ambedue 
corrispondenti  all'Alto  Egitto.  Di  Libia 
Alarmarica,  con  Dardanide  o  Darnis 
per  metropoli,  corrispondente  alla  Libia. 
Di  Libia  Pentapoli,  con  Cirene  per  me- 
tropoli, pure  corrispondente  alla  Libia. 
Di  Libia  Tripolitana 3  con  3  sedi  vesco- 
vili, e  corrispondente  a  parte  della  reg- 
genza di  Tripoli.  Quaulo  fiorirono  le  arti 
e  le  scienze  in  Egitto,  prima  ancora  degli 
altri  popoli, replicatamele  il  celebrai  a' 
luogln  loro.  Qel  taglio  dell'Istmo  di  Suez, 


V  AN 
come  del  passaggio  pelCapodiBuonatye- 
ranza,  riparlai  nel  voi.  LXXXI V,  p.  22  e 
seg.,  e  nel  voi.  LXXXVII,  p.  188  e  192, 
ed  altrove.  L'Africa  ha  prodotto  un  gran 
numero  di  uomini  illustri  e  celebri,  di 
Sante,  di  Santi  e  di  Padri  della  Chiesa, 
molti  distinti  scrittori,  di  cui  o  feci  le  bio- 
grafico ragionai  a*  luoghi  loro,  come  del- 
le dottissime  opere  loro.  Le  più  splendi- 
de glorie  dell'Africa  cristiana,  sono  i  Dot- 
tori della  Chiesa  s.  Atanasio  patriarca 
d'Alessandria, e  s.  Agostino  vescovo  d'Ip- 
pona,  le  cui  reliquie  per  condiscendenza 
di  Gregorio  XVI  (istitutore  del  vescova- 
to d'Algeri  e  di  diversi  vicariati  aposto- 
lici) venera  la  sua  Ippona  (  F'.),  portatevi 
da  diversi  vescovi  francesi.  11  dotlUsimo 
s.  Agostino  muri  quando  la  contrada  era 
già  stata  invasa  da'  vandali  ;  gli  ultimi 
suoi  sguardi  videro  pur  troppo  la  deso- 
lazione di  sua  patria  :  lui  vivente,  Gen- 
serico rispettò  Ippona  sua  sede  vescovile 
e  soggiorno.  Fu  nella  sua  patria  di  na- 
scita Tagaste  (^.),  ch'ebbe  culla  il  be- 
nemerentissimo e  propagassimo  ordine 
Agostiniano:  la  Civiltà  Cattolica^  3."  se- 
rie, t.  8,  p.  358,  ragiona  delle  scoperte 
ora  fatte  della  postura  di  Tagaste,  e  di 
Mudar  a  o  Madauro  (V.)>  ove  il  gran 
dottore  ebbe  i  primi  avviamenti  alla  let- 
teratura. E  nell'Egitto  s.  Paolo i.°  Ere- 
mita e  s.  Antonio  abbate  dierono  prin- 
cipio a* loro  ordini  omonimi,  anch'essi 
gloriosi  nella  Chiesa  di  Dio.  Deplorai  ab- 
bastanza, nelle  proporzioni  di  questa  rqia 
opera,  le  persecuzioni  vandaliche.   11  ve- 
scovo Vittore  di  Vita  storico  delle  mede- 
sime, rifugiatosi  a  Costantinopoli  ne  ter- 
mina la  storia  con  questa  commovente 
preghiera.  »  Soccorreteci  Angeli  di  Diol 
Mirate  tutta  1*  Africa,  la  quale  da  tanto 
tempo  fioriva,  una  volta  cinta  da'baluar- 
di  e  colonne  di  tante  Chiese,  ed  ora  da 
tutti  deserta,  vedova  giace  umiliata  e  de- 
solata !  Intercedete  per  noi  ss.  Patriarchi! 
Pregate  per  noi  divini  Profeti  !  Voi  Apo- 
stoli siale  ad  essa  pi  oteggitori  !  E  tu  prin- 
cipalmeute,  0  Beato  Pietro,  e  perchè  te  ne 


VAN  121 

stai  silenzioso  alla  misera  condizione  del- 
le tue  pecorelle?  E  voi,dottore  delle  genti, 
magnanimo  Paolo,  mirate  come  la  trat- 
tano i  vandali  ariani  ;  e  i  figli  suoi  gè- 
mono  e  piangoli  cattivi  l  "  Questa  bella 
preghiera  del  santo  vescovo  di  Vita  ven- 
ne esaudita  00  anni  dopo,  quando  il  pio* 
de  Belisario  mise  fine  al  regno  de'  van- 
dali,  e  nel  534  conquistò  l'Africa.  La 
spedizione  di  lui,  per  la  rapidità  colla 
quale  venne  eseguita,  ha  qualche  rasso- 
miglianza con  quella  che  nel  i83o  illu- 
strò i  vessilli  di  Francia  colla  conquista 
dell'Algeria,  in  processo  di  tempo  gran- 
demente ampliata  con  brillanti  successi, 
Belisario  sbarcato  nel  settembre  a  5  le- 
ghe da  Cartagine,  direttamente  ad  essa 
si  volse  e  se  ne  impossessò,  con  tutti  i  te- 
sori de' vandali,  frutto  di  piti  di  100  anni 
di  saccheggi  e  di  devastazioni  :  in  3  mesi 
compì  il  conquisto  dell'  Africa.  Ma  la 
contrada  doveva  soffrire  nuove  sventure 
e  nuovo  giogo,  la  religione  ouove  perse- 
cuzioni, il  suo  deplorabile  annientamen- 
to. Queste  provincie  ricaddero  nelle  te- 
nebre delia  barbarie  e  dell'infedeltà, dopa 
la  conquista  che  ne  fecero  i  feroci  e  fa- 
natici Saraceni  (V.)  di  Siria  e  dell'Ara- 
bia nel  668,  dopo  averle  già  rese  tribu- 
tarie nel  63g,  e  v'introdussero  il  Mao- 
metti  sino  (V.),  sostituendo  all'Evangelo 
V  Alcorano j  e  quantunque  i  nativi  del 
paese, stanchi  della  loro  barbara  domina- 
zione, gli  avessero  cacciati  ne'deserti,pure 
ritennero  cogli  errori  anche  la  loro  falsa 
credenza.  Già  nel  635  Omar  califfo  e 
2.0  successore  di  Maometto  istitutore  del 
maomettismo,  erasi  impadronito  dell'E- 
gitto. L'imperatore  Giustiniano  II  spedi 
nell'  Africa  Giovanni  patrizio,  il  quale 
riprese  Cartagine  nel  695.  I  saraceni  uel- 
l'anno  stesso  o  nel  seguente,  sotto  l'impe- 
ratore Leonzio,  vi  ritornarono,  espugna- 
rono Cartagine,  la  saccheggiarono  e  la 
ridussero  al  nulla,  la  raserò  al  suolo  bar- 
baramente, dalle  cui  rovine  non  più  si 
rialzò  la  gran  città.  L' impero  greco  d'o- 
riente per  sempre  perdette  V  Africa.  La 


122  VAN 

storia  dopo  quell'  infelice  epoca  non  no- 
mina più,  che  alcuni  vescovi  a  lunghi  in- 
tervalli, e  la  religione  cattolica  insensi- 
ljilinenle  si  estinse  sotto  la  dura  legge  di 
un  popolo  barbaro  e  intollerante.  In  al- 
cuni regni,  come  neW  Abissini  a  e  nell'£- 
tiopia.  il  cristianesimo  vi  rimase  detur- 
pato dallo  scisma  e  dall'eresia.  Lo  zelo 
de'  Papi  e  delle  Missioni  apostoliche, 
incessantemente  in  più  tempi  procura- 
rono la  conversione  degli  africani,  ido- 
latri, infedeli,  scismatici  ed  eretici;  zelo 
che  tuttora  si  esercita  ne' ricordati  vica- 
riati apostolici,  ove  ne  tratto,  anche  pel 
mantenimento  della  fede  in  que' che  la 
professano.  Dopo  il  caliifo  Omar,  i  califli 
di  Babilonia  o  di  Bagdad  furono  signori 
dell'Egitto  e  di  altre  regioni.  Con  tutte 
le  li  voluzioni  succedute  nell'Africa,  il 
maomettismo  e  l'idolatria  vi  si  sono  sem- 
pre mantenuti,  in  uno  all'eresia  e  allo 
scisma  in  minori  parti.  I  maomettani  di 
Egitto  scossero  il  giogo  de' cali/li  di  Bag- 
dad e  posero  i  loro  califfi  al  Cairo  nel» 
1*870.  I  mori  dell' Afiica  furono  loro 
soggetti  fino  al  tempo  in  che  la  Turchia 
(A7.) si  rese  padrona  dell'Egitto.  In  quel- 
l'articolo nuovamente  ragionai  dell'  A- 
frica, appartenente  all'impero  ottomano. 
Al  presente  l'Africa  conta  5  sorta  di  abi- 
tanti, e  tutti  di  culto  diverso.  I  maomet- 
tani, che  ne  posseggono  la  massima  par- 
te, sono  divisi  in  differenti  sette.  I  cafri 
non  hanno  alcuna  legge  o  religione.  Gli 
idolatri  in  gran  numero  nel  paese  de'ne- 
gii  e  nell'Etiopia,  sonoquelli  che  vivono 
nel  deserto.  Molti  ebrei  trovatisi  dispersi 
nelle  varie  parti,  più  possenti  essendo 
quelli  dell' Egitto  e  dell' Abissiuia.  I  cri- 
stiani d'  Africa  finalmente,  sono  per  la 
maggior  parte  stranieri,  come  i  mercan- 
ti o  trafficanti,  gli  schiavi  e  i  dipendenti 
da'sovrani  europei  quali  loro  rappresen- 
tanti. Ciò  non  pertanto  si  può  dire,  che 
la  religione  maomettana  effettivamente 
è  la  prevalente  che  combatte  nell'Africa 
l' idolatria  del  feticismo,  per  l'immenso 
numero  di  que'che  la  seguono.  Coli'  in- 


VAN 

vasione  saracena  dunque,  l'Africa  ricad- 
de nello  slato  in  cui  uo  giorno  a  vea  strap- 
pato le  lagrime  di  Vittore  di  Vita,pei  deri- 
do insieme  co'  lumi  della  religione  quelli 
della  civiltà;  il  culto  divino  fu  abolito  in 
quelle  città  ch'erano  una  volta  ornate  di 
tante  chiese.  I  missionari  e  i  consoli  e- 
steri  a  stento  ottennero  d'  erigere  ospi- 
zi e  cappelle,  ed  i  primi  l'assistenza  e  il 
riscatto  degli  Schiavi(V  ,)t  in  che  si  distin- 
sero i  Trinitari  e  i  Mercedari,  impiegan- 
dosi anche  altri  religiosi  nell'  assistenza 
de'cattolici  e  per  la  conversione  degli  al- 
tri. Le  nuove  conquiste,  i  vicariati  apo- 
stolici, i  notabili  incivilimenti  introdotti 
nell'Algeria,  nell'Egitto,  nella  reggenza 
di  Tunisi  ec,  fanno  sperare  alla  misera 
contrada  giorni  più  felici;  e  la  preghiera 
del  vescovo  di  Vita  sarà  nuovamente  e- 
saudita  dagli  Angeli  tutelari  e  da'Sanli 
protettori  dell'Africa,  movendo  a  favore 
di  essa  colla  loro  intercessione  la  miseri- 
cordia di  Dio,  sui  discendenti  di  coloro 
che  glorificarono  il  suo  nome  per  tanti 
secoli.  Procopio  storico  greco  di  Cesarea 
di  Palestina,  in  qualità  di  segretario  di 
Belisario  lo  seguì  nella  guerra  d'  Africa 
e  nell'altre,  e  le  descrisse  nelle  sue  opere: 
in  due  libri  narra  le  spedizioni  de'  van- 
dali e  de'mori  in  Africa  dal  3()?  al  54-5. 
Ugo  Grozio  pubblicando  nel  1 655  la  sua 
Storia  de  Goti,  de' Mandali  e  de'  Lon- 
gobardi, vi  comprese  una  nuova  tradu- 
zione in  latino  di  6  libri  di  Procopio.  I 
moderni  agitarono  due  questioni,  se  Pro- 
copio fosse  cristiano  e  se  praticasse  la  me- 
dicina; il  complesso  delle  sue  opere  la- 
scia l'idea  di  scrittore  che  professava  il 
cristianesimo,  non  alterato  dall'eresie  del 
suo  tempo,  dotto  nella  medicina  ancora 
non  è  positivo  che  l'esercitasse.  Il  vesco- 
vo s.  Vittore  di  Vita  scrisse  :  Historia 
persecutionis  vandalicae  sive  africanae 
sub  Genserico  et  Hunnerico  vandalo- 
rum  regibus,  Coloniae  i5j5.  L'edizione 
più  stimata  e  più  compiuta  è  quella  del 
dotto  p.  Teodorico  Buinart  benedettino, 
il  quale  vi  aggiunse  un  commento  ina- 


V  A  N 
portante,  pubblicata  in  Parigi  nel  i6g3, 
e  poi  nel  1699,  sopra  la  quale  edizione 
fu  felicemente  tradotta  dal  Ialino  in  fran- 
cese. Pertanto  abbiamo  del  p.  Ruinart: 
Hislorìae  persecutionis  vandalicac,  Pa- 
risiis  1693,  1699,  Venetiis  1732.  Non 
si  avea  una  storia  completa  de'vandali, 
poiché  gli  storici  non  ne  avevano  trattato 
espressamente,  e  vi  supplì  :  R.  Mannert, 
Stórta  de' Fondali,  Lipsia  1785.  Non  si 
può  parlare  dell'  Africa  cristiana  senza 
ricordare  il  dottissimo  gesuita  p.  Stefano 
Antonio  Morcelli,  e  la  sua  classica  opera, 
Jfrica  cristiana 3  Brixiae  181 6.  Nel  i.° 
voi.  tratta  delle  provincie  e  de'vescovati 
dell'Africa,  colle  notizie  de' vescovi  cono- 
sciuti. Nel  2.0  degli  Annali  della  Chiesa 
africana  e  de*  vescovi  di  Cartagine,  col 
martirologio  della  medesima  Chiesa.  Nel 
3.°  continua  gli  Annali  e  la  serie  de' ve- 
scovi cartaginesi  sino  al  670,  di  conse- 
guenza con  quanto  riguarda  i  vandali. 

VANDOME  Lodovico,  Cardinale. 
De'duchi  del  suo  nome  e  perciò  nobilis- 
simo francese,  nipote  del  re  Enrico  IV, 
perduta  la  sua  legittima  moglie  Vittoria 
Mancini ,  nipote  per  sorella  del  celebre 
cardinal  Mazzariui,  determinò  d'abbrac- 
ciare lo  stato  ecclesiastico.  Indi  ad  istanza 
del  suo  parente  Luigi  XI V,  a'  1 4  gennaio 
1667,  Alessandro  VII  lo  creò  cardinale 
diacono,  lo  pubblicò  agli  8  marzo  e  gli 
conferì  per  diaconia  la  chiesa  di  s.  Maria 
in  Portico.  Intervenne  al  conclave  di  Cle- 
mente  IX,  ed  in  suo  nome  col  carattere 
di  legato  levò  al  sagro  fonte  il  delfino 
di  Francia,  battezzato  dal  cardinal  An- 
tonio Barberini  arcivescovo  di  Reims.  Se 
non  che  nel  fiorire  delle  più  belle  speran- 
ze, che  attese  le  di  lui  virtù  prometteva- 
no fruiti  copiosi  a  vantaggio  della  cristia- 
na repubblica,  un'immatura  morte  lo  ra- 
pì in  Parigi,  non  senza  sospetto  di  vele- 
no, neli669j  in  età  ancora  vigorosa,  do- 
po 24  mesi  di  cardinalato. 

VANDONE  (s.),  abbate  di  Fouleuel- 
le.  V.  Vandregesilo  (s.). 

VANDREGESILO  o  Vandhillo(s.), 


VAN  123 

abbate  di  Fontenelle.  D'illustre  famiglia 
del  regno  di  Austrasia,  e  stretto  parente 
di  Pipino  di  Laiideu  e  di  Erchinoldo,  mae- 
stri del  palazzo, l'uno  nell'Austrasia,  l'al- 
tro nella  Neustria,  fu  nella  sua  giovinez- 
za alla  corte  di  Dagoberto  I,  il  quale  fa- 
cendone grande  stima  gli  conferì  cospi* 
cue  cariche,  e  lo  fece  conte  di  palazzo. 
II  giovine  Vandregesilo,  nel  sommo  de- 
gli onori  e  in  mezzo  ai  piaceri,  seppe  me- 
ravigliosamente preservarsi  dall'orgoglio 
e  menare  vita  mortificata.  Presa  moglie 
per  condiscendere  al  desiderio  di  sua  fa- 
miglia ,  nel  giorno  stesso  degli  sponsa- 
li deliberarono  entrambi  di  vivere  nella 
continenza,  e  fecero  a  Dio  il  sagrifizio 
della  loro  virginità.  Scioltosi  quindi  Van- 
dregesilo da  ogni  impegno,  abbandonò 
la  corte,  e  ri  ti  rossi  alla  badia  di  Mont- 
faucon  in  Sciampagna,  fondata  recente- 
mente da  s.  Baudrino,  e  vi  prese  l'abito 
nel  629.  Il  re  Dagoberto  I  l'obbligò  a 
ritornare  alla  corte;  ma  poi  vinto  dalle 
vive  rimostranze  che  gli  fece  sui  motivi 
della  sua  condotta,  gli  permise  ritornare 
a  Montfaucon.  Poco  dopo  il  servo  di  Dio 
fabbricò  un  monastero  nella  sua  terra  di 
Elisang.  Si  portò  a  Bobio  e  a  Roma  per 
perfezionarsi  negli  esercizi  della  vita  mo- 
nastica colla  conoscenza  delle  regole  più, 
approvate  che  si  teneano  in  Italia.  Re- 
duce in  Francia,  passò  io  anni  nella  ba- 
dia di  Romans  su  11'  Isero;  poscia  colla 
permissione  del  suo  abbate  si  recò  da  s. 
Audoeno  arcivescovo  di  Rouen,  che  gli 
conferì  gli  ordini  sagri.  Nel  648  fondò 
nel  paese  di  Caux  in  Normandia  il  famo- 
so monastero  di  Fontenelle.  dove  in  poco 
tempo  si  raccolsero  3oo  religiosi  sotto  la 
sua  direzione.  La  di  lui  vita  era  somma- 
mente austera  :  dormiva  poco,  portava  in 
dosso  panni  dozzinali,  e  precedeva  i  fra- 
telli nelle  diverse  osservanze  della  comu- 
nità. Fece  fabbricare  parecchi  monaste- 
ri, e  prese  cura  che  i  religiosi  vi  osser- 
vassero fedelmente  la  regola.  La  solleci- 
tudine con  cui  occupossi  alla  santificazio- 
ne di  tante  persone,  non  gì' impedì  d'i' 


124  VA» 

6lruire  il  popolo,  e  di  diffondere  la  reli- 
gione di  Cristo  nel  paese  di  Caux,  ove 
lece  fiorire  la  pietà.  La  beata  sua  morte 
accadde  nel  666,  a'22  luglio, eli  e  il  gior- 
no in  cui  si  onora  la  sua  memoria.  Sep- 
pellito nella  chiesa  di  s.  Paolo,  che  più 
non  esiste,  fu  poscia  trasferito  in  quella 
di  s.Pietro;  indi  portato  a  Gand  nel  g44> 
sonosi  poi  perdute  le  sue  reliquie  nella 
persecuzione  de' calvinisti  nel  1578,  ad 
eccezione  delle  due  braccia,  l'uno  de'qua- 
li  era  stato  prima  donato  alla  badia  di 
Fontenelle,  l'altro  a  quella  di  Brotie.  Dal- 
la badia  di  Fontenelle  o  di  s.  Vandrege- 
silo  uscì  un  gran  numero  di  santi.  Oltre 
a' ss.  Desiderato,  Einardo,  Sindardo  e 
Trasario  (J7.),  de*  quali  riportai  al  pro- 
prio luogo  le  brevi  biografie,  qui  seguen- 
do il  dotto  Butler  riunirò  le  notizie  di 
altri,  di  cui  non  ho  parlato,  e  che  furo- 
no tratte  dalle  memorie  della  badia  di 
s.  Yandregesilo. 

S.  Agatone,  monaco  di  Fontenelle, 
discepolo  e  stretto  parente  di  s.  Vandre- 
gesilo, il  quale  vedendolo  spirare,  rese  un 
pubblico  omaggio  alla  sua  santità.  E  o- 
norato  agli  8  di  luglio. 

S.  Gaone,  religioso  di  Fontenelle,  e 
nipote  di  s.  Yandregesilo,  che  lo  spedi  a 
prendere  delle  reliquie  a  Roma  per  le 
chiese  che  facea  fabbricare.  Al  suo  ritor- 
no ritirossi  in  un  luogo  detto  Ange,  che 
crederi  nella  diocesi  di  Troyes,  vi  fondò 
un  monastero  del  quale  fu  abbate,  ed  ivi 
morì.  È  onorato  a' 24  di  luglio, 

S.  Genezio,  priore  di  Fontenelle,  poi 
arcivescovo  di  Lione.  Pel  suo  grande  a- 
inorea' poveri,  Clodoveo  11  lo  diede  per 
tesoriere  delle  sue  elemosine  alla  regina 
s.  Callide.  Egli  indusse  il  re  Clotario  III 
e  s.  Matilde  a  ristaurare  parecchi  mona- 
steri, fra'  quali  quelli  di  Gorbia  e  di  Fon- 
tenelle. Morì  nel  679  uel  monastero  di 
Chelles,  ove  è  onorato  a'  3  di  novembre. 

S.  Gennadio,  fuallevaloalla  corte  del 
le  Clotario  111,  e  strinse  amicizia  con 
s.  Ansberlo,  allora  cancelliere  di  Fran- 
cia. Si  fece  poi  monaco  sotto  s.  Vandre- 


V  A  N 
gesilo,  ed  assistè  a  un  concilio  provincia- 
le ove  s.  Ansberto  vescovo  di  Kouen  (già 
ricevuto  tra'  suoi  religiosi  da  s.  Vaudre- 
gesilo  e  poi  abbate  di  Fontenelle),  de- 
cretò che  tutti  gli  abbati  di  Fontenel- 
le sarebbero  tratti  dal  monastero,  e  che 
in  nulla  si  derogherebbe  alla  regola  di 
s.  Benedetto.  Seguì  s.  Ansberto  nel  suo 
esilio,  e  fu  eletto  abbate  di  s.  Germaro. 
Dipoi  avendo  abdicato,  tornò  a  Fonte- 
nelle, ove  morì,  e  fu  sepolto  a'  piedi  di 
8.  Vandregesilo:  colà  sono  custodite  le 
sue  reliquie,  delle  quali  la  badia  di  s.Ger- 
mnrone  ottenne  una  porzione  nel  168 1 . 
Egli  è  onorato  a'6  d'aprile. 

S.  Ildeberto,  4-°  abbate  di  Fontenel- 
le, ricevette  la  rinnovazione  de'voli  fatta 
da  s.  Wulfrano  tornando  dalle  sue  mis- 
sioni nella  Frisia.  Morì  nel  700,  com- 
pianto da  tutti  i  suoi  religiosi,  e  massi- 
me dai  poveri,  de'  quali  fu  padre  amo- 
roso. Onorasi  a' 18  febbraio,  e  le  sue  re- 
liquie si  conservano  a  s.  Vandregesilo. 

S.  Laudane  o  Laudone,  8.°  abbate  di 
Fontenelle,  fu  fatto  vescovo  di  Reims  nel 
73i.  Morì  nella  sua  badia  nel  y33,  e  fu 
sepolto  nella  chiesa  di  s.  Pietro.  E  detto 
di  lui  che  imitò  i  santi  abbati  suoi  pre- 
decessori. E'  onorato  a'i6gennaio;  ma 
il  suo  culto  ha  provalo  delle  vicende. 

S.  Bagno,  inglese  di  nascita,  si  fé' re- 
ligioso a  Fontenelle,  ove  morì  uel  720: 
fu  sepolto  nella  chiesa  di  s.  Paolo,  ed  è 
onorato  a'  5  di  giugno. 

S.  Benigno,  1  1 .°  abbate.  Seguì  il  par- 
tito di  Carlo  Martello  contro  Bwgenfrido, 
allorché  accese  sul  trono  Chilperico.  Ven- 
ne quindi  esiliato  a  s.  Germaro  in  Fley 
presso  Beau  vais.  Fu  eletto  abbate  di  quel 
monastero  }  ma  avendolo  Carlo  Martel- 
lo richiamato  a  Fontenelle,  ivi  morì  nel 
723,  e  fu  sepolto  nella  chiesa  di  s.  Paolo. 
Le  sue  reliquie  si  custodiscono  in  una  cas- 
sa sull'allar  maggiore,  ed  è  onorato  a'22 
di  marzo. 

S.  ErincardOffialo  nel  paese  di  Caux, 
prese  l'abito  religioso  a  Fontenelle,  e  ne 
fu  fatto  priore,  Malgrado  la  cattiva  con- 


VAN 
dotta  dell'abbate  Teusindo,  egli  seppe 
mantenere  la  regolate  disciplina  nel  mo- 
nastero. Prese  diligente  cura  de'  beni  del- 
la comunità,  ch'erano  in  assai  cattivo  sta- 
to, e  fece  fabbricare  la  chiesa  parrocchia- 
le, non  essendovi  stata  fino  allora  che 
quella  de'  religiosi.  Passò  olla  beata  eter^ 
nità  nel  739,  ed  è  onorato  a' 24  di  set- 
tembre. 

S.  Vandone,  11°  abbate,  fu  esiliato 
a  Troyes  da  Carlo  Martello,  e  richiama- 
to da  Pipino.  Morì  nel  756,  e  fu  sepolto 
nella  cappella  di  s.  Nicolò  nella  chiesa  di 
s.  Pietro»  Se  ne  celebra  la  memoria  a'  1 7 
di  aprile. 

«V»  Auslrulfo,  1 3.°  abbate.  Di  nobile 
famiglia  del  territorio  di  Courtrai,  fu  da 
suo  padre  consagrato  al  servigio  di  Dio 
nel  monastero  di  Fonteoelle  fino  dalla 
sua  infanzia,  e  ne  divenne  priore,  indi 
abbate.  Si  recò  a  Roma  a  visitare  le  sa- 
gre tombe  dei  principi  degli  Apostoli,  e 
nel  suo  ritorno  dall'  Italia  cessò  di  vi- 
vere nel  monastero  di  s.  Maurizio  pres- 
so Agauno.  Egli  è  onorato  a'  16  di  set- 
tembre. 

S.  Arduino,  si  fece  religioso  a  Foote- 
nelle  nel  749  j  indi  colla  permissione  del 
suo  abbate  ritirossi  in  una  grotta  vicina, 
in  cui  visse  santamente  sino  all'  811.  Egli 
impiegava  una  gran  parte  del  tempo  a 
copiare  de' libri*  Fu  sepolto  nella  chiesa 
di  s.  Paolo,  ed  è  onorato  a'20  d'aprile. 

S.  Giroaldo,  1 5.°  abbate.  Sortilo  d'il- 
lustre casato,  venne  da  Carlo  Magno  im- 
piegato in  molte  trattative  prima  del  suo 
ritiro,  e  dopoché  ebbe  abbracciato  la  vita 
monastica,  la  regina  Bertruda  lo  tolse  a 
a  suo  direttore,  e  lo  fece  suo  1  Scappella- 
no. Fu  poi  nominato  vescovo  di  Evreux, 
e  tornato  a  Fontenelle  nel  787,  ne  fu  e- 
letto  abbate.  Egli  avea  molta  abilità,  e 
per  favorire  l'istruzione  de' suoi  fratelli 
istituì  una  scuola  per  essi.  Il  suo  amore 
per  la  solitudine  lo  portò  a  ritirarsi  a  Pier- 
re Pont  nella  Bassa  Normandia,  ove  inori 
nell' 806.  Egli  è  colà  onorato,  e  celebrasi 
la  sua  festa  a'18  di  giugno. 


VAN  i7.5 

S.  Idherlo,  1 7.0  abbate.  Visse  soltan- 
to nove  mesi  dopo  la  sua  elezione,  che 
seguì  nell'  8 1 6.  Non  si  conosce  né  la  pa- 
tria, né  alcuna  circostanza  di  sua  vita. 
E'  onorato  a'  i4  di  marzo. 

S.  Ansegisio,  19.0  abbate.  Era  di  stir- 
pe reale.  Quando  prese  l'abito  monastico, 
Carlo  Magno  lo  nominò  intendente  di  A- 
quisgrana,  e  gli  diede  a  titolo  di  benefi- 
zio la  badia  di  s.  Gennaro  in  Fley,  ch'egli 
rifabbricò.  Per  governare  questa  abban- 
donò le  badie  di  s.  Sisto  presso  Reims  e 
di  s.  Mernio  di  Chalous.  Lodovico  il  Bo- 
nario gli  conferì  quella  di  Luxeu  e  di  Fon* 
tenelle.  Fu  impiegato  con  successo  in  mol- 
te ambasciate,  e  devesi  a  lui  una  compi- 
lazione dei  Capitolari  di  Carlo  Magno  e 
di  Lodovico  il  Bonario,  che  fu  stampata 
per  opera  de'  Pithou  nel  i588,  i6o3  e 
1620.  Baluzio  ne  diede  una  nuova  edi- 
zione nel  1677.  S.  Ausegisio  fu  sepolto 
nel  capitolo  della  sua  badia,  ed  è  onora- 
to a'20  di  luglio. 

S.  Fulco,  21.0  abbate.  Governò  in 
pace  il  monastero  di  Fontenelle,  mentre 
quelli  di  Jumièges,  di  s.  Audoeno  e  di 
s.  Pietro  in  Isola  erano  stali  incendia- 
ti dai  danesi.  Colle  sue  orazioni  allonta- 
nò i  mali  che  faceva  temere  un  rinne- 
gato, ch'erasi  poslo  alla  lesta  di  que'bar- 
bari.  Si  onora  la  sua  memoria  a' io  d'ot- 
tobre. 

S.  Eremberto ,  22.0  abbate^  Con  un 
governo  pienoni  saviezza  e  di  fermezza 
salvò  il  monastero  di  Fontenelle  in  mez- 
zo a'  torbidi  che  affliggevano  la  Norman- 
dia. Morì  nell'849,  ed  è  onorato  agli  1  e 
di  settembre. 

S.  Gìrardo,  religioso  di  Lagni,  trovan- 
dosi in  Normandia,  fu  dal  duca  Riccardo 
I!  obbligato  ad  assumere  il  governo  di 
Fontenelle.  Egli  vi  fu  ucciso  nel  1  o3  1  da 
uno  de' suoi  monaci  di  guasti  costumi  e 
di  lesta  impazzita.  Quando  nel  1672  fu 
rifabbricalo  il  capitolo  ov'era  rimasto  il 
suo  corpo,  vi  fu  trovato  con  questa  iscri- 
zione: Hie  requie scit  abbas  Gerardus 
IF  kalendas  decembris  ab  injuslo  injw 


126  VAN 

ste  inlcrfectus.  Egli  è  onorato  a'^8  di  no- 
vembre. 

S.  Gradolfo,  2S.0  abbate.  Fu  eletto 
nel  io3r,  mentre  eia  occupato  a  fondare 
il  monastero  della  ss.  Trinila  sul  monte 
di  s.  Caterina  presso  Roueu.  Mangerò 
arcivescovo  di  questa  città  lo  chiese  per 
suo  coadiutore;  ma  il  santo  morì  poco 
dopo.  Egli  è  onorato  a'  6  di  marzo.  Le 
sue  reliquie  furono  disperse  da' calvini- 
sti nel  1 562,  ma  si  crede  che  ve  ne  ab- 
bia aucora  una  parte. 

S.  Gilberto,  3o.°  abbate.  Originario 
di  Alemagna  e  d'illustre  casato,  abban- 
donò il  suo  paese  con  Maurilio  monaco 
di  Fecam,  poi  arcivescovo  di  Rouen.  Me- 
narono entrambi  vita  romita,  e  Gilber- 
to nel  io63  fu  eletto  abbate,  adoperan- 
dosi per  tale  elezione  Guglielmo  il  Con- 
quistatore, che  avea  per  esso  una  stima 
particolare.  S.  Gilberto  assistette  a  un 
concilio  provinciale  tenuto  a  Lillebona 
nel  1080,  e  vi  sostenne  i  diritti  della  sua 
badia  oflesa  dall'arcivescovo  di  Rouen. 
Formò  de' discepoli  degni  di  governare 
parecchi  monasteri.  Fu  sepolto  nell'an- 
tico capitolo,  e  le  sue  reliquie  sono  an- 
cora nel  nuovo.  Onorasi  la  sua  memo- 
ria a' 4  di  settembre. 

S.  Contar  do,  nato  a  Solte  ville  presso 
Rouen,fu  monaco, poi  soltopriore  di  Fon- 
tenelle;  indi  eletto  abbate  di  Jumièges  di 
consentimento  del  re  Guglielmo  li.  I  ve- 
scovi della  provincia  lo  deputarono  al 
concilio  tenuto  a  derilioni  nel  1095  da 
Papa  Urbano  11.  Era  a  Caen  quando  il 
re  Guglielmo  vi  morì,  e  lo  assistette  nei 
suoi  ultimi  momenti.  E  onorato  a'  26  di 
novembre. 

VANENGO(s).  Era  luogotenente  del 
redolano  1 1 1  e  governatore  di  quella  par- 
te di  Neuslria,  che  oggi  si  conosce  sotto 
il  nome  di  paese  di  Caux.  Benché  fosse 
appassionalo  per  la  caccia,  nudriva  nul- 
lameno  sentimenti  di  pietà  e  una  parti- 
colare divozione  a  s.  Eulalia  di  Barcel- 
lona. Dale  le  spalle  al  mondo,  fondò  nella 
valle  di  Fecam  una  chiesa  iu  onore  della 


VAN 
ss.  Trinità,  con  un  monastero  di  religio- 
se, che  alìiilò  alla  direzione  di  s.  Osano 
e  di  s.  Vandrillo,  e  di  cui  fu  i.a  badessa 
s.  lldemarca,  che  avea  governato  una  co- 
munità religiosa  a  Bordeaux.  Il  mona- 
stero fiorì  in  modo  che  sotto  di  essa  con- 
taronsi  fino  a  36o  monache,  le  quali  di- 
videvate in  diversi  cori  per  continuare 
giorno  e  notte  1'  uffizio  divino  senza  in- 
terruzione. S.  Vanengo  morì  verso  l'an- 
no 688.  1  martirologi  di  Francia  e  di  s. 
Benedetto  l'onorano  a' 9  di  gennaio;  ma 
a  s.  Vandrillo  e  in  molti  monasteri  di 
Normandia  se  ne  fa  ricordanza  a'3 1  dello 
slesso  mese.  E  protettore  di  molte  chiese 
in  Normandia  e  in  Aquitania,  e  il  suo 
corpo  è  custodito  nella  chiesa  de'geno- 
vefini  di  Unni  in  Picardia. 

VANGELO.  V.  Evangelio  o  Evan- 
gelo, Evangelista,  Diacono,  Missiona- 
ri, MESSA,GlURAMENTO,ed  i  vol.XXXVlIF, 

p.  188,  LV,  p.  i37  e  2o5,  LVI,  p.  85, 
LXXI,p.  57  e  y^LXXHjp.  2o6,LXXX, 
p.  11 3,  LXXXlV,p.  1 55,  ec. 

VANNES  (Veneten).  Città  con  resi- 
denza vescovile  di  Francia,  nella  Bassa 
Bretagna  o  minore,  capoluogo  del  di- 
partimento di  M01  bihan,  di  circondario 
e  di  2  cantoni,  24  leghe  distante  da  Nan- 
tes e  1  12  da  Parigi ,  presso  l'estremità  set- 
tentrionale del  piccolo  golfodelMorbihan, 
formato  dall'Atlantico,  lunghesso  le  rive 
del  Marie  in  situazione  assai  vantaggiosa 
al  commercio.  L'ultima  proposizione  con- 
cistoriale la  dice  Civitas  Venetensis  prò- 
pe  Oceani  litusfcre  tota  in  planitie  ae- 
dificata est,  et  in  ejus  leucae  unius  spa- 
ilo, duo  mille  domus,  et  duodccini  mil- 
le circiter  christifideles  continentur.Ha 
tribunali  di  i.a  istanza  e  di  commercio, 
corte  d'assise,  borsa  mercantile,  direzio- 
ni de'demanii,  delle  contribuzioni  dirette 
ed  indirette,  conservazione  dell'ipoteche, 
e  vi  stanziano  l'ingegnere  d'argini  e  pon- 
ti, il  commissario  e  tesoriere  della  mari- 
neria, e  l'ispettore  delle  dogane-  La  città 
è  circondata  da  due  fìumicelli  che  con- 
tribuiscono a  rendere  il  suo  porto  prati- 


V  A  N 

cabile  da'  pesci  fenduti.  II  suo  porto,  lon- 
tano due  leghe  dal  mare,  vi  comunica  me- 
diante il  canale  di  Morbihan,  ed  è  acces- 
sibile anche  alle  grosse  navi.  Ha  due  sob- 
borghi, più  considerabili  e  popolati,  l'u- 
no chiamato  sobborgo  del  Mercato,  il 
quale  n'è  separato  mediante  mura  guar- 
nite da  torri  fortissime  e  da  una  fossa; 
l'altro  denominato  sobborgo  s.  Paterno, 
racchiude  un  bel  maglio  e  l'ospedale  ge- 
nerale. Possiede  Vannes  la  biblioteca  pub- 
blica, il  collegio  comunale  con  gabinetto 
di  fìsica,  la  scuola  di  navigazione  in  cui 
ognuno  viene  ammesso  senza  retribuzio- 
ne, la  sala  pegli  spettacoli  e  teatro,  la  so- 
cietà d'agricoltura:  nel  1826  vi  si  formò 
una  società  politecnica  per  propagare  lo 
studio  delle  scienze,  delle  lettere  e  delle 
arti;  società  che  furino  un  museo  princi- 
palmente destinato  alla  storia  naturale. 
Non  vi  sono  edifizi  rimarchevoli,  ad  ec- 
cezione della  cattedrale  e  dell'antico  ca- 
stello. La  cattedrale  di  gotica  struttura  è 
alquanto  ampia,  e  sotto  l'invocazione  di 
s.  Pietro  principe  degli  Apostoli:  in  orna- 
tissima  e  nobile  cappella  è  in  gran  vene- 
razione il  corpo  di  s.  Vincenzo  Ferreri, 
una  delle  principali  glorie  dell'ordine  de' 
predicatori.  Ha  il  battistero  con  cura  d'a- 
nime, affidata  al  proprio  parroco  ed  a' 
suoi  vicari.  Il  capitolo  si  componedi  8  ca- 
nonici, senza  alcuna  dignità  e  senza  le  pre- 
bende teologale  e  penitenziale;  di  alcuni 
canonici  onorari,  e  di  altri  preti  e  chieri- 
ci addetti  all'  nunziatura  divina.  Antica- 
mente avea  le  dignità  dell'arcidiacono, 
del  tesoriere,  del  cantore,  dello  scolastico 
e  del  penitenziere,  1 4  canonici,  4  arcipre- 
ti e  altri  ecclesiastici.  Alquanto  distante 
dalla  cattedrale  è  l'episcopio  ,  grande  e 
decente.  Vi  sono  inoltre  due  altre  chiese 
parrocchiali  col  s.  fonte,  alcuni  monaste- 
ri di  religiose,  3  ospedali,  diversi  sodali- 
zi, il  seininario^grande  e  il  seminario  pic- 
colo. Prima  eranvi  diversi  conventi  di  re- 
ligiosi, ed  i  gesuiti  vi  avevano  un  colle- 
gio. Pio  II  Papa  v'istituì  un  piccolo  stu- 
dio. Sono  a  Vannes  un  filatoio  di  coto- 


VAN  127 

ne,  fabbrica  di  tela  di  cotone,  e  fabbri- 
che di  cappelli,  di  panno  grosso,di  merlet- 
ti e  di  tessuti  diversi,  di  cuoi  conciati  e 
cordaggi.  Vi  si  attende  alla  costruzione 
delle  navi,  alla  pesca  delle  sardelle,  al- 
l'esportazione di  sali  e  grani, al  commer- 
cio di  canape,  miele,  cera,  burro,  sidro, 
ferri,  vini  ec.  Vi  si  tengono  fiere  dove  si 
fanno  molti  affari  in  cavalli,  bovi  e  vac- 
che, esercitando  pure  notabile  traffico  in 
grani  e  biade.  Le  due  passeggiate  del  Por- 
to e  del  Garenne  sono  amenissime.  Di 
Vannes  sono  s.  Albino  [V.)  vescovo  di 
Angers,  e  s.  3Ielanio(V.)  vescovo  di  Ren- 
nes.  Inoltre  fra' suoi  illustri  ricorderò 
GiorgioCadoudal. Vannes,  T  cnetiae,Da.' 
riorigum,  Civitas  Venetorum ,  antica  e 
graziosa  città,  credesi  con  fondamento 
sia  stata  la  capitale  de'  popoli  Veneti, 
come  attestano  copiose  rovine,  uno  de' 
più  celebri  delle  Gallie,  bellicosi  e  navi- 
gatori. Ottenne  la  città  della  celebrità 
nelle  guerre  che  gli  armoricani  sostenne- 
ro al  tempo  de' romani.  Il  suo  nome  di 
Vannes  in  basso  bretone  è  Guenet,  che 
significa  bella  e  avvenente.  Giulio  Cesa- 
re col  paese  I'  assoggettò  a  Roma  ,  e  fa 
compresa  nella  3."  provincia  Lionese;  ne 
parla  ne'  suoi  Commentari.  Gli  abitanti 
da  s.  Pietro  furono  chiamati  Cives  Ve- 
ned. Traila  De  Urbe  Venetensi  Bertran- 
do Argentrau  neWIIistoriae  Britanniae 
Armoricae,  in  cui  ragiona  pure  delle  il- 
lustri famiglie  della  medesima.!  Sa m mar- 
iani, coll'autorità  di  Plinio  e  di  S  tra  bo- 
ne, lasciarono  scritto,  che  la  città  di  Van- 
nes, fuit  genitrix  Fenetiarum  in  Italia 
florentissimarum.Na  dell'origine  del  vo- 
cabolo Veneti,  e  di  quello  di  Venezia,  a 
quest'articolo  ne  terrò  proposito.  Qui  so- 
lo mi  limiterò  a  dire,  che  sembra  più  ve- 
ramente il  vocabolo  derivazione  greca,  e 
non  provenuto  da'veneti  gallo-celti.  Nel 
577  i  bretoni  la  presero  a  Gontrano  re 
d'Orleans  e  di  Borgogna.  Nel  753  Pipi- 
no re  de' fra  11  chi  se  ne  impossessò,  ma  po- 
co dopo  i  bretoni  la  ripresero.  Fece  par- 
te de'dominii  de'parlicolari  duchi  di  lire- 


1*8  VAN 

taglia,  e  fu  una  delle  loro  citta  pfu  con- 
siderabili, appartenente  al  parlamento  di 
Rennes.  Il  suo  vescovo  anticamente  era 
signore  in  parte  della  città.  I  duchi  di 
Bretagna  talvolta  vi  fecero  residenza  , 
massime  ne' suoi  dintorni  ne' castelli  in 
cui  si  compiacevano  molto  di  dimorare. 
Giovanni  V  duca  di  Bretagna  premuro- 
samente invitò  io  spagnuolos.  Vincenzo 
Ferrati  a  recarsi  nel  suo  ducato;  ed  il  san- 
to portossi  a  Vannes,  ove  il  duca  faceva 
la  sua  residenza,  e  in  cui  il  clero,  la  no- 
biltà e  il  popolo  gareggiarono  in  venera- 
zione nel  riceverlo. Dalla  4-a  domenica  di 
quaresima  fino  alla  3.a  festa  di  Pasqua 
del  1417  vi  predicò,  predicendo  alla  du- 
chessa che  il  fanciullo  di  cui  era  incinta, 
sarebbe  stato  duca  di  Bretagna,  il  che  a 
suo  tempo  si  verificò.  Esercitò  il  mira- 
bile suo  zelo  apostolico  non  meno  in  Van- 
nes, che  in  tutto  il  ducato  di  Bretagna* 
e  da  dove  scrisse  a' vescovi  e  principali  si- 
gnori di  Castiglia,  non  che  al  reggente 
del  reame*  esortandoli  a  riconoscere  il 
concilio  di  Costanza,  ed  a  rigettare  l'an- 
tipapa Benedetto  XIII,  che  un  tempo 
egli  pure  erroneamente  aveva  tenuto 
per  legittimo.  Essendosi  portato  nella 
Normandia,  indebolito  quindi  nella  sa- 
nità, fu  esortato  a  tornar  nella  Spagna  ; 
mentre  viaggiava  aumentatosi  il  male 
si  fece  condurre  a  Vannes,  con  inespri- 
mibile contento  degli  abitanti,  i  quali 
però  restarono  turbati  allorché  il  santo 
disse  loro,  non  esservi  venuto  per  conti- 
nuar le  funzioni  del  suo  ministero  ,  ma 
per  cercare  la  sua  tomba.  Nel  l'avvicinar- 
si al  punto  estremo  fu  visitato  dal  vesco- 
vo, e  da  molte  persone  del  clero  e  della 
nobiltà,  tutti  esortandoli  a  perseverare 
nella  pratica  delle  virtù,  e  promise  loro 
di  ricordarsi  di  essi  allorché  sarebbe  in- 
nanzi a  Dio.  I  magistrati  di  Vannes  te- 
mendo che  i  di  lui  cui  religiosi  domenica- 
ni, i  quali  nella  città  non  vi  possedevano 
convento,  ne  portassero  via  il  corpo  dive- 
nuto cadavere  ,  lo  fecero  interpellare  in 
quale  luogo  preferisse  d'esser  sepolto;  ma 


V  A  R 

egli  umilmente  rispose,  essere  un  povero 
religioso  e  perciò  nulla  poter  dire  sulla 
sepoltura.  Invece  domandò  loro  la  gra- 
zia di  conservare  dopo  la  sua  morte  quella 
pace  che  tanto  avea  ad  essi  raccomandalo 
nel  corso  di  sua  vitaj  e  li  pregò  a  permet- 
tere al  priore  del  convento  domenicano 
più  vicino,  di  prescrivere  il  luogo  del  suo 
sepolcro.  Nel  mercoledì  di  Passione  a'  5 
aprile  1419,  lese  la  sua  bell'anima  a  Dio. 
Giovanna  di  Francia  figlia  del  re  Carlo 
VI  e  duchessa  di  Bretagna,  divotamen- 
te  ne  lavò  il  cadavere,  colla  cui  acqua  Dio 
operò  de'  miracoli.  11  duca  di  Bretagna  e 
il  vescovo  di  Vannes  decisero  che  il  ser- 
vo di  Dio  si  dovesse  tumulare  nella  cat- 
tedrale, con  grave  dispiacere  de'valenti- 
ni  e  degli  spaglinoli,  concittadini  e  con- 
nazionali del  santo,  i  quali  inutilmente  a- 
vendo  insistito  per  ottenerne  il  corpo,  de- 
liberarono nel  i5go  d'  involarlo  segreta- 
mente. La  città  avendone  penetrato  il  di- 
segno, nascose  l'urna  che  lo  racchiudeva* 
la  quale  poi  ritrovatasi  nel  i63^  fu  ca- 
gione di  sua  traslazione  solenne  a' 6  set- 
tembre* venendo  indi  collocata  nella  cap- 
pella di  recente  fabbricata  ,  ove  gelosa- 
mentesi  custodisce  qual  tesoro.  Anna  du- 
chessa di  Bretagna,  poi  moglie  de'  re  di 
Francia  Carlo  Vili  e  Luigi  XII,  nella  pe- 
nisola di  Rhuys  presso  Vannes  e  a  poca 
distanza  dal  mare  vi  eresse  il  castello  di 
Suscinion. Sopra  un'altra  punta  della  pe- 
nisola   vedesi  l'antica  abbazia  di  s.  Gilda 
fondata  a' benedettini  nel  VI   secolo  da 
Gilda  il  Saggio,  la  quale  abbandonata 
per  le  scorrerie  de'normanni  nel  princi- 
pio del  secolo  X  circa,  fu  ristabilita  nel 
1088  da  Goffredo  I  duca   di  Bretagna. 
Ne  fu  poscia  abbate  il  famoso  Pietro  A- 
belardo  (V.),  e  tuttora  ivi  si  conserva  la 
sua  cattedra:  l'abbazia  neh  638  fu  unita 
alla  congregazione  di  s.  Mauro.  Passata 
la  Bretagna  con  Vannes  per  la  detta  du- 
chessa Anna  alla  Francia,  furono  riunite 
alla  corona  nel  1 532  da  Francesco  I.  Van- 
nes e  il  dipartimento,  durante  la  gran- 
de e  lunga  rivoluzione  di  Fraucia,  fu  il 


VAN 
teatro  di  qualche  sanguinoso  combatti- 
mento. 

La  sede  vescovile,  secondo  Comman- 
ville,fu  istituita  nel  55o,suffraganea  del- 
la metropolitana  di  Tours  e  lo  è  tuttora. 
La  Civiltà  Cattolica  de' '2  maggio  j  857 
riferì  colle  corrispondenze  di  Francia  , 
desiderarsi  da  gran  tempo  la  divisione 
della  provincia  ecclesiastica  di  Tours,  che 
abbraccia  tutta  la  Bretagna,  l'Àngiò  e  il 
Maine;  perciò  volersi  ormai  innalzare  il 
vescovato  di  Rewies  a  metropoli,  con  as- 
segnargli per  suffraganee  le  sedi  vescovili 
di  Quimper,  s.  Brieux  e  Vannes.  Però 
ancora  non  se  ne  conosce  l'effettuazione.  I 
Sammartani,  Gallia  Christiana^.  4,  p- 
1  1 54  :  Fenetcnses  Episcopi,  registrano 
per  1 .°  vescovo  di  Vannes  s.  Paterno  (V.) 
nato  nell'Arniorico,  ordinato  nel  conci- 
lio tenuto  nella  città  da  s.  Perpetuo  me- 
tropolitano di  Tours  nel  465,  e  sotto- 
scrisse il  medesimo  concilio,  dunque  as- 
sai prima  dell'affermato  da  Commanvil- 
le.  Il  santo  edificò  un  monastero  vicino  a 
Vannes,  per  la  fondazione  dell'episcopio 
ottenne  dal  sovrano  di  Bretagna  il  ca- 
stello de  la  Molhe,  come  riferisce  Chenu, 
sostenne  virtuosamentequalche persecu- 
zione d'alcuni  vescovi  comprovinciali,  e 
per  evitare  ulteriori  discordie  si  ritirò  tra' 
franchi  ove  santamente  morì  circa  il  555. 
Siccome  il  Buller  lo  dice  nato  nel  490, 
questo  ritardo  del  suo  vescovato  avvici- 
na l'epoca  voluta  da  Commanville  sulla 
istituzione  della  sede  di  Vannes.  Trovo 
poi  in  qualche  collettore  de'concilii,  che 
quello  di  Vannes  del  465  fu  per  l'elezio- 
ne e  ordinazione  del  suo  vescovo  Libera- 
to, e  non  di  s.  Paterno.  1  Sammartani  do- 
po di  lui  registrano  i  vescovi  Clemente, 
Amanzio,  Modesto  che  sottoscrisse  il  con- 
cilio d'Orleans  del  5i  1.  Macario  fratello 
di  Chanuo  conte  di  Bretagna. Lasciò  scrit- 
to s.  Gregorio  di  Tours  lib.  4,  e.  4-»Cha- 
nao  Brilannorum  comes  tres  fiatres  suos 
interfecit.  Volens  autem  Macliavum  in- 
terficere,  comprehensum ,  atque  catenis 
oneralum  in  carcere  retinebat.  Qui  per 

VOL.  LXXXVIII. 


VAN  129 

Felicem  Namneticum  Episcopum  a  mor- 
te liberatila  est.  Post  haec  iuravit  fratrt 
suo,  ut  ei  fidelis  esset  ;  sed  nescio  quo 
casu  sacramentum  inrumpere  voluit. 
Quod  Chanao  sentiens,  iterum  eum  per- 
sequebatur.  At  ille,  cum  se  evadere  non 
posse  videret,  post  alium  comitem  regio- 
nis  illius  fugit,  nomine  Chonomorem.  Is 
cum  sentiret  persequutores  eius  adpro- 
pinquare,  sub  terra  eum  loculo  abscon- 
dit,  componens  desuper  ex  more  tumu- 
luro,parvumqueei  spiraculum  reservans, 
undehalitum  resumere  posset.Advenien- 
tibus  autem  persequutoribus  eius,  dixe- 
runt  :  Ecce  hicMaclìavusmortuus  atque 
sepultus  iacet.  Quod  ì  1  lì  audientes,  at- 
que gaudentes,  et  super  tumulum  illum 
bibentes  ,  renunciaverunt  fra  tri ,  eum 
mortuum  esse.Quod  illeaudiens,regnum 
eius  integrum  accepit.  Nam  semper  bri- 
tanni sub  francorum  potestate  postobi- 
lum  regis  Clodovei  fuerunt,  et  comites, 
non  reges  appellati  sunt.  Macliavus  au- 
tem de  sub  terra  consurgens  Veneticam 
urbem  expetiit,ibique  tonsuratus,  etepi- 
scopus  ordinatusest.Mortuo  aulemCha- 
naone,  hic  apostatavit,  et  dimissis  capil- 
lis,  uxorem,  quam  postclericatum  reli- 
querat,  cum  regno  fratris  simul  accepit. 
Sed  ab  episcopis  exeomunicatus  est." 
De  eius  interitus  refert  ista  e.  16,  I.  5. 
Macliavus  quondam  et  Bodicus  Brita- 
norum  comitesy  sacramentum  inter  se 
dederant»  ut  qui  ex  eis  superviveret , 
filiospartis  alterius  lanquam  proprios 
defensaret.  Morluus  autem  Bodicus  re- 
li  quitfiliumTheodoricum  nomine.  Quo, 
Macliavus  oblitus  sacramenii,expulso 
a  patria,  regnimi  patris  eius  accepit. 
Hic  vero  multo  tempore  prof ugus  vagus- 
que  fuit.  Qui  tandem  miserante  Deo} 
colle  e  ti  s  secum  a  Britanniae  virisyse  su- 
per Macliavum  obiecits  eumque  cum  fi- 
Ho  eius  Jacob  gladio  interemit  j  par- 
temque  regni  ,quam  quondam  pater  eius 
tenueratyin  sua  potestate  restituit.  Par- 
tem  vero  alium  VuarocusMacliavi filius 
vindieavit.  Si  vuole  che  quindi  fosse  ve- 
9 


i3o  VAN 

scovo  Eunio  o  Eonio,il  quale  pari  l'esilio 
d'ordine  di  Chilperico  I,  indi  gli  fu  per- 
messo di  ri  tema  ce  a  Vanues.  Nel  590  era 
vescovo  Reale,  indi  s.  Guiunino,  di  cui 
è  memoria  nel  Proprio  Sanctoriim  Ve- 
netensi  a'  19  agosto.  Suoi  successori  fu- 
rono, s.  Icnoroco,  Rinaldo,  Susanno  I, 
Junkehelo,  Joiloco  o  Bodoco,  s.  Inguete- 
no,s.Meriadeco  o  meglio  Mereodoco  (/'.) 
che  ripugnante  accettò  il  vescovato,eletto 
dal  clero  e  dal  popolo.  Nel  Proprio  San- 
ctorumVcnetensis  si  legge  che  riposò  nel 
Signore  a'7  di  giugno.  Il  Buller  lo  dice  o- 
norato  nello  stesso  giorno,  e  che  l'antico 
Breviario  di  Treguier  pone  la  sua  morte 
nel  1 3o2,  il  che  non  pare.  Quindi  s.  Mel- 
deoco,  AmoD,  Mabon,  s.  Chomeano,  Di- 
les,  Kenoionoco,  s.  Justoco,  Jaguto,  Cai- 
gono,  Luetuarto,Bilio  I,  Cunadano,Blin- 
liveto,  Auriscando  I,  ISlorvanno  I  del 
689  circa.  Ago  resse  il  vescovato  di  Van- 
nes  a  tempo  di  Carlo  Magno,  Isacco  nel- 
l'8i4,  Kermarico  nell'818,  Vieloconel- 
1*819,  Ragenario  ne^'^38,  Susanno  II 
nell'866,  CourantgenOj  al  cui  tempo  i 
normanni  presero  Vaones.  Jerenna  o 
Erenna  a  tempo  di  Adriano  li  Papa 
dell'  867  qucm  invisit,  recatosi  in  Ro- 
ma quale  legato  di  Salomone  re  o  du- 
ca di  Bretagna.  Cenuemoco,  a  cui  scrisse 
nel!'  882  Papa  Giovanni  Vili  :  Miror 
minus  doctam  scienti am  titani ,  sacer- 
dotali pittare  post  perpetratimi  honiici- 
di  uni  posse  in  sacerdotio  ministrare  : 
inimo  quod  est  peiustnobis  suadere  vel- 
ie, ut  ipsi  tali praesumptioni  praebere- 
mus  assensum.  Poscia  fu  vescovo  Dilio 
II,  forse  confuso  col  l'omonimo  già  ricor- 
dato, Auriscando  11  del  1002,  Judicaeldi 
Bretagna  figlio  del  duca  Conauo  e  mor- 
to nel  1 037  a' 1 3  giugno,  secondo  il  Mar- 
lyrologio  Venetensi.  Budoco  mori  nel 
io65,  Mengio  de  Porhoet  de'conti  del 
suo  nome  nobilissimo  bretone,  Morvan- 
no  li  del  1088,  Giacomo  I  morto  nel 
1 132,  Eveno  defunto  nel  1 1 43,  Ruau- 
do  cistercense  morto  a'22  ottobre  1  177, 
ma  uel  Necrologiit/n  Fendente  si  dice 


VAN 
defunto  a'27  giugno,  e  che  donò  a'cano- 
nici  di  sua  chiesa  la  metà  di  quella  di  s. 
Paterno.  Neil  182  Guihenoco  già  arci- 
diacono di  Rennes,  ebbe  grave  contro- 
versia coll'abbate  di  s.  Salvatore  di  Re- 
don,  abbazia  della  diocesi,  donò  diversi 
beni  a'suoi  canonici,  e  cessò  di  vivere  nel 
121  7.  Nel  seguenteGuglielmoI,oeli225 
Roberto  1  intervenne  alla  dedicazione 
dell'abbazia  di  Villanova.Cadioco  morto 
neli2,54  donò  al  capitolo  di  Vannes  la 
chiesa  di  s.  Maiolo  per  celebrare  un  an- 
niversario all'anima  sua.  Nello  stesso  gli 
successe  Guglielmo  li,  Guido  nel  1263 
dedicò  la  chiesa  di  s.  Francesco  in  Van- 
nes, Guidomaro  del  1270  costituì  ren- 
dite per  anniversari  suffragi  per  la  pro- 
pria anima.  Enrico  I  Bloc,  di  singolare 
semplicità, fece  una  donazione  a'canonici 
e  morì  nel  1  286.  Eurico  11  Tors  già  teso- 
riere della  cattedrale  ,  riparò  il  castello 
vescovile  de  la  Mothe  e  lo  lasciò  al  suo  ca- 
pitolo: è  nominalo  nel  1295  e  neli3o5. 
Gaufrido  1  de  Roche  fu  ri  del  1 3  1 6.  Gio- 
vanni I  Parisi,  ebbe  a  coadiutore  Enrico 
Camo  canonico  di  Vannes ,  e  morendo 
neh  334  fece  una  lascita  pel  suo  anniver- 
sario. Gaufrido  11  del  1 337,  Gualtero  de 
Saint  Pere  deh  347,  Guglielmo  111  se- 
deva ueh35o,Gaufrido  111  deh  362  fon- 
dò la  cappella  del  ss.  Sagramcnto  nella 
cattedrale.  Giovanni  11  de'  signori  di 
Monstrelaix  del  1 368,  poi  traslato  a  Nan- 
tes. Enrico  111  Le  Barbo  nobile  di  Qui- 
tto deh  383, di  gran  probità  ed  erudizio- 
ne,  cancelliere  del  duca  di  Bretagna. 
Ugo  Sloquer  o  De  Leslrequer  domeni- 
cano già  vescovo  di  Treguier,  postulato 
dal  capitolo,  morì  nel  1408.  In  questo 
Amalricodela  Mothe,che  prestò  omaggio 
neh427  al  duca  di  Bedfort  reggente  di 
Francia  pel  re  d'Inghilterra;  a  suo  tempo 
in  Vannes  volò  al  cielo  s.  Vincenzo  Fer- 
reri,  indi  fu  traslato  a  s.  Malo.  Giovali- 
ni  IH  Valydire  domenicano  di  Cornovail- 
les  nel  1 433,  già  vescovo  di  s.  Paul  de 
Leon,  restaurò  la  cattedrale  e  con  muni- 
ficenza la  beueficò,  eresse  la  cappella  di 


VAN 
s.  Leone  pel  e  apitolo,  abbellì  quella  del- 
la B.  Vergine  dietro  al  coro  e  ivi  fu  tu- 
mulato neh  444'n  questogli  successe  Ivo 
de  Pontsal  nobile  della  diocesi  di  Vannes, 
domenicano,  già  tesoriere  della  cattedra- 
le  ;  immisi!  i  francescani  in  Diaveto,  a 
Ponti  vio  e  nell'isola  di  Rhoysj  intervenne 
all'elevazione  del  corpodi  s.VincenzoFer- 
reri  nel  i  456  celebrata  dal  cardinal  Geli- 
vo, e  morendo  a'7  gennaio  i47^  fi*  se* 
pollo  in  cattedrale  nella  cappella  di  s.  Vin- 
cenzo martire.  Nella  sede  vacante  consa- 
grò la  cattedrale  il  vescovo  di  Sinope  I/i 
pcirtibus.  A' 17  maggio  il  cardinal  Pietro 
de  Foix  (fT-).  Per  sua  morte  il  capitolo 
nominò  Roberto  1  le  Borgne  canonico  di 
Nantes,  ma  Papa  Innocenzo  Vili  dichia- 
rò nulla  l'elezione.  Invece  nel  1490  ne  di- 
chiarò amministratore  il  proprio  nipote 
cardinal  Lorenzo  Cibo(V.).  Neh5o4Gia- 
como  de  Beaune  de'signoi  i  di  Samblacay, 
già  tesoriere  di  s.  Malo.  Nel  i5i  !  Ro- 
berto II  Guibè  vescovo  di  Treguier,  Ren- 
nes  e  Nantes,  fatto  amministratore  perpe- 
tuo in  grazia  di  Anna  regina  di  Francia  e 
duchessa  di  Bretagna.  Nel  !  5 1 4  a  istanza 
di  Claudia  regina  di  Francia,  Andrea  Ha- 
mou  canonico  di  Rennes  e  abbate  di  s. 
Gilda.  Dopo  di  lui  il  cardinal  Alessandro 
Farnese  diacono  di  s.  Eustachio  per  am- 
ministratore per  poco  tempo,  dipoi  Papa 
Paolo  III.  Nel  i5i5  vescovo  il  cardinal 
Lorenzo  Pucci(V.)  fiorentino,  che  gover- 
nò per  vicari;  abdicò  in  favore  del  nipote 
cardinal  Antonio  Pucci  (^r.),  cioè  nel 
1 536  (ma  lo  zio  era  morto  prima);  ed  an  • 
che  questi  nel  1 54i  rassegnò  il  vescovato 
al  proprio  nipote  Lorenzo  Pucci,  o  meglio 
Io  prese  in  coadiutore  con  futura  succes- 
sione, morendo  il  cardinale  nel  1 544*  ^el 
1 55 1  Carlo  de  Marillac,  poi  traslato  a 
Vienna.  Nel  1 558  Sebastiano  de  L'Aube- 
spine,  si  dimise  nel  1 55c),  ed  in  questo  fu 
vescovoFilippodu  Becde'signori  deBour- 
ry;  intervenne  al  concilio  di  Trento,  e  poi 
passò  alle  sedi  di  Nantes  e  di  Reims.  Nel 
1  565  Giovanni  le  Febure  canonico  can- 
tore della  cattedrale,  per  cessione  del  pre- 


VAN  i3t 

decessole.  Nel  1 574  Giovanni  de  la Haye 
benedettino,  già  vicario  generale  del  pre- 
cedente. Morto  nel  i5y5t  in  questo  gli 
successe  il  fratello  Lodovico,  indi  fonda- 
tore del  collegio  di  Vanues,morì  neh  588, 
e  come  il  predecessore  fu  deposto  nella 
cappella  di  Nostra  Donna  dietro  il  coro. 
Nel  1  5g?.  Giorgio  d' A  radon  de'signori  di 
tale  luogo  presso  Vannes,  sepolto  nel  co- 
ro della  cappella  di  s.  Giovanni.  Nel  1  099 
Giacomo  III  Martino  di  Bordeaux,  al  cui 
tempo  neli6i5  fu  fabbricato  il  conven- 
to de' cappuccini.  Nel  1622  permutò  la 
sede  con  l'abbazia  di  Panisponte  ,  il  cui 
abbate  Sebastiano  de'conti  di  Rosmadec 
divenne  vescovo  di  Vannes,  e  fu  consa- 
grato  dall'arcivescovo  di  Tours.  Nel  suo 
vescovato,  in  Vannes  furono  assegnalo 
rendite  agli   introdotti  cappuccini ,   nel 
1628  a'carmelitani  scalzi,  al  collegio  de' 
gesuiti,  al  convento  de'  domenicani;  alle 
religiose  orsoli  ne,  alle  ospedaliere,  a  quel- 
le della  Visitazione.  Di  più  nella  diocesi 
ammise  i  cappuccini  e  l'orsoline  ad  lieo- 
nebont,  gli  agostiniani  a  Malestric,  le  mo- 
nache del  Calvario  nell'abbazia  di  Redoti, 
la  quale  esseudo  della  congregazione  di 
s.  Mauro  riformò  e  restaurò.  In  Auray  po- 
se i  carmelitani,  i  cappuccini  ed  i  france- 
scani; in  Parigi  intervenne  all'assemblee 
del  clero,  rappresentando  quello  di  Bre- 
tagna; fece  sta mpa re  il  Proprium  Sanalo- 
rum  di  sua  chiesa,  e  morendo  nel  1646 
fu  sepolto  nella  cappella  di  s.  Vincenzo 
Ferreri  della  cattedrale.  Gli  successe  nel 
1648  il  consanguineo  Carlo  di  Rosmadec 
nobilissimo,  abbate  di  s.  Maria  de  Tron- 
cheto,  nel  1649  deputato  agli  stati  di  Bre- 
tagna, e  neh 655  intervenne  in  Parigi  al- 
l'assemblea del  clero.  Con  esso  termina 
la  serie  de'vescovi  nella  Gallia  Christia- 
na dell'antica  edizione,  he  Notizia  di  /?o- 
ma  riportano  i  seguenti.  Nel  174^  Gio. 
Giuseppe  de  Saint-Jean  de  Jumilach,  di 
Briva  diocesi  di  Limoges.  Neh  746  Car- 
lo Giovanni  de  Berlin  di  Perigueux.  Nel 
1775  Sebastiano  Michele  Amelotd'An- 
gers:  ricusò  di  dimettersi  neh  801  in  con- 


i32  YAK 

seguenza  del  concordato  di  Pio  VII,  e  fir- 
mò le  proteste  de'  vescovi  non  dimissio- 
nari. Nel  1802  Antonio  Saverio  Maine- 
euiì  Pancemonl  di  Gand,  già  parroco  di 
s.  Sulpizio di  Parigi. Nel  1 807  Pietro  Fran- 
cesco Gabriele  Raimondo  Ferdinando  di 
BaussetRoquefortd'Aix,lraslalonel  181  7 
all'arcivescovato  patrio.  Nel  18 19  Enrico 
M.a  Claudio  de  Bruc  della  Bassa  Loira 
diocesi  di  Nantes.  Per  sua  morte  Leone 
XII  a'2  ottobre  1826  preconizzò  Simone 
Garnier  di  s.Vallier  diocesi  di  Langres,già 
canonico  e  vicario  generale  di  Treveri,  ed 
allora  canonico  e  vicario  generaledi  Ren- 
nes.  Morto  pochi  mesi  dopo,  lo  stesso  Pa- 
pa nel  concistoro  de' 18  settembre  1827 
dichiarò  vescovo  di  Vannes  l'attuale  mg.r 
Carlo  Giovanni  de  la  Molle  de  Vauvert, 
del  castello  di  Saint-Pere  di  Launay  dio- 
cesi di  Rennes,  già  direttore  del  piccolo 
seminario  di  Rennes  e  parroco,  poi  cano- 
nico della  cattedrale,  encomiandolo  per 
gravità,  prudenza,  dottrina,  probità  e  in- 
tegrità, ed  istruitissimo  nelle  funzioni  ec- 
clesiastiche. Ogni  nuovo  vescovo  è  tassa- 
to ne'libri  della  camera  apostolica  in  fio- 
rini 370,  ascendendo  le  rendite  a  i5,ooo 
franchi:  prima  godeva  24,000  lire.  La 
diocesi  si  estende  per  circa  3o  leghe  iti 
lunghezza  e  20  in  larghezza,  contenendo 
più  città  e  luoghi,  poiché  comprende  il 
dipartimento  del  Morbihan. 

Concilii  di  Vannes. 
11  i.°fu  tenuto  e  presieduto  da  s.  Per- 
petuo arcivescovo  di  Tours  nel  465  per 
l'elezione  e  ordinazione  deli.°vescovo  di 
Vannes  che  si  conosca,  cioè  secondo  alcu- 
ni di  s.  Liberato,  e  al  dire  d'altri  di  s.  Pa- 
terno o  Paderno,  seu  Pater  vulgo  dictus 
de  s.  Poix.  L'arcivescovo  con  5  vescovi, 
compreso  quello  di  Vannes,  vi  fecero  16 
canoni  sulla  disciplina  ecclesiastica,  mol- 
ti de'quali  sono  eguali  a  quelli  del  conci- 
lio di  Tours  del  461.  Ui.°ordina  di  se- 
parar dalla  comunione  gli  omicidi  e  i  fal- 
si testimoni,  finché  abbiano  fatta  peni- 
tenza. Il  2.0  separa  dalla  comunione  quel- 
li che  ripudiando  le  mogli  come  adultere, 


va 

senza  provar  che  lo  fossero,  ne  sposavano 
dell'altre.  11  3.°  non  vuole  che  gli  ecclesia- 
stici, a'  quali  è  interdetlo  il  matrimonio, 
si  trovino  all'altrui  nozze,  nò  in  lutti  que' 
luoghi,  dove  l'orecchie  egli  occhi  loro, de- 
stinati a'sagri  misteri,  potessero  esser  lor- 
dati dagli  spettacoli  o  da  parole  inoneste. 
Il  i3  condanna  altissimamente  l'ubbia- 
chezza  negli  ecclesiastici  come  1'  origine 
d'ogni  sorta  d'  eccessi,  e  vuole  che  si  pu- 
niscano corporalmente.  Il  16  condanna 
una  superstizione,  che  introducevasi  tra 
gli  ecclesiastici,  i  quali  facevano  professio- 
ne d'indovinare  l'avvenire  aprendo  qual- 
che libro  della  s.  Scrittura,  ciò  ch'eglino 
chiamavano  la  Sorte  {V  .)  de'santi,  come 
del  tutto  opposta  alla  pietà  e  alla  fede. 
Vedesi  tuttavia  che  alcuni  servi  di  Dio 
hanno  usato  alle  volte  questa  maniera  di 
profezia  ;  imperocché  si  può  distinguere 
in  questo  ,  ciò  che  gli  uomini  dabbene 
fanno  in  certe  occasioni  straordinarie  per 
la  sola  fiducia  nella  bontà  e  nella  prov- 
videnza di  Dio,  da  ciò  che  altri  facevano 
per  mestiere  o  per  spirilo  di  curiosità,  o 
per  guadagnar  denaro,  mettendovi  delle 
pratiche  superstiziose.  Il  i.°  concilio  fu 
celebrato  in  Vannes  neU'8i8  per  la  fon- 
dazione dell'abbazia  di  s.  Salvatore  di  Re- 
don.  Il  3.°  si  adunò  nell'846,  da  Nomeo- 
ne  principe  de'bretoni.  11  4«°  fu  celebra- 
to neH'848.11  5.°  concilio  ebbe  luogo  nel 
io4o  sopra  la  disciplina  ecclesiastica.  Il 
6.°  concilio  di  Vannes  o  di  Tours  fu  te^ 
nulo  nel  1 455  per  la  traslazione  di  s.  Vin- 
cenzo Ferreri,  in  quell'anno  solennemen- 
te canonizzato  da  Calisto  III,  a  cui  avea 
predetto  il  pontificato.  Regia,  l.  21  e  25. 
Labbé,  t.  4>  7  e  9.  Arduino,  t.  2,  4  e  6- 
VANNES  (s.).  Congregazione  dell'or- 
dine  di  s.  Benedetto.  Le  congrega zioui 
benedettine  esenti  di  Fiandra  e  di  Fi  an- 
cia, inclusi vamente  a  quella  di  s.  Vedaslo 
d'Arras,  di  cui  tratta  il  p.  Helyot,  Storia 
degli  ordini  monastici,  t.  6,  cap.  33,  es- 
sendo state  formate  da  alcuni  monasteri, 
piuttosto  per  sottrarsi  dalla  giurisdizione 
de'  vescovi,  che  per  riformare  i  costumi 


V  A  N 

conotti  della  maggior  parte  dell'ordine 
Brucete  t  ti  no  tconie  osserva  lo  slesso  p.  He- 
lyot,  non  potevano  certamente  restituire 
a  quest'ordine  il  suo  antico  lustro;  poiché 
non   facevano  queste  tali  istituzioni  per 
desiderio  di  acquistare  una  maggior  per- 
fezione; ma  piuttosto  perchè  loro  non  fos- 
se rotto  il  corso  d'una  vita  libera,  e  op- 
posta allo  spirito  dei  loro  stato;  e  per  que- 
sto il  cardinal  Carlo  di  Lorena  legato  del 
Papa  ne'vescovati  di  Metz,  Toul  e  Ver- 
dun,essendosi  inutilmente  adoperato  per 
riformare  i  monasteri  di  questi  paesi,  giu- 
dicando il  male  incapace  di  rimedio,  se- 
colarizzò I'  abbazie  di  Gorze  e  di  s.  Marti- 
no di  Metz,  eie  priorie  della  Madonna 
di  Nancy,  di  Salone,  di  Varangeville  e  di 
s.  Nicola,  le  di  cui  rendite  fece  applicare 
alla  chiesa  primaziale  di  Nancy,  ed  ezian- 
dio propose  a  Papa  Clemente  Vili  d'in- 
teramente sopprimere  l'ordine  benedetti- 
no nelle  provinciedella  sua  legazione.  Ma 
quando  era  pitiche  mai  disperata  la  ri- 
forma, Iddio  fece  sorgere  un  uomo  san- 
to, che  fu  il  riformatore  della  monastica 
disciplina  in  Francia  e  in  Lorena  ,  e  fece 
rivivere  Io  spirito  di-s.  Benedetto,  di  cui 
egli  professava  la  regola.  Fu  questi  d.  De- 
siderio de  la  Cour,  il  quale  nacque  in  Mon- 
zeville,  3  leghe  distante  da  Verdun,  nel 
i  55o  ,  da  genitori  delle  prime  famiglie 
della  provincia,  ma  il  patrimonio  loro  non 
corrispondeva  alla  nobiltà  di  loro  stirpe, 
essendo  stati  spogliati  de'beni  di  fortuna 
nella  guerra, onde  si  videro  costretti  a  la- 
vorare le  loro  terre  per  mantenersi.  De- 
siderio di  1 7  anni  fu  mandato  a  Verdun, 
ove  per  divina  disposizione  venne  allog- 
giato vicino  all'abbazia  di  s.  Vannes.  Non 
si  conosce  il  tempo  e  gli  autori  della  fon- 
dazione dell'  abbazia  benedettina  di   s. 
Vannes,  S.   Vitonus,  situata  in  Verdun 
nella  Lorena:  si  sa    solamente  che  la 
chiesa  esisteva  fiuo  dal  V secolo  fuori  del- 
le mura  della  città,  sotto  l' invocazione 
de'ss.  Pietro  e  Paolo.  Prese  io  seguito  per 
patrono  s.  V'itone  (V.)o  Vitono  vescovo 
di  Verdun,  detto  in  francese  Saint- Van- 


VAN  i33 

nei  o  Vanne,  morto  nel  52  5.  Madalveo 
vescovo  della  stessa  città  nel  y53  fu  il i.° 
abbate  di  s.  Vannes,  e  trovasi  che  prima 
di  lui  Angelberto  arcidiacono  di  Verdun 
era  preposto  di  s.  Vannes  nel  701. 1  pri- 
mi vescovi  di  Vetduu  considerarono  il 
monastero  di  s.  Vannes  come  un  luogo 
privilegiato, ed  ivi  scelseroordinariamen- 
te  la  loro  sepoltura.  Vi  posero  de'chieri- 
ci,  che  vivevano  secondo  la  forma  aposto- 
lica prescritta  negli  Atti  Apostolici.  Non 
fu  che  alla  metà  del  secolo  X  che  v'  in- 
trodussero l'ordine  monastico.  Berenga- 
rio vescovo  di  Verdun,  vi  collocò  de'be- 
nedettini  nel  952.  Quest'abbazia  situata 
nella  cittadella  di  Verdun,  divenne  cele- 
bre pel  merito  de'molli  suoi  abbati  che 
vi  fiorirono,  e  per  la  riforma  di  cui  va- 
do a  ragionare.  Dopo  qualche  tempo  dac- 
ché Desiderio  soggiornava  presso  l'abba- 
zia di  s  Vannes,  risolvette  di  farsi  frate 
converso  nella  medesima,  non  avendo  al- 
cuna tintura  nelle  scienze.  Ne  parlò  egli  al 
suo  zio  materno  Bonecart,  luogotenente 
generale  della  città,  e  per  suo  mezzo  ot- 
tenne dal  vescovo,  ancor  lui  suo  congiun- 
to, ed  abbate  di  s.  Vannes,  per  essere  sta- 
la  unita  la  mensa  abbaziale  al  vescovato 
di  Verdun,  d'esser  ricevuto  non  solo  tra' 
religiosi  dell'abbazia,  ma  ancora  di  ve- 
nire annoverato  tra'monaci  da  coro.  La 
comunità  monastica  mostrò  di  tal  cosa 
molto  dispiacere,  querelandosi  del  torto 
che  facevasi  ad  un  sì  celebre  monastero 
coli' ammettervi  un  ignorante,  allevato 
continuamente  alla  campagna;  usando 
nondimeno  il  vescovo  di  sua  autorità  gli 
convenne  dargli  l'abito.  Subito  venne 
quindi  maltrattato  aspramente;  ma  la  sua 
pazienza  e  mansuetudine  gli  guadagnaro- 
no finalmente  l'affetto  d'alcuni  religiosi  del 
monastero,  i  quali  si  presero  la  cura  d'in- 
segnargli i  primi  elementi  della  gramma- 
tica. Vi  si  applicò  egli  cou  molta  assidui- 
tà, e  superate  le  prime  difficoltà,  mostrò 
tal  capacità  per  le  lettere,  che  per  dargli 
maggior  comodo  d'  avanzarsi  in  questo 
studio,fu  mandalo  all'università  diPout-à- 


i34  VAN 

Mousson,  accio  potesse  meglio  istruirsi. 
Fece  quivi  il  suo  corso  di  filosofia  eleo- 
logia,  e  passò  maestro  delle  arti.  Sul  co- 
minciar dello  studio  della  teologia,  che  fu 
nel  1 58 1 ,  ricevette  l'ordine  del  sacerdo- 
zio, essendo  in  età  di  3o  anni,  e  compiu- 
to lo  studio  di  teologia  fece  alcuni  sermo- 
ni, i  quali  manifestarono  il  talento  ch'e- 
gli avea  per  la  predicazione,  nella  quale 
sarebbe  eglia  meraviglia  riuscito,  se  le  sue 
occupazioni  gli  avessero  permesso  di  ap- 
plicarvisi.  Ritornò  al  suo  monastero  ri- 
solutissimo  d'ossei  vare  esattamente  la  re- 
gola, che  avea  professata;  ma  se  gli  para- 
rono avanti  grandi  ostacoli  per  parte  de' 
religiosi,  che  non  potevano  soffrire  tale 
distinzione.   Non  sapeva  contenersi  dal 
rappresentare  loro  l'  obbligo  che  ad  essi 
correva  di  menar  vita  più  conforme  al 
loro  istituto.  Simigliami  discorsi    invece 
di  piegare  il  loro  spirito,  gli  rendevano  i 
monaci  a  lui  avversi  ;  quindi  per  disfarsi 
di  lui ,  come  d'  un  censore  molesto ,  gli 
persuasero  di  ritornare  a  Pont-à-Mous- 
son  peracquistare  maggior  perfezione  nel- 
lo studio  della  teologia,  ed   impararvi  la 
lingua  greca  ed  ebraica,  il  che  egli  di  buo- 
na voglia  accettò,  come  cosa  per  lui  a  gran 
segno  vantaggiosa,  e  favorevole  alla  gra  i 
passione  che  avea  contralto  per  le  scien- 
ze. Dopo  aver  per  alcuui  anni  dimorato 
in  quest'università  ritornò  a  s.  Vannes, 
ma  non  trovò  alcun  cambiamento  ne'co- 
stumi  de'religiosi,i  quali  non  potendo  tol- 
lerare l'esemplare  vita  del  p.  d.  Desiderio, 
e  temendo  la  riforma  del  loro  monaste- 
ro, avendoli  il    vescovo  abbate  sovente 
avvisati  di  mutar  costume,  risolvettero 
d'  allontanare  chi  poteva  contribuire  a 
questa  riforma.  Finsero  quindi  di  volerla 
jibbracciare,  ed  indussero  il  p.  d.  Deside- 
rio a  portarsi  a  R.oma,  acciò  procurasse  la 
disunione  della  mènsa  abbazialedis,  Van- 
nes da  quella  del  vescovo  di  Verdun,  alla 
quale  era  stala  unita,  facendogli  credere, 
che  questa  era  la  maniera  di  conseguire 
la  riforma.  Partì  egli  dunque  da  Verdun 
neli587,  ma  giunto  in  Roma  non  andò 


VAN 
guari,  che  s'accorse  della  furberia  de'suoi 
corrcligiosi,  poiché  invece  di  trovarvi  le 
lettere  di  cambio,  che  gli  aveano  promes- 
so, si  vide  da  loro  iniquamente  abbando- 
nato ,  laonde  fu   costretto  a  ripassare  in 
Lorena.  Tornalo  che  fu  alla  sua  abbazia, 
ebbe  qualche  pensiero  di  mutare  ordine, 
siccome  quello  di  s.  Benedetto  più  non 
conservasse  in  Francia   il    primiero   suo 
spirilo;  si  consigliò  in  questo  particolare 
con  delle  persone  pie,  le  quali  gli  persua- 
sero di  perseverare  nel  suo  stato,  e  di  vi- 
vere in  esso  più  regolatamente  che  pote- 
va. Abbracciò  egli  questo  consiglio,  e  per 
mettere  in  pace  la  sua  coscienza  si  portò 
dal  priore,  e  gittata  a'  suoi  piedi  quella 
poca  quantità  di  denaro  che  avea,  lo  pre- 
gò a  disporne, egualmente  de'suoi  mobili 
e  de'suoi  libri,  e  gli  propose  di  volere  ri  • 
tirarsi  in  un  eremo  per  menar  quivi  la 
vita  degli  antichi  solitari.  Ne  ottenne  fa- 
cilmente la  licenza,  ed  il  priore  gli  asse- 
gnò per  luogo  del  suo  ritiro  V  eremo  di 
s.  Cristoforo,  dipendente  dal  monastero 
di  s.  Vannes,  e  distante  4  leghe  da  Ver- 
dun. Dimorò  egli  io  mesi  in  questa  so- 
litudine,  non  nutrendosi  che  di  pane  e 
acqua,  ed  avrebbe  perseveralo  in  quella 
sorle  di  vita  fino  alla  morte,  se  Dio,  che 
l'avea  eletto  per  riformare  il  suo  ordine, 
non  disponeva  diversamente.  Le  guerre 
accese  in  Francia  dall'  eresia  degli  ugo- 
notti calvinisti   imperversando,  I' obbli- 
garono ad  uscire  dalla  sua  solitudine  per 
non  divenire  il  bersaglio  degl'insulti  de' 
furiosi  soldati.  Uscito  dal  suo  eremo  en- 
trò tra'minimi,  i  quali  con  sommo  giu- 
bilo lo  ricevettero,  e  lo  vestirono  dell'a- 
bito dell' ordine  loro.  Ma  conservando 
sempre  un  ardente  affetto  verso  quello 
di  s.  Benedetto,  dopo  qualche  tempo  uscì 
dal  convento  de'  minimi,  e  rientrò  in  s. 
Vannes  più  che  mai  risoluto  di  promuo- 
vere la  riforma  del  suo  ordine,  della  qua- 
le finalmente,  come  bramava,  venne  a  ca- 
po. Il  vescovato  di  Verdun,  al  quale  era 
sempre  unita  la   mensa  abbaziale  di   s. 
Vannes,  essendo  stato  conferito  al  pria- 


VAN 
cipe  Eriksone  o  Enrico  ili  Lorenn,  que- 
sto prelato  si  trovò  sì  ben  disposto,  che 
il  p.  il.  Desiderio  non  ebbe  molto  ad  af- 
faticarsi per  farlo  risolvere  ad  intrapren- 
dere la  riforma  del  suo  monastero.  Que- 
ste disposizioni  del  nuovo  vescovo  di  Ver- 
dun aprirono  le  prime  vie  alla  generale 
riforma,  e  la  volontaria  rinunzia  del  prio- 
re di  s.  Vanne»,  per  cui  fu  nello  slesso 
tempo  in  sua  vece  eletto  il  p.  d.  Deside- 
rio de  la  Cour,  finì  di  facilitare  il  riusci- 
mento.  Nel  i5g6  il  nuovo  priore  prese  il 
governo  di  questo  monastero,  e  non  aven- 
dolo accettato,  che  per  le  replicale  istan- 
ze del  vescovo,  si  credette  di  potere  per 
giustizia  da  lui  esigere  che  1'  assistesse 
nell'esercizio  di  quel  ministero,  che  per 
suo  ordine  si  addossava.  Risoluto  d'intro- 
durre la  regolare  osservanza  in  questo 
monastero,  malgrado  le  opposizioni  de' 
religiosi,  fu  il  vescovo  obbligalo  a  secon- 
dare i  suoi  desiderii;  non  gli  concedette 
però  lutto  in  una  volta  quanto  egli  do- 
mandava. Il  vescovo  propose  l' all'are  al 
suo  consiglio,  il  quale  deliberò  soltanto 
una  mitigazione,  la  quale  impedisse  so- 
lamente, che  i  religiosi  non  violassero  a- 
pertamente  i  loro  voli,  senza  proibir  lo- 
ro né  giuochi,  né  divertimenti  ordinari. 
Ben  presto  però  si  conobbe  la  poca  sa- 
viezza di  questo  consiglio,  che  ricopriva 
di  confusione  coloro  che  n'erano  i  prin- 
cipali autori, poiché  non  impediva  loscau- 
dalo,  che  cagionava  una  libertà  sì  contra- 
ria allo  stato  religioso;  il  che  obbligò  fi- 
nalmente il  vescovo  ad  aderite  all'istan- 
ze del  p.  d.  Desiderio,  che  proponeva  d'in- 
traprendere il  ristabilimento  della  stret- 
ta osservanza  della  regola  di  s.  Benedet- 
to, vestendo  de'giovani  di  buona  indole, 
quale  egli  stesso  procurerebbe  di  acco- 
stumare agli  esercizi  della  riforma,  sen- 
za fare  caso  alcuno  degli  antichi  religio- 
si, la  maggior  parte  de'quali  era  incapa- 
ce di  ridursi  ad  una  vita  regolare;  ed  ac- 
ciò eglino  non  s'opponessero  a'suoi  dise- 
gni, ottenne  un  breve  da  Clemente  Vili 
verso  il  1 598,  che  esegui  col  consenso 


VAN  i35 

del  vescovo,  mandando  18  di  questi  anti- 
chi religiosi  a  Moyen  Moutiers  in  Vosge, 
ch'era  parimente  soggetlo  alla  giurisdi- 
zione di  questo  principe  non  meno  che  s. 
Vannes.  L'abbazia  di  Moyen- Moni iers, 
Medianum  Monasteri 'um ,  era  un'abba- 
zia benedettina  della  Lorena,  fondata  ver- 
so il  6j  1  da  s.  Idulfo  (V.)  abbate  e  gii» 
arcivescovo  di  Tre  veri.  Ritiratosi  dalla 
stia  sede  in  questo  luogo  del  monte  di 
Vosge,  che  separa  la  Lorena  dall'  Alsa- 
zia, sebbene  allora  coperto  di  boschi  e  a- 
bitato  da  ogni  sorte  di  bestie,  credendo 
di  ri  veni  sconosciuto,  la  fama  di  sua  pie- 
tà vi  attirò  imitatori  alle  sue  viriti ,  pe* 
quali  egli  dovette  edificare  il  monastero, 
e  gli  die  il  detto  nome  significante  che  sor- 
geva in  mezzo  a  4  altri.  Aumentandosi 
il  numero  di  que'che  volevano  viveresot- 
to  la  sua  direzione,  s.  Idulfo  fu  costretto 
fabbricare  diverse  celle  o  piccoli  mona- 
steri ne'dintorni.  Quel  potere  ch'egli  eb- 
be su  questi,  l'esercitarono  pure  i  succes- 
sori suoi.  Dissodate  quelle  terre  e  resi  a- 
bitabili  que'luoghi  deserti,  altri  vi  si  sta- 
bilirono a  poco  a  poco,  onde  que'piceoli 
monasteri  sottoposti  al  grande  vennero 
trasmutati  in  parrocchie,!  lorooratorii  itt 
chiese  parrocchiali,  sotto  la  piena  giuris- 
dizione dell'abbate  di  Moyen-Moutiers, 
sì  sul  clero  e  sì  sul  popolo.  S.  Idulfo  die 
a'suoi  monaci  la  regola  di  9.  Benedetto  e 
di  s.  Colombano  >  ed  in  seguito  essi  ab- 
bracciarono la  sola  di  s.  Benedetto.  Però 
nell'896  Zuenteboldo,  figlio  del  re  Ar- 
noldo, die  quest'  abbazia  in  beneficio  al 
conte  Ilino,  che  ne  cacciò  l'abbate  e  i  mo- 
naci, e  vi  pose  cle'cauonici.  Ilino  ebbe  mol- 
ti successori  che  vennero  chiamati  abba- 
ti conti.  L'  ultimo,  nominato  Gisilberto, 
volendo  ristabilire  1'  ordine  monastico  a 
Moyen -Mouliers,  verso  il  939  vi  pose  per 
abbateAdalberto  monaco  di  Gorze,il  qua- 
le molto  dopo  adoperossi  per  far  fiorire 
di  nuovo  la  regola  benedettina  in  quella 
casa,  e  di veuue  rinomatissima  e  fra  le  più 
illustri  abbazie  dell'ordine  di  s.  Benedet- 
to, non  che  unita  a  quella  di  s.  Vannes. 


j36  VAN 

Dopo  avervi  il  p.  ti.  Desiderio  mandato  i 
suddetti  monaci,  ricevè  nello  stesso  tem- 
po 4  giovani,  i  quali  finito  l'anno  del  no- 
viziato, fecero  i  loro  voli  nelle  sue  mani 
a'3o  gennaio  1600,  dopo  avere  rinnova- 
ta egli  stesso  la  sua  professione  avanti  il 
vescovo,  appositamente  intervenuto  alla 
ccrcmouia  di  questi  nuovi  professi,  I*  e- 
sempio  de'quali  ne  trasse  ben  presto  mol- 
ti altri ,  per  cui  V  abbazia  di  s.  Vannes 
si  vide  in  poco  tempo  ripiena  d'eccellen- 
ti uomini,  tutti  da  fervoroso  e  zelante 
spirito  animati. Ciò  cagionava  in  loro  una 
santa  emulazione,  gli  uni  procurando  di 
superare  gli  altri  nella  pratica  delle  vir- 
tù, e  particolarmente  nell'esercizio  della 
carità.  L'  astinenza,  i  digiuni,  le  vigilie, 
Ja  continua  orazione,  le  sante  lezioni,  il 
lavoro  manuale  ed  il  silenzio  erano  sì 
bene  ristabiliti  iu  s.  Vannes, ch'era  la  me- 
raviglia di  lutti,  e  ciascuno  commendava 
la  pietà  e  lo  zelo  del  riformatore;  il  quale 
non  contento  d'aver  soffocata  nel  suo 
monastero  la  rea  semenza  degli  sregolali 
costumi  degli  antichi  monaci ,  credette 
per  seppellirne  sotto  alta  oblivione  la  me- 
moria, di  dovere  eziandio  cambiar  l'abi- 
to, facendolo  tagliare  sul  modello  veuuto 
da  Monte  Cassino  (V.)>  nel  quale  crede- 
va, che  più  d'ogni  altro  si  conservasse  la 
figura  dell'abito  di  s.  Benedetto,  oveavea 
promulgata  la  regola  meditala  a  Subia- 
co  (V.).% Quindi  essendo  perfettamente 
stabilita  la  regolare  osservanza  in  s.  Van- 
nes, il  vescovo  di  Verdun  gli  propose  la 
riforma  dell'altra  sua  abbazia  di  Moyen- 
Mouliers  in  Vosge,  sotto  l'invocazione  di 
s.  Idulfo.  Vi  mandò  il  p.  d.  Desiderio  nel 
1601  molti  de'suoi  religiosi  sotto  la  con- 
dotta del  p.  d.  Claudio  Fraucesco,  che  per 
Y  affetto  da  lui  nudrito  per  la  regolare 
osservanza,  come  ancora  per  l'altre  bel- 
le doti  di  cui  andava  fornito  ,  fu  giudi- 
cato capacissimo  di  mandar  ad  elfetlo  una 
somigliante  impresa,  come  infilili  la  con- 
dusse felicementea  iìne.L'alleanza,  stret- 
ta poscia  tra  queste  due  abbazie,  che  fu- 
rono le  prime  riformale,,  diede  luogo  al 


VAN 
l 'erezione  della  Congregazione  di  s.  Van~ 
nes  e  di  s.  Idulfo,  titolari  e  patroni  d'am- 
bo i  monasteri.  Fu  deputato  il  p.  Rozet 
per  andare  a  Roma  a  domandarne  la  con- 
ferma a  Papa  Clemente  Vili.  Il  vescovo 
di  Verdun  procurò  per  mezzo  de'suoi  a- 
mici  d'  ottener  le  bolle  necessarie,  ed  il 
Papa  a  istanza  di  molti  cardinali,  princi- 
palmente del  gran  cardinal  Baronio,  eres- 
se questi  due  monasteri  in  congregazio- 
ni dell'ordine  di  s.  Benedetto,  sul  model- 
lo di  quella  di  Monte  Cassino  e  di  s.  Giu- 
stina di  Padova,  e  dichiarò  partecipi  tut- 
ti i  monasteri,  che  si  aggregassero  a  quel- 
li di  s.  Vannes  e  di  s.  Idulfo,  de'privile- 
gi,  grazie,indulgenze  e  immunità,  libertà, 
favori  e  indulti  accordati  per  1'  addietro 
alla  congregazione  di  Monte  Cassino,  co- 
me si  legge  nella  bolla  Quantum  ex  Mo- 
nasteriis  pie  institutis^  emauata  da  Cle- 
mente Vili  a'7  aprile  1 6o4,  Bull.  Rom. 
t.  5  ,  par.  3,  p.  4o.  Anzi  avendone  ab- 
bracciata la  riforma  diversi  monasteri  di 
monache  benedettine,  lo  slesso  Clemen- 
te Vili  col  breve  V estro  Nomine  Nobis, 
de'4  febbraio  160 5}  Bull,  cit.,  p.  106  : 
Monasteria  omnia  Monialium  ordirne 
s.  Benedirti  in  par  ti  bus  Prussiaet  Polo» 
niae  et  Lituaniae  exis lentia  ,  locorum 
ordinariis  subiiciuntur,  curii  privilegio- 
rum  3  ac  indulgenti arum  concessione.  Il 
1 ,°  capitolo  generale  fu  tenuto  in  s.  Van- 
nes nel  luglio  1604,  nel  quale  il  p.  d.  De- 
siderio de  la  Cour  fu  eletto  presidente  sì 
dal  capitolo,  che  dal  governo,  e  priore  di 
s.  Vannes,  il  p.  Rozet  visitatore,  e  il  p.  d. 
Claudio  Francesco  priore  di  s.  Idulfo.  Ma 
perchè  i  superiori  della  congregazione 
non  erano  abbati  come  quelli  della  con- 
gregazione di  Monte  Cassino,  il  p.  Rozet 
fu  per  la  2.a  volta  mandato  a  Roma  sul 
cominciar  del  pontificato  di  Paolo  V,  per 
ottenere  la  conferma  di  quanto  avea  il 
suo  predecessore  conceduto,  e  domanda- 
re al  Papa ,  che  i  superiori  e  i  visitatori 
avessero  la  slessa  autorità  degli  abbati 
della  congregazione  di  Monte  Cassino,  la 
quale  avea  servito  d'esempio  a  quella  di 


V  A  N 
s.  Vannes.  Paolo  V  esaudì  la  domanda 
con  breve de*23  luglio  i6o5,  il  che  obbli- 
gò il  p.  Rozèt  ad  andare  a  Monte  Cassino 
per  istruirsi  perfettamente  nella  manie- 
ra di  stabilir  la  regola  ,  come  per  infor- 
marsi ancora  de'diritti  e  de'privilegi  go- 
duti dagli  abbati  dell'  ordine.  Mentre  il 
p.  Rozet  sì  utilmente  operava  in  Italia, 
il  suddetto  cardinal  di  Lorena,  vedendo 
che  allora  poteva  più  facilmente  effettua- 
re il  concepito  disegno  di  ristabilire  la  re- 
golare disciplina  in  tutti  i  monasteri  si- 
tuati nelle  terre  di  sua  legazione,  ottenne 
daPaoloV  un  breve  a'2 7  settembre  i6o5, 
per  aver  facoltà  d'unire  tutti  i  monaste- 
ri dell'ordine  benedettino  alla  riforma  di 
s.  Vannes.  Cominciò  egli  dalla  sua  abba- 
zia di  s.  Michele  nella  Lorena,  della  qua- 
le molti  altri  monasteri  di  Lorena  e  de' 
contorni  seguirono  l'esempio;  per  cui  nel 
breve  giro  di  pochi  anni  quasi  4o  mona- 
steri s'  unirono  a  questa  congregazione, 
de'quali  i  principali  furono  s.  Mansueto 
e  s.  Aspro  di  Toul,  s.  Nicola  distante  due 
leghe  da  Nancy,  s.  Arnoldo,  s.  Clemente, 
s.  Sinforiano  e  s.  Vincenzo  a  Metz,  e  s. 
Pietro  di  Luxeuil.  Finalmente  dopo  che 
il  p.  d.  Desiderio  si  fu  grandemente  af- 
faticato nel  dilatar  la  riforma,  volle  Dio 
coronar  le  sue  fatiche  con  una  morte  pre- 
ziosa, alla  quale  si  preparò  egli  per  un  an- 
no intero  con  una  vita  fervorosissima,  a 
capo  del  quale  morì  nel  monastero  di  s. 
Vannes  a'i4  novembre  1623  di  72  an- 
ni. Molte  altre  case  benedettine  di  Fran- 
cia,massime  de'  Cliiniacensi ^J'.),  congre- 
gazione considerata  la  più  antica  del  rea- 
me, desideravano  anch'esse  d'abbraccia- 
re la  riforma;  ma  gli  sconvolgimenti  del- 
le guerre  rendendo  troppo  difficile  I'  u- 
nirsi  fra  loro,  si  stabilì  una  riforma  sul- 
lo stesso  metodo.  Essa  cominciò  nell'ab- 
bazia di  s.  Agostino  di  Limoges  nel  161  3, 
la  quale  era  stata  fondata  verso  il  042 
da  s.  Ruricio  il  Giovane  vescovo  di  Li- 
moges, e  vi  pose  canonici  regolari;  ma  a- 
vendo  i  danesi  distrutto  interamente  il 
mouastero,  fu  ristabilito  nel  934  da  Tur- 


i37 


V  A  N 

pione,  altro  vescovo  di  Limoges,  il  quale 
vi  posei  monaci  benedettini.  La  regolare 
osservanza  vi  si  mantenne  finché  l'abba- 
zia cadendo  in  con) menda,  le  sue  entrale 
furono  dissipate  dalla  poca  economia  de- 
gli abbati.  Vi  s'introdusse  il  rilassamen- 
to, ed  era  in  deplorabile  slato  quando  Gio- 
vanni Regnault  ultimo  abbate  commen- 
datario la  soggettò  alla  congregazione  di 
s.  Vannes,  seguendo  la  stretta  osservan- 
za della  regola  di  s.  Benedetto.  Ad  essa 
si  sottoposero  molte  altre  abbazie,  e  il  p. 
d.  Desiderio  de  la  Cour  e  gli  altri  supe- 
riori di  s.  Vannes  vi  mandarono  de'reli- 
giosi,a'quali  felicemente  riuscì  di  stabilire 
la  riforma.  Ma  le  difficoltà  da  essi  incon- 
tratene! riunire  sotto  una  medesima  con- 
gregazione quest'abbazie,  ed  altre  più  lon- 
tane, che  parimente  domandavano  la  ri- 
forma, li  fece  risolvere  a  formarne  due 
differenti,  una  delle  quali  in  Francia,  cui 
i  monasteri  già  riformali  servirebbero  di 
fondamento.  Fu  questo  progetto  appro- 
vato dal  capitolo  generale  tenuto  in  s. 
Mansueto  di  Toul  nel  maggioi6i8.Que' 
di  s.  Vannes  permisero  fin  d'allora  a'mo- 
naci  da  loro  mandati  in  Francia,  di  for- 
mare un  nuovo  corpo  di  congregazione 
composto  da'  monasteri  ne'quali  aveano 
introdotto  la  riforma,  e  da  quelli  che  in 


prò; 


l'abbi 


:bbero: 


pei 


tenere  in  ambedue  le  congregazioni  unio- 
ne e  amicizia  inviolabile,  stesero  un  alto 
con  cui  gli  uni  e  gli  altri  promisero  la 
partecipazione  nell'orazioni  e  nell'altre 
opere  buone,  come  dipoi  sempre  si  pra- 
ticò. E  Papa  Gregorio  XV  la  confermò 
e  altrettanto  fece  Urbano  Vili.  Questa 
congregazione  fu  conosciuta  sotto  il  nome 
di  s.  Mauro  (V.);  ed  a 'calcoli  che  riportai 
col  Novaes  in  tale  articolo,  qui  aggiungo, 
altri  dicono  che  comprese  180  tra  abba- 
zie e  priorati,  venendo  governata  da  un 
particolare  presidente  generale  residente 
a  s.  Germano  des  Prez  o  Prati  in  Parigi, 
ove  peli."  si  stabilì  la  riforma  e  si  dila- 
tò per  le  provmcie.  Fra  le  principali  ab- 
bazie che  seguirono  questa  riforma,  sono 


i38  VAN 

b  nominarsi,  oltre  quella  di  s.  Germano, 
lineile  di  s.  Dionigi,  Fecamp,  Vendòrne 
ve.  Strettissima  fu  sempre  l'unione  Ira  la 
congregazione  eli  s.  Mauro,  e  quella  di  s. 
Vannes  e  di  s.  Idulfo,  e  le  loro  costitu- 
zioni, tranne  poche  cose,  erano  conformi. 
La  congregazione  di  s.  Mauro  riconohbe 
l'origine  e  per  madre  l'altra  in  discorso; 
e  fra  tutte  lecongregazioni  dell'ordine  be- 
nedettino non  ve  n'ebbe  alcuna  più  illu- 
stre, più  feconda  d'uomini  dotti,  e  che  ab- 
bia prestalo  più  rilevanti  servigi  alla  Chie- 
sa di  quella  di  s.  Mauro  in  Francia.  Nel- 
le loro  sapientissime  scuole  si  formarono 
i  tanti  celebri  scrittori  che  produsse  la 
congregazione,  i  quali  pubblicarono  tan- 
te opere  classiche  con  dottissimi  lavori.  I 
monaci  di  questa  congregazione  vestirono 
come  i  riformati  di  Clunyo  Clugny  (f.), 
ove  riparlai  della  congregazione,  tonaca 
e  scapolare  nero,  oltre  la  cocolla  in  coro 
e  incedendo  per  la  città,  però  meno  am- 
pia di  quella  de'monaci  cassinesi  e  di  s. 
Vannes.  Ammise  la  congregazione  di  s. 
Mauro  frati  conversi,  vestiti  della  stessa 
maniera,  e  frali  commessi  che  ritennero 
l'abito  secolare.  Avea  per  stemma  una  Co- 
rona di  spine,  nel  cui  mezzo  era  il  mollo 
Pax ,  sormontata  da  un  giglio  ,  e  sotto 
con  3  chiodi  della  Passione  di  Gesù  Cri- 
sto. Il  p.  Helyot  citato,  t.  6,  nel  cap.  3y 
tratta  :  De  Benedettini  riformati  della 
congregazione  di  s.  Mauro  in  Francia. 
Inoltre  nel  1621  si  operò  Uà  Cliiniacen- 
si altra  riforma,  la  quale  poi  si  divise  da 
quella  di  s.  Mauro,  ed  unì  all'altra  di  s. 
Vannes  e  di  s.  Idulfo,  e  poscia  se  ne  di- 
slaccò formandola  separata  congregazio- 
ne de'  Cliiniacensi  della  stretta  osser- 
vanza. Nella  congregazione  di  s.  Vannes 
e  di  s.  Idulfo  eranvi  dell'abbazie,  le  quali 
non  essendo  commende  venivano  gover- 
nate da  abbati  regolari,  come  quelle  di 
Moyen-Mouliers,  s.  Michele,  di  Senone, 
Munsler,s.  Avoldo,  Longueville  e  alcune 
altre.  La  chiesa  del  monastero  di  s.  Cro- 
ce di  Nancy  essendo  siala  fabbricala  ver- 
so il  fine  del  secolo  XVII  con  molta  ma* 


VAN 
gnificenza,  il  duca  di  Lorena  Leopoldo  I 
procurò  che  Papa  Clemente  XI  erigesse 
il  monastero  in  abbazia  solfo  il  titolo  di 
s. Leopoldo. L'a  bbale  ch'era  regolare,  non 
durava  nel  suo  governo  che  5  anni,  ma 
quelli  che  erano  stati  abbati  succedevano 
agli  abbati  perpetui  negli  altri  monasteri, 
quando    morivano.  Il  capitolo  generale 
della  congregazione  di  s.  Vannes  e  di  s. 
Idulfo  adunavasi  ogni  anno  per  eleggere 
il  presidente,  la  cui  autorità  terminava  al 
finir  dell'anno,  così  i  3  visitatori  eletti  nel- 
lo stesso  capitolo.  Gli  abbati  e  priori  ti- 
tolari aveano  il  regime  della  comunità, 
solamente  quando  era  loro  dato  dal  ca- 
pitolo generale;  ma  essi  godevano  nel  luo- 
go de'loro  benefizi  de'diritti  onorifici;  oc- 
cupavano il  primo  posto  avanti  i  priori 
claustrali,  ed  avevano  una  casa  separata 
da  quella  della  comunità. I  religiosi  di  que- 
sta congregazione  ,  oltre  alla  regola  d  i   s. 
Benedetto,  aveano  altresì  degli  slatu  li  par- 
ticola ri;  mangiavano  sempre  di  magro, 
tranne  il  caso  di  malattia.  Facevano  voto 
di  stabilità,  non  per  una  casa  in  partico- 
lare, ma  nella  congregazione;  quindi  pote- 
vano cambiate  di  casa  a  volontà  del  ca- 
pitolo generale  o  de' superiori.  Gli  studi 
fiorivano  in  questa  congregazione,  e  pro- 
dusse un  gran  numero  di  dotti  molto  il- 
lustri. Era  composta  la  congregazione  di 
5o  monasteri,  situati  parte  nella  Lorena, 
parte  in  Francia,  in  Alsazia  e  nella  Fran- 
ca Contea;  il  Novaes  vi  aggiunge  la  pro- 
vincia di  Sciampagna.  Benché  la  congre- 
gazione fosse  stata  eretta  sul  modello  di 
quella  di  Monte  Cassino,  eravi  ciò  non  o- 
stante  qualche  differenza  tra  l'ima  e  l'al- 
tra in  (filanto  a'benefìzi;  in  questa,  in  vir- 
tù del  privilegio  accordato  dal  Papa  Eu- 
genio IV,  I'  abbazie  e  priorati  erano  an- 
nuali a  disposizione  del  capitolo  generale; 
e  nell'altra  questi  benefizi  erano  espressa- 
mente conservati  in  titolo  perpetuo, come 
prima,  e  alla  disposizione  della  s.  Sede.  I 
religiosi   vestivano  nella  stessa  maniera 
de'cassinesi,ed  aveano  per  arme  mia  Co- 
rona di  spine,  nel  mezzo  della  quale  era  il 


V  AR 
motto  Pax,  sormontata  ila  3  Lagrime  e 
da  un  Cuore  nella  sua  punta  ardente.  Ma 
la  benemerita  congregazione  di  s.  Van- 
nese  di  s.  Idulfo,  come  quella  di  s.  Mau- 
ro e  altre,  rimase  estinta  in  conseguenza 
della  rivoluzione  francese  nel  declinar  del 
secolo  passato.  Trattano  di  essa,  il  p.  He- 
lyot,  cap.  35:  De' Benedettini  Riformali 
della  congregazione  di  s.  Vannes  edis. 
Idulfo,  con  la  vita  del  p.  d.  Desiderio 
de  la  Cour  loro  riformatore.  Umberto 
Belhomme  abbate  di  Moyen-Moutiers  , 
Ilistoria  Mediani  in  monte  F esago  mo- 
nasterii  ordinis  s.  Benedicti  ex  congre- 
gatone ss.  Viton  etllidulphi)  Argento- 
iati  1724. 

VARADATO  (s.).  V.  B  ak  adato  (s.). 
VARADINO  (Faradien).  Città  con 
residenza  vescovile  d'Ungheria,  nel  comi- 
tato di  Binar,  marca  del  suo  nome,  a  1 2 
leghe  e  mezza  da  Debreczin.  E  altresì 
chiamata  Gross  TVardein,  ed  in  italia- 
no Gran  F'aradino(F.),  Magno  Fara- 
dinum.  Nel  citato  articolo  parlai  della  cit- 
tà e  due  vescovi  cattolici  che  vi  fanno  re- 
sidenza, uno  di  rito  latino,  l'altro  di  rito 
greco  unito:  aggiungerò  alcune  altre  po- 
che nozioni,  alcune  delle  quali  indispen- 
sabili. Dicono  1'  ultime  due  proposizioni 
concistoriali,  per  la  provvisione  di   delti 
due  vescovi:  Magno  Faradini  civitas  ad 
limi  te  s  Transilvaniae  in  Hungaria  in- 
feriori sita  3  in  plano  loca  a  Crysio  in 
duas  partes  divisas  ,  in  suo  uiiius  fere 
milliarii  ambila  termille  circi  ter  conti- 
net  dornos,  atque  ab  ultra  septem  mil- 
libus  et  (juingentis  inhabitatur  christifi- 
delibus.  Nelle  guerre  tra  la  Turchia  e 
V  Ungheria,  la  città  e  il  territorio  ne  ri* 
sentirono  i  tristi  effetti;  presa  da'  turchi 
neli66o,poi  la  ricuperarono  gl'imperia- 
li. Riferisce  il  Giornale  di  Roma  del  giu- 
gno 1857  a  P-  ^28,  avere  ordinato  nel 
precedente  mese  l'imperatore  Francesco 
Giuseppe  I,  che  si  abbandonino  le  citta- 
delle di  Gran  Varadino  e  di  Szeghedino, 
non  che  il  raggio  fortificatorio  ,  sul   cui 
fondo  era  finora  proibito  erigere  edifìzi. 


VAR  i39 

Tuttora  il  vescovo  latino  è  suffraganeo 
dell'arcivescovo  di  Colocza.  Riguardante 
i  due  vescovati  latino  e  greco,  Pio  VI  e- 
manò  la  bolla  Ingeniosa  personarum  re- 
gia potestale,  de* io  agosto  1780,  Bull. 
Rom.  cont.  t.  6,  p.  23o:  Reintegralo  E- 
j)i  scopa  t  us  Varadiensisfit  applicano  bo- 
norum  prò  mensa  episcopali  cum  suif 
prh'ilegiis,  et  exemptionibus .  Quanto  al 
vescovato  latino,  già  fiorentissirno,  si  di- 
ce avere  P  imperatore  Leopoldo  I  resti- 
tuito i  suoi  limiti,  alterati  dalle  guerre  e 
dall'eretica  pravità;  quindi  il  suo  figlio 
Carlo  VI  nel  1733  avere  reintegrato  la 
mensa  vescovile  di  sue  rendite.  Pio  Vl£ 
colla  bolla  Imposi ta  humilitati  Nostrae% 
de'3  luglio  1823,  Bull,  cit.,  t.i5,  p.  61 5: 
Dismembratio  ar  ch'idi aconatus  Szath- 
mariensi  a  dioecesi  fllunkacsiensi  grae- 
ci  ritus,  ejusque  unio  dioecesi  Faradien' 
si  latini  ritus.  Tra  gli  antichi  vescovi  la- 
tini ricorderò  il  cardinal  Demetrio  (F.) 
per  ben  20  anni  ,  insigne  per  ingegno  e 
dottrina,  secondo  il  Giornale  di  Roma 
del  i854  a  p.  1076;  ma  il  Cardella  e  il 
Novaes  non  dicono  di  Varadino,  ma  di 
Giavarino.  Giovanni  arcivescovo  di  Stri- 
gonia  e  vescovo  di  Varadino,  perito  nel 
1 444  «ella  funesta  battaglia  di  Vania, 
combattuta  contro  Turchia,  nella  (piale 
portava  il  reale  stendardo  di  s.  Ladislao  \. 
Neli534  fu  vescovo  di  Varadino  il  famo- 
so cardinal  Giorgio Martinusio  (F.)  leg- 
gente d' Ungheria  e  di  Transilvania.  Nel- 
le Notizie  di  Roma  sono  riportati  i  se- 
guenti vescovi  di  Varadino  o  Gran  Va- 
dino»  come  sono  cumulativamente  chia- 
mati, di  rito  latino.  Nel  1734  Giovanni 
Okolicsnay  di   Strigonia.  Nel  1737    Ni- 
colò Czaki  di  Strigonia.  Nel  1747  Paolo 
Stefano  Forgach  di  Cseitha  arcidiocesidi 
Strigonia.  Neh  760  Adamo  Patchich  di 
Zajesda  diocesi  di  Varadino.  Vacata  la  se- 
de nel  1776  fu  provveduta  nel  1781  con 
Ladislao  di  Kollonitz  di  Vienna,  traslato 
da  Transilvania.  Nel  1 788  Francesco  Sa- 
verio Kalatajdi  Ofalù  arcidiocesi  di  Stri- 
gonia. Nel  1800  Nicola  Condè  de  Poka 


i4o  V  A  R 

Telek  di  Szesdaheiy  arcidiocesi  di  Stri- 
gonia, trasferito  dalle  sedi  unite  di  Bel- 
grado e  Semendria.  Noi  i8o3  Francesco 
Miklosi  di  Csakaur  diocesi  d' Al  barcate, 
già  vescovo  di  Titopoli  inpartibus.  Do- 
po notabile  sede  vacante  nel  1822  Giu- 
seppe Vurum  di  Tyrnàw  arcidiocesi  di 
Slrigouia.  Nel  1827  per  sua  traslazione  a 
Nitria,  Leone  XII  gli  die  in  successore 
Francesco  Laicsakdi  Schernnitz  arcidio- 
cesi di  Strigonia,  trasferito  da  Rosnavia. 
Perdi  lui  dimissione  spontanea, Gregorio 
XVI  nel  i843  gli  sostituì  mg/Ladislao  li 
bero  barone  di  Bemer,diSzabolesarcidio 
cesi  d'Erlau  o  Agria  e  canonico  di  quella 
metropolitana.  A  vendo  rinunziato  la  sede, 
il  regnante  Pio  IX  nel  concistoro  de' 17 
febbraio  1 85 1  preconizzò  t'attuale  vesco- 
vo nig. 'Francesco Szaniszlò di  Sabaria,già 
professore  di  teologia  nel  liceo  di  Pest  e 
rettore  di  quel  seminario,  consigliere  re- 
gio, encomiandolo  per  pietà  ,  prudenza, 
dottrina,  per  morale  e  qual  versato  nelle 
cose  ecclesiastiche.  Questo  prelato  a'  19 
novembre  18^7,  come  riporta  a  p.  1084 
il  Giornale  di  Roma ,benedì  solennemen- 
te la  locomotiva  del  treno  della  ferrovia 
del  Tibisco,    la  quale  fu  aperta  in  detto 
giorno  da  Debreczin  a  Szolnok,  avendo 
onorata  la  festa  di  sua  presenza  l'arcidu- 
ca Alberto  governatore  generale  dell'Un- 
gheria, e  nel  dì  seguente  fece  una  gita  d'i- 
spezione sul  ramo  laterale  della  ferrovia 
di  Gran  Varadino.  Quanto  al  vescovo  di 
Varadino  di  rito  greco,  narrai   nel    voi. 
LXXIX,  p.  109  e  seg.,  che  il  Papa  Pio 
IX  nel  1 853  con  istituire  la  provincia  ec- 
clesiastica di  Fogarasdi  rito  greco-catto- 
lieo  pe'valacchi  di  Tran  sii  vania,  tra'  suf- 
fragatici di  quell'arcivescovo  vi  comprese 
il  vescovo  di  Varadino  dello  stesso  rito, 
sottraendolo  dalla  soggezione  del  metro- 
politano di  Strigoniajeche  il  cardinal  Via- 
le Pietà  nella  metropolitana  di  Foga  ras 
consagraudo  due  de' vescovi  della  nuova 
provincia,  ebbe  per  uno  degli  assistenti 
mg.'  Frdely  tuttora  vescovo  di  Varadi- 
110  di  rito  greco. 


V  A  R 
VARALLO.  r.  Veralli. 
VARDA  o  VARDAIO  Stefano,  Car- 
dinale. Nato  in  Ungheria  di  miserabili 
genitori,  applicatosi  con  fervore  non  me- 
no allo  studio  delle  lettere,  che  a  quello 
dell'arte  militare,  vi  fece  tali  avanza- 
menti che,  pieno  d'amor  patrio  e  di  zelo 
religioso,  imbrandì  le  armi  e  con  suc- 
cesso polè  col  suo  valore  difendere  i  con- 
fini dell'Ungheria  dalle  scorrerie  de'  tur- 
chi. Divenuto  quindi  dottore  in  jus  cano- 
nico e  preposto  della  chiesa  d'  Agria,  ot- 
tenne l'arcivescovato  di  Colocza,  e  ad  i- 
stanza  di  Luigi  XI  re  di  Francia,  Paolo 
Il  nel  1 4^4 o a' 18  settembre  1 4^*7  '°  creo 
cardinale  prete  de'ss.  Nereo  ed  Achilleo. 
L'autore  della  Porpora  Pannonica,  a  p. 
20,  scrive  che  fu  promosso  al  cardinala- 
to ad  istanza  di  Mattia  re  d'Ungheria,  il 
qualespedìataleeffettoinRoraasuo  am- 
basciatore Marco  vescovo  di  Tinia,  e  con- 
futa l'asserzione  in  favore  del  re  diFran 
eia.  Finì  i  suoi  giorni  in  Ungheria  nel 
1 47  1 ,  come  apparisce  da'registri  Vatica- 
ni, o  neli473  al  riferire  di  Aubery  e  di 
Ciacconio.  Lodato  per  lo  zelo  col  quale 
governò  con  gran  vantaggio  dell'anime 
la  sua  arcUioeesi. 

VARMIA.  V.  Warmia. 

VARNA,  Varnae.  Sede  vescovile  del- 
laMesia  2.aoinferiore,situata  al  confluen- 
te del  fiume  Zyra,  nel  mar  Nero,  sotto  la 
metropoli  di  Marcianopoli,  innalzata  alla 
dignità  metropolitica  nel  XI V  secolo.  Si 
conoscono  i  3  seguenti  arcivescovi.  Me- 
todio,  metropolita  Varnae,  si  sottoscris- 
se nel  1 347  alla  sentenza  che  depose  Gio- 
vanni Caleca  patriarca  di  Costantinopoli. 
Acacio,che  nell'epistola  salutatoria  a  Teo- 
dosio Zigomala  prolonotario  della  magna 
chiesa  di  Costantinopoli,  si  sottoscrisse 
kumilis  Vamae  metropolita.  Callinico, 
metropolita  Farnae^edeva  nel  1 72  i .  Le 
Quien,  Oriens  christiaivis,  1. 1 ,  p.  1 1^0. 
1  geografi  molto  sono  discrepanti  se  l'o- 
dierna Varna  sia  succeduta  all'  antica. 
L'attuale  Varna,  scrivono  i  moderni  geo- 
grafi, è  una  città  e  porto  della  Turchia 


V  A  R 
europea  in  Bulgaria,  sangiaccato,  distante 
26  leghe  da  Silistria  e  1  7  da  Sciunila,  sul 
mar  Nero.  Giace  al  nord  della  foce  del 
Pravadi,  che  un  po'  prima  forma  il  lago 
paludoso  di  Devna.  La  rada  in  fondo  al- 
la quale  siede,  aperta  a'venti  di  levante 
e  scirocco  ,  viene  considerata  incomoda, 
ma  siccome  è  riparata  da  quelli  di  mae- 
stro, i  pericolosissimi  del  mar  Nero  ,  ed 
il  fondo  se  ne  trova  ottimo,  ha  fama  di 
sicura  nell'estate.  Il  porto  di  Varna  quin- 
di si  ritiene  il  migliore  della  costa  occi- 
dentale del  mar  Nero.   Cinta  la  città  di 
cattive  mura  di  pietre,  vi  sta  dinanzi  un 
piccolo  fosso  secco, guarnito  di  palizzate. 
Famosa  è  Varna  per  la  disastrosa  batta- 
glia combattuta  sotto  lesue  mura  nel  i444 
a*  19  novembre,  i  più  dicono  a*  1  o,  contro 
Amui al  li  sultano  de'turchi,da  Uiadislao 
1  re  d'Ungheria,  e  Uiadislao  VI  come  re 
di  Polonia,  volgarmente  detto  Ladislao, 
che  miseramente  vi  peri  coll'esercito  cri- 
stiano, insieme  al  rinomato  legato  pon- 
tificio cardinal  Giuliano  Cesarinì  senio- 
re; della  quale  in  tanti  luoghi  parlai,  co- 
me ne'  voi.  LXXXI,  p.  3o3,  LXXXIII, 
p.  2o3.  L' infelice  re,  degno  di  miglior 
sorte,  fece  prova  inutile  di  contrastare  a' 
progressi  formidabili  de'turchi  nelle  con- 
quiste sul  cristianesimo.  I  russi  ne  fecero 
l'assedio  nel  1828,  e  dopo  una  difesa  no- 
tabile si  arrese  l'i  1  ottobre  di  detto  an- 
no. Dicono  gli  stessi  geografi,  a  torto  in- 
dicarsi questa  città  come  corrispondente 
alla  posizione  di  Odessusj  e  che  verosi- 
milmente ella  è  l'antica  Conslantia.  Nel 
finir  del  secolo  passato  fu  edificata  da'rus- 
si  Odessa  (7^.),  sul  mar  Nero.  L'antichità 
scoperte  sul  terreno  che  l'occupa,  fece- 
ro credere  che  occupasse  il  sito  dell'anti- 
co Odessus.E siccome  Comman ville  chia- 
ma la  sede  vescovile  di  Tiberiopolisulfra- 
ganea  di  Nicopoli,«?M  Odessus,  cioè  far- 
uà,  nel  citato  articolo  col  p.  LeQuicn  ne 
riportai  i  vescovi  conosciuti;  non  senza  av- 
vertire con  Ga  udrà  iul}  che  Varna  è  di  ver- 
sa da  Odessus.  Egli  nel  suo  Lexicon  par- 
la di  Varna  della  Mesia  inferiore,  città  ve- 


V  A  H  i4t 

scovile  della  metropolitana  di  Marciano 
poli,  curii  por  tu  in  ora  Ponti  Euxini^  e  la 
dice  olirn  Dionysiopoli  spadelli  metropo- 
li* cumTibcriopoli,  licet  urbs  dislinclac 
sint.  Poi  dichiara  che  altra  Varna,  urbs 
eulta  curii  por  tu  in  ora  Ponti  Euxini,è 
quella  della  famosa  battaglia  del  1 444-  È 
noto  che  il  mar  Nero,  posto  tra  l'Europa 
e  1'  Asia,  dicesi  pure  con  vocabolo  antico 
Ponto  Eusino.  La  città  vescovile  di  Ti- 
beriopoli  o  Dionisiopoli(P .),  parimente 
della  bassa  Mesia  e  sotto  la  metropoli  di 
Marcianopoliepoi  di  Nicopoli,  la  dissi  col 
p.  Le  Quien  (la  citazione  di  lui,  deve  di- 
re 1224  e  non  i424)>  con  Commanville 
e  altri,  che  si  denominò  pure  Struminitza, 
Crunusfidessus  et'" arno.  Quanto  a  Con- 
stantìa si  conoscono  nell'  oriente  3  sedi 
vescovili,  cioè  in  Tracia^  nell' Osroena  e 
la  capitale  dell'isola  di  Cipro.  Il  Giornale 
di  Roma  deli  85 1  ap.  4 16, in  data  di  Var- 
na a'  3  1  marzo  pubblicò  questa  comuni- 
cazione di  C.T.  m  11  dì  1 3-25  del  corrente 
mese  nello  scavo  per  le  fondamenta  di  una 
casa  armena,  fu  rinvenuta  una  pietra  qua- 
drangolare contenente  la  qui  acclusa  i- 
scrizione  in  latino  e  greco,  mancante  del- 
l'estremità di  tutta  l'epigrafe.  I  caratteri 
romani  e  greci  sono  di  un'ordinaria  gros- 
sezza e  bene  scolpita  sopra  la  pietra  ch'e- 
ra incastrata  nel  muro  della  fonte  da  cui 
scaturiva  l'acqua  introdotta  nella  città  per 
comodo  deg'i  abitanti.  La  scoperta  di  que- 
sta iscrizione  latino-greca,  pochi  passi  lon- 
tano dalla  moderna  fonte  esistente  nel  rio- 
ne abitato  dagli  armeni,  conferma  viep- 
più ed  il  contenuto  dell'iscrizione  stessa, 
e  che  il  nome  antico  della  moderna  P ar- 
na  fosse  quello  di  Odessa,  non  già  di  Dio- 
nisìopoli  o  di  Cruniy  come  vogliono  alcu- 
ni geografi".  Riprodurrò  soltanto  la  lati- 
na, cioè  la  meglio  dichiarata.  Imperato- 
re Caesare  Tito  Aelio  Hadriano  Anto- 
nino -  Patre  PatriaeCiviias  Odessilano- 
rumAcjuam  ìYoì'o  Eduxit-  Curante  Ti- 
to Vitrasio  Pollione  Legato.  Lo  stesso 
Giornale  deli854  a  p.  685,  in  un  arti- 
colo intitolalo;  Il  mar  Nero  ed i suoi  Por- 


142  VAR 

ti,  per  l'occasione  della  guerra  d'oriente 
discorre  ancora  della  ci  Uà  e  del  porlo  di 
Vania.  Comincia  la  descrizione  per  chi 
dal  Bosforo  entra  nel  mar  Nero,  s'incon- 
tra nel  i.°  porlo  di  Midiali,  di  poca  im- 
portanza; dopo  il  golfo  di  Messuinbrèa, 
assai  favorevole  al  ricoverar  de'bastimen- 
ti,  e  poi  in  un  allro  piccolo  golfo,  si  ha 
Vania,  città  che  forma  parie  della  Bulga- 
ria. Si  è  lungamente  creduto  che  Varna 
occupasse  l'antica  Odessus,  colonia  degli 
abitanti  di  lUileto  nella  Jonia  ,  alle  rive 
del  Ponto  Eusino.  Varna  giace  a'piedi  del- 
l'ultima linea  de'Balkan;  ella  è  rinomala 
per  molti  avvenimenti:  fra  gli  antichi  il 
più  grande  si  è  la  sanguinosa  e  fatale  bat- 
taglia, che  nel  i444  fu  combattuta  e  vinta 
dall'esercito  mussulmano  conlroUladislao 
1  giovane  re  d'Ungheria,  che  vi  perdette  la 
Vita  e  buona  parte  dell'esercito.  Fra'mo- 
ilerni  si  è  l'assedio,  che  nel  1828  sostenne 
contro  i  russi  dal  principio  di  luglio  fino  a' 
io  ottobre.  In  questa  circostanza  il  prin- 
cipe Menlschikofl  comandava  come  al 
presente  la  flotta  russa,  e  il  granduca  Mi- 
chele e  il  principe  Worontzolf  dirigevano 
l'assedio.  Volle  esservi  anche  l'imperato- 
re Nicolò  I,  e  quantunque  a'  1 4  settembre 
fosse  già  aperta  una  breccia  e  a'  1 8  un'al- 
tra, i  mussulmani  continuarono  a  resiste- 
re per  oltre  un  mese,  finche  a'  io  otto- 
bre loncof  pascià,  che  comandava  la  for- 
tezza, unitamente  al  capitan  pascià,  por- 
tossi  al  campo  nemico  e  capitolò  con  Ni- 
colò 1.  Varna,  come  città  militare  ha  la 
sua  importanza.  Dopo  il  1828  sono  state 
completate  le  sue  fortificazioni,  e  muniti 
di  ridotti  que'punli  che  parevano  deboli. 
Tutti  i  forti  erano  stati  armati  da  224 
cannoni,  la  più.  parte  di  grosso  calibro,  ol- 
tre 22  mortai,  onde  ben  difesa  può  resi- 
stere ad  un  lungo  assedio.  Abitala  da 
18,000  persone,  quasi  lutti  turchi,  è  su- 
cida  e  cadente  nell'abitazioni,  ne  vi  è  in- 
dustria ne  commercio.  Ad  utile  della  me- 
desima vi  sbarcarono  i  francesi,  come  a- 
vevano  fatto  a  Gallipoli,  e  tosto  cambiò  di 
aspetlo.  11  che  avvenne  nell'ultima  guer- 


VAR 
ra  di  Crimea  e  del  mar  Nero.  Perciò  in 
Varna  si  stabilì  il  quartiere  generale  de' 
comandanti  inglesi  e  francesi,  alleati  del- 
la Turchia  (F.)}  come  stazione  princi- 
pale della  guerra  stessa. 

V  ARSA  V I  k(  Far savicn). Olili  con  re- 
denza  arcivescovile,  nobile  e  celebre,  ca- 
pitale della  Polonia  (V.),  nell'impero  di 
Russia  (?'.))  capoluogo  della  vaivodia  o 
palatinalo  di  Masovia  e  dell'obvodia  del 
suo  nome,  giace  sopra  un  rialto  in  mezzo 
ad  arenosa  pianura  sulla  sinistra  della  Vi- 
stola, ch'è  in  questo  luogo  assai  profon- 
da, e  si  passa  sopra  un  ponte  di  battelli, 
che  comunica  col  sobborgo  o  città  detto 
di  Praga,  secondo  il  Castellano.  Questi  la 
dice  divisa  in  due  parti:  la  i.a  comprende 
la  città  propria,  e  la  2."  i  suoi  7  vasli  sob- 
borghi, circondati  da  una  linea  difensiva, 
che  si  oltrepassa  conio  porte.  Una  lungfi 
e  stretta  via,  cui  mettono  capo  moltissime 
altre  minori, costituisce  la  citlà;  ma  i  sob- 
borghi e  specialmente  quelli  denominati 
Citlà  Nuova,  Cracovia,  e  il  Nuovo  Mon- 
do, sono  ben  fabbricati  ,  e  vanno  ornati 
d'un  gran  numero  di  palazzi  e  belli  edili- 
zi. E'  distante  da  Parigi  3oo  leghe  ,  da 
Vienna  125,  da  Berlino  120,  da  Danzica 
100,  da  Mosca  260,  da  Pietroburgo  232. 
Riferiscono  altri  geografi,  che  Varsavia  si 
compone  della  città,  di  bellissimi  sobbor- 
ghi e  delle  4  piccole  cittadelle  godenti  di- 
ritti particolari  e  chiamate  Grzybov,Les- 
zeno,  Solec  e  Praga;  stabilendo  un  pon- 
te lungo  263  pertiche  la  comunicazione 
tra  quest'ultima  ciltà  e  Varsavia,  che  n'è 
dalla  Vistola  disgiunta.  E  Varsavia  in 
parte  circondata  da  mura  e  da  fosse.  La 
ciltà  di  Praga  era  una  piazza  importan- 
tissima e  fu  quasi  interamente  rovinata 
nel  1794  dall'esercito  russo,  poi  rifabbri- 
cata su  novella  pianta  e  guernita  nel  1 806 
d'una  testa  di  ponte  formidabile;  oggi  tut- 
te le  sue  fortificazioni  si  dicono  spianate. 
Contatisi  a  Varsavia  220  vie,  la  maggior 
parie  larghe  e  ben  insiniciate;  principali 
essendo  la  Miodova  ola  via  del  Miele,  un 
tempo  via  Napoleone;  la  Diuga  0  la  Lau- 


V  AR 

ga;  il  Novoskiel  o  il  Nuovo  Mondo; la  ria 
Krakowskie-Przedmieicieola  via  del  Sob- 
borgo di  Cracovia;  la  Rrolevska  o  la  via 
Regia,  l'Elektoralua  o  la  via  dell'Eletto 
le.  Le  piazze  più  belle  sono  quelle  di  Sas- 
sonia,^ Maiiville  o  Marieville,  del  Dan- 
co  Nazionale, della  Città, delleTre  Croci, 
e  la  piazza  del  Re  Sigismondo  IH,  dinan- 
zi alla  porta  del  borgo  di  Cracovia  ,  la 
quale  va  adorna  della  statua  di  quel  re 
in  bronzo  dorato,  erelta  da  suo  figlio  La- 
dislao o  Vladislao  VII.  La  statua  di  Co- 
pernico adorna  la  piazza  del  Sobborgo  di 
Cracovia.  Varsavia  racchiude  circa  120 
palazzi:  il  i.°  gradoapparliene  seuza  dub- 
bio al  castello  regio,  situalo  sopra  un'al- 
tura, in  riva  alla  Vistola; stalo  foudatoda 
Sigismondo  I,  fu  ingrandito  da  Augusto 
Ile  terminato  dall'  ultimo  re  Stanislao 
Ponialowski:  codi  ponesi  di  vaste  sale  del- 
la più  bella  ardii  lettura,  riccamente  do- 
rale ed  ornale  di  superbi  quadri  di  Bac- 
cia  rei  li  relativi  alla  storia  del  paese,  d'u- 
na bella  collezione  di  ritraili  de're  di  Po- 
lonia, di  busti  marmorei  degli  eroi  della 
nazione  polacca,  e  d'una  serie  di  vedute 
di  Varsavia,  dipinta  da  Caletti.  Ammiran- 
si  principalmente  la  sala  del  trono,  quel- 
la dell'udienze  e  la  sala  detta  di  mai  ino; 
al  pianterreno  sono  gli  archivi  del  regno, 
che  contengono  una  moltitudine  di  mss. 
rari  e  curiosi.  Giardini  spaziosi  e  ottima- 
mente mantenuti  occupano  il  trailo  fra 
il  castello  e  la  Vistola.  Un  altro  castello 
regio  è  il  palazzo  di  Sassonia,  dove  i  due 
re  Sigismondo  li  ossia  Augusto  1,  ed  Au- 
gusto 11  tennero  la  loro  coi  te,  e  quindi  l'a- 
bitarono i  viceré,  palazzo  posto  in  mezzo 
alla  città,  in  un  bel  giardino,  circondalo 
da  cancelli  di  feiio.  Il  palazzo  del  gover- 
no apparteneva  una  voila  alia  famiglia 
Krasinski,  ed  è  fabbricato  in  islile  italia- 
no; quello  del  conte  Poi otki  contiene  col- 
lezioni preziose  in  tutti  i  generi.  Il  palaz- 
zo Azzurro  fu  fabbricato  dal  re  Augusto 
11,  per  la  sua  diletta  Orselska.  Marmile 
o  Marieville  è  come  il  palazzo  reale  o  ba- 
zar elegante  di  Varsavia,  costruito  sul  di- 


V  A  R  i43 

segno  del  palazzo  regio  di  Parigi;  e  con- 
tiene la  dogana  e  parecchie  centinaia  di 
bolteghe.La  cattedrale  metropolilana  pri- 
meggia fra  le  36  chiese  della  ciltà,  antico 
edilizio,  reccnler  et  ex  integro  instaura- 
ta gothicam  praefert  structuram,  come 
leggo  nell'  ultima  proposizione  concisto- 
riale, ed  è  sotto  l' invocazione  di  s.  Gio. 
Battista.  Tra  le  ss.  reliquie  si  venerano 
quelle  della  ss.  Croce  e  di  una  ss.  Spina 
della  corona  di  Gesù  Cristo ,  e  di  parte 
del  corpo  del  s.  Precursore  patrono  della 
stessa.  Ha  il  ballisterioe  la  cura  d'anime, 
che  sotlo  la  direzione  del  capitolo  si  am- 
ministra da'  vicari  facenti  parte  del  me- 
desimo. II  capitolo  si  compone  di  4  di- 
gnità, lai."  delle  qualiè  il  decano,di8ca- 
nonici,  senza  le  prebende  teologale  e  pe- 
nitenziale, di  6  vicari,  di  5  mansionari, 
e  di  altri  preti  e  cinetici  inservienti  alla 
divina  ufliziatura.  Nella  bolla  che  eresse 
la  collegiata  in  cattedrale  ,  si  dice  che  il 
capitolo  formavasi  di  7  dignità  col  seguen- 
te ordine:  il  decano  principale,  l'arcidia- 
cono, il  preposto,  il  custode,  lo  scolastico, 
il  cancelliere,  il  primicero;dii2  canonici, 
oltre  9  vicari,  i  mansionari  e  i  cappellani. 
Non  molto  distante  dalla  metropolitana 
è  il  palazzo  arcivescovile,  conveniente  e 
sufficientemente  comodo.  Vi  sono  inoltre 
5  allre  chiese  parrocchiali  nella  città,  e  2 
nel  subui  bio,  tutte  munite  del  s.  fonte.Fra 
le  chiese,  è  la  più  bella  quella  di  s.  Cro- 
ce, ma  i  cattolici  ne  piangono  la  perdi- 
la, perchè  convertila  in  metropolilana 
russa,  di  rito  greco  non  unito  :  mira- 
bile è  pure  il  tempio  di  s.  Alessandro, 
edificalo  dall'architetto  polacco  A igner. 
I  conventi  e  monasteri  de'  religiosi  so- 
no 8,  i  monasteri  delle  monache  2  ;  a 
più  di  20  ascendono  i  sodalizi,  4  sono  gli 
ospedali,  1  i  seminari  cogli  alunni,  ed 
havvi  l'accademia  ecclesiastica.  L'edilizio 
della  zecca  è  d'architettura  rimarcabile,  e 
vi  si  ammira  una  bella  macchina  a  vapo- 
re ;  anche  l'ai  senale  inerita  menzione.  Da 
vari  anni  scomparse  una  quantità  di  case 
di  legno,  e  ne  furono  sostituite  altre  lab- 


144  V  A  R 

bucate  di  mattoni.  Piagli  stabilimenti  di 
beneficenza,  si  fanno  principalmente  no- 
tare il  grande  ospedale  della  cktà,  l'ospe- 
dale militare,  la  casa  de'trovatelli  appel- 
lata Bambino  Gesù.  L'università  di  Var- 
savia venne  stabilita  nelT  edilizio  in  cui 
un  tempo  abitava  il  re  Stanislao  Ponia- 
towski.  Fu  l'università  fondata  neli8i6 
dall'imperatoreAlessandroI,con  facoltà  di 
medicina  e  di  legge,  biblioteca  di  i  12,000 
volumi,  osservatorio,  gabinetto  di  mine- 
ralogia, zoologia  e  fìsica,  non  che  labo- 
ratorio fisico.  Pio  VII  col  breve  Aposto- 
licae  so  Ilici  ludi  ni  st  de'  3  ottobre  18 18, 
Bull.  Rom.  coni.  t.  1 5,  p.  121:  Commu- 
nicalio  privilegiorum  aliis  universitatis 
concessoruni  prò  Univer  sitale  Varsa- 
viensi.  Questa  perciò  entrò  in  possesso  de' 
suoi  diritti.  Si  riporta  dal  Giornale  di 
Roma  del  1 855  a  p.  664>  in  data  di  Var- 
savia 27  giugno.  «  Dall'anno  1 83 1  è  sop- 
pressa l'università  di  Varsavia  (in  conse- 
guenza dell'insurrezione  della  Polonia), 
per  cui  la  studiosa  gioventù  della  Polo- 
nia vedevasi  costretta  di  pollarsi  per  l'ul- 
teriore coltura  nelle  più  lontane  univer- 
sità dell'impero,  ciò  che,  com'è  ben  na- 
turale, difficoltava  assai  gli  studi,  e  pone- 
va vari  giovani  nell'assoluta  impossibili- 
tà di  proseguire  la  loro  carriera.  Dicesi 
ora  che  l'imperatore  Alessandro  II  sia  in- 
tenzionato di  rendere  possibile  agli  abi- 
tanti della  Polonia  il  compimento  de'lo- 
ro  studi  nella  loro  patria.  Dicesi  che  per 
ora  sarà  eretta  una  scuola  medica,  alla 
quale  seguirebbe  dopo  breve  tempo  l'a- 
pertura d'una  scuola  di  diritto".  Nel  me- 
desimo Giornale  deh  856  si  narra  a  p. 
io32,  che  l'imperatore  Alessandro  11  ha 
assoggettato  ad  alcuni  cambiamenti  gli 
uniformi  scolastici.  Gli  studenti  ed  allie- 
vi degli  stabilimenti  dotti  dipendenti  dal 
ministro  dall'istruzione  pubblica  avran- 
no mostre  di  panno  verde  oscuro,  men- 
tre quelli  degli  stabilimenti  dotti  supe- 
riori si  serviranno  quindi  innanzi  del- 
l'attuale cappello  a  3  punte  soltanto  nel- 
l'occasioni solenni,  e  porteranno  ordina* 


V  A  R 

riamente  il  berretto.  La  Civiltà  Callo- 
lica  del  1 856,  nella  serie  3.a,  t.  2,  p.  1  76, 
ci  diede:  Un  saggio  della  presente  let- 
teratura polacca.  Eccone  un  cenno.  Seb- 
bene 1'  illustre  Polonia  da  ormai  un  se- 
colo in  qua  non  abbia  più  vita  e  unità 
politica,  non  si  è  però  esimia  in  lei  quel- 
l'energia intellettuale  di  cui  ne'bei  gior- 
ni della  grandezza  die  prove  così  splendi- 
de, primeggiando  anche  per  gloria  lette- 
raria fra'popoli  della  famiglia  slava.  La 
letteratura  polacca  si  può  dire  come  ri- 
nata a'dì  nostri  sia  per  copia  ed  eccellen- 
za d'opere  e  d'autori  che  sembrano  riva- 
leggiare con  quelli  dell'aureo  secolo  de' 
Sigismondi,  sia  per  quell'impronta  di  na- 
zionale originalità,  che  leda  un  essere  e 
un  sembiante  tutto  proprio,  or  più  vivo 
e  forse  più  scolpito  che  mai  non  fosse  per 
I'  addietro.  E  il  suo  rinascere  si  avvenne 
in  tempi  favorevolissimi  a  darle  fama  e  vo- 
ga nel  mondo  letterario,  meglio  assai  che 
non  potesse  sperare  iu  altra  età.  Impe- 
rocché, dove  prima  l'opere  polacche,  an- 
che le  più  illustri,  restavano  poco  meno 
che  sconosciute  a 'letterati  iìaì  rimanente 
d'Europa,  ora  mercè  degli  studi  lingui- 
stici venuti  in  gran  credito,  essendo  anche 
le  lingue  e  le  letterature  slave  uscite  dal- 
l'antiche loro  tenebre,  e  già  cominciando 
benché  timidamente  a  mostrarsi  e  a  me- 
scolarsi nella  pubblica  luce  con  quelle  del 
ceppo  teutonico  e  latino,  la  polacca  che 
tra  le  slave  è  la  più  ricca,  meritamente 
ottiene  i  primi  onori  e  va  acquistando 
vieppiù  lustro  nella  colta  Europa.  Il  se- 
colo d'oro  della  letteratura  polacca  fu  il 
5oo  e  il  principio  del  600  ossia  l'età  di 
Sigismondo  I  WG  rande  dal  1 5o6  al  1 548, 
di  Sigismondo  li  da  tal  anno  ali572,  di 
Sigismondo  HI  dali  587  al  1 63a.  li»  mo- 
do che  le  belle  lettere  in  Polonia  fiori- 
rono quasi  al  tempo  stesso  che  elle  giun- 
gevano al  massimo  splendore  in  Italia;  le 
due  contrade  brillavano  allora  cornei  due 
fuochi  della  coltura  d'Europa,  per  l'inti- 
me attenenze  che  allora  le  slringevano,co 
me  può  ricavarsi  nelle  memorie  lasciate 


VAR 
dall'  eruditissimo  Ciampi  professore  ili 
Varsavia.  Da  esse  e  da  tutti  i  monumenti 
storici  si  fa  manifesto  come  dall'Italia  at- 
tingessero i  polacchi,  mercè  del  continuo 
commercio  che  con  lei  avevano,  l'amore 
e  il  buon  gusto  delle  lettere  e  delle  scien- 
ze, e  ne  fecondassero  con  sì  rapida  e  fe- 
lice riuscita  la  loro  patria,  la  quale  ebbe 
il  vanto  di  precorrere  in  ciò  tutti  i  popoli 
d'oltr'alpe.  E  forse  a  quest'influenza  ita- 
liana devesi  in  gran  parte  l'avere  in  quel- 
l'età gli  studi  classici  e  latini  predomina- 
to in  Polonia  a'uazionali  e  slavi;  sebbene 
ancor  questi  ne  traessero  poi  gran  van- 
taggio convertendo  in  proprio  succo  quel- 
lo squisito  nettare  d'eleganzo,di  cui  i  clas- 
sici antichi  sono  fonti  inesauribili.  Tra  gli 
autori  e  letterati  polacchi  che  allora  fio- 
rirono, altri  scrissero  in  latino  ,  aliti  in 
polacco,  ed  altri  in  ambo  le  lingue.  So- 
no nomi  europei  principalmente  Coper- 
nico, il  cardinal  Osio  ,  Kochauowski ,  e 
Pawenski  detto  Skarga.  La  grandezza  let- 
teraria di  Polonia  andò  quasi  d' egual 
passo  colla  grandezza  politica;  e  dopo  Si- 
gismondo 111,  nel  cui  lungo  regno  ap- 
parvero i  primi  sintomi  di  civil  decaden- 
za,anche  le  lettere  cominciarono  a  sfiorire 
e  poco  meno  che  nou  imbarbarirono  fra 
il  tumulto  di  guerre  infelici  e  le  eterne 
Agitazioni  di  procellose  diete.  Questo  lan- 
guore durò  fino  verso  la  Sii"  metà  del  se- 
colo scorso,  nella  quale  ripresero  qualche 
vita  sotto  gli  auspicii  del  re  Stanislao  Po- 
niatowski,  principe  debole  e  sventurato, 
ma  gran  cultore  e  mecenate  delle  lette- 
re. Siccome  però  nel  5oo  i  polacchi  pel 
frequente  lor  commercio  coli'  Italia  ve- 
stirono di  forme  classiche  e  latine  la  lo- 
ro letteratura  ,  così  nel  700  per  una  si- 
mile cagione  rabbagliarouodi  modi  fran- 
cesi, i  quali  allora  avevano  gran  voga  per 
tutto,  e  l'ebbero  grandissima  in  Polonia, 
dove  Varsavia  pareva  divenuta  una  2.a 
Parigi,  e  le  rive  della  Vistola  non  echeg- 
giavan  quasi  altro  chei  suoni  partiti  dal- 
le sponde  della  Senna.  Il  che  quanto  gio- 
vasse a  coltivare  il  buon  gusto  e  il  religia- 

VOI.  LXXXVIII. 


VAR  i45 

so  fervore  de'polacchi  lo  può  argomen- 
tare facilmente  chiunque  conosce  la  leg- 
gerezza e  l'empietà  di  quella  letteratura 
volteriana.  Ma  questo  fanatismo  france- 
se non  ebbe  lunga  durata,  anzi  l'eccesso 
medesimo  di  servilità  a  cui  giunse  servì 
forse  a  provocare  con  più  ardore  e  pron- 
tezza i!  ritorno  alle  cose  patrie.  La  lingua 
eie  tradizioni  nazionali  risalirono  in  ono- 
re, e  nell'atto  stesso  che  la  nazione  anda- 
va perdendo  a  brani  la  sua  indipenden- 
za politica,  pareva  che  si  sforzasse  tanto 
più  di  riacquistare  e  di  salvare  dal  nau- 
fragio l'autonomia  letteraria.  A'priucipi 
Czartoryski  ruteni  d'origine,  ma  poi  in- 
corporati nella  famiglia  sia  vo-polacca,de- 
vesi  in  gran  parte  questo  riuscimento  del- 
le lettere  e  memorie  patrie,  a  cui  essi  nel- 
la splendida  loro  corte  di  Pulawy  aper- 
sero non  solo  uu  asilo,  ma  quasi  un  ma- 
gnifico tempio.  A  questo  periodo,  conti- 
nuatosi fino  allo  spirare  del  granducato 
di  Varsavia,  e  che  serbava  tuttavia  lefor- 
me  dell'arte  classica,  benché  un  po'  ma- 
nierate e  corrotte  dal  recente  gallicismo, 
tenne  dietro  il  periodo  delle  novità  ro- 
mantiche, dal  quale  nacque  il  presente. 
Una  letteratura  tutta  uuova,  tutta  patria, 
piena  di  brio  e  freschezza  giovanile,  nu- 
drita  da  ingegni  fervidi  d'entusiasmo  e 
di  speranza,  che  sdegnando  freni  di  rego- 
le e  ceppi  d'imitazione  non  altro  seguo- 
no che  gl'impeti  del  Nume  che  li  ispira, 
tiene  ora  quasi  sola  il  campo  della  Po- 
lonia, traendo  a  se  l'attenzione  e  il  plau- 
so dell'  Europa.  Egli  è  vero  che  que'  di 
buon  gusto  e  gli  ammiratori  di  quell'im- 
mortali norme  del  bello,  di  cui  gli  anti- 
chi furono  maestri  e  modelli,  non  faran- 
no mai  plauso  alle  sfrenate  licenze  del  ro- 
manticismo moderno;  ma  fuor  di  que* 
ste  licenze,  che  alle  muse  della  Vistola  e 
de'Carpazi  forse  disdicono  meno  che  alle 
nostrali,  non  può  negarsi  che  la  lettera- 
tura e  specialmente  la  poesia  moderna 
della  Polonia  non  sia  ricca  di  vere  e  di 
originali  bellezze,e  piena  di  forza  e  di  en- 
tusiasmo. Ella  inoltre  è  fecondissima  ve- 
10 


i46  V  A  R 

na,  tanto  che  fa  meraviglia  il  vedere  l'at- 
tività degl'ingegni  e  degli  studi  polacchi 
e  la  copia  dell'opere  che  van  producendo, 
soprattutto  chi  miri  lo  stato  politico  del- 
la nazione  non  guari  adatto  certamen- 
te a  favorirne  la  coltura.  Quindi  la  Ci- 
viltà Cattolica  passa  in  rassegna  la  quan- 
tità feconda  delie  odierne  produzioni  sto- 
riche e  letterarie  e  scientifiche,  e  il  me- 
rito degli  scrittoti  polacchi.  Due  amori 
governano  sovranamente  l'animo  gene- 
roso e  nobile  polacco,  1'  amor  della  re- 
ligione e  l'amor  della  patria,  e  da  questi 
due  amori  è  ispirata  quasi  tutta  la  sua 
presente  letteratura,  e  precipuamente  la 
poesia,  che  più  d'ogni  altr'arte  si  porge 
allo  sfogo  de'grandi  affetti.  Non  manca- 
no egregie  pubblicazioni  d'alcuni  bene- 
meriti periodici ,  come  le  Memorie  reli- 
gioso-morali di  Varsavia. Termina  la  Ci' 
viltà  Cattolica  con  rilevare  :  Che  s'egli 
è  vero  essere  la  letteratura  lo  specchio 
vivente  del  secolo  e  della  nazione  in  cui 
fiorisce,  dal  da  lei  esposto  dottamente,  in- 
torno alla  presente  letteratura  polacca, 
può  concludersi  ;  oggi  in  Polonia  col  ri- 
fiorire  delle  lettere  s'è  ravvivato  non  so- 
lo l'amore  e  lo  studio  delle  cose  patrie 
e  delle  tradizioni  nazionali  scuotendo  il 
servaggio  dell'  imitazioni  straniere ,  ma 
s'  è  altresì  felicemente  rinfocolato  quel- 
l'ardore religioso  e  sinceramente  cattoli- 
co, per  cui  la  nobilissima  Polonia,  dacché 
nel  secolo  X  sotto  il  regno  di  Micislao  I 
si  convertì  al  cristianesimo,  fu  sempre  in- 
signe,e  per  cui,  benché  stretta  da  ogni  par- 
te e  fieramente  dall'eresia  e  dallo  scisma, 
si  mantenne  fedele  alla  cattedra  del  B.Pie- 
tro, m  11  cattolicismo  è  la  gloria  più  pura 
del  nome  polacco,  e  tutte  le  altre  sue  glo- 
rie sono  a  questa  intimamente  associate. 
La  fede  e  il  valore  de'polacchi  salvò  più 
d'una  volta  I'  Europa  dall'invasioni  de- 
gl'infedeli Tartari  e  Turchi  (  V);  e  quan- 
do  sopra  il  Settentrione  s'  addensò  così 
folta  e  così  vasta  la  notte  dell'errore,  la 
Polonia  serbò  viva  la  tace  delle  verità 
cattoliche,  quasi  faro  di  salute  e  di  spe- 


V  A  R 

ranza.  Egli  ha  quindi  ben  ragione  quel 
popolo  magnanimo  di  serbare  inviolata 
e  cara  l'eredità  di  queste  sue  glorie  e  di 
stringersi  oggidì  con  amore  e  con  fede 
sempre  più  salda  al  vessillo  del  cattolici- 
smo". Inoltre  in  Varsavia  vi  è  la  biblio- 
teca reale,  contenente  più  di  25,ooo  vo- 
lumi,  per  la  maggior  parte  moderni.  11 
Castellano  ricorda  la  superba  biblioteca 
Tsaluski,  ricca  d'oltre  200,000  voltimi. 
11  collegio  de'piaristi,  fondato  dall'abba- 
te Konarski,  è  un  bell'edilìzio  sulle  spon- 
de della  Vistola.  Gli  alti  i  stabilimenti  d'i- 
struzione sono:  la  scuola  politecnica,  il  li- 
ceo, lascuola  militare  de'sott'ufficiali  con 
25o  alunni,  le  scuole  di  pittura  (di cui  fe- 
ci parola  nel  voi.  LXXXIIJ,  p.  67),  l'i- 
stituto pedagogico,l'istituto  de'sordo-mu- 
ti,  il  collegio  de'domenicani,  le  scuole  del- 
le scienze,  boschiva  e  di  musica.  La  socie- 
tà degli  Amici  della  Letteratura  possiede 
una  ricca  biblioteca  ;  quelle  delle  scienze 
naturali  e  de' progressi  agricoli  resero 
grandi  servigi.  Giace  il  giardino  botanico 
nel  viale  di  Uiazdov,  ed  è  un  presente  al- 
la città  fatto  dall'imperatore  Alessandro 
I.  Vi  è  un  museo  d'antichità,  scuola  bo- 
schiva delle  miniere  e  d'agricoltura.  Gli 
ebrei  non  hanno  inVarsavia  più  di  3  scuo- 
le. Vi  si  veggono  parecchie  librerie  ben 
fornite,  una  ventina  di  stamperie  polac- 
che, due  israelitiche  e  6  litogi  afiche.Pub- 
blicausi  vari  giornali  politici  e  fogli  uffi- 
ciali sì  in  polacco  che  in  tedesco.  Il  nu- 
mero delle  fabbriche  ed  officine  è  dagli 
ultimi  anni  considerabilmente  cresciuto, 
stabilite  pure  essendosi  grandi  fabbriche 
per  la  birra  forte  o  porter.  Altre  fabbri- 
che sono  quelle  di  tabacco,  di  galloni  tes- 
suti in  oro,  argento  e  lana,  di  sapone,  cap- 
pelli, calze,  guanti,  tappeti,  stotfe  di  coto- 
ne, strumenti  musicali,  colori,  bronzo, 
liquorizia,  gioie  e  cuoi.  Vi  sono  più  di 
1 00  sellai  e  carrozzieri,  i  cui  prodotti  so- 
no decantati  per  tutto  il  Nord.  Varsavia 
è  il  principale  emporio  di  tutte  le  mer- 
canzie per  tutta  la  Polonia;  vi  si  tengono 
oguiauuo  due  fiere,  una  in  maggio  e  l'ai- 


V  AR 

tra  in  settembre;  fiere  alle  quali  inter- 
vengono  negozianti  di  tutta  l'Europa  e 
ili  parecchi  paesi  dell'Asia, essendo  prin- 
cipalmente importanti  pel  traffico  delle 
pelli.  Tutti  i  grandi  stali  europei  tengono 
a  Varsavia  i  loto  consoli.  Il  banco  detto 
di  Polonia,  stabilito  dal  1828,  è  di  gran 
soccorso  per  l'imprese  commerciali.  Var- 
savia ha  una  moltitudine  di  stabilimenti 
destinati  a'passatempi  de'  suoi  abitanti  : 
vi  è  il  teatro  polacco,  quello  francese,  ed 
uno  nuovo  nazionale  che  riuscì  bello  e- 
difìzio.  Dice  il  Castellano  che  quello  nuo- 
vamente eretto  è  architettura  dell'italia- 
no Corazzi,  cui  pur  debbonsi  i  superbi  e- 
difizi  della  Borsa, e  della  mentovata  socie- 
tà degli  Amici  delle  Scienze,  ov' è  inau- 
gu  rato  sul  frontone  il  monumento  in  bron- 
zo, dedicato  al  gran  Copernico,  opera  del 
cav.  Thorwaldsen.  Soggiunge,  che  vi  si 
dovea  pure  innalzare  l'altro  monumento 
simile  alla  memoria  del  celebre  principe 
Giuseppe  Ponialowski  maresciallo  di 
Francia.  In  Varsavia  ha  pure  un  civicjp 
monumento  V  altro  celebre  Rosei usko. 
Varsavia  ha  copia  grande  di  caffè  e  ristora- 
tori sul  gusto  di  que'di  Parigi;  come  nu- 
merosi sono  i  bagni  pubblici.  I  viali  d'U- 
iazdov  sono  belli  quanto  quelli  delPrater 
a  Vienna  :  lunghi,  larghi,  danno  all'esta- 
te freschissimo  rezzo;  e  principalmente  le 
domeniche  e  le  altre  feste  la  calca  vi  è  im- 
mensa. Il  castello  di  delizia  di  Bellavista 
è  circondato  da  un  superbo  parco  ingle- 
se. Davanti  la  barriera  di  Powonsk  è  un 
campo  nel  quale  radunasi  alle  volte  l'e- 
sercito pegli  esercizi;  questo  campo  offre 
amenissimo  aspetto,  ornato  da  giardini 
mantenuti  dagli  stessi  soldati:  è  un  luogo 
di  passeggio  ricercatissimo  dalla  società 
di  Varsavia.  Contiene  questa  città  circa 
i5o,ooo  abitanti,  senza  contare  i  fora- 
slieri;  vi  si  trovano  molti  ebrei.  Riferisce 
la  suddetta  proposizione  concistoriale: 
Varsaviae civitas  metropolis regni  Po- 
loniae t  et  prima  i/iter  ejusdem  regni  ur- 
bes^adjluvium  Vislulam  aedificata  con- 
spici  tur,  quae  in  suo  unius  miliari  qua- 


VAR  147 

drati  ambita  ter  mille  et  sexecntas  con* 
tinct  donios,  atque  ab  octogintamillibwi 
dir isti fide libus  inhàbitalur incolis.  I  pro- 
gressi dell'  industria  sono  in  questa  città 
maggiori  d'ogni  altra  parte  del  regno. 

Antichissima  città  Varsavia  o  Warsa- 
via ,  rimase  però  insignificante  sino  alla 
riunione  della  Lituania  (V.)  alla  Polo- 
nia; poiché  non  essendo  allora  più.  Cra- 
covia capitale  antica  della  Polonia,  men- 
tre della  Lituania  era  Vilna^  abbastan- 
za centrale  per  essere  la  capitale,  la  dieta 
fu  trasferita  a  Varsavia  nel  1 566.  Quindi 
vi  stabilì  la  reale  residenza  Sigismondo 
III  del  1587,  al  di,e  deI  Castellano.  Nella 
guerra  cogli  svedesi ,  a  mezzo  del  secolo 
XVII,  fu  questa  città  occupata  da  que- 
gli avventurosi  conquistatori  neh 655,  e 
ne  fecero  il  deposito  del  bottino  loro. 
Quando  il  cavalleresco  Carlo  XII  re  di 
Svezia  si  avanzò  nel  luglioi7o3,  contro 
Varsavia,  dopo  vintala  battaglia,  si  ar- 
rese senza  opposizione.  Nel  1745  l'8  gen- 
naio vi  fu  concluso  il  trattato  d'alleanza 
della  Polonia  con  l'Austria,  l'Inghilterra, 
le  Provincie  Unite  e  la  Sassonia.  Il  ter- 
ribile incendio  del  1  767  fece  in  Varsavia 
immensi  guasti,  de'quali  sarà  per  lungo 
tempo  difficile  a  cancellarsi  del  tutto  la 
spaventevole  traccia.  Nel  seguente  anno 
a'24  febbraio  vi  fu  sottoscritto  il  tratta- 
to di  pace  tra  la  Polonia  e  la  Russia.  Gli 
odii  intestini,  le  divise  fazioni,  la  gelosia 
de'potentati,  gl'intrighi  esteriori  furono 
il  segnale  deplorabile  della  decadenza  del 
già  floridissimo  regno  di  Polonia.  Assa- 
lito da  ogni  banda,  dovette  soggiacere  nel 
1 772  ad  un  1 .°  smembramento  tra  X  Au- 
slria)  la  Russia  e  la  Prussia;  soggiacque 
la  Polonia  al  2.0  tra  le  medesime  poten- 
ze nel  1793,  in  modo  che  dell'antico  re- 
gno appena  restò  poco  più  del  3.°,  e  Var- 
savia resideuza  del  re  e  capitale  del  rea- 
me divenne  città  di  frontiera.  In  tale  an- 
no e  nel  seguente  179^  Varsavia  soffrì 
dalle  armate  russa  e  prussiana  ripetuti 
attacchi.  A'  1 7  agosto  1 793  i  1  presidio  rus- 
so, che  aveva  occupato  la  città,  venne  da' 


,48  VAR 

polacchi  cacciato  alla  nuova  de*  successi 
di  Kosciusko  presso  Cracovia.  Questi,  co- 
stretto nel  seguente  anno  a  cambiate  il 
teatro  della  pugna,  ritirossi  verso  Varsa- 
via, e  la  difese  con  valore  contro  i  prus- 
siani durante  l'estate  dello  stesso  r 794- 
Però  ben  diversa  fu  la  sorte  di  Varsavia 
allorquando  vi  giunsero  i  russi  comanda- 
ti da  Souwarow;  Praga  presa  d'assalto,  e 
abbandonala  ai  sacco  e  al  fuoco,  la  capi- 
tale dopo  sì  terribile  esempio  si  sottopo- 
se senza  contrasto  a'4  novembre,  dopo  la 
sconfìtta  di  Kosciusko.  Allora  le  potenze 
d'  Austria  ,  Russia  e  Prussia  chiamato  a 
Grodnoil  re  Stanislao  Poniatowski,  a'a5 
settembre  o  novembre  1*  obbligarono  a 
sottoscrivere  il  trattato  dell'  ultimo  spar- 
timento  della  Polonia,  ed  a  rinunziare  al- 
la sua  dignità,  che  dimise  nel  i  795,  a'3 
del  quale  in  Pietroburgo  fu  effettuato  il 
parteggio;  restando  così  la  Polonia  cancel- 
lata dal  rango  delle  nazioni  d'Europa.  La 
parte  del  regno  colla  contrada  che  com- 
prendeva Varsavia,  cadde  in  potere  di  Fe- 
derico Guglielmo  II  re  di  Prussia  ,  fece 
parte  della  Prussia  occidentale,  e  Varsa- 
via non  ebbe  che  il  titolo  di  capoluogo 
d'una  provincia,  bensì  fu  elevata  dal  Pa- 
pa a  seggio  vescovile.  Non  mancarono  i 
polacchi  di  opporre  a  tanto  infortunio  la 
più  viva  e  sanguinosa  resistenza;  ricorda 
ancora  l'Europa  i  loro  sforzi,  le  prodez- 
ze fatte  e  la  loro  virtù  militare,  per  amor 
patrio  e  nazionale.  Frattanto  l'imperato- 
re de'fraucesi  Napoleone  1  guerreggian- 
do la  Prussia,  in  conseguenza  della  famo- 
sa battaglia  vinta  a  Jena  a'  23  ottobre 
1806,  a'28  del  seguente  novembre  Var- 
savia venne  occupata  da'francesi,  e  Napo- 
leone vi  fece  poi  il  suo  ingresso  a'2  gen- 
naio 1807.  Già  Napoleone!  avea  innalza- 
to alla  dignità  regia  l'elettore  di  Soste* 
nia  {y.\  che  prese  il  nome  di  re  Fede- 
rico Augusto  I,  ed  i  cui  avi  erano  stali  re 
di  Polonia;  e  per  renderlo  più  forte'eon- 
tro  l'Austria,  ne  aumentò  gli  stati.  Per- 
tanto in  conseguenza  del  trattato  segnato 
a  Tilsit  a'7  e  9  luglio  1807,  da  Napoleo- 


V  A  R 

ne  I,da  Alessandro  I  imperatore  di  Ras* 
sia  e  da  Federico  Guglielmo  IH  redi  Prus- 
sia, fu  distaccato  dalla  porzione  della  Po* 
Ionia  dominata  dalla  Prussia  il  granduca- 
to di  Poseno  Polonia  Prussiana,  e  con  al- 
cuni brani  della  Galizia  ,  parimente  già 
provincia  polacca  ,  ceduti  dall'  Austria, 
l'imperatore  de*  fra  acesi  ne  formò  WGvan- 
ducato  di  Far  savia  ,che  conferì  al  nuo- 
vo redi  Sassonia,  Varsavia  divenendone 
la  capitale,  quale  slato  indipendente.Que- 
sto  inoltre  Napoleone  1  volle  aumentare 
con  lutto  il  territorio  di  Cracovia,  in  vir- 
tù della  pace  di  Vienna  de'  i4  ottobre 
1809.  Ma  l'esistenza  del  Ouovo  slato  fu 
temporanea,  ed  i  rovesci  dell'imperatore 
de'francesi  ne  affrettarono  la  militare  oc- 
cupazione. Vagheggiando^  apoleon e  I  l'u- 
niversale monarchia,  nel  1812  dichiarata 
guerra  alla  Russia,  volie  di  persona  inva- 
derla con  immenso  esercito.  Gii  elementi 
combatterono  pe' l'assi;  costiettoNapoleo- 
ue  I  alla  disastrosissima  ritirata  da  Mo- 
sca, dopo  la  sua  1 ."  breve  stazione  fatla  nel 
dicembre  1812  in  Varsavia,  precipitosa- 
mente ritornò  a  Parigi.  Vinto  Napoleo- 
ne I  dalle  potenze  alleate,  abdicò  all'im- 
pero nel  1  8  1 4;  e  adunatosi  il  congresso  di 
Vienna  per  pacificare  V  Europa  e  rego- 
larne i  destini,  a'7  febbraio  18  i5,  dopo 
aver  soppresso  il  granducato  di  Varsavia, 
formata  la  repubblica  di  Cracovia,  poi  ri- 
ceduta all' Austria  (cui  apparteneva  pri- 
ma di  della  pace, al  modo  narrato  nel  voi. 
LIV,  p.  4^),  la  Russia  ebbe  col  pastina- 
to di  Masso  via,  Varsavia  col  suo  territo- 
rio, ed  unitala  cogli  altri  domimi  polac- 
chi che  possedeva  ,  ne  formò  il  regno  di 
Polonia;  Alessandro  1  dichiarandone  ca- 
pitale Varsavia,  e  prendendone  il  titolo 
e  l'insegne  a' io  aprile.  Indi  nel  18  18  a- 
prì  la  dieta  in  Varsavia, e  morì  nel  1825. 
In  questo  gli  successe  il  fratello  impera- 
tore Nicolò  I,  al  quale  Papa  Leone  XII 
nel  1826  inviò  per  ambasciatore  mg.  Ber- 
netti,  poi  amplissimo  cardinale,  per  assi- 
stere alla  sua  coronazione,  seguita  a  Mo- 
sca a'3  settembre.  Indi  Nicolò  ia'24  m«§- 


V  AR 

gioì  829  in  Varsavia  si  fece  coronare  co- 
me re  di  Polonia.  Ma  i  polacchi  frementi 
della  perduta  libertà,  Ieri  ibilmente  insor- 
sero in  Varsavia  a'29  novembre  1829;  la 
rivoluzione  rapidamente  si  diffuse  pel  re- 
gno ,  e  Varsavia  di  venne  la  sede  del  go- 
verno nazionale  polacco.  Grave  e  sangui- 
nosa guerra  fu  combattuta  da'  polacchi 
per  sostenere  la  loro  indipendenza  contro 
la  Russia.  Finalmente  riuscendo  superio- 
ri Je  armi  potenti  de' russi,  Varsavia  fu 
da  loro  assediata  nel  1 83  1 ,  e  si  arrese  l'8 
settembre,  dopo  lunga  e  gagliarda  resi- 
stenza, che  costò  la  vita  a  gran  numero 
de'suoi  abitanti.  Al  vincitore  generale  Pa- 
skewitsch,  Nicolò  I  conferì  il  titolo  di  prin- 
cipe di  Varsavia;  e  collo  statuto  che  l'im- 
peratore diede  al  la  Polonia  (  F.)nel  1 832, 
la  dichiarò  parte  integrante  dell'impero 
di  tutte  le  Russie.  Tra  gl'infortunii  mo- 
derni cui  soggiacque  ripetutamente  Var- 
savia, con  deplorabile  ricordo  non  deve 
tacersi  il  tremendo  flagello  del  cholera, 
che  più  volte  1'  afflisse.  Quello  dell'  e- 
state  i852  fu  desolantissimo,  imperoc- 
ché ne'soli  ospedali  morirono  più  di  5ooo 
individui  ;  e  il  totale  delle  vittime  mietu- 
te dal  morbo  si  fece  ascendere  a  circa 
20.000,  tra'  quali  più  di  2000  israeliti. 
Intanto  nel  seguente  anno,  per  la  famige- 
rata questione  d'oriente,  scoppiòla  guer- 
ra tra  la  Russia  e  la  Turchia,  nel  quale 
articolo  il  colossale  e  duplice  argomento, 
con  quanto  lo  precedette,  accompagnò  e 
seguì,  procurai  compendiare.  Ivi  narrai 
pure,  che  mentre  ardeva  la  memorabile 
guerra,  morì  a'2  marzo  1 855  l'impera- 
tore Nicolò  I,  e  gli  successe  il  regnaute  A- 
lessandro  II  suo  primogenito.  Celebrai  la 
seguita  pace,  lo  spirito  e  le  intenzioni  da 
cui  è  animato  l'imperatore(la  cui  impera- 
trice madre  ammirò  Roma  nella  primave- 
ra 1857,  al  modo  narrato  dal  Giornale 
di  Roman.0 92  eseg.),  l'eccellente  indole, 
le  speranze  liete  concepite  dalla  Chiesa 
cattolica,  e  la  sua  coronazione  splendidis- 
sima avvenuta  in  Mosca  a'  7  settembre 
i856.  Dissi  che  il  Papa  Pio  IX  per  tale 


V  A  R  149 

solenne  occasione  mandò  in  Russia  per 
ambasciatore  straordinario  mg.r  Flavio 
de'  principi  Chigi  arcivescovo  di  Mira,  il 
che  riuscì  di  grande  consolazione  b' cat- 
tolici del  vasto  impero,  i  quali  fecero  voti 
perchè  un  rappresentante  ecclesiastico 
della  s.  Se(\e  stabilmente  risiedesse  fra  lo- 
ro. Fra  le  dimostrazioni  di  venerazione  e 
di  giubilo  de' cattolici,  si  distinsero  i  po- 
lacchi, e  principalmente  que'di  Varsavia. 
L'illustre  prelato  vi  celebrò  ripetutamen- 
te la  s.  messa  ,  e  visitò  tutte  le  chiese  e 
stabilimenti  cattolici.  Così  Varsavia  ,  che 
nel  tempo  de' re  polacchi  era  l'ordinaria  re- 
sidenza della  nunziatura  apostolica,  ebbe 
la  divota  soddisfazione  di  rivedere  tra  le 
sue  mura  il  nunzio  apostolico.  I  nunzi 
pontificii  residenti  inVarsavia  resero  sem- 
pregrandi  servigi  alla  religione  cattolica, 
specialmente  nella  riunione  de' Ruteni. Nei 
n.°  85  del  Giornale  dì  Roma  del  1857, 
si  legge  un  importante  articolo  intitola- 
to: Grande  società  delle  Strade  ferrate 
Russe.  Ivi  si  dice ,  che  la  società  ha  per 
iscopo  la  costruzione  di  una  vasta  retedi 
ferrovie,  il  di  cui  tracciamento  è  stato 
combinato  in  modo  da  soddisfare  gl'in- 
teressi più  considerevoli  e  più  immediati 
della  Russia.  Questa  rete  si  divide  io  4 
linee.  La  1  .*  linea  da  Pietroburgo  a  Var- 
savia(uoteròd'aver  letto  nello  stessoG/or- 
naie  del  1 85 1  a  p.  892:  La  strada  ferrata 
da  Varsavia  a  Pietroburgo  sarà  aperta  al 
pubblico  al  i.°del  prossimo  novembre),con 
diramazione  verso Ronisberga  chilometri 
1 249-  2/Da  Mosca  aTeodosia  chi!.  1 259. 
3/  Da  Kursk  a  Orel  a  Liebau  chil.  1 227. 
4."  Da  Mosca  a  NijniNovogorod  chil.  427- 
Totale  4 162. Queste  linee  hanno  per  isco- 
po di  assicurare  la  ripartizione  delle  der- 
rate di  prima  necessità  all'  interno,  1'  e- 
sportazione  dei  prodotti  esteri ,  e  nello 
stesso  tempo  esse  facilitano  il  movimen- 
to delle  popolazioni  nelle  parti  ove  sono 
più  numerose.  Dirò  solamente  della  linea 
da  Pietroburgo  a  Varsavia. Essa  ha  la  sua 
destinazione  speciale  come  linea  interna- 
zionale, riunendo  la  capitale  colla  rete  eu- 


i5o  VAR 

ropea  delle  ferrovie;  tulle  le  oltre  linee 
sono  slate  combinate  in  vista  di  favorire 
ni  più  alto  grado  il  commercio  interno  ed 
esterno.  Uno  degli  elementi  più  decisivi 
della  relè  russa  si  è  precisamente  il  rigo- 
re del  clima.  11  freddo  non  è  mai  un  osta- 
colo alla  marcia  de'convogli;  la  neve  non 
lia  interrotto  la  circolazioue,  in  media, 
che  un  giorno  tutti  gli  anni  sulla  ferro- 
via da  Pietroburgo  a  Mosca.  Ma  invece 
le  vie  navigabili  sono  gelate  durante  6  me- 
si nel  Nord,  e  durante  questo  periodo  la 
ferrovia  avrà  il  monopolio  di  tutti  i  tra- 
sporti, facilitati  d'altronde  dal  vettureg- 
giare sulle  slitte  per  le  relazioni  laterali. 
Ad  eccezione  della  linea  da  Pietroburgo 
a  Varsavia,  tutti  i  lavori  sono  d'un  ese- 
guimento facilissimo.  Fuori  la  linea  da 
Pietroburgo  a  Varsavia, non  avvi  che  un 
piccolo  numero  di  ponti,  pochi  lavori  di 
terra  o  d'opera  d'arte,  e  grandissima  faci- 
lità di  costruzione  sopra  una  gran  parte 
di  tracciati.  Nel  luglio  1 855  i  governi  di 
Russia  e  di  Prussia  conclusero  una  con- 
venzione per  congiungere  la  strada  ferra- 
ta da  Varsavia  a  Pietroburgo,  colla  gran 
via  Prussiana  dell'Est.  Nello  stesso  Gior- 
nale di  Roma  a  p.i  1 12  è  riferito.  La  con- 
cessione delle  strade  ferrate  nel  regno  di 
Polonia  venne  poi  accordata  con  ukase 
de' io  ottobre  i85j  alla  società  Epstein 
per  75  anni.  I  concessionari  formano  due 
società  per  azioni,  l'uua  col  nome  di  Stra- 
da ferrala  da  Varsavia  a  Vienna ,  e 
l'altra  con  quello  di  Società  della  stra- 
da ferrata  da  Varsavia  a  Bromberg.  La 
linea  da  Varsavia  a  Vienna,  colle  sue  pic- 
cole ramificazioni,  vada  alcuni  anni  per 
conto  del  governo.  La  strada  ferrata  di 
Vai  savia-Bromberg  è  da  edificarsi;  anche 
questa  concessione  fu  fatta  per  75  anni; 
ma  conterà  solo  a  partire  dal  giorno  in 
cui  la  linea  nell'  intero  suo  corso  andrà 
in  pieno  esercizio.  Questa  ferrovia  da  Var- 
savia a  Bromberg  avrà  25  leghe  di  e- 
sleusione,  e  congiuugerà  il  reguo  di  Po- 
lonia colle  linee  ferrale  prussiane  d'  O- 
1  lente,  raccorderà  più  che  a  metà  la  via 


VAR 
di  Berlino,  lungi  finora  un  36  ore  da  Var- 
savia. Questa  linea  ha  dinanzi  a  se  un  im- 
menso avvenire,  per  essere  questa  la  via 
più  diretta  tra'due  mari,  e  perchè  tulli  i 
grani, quali  devono  fino  adesso  aspetta- 
re 9  mesi  a  discender  la  Vistola  che  mali- 
ca d'acqua  la  più  parte  del  tempo,  arri- 
veranno in  6  ore.  Questa  via  costerà  al 
più  35,ooo  rubli  ;  quella  da  Varsavia 
a  Vienna  ne  costò  25,ooo.  Nel  seguente 
anno  l' imperatore  concesse  la  ferrovia 
da  Riga  a  Dunaburg.  Questa  città  per 
la  sua  posizione  presso  la  via  ferrala  da 
Varsavia  aPielroburgo,  sarà  d'ora  iunau- 
zi  il  punto  centrico  per  la  congiunzione  di 
queste  provincie  col  mar  Baltico.  Inoltre 
nel  Giornale  diRoma  di  detlo  anno  1 857, 
a  p.  8oo,  si  leggono  i  seguenti  dati  statisti- 
ci sulle  linee  telegrafiche  attivate  in  Rus- 
sia da' 18  maggio  in  poi.  Le  linee  sono  iu 
relazione  diretta  con  l'unione  telegrafica 
austro-germanica,  vale  a  dire.  i.°  Colla 
Prussia:  a)  iu  Eidkuhnen  colla  direzione 
per  Konisberga  a  Pietroburgo,  e  b)  a 
Myslorvilz  colla  direzione  per  Breslavia  e 
Varsavia.  2.0  Coll'Austria  a  Sczakova,  poi 
seguono  le  altre  linee:  a)  da  Pietroburgo 
per  Mosca,  Kiovia,  Nicolaiew  a  Odessa;  b) 
da  Pietroburgo  a  Helsingfors;  e)  da  Pie- 
troburgo a  Cronstadt;  d)  da  Pietroburgo 
per  Marioupol  a  Varsavia.  La  lunghez- 
za totale  delle  linee  telegrafiche  finora 
attivale  è  di  668  miglia  geografiche,  e  la 
lunghezza  de'  fili  è  di  5 1 1 3  chilometri. 
Le  stazioni  telegrafiche  sono  20,  però  le 
principalifunziouauo  a  Pietroburgo,  Mo- 
sca, Kiovia,  Odessa,  Helsingfors,  Cron- 
stadt,Varsavia  eRiga.  1  dispacci  dellaGer- 
mania  per  la  Russia  ponno  essere  scritti 
in  lingua  tedesca  o  francese:  i  dispacci  pri- 
vati non  devono  contenere  veruna  noli- 
zia  politica.  A  p.  34  del  Giornale  di  Ro- 
ma deli  858  si  parla  de'documenti  pub- 
blicati dal  Nord,  giornale  russo,  a'21  di- 
cembre 1857,  relativi  all'abolizione  del- 
la servitù  ne'  3  governi  della  Lituania. 
11  3.°  de'  quali  era  una  specie  d'  invilo 
fatto  alla  nobiltà  di  tulli  i  governi  del* 


V  AR 
l'impero,  e  lasciava  prevedere  che  so- 
migliante provvedimento  non  avrebbe 
tardato  a  divenire  generale.  In  falli  si 
pubblicò  il  rescritto  imperiale  indirizza- 
to al  governatore  generale  di  Pietrobur- 
go, per  migliorare  e  assicurare  l'esisten- 
za de'contadini,  con  definire  esaltamen- 
te i  loro  obblighi  e  rapporti  verso  i  pro- 
prietari delle  terre  nobiliari,  mediante 
l'elaborazione  d'un  progetto  di  regola- 
mento sulle  seguenti  basi.  Il  i.°  proprie- 
tario conserva  il  suo  diritto  di  proprie- 
tà sopra  tulta  la  sua  terra,  ma  i  conta- 
dini conservano  il  chiuso  delle  loro  abi- 
tazioni, cui  essi  hanno  il  diritto  d'acqui- 
stare in  tulta  proprietà  mediante  riscat- 
to pagabile  entro  un  termine  stabilito; 
e»si  hanno  inoltre  il  godimento  della 
quantità  di  terreno  necessaria,  giusta  le 
condizioni  locali,  per  soddisfare  a'  loro 
obblighi  verso  lo  stalo  e  verso  il  pro- 
prietario. In  compenso  di  tale  godimen- 
to i  contadini  sono  tenuti  o  a  pagare  un 
canone  al  proprietario,  o  a  lavorare  per 
lui.  2.0  I  contadini  debbono  essere  ripar- 
tili in  comuni  rurali  ;  la  polizia  rurale 
limaue  ueil' attribuzioni  del  proprieta- 
rio. 3.°  I  rapporti  ulteriori  tra  contadi- 
ni e  proprietari  debbono  essere  regolati 
in  modo  da  guarentire  il  servizio  rego- 
lare delle  tasse  dovute  allo  stato  e  de'ca- 
nclii  e  tasse  provinciali.  Dell'emancipa- 
zione de'  servi  o  contadini  nell*  impero 
russo  ne  ragiona  la  Civiltà  Cattolica,  se- 
rie 3.a,  t.  9,  p.  626,  dalla  quale  si  rica- 
va sembrare  che  una  parte  delia  nobil- 
tà russa  è  un  po' avversa  all'emancipa- 
zione ;  per  cui  è  da  temersi  ch'essa  non 
aderisca  chea  malincuore  alla  nuova  leg- 
ge, o  se  non  altro,  faccia  di  tutto  per  in- 
debolirne gli  effetti.  Sia  comunque,  P  i- 
dea  generale  è  mollo  commendevole; 
stabilita  una  volta  1'  emancipazione  co- 
me principio  e  come  massima,  non  può 
più  ritornarsi  indietro;  i  suoi  avversari 
ormai  più  non  s'illudono,  che  anzi  ne  so- 
no costernati. 

La  sede  vescovile  e  ora  arcivescovile 


VAR  i5i 

di  Varsavia  ebbe  origine  nello  spirare 
del  secolo  scorso  e  ne'priuii  anni  del  cor- 
rente. Trovavasi  il  palalinalo  di  Masovia 
col  suo  capoluogo  Varsavia,  il  cui  arcidia- 
conato  era  compreso  nella  diocesi  di  Pos- 
nania(F^.),un\lì  col  ducalo  omonimo  e  col 
palatinato,  quando  nel  1 7g5esseudo  per- 
venuti nel  dominio  della  Prussia,  dipoi 
il  re  Federico  Guglielmo  III  fece  istanze 
a  Pio  VI  .perchè  smembrasse  dal  vescova- 
to di  Posnania  sulfraganeo  del  metropo- 
lita di  Gnesua  primate  di  Polonia,  l'arci- 
diaconato  di  Varsavia,  e  l'erigesse  in  ve- 
scovato sulfraganeo  di  detto  arcivescovo. 
Sebbene  il  Papa  si  trovasse  deportato  da' 
francesi  in  Toscana,  soggiornando  uella 
Certosa  presso  Firenze,  1'  esaudì  colla 
bolla  Ad  universani  agri  Dominici  cu- 
ram,  de' 16  ottobre  1798,  Bull.  Rom. 
cont.,  1. 1  o,  p.  1 67  :  Erectio  oppido  Var- 
saviensis  in  Episcopatiun,ejusqiie  colle- 
giatae  in  Cathedralem.  Indi  a'29  dello 
stesso  mese,  Pio  VI  dichiarò  i.°  vescovo 
di  VarsaviaGiuseppe  Miaskowski  diSmo- 
gorzewo  diocesi  di  Posnania.  La  nuova 
sede  vescovile  restata  vacante  verso  il 
i8o5,per  le  vicende  politiche  e  le  guerre, 
rimase  senza  il  pastore  parecchi  anni.  In- 
tanto nel  1 8 1 5  il  reame  di  Polonia  costi- 
tuito nel  congresso  di  Vienna,  coll'annes- 
sione  del  palatinato  di  Massovia,  e  la  cit- 
tà e  vescovato  di  Varsavia,  assoggettato 
all'alto  dominio  della  Russia,  l'imperato- 
re Alessandro  I  gli  die  insieme  al  politico 
Un  riordinamento  religioso,  fondato  a  un 
dipresso  sugli  stessi  principii,  ch'erano  en- 
trati a  comporre  l'ordinazione  dellaChie- 
sa  cattolica  latina  nella  Russia  e  nell'an- 
tiche provincie  polacche,  con  Mohilow 
(V.)  per  metropoli.  E  siccome  quivi  era 
Ja  chiesa  slata  sottoposta  al  governo  ci- 
vile, rendendola  dipendente  dal  senato, 
così  nel  nuovo  regno  polacco,  col  solo  di- 
vario, che  fu  data  a  condurre  alla  com- 
missione de'riti  religiosi  e  del  pubblico 
insegnamento.  Questa  strana  costituzio- 
ne, emanata  a'6  ossia  a'  1 8  marzo  1 8 1 7 , 
incontrò  forte  resistenza  presso  l'alto  eie- 


i52  V  A  R 

io,  e  pare  che  solo  in  parte  fosse  ricontata. 
Perla  nuova  costituzione  del  regno  di 
Polonia  venne  messa  in  ri  volgili;  ento 
l'antica  gerarchia  di  quella  chiesa.  La  se- 
de pi  imaziale  di  Gnesna  coi  ducato  di 
Posnania  fu  ceduta  alla  Prussia.  Fu  al- 
lora che  il  Papa  Pio  VII  tolse  a  negoziare 
colla  corte  di  Pietroburgo  il  riordinamen- 
to delle  diocesi  del  regno  di  Polonia. 
Quindi  Pio  VII,  colla  bolla  Militanti* 
Ecclesiae  regimi  ni t  de*  1 2  n^arzo  1 8 1 6, 
Bull.  Rom.  cont.  1. 1 4,  p.  273  :  Erectio 
Ecclesiae  episcopalis  Varsaviensis  in 
M etropolitanamj  la  sottrasse  dalla  di- 
pendenza dell'arcivescovo  di  Gnesna,  di- 
chiarando che  poi  le  avrebbe  assegnato 
ì  vescovati  suffraganei,  i  quali  riordinati 
o  dipoi  nel  1818  eretti  colla  bolla  Ex 
imposita  Nobis ,  de' 3o  giugno  1818, 
Bull.  cit.  1. 1 5,  p.  61,  sono  i  seguenti.  I 
riordinati  furono:  PVladislavia,Plosko, 
Cracovia  (il  quale  lo  stesso  Pio  VII  col 
breve  Quoniam  Carissimus,  de'  19  a- 
gosto  1807,  Bull.  Rom.  cont.  t.  i3,  p. 
2o3,  l'avea  sottratto  da  suffraganeo  di 
Gnesna  e  reso  dipendente  dalla  metropoli 
latina  di  Leopoli),£«&//7zo  (il  quale  pure 
Pio  VII  colla  bolla  Quemadmodum  Zìo- 
manorum  Pontifìcum,  de'  22  settembre 
i8o5,  Bull.  Rom.  cont.  1. 12,  p.  374,  a- 
vea  eretto  in  vescovato  e  dichiarato  suf- 
fraganeo dell'arcivescovo  latino  di  Leo- 
poli);  gli  eretti  nel  1 8  1 8  furono:  Podla- 
cliia,  Seyna  o  Augustow,  e  Sandomir. 
Questi  7  vescovati  tuttora  sono  suffraga- 
nei del  metropolitano  diVarsavia,  iì  qua- 
le ha  inoltre  due  vescovi  inpartibus  per 
suffraganei  titolari,  ed  uno  di  essi  risiede 
in  Lowilz  oLowiczeck,  distante  1 7  leghe 
all'ovest  di  Varsavia  e  nella  sua  diocesi. 
£'  una  piccola  città  in  riva  al  Bzura  nella 
waivodia  diMasovia,ohwodia  di  Kujavia, 
con  castello  validamente  munito  e  insi- 
gne chiesa  collegiata,  ed  ha  pure  un  isti- 
tuto normale  per  la  pubblica  istruzione. 
Pio  VII  peri.0  arcivescovo  di  Varsavia 
nel  concistoro  de'2  ottobre  1 8  1 8  dichia- 
rò Francesco  Skai'bek  Maleczewski,  di 


V  A  R 
Panienka  diocesi  di  Posnania,  trasferen- 
dolo dalla  chiesa  di  Wladislavia  o  Kuja- 
via, il  quale  co'suoi  vescovi  sulFraganei 
ottennero  alcune  facoltà  ad  quinquen- 
niuni  dal  medesimo  Papa.  Nel  Bulla  ritmi 
Pont,  da  propaganda  fide,  Appendix, 
t.  2,p.  325,èil  breve  di  Pio  V\\tCumNo- 
bisy  de'9  ottobre  1 8  1 8:  Nonnullasfacul- 
tates  Archiepiscopo  Varsavien.  par  dm 
ad  qui/iquenniuin,  partim  ad  triennium 
concediti  quibus  tamquam  S.  A.  Dele- 
gata* utatur.  Questo  Papa  inoltre  col 
breve  Romani  Pondfices,  de'  6  ottobre 
1818,  Bull.  Rom.  cont.  1. 1 5,p.  127:  Ani' 
pliatio  privilegiorum  font  concessorum 
Andstibus  Ecclesiae  Farsaviensis.  Pri  n  • 
cipalmeufe  concesse  agli  arcivescovi  prò 
tempore  il  titolo  di  primate  del  regno 
di  Polonia  j  e  per  la  magnificenza  e  splen- 
dore della  chiesa  metropolitana  pe'polac- 
chi  latini  nell'impero  russo,  ac  in  s.  Se" 
dis  communione  permanendbus,  ut  qui" 
busvis  anni  temporibus  ubique  locorum, 
et  in  omnibus  et  singulis  funclìonibus 
habitutn  rubri,  seu  purpurei  coloris  ad 
instar  S.  R.  E.  Cardinalium  ,  nempe. 
collarem,  vestem  talarem}'cingulum  seti 
fasciam,  mantellettamt  mozzettam,  cali- 
gas,  biretum  (excepto  tamen  pileo  seu 
subbireto  rubri,  seu  purpurei  coloris, 
cu) us  usus  eidem  vcn.  fratri  Francisco 
moderno  archiepiscopo  Varsaviensì,  e- 
jusque  successoribus  nunquam  conces- 
simi, quin  imo  expresse  et  specialiter  in- 
terdictus  sit  et  esse  intelligatur,  utpole 
peculiare  ejusdem  S.  R.  E.  Cardina- 
lium insigne)  deferre,  et  geslare  libere , 
ac  licite  possi nt,  et  valeant,  ea  fame  a 
lege,  ut  pr aesenti  privilegio  habitus  ru- 
bri coloris  ubique  locorum  gestandi  di- 
clus  archicpiscopus,ejusquc  successores 
merum  dumtaxat  majoris  onorificcn- 
tiae  signum  prò  sublimi  coruni  digni- 
tatct  non  autem  majorem  jurisdictio- 
nem,  nec  ulluni  majusjus acquirant.  et 
non  alias  alitcr,  nec  alio  modo  apostoli- 
ca auctoritate  tenore  praesendum  con- 
ce diuius  et  i/ululgcmus,  ac  licentiam  et 


VAR 
facultalem  desuper  impertimur.  Il  i.° 

suffraganeo  dell'arcivescovo  di  Varsavia 
per  Lowitz,  fu  Daniele  Astrow>ki  di  Ma- 
luszyn  arcidiocesi  di  Gnesna,  e  canonico 
di  quella  metropolitana,  fallo  vescovo  di 
Betsaide  in  partibus  da  Pio  VII  a'  i  8  di- 
cembre 18/ 5,  allorché  lo  die  in  suffraga- 
neo  all' arcivescovo  di  Gnesna.  Inoltre 
P>o  VII  nel  concistoro  de'i 7  dicembre 
1819  nominò  i.°  arcivescovo  di  Valsa- 
la Stefano  Hotowczyc,  traslato  dal  ve- 
scovato di  Sandomir  (e  siccome  in  quel- 
l'articolo ne  dissi  i.°  vescovo  Burzynski, 
qui  aggiungo  che  il  i.°veramentefu  Adal- 
berto Giorski  diMarsovia  diocesi  di  Plosko 
già  di  Rielce,  vescovato  soppresso  dallo 
stesso  Papa,  ed  immediato  suo  successore 
fu  l'Holowc/yc  :  ora  la  sede  di  Sandomir 
è  vacante).  A'3o  poi  dello  stesso  mese  Pio 
VII  emanò  il  breve  Romani  Ponti/i- 
cesy  presso  il  Bull,  cit.,  p.  162  :  Conces- 
sio  insignium  indumenlorum  prò  ar- 
chiepiscopo Varsaviensi.  E'  una  confer- 
ma del  tenore  del  precedente  breve,  in 
favore  dell'arcivescovo  Hotowczyc  e  suoi 
successori.  Qui  è  opportuno  ricordare  il 
breve  dello  stesso  Pio  VII,  Expositum 
nobis,  de*26  settembre  1820,  Bull,  cit., 
p.  338  :  Facultas  utencli  vestibus  Epi- 
scopalibus  prò  Religiosis  regni  Polo- 
nine,  qui  ad  episcopalem  dignitatem 
promovenlur.Lecme  XI I  a'  1 2  luglio  1824 
elesse  arcivescovo  Adalberto  Skarzewski, 
di  Janow  diocesi  di  Leopoli,  già  1 .°  ve- 
scovo di  Lublino.  Lo  stesso  Papa  gli  die 
a  suffraganeo  a' 9  aprile  1827  France- 
sco di  Paola  Pawtowski,  di  Czersk  nella 
Pomerania,  decano  della  cattedrale  di 
Wladislavia,  colla  ritenzione  di  tal  digni- 
tà e  il  titolo  vescovile  in  partibus  dì  Dui- 
ma  nella  Bosnia.  Inoltre  Leone  XII  nel 
concistoro  de'28  gennaio  1828  traslatò 
dalla  sede  di  Cracovia  a  quest'arcivesco- 
vato Gio.  Paolo  Woronicz,  di  Bordow 
diocesi  di  Luceoria.  Per  sua  morte,  Gie- 
gorioXVI  nel  concistoro  de'21  novembre 
1806  preconizzò  arcivescovo  Stanislao 
Ivostka  Choromanski,  eli  Nicadzwiedzk 


VAR  i53 

diocesi  di  Seyna,  traslato  da  Ad  raso  in 
partibus,  titolo  avuto  nel  1828  quan- 
do fu  falto  suffraganeo  di  Auguslow  e 
Seyna.  Quindi  a'2  ottobre  1837  die  per 
suffraganeo  a  mg.r  Choromanski,  mg.r 
Tommaso  Chmielecwski  di  Plosko,  pre- 
posilo  di  quella  cattedrale,  col  titolo  ve- 
scovile in  partibus  dì  Grazia  nopoli.  L'ar- 
civescovo Choromanski  riordinò  l'acca- 
demia ecclesiastica  di  Varsavia  con  suo 
regolamento,  e  morendo  neh  838  circa, 
restò  lungamente  vacante  la  sede  di  Var- 
savia. Nella  celebre  allocuzione  Haeren- 
lem  din  animo  Nostro s  pronunciata  da 
Gregorio  XVI  nel  concistoro  de'22  lu- 
glio 1842,  deplorò  perchè  in  conseguen- 
za degli  ukasi  imperiali  del  1 833  ei834 
arami  eretti  due  vescovati  del  culto  greco 
non  imito  in  Varsavia  e  in  Polosko,  e- 
rasi  tolta  una  magnifica  chiesa  acattolici 
nella  i  .adi  quelle  due  città  per  cattedrale, 
riportandosi  i  due  ukasi  ne\V allocuzio- 
ne a  p.i  1  e  64;  mentre  a  p.  1 9  e  1 8 1  si  leg- 
gono le  rimostranze  dello  stesso  Papa  per 
l'ukase  col  quale  nel  1 842  stesso  era  stato 
eletto  per  rapporto  del  luogotenente  del 
regno  di  Polonia,  a  suffraganeo  di  Lowitz 
nell'arcivescovato  di  Varsavia  Antonio 
Roto wskiDoyen  del  capitolo  metropolita^ 
no,  quasi  che  la  provvista  de*  vescovati  e 
de'suifraganei  non  dipenda  essenzialmen- 
te dal  capo  della  Chiesa  cattolica,  per  cui 
non  fu  riconosciuto  dalla  s.  Sede.  Final- 
mente potei  celebrare  nel  voi.  LXXXI, 
p.  4^2,  che  la  vedovanza  lagrimevole 
delle  chiese  cattoliche  nella  Polonia  e 
nella  Russia  terminò  per  4  eli  esse,  fra  le 
quali  questa  di  Varsavia  ,  che  nominerò 
in  fine,  così  furono  provvedute  4  dell'8 
sedi  episcopali  che  conta  la  Polonia.  Im- 
perocché il  Papa  Pio  IX  nel  concistoro 
de' 18  settembre  1 856  promulgò  l'attua- 
le arcivescovo  mg/  Antonio  Fiiatkowski 
dell' arcidiocesi  di  Posnania  e  Gnesna, 
Questo  prelato  nel  concistoro  de'27  gen- 
naio 1842  da  Gregorio  XVI  era  stato 
preconizzato  vescovo  di  Ermopoli  in  par- 
tibusyt  fatto  suffraganeo  di  quello  di  Pia» 


i54  VAR 

sko;  già  esaminatore  diocesano  e  provve- 
ditore del  seminario  di  Wladislavia,  uffi- 
ciale generale,  superiore  dell'ospedale  e 
j.°  consultore;  nou  che  uditore  dell'ar- 
ci vescovo  di  Varsavia,e  canonico  di  Wla- 
dislavia, lodandone  la  gravità,  la  pruden- 
za,la  dottrina,  le  altre  ottime  qualità  e  la 
capacità  nelle  funzioni  ecclesiastiche.  O- 
gm  nuovo  arcivescovo  è  tassato  ne'Iibri 
della  camera  apostolica  in  fiorini  800, 
ascendendo  le  rendite  della  mensa  ad 
octogìuta  eircit&r  mille  fio  reno  s  polo  iri- 
cosyseuadocto  mille  fere  sculaia  roma' 
ita.  L'arcidiocesi  è  vasta,  e  si  estende  in 
lunghezza  a  3o  miglia  ed  in  larghezza  a 
i  5,  biscenlum  ocloginla  paroccias\plu~ 
raq  ite  alia  sub  secomplectitur  loca.  Tra 
i  progressi  che  il  cattolicismo  va  facendo 
in  Polonia,  si  deve  annoverare  il  molti- 
plicarsi delle  associazioni  e  delle  congre- 
gazioni religiose  dedicate  al  servizio  del 
prossimo.  Le  suore  della  Misericordia  e 
la  società  di  s.  Vincenzo  de  Paoli,  già  si 
sono  diffuse  per  tutte  le  provincie,  occu- 
pandone le  capitali  e  tutt'i  luoghi  alquan- 
to ragguardevoli.  A  queste  si  aggiungo- 
no le  suore  del  Sagro  Cuore  di  Gesù,  le 
orsoline,  e  le  così  dette  servule,  che  tutte 
sono  consagrate  all'educazione.  Le  ser- 
i'ule  specialmente  hanno  per  fine  l'istmi- 
re  i  fauciulli  più.  rozzi,  e  di  servire  la  po- 
veraglia più  misera  delle  campagne.  Elle 
medesime  sono  tutte  prese  dal  contado  e 
formano  un  ordine  interamente  contadi- 
no, in  cui  dopo  un  annodi  noviziato,  (alti 
i  voti  triennali  di  povertà,  di  carità  e  di 
sacrifizio  per  l'amore  del  prossimo,  sono 
mandate  a  tre  a  tre  ne' diversi  villaggi, 
dove  si  occupano  di  assistere  i  malati  e 
derelitti,  d'istruire  i  fanciulli,  e  di  lavo- 
rare pel  signore  del  villaggio  quel  tratto 
di  campo  odi  orticello  che  loro  viene  as- 
segnato pel  sostentamento;  giacche  da' 
fondi  dell'ordine  non  altro  ricevono  che 
l'abitazione.  Questo  bell'istituto  è  di  re- 
centissima origine,  e  grazie  allo  zelo  di 
mg/  Leone  di  Przystuski  arcivescovo  di 
Guesua  e  Posuauia,  e  alla  generosa  pietà 


VAR 
de'  polacchi,  va  prosperando  nel  gran- 
ducato di  Posuania  meravigliosamente: 
cinque  di  queste  piccole  case  religiose  di 
contado  sono  già  stabilite  e  parecchie  al- 
tre staouo  per  aprirsi,  mentre  con  edifi- 
cazione un  gran  numero  di  candidate  sol- 
lecitano la  grazia  d'  essere  ammesse  tra 
le  suore,  a  servire  per  amor  di  Dio  isuoi 
poverelli.  La  Civiltà  Cattolica, che  tutto 
ciò  riporta  nel  luogo  già  suratneutovato, 
nel  t.  3,  p.  366  riproduce  lo  Stalo  del 
Cattolicismo  in  Russia,  desunto  da  una 
rivista  mensile  del  ministro  dell'interno, 
astenendosi  di  farvi  considerazioni. Sebbe- 
ne non  si  può  non  riconoscervi  una  qual- 
che importanza,  per  avere  io  sviluppati 
gli  argomenti  che  gli  hanno  relazione,  ri- 
ferendo eziandio  l'ultimo  concordato,  do- 
vrò contentarmi  a  solo  far  cenno  della 
parte  che  riguarda  la  statistica  dellaChie- 
sa  cattolica  in  Russia.  »  Il  numero  de'fe- 
deli  cattolici  d'ambo  i  sessi  in  tutto  l'im- 
pero ascende  a  2,752,  787  (qui  soltanto 
giustamente  osserva  la  Civiltà  Cattoli' 
ca,  che  secoudo  la  statistica  ufficiale  del 

1846,  novera  varisi  7,300,000  cattolici 
romani, oltre  un  gran  numero  di  armeni 
cattolici  romani  anch'essi,  ma  indicati  in 
questa  statistica  colla  rubrica  di  armeni 
cattolici,  e  armeni  gregoriani  1,000,000. 
Egli  è  chiaro  che  nel  numero  dato  iu  que- 
sto luogo  dalla  suddetta  rivista  mensile, 
non  si  comprendono  i  cattolici  polacchi 
e  gli  armeni,  parlandovisi  solo  de'catto- 
lici  soggetti  alle  diocesi  della  Piussia  pro- 
priamente detta.  Rammenterò  che   nel 

1 847,  in  conseguenza  dell'ultimo  concor- 
dato fra  la  Russia  e  la  s.  Sede,  il  Papa  Pio 
IX  istituì  le  sedi  vescovili  di  Cherson  e 
Terraspol  0  Tiraspol,  nel  quale  2.0  ar- 
ticolo riparlandone,  nota»  che  ad  essa  fu 
riunita  la  prima,  per  gli  armeni,  pel  ri- 
ferito  altresì  nel  voi.  LI,  p.  3^4»  e  Per 
gli  altri  cattolici  loutaui  dalla  metropoli 
di  Mohilow  nella  parte  meridionale  della 
Russia,  e  soddisfare  eziandio  a'  bisogni 
religiosi  de'  coloni    tedeschi  stabiliti   in 

quella  contrada).  Si  contano  41  io  pur* 


YAR 

rocchie,47  monasteri  d'uomini  che  dan- 
no usilo  a  3 1  3  monaci  (nel  voi.  LXV,  p. 
55,  relliiìcai  il  numero  de'molti  religiosi 
domenicani  esistenti  in  Polonia  e  Rus- 
sia), e  2D  monasteri  di  donne  per  4^° 
religiose;  79 alti  dignitari  dei  clero  seco- 
lare^ 2226  preti  di  parrocchie.  Sono  de- 
stinate al  mantenimento  del  clero  le  pro- 
prietà fondiarie,  ed  i  capitali  del  clero 
cattolico  romano  passati  sotto  l'acumini- 
strazioue  della  corona  dopo  il  1 84  •  •  Que- 
ste spese  ascendono  annualmente  alla 
somma  di  700,000  rubli  d'argento,  cor- 
rispondenti a  2,800,000  franchi.  I  semi- 
nari istituiti  in  ciascuna  diocesi,  e  l'acca- 
demia ecclesiastica  di  Pietroburgo  (V.) 
come  alta  scuola  di  questa  confessione, 
servono  all'istruzione  del  clero  cattolico 
romano.  Questi  stabilimenti  contengono 
36o  allievi.  La  loro  direzione  superiore 
appartiene  a'  capi  delle  diocesi ,  i  quali 
scelgouo  tanto  i  rettori,  quanto  gì'  ispet- 
tori, la  cui  nomina  dev'essere  comunica- 
ta al  governo.  Diritti  simili  a  riguardo 
dell'  accademia  sono  devoluti  al  metro- 
polilano  nella  sua  qualità  di  arcivescovo 
di  Mohilow.  Quanto  concerne  1'  ammi- 
nistrazione degli  affari  della  Chiesa  cat- 
tolica è  ripartilo  in  tre  istanze.  L'ammi- 
nistrazione diocesana,  il  collegio  ecclesia- 
stico, e  il  ministero  dell'interno.  L'am- 
ministrazione diocesana  è  affidata  al  ca- 
po della  diocesi,  assistito  dal  concistoro 
del  capitolo.  Tutto  il  clero  secolare  e  re- 
golare è  sottoposto  alla  medesima.  Rela- 
tivamente al  vescovo  ,  il  concistoro  ha 
voce  deliberativa,  e  si  compone  di  mem- 
bri ecclesiastici  nominati  dal  capo  della 
diocesi.  11  collegio  ecclesiastico  è  compo- 
sto sotto  la  presidenza  del  metropolita- 
no, d'assessori  scelti  in  ciascuna  diocesi. 
Esso  soprintende  in  ispecial  modo  all'an- 
damento degli  affari  nelle  diocesi, e  all'e- 
secuzione degli  ordinamenti  prescritti  dal 
governo.  Vi  è  aggiunto  un  procuratore 
nominato  dal  governo.  Finalmente  l'al- 
ta vigilauza  e  l'amministrazione  superio- 
re degli  affali  del  cullo  cattolico  ruma- 


VAR  \55 

no  in  Russia  sono  concentrate  nello  spar- 
limeulo  de' culti  stranieri  del  ministero 
dell'interno".  L'arcivescovo  di  Varsavia 
(  P  altro  nuovo  arcivescovo  è  quello  di 
Mohilow  mg.r  Veuceslao  Zyliusk  i)  ed 
i  vescovi  di  Podlaohia,  e  di  Cujavia  o 
Wladislavia  preserogià  possesso  delle  lo- 
ro sedi  :  i  due  vescovi  furouo  già  con  sa- 
grati iu  Varsavia  nel  gennaio  1 837. Quel- 
lo di  Podlachia  mg.1  Beniamino  Szyman- 
ski  di  Varsavia,  cappuccino,  nolo  ed  a- 
tnato  dall'intera  Polonia,  ov'è  pure  as- 
sai stimato  il  suo  benemerito  ordine,  en- 
trò nel  possesso  in  Janow  nel  giugno  cou 
islraordinaria  pompa.  Egli  successe  a 
mg,r  Gutkowski,  che  ebbe  a  soifrire,  per 
la  giustizia,  la  carcere  e  molte  altre  ves- 
sazioni, e  fu  perciò  lodato  ampiamente 
da  Gregorio  XVI  nella sullodata  allocu- 
zione. Egli  rinunziò  la  sua  sede,  e  vive 
in  un  monastero  di  Leopoli  in  Galizia. 
LaCiviltà  CaUolica,$ev\e  3«a,t. 8,p.  5o8, 
descrive  il  festeggiamento  di  Cracovia  pel 
6.°  centenario  della  morte  di  s.  Gia- 
ciuto, discepolo  di  s.  Domenico,  aposto- 
lo de'paesi  russiani,  le  cui  reliquie  ripo- 
sano nella  chiesa  de'domenicani  di  Cra- 
covia ;  e  vi  si  espose  lo  stendardo  coll'ini- 
magine  del  santo,  donato  da  Clemente 
Vili  quando  lo  canonizzò;  canonizza- 
zione ch'ebbe  luogo  al  tempo  del  sinodo 
di  Brzesc  quando  i  russiani  si  riconcilia- 
rono colla  Chiesa  cattolica.  Cracovia  è 
una  città  che  conta  ma™ior  numero  di 
chiese  e  di  cou  venti.  Vi  sono  i  domeni- 
cani, i  francescani,  i  carmelitani,  gli  ago- 
stiniani, i  cislerciensi,  i  preinostrateusi,  i 
canonici  Lateranensi,  i  camaldolesi;  le 
benedettine,  le  francescane,  le  carmeli- 
tane, le  premostratensi,  le  suore  della  Vi- 
sitazione, le  canonichesse  di  s.  Spirilo  in 
Sassia,  che  non  più  esistendo  in  Roma, 
si  sono  conservate  in  Polonia.  I  gesuiti 
ebbero  collegio  e  casa  professa  in  Craco- 
via. Quanto  al  censimento  operato  nel- 
lo stesso  1 857  nella  Polouia,  ha  pre- 
sentato le  seguenti  cifre,  riferite  a  p, 
1 169  del  Giornale  di  Roma.  Per  la  pò- 


i56  VAS 

polasione  4696,918  abitatili,  ripartiti 
sopra  un'estensione  di  2,32o  miglia  qua- 
drale, ossia  131,670  chilometri  quadra- 
ti, il  che  fa  2024  abitanti  per  ogni  mi- 
glio quadrato,  ossia  36  per  ogni  chilo- 
metro quadrato.  E  poi  assai  interessante 
il  riportato  dal  medesimo  Giornale  del 
i858  a  p.  286  di  questo  tenore.  »»  Co- 
me è  noto,  in  Russia  presso  i  cristiani  di 
confessione  greco-orientale  è  tuttora  in 
attività  il  così  detto  Calendario  Giulia- 
no, introdotto  da  Giulio  Cesare,  e  con- 
servato dopo  la  caduta  dell'  impero  ro- 
mano anche  nello  stile  cristiano  di  Ro- 
ma e  Costantinopoli.  Per  l'occidente  gli 
errori  astronomici  in  esso  contenuti,  fu- 
rono rettificati  nel  i582  dal  Pontefice 
Gregorio  XIII;  ma  l'oriente  greco-cat- 
tolico, compresavi  la  Russia,  conservò 
l'antico  suo  calendario.  Però  sembra  che 
i  difetti  del  calendario  Giuliano  ed  i  suoi 
inconvenienti  nelle  relazioni  coli'  Euro- 
pa occidentale  vengano  di  nuovo  rico- 
nosciuti pubblicamente  in  Russia,  giac- 
che nella  Gazzetta  russa  di  Pietroburgo 
Jeggesi  la  seguente  proposta  per  l'intro- 
duzione del  nuovo  calendario  in  Russia  : 
Jn  vece  di  seguire  l'esempio  di  tutti  gli 
altri  stati  Dell'introdurre  il  nuovo  calen- 
dario ed  ommetlere  quindi  lutto  di  un 
trailo  i3  giorni,  si  dovrebbe  ommetle- 
re piuttosto  14  volle  i  giorni  intercalari 
d'ogni  quarto  anno,  Così  l'antico  calen- 
dario si  migliorerebbe  successivamente 
ed  insensibilmente,  e  nell'anno  1912 
verrebbe  messo  d'accordo  col  nuovo  ca- 
lendario così  detto  Gregoriano.  In  oggi 
il  nuovo  stile  è  innanzi  al  vecchio  di  12 
giorni  ;  nel T  anno  1882  esso  gli  sarà  a- 
\anti  di  i3  giorni.  L'om missione  di  i3 
giorni  sarebbe  adunque  sufficiente,  giac- 
ché il  i4  avrebbe  ad  essere  orn messo 
appena  alla   metà  del  secolo  XX-  La 

medesima  sarebbe  compiuta   uell*  anno 
ti 

Jf)l2    . 

VASA.  V.  Wasa. 

VASAUAoBASADA,  ONASADA  o 
SABADA.  Sede  vescovile  della  proviti- 


VAS 
eia  di  Licaonia,  nell'esarcato  d'Asia,  sot- 
to la  metropoli  d'Iconio  ;  ebbe  i  seguenti 
7  vescovi.  Teodoro,  fra  i  padri  del  con- 
cilio di  Nicea  del  32  5,  assistette  pure  a 
quello  d'  Antiochia  del  34 1  ;  Severo,  di 
cui  è  fatta  menzione  nella  lettera  canoni- 
ca di  s.  Basilio  ;  Olimpo,  pel  quale  One- 
siforo  suo  metropolitano  sottoscrisse  al 
concilio  di  Calcedonia  nel  4^i;  Grego- 
rio pose  la  sottoscrizione  alla  relazione 
che  il  concilio  di  Costantinopoli  fece  al 
patriarca  Giovanni  relativamente  a  Se- 
vero d'Antiochia  ed  a'suoi  aderenti  ;  Co- 
none  sottoscrisse  a'  canoni  in  Trullo  ; 
Miceforo  e  Nicola,  uno  de'quali  fu  ordi- 
nato da  s.  Ignazio  e  l'altro  da  Fozio.  O- 
riens  chr.  1. 1,  p.1076. 

VASI  SAGRI,  Vasa  Sacra.  Arnesi, 
ornamenti  sagri  ed  ecclesiastici,  Arredi 
sacri  (V.))  Suppellettile  sagra  (F.)t  U- 
tensili sagri  (F.),  inservienti  alla  sagra 
Liturgia  (F.)  e  altri  Uffizi  divini  (F.). 
Vaso,  Fas,  Fasuntf  Crater,  Urna , no- 
me generale  di  tutti  gli  arnesi  fatti  a  fi- 
ne di  ricevere  o  di  ritenere  in  se  qualche 
cosa,  e  più.  particolarmente  sostanze  li- 
quide.Quindi  vasoda  Fino(F.),Trullai 
vaso  d  Acqua  (F .),  Hydria,  vaso  di  ter- 
ra o  fittili,  Fietilia,  e  tornai  a  parlarne 
nel  voi.  LXXXIV,  p.  228.  Fas /usile, 
Vas  productile  fu  detta  la  Campana 
(F.),come  rilevaZaccaria  neìì'O/iomasli- 
conRititale.Neì  la  s.  Scrittura  il  termine  di 
vaso  è  generalissimo,  e  significa  cose  fra 
loro  assai  differenti.  Parlando  del  Ta- 
bernacolo e  del  Tempio  di  Salomone 
(F.)t  significa  tuttociò  che  contenevasi 
e  nell'uno  e  nell'altro,  sia  per  ornamento, 
sia  per  arnese  in  servizio  del  culto  divi- 
no. Giacobbe  volendo  dire  che  i  suoi  fi- 
gli Simeone  e  Levi  erano  guerrieri  fero- 
ci e  ingiusti,  li  chiama  Fasa  iniquitalis 
bellantia.Neì  salmo  7  le  freccie  sono  chia- 
mate vasi  di  morte ,  cioè  strumenti  di 
morte.  Dio  diceche  s.  Paolo  è  un  vaso 
di  scelta,  Vas  electionist  cioè  uno  stru- 
mento scelto  da  lui  a  portare  il  suo  nome 
innanzi  alle  genti,  a're,  a'figli  d'Israele. 


V  A  S 

Lo  stesso  s.  Paolo  ch'in mn  il  nostro  cor- 
po un  vaso  di  creta  ,  e  chiama   vasi  eli 
misericordia  ,  vasi  di  gloria ,  quelli  che 
Dio  degnOssi  di  chiamare  alla  fede,  e  va- 
si d'ira,  vìisì  d'ignominia,  coloro  che  la- 
sciò nella  infedeltà,  negli  errori  che  pro- 
durranno la  loro  perdizione.  Il  Macri  nel 
Hiero le xicon,  diceche  Vaso,  Christi  fu- 
rono di  frequente  appellate  le  Religiose 
(V.)  ;  e  frasa  infirmiora  furono  chia- 
mate da  s.  Pacomio  nella  sua  regola  le 
Donne,  per  la  debolezza  del  sesso.  Gli 
antichi  erano  persuasi  che  le  corna  de- 
gli animali  fossero  stati  i  primi   vasi  di 
cui  siasi  fatto  uso  per  conservare  e  bere 
i  liquori,  e  quest'uso  ha  sussistilo  per  lo 
meno  per  lunghissimo  tempo  pi  esso  molti 
popoli.  L'olio  sagro  del  Tabernacolo  de- 
gli ebrei  per  consagrare  i  Re  (I7.),  era 
conservato  entro  un  corno.  Galeno  osser- 
va,che  in  Roma  misura  vasi  l'olio,  il  vino, 
l'aceto,  il  miele  in  vasi  di  corno,  di  che 
ne  parlano  chiaramente  Orazio  e  Cesare. 
Plinio  attribuisce  in  generale  lo  stesso  uso 
a  tutti  i  popoli  settentrionali.  Senofonte 
fo  la  stessa  osservazione  riguardo  a  molli 
popoli  d'Europa  e  d'  Asia.  Gli  antichi 
poeti  rappresentavano  sempre  i  primi  e- 
roi  che  sorbivano  i  liquori  da'eorni  ;  que- 
sta sorte  di  coppe  si  dicono  ancora  assai 
comuni  nella  Giorgia.  Assicura  Bartolino 
che  altre  volte  nella  Danimarca  non  be- 
vevasi  che  in  corni  di  bovi,  e  in  una  gran 
parte  dell'  Africa  essi  sono  il  solo  vasel- 
lame che  si  conosca  per  conservare  i  li- 
quori. JNon  si  dovettero  tuttavia  tardare 
a  immaginare  i  vasi  di  terra  colla,  giac- 
ché di  essi  usarono  alcuni  de'più  antichi 
popoli.  Nella  s.  Scrittura  parlasi  più  volte 
del  vasaio  o  facitore  de' vasi  di  creta.  Ge- 
remia rappresenta  il  vasaio  che  lavora 
alla  ruota  ;  l'autore  dell'Ecclesiastico  de- 
scrive il  vasaio  colla  creta  nelle  roani, 
nell'atto  d'impastarla  e  metterla  in  ope- 
ra, e  per  usarne  a  suo  arbitrio.  Iddio  per 
mostrare  la  sua  suprema  possanza  sugli 
uomini  si  serve  talvolta   della  similitu- 
dine del  vasaio,  che  fa  della  creta  ciò  che 


VAS  i57 

vuole.  Cnmpodel  Vasaio  o  del  Sangue 
si  chiamò  quello  acquistato  da  Giuda  co' 
trenta  denari,  prezzo  del  tradimento  del 
Salvatore;  Si  giunse  in  appresso  a  prepa- 
rare le  pelli  degli  animali,  e  renderle  pro- 
prie alla  conservazione  de'liquori.  L'uso 
degli  olii  è  antichissimo,  riferendo  la  Ge- 
nesi che  quando  Abramo  cacciò  Agar, 
le  mise  sulle  spalle  un  otre  pieno  di  ac- 
qua. Sembra  persino  che  in  quei  tempi 
remoti, gli  otri  fossero  i  vasi  di  cui  faceva- 
si  uso  più  comunemente  per  conservare 
i  vini  e  gli  altri  liquori  :  Giobbe  lo  fa  co- 
noscere positivamente.  Questi  primi  vasi 
dati  dalla  natura,  come  pure  quelli  che 
furono  formati  a  di  lei  imitazione,furono 
in  appresso,  comechè  non  si  possa  deter- 
minare precisamente  l'epoca,  surrogati 
da  altri,  le  cui  forme  ci  sono  descritte  con 
grande  varietà  da  Ateneo  nel  lib.  xi.  Gli 
antichi  artefici  volevano  dare  a  ciascun 
vaso  e  a  ciascun  utensile  la  forma  piìi  con- 
venevole all'uso  loro,  e  nello  stesso  tem- 
po la  più  piacevole  allo  sguardo.  1  greci 
e  i  romani  impiegarono  grande  profusio- 
ne e  molta  magnificenza  nelle  loro  diver- 
se specie  di  vasi,  de'quali  gli  uni  ornava- 
no i  deschi  e  le  credenze  de'maggiorenti, 
e  gli  altri  servivano  agli  usi  domestici. 
Questi  vasi  erano  di  bronzo  di  Corinto, 
di  Delo  o  di  Egina,  oppure  d'argento,  e 
sovente  arricchiti  d'ornamenti  in  rilievo, 
che  talvolta  erano  cesellati  sul  vaso  me- 
desimo; qualche  volta  quegli  ornamen- 
ti erano  lavorali  separatamente  e  fissa- 
ti poi  sui  vasi  mediante  saldature;  al- 
tre volte  vasi  di  bronzo  erano  coperti  da 
solida  piastra  d'argento,  sulla  quale  si 
erano  cesellali  ornamenti  e  figure.  An- 
tioco re  di  Siria,  traversando  la  Sicilia, 
era  provveduto  di  gran  numero  di  va- 
si, de'  quali  la  maggior  parte  erano  di 
argento,  altri  d'  oro  arricchiti  di  pietre 
preziose  ;  tra  questi  eravi  un  vaso  for- 
mato di  una  sola  gemma  co!  manico  d'o- 
ro. Quello  che  si  raccoglie  dagli  antichi 
scrittori  sul  numero  di  questi  vasi,  cop- 
pe esimili, ne  sembrerebbe  incredibile, 


i58  VAS 

se  essi  non  aggiungessero  che  que*  vasi 
erano  in  massima  parte  asportati  dalie 
provincie  conquistate.  I  romani  non  pre- 
giavano sempre  i  vasi  secondo  la  qua- 
lità della  materia  di  cui  erano  compo- 
sti, ma  miravano  soprattutto  alla  rari- 
tà loro:  sovente  preferivano  a'  vasi  d'o- 
ro e  d'argento  que'di  terra  cotta,  di  qual- 
che pietra  o  d'  altra  materia  rara  e  sin- 
golare, a  seconda  della  moda  che  s'intro- 
duceva  nella  qualità  e  forma  di  quegli 
utensili.  Dopo  la  vittoria  ottenuta  da  Fla- 
minio sopra  Filippo  re  di  Macedonia,  fu- 
rono portali  a  Roma  gran  numero  di  vasi, 
di  cui  una  parte  erano  di  bronzo,  ornati 
di  sculture  in  rilievo.  A'  tempi  di  Cesa- 
re si  stimavano  assai  gli  antichi  vasi  di 
metallo,  che  si  erano  trovati  ne' sepolcri 
di  Capua,  allorché  in  quesla  città  fondos- 
si  la  nuova  colonia  romana  :  si  stimava- 
no del  pari  assai  i  vasi  di  bronzo  e  di  ter- 
ra colta  trovati  ne'sepolcri  all'epoca  del 
ristoramento  di  Corinto.  Ma  sembra  che 
quegli  utensili  non  fossero  impiegati  a  usi 
domestici,  ma  che  si  conservassero  soltan- 
to come  monumenti  dell'arte.  Per  gli  usi 
ordinari  i  ricchi  servivansi  in  quel  tempo 
di  vasi  d'oro  e  d'argento  riccamente  fog- 
giati. Lucio  Scipione  ne  portò  di  somi- 
glievoli  dall'  Asia,  dopo  finita  la  guerra 
col  re  Antioco.  Vene  fondò  a  Siracusa 
una  officina  particolare, nella  quale  scul- 
tori e  orefici  erano  impiegali  a  converti- 
re in  vasi  di  diverso  genere  l'oro  ch'egli 
aveva  rapito  dalla  Sicilia.  Pompeo  con- 
sagrò al  tempio  della  Fortuna  la  colle- 
zione de' vasi  di  Mitridate.  Egli  fu,  secon- 
do Plinio,  il[.°che  fece  conoscere  a*  ro- 
mani i  vasi  murrini ,  che  si  preferivano 
allora,  a  cagione  della  loro  rarità  e  no- 
vità, persino  a'vasi  d'oro.  Sotto  Vitellio 
i  vasi  di  terra  colta  di  bel  lavoro  e  di  fór- 
ma elegante  furono  preferiti  a'vasi  mur- 
rini. Questi  vasi  murrini  giunsero  in  Ro- 
ma ad  altissimo  prezzo,  e  non  sarebbero 
stati  se  non  di  terra  cotta, se  fondata  fosse 
l'asserzione  di  coloro  che  gli  hauno  con- 
fusi colle  porcellane.  1  vasi  sagri,  di  cui 


VAS 

fncevasi  uso  ne'  Sacrifizi  e  nell'altre  re- 
ligiose ceremonie,  erano  di  terra,  anche 
allorquandoil  lusso  ebbe  introdotti  quelli 
d'oro  e  d'  argento  nelle  case  particolari. 
Però  le  patere,  strumenti  de'sagrifizi  che 
servivano  a  parecchi  usi,  erano  una  spe- 
cie di  tazze  di  bronzo,  e  nella  maggior 
parte  di  metallo  bianco,  lavorate  al  tor- 
no con  tutta  la  possibile  precisione  tanto 
al  di  dentro  quanto  al  di  fuori,  di  tutte  le 
forme.  Ne'  bagni  si  faceva  uso  di  vasi 
della  medesima  forma.  Servivano  le  pa- 
tere per  ricevere  il  sangue  delle  vittime 
che  s'immolavano,  e  per  versare  il  vino 
fra  le  corna  delle  vittime  cornute.  Ser- 
vivano altresì  per  le  libazioni  d'acqua  e 
di  vino,  e  per  versare  del  miele  sia  sul- 
l'ara, sia  sulla  vittima.  Diversi  numi  fu- 
rono rappresentati  con  patere  nelle  ma- 
ni, qual  simbolo  delle  offerte  che  loro  fa- 
cevansi.  Presso  i  romani  non  eravi  una 
casa  che  non  avesse  una  patera,  o  un  a- 
cera,  ossia  turibolo,  forzieretto  in  forma 
quadrata,  nel  quale  metlevasi  1'  incenso 
per  arderlo  a'tiumi ,  ed  anco  a'  defunti 
fino  dal  momento  in  cui  cominciavano  i 
funerali,  il  che  facevano  i  parenti  e  ami- 
ci. Pressogli  antichi  i  vasi  servivano  qual- 
che volta  di  premio  ne'giuochi  pubblici: 
egli  è  per  questo  che  sulle  medaglie  e 
sii  altri  monumenti  si  vedono  spesso  vasi, 
alcuna  volta  con  palme,  e  de'quali  erudi- 
tamente ragiona  Buonarroti  ne\\'  Osser- 
vazioni sui  medaglioni  antichi.  Secon- 
do Aulo  Gellio,  i  samii  furono  gl'inven- 
tori delle  stoviglie,  e  quelle  dell'isola  di 
Samo  erano  ricercatissime  da'  romani. 
Samia  vasa  edam  mine  in  esculentis 
laudantur%  dice  Plino.  Tanta  era  1'  ab- 
bondanza e  varietà  de' vasi  in  Samo,  che 
si  formò  l'antico  ditterio:  Vender  vasi 
a  Samo,  e  portare  nottole  ad  Atene,  e 
coccodrilli  in  Egitto,  esser  cosa  inutile. 
Celebri  e  numerosi  souo  i  vasi  fittili  di 
Toscana,  Veio  (P\)  ec,  o  etruschi,  l'in- 


venuti  in  gran  copia  ne   sepolcri 


del 


genere  funerari,  ed  anche  d'ornato,  da 
tavola    e  da  bere.  Sono  sommamente 


V  A  S 

pregevoli   per  l'antichità  remota  e  per 
le  loro  forme  eleganti  e  gentili.  Pare  che 
buona  parte  de' vasi  etruschi  trovati  nel- 
le tombe,  debbansi  considerare  piuttosto 
come  vasi  sagri,  che  forse  si  consegnavano 
agl'iniziali  ne'misteri  di  Bacco  e  di  Cerere 
o  altra  deità,  e  con  essi  si  seppellivano, 
a  que'misteri  oa  quelle  divinità  riferen- 
dosi notabile  parte  delle  rappresentazio- 
ni colorate  per  ornamento  de' vasi.  Molto 
si  è  scritto  sul  modo  in  cui  si  dipingeva- 
no, ed  alcuni  ritengono  assai  probabile 
che  si  applicasse  sul  vaso  un  ritaglio  d'u- 
na materia  pieghevole,  come  sarebbe  la 
nostra  carta,  e  che  si  coprisse  di  vernice 
il  rimanente  del  vaso.  I  contorni  delle  fi- 
gure rimanevano  per  tal  modo  delineati 
nell'argilla  che  conservava  il  suo  colore 
naturale,  e  il  pittore  non  aveva  al  più  che 
aggiungere  in  alcuna  parte  qualche  tocco 
leggiero  per  indicare  i  lineamenti  più  mi- 
nuti o  qualche  ombra  nelle  piegature. 
Ne  a  questa  congettura  si  oppone  1'  os- 
servazione fatta  dagl'intelligenti,  che  in 
alcuni  vasi  si  vedono  i  contorni  delineati 
con  un  istromento  tagliente,  non  esclu- 
dendo questa  pratica  ,  che  forse  adope- 
ra vasi  solo  allorché  la  creta    era  molle. 
Si  può  vedere  Fr.   Inghirami,   Pittura 
de vasi  etruschi, Firenze  1 8  53  con  tavole. 
Belle  collezioni  di  questi  vasi,come  di  pie- 
tre superbe  e  di  metalli,  adornano  molti 
musei.  Molto  poi  si  è  disputalo  intorno 
i  vasi  tericleani  o  tericleensi,  spesso  men- 
zionati ne' classici  greci:  probabilmente 
traevano  essi  il  nome  dali."  loro  fabbri- 
catore, ed  erano  fatti  di  terra  cotta,  in 
forma  di  calice  ;  in  appresso  se  ne  forma- 
rono di  metallo,  di  avorio,  di  legno ,  di 
Vetro  (V.).  La  conservazione  de' vasi  an- 
tichi grandemente  giovòal  miglioramen- 
to dell'  arte  de'  nostri  vasai,  che  preci- 
puamente fiorirono  in  Faenza,\n  Urla- 
nia,  in  Urbino,  a  Gubbio  ed  a  Pesaro  j 
ed  anche  de'  fabbricatori  di  porcellane, 
da  che  il  raffinamento  del  buon  gusto  fe- 
ce comprendere,  che  solo  coll'imitazione 
di  que'vasi  si  ponno  produrre  le  forme 


V  A  S  l5g 

più  belle,  più  svelte,  più  eleganti.  Abbia- 
mo di  L.  Frati,  Raccolta  di  maioliciie 
dipinte  delle  fabbriche  di  Pesaro  e 
della  provincia  Metaurense,  Bologna 
t844  con  figure.  Celebri  sono  le  fab- 
briche di  Francia,  di  Sassonia,  d'  In- 
ghilterra, di  Prussia  ec.  Le  forme  dei 
vasi  della  Cina,  del  Giappone  e  dell'  In- 
die orientali  non  mancano  alcuna  volta 
d'eleganza:  non  sempre  però  sono  ra- 
gionate; ma  di  questo  giova  forse  cercar- 
ne la  ragione  ne'  costumi  e  nell'  idee  di 
que'  popoli. 

Iddio  manifestò  a  Mosè  come  doveva 
a  suo  onore  costruire  il  Tabernacolo  del- 
l'Alleanza, i  vasi,  le  Vesti  sagre  pe'  mi- 
nistri del  culto,  le  oblazioni  e  le  vittime 
che  se  gli  dovevano  offrire,  i  profumi  da 
presentarsi  sull'altare  e  persino  la  sua 
composizione  ;  non  meno  della  descrizio- 
ne d'un  bacino  di  rame,  nel  «piale  i  sa- 
cerdoti dovevano  lavarsi  le  mani  e  i  pie- 
di, e  quella  altresì  della  composizione  di 
un  olio  di  Unzione  per  ungere  i  sacer- 
doti e  i  vasi  dello  stesso  tabernacolo  nel 
giorno  di  loro  consagrazione.  11  sontuo- 
sissimo e  meravigliosissimo  Tempio  di 
Salomone,  da  questore  innalzato  al  vero 
Dio  e  con  suo  disegno,  fu  splendidamen- 
te fornito  d'un  immenso  numero  di  pre- 
ziosi vasi  d'ogni  specie,  per  l'esercizio  del 
culto  e  per  l'uso  de'sacerdoti,  di  che  par- 
lai in  tale  articolo  e  meglio  si  può  leggere 
nel  p.  Calmet,  Storia  dell'antico  e  nuo- 
vo Testamento,  t.  r,  lib.  4-  H  famoso  ar- 
tefice Irammo  di  Tiro  fece  un  grandis- 
simo vaso  di  bronzo  destinato  a  conser- 
var nel  tempio  l'acqua  per  l'uso  de'sa- 
cerdoti, che  per  la  vasta  sua  ampiezza 
fu  denominato  Mare:  sotto  di  esso  da  4 
lati  i  sacerdoti  vi  andavano  a  purificarsi 
nel  sottoposto  bacino,  uscendo  V  acqua 
dal  piede  del  vaso  per  via  di  4  grillet- 
ti. Salomone  fece  fare  degli  altri  vasi  di 
bronzo  amovibili  sopra  ruote  di  bronzo, 
secondo  i  bisogni  del  tempio,  5  altari  pei 
profumi  e  5  pe'  pani  di  proposizione,  e 
tutti  i  vasi  che  servivano  a  questi  aliali 


i6o  V  A  S 

ed  i  candelieri  erano  d'oro.  La  s.  Scrit- 
tura dice  eli 'era  n  vi  ioo  bacini  d'oro,  ma 
lo  storico  Gioseffo  Flavio  nell'Antichità 
Giudaiche,  ne  riferisce  un  numero  assai 
maggiore,  poiché  dice.  Vi  erano,  oltre 
la  gran  mensa  d'oro  sulla  quale  mette- 
vansi  i  pani  di  proposizione,  10,000  al- 
tre mense,  sopra  le  quali  si  collocavano 
de'  piatti  e  delle  patene  d'oro  in  numero 
di  20,000,  e  d'argento  4o,ooo.  Salomo- 
ne fece  di  più  10,000  candelieri  d'oro, 
80,000  coppe  d'oro  per  fare  le  libazio- 
ni del  vino,  100,000  bacini  d'oro,  e 
200,000  d'argento,  80,000  piatti  d'oro, 
ne*  quali  offri  vasi  sull'altare  la  farina 
impastata,  e  due  volte  altrettanti  piatti 
d'argento  per  usi  somiglianti:  60,000 
piatti  d'oro,  ne' quali  impastavasi  il  fior 
di  farina  coli' olio,  e  due  volte  altrettanti 
piatti  d'argento;  20,000  hin  o  piccole 
brocche  d'oro  per  contenere  i  liquori  che 
oflrivansi  sull'altare,  e  40,000  d'argen- 
to; 20,000  incensieri  d'oro,  ne' quali 
portavasi  l'incenso  nel  tempio,  e  5o,ooo 
altri,  ne'quali  portavasi  del  fuoco  dal- 
l'altare degli  olocausti  persino  nell'al- 
tare d'oro  nella  Santa.  Soggiunge  Gio- 
seffo, che  essendovi  alcuno  di  que'  vasi 
guasto  o  rotto,  correva  l'obbligo  di  farlo 
fondere  di  nuovo.  Queste  enumerazioni 
di  Gioseffo,  particolari  e  distinte,  la  s. 
Scrittura  le  rende  credibili,  dicendo  che 
il  numero  di  que'  vasi  era  infinito,  e  il 
peso  del  metallo  che  vi  fu  impiegato  su- 
perava ogni  notizia.  Le  padelle  di  fuoco, 
le  pentole,  le  caldaie,  le  padelle,  forchete 
te  e  gli  altri  slromenti  che  dovevano  ser- 
vire all'altare  degli  olocausti,  ed  erano 
destinati  a  passare  pel  fuoco,  erano  di 
bronzo  come  pure  l'altare,  e  il  numero 
di  questi  stranienti  era  proporzionato  al- 
la grandezza  ed  alla  magnificenza  del  ri- 
manente. Sotto  il  regno  del  figlio  Ro- 
boammo,  Iddio  per  punire  gl'israeliti  per- 
mise che  Sesac  re  d'Egitto  prendesse  Ge- 
rusalemme, e  se  ne  tornò  in  Egitto,  dopo 
aver  rapito  i  tesori  del  tempio  e  quelli  del 
re.  Dipoi  Josia  re  di  Giuda  ordinò  per 


V  A  S 
tutto  il  regno  raccolte  di  denaro  per  la  ri- 
parazione del  tempio,  e  con  quello  avan- 
zato si  fecero  nuovi  vasi  pel  suo  servizio, 
come  incensieri,  vasi,  trombe,  forchette 
e  altri  stranienti  d'oro  e  d'argento.  Acaz 
re  di  Giuda,  empiamente  abbandonatosi 
all'idolatria,  si  rese  tributario  di  Teglat- 
falasar  re  d'Assiria,  spogliò  il  tempio,  ne 
tolse  i  vasi  più  preziosi,  lo  fece  chiudere, 
e  in  tutte  le  piazze  innalzò  altari  profani. 
Gl'israeliti  nuovamente  avendo  provo- 
calo la  collera  del  Signore  ,  per  castigo 
piombò  su  loro  Nabucodònosor  re  d'As- 
siria, il  quale  espugnata  Gerusalemme, 
saccheggiò  il  tempio,  portando  seco   in 
Babilonia  i  vasi  più  preziosi  della  casa 
di  Dio,  e  li  pose  nel  suo  palazzo  di  Babi- 
lonia, di  dove  li  trasferì  nel  tempio  del 
suo  Dio.  Fra'  molti  ebrei  che  seco  con- 
dusse cattivi  vi  fu  il  profeta  Daniele,  il 
quale  co'suoi  compagni  Sidrac,  Misac  e 
Abdenago  lo  fece  allevare  nel  proprio  pa- 
lazzo, e  lo  colmò  di  onori  dopo  l'esplica- 
zione del  sogno  sulle  monarchie;  poscia 
restituì  i  vasi  tolti  dal  tempio  di  Gerusa- 
lemme, uel  quale  si  offrirono  vittime  e  si 
pregò  per  Nabucodònosor  e  pel  suo  ni- 
pote Baldassare  considerato  figlio  come 
erede  presuntivo  dell'  impero.  Ma  ribel- 
latosi Sedecia  re  di  Giuda  contro  Nabuco- 
dònosor, questi  co'suoi  caldei  marciò  a 
Gerusalemme  e  s'impadronì  della  città  e 
del  tempio,  dando  fine  al  regno  di  Giuda. 
I  caldei  ridussero  in  pezzi  le  due  grandi 
colonne  meravigliose  di  bronzo  fatte  da 
Irammo,  ch'erano  avanti  il  vestibolo  del 
tempio;  spezzarono  pure  il  vaso  di  bron- 
zo detto  Mare  co'  1 2  bovi  deilo  stesso  me- 
tallo disposti  in  4  gr0ppi  e  formanti  le 
sue  basi,  ch'era  servito  pel  comodo  de'sa- 
cerdoti  e  per  l'uso  del  tempio.  Ne  traspor- 
tarono il  tutto  colle  caldaie,  colle  coppe, 
colle  forcine,  co'mortai,  cogl' incensieri  e 
con  tutti  gli  altri  vasi  che  si  trovarono 
nel  tempio,  tanto  d'oro  e  d'argento, quan- 
to di  bronzo.  Il  peso  di  tutti  questi  vasi 
era  infinito.  L'esercito  caldeo,  dopo  aver 
bruciato  il  tempio,  la  città  e  il  palazzo, 


VA  S 
demolì  le  mura  di  Gerusalemme,  e  con- 
dusse il  popolo  schiavo  al  di  là  dall'Eu- 
frate, tranne  il  popolo  minuto  della  cam- 
pagna. Fu  allora  che  il  profeta  Geremia 
da'sacerdoli  fece  nascondere  il  fuoco  sa- 
gro; e  coi  medesimi  portò  nel  deserto, 
in  una  caverna  del  monte  ov'era  morto 
Mosè,  l'Arca  dell'Alleanza,  il  Taberna- 
colo e  l'altare  de'  profumi,  e  ne  chiuse 
con  ogni  diligenza  l'ingresso.  L'Arca  non 
fu  più.  ritrovata,  ne  potè  collocarsi  nel  i.° 
tempio  fabbricato  dopo  il  ritorno  dalla 
cattività.  La  nuova  Alleanza  e  la  legge 
Evangelica  avendo  preso  il  luogo  dell'an- 
tica, la  predizione  di  Geremia  restò  per- 
fettamente compita.  Baldassare  re  di  Ba- 
bilonia fece  un  gran  convito  a  iooo  de' 
suoi  primari  ufiiziali,  e  vi  si  bevette  il  vino 
con  eccesso,  distinguendosi  il  re  nell'in- 
temperanza e  bevendo  come  i  i  ooo  altri. 
Essendo  il  re  ubbriaco,  comandò  che  fos- 
sero portati  i  vasi  d'oro  e  d'argento  che 
Nabucodònosor  avea  nuovamente  tolti 
dal  tempio,  allineile  egli,  le  sue  mogli,  le 
sue  concubine,  ed  i  grandi  di  sua  corte 
bevessero  in  que'vasi  tanto  degni  di  ri- 
verenza. Mentre  bevevano,  e  lodavano  i 
loro  Dei  d'oro  e  d'argento,  di  sasso  e  di 
legno,  in  punizione  terribile  di  tanta  sa- 
crilega profanazione,  Dio  fece  comparire 
alla  vista  del  re  una  Mano  (^.),che  sulle 
pareti  scrisse  parole  che  turbarono  alta- 
mente il  re.  Chiamato  Daniele  a  spiegar- 
le e  dirne  il  significalo,  disse  al  re.  Sapete 
come  Nabucodònosor  fu  ridotto  allo  sta- 
to delle  bestie,  perchè  erasi  alzato  contro 
Dio;  e  voi  non  vi  siete  più  umiliato,  ben- 
ché tutto  vi  fosse  noto.  Avete  profanato 
i  sagri  vasi  della  casa  dell'  Onnipotente, 
avete  lodato  le  vostre  vane  divinità,  e  vi 
siete  alzato  contro  Dio.  Egli  perciò  ha 
mandato  quelle  dita  che  hanno  scritto 
sul  muro:  Iddio  ha  numerati  i  giorni  del 
vostro  regno,  e  ne  ha  stabilito  in  questo 
giorno  il  fine;  siete  stato  pesato  sullaxbi- 
lancia,  e  siete  stato  trovato  troppo  leg- 
giero; il  vostro  regno  è  stato  diviso,  ed 
è  stato  dato  a'  medi  ed  a' persiani.  Nella 

VOL.   LXXXVIU. 


VAS  161 

stessa  notte  Baldassare  fu  ucciso;  e  gli  suc- 
cesse Dai  io  il  medo  suo  zio  materno,  indi 
Ciro  redi  Persia  mandò  in  rovina  la  mo- 
narchia de'caldei,  prese  Babilonia,  liberò 
gì'  israeliti,  permise  loro  di  ristabilire  il 
tempio  a  proprie  spese,  e  diede  nelle  mani 
de'ioro  principali  i  vasi  del  tempio  del  Si- 
gnore che  Nabucodònosor  avea  traspor- 
tati da  Gerusalemme  e  collocali  nel  tem- 
pio del  suo  Dio.  Mitridate  ne  fece  l'enu- 
merazione e  consegna  a  Sassabasar  o  Zo- 
robabeli.0  principe  del  sangue  di  Giuda. 
Erano  3o  coppe  d'oro,  i  ooo  coppe  d'ar- 
gento, 29  coltelli,  3o  tazze  d'oro,  4'° 
tazze  d'argento  e  1000  altri  vasi.  Tutti 
i  vasi  ascendevano  a  54oo.  Il  tempio  fu 
compitole  nefece  la  dedicazione,e  la  sua 
gloria  fu  maggiore  di  prima.  Ciro  vi  fece 
offrire  de'sagrifizi  per  la  vita  sua  e  de' 
figli.  Seleuco  Filopalore  re  di  Siria,  ben- 
ché avesse  fatto  altrettanto,  venendo  a 
sapere  da  un  maligno  che  nel  tempio  si 
trovavano  de'superflui  tesori  immensi,  e 
dovendo  pagare  il  tributo  a' romani,  or- 
dinò ad  Eliodoro  soprintendente  alle  sue 
rendile  di  recarsi  a  prenderli.  Giunto  nel 
tempio,  il  sommo  sacerdote  Onia  gli  dis- 
se che  realmente  era u vi  somme  conside- 
rabili, ma  depositi  d'orfani  e  di  vedove 
che  ivi  aveano  portato  per  sicurezza,  4oo 
talenti  d'argento  e  200  d'oro.  Eliodoro 
insistendo  per  eseguir  gli  ordini,  entrò 
nel  tempio  e  fece  aprire  il  tesoro;  Onia, 
tutti  gli  altri  sagri  ministri  e  il  popolo  ac- 
corso inutilmente  si  opposero,  esortan- 
dolo a  rispettare  la  santità  del  luogo. 
Mentre  le  genti  d'Eliodoro  si  accinsero 
a  forzarne  le  porte,  la  virtù  del  Signore 
si  fece  sentire  sopra  di  essi;  furono  a  un 
tratto  presi  da  spavento  che  gli  atterrì  e 
levò  da' sensi.  Yidesi  comparire  un  uo- 
mo a  cavallo  superbamente  vestito,  che 
avventandosi  con  impeto  contro  Eliodo- 
ro, lo  percosse  aspramente  co'piedi  e  mi- 
nacciandolo di  morte,  con  armi  risplen- 
denti. In  pari  tempo  si  videro  due  gio- 
vani forti  e  bellissimi,  risplendenti  di 
gloria  e  riccamente  vestili,  che  stando  a' 
1 1 


i62  VAS 

fianchi  d'Eliodoro, Io  batterono  e  sferza- 
rono senza  interruzione.  Caduto  Eliodo- 
ro a  terra,  ottenebrato,  senza  voce  e  come 
morto, fu  portato  fuori  del  tempio.  Onia 
offrì  al  Signore  per  lui  un'ostia  salutare, 
onde  ottenerne  la  guarigione;  e  tosto  i 
due  giovani  apparvero  a  Eliodoro  e  gli 
dissero,  che  rendesse  grazie  al  sommo  sa- 
cerdole,alla  cui  considerazione  il  Signore 
gli  conservava  la  vita,  e  poiché  avea  prò* 
\ato  la  possanza  e  la  giustizia  di  Dio,  an- 
nunziasse a  tutto  il  mondo  la  grandezza 
de' suoi  miracoli.  Ciò  detto  sparirono.  E- 
liodoro  offrì  sagrifizi  a  Dio  in  rendimen- 
to di  grazie, e  se  ne  partì.  Ad  onta  di  que- 
sto tremendo  esempio,  in  seguito  Antioco 
Epifane  re  di  Siria,  espugnata  Gerusa- 
lemme, profanò  iniquamente  il  tempio, 
e  lo  spogliò  de' suoi  tesori  e  de' suoi  vasi 
preziosi  che  gli  altri  re  avevano  offerti  e 
consagrati  al  culto  del  Signore,  il  quale 
non  mancò  giustamente  di  fare  sentire  la 
sua  mano  sopra  di  lui.  Quando  Pompeo 
s' impadronì  di  Gerusalemme  e  del  tem- 
pio, a  questo  la  sua  virtù  impedì  di  pren- 
derne i  vasi  ed  i  tesori.  Erode  il  Grande 
re  della  Giudea,considerando  che  il  tem- 
pio fabbricato  dopo  la  cattività  di  Babi- 
lonia era  più  piccolo  di  quello  di  Salo- 
mone, per  eternare  la  sua  memoria,  ac- 
quistarsi la  benevolenza  del  popolo  e  per 
l'aumento  del  culto  di  Dio,  lo  riedificò 
più  vasto  sulle  fondamenta  dell'esistente 
dopo  averlo  demolilo,e  terminato  ne  fece 
la  solenne  dedicazione  circa  ig  anni  a- 
vanti  l'era  nostra.  Nell'impero  di  Vespa- 
siano, questi  nella  guerra  Giudaica  com- 
mise al  figlio  Tito  la  conquista  di  Geru- 
salemme. Nell'anno  70  di  nostra  era  vi 
pose  l'assedio,  indi  la  prese  e  fece  demo- 
lire, bruciandosi  e  atterrandosi  dalle  fon- 
damenta anche  il  tempio,che  voleva  sal- 
vare e  non  gli  riuscì,  verificandosi  il  pre- 
detto da  Gesù  Cristo  :  Non  sarebbe  rima- 
sta pietra  sopra  pietra  del  sontuoso  edi- 
ficio. Due  sacerdoti  lo  fecero  impadroni- 
re  di  due  candellieri,  delle  mense,  delle 
coppe,  e  degli  altri  vasi  d'oro  assai  mas- 


VAS 
sicct  e  di  gran  peso;  ed  oltre  a  ciò  degli 
abiti  pontificali  colle  loro  gemme,  delle 
tappezzerie  preziose, e  molti  aromi  e  pro- 
fumi, oltre  molte  altre  cose  destinale  al 
servizio  del  tempio.  Quindi  Tito  entrò 
nell'  anno  7  i  tu  Roma  con  Vespasiano 
suo  padre,  con  pompa  di  trionfo.  Fra  le 
ricche  spoglie  che  si  videro  in  quella  cere- 
monia,  le  più  ragguardevoli  erano  quel- 
le che  furono  prese  nel  tempio  di  Ge- 
rusalemme: la  mensa  d'oro  che  pesava 
molti  talentigli  candelliere  d'oro  in  7  rami 
superbamente  lavorato,  molti  vasi  sagri 
d'oro  e  d'argento,  la  legge  degli  ebrei  in 
gran  volume  di  pergamena  riccamente 
inviluppato,  riguardata  la  più  preziosa  e 
più  venerabile  delle  spoglie.  Questo  libro 
fu  conservato  nel  palazzo  imperiale, colle 
tappezzerie  di  porpora  che  avevano  ser- 
vito al  luogo  santo.  1  vasi  e  gli  altri  orna- 
menti del  tempio  furono  posti  nel  7em- 
pWe//rtPtfre(^.),fattofabbricaredaVe- 
spasiano  nel  Foro  romano,  presso  l'arco 
monumentale  eretto  pel  Trionfo  di  Tito 
dal  senato  e  popolo  romano,  ne' cui  su- 
perstiti bassorilievi  fra  le  spoglie  si  rico- 
noscono scolpiti  gli  ornamenti  del  tem- 
pio, e  specialmente  la  mensa  e  i  vasi  d'oro, 
le  trombe  d'  argento,  e  il  candelliere  o 
candelabro  a  7  branche,  perciò  l'arco  fu 
detlo  Arcus  seplem  Lucerna rum,  come 
notai  nel  vol.LVlll,p.  170  e  altrove  nel 
descriverlo.  Alcuni  ripeterono  la  tradi- 
zione, che  annegandosi  Massenzio,  scon- 
fìtto a'28  ottobre  del  3  1 1  da  Costantino 
1,  nel  Tevere  presso  Ponte  Molle  o  lìlil- 
vio  (veramente  6  miglia  circa  al  di  là  del 
ponte,  sebbene  la  battaglia  dicasi  del  pon- 
te Milvio  e  ivi  r  inimitabile  Raffaello  la 
rappresentò,  come  notai  a'suoi  luoghi), 
co'suoi  tesori  perisse  pure  il  candelabro. 
1  vasi  d'oro  e  d'ai  genio,  ed  i  simili  oroa- 
menti del  tempio  di  Gerusalemme,  con- 
servandosi con  molla  cura  nel  Ito) pio 
della  Face,  allorché  nel  455  Genserico  re 
de' '/' andati  (F.)  saccheggiò  Roma,  li  de- 
predò e  portò  alla  sua  reggia  di  Carta- 
gine nell'Africa.  Quando  poi  nel  534&e- 


V  AS 

lisario  conquistò  il  regno  di  Cartagine  e 
i  vandali  interamente  debellò,  ricuperò 
molte  cose  preziose  de'giudei,  da  Gense- 
rico depredate  in  Roma, cornei  vasi  d'oro 
e  d'argento  del  tempio  di  Gerusalemme, 
alle  chiese  della  qua!  città  li  mandò  in 
dono  l' imperatore  Giustiniano  I. 

L'  uso  de'  vasi  sagri  ed  ecclesiastici, 
degli  ornamenti  e  arnesi  sagri,  nella  Chie- 
sa ebbe  origine  colla  medesima  e  furono 
introdotti  in  parte  ad  imitazione,  come 
le  Vesti  sagre  (V.)t  di  quelli  che  adope- 
ravano i  sacerdoti  e  altri  sagri  ministri 
della  legge  vecchia  prima  nel  taberna- 
colo e  poi  nel  tempio  del  vero  Dio  in  Ge- 
rusalemme. Sebbene  la  materia,  la  for- 
ma e  gli  usi  ne  sono  differenti,  uno  e  co- 
mune ne  fu  sempre  lo  scopo,  cioè  il  Ser- 
vizio divino,  il  Cullo  e  I'  onore  di  Dio. 
Coll'antico  vocabolo  Ministerium  fu  qua- 
lificato il  vaso  sagro  destinato  al  s.  Sagri- 
fizio,  al  servizio  dell'  Altare  e  del  Tem- 
pio (V.)  del  vero  Dio.  1  Papi  co'  decreti 
rituali,  ed  i  concilii  co'canoui  di  discipli- 
na ecclesiastica  e  ceremoniale,  li  stabili- 
rono, modificarono  e  variarono,  e  di  al- 
cuni ne  prescrissero  la  Benedizione  e  la 
Consacrazione .  Perciò  nel  Pontificale 
Romanum,  par.  2,  vi  sono  la  Benedictio 
Vasorum  et  Ornamento  rum  Ecclesiae. 
De  Benedictione  sacro  rum  Vasorum  et 
aliorum  Ornamcntorum  in  genere»  De 
Benedictione  Tabernaculi  sivc  Vasculi 
prò  sacrosancta  Eucharistia  conser- 
vanda.  Questa  benedizione  è  pure  nel 
Rituale  lìomanum.  Leggo  nel  Ferrari, 
Bibliotheca,  articolo  Vasa  Sacra.  Han- 
no la  facoltà  di  benedire  i  vasi  sagri  gli 
abbati  che  hanno  l'usode'pontificali.  Non 
hanno  tale  facoltà  gli  altri  prelati  rego- 
luri/n  quibus  intervenit  unclio  sacri  chri- 
smatis,  possimi  tamen  benedicere  alia 
sacra  vasa,el  ornamenta,  seti  par  amen- 
ta prò  usu  suarum  lantummodo  Eccle- 
siarum.  Non  ponno  benedire  i  sagri  pa- 
ramenti ed  i  vasi  ecclesiastici  i  prelati  in- 
feriori jure  proprio.  I  protonota  ri  apo- 
stolici, senza  speciale  licenza  della  s.Sede, 


VAS  i63 

non  ponno  benedire  i  sagri  vasi,  i  para- 
menti e  ornamenti  ecclesiastici.  Vedasi 
la  costituzione  di  Clemente  XIII,  Inter 
mulliplices,(\e\Y  1 1  dicembre  1 708,  Bull. 
Rom.  cont.y  t.  1,  p.  72  :  Praelati,  et  Ab- 
bates  regularesy  nequeunt  si  ne  speciali 
indulto  benedicere  Vasa  Sacra,  in  qui- 
bus intervenit  Sacra  Unctio  prò  usu  a- 
lienarum  Ecclesiarum.  Vasi  sagri  prin- 
cipalmente chiamatisi  i  vasi  che  servono 
a  consagrare  ed  a  contenere  la  ss.  Euca- 
ristia, come  sono  i  Calici,  le  Patene,  i 
Cibori  o  Tabernacoli,  le  Pissidi (V.)ec, 
ed  anche  i  vasetti  per  gli  Olii  santi  (  V.)  ec. 
Il  Zaccaria  citato  chiama  Vasculum  la 
pisside  e  la  patena  o  scodella,  e  Vas  do- 
minicum  il  calice.  I  nominati  e  altri  vasi, 
secondo  i  diversi  riti,  non  si  adoperano 
pe'  loro  usi  sagri,  se  non  dopo  che  il  ve- 
scovo gli  abbia  benedetti  e  consagrati 
con  orazioni  ed  unzioni.  Questa  pratica 
è  antica,  essendo  prescritta  ne*  Sagra- 
mentari  de'  Papi  s.  Gelasio  I  del  4<)2  e 
s.  Gregorio  I  del  590,  né  dessi  furono 
gl'inventori  delle  orazioni  edelleceremo- 
nie  che  riunirono, anzi  il  Sagramentario 
di  s.  Gregorio  I  non  è  che  quello  di  s.  Ge- 
lasio I,  e  nell'ordinario  che  fece  più  ac- 
curatamente, non  v'introdusse  cose  nuo- 
\e,  come  dice  chiaramente  Giovanni  Dia- 
cono nella  vita  di  s.  Gregorio  I.  Papa  s. 
Celestino  I  del  f±iZ  scriveva  a'vescovi  del- 
le Gallie  che  le  preci  od  orazioni  sacer- 
dotali erano  di  tradizione  apostolica,  e 
che  esse  erano  uniformi  in  tutta  la  Chie- 
sa cattolica.  I  vasi  consagrati  per  servire 
alla  celebrazione  de'  nostri  santi  Misteri, 
non  devono  più  servire  ad  usi  profani  : 
non  è  più  permesso  a'  laici  di  toccarli, 
e  neppure  a'setnpiici  chierici  ;  se  non  col 
consentimento  del  vescovo,  il  quale  però 
ne  accorda  il  permesso  al  sagrestano,  ed 
anche  alla  sagrestana  presso  le  religiose. 
Così  la  Chiesa  testifica  il  suo  rispetto  per 
il  Corpo  ed  il  Sangue  di  Gesù  Cristo, 
che  essa  crede,  insieme  a  tutti  i  fedeli, 
realmente  presenti  sotto  i  simboli  euca- 
ristici. Quando  i  nominali  e  altri  vasi 


,64  VAS 

sogli,  che  hanno  ricevuto  le  sagre  un- 
zioni, si  devono  nuovamente  indorare, 
conviene  quindi  riconsagrarli.  Come  i 
Pannili  ni  sagri  ed  i  Paramenti  sagri 
(V.)t  quando  i  vasi  sagri  perdono  la  loro 
forma,  ovvero  quando  non  si  può  più 
farne  uso  decente  per  le  funzioni  del  san- 
to ministero,  perdono  la  loro  benedizione 
e  consagrazione.  La  materia  de' vasi  sa- 
gri fusa  o  ridotta  col  fuoco  ad  altra  for- 
ma, non  è  più  considerata  appartenente 
ad  arredi  sagri.  Su  questo  punto  dirò 
poi  altre  parole  ;  qui  solo  ricordo  che  la 
patena  può  essere  di  qualunque  metal- 
lo, bensì  sempre  dorata,  non  così  la  cop- 
pa del  calice  che  dev'essere  d'argento  e 
dorato,  ovvero  d'oro.  Per  fare  rifondere 
o  nuovamente  dorare  i  vasi  consagrati 
e  benedetti,  basta  il  bisogno  per  far  loro 
perdere  la  consagrazione  e  la  benedizio- 
ne, e  il  darsi  da  chi  gli  ha  in  cura  per  det- 
ti effetti  all'artefice.  Vi  sono  alcuni,  che 
praticano  un  atto  equivalente  a  rigetta- 
re il  vaso  sagro,  con  un  dito.  A.' vasi  sa- 
gri si  fa  loro  l'  unzione  sagra,  come  si 
praticò  co* vasi  sagri  del  Tabernacolo  e 
del  Tempio  del  Signore  quando  si  con- 
sagrarono pel  suo  servizio,  il  che  ripor- 
tai di  sopra.  Altri  vasi  sagri  o  ecclesia- 
stici sono  le  Ampolle  (F.)  per  l'acqua  e 
pel  vino;  il  Turibolo  (V.)  colla  navetta 
e  cucchiarino;  i  vasi  de  Fiori  (F.);  il 
boccale  e  il  bacile  o  bacino  per  la  La' 
vanda  delle  mani  (  V.)  o  per  la  Lavan- 
da dell' Altare  (F.);  il  vaso  dell'  Acqua 
santa  (della  quale  riparlai  nell'  articolo 
Venerdì)  o  benedetta,  detto  anche  sec- 
chiello, il  quale  è  d'argento  o  altro  me- 
tallo col  simile  Aspersorio  (F.)',  oltre 
il  vaso  o  Pila  dell'  acquasanta  (V-), 
posto  negl'  ingressi  de'  sagri  Templi,  di 
marmo  o  di  sasso  duro,  per  uso  de'  fe- 
deli, ne' quali  articoli  parlai  di  sua  ori- 
gine. Vaso  sagro  è  pure  la  scatola  che 
si  pone  nel  ciborio  per  conservare  l'ostia 
consagrata,  per  l'esposizione  della  ss.  Eu- 
caristia, e  la  lunetta  che  serve  a  reggerla 
nell'  Ostensorio.  Tutti  questi  vasi  e  ar- 


V  AS 
redi  sagri  non  si  consagrano,  ne  si  be- 
nedicono, e  neppure  ciò  si  fa  a'  vasetti 
degli  olii  santi.  Quanto  all'ampolle,  uri 
tempo  erano  d'argento  e  d'oro,  ma  ora 
dalla  rubrica  si  prescrivono  di  vetro  o 
cristallo,  onde  n  on  nasca  alcun  errore 
per  la  densità  della  materia  de'vasi.  No- 
tai nel  voi.  XL1V,  p.  275,  che  la  donna 
non  può  amministrare  le  ampolle  col  vino 
e  l'acqua.  L'  incenso  si  pone  nella  navet- 
ta e  con  picc  olo  cucchiaio  si  pone  a  bru- 
ciare nell1 Incensiere  o  Turibolo,  nel  qua- 
le articolo  parlai  pure  della  navetta.  Sic- 
come si  fa  questione,  come  debbano  an- 
dare incensando  i  turiferari  nelle  proces- 
sioni del  ss.  Sagramento,  inclusi  vamenle 
a  quelle  delle  ferie  V  e  VI  della  setti- 
mana santa;  e  con  qual  mano  ciascuno 
debba  portare  il  turibolo  ;  così  inerita  leg- 
gersi il  can.  Ferrigni  Pisone  all'articolo 
Turiferario,  del  Supplimcnto  al  Dizio» 
nario  sacro  -liturgico"  delV ab.  Diclich. 
Trovai  esempi,  nella  primitivaChiesa, che 
fra  la  Suppellettile  sagra  eranvi  turi- 
boli di  terra  colta.  Si  ponno  adornare  gli 
altari,  e  tra'candellieri,  non  solamente 
con  fiori  veri  secondo  la  qualità  della  sta- 
gione, ma  anche  con  fiori  finti  e  artifi- 
ciali. Gl'italiani  furono  i  primi  ad  in- 
trodurre in  Europa  l'industria  de' fiori 
artificiali.  11  culto  religioso,  le  feste  so- 
lenni che  in  Italia  si  moltiplicarono,  die- 
dero il  gusto  di  adornare  in  ogni  tempo 
gli  altari  di  fiori,  se  non  naturali,  alme- 
no imitanti  la  natura.  Ciò  si  afferma  in 
un  erudito  articolo  sui  fiori  artificiali, 
riferito  a  p.  386  del  Giornale  di  Roma 
del  1857.  Dell'uso  però  de  Fiori,  in 
quest'  articolo  e  in  altri  relativi  narrai 
che  eziandio  nel  Tabernacolo  e  nel  Tem- 
pio del  Signore  si  usarono,  così  per  or- 
namento fino  dalla  primitiva  Chiesa,  e 
le  testimonianze  si  hanno  da  s.  Agostino, 
da  s.  Girolamo,  da  s.  Gregorio  di  Tours, 
da  s.  Paolino  di  Nola  nel  Natale  di  s.  Fe- 
lice, e  da  Venanzio  Fortunato  nel  Car- 
men de Jloribus  super  altare.  1  fiori  sono 
commendati  nella  s.  Scrittura;  ne'primi 


V  A  S 

secoli  si  portavano  anche  in  mano  e  in 
capo  nell'  incontrare  le  reliquie  de*  ss. 
Martiri,  e  senza  Superstizione  i  cristiani 
antichi  vi  onoravano  i  defunti.  11  San- 
gite  de' martiri  si  poneva  ne' cimiteri 
presso  i  loro  corpi  ne'vasi  di  Vetro  (V.)t 
e  nell'archeologia  sagra  sono  pregiatis- 
simi tali  vasi  cimiteriali.  Perciò  antichis- 
simo è  pure  l'uso  dello  spargimento  de' 
fiori  sull'altare  e  sul  pavimento  delle 
chiese,  come  Y  uso  di  adornarne  le  pa- 
reti con  Veli  (V.)  e  drappi,  massime 
nelle  Feste  (V.).  Ben  a  ragione  quin- 
di Pio  VI  condannò  un  decreto  del  fa- 
moso sinodo  di  Pistoia,  il  quale  proi- 
biva di  porre  i  fiori  su  IT  altare ,  e  lo 
dichiarò  temerario  e  ingiurioso  all'an- 
tico costume  della  Chiesa.  Le  calunnie 
de'novatori,  e  gli  ultimi  sforzi  de'  gian- 
senisti, pretesero  di  togliere da'sagri  tem- 
pli anche  le  cose  più  semplici,  le  quali 
sono  sempre  servite  a  fomentare  la  pietà 
nel  cuore  de'  fedeli.  Trovo  nel  Discorso 
del  Vestarario  del  Galletti;  che  anti- 
chissimamente  a'  Vcstarari  (V.)  appar- 
teneva nelle  solennità  spargere  la  chiesa 
di  fiori,  di  froudi  e  di  verni  ra.  Circa  al 
bacile  o  bacino,  ne'secoli  antichi  allorché 
il  popolo  offriva  le  Oblazioni  del  Pane 
e  del  Fino  pel  Sacrifizio  incruento,  era 
a'ministri  dell'altare  necessità  di  lavarsi 
le  mani  dopo  avere  ricevute  quell'offer- 
te, che  in  gran  quantità  venivano  presen- 
tate; ciò  che  eseguivano  in  larghi  piatti 
o  bacini  ora  d'argento,ora  di  terra, cuoio, 
stagno  ec.  Dacché  il  popolo  lasciò  di  offri- 
re il  pane  e  il  vino  a  quell'oggetto,  a  mez- 
zo dell'  Oh  lazionario  (V.)  e  della  Vedo- 
va (V.)  diaconessa,  il  bacino  non  fu  più 
oltre  necessario  a'  preti  né  agli  altri  mi- 
nistri dell'altare  ;  ma  volendo  conservare 
tutto  l'ordine  delle  ceremonie  della  Mes- 
sa, onde  per  questo  mantenere,  si  limita- 
rono a  lavare  l'estremila  delle  dita  dopo 
V  Offertorio  j  e  d'allora  in  poi  l'ampolla 
dell'acqua,  un  piattino  e  un  fazzoletto  o 
pannolino  supplirono  la  brocca  d'acqua 
o  boccale,  il  bacino  e  la  salvietta,  restati- 


VAS  i65 

do  il  boccale  e  il  bacile  per  distinzione  ai 
prelati  nella  celebrazione  delle  sagre  fun- 
zioni, tanto  prima  della  loro  celebrazio- 
ne che  dopo,  ed  altresì  quanto  dopo  ese- 
guito r  offertorio.  Prima  era  costume, 
non  del  tutto  trasandato,  che  a'  nuovi 
cardinali  protettori  ed  a'  nuovi  vescovi 
le  mag'istrature  municipali  e  quelle  della 
città  residenziale  offrissero  loro  un  boc- 
cale e  un  bacile  d'argento.  Pare  che  anco 
le  Lampade  e  le  Lucerne  (V.)  si  possa- 
no annoverare  tra' vasi  ecclesiastici  delle 
chiese,  e  inservienti  al  culto  divino,e  l'uso 
de  Lumi  (F.)  cominciò  da' primi  tempi 
della  Chiesa  e  fin  dal  suo  nascere.  E  un 
abbaglio  de' protestanti,  i  quali  pensano, 
che  ne' primi  secoli  si  adoprassero  i  lumi 
a  solo  oggetto  di  diradare  le  tenebre  che 
coprivano  le  Catacombe,  i  Cimiteri  e  al- 
tri luoghi  nascosti,  per  la  celebrazione 
della  sagra  Sinassi  nelle  persecuzioni  del- 
la Chiesa.  L'eretico  Yigilanzio  fu  l'ante- 
signano nel  tacciare  come  superstizioso 
l'uso  de' lumi  ne  Divini  uffizi.  Tratta- 
rono pe' primi  de' vasi  sagri,  Teodoreto 
vescovo  di  Cyrus  nella  Siria  e  dottoredel- 
la  Chiesa,  nato  in  Antiochia  verso  l'an- 
no 387,  e  Paolo  Orosio  storico  fiorito  in 
principio  del  secolo  V  in  Tarragona.  Il 
Marangoui,  Delle  cose  gentilesche  e  pro- 
fane trasportale  ad  uso  e  ad  ornamen- 
to delle  chiese,  eruditissimamente  svolge 
l'ampio  argomento.  Tratta  nel  cap.  1  : 
Che  il  trasferirsi  le  cose  gentilesche  al 
culto  del  vero  Dio,  e  conforme  alla  ra- 
gione ed  alla  divina  Scrittura.  Pone 
per  fondamento  di  tutta  l'opera  e  sta- 
bilisce per  principio  universale  e  infal- 
libile, traendolo  dal  cap.  1  de'  ss.  Libri. 
Essendo  state  ordinate  da  Dio  tutte  le 
cose  create  per  la  sua  gloria,  tutte  le  creò 
buone  e  perfette  secondo  la  specie  di  cia- 
scuna. Quindi  è,  che  ogni  cosa  creala, 
per  natura  sua  possiede  un'  intrinseca 
bontà  e  perfezione,  comechè  ordinata  al- 
la gloria  del  suo  Creatore,  a  benedirlo 
e  lodarlo,  secondo  la  propria  capacità. 
Se  la  malizia  dell'uomo,  colla  libertà  del 


.66  VAS 

libero  arbitrio,  se  ne  serve  in  offesa  cìel 
suo  Creatore,  togliendole  da  quel  primo 
fine  a  cui   erano  già  ordinate,  non  mai 
perdono  l'intrinseca  bontà  e  perfezione; 
laonde  se  vengono  tolte  dal  mal  uso,  al 
quale  con  violenza  furono  applicate  dal- 
la malvagità  dell'  uomo,  e  restituite  al 
culto  divino  e  alla  gloria  del  supremo 
Creatore  loro,  ritornano  alla  primiera 
loro  bontà  e  perfezione.  Il  libro  della  Sa* 
pienza  detesta  l'abuso  fatto  de' legni  per 
scolpire  statue  di  numi,  e  Io  stesso  deve 
dirsi  de' metalli  e  delle  pietre  impiegati 
a  fondere  e  formare  fantastiche  deità,  pel 
falso  culto  dell'  idolatria.  Quando  Dio 
libei  ò  con  istupendi  prodigi  il  suo  popolo 
d'Israele  dalla  schiavitù  dell'Egitto,  da 
povero  e  meschino  lo  fece  uscire  ricchis- 
simodellespogliedegliegiziani,con  Vaso, 
argentea  et  aurea,  veslem  plurimam, 
le  quali  poi  benché  avessero  servito  alle 
vanità  degli  egizi,  e  anche  femminile  di 
ornamenti  e  Specchii  d'  acciaio,  ed  al- 
tresì al  culto  degl'  idoli,  al  proprio  culto 
nel  deserto  volle  che  fossero  consagrate. 
Quindi  Mosè  con  tali  spoglie  fabbricò  il 
Tabernacolo  santuario  di  Dio,  e  per  di- 
vino comando  formò  i  tanti  vasi  mini- 
steriali d'oro  purissimo,  e  le  Vesti  sa- 
cerdotali di  materia  singolare,  ornate  di 
gemme  e  di  pietre  preziose  :  così  fece  con- 
vertire al  proprio  culto  e  alla  sua  gloria 
tali  cose  de' gentili,  e  consagrate  a  lui 
tornarono  ai  fine  primiero  pel  quale  l'a- 
vea  creale.  Dopo  la  vittoria  riportata 
dagli  ebrei  sui  madianiti,  gli  ornamenti 
d'oro  e  muliebri  della  preda,  offerti  a 
Dio,  furono  d'oidi  ne  suo  applicati  al  san- 
tuario, purificati  dalle  profanità  dal  som- 
mo sacerdote  Eleazaro.   II  rito  di  puri- 
ficare le  cose  profane  che  si  trasferiscono 
al  culto  di  Dio,  e  di  santificarle  coli'  a- 
spersione  dell'  acqua  lustrale,  fu  poi  a- 
dottato  e  quindi  sempre  praticato  dalla 
Chiesa.  Altrettanto  praticarono  gl'israe- 
liti nella  presa  di  Gerico,  che  tutta  in- 
cendiata, solamente  furono  salvati  l'oro 
e  l'argento,  ed  i  vasi  di  bronzo  e  ferro, 


VAS 
per  consagrai  li  a  Dio  e  ri  porli  nel  tesoro 
del  Signore.  Per  non  dire  di  altri  esem- 
pi, nel  convertirsi  le  cose  gentilische  e 
profane  pel  culto  divino  e  ornamento 
della  casa  di  Dio,  il  bellicoso  re  David 
nel  preparare  tutto  quanto  il  necessario 
pel  Tempio  che  il  pacifico  suo  figlio  Sa- 
lomone doveva  innalzare  al  Signore,  vi 
comprese  le  copiose  e  ricche  spoglie  ri- 
portate nelle  Vittorie  sui  re  gentili  e  ido- 
latri da  lui  debellali,  inclusivamente  ai 
vasi  d'oro,  d'argento  e  altro  metallo.  Nel 
consegnare  David  tutto  a  Salomone,  sta- 
bilì le  forme  e  i  pesi  d'oro  e  argento, 
pe'  Candellieri,  Lucerne,  Mense,  Turi' 
boli  e  Fasi  per  servire  al  divino  mini- 
stero, che  minutamente  si  descrivono 
dal  2.0  libro  de'  Paralipomeni.  In  tal 
modo  Dio  volle  che  tutto  il  prezioso  tol- 
to da  David  a'  gentili,  fosse  santificato 
pel  suo  culto.  Ragiona  il  Marangoni  nel 
cap.  i  :  //  tempio  di  Gerusalemme,  e 
tutte  le  sagre  suppellettili  profanate 
da  '  gè  n  ti  li  coli'  ido  la  tria,  si  restituisco  - 
no  di  nuovo  al  culto  di  Dio.  Ella  è  cosa 
da  considerarsi,  che  l'Altissimo  non  isde- 
gna,  che  le  cose  una  volta  al  culto  suo 
consagrate,  e  poscia  da'  gentili,  o  perver- 
si uomini  profanate,  si  purifichino  e  nuo- 
vamente a  lui  siano  dedicate.  Indi  il  Ma- 
rangoni co' Paralipomeni  racconta, come 
l'empio  Acaz  re  di  Giuda,  tutto  abban- 
donandosi al  culto  degl'idoli  di  Dama- 
sco, spogliò  il  tempio  di  Gerusalemme 
de'sagri  vasi  e  altri  arredi  del  culto  di- 
vino, profanò  quel  santuario  con  molle 
immondizie,  e  finalmente  chiuse  le  porte 
di  esso,  vietò  a  tutti  l' ingresso,  e  per  tutti 
gli  angoli  di  Gerusalemme  e  per  tutte  le 
città  di  Giuda  innalzò  altari  ed  are  per 
bruciarvi  gl'incensi  a  onor  degl'idoli  e 
offrendo  loro  de'sagrifizi.  Ma  sollevato 
al  regno  il  figlio  e  santo  re  Ezechia,  ze- 
lante di  ripristinare  co'  sacerdoti  e  le- 
viti il  culto  di  Dio,  comandò  ad  essi  di 
purgare  il  tempio  dall'  immondizie  e  che 
di  nuovo  Io  consagrassero,  e  santificas- 
sero l'altare  degli  olocausti,  tulli  i  vasi 


V  A  S 
del  ininislerio,  la  mensa  de' pani  di  pro- 
posizione, e  tulli  gli  altri  vasi  e  Utensili, 
ch'erano  stati  lordati  e  profanali  dal  suo 
padre  scellerato.  Ad  eseguir  tuttociò  i 
sacerdoti  impiegarono  8  giorni,  e  po- 
scia ne  avvisarono  Ezechia.  E.ipiave- 
runt  Templum  diebus  odo.  Ingressi 
quoque  suut  ad  Ezeehiam  Rege,  et  di- 
xeruntei:  Sanctificabimus  omnem  Do- 
mimi Domini,  et  Altare  holocaustij  nec 
non  Mensam  propositionis,  cutn  omni- 
busFasissuis,  cunctamque  Templi  Sup- 
pellectilem,  quam  polluerat  Acaz.  To- 
sto Ezechia,  con  tutti  i  principi  porta- 
tosi al  tempio,  fece  offrire  a  Dio  le  vit- 
time e  i  sagrifizi,  e  restituì  nel  pristino 
Slato  il  cullo  divino  in  quel  tempio,  e 
co'vasi  medesimi  e  suppellettili  sagre,  le 
quali  dall'empio  suo  genitore  erano  sta- 
le profanate  e  adoperate  al  culto  idola- 
trico. Altri  esempi  di  profanazione  li  die 
re  Manasse,  che  punito  da  Dio,  poi  re 
integrò  il  suo  culto.  Quando  Ciro  resti- 
tuì al  tempio  la  moltitudine  de' suoi  vasi 
d'oro  e  d'argento,  tolti  da  Nabucodòno- 
sor e  profanati  al  culto  del  suo  idolo  in 
Babilonia,  dopo  essere  stali  riposti  nel 
tempio,  furono  subito  di  nuovo  santi- 
ficati, com'è  da  credersi.  Questi  e  altri 
simili  esempi  della  s.  Scrittura,  ci  ma- 
nifestano che  i  vasi  sagri  ed  altre  cose 
profanate,  devono  espiarsi  e  santificarsi 
co'sagri  riti,  ed  applicarsi  al  culto  divino 
nelle  nostre  chiese.  Osserva  il  Marango- 
ni, che  l'oro,  le  gemme  e  i  vasi  preziosi 
gentileschi,  trasferiti  dal  profano  uso  al 
culto  di  Dio,  e  di  quelli  che  prima  avea- 
no  servito  nel  suo  tempio  e  profanati  da' 
gentili,  di  nuovo  purgati  e  santificati,  al 
primiero  loro  ufficio  furono  impiegati, 
può  senza  dubbio  riferirsi  al  senso  alle- 
gorico e  misterioso  di  quello  che  pra- 
tica Dio  colle  anime  degli  uomini,  dimo- 
strando verso  di  essi  ia  sua  grandezza, 
pietà  e  misericordia.  Fondata  da  Gesù 
Cristo  la  sua  Chiesa,  ad  essa  e  dal  culto 
degl'idoli  ha  trasferito  i  gentili,  e  come 
vasi  d'oro  e  di  pietre  preziose,  gli  ha  de- 


V  A  I  167 

pittati  al  ministero  della   medesima;  e 
qual  ornamento  questi  vasi  d'ira,  come 
dice  s.  Paolo,  cambiati  in  vasi  di  miseri- 
cordia, innumei abili  martiri  l'illustra- 
rono col   sangue  loro.   Il   p.  Oonanni , 
La  Gerarchia  ecclesiastica  considerata 
nelle  vesti  sagre,  discorre  nel  cap.  2  1  : 
Quando  e  da  chi  fosse  dato  principio 
dopo  Cristo  alla  co  ns  agrazio  ne  del  pa- 
ne e  del  vino  ;  nel  cap.  23:  Con  quale 
forinola,  t  con  quale  esterno  apparalo 
fosse  celebrata  la  i.a  Messa  ;  e  nel  cap. 
23  :  In  qual  sorte  di  vaso  s.  Pietro  con- 
sagrasse nella  1  .a  Messa.  Dopo  aver  mo- 
strato, che  s.  Pietro  disse  la  1."  Messa 
(nel  quale  articolo  rilevai  che  s.  Pietro 
ne  prescrisse  l'ordine  e  s.  Giacomo  lo  di- 
vulgò in  iscritto)  servendosi  come  d'  al- 
tare d'una  mensa  onestamente  ricoperta 
di  candide  Tovaglie  (uel  voi.  LXXV, 
p.  36  e  seg.,  62  e  seg.   riparlai   dell'al- 
tare di  legno  rinchiuso  in  quello  papale 
dell'arcibasilica  Lateranense,  nel  quale 
in  Roma  celebrò  s.  Pietro),  la  qual  cosa 
non  fu  difficile  a  farsi,  mentre  si  ritro- 
vava nel  Cenacolo  stesso,  in  cui  il  Salva- 
tore avea  prima  cenato  cogli  Apostoli  e 
istituito  il  sagramento  della  ss.  Eucari- 
stia ;  può  cercarsi  se  si  servisse  di  quella 
per  posarvi  immediatamente  il  pane,  e 
qual  sorte  di  vaso  adoperasse  per  il  vino 
deputato  alla  consagrazioue.  Alcuni  sti- 
marono, che  per  la  deposizione  del  pane 
fossero  sufficienti  le  tovaglie,  delle  quali 
era   coperta   la   mensa  o  dir   vogliamo 
altare  deputato  al  sagrifizio,  senz'  altra 
tela  che  corrispondesse  al  Corporale, 
ora  usato  dalla  Chiesa  cattolica,   uè  ciò 
deve  parere  incredibile,  poiché  sappiamo 
che  ne'  successivi  anni  tu  offerto  in  qual- 
che luogo  il  sagrifizio  della  messa,  anche 
senz'altare,  avendo  il  solitario  Maris  sa- 
grificato  sulle  mani  de'diaconi,  e  s.  Lu- 
ciano in  carcere  sul   proprio  petto,  di- 
cendo che  sarebbe  meno  profano  della 
tavola  di  legno,  ed  a'circostanti  che  fa- 
cessero da  tempio  stando  presenti  e  cir- 
condandolo, e  quindi  distribuì  loro  il 


168  VAS 

pane  sagro;  pel  narrato  da  Teodoreto, 
e  da  me  riferito  e  con  altri  esempi  nel 
giù  ricordato  suo  articolo.  Ma  laii  casi 
eccezionali  non  servono  per  legge,  es- 
sendo stata  somma  la  necessità  di  farlo, 
negli  Apostoli  si  trovarono  in  siffatte  an- 
gustie. Posto  dunque,  che  nel  Cenacolo 
fosse  eretta  la  mensa  o  altare  per  la  ce- 
lebrazione della  messa,  si  può  dubitare 
se  il  pane  consagrato  fosse  deposto  sopra 
la  tovaglia,  ovvero  in  qualche  vaso  par- 
ticolare, e  in  qualche  sorte  di  calice  fosse 
conservato  il  vino  tramutato  poi  nel  san- 
gue di  Gesù  Cristo.  Ouorio  Augustodu- 
nense,  in  Gemmae  Animat •,  o  libro  circa 
il  rito  antico  di  celebrar  la  messa,  nel 
cap.  89  affermò:  Che  gli  Apostoli  e  i  loro 
successori  in  quotidianis  vestibus,  et  li- 
gneis  Calicibus  missas  celebraverunt. 
Ciò  si  conferma  dal  racconto  di  Valfrido 
Strabone,  Dereb.  Eccles.y  ove  dice  che 
s.  Bonifacio  vescovo  e  glorioso  martire, 
interrogato  se  fosse  lecito  di  consagrare 
in  vasi  di  legno,  rispose:  Quondam  sa- 
cerdotes aurei  ligneis  Calicibus  uteban- 
turì  nunc  conlra  lignei  sacerdotes  aureis 
Calicibus  utuntur.  Che  fossero  di  legno 
ue'primi  due  secoli  della  Chiesa,  può  de- 
dursi  dal  decreto  di  s.  Zeferino  Papa  del 
2o3,  il  quale  come  si  legge  in  Anasta- 
sio Bibliotecario^èez*  constitutum,utPa- 
tenas  vitreas  ante  sacerdotes  in  Eccle- 
siam  ministri  portar ent  j  e  più  diffusa- 
mente il  Platina  nella  vita  di  tal  Ponte- 
fice dice  :  Ordinò  che  i  vasi  dove  si  con- 
sagra sull'altare  il  Sangue,  fossero  di  ve- 
tro e  non  di  legno  come  prima  si  costu- 
mava. Ma  fu  poi  questa  ordinazione  mu- 
tata, poiché  si  proibì  che  si  consacras- 
se in  legno,  per  la  sua  rarità  o  «pon- 
gosità,  colla  quale  si  assorbe  e  succhia  il 
Sangue,  né  in  vetro  per  la  sua  fragilità, 
né  in  metallo  pel  tristo  sapore  che  ne  con- 
cepiva; ma  vollero  che  si  facesse  questa 
consagrazione  in  vasi  solamente  d'oro  e 
d'argento  o  di  slagno,  come  si  vede  nel 
concilio  di  Tribur  (dell' 896)  e  in  quello 
di  Reinus  (dell'  8 1 3  ).  Aggiunge  il  Bouau- 


V  A  S 

ni  a  p.  108,  parlando  dello  stato  della 
Chiesa  ne' primi  3  secoli  in  cui  era  perse- 
guitata, che  i  calici  nel  i.°  secolo  delle 
persecuzioni  erano  di  vetro,  e  l'attesta 
Tertulliano  fiorilo  nel  seguente,  ed  il  Ba- 
ronio  afferma  che  durarono  sino  a  Carlo 
Magno,  cioè  al  principio  del  IX  secolo, 
poiché  nel  concilio  di  Reims  fu  proibito  il 
calice  di  vetro  pel  pericolo  di  rompersi. 
Per  la  miseria  dunque  in  cui  nelle  perse- 
cuzioni viveva  il  popolo  cristiano,  é  pro- 
babile che  i  sacerdoti  si  servissero  di  ca- 
lici di  vetro  e  non  di  metallo  prezioso. 
Indizio  di  quest'  uso  è  un  calice,  che  il  p. 
Bonanni  dice  conservarsi  nella  basilica 
Costantiniana  (intenderà  dire  la  Latera- 
nense,  ma  altre  basiliche  pure  ne  porta- 
rono il  nome,  siccome  fondate  da  Costan- 
tino 1:  nello  Stato  della  medesima  del 
1723,  tra  le  reliquie  leggo  registrato,  il 
calice  in  cui  beve  senza  nocumento  il  re- 
lenos.  Giovanni  Evangelista)  dì  ottone, 
e  si  ha  per  antica  tradizione  essere  slato 
adoperato  da  s.  Pietro;  come  un  allro 
nella  chiesa  di  s.  Anastasia  di  Roma  si 
venera  tra  le  reliquie  e  fatto  in  pietra,  il 
quale  parimente  si  dice  usato  dal  mede- 
simo principe  degli  Apostoli.  Allora  i 
Papi  erano  tanto  angustiati,  che  appena 
aveano  possibilità  colle  contribuzioni  de' 
fedeli  di  sopperire  alle  cose  comuni,  per- 
ciò non  potevano  provvedersi  di  vasi  pre- 
ziosi e  di  vesti  ricche,  attendendo  sola- 
mente alla  deceuza  propria  della  dignità. 
Tul involta  tornando  il  p.  Bonanni  al  suo 
argomento  dichiara,  che  se  ne' due  secoli 
in  cui  vissero  16  Papi  perseguitati  da'  ti- 
ranni, nascosti  nelle  catacombe,  privi  di 
sostenere  il  decoro  delle  chiese,  fossero 
adoperati  calici  di  legno  e  di  vetro,  non 
perciò  si  deve  dedurre  che  l'adoperassero 
gli  Apostoli  ne' primi  sagrifizi,  e  princi- 
palmente s.  Pietro;  come  pure  non  si 
prova  che  il  Sai  vatore,sebbene  amico  del- 
la povertà  e  che  si  degnò  distribuire  il 
pane  alle  turbe  sedendo  sul  fieno,  isti- 
tuisse il  Sagramento  in  vaso  di  legno  o 
di  vetro.  Poiché,  come  prudentemente 


V  AS 

avverti  il  p.  Haatino,  contro  PEcluen- 
se,  il  Salvatore  consagrò  in  un  Cenacolo 
grande  e  prestato  con  divina  provviden- 
za, ov'erano  tutti  gli  utensili  e  vasi  con- 
decenti al  luogo  e  alla  persona  da  cui  era 
posseduto,  onde  Cristo  si  servì  della  sup- 
pellettile che  vi  trovò;  che  perciò  doven- 
do istituire  un  sagramento  si  degno,  è 
probabile  che  scegliesse  qualche  tazza 
preziosa,  che  verosimilmente  vi  era.  E 
se  Dio  volle,  che  la  manna  si  custodisse 
in  arca  d'oro,  è  probabile,  come  figura  e 
presagio  del  sagramento  dell'  altare,  fos- 
se questo  istituito  in  vaso  egualmente 
prezioso.  Che  perciò  notò  l'Hauti  no  esse- 
re fallace  l'argomento  di  Gabriele  Biel, 
il  quale  scrivendo  sopra  il  canone  della 
messa  disse,  che  il  Salvatore,  il  quale  a- 
vevji  proibito  agli  Apostoli  il  possesso 
dell'  oro,  per  dare  esempio  non  doveva 
usare  calice  prezioso  d'oro  o  d'argento, 
e  forse  neppure  di  stagno;  poiché  quan- 
tunque il  Salvatore  fosse  amante  della 
povertà  nella  sua  persona,  ebbe  riguardo 
alla  grandezza  di  sì  venerabile  mistero, 
che  perciò  si  dichiara  credere,  che  il  vaso 
adoperato  da  Cristo  nel  Cenacolo  pre- 
stato fosse  prezioso.  Se  dunque  il  Salva- 
tore adoperò  vaso  prezioso  in  tal  funzio- 
ne, la  ragione  persuade  che  s.  Pietro  non 
mostrasse  minore  stima  e  venerazione 
nel  l'offri  re  il  medesimo  sagramento,  con 
adoperare  vaso  prezioso,  il  quale  costu- 
me fosse  poi  mantenuto  per  qualche  tem- 
po dagli  Apostoli  e  successori  nel  go- 
verno della  Chiesa,  alla  quale  le  contri- 
buzioni de' fedeli  poterono  dare  il  modo 
e  la  possibilità  per  mantenere  il  dovuto 
decoro  delle  sagre  funzioni.  Conferma  il 
suo  parere  il  p.  Hautino  dal  sapersi,  che 
anco  nel  principio  delie  persecuzioni  di- 
versi sagri  templi  aveano  la  suppellet- 
tile preziosa,  e  ne  sono  testimonio  i  te- 
sori, cioè  i  vasi  sagri,  custoditi  da  s.  Lo- 
renzo e  poi  dispensati  a' poveri  onde  non 
li  avesse  il  tiranno,  che  glieli  avea  do- 
mandati, il  quale  restato  deluso  lo  con- 
dannò ad  essere  arrostito,  ciò  che  notò 


V  A  S  1 69 

pure  s.  Agostino  nelP  Epìst.  i65.  Riflet- 
te inoltre  alle  lucerne  d'oro  che  arde- 
vano nelle  chiese  in  quel  tempo,  onde 
argomenta  che  molto  più  ciò  si  deve 
credere  de' vasi,  i  quali  servivano  per  la 
consagrazione  del  sangue  del  Redentore. 
Perciò  Prudenzio  disse  nel  suo  inno  nel 
IV  secolo  :  libare  in  auro  Antistiles,  ar- 
gentei sq  uè  scyphis  fumare  sacrimi  San- 
gttinem.  Ricavo  dal  libro  del  cardinale 
Wiseman,  Fabiola  o  la  Chiesa  delle  Ca- 
tacombe, diversa  però  da  Fabiola  Fedo- 
va  (V.),  che  nel  pontificato  di  s.  Marcel- 
lino,che  patì  fi  martirio  nel  3o4  nella  per- 
secuzione, il  triclinio  della  casa  di  s.  A- 
gnese  convertito  in  chiesa  avea  il  portico 
con  tavole  cariche  di  vasellame  d'oro  e 
d'argenlo,ed  anche  gioielli,  per  essere  di- 
stribuito in  parti  eguali  a'  poveri  il  valo- 
re loro.  Che  nella  funzione  fatta  dal  Pa- 
pa s.  Marcellino  nella  Catacomba  ,  della 
consagrazione  in  vergine  di  s.  Agnese  e  al- 
tre, tutto  all'intorno  erano  disposte  lam- 
pade d'argento  e  d'oro  di  gran  valore,  il 
cui  splendore  empieva  il  santuario  d'un 
nembo  luminoso  come  un'aureola;  e  che 
il  Papa  avea  il  bastone  pastorale  in  ma- 
no e  la  corona  sul  capo,  od  infida,  eh 'è 
stata  l'origine  della  Mitra.  Parlando  poi 
de'tesori  della  chiesa,  distribuiti  a'poveri 
da  s.  Lorenzo  nel  261,  dice  ch'erano  ric- 
chi vasi  d'argento,  lampade  e  candelabri 
d'oro,  incensieri,  calici  e  patene,  senza  par- 
lare d'un'immensa  quantità  d'argenti  fusi 
in  verghe,  che  furono  distribuiti  a' cie- 
chi, a'paralitici,  agl'indigenti.  Finalmen- 
te l'eminente  scrittore  ricorda  le  scatole 
d'oro  che  i  primitivi  cristiani  sospendeva- 
no sul  petto  sotto  le  vesti,  ed  ove  custo- 
divano il  pane  di  vita,  la  ss.  Eucaristia, 
celeste  alimento  delle  anime,  da  una  fe- 
sta all'  altra.  Quando  fa  esplorato  il  ci- 
mitero Vaticano  nel  i5ji9  si  trovarono 
nelle  tombe  due  piccole  scatole  d'oro,  di 
forma  quadrata,  con  un  anello  sopra  al 
coperchio.  Questi  antichissimi  vasi  sagri, 
il  Bottali  crede  fossero  impiegati  a  porta- 
re la  ss.  Eucaristia  sospesa  al  collo,  e  il 


7o 


V  AS 


Pellìccia  conferma  questo  fatto  con  diver- 
si argomenti.  I  fedeli  costumavano  por- 
tare tali  scatole  pendenti  dal  collo  ne'lun- 
ghi  Viaggi (V.);  ed  Alessandro  VI  l'usa- 
va ordinariamente,  come  rilevai  nel  voi. 
LI,  p.  128.  Del  resto,  di  qual  materia  fos- 
se tanto  il  vaso  adoperato  dal  Salvatore, 
quantoquello  che  usò  s.  Pietro,  è  cosa  in- 
certa. Alcuni  scrittori  spagnuoli  riferisco- 
no che  quello  di  Cristo  fosse  di  gemma; 
l'Enriquez,  e  il  Vittorelli  nell'addizioni  ad 
Emanuele  Sa,  dissero  ch'era  d'agata;  Die- 
go Morilla  affermò  che  fosse  di  calcedo- 
nia,  ed  i  medesimi  asseriscono  col  Barra- 
ci a  che  si  conserva  in  Valenza  di  Spagna. 
Il  Baronioe  Io  Scorzia  stimarono  dover- 
si credere  al  ven.  Reda,  il  quale  racconta: 
///  Plateatquae  MartyriumyetGolgotha 
conthiuai,exedra  est,  in  qua  Calix  Do- 
mini  scrimolo  reconditus,  per  operculi 
forameli  tangisolet,  et  oscular'^  qui  ar- 
genteus  Calix  hinc  inde  duas  habet  an- 
sulas,  sex  tarli  gallici  mensuram  capita 
In  quo  est  illa  spongia  Dominici  pò  tus 
ministra.  E  se  nel  tempio  di  Salomone 
si  riceveva  in  vasi  d'  oro  il  sangue  delle 
vittime,  con  quanta  maggiore  ragione  do- 
veasi  ricevere  il  sangue  dell'Agnello  divi- 
no in  vaso  non  meno  prezioso?  E  se  per 
torre  le  sordidezze  da'piedi  degli  Apostoli 
non  ancor  santificati  adoperò  il  Salvato- 
re una  conca  o  vaso  di  rame  o  bronzo, 
la  quale  trovò  nella  suppellettile  del  Ce- 
nacolo nobilmente  preparato,  quale  do- 
veva esser  il  vaso  per  depositarvi  il  suo 
preziosissimo  Sangue?  A  tuttociò  si  op- 
pongono Clemente  Alessandrino  e  s.  Gio- 
vanni Crisostomo,  fondandosi  sull'umiltà 
e  povertà  che  volle  professare  il  Reden- 
tore, col  riferito  dal  p.  Menochio,  Stuoret 
centuria  4  a>cap.  1 7:  Della  materia  e  for- 
ma del  Calice ,  del  quale  si  servi  Cristo 
nell'ultima  Cena.  Tutta  volta  il  p.  Bonan- 
ui  cita  il  p.  Menochio,  il  quale  fidato  nel 
racconto  di  Beda,  riporta  il  suo  asserto  sul 
calice  d'  argento  con  due  manichi  vene- 
rato io  Gerusalemme  da'pellegriui,  ed  os- 
serva ciò  non  pregiudicare  all'amore  a- 


V  A  S 

vuto  da  Cristo  per  la  povertà,  perchè  l'o- 
spite che  gli  prestò  il  Cenacolo,  fornì  que- 
sto con  tutti  i  vasi  e  utensili  occorrenti, 
onde  senza  detrimento  della  povertà  po- 
tè il  Salvatore  adoperare  il  vaso  prezioso, 
per  mostrare  il  decoro  e  la  venerazione 
dovuta  al  sublime  mistero.  Si  narra  final- 
mente da'ricordati,  che  delle  cose  servi- 
te nel  Cenacolo  al  Redentore,  colla  con- 
ca della  lavanda  si  formò  un  Crocefisso, 
collocato  nella  chiesa  di  s.  Gio.  Battista 
di  Rodi;  che  il  calino  si  conserva  iu  Ge- 
novai  ove  meglio  ne  parlai,  dicendolo  di 
tersissimo  vetro,  già  creduto  smeraldo  (in 
altri  articoli  dissi  ove  si  conservano  altre 
reliquie  relative,  come  nel  voi.  LX1I,  p. 
62;  e  nel  voi.  LXXXV,  p.  2 1 9,  dissi  che 
il  vaso  d'alabastro  con  unguento  prezio- 
so, col  quale  s.  Maria  Maddalena  unse  il 
Redentore,  fu  portato  in  Costantinopoli); 
la  tovaglia  della  mensa  fu  portata  nella 
chiesa  di  s.  Rocco  di  Lisbona,  già  de'ge- 
suiti;  il  coltello  venne  in  potere  della  chie- 
sa di  s.  Massimiano  vicinoa  Treveri,  for- 
se servito  ne!  dividere  1'  agnello  pasqua- 
le, poiché  il  pane  (di  forma  rotonda,  ed 
azzirnoossia  senza  lievito,  secondo  s.  Epi- 
fanio) fu  benedetto  e  poi  spezzato  colle 
mani,  come  dice  il  Vangelo.  Si  appren- 
de dalla  Storia  de'  Pontefici  di  Novaes. 
Papa  s.  Sisto  I  dell'annoi  32,  secondo  il 
libro  Pontificale  ,  determinò  che  i  sagri 
vasi,  cioè  calice  e  patena,  non  potessero 
toccarsi,  se  non  da' ministri  sagri.  Papa 
s.  Solerò  del  175  vietò  alle  sagre  vergini 
di  toccare  i  vasi  sagri,  e  d'incensar  nelle 
chiese,  ciò  che  meglio  si  attribuisce  a  Pa- 
pa s.  Gelasio  I.  Noterò  che  nella  benedi- 
zione delle  Vedove  (V.)%  ammesse  nel 
grado  delle  Diaconesse  (/'.),  nella  chie- 
sa greca,  secondo  il  p.  Morino,  il  vescovo 
usava  de'riti  simili  a  quelli  dell'ordiua- 
zione  de'diaconi,  e  oltre  la  Stola  al  col- 
lo, dava  loro  in  mano  il  calice  col  San- 
gue del  Signore.  De' vasi  sagri  della  chie- 
sa greca  e  loro  benedizione,  può  vedersi 
il  Renaudot,  Liturgiarum  Orientaliwn. 
Papa  s.  Urbano  I  del  226  fece  fare  di  ar- 


V  A  S 

genio  i  vasi  e  25  patene,  die  dovevano 
servire  pe'sagri  ministeri, onde  non  bene 
alcuni  deducono  il  principio  de*  calici  di 
argento.  Papa  s.  Cornelio  del  2^4  cele- 
brò un  concilio  in  Roma,  in  cui  scomuni- 
cò quelli  che  insegnavano  non  poter  la 
Chiesa  ammettere  e  perdonare  a'  caduti 
nella  persecuvione.  Si  chiamavano  cadu- 
ti o  Lassi  (V.)  que'  che  per  timore  de* 
tormenti  e  della  morte  ritornavanoal  pa- 
ganesimo, ed  aveano  differenti  nomi.Tu- 
rificati  dicevansi  que' che  aveano  offerto 
incenso  agl'idoli;  e  Traditori  (V.)  que' 
che  consegnavano  a'  pagani  i  vasi  sagri, 
gli  arredi  sagri  ed  i  libri  sagri  delle  chie- 
se. Pe'lassi  traditori  ebbe  origine  il  fune- 
sto scisma  de' Donatisti  (V.)  e  la  crude- 
lissima persecuzione  de'  Vandali(V.).  Pa- 
pa s.  Ponziano  del  2  33,  al  riferire  del  p. 
Bonanni,  fece  i  vasi  sagri  e  le  patene  tut- 
ti d'argento,  i  quali  vasi  si  tenevano  con 
molta  custodia  e  di  nascosto  per  cagione 
delle  persecuzioni, onde  furono  trovati  se- 
polti nella  grotta  ove  si  conservavano.  La 
persecuzione  era  tale  nel  286  sotto  l'im- 
peratore Diocleziano,  che  a  niun  cristia- 
no era  lecito  il  vendere  o  il  comprare,  se 
prima  non  incensava  alcuni  piccoli  idoli 
posti  ne*  luoghi  pubblici  de' Iranici  delle 
cose  necessarie  al  sostentamento.  Ad  al- 
trettanto erano  obbligati  persino  quelli 
che  volevano  macinare  il  grano,  o  pren- 
der l'acqua  per  bere.  I  vasi  sagri  consi- 
derati come  Benidi  Chiesa  (^.),  decretò 
il  concilio  d'Agde  del  5o6: 1  vescovi  non 
ponno  alienare  uè  le  case,  ne  gli  schiavi 
della  chiesa,  ne  i  vasi  sagri.  Se  però  il  bi- 
sogno, ovvero  l'utilità  della  chiesa  obbli- 
ga a  venderli  o  a  darli  in  usufrutto,  la  cau- 
sa dev'essere  esaminata  da  due  o  tre  ve- 
scovi, e  l'alienazione  autorizzata  colla  lo- 
ro soscrizione.  Però  se  la  necessità  lo  ri- 
chiede è  ragionevole  cosa  l'impiegare  le 
ricchezze  della  Chiesa  nel  sovveuire  i  po- 
veri, come  fece  l'  arcivescovo  s.  Ambro- 
gio, nello  spezzare  i  preziosi  vasi  sagri  di 
sua  chiesa  Milano,  cosa  praticata  anche 
da  s.  Agostino  vescovo  d'I ppona,  per  re- 


VAS  171 

dimere  gli  Schiavi  (V.).  1  Pnpi  più  vol- 
te venderono  gli  ornamenti  pontificali  ed 
i  vasi  sagri,  per  guerreggiare  la  Turchia 
(V.)t  a  difesa  del  cristianesimo.  Molti  ve- 
scovi e  cardinali  venderono  la  loro  pre- 
ziosa suppellettile  sagra,  per  accorrere  a- 
gli  urgenti  bisogni  de'loro  diocesani.  I  va- 
si sagri  come  gli  altri  Utensili  sagri  (V.) 
de'eardinali  che  muoiono  in  Roma,  si  de- 
volvono alla  Sagrestia  pontificia,  se  con 
breve  apostolico  non  furono  facoltizzati 
di  testare.  La  Chiesa  più  volte  vendette 
i  vasi  sagri  per  riscattare  gli  schiavi  cri- 
stiani, come  per  liberarci  prigionieri  pei* 
debiti  o  altro.  Teodulfo  abbate  Floria- 
ceuse,  a  cui  si  attribuisce  l'inno  Gloria, 
laus  et  honort  divenuto  vescovo  d'  Or- 
leans, scrisse  un'epistola  al  clero  di  sua 
diocesi,  al  quale  tra  le  altre  cose  gli  dis- 
se: Niun  prete  o  laico  abbia  ardire  d'a- 
doperare il  calice  o  la  patena,  o  altro  va- 
so sagro  ad  altro  uso;  imperocché  qua- 
lunque persona  beverà  nel  calice  con- 
sagralo ,  altro  che  il  Sangue  di  Cristo, 
e  si  servirà  della  patena  fuori  del  mini- 
siero  dell'  altare,  si  deve  spaventare  con 
l'esempio  di  Baldassare,  il  quale  per  a- 
vere  adoperato  i  vasi  del  Signore  in  uso 
comune,  perde  la  vita  e  il  regno.  Il  con- 
cilio di  Londra  del  1170  decretò,  che  non 
si  consagrerà  la  ss.  Eucaristia,  se  non  in 
un  calice  d'oro  o  d'  argento,  vietandosi 
quello  di  stagno.  Il  concilio  diTrento,sess. 
1  3,  col  canone  7  sentenziò.  »Se  alcuno  di- 
rà, che  non  è  permesso  conservare  l'Eu- 
caristia in  un  vaso  sagro,  ma  che  subito 
dopo  la  consagrazione  bisogna  necessa- 
mente  distribuirla  agli  astanti,  o  che  non 
è  permesso  di  portarla  con  onore  e  ri- 
spetto agl'infermi,  sia  anatema".  Ricavo 
dal  Ferrari.  Vasa  sacra  convertens  ad 
proprios  usiis,  vel  alienans,  officio  pri- 
vatur,  infamis  sit}  exeornmunicatur,  et 
tenetur  ad  restitulionem.Couc.To\el.  1 7, 
cap.  4-  Vasa  sacra,  vel  alia  ecclesiasti- 
ca judaeis  vendens,  est  in  poeni lentia  re" 
legandus,  etjudaei  ipsa  ementcs  conve- 
nientis  sunt  a  judice}  ci  ad  restitutioneni 


*7! 


V  A  S 


coriun  statini  compellendi.  Gregorius  I, 
I. 1 ,  Enìsl.  GG  apudParavicinum,7Jo/^tftt- 
llica  Sacror.  Canonum,verb.  Fasa,x\.° 
8.  1 1  conci  Ho  di  Bordeaux  del  1  583  fece  un 
regolaménto,  ordinando  che  i  vasi  sagri 
nuovi  non  ponno  ubarsi  nella  chiesa  ,  se 
prima  non  sono  slati  consagrati  o  bene- 
detti; e  Gregorio  XII 1  con  bolla  1'  appro- 
vò a'3  dicembre.  Prescrive  la  Chiesa,  che 
lesagresnppelletlili,  le  vesti, glroi  namen- 
ti,  i  (tanni  li  ni,  e  i  vasi  del  ministero  sia- 
no interi,  nitidi  e  mondi.  Avverte  1' ab. 
Diclich,  nel  Dizionario  sagroditurgico, 
all'articolo  Sacramenti.»  Questa  integri- 
tà e  questa  mondezza  viene  a  mancare 
De' vasi  sagii,  quando  per  diminuzione  o 
per  decolorazione  si  deformano;  ed  allo- 
ra si  dicono  profanali  e  sospesi  ipsojure, 
né  il  sacerdote  li  può  usare  nell'ammini- 
strazione de'  Sagramtnli  senza  peccato, 
secondo  1'  opinione  del  Gavanlo  e  di  al- 
tri autori".  Come  ne  Paramenti  sagri,  al- 
la primiera  semplicità  de' vasi  sagri,  suc- 
cesse la  loro  ricchezza  e  preziosità  per 
maggior  decoro  del  culto  divino,  forman- 
dosi d'oro,d'argento  e  gioiellali, oltre  quel- 
li indorali  o  inargentati,  e  talvolta  gli  o- 
reficj  e  argentieri  (de'  quali  nel  volume 
LXXX1V,  p.  i7o),coll'eccellenza  del  la- 
voro superarono  il  valore  della  materia, 
decorandoli  di  superbe  cesellature  con  a- 
naloghi  ornati,  Simboli (V.)  e  figure,  co- 
me del  Pastore [V.)  buono,  Gesù  Crislo, 
ne'CW/W.alqual  articolo  dissi  di  loro  dif- 
ferenti specie.  Appena  I'  imperatore  Co- 
stantino 1  donò  la  pace  alla  Chie>a  verso 
il  3  i  3,  con  accordare  a'crUtiani  il  libero 
esercizio  della  religione,  fabbricò  magni- 
ficamente in  Roma  e  in  altre  parti  più 
basiliche,  le  dotò  di  pingui  rendite,  e  le 
arricchì  di  sagri  donativi  ,  vasi  ed  ogni 
specie  di  suppellettili;  dice  l'annalista  Ri- 
naldi, che  il  gran  prezzo  de'  vasi  donali 
da  Costantino  I  alla  sola  Chiesa  romana, 
superò  il  valore  de'vasi  del  tempio  di  Ge- 
rusalemme. Afferma  il  medesimo,  che  an- 
co in  tempo  delle  persecuzioni  e  nelle 
grolle  i  Papi  adoperarono  vasi  d'argeu- 


V  A  S 

to,  ed  anche  lucerne  simili,  e  si  trovaro- 
no uegli  scavi  d'alcune  catacombe,  da' 
persecutori  murate  mentre  i  fedeli  vi  ce- 
lebravano 1'  ufficiatura  divina.  Anche  il 
Bonarroti  ue\Y  Osservazioni  de* vasi  anti- 
chi di  vetro,  asserisce  che  molte  chiese  e- 
rano  ricche  di  sagri  vasi  preziosi,  ne'tem- 
pi  eziandio  degl'imperatori  gentili,  i  qua- 
li poi  molti  santi  vescovi  venderono  per 
soslentamento  de*  poveri.  Prudenzio  as- 
serisce che  i  Papi  quindi  solevano  ollrire 
l'incruento  sagrifizio  con  vasi  d'oro  e  d'ar- 
gento. Arricchiti  i  Papi  dalla  pietà  de'fe- 
deli,  furono  generosi  di  splendidi  e  pre- 
ziosi doni  di  vasi,  ornamenti  e  altre  sup- 
pellettili sagre  alle  Chiese  di  Roma  (V.) 
e  ad  altri  Templi  cristiani,  il  che  narrai 
pure  in  altri  luoghi.  Osserva  Piazza  nel- 
Viride  sagra,  p.  272,  che  celebrando  il 
Papa,  i  sagri  vasi  erano  o  tutti  d'oro,  o 
tutti  indorati  ;  mentre  que'  de'  cardinali 
erano  intorno  listati  di  qualche  indora- 
tura, e  que'de'vescovi  di  puro  e  liscio  ar- 
gento. Ora  gli  utensili  sagri  che  adopera- 
no i  Papi,  tranne  il  calice  e  qualche  al- 
tro arredo  d'oro, sono  d'argento  dorato; 
molti  cardinali  e  un  numero  maggiore  di 
vescovi  usano  vasi  d*  argento  dorati,  e  gli 
altri  d'argento.  1  vasi  sagri  e  le  altre  sup- 
pellettili sagre,  in  uno  alle  sagre  vesti,  si 
custodiscono  nella  Sagrestia  (^.),  e  an- 
ticamente nel  Diaconieo  (V.J.N'è  custo- 
de il  Sagrestano  (F.),  ed  anticamente 

10  era  il  Vestarario.  De'  vasi  sagri  o'  è 
ministro  il  SiuJdiacono  (V.)t  perciò  por- 
la il  Manipolo  {F.), che  anticamente  era 
Un  panno  o  fazzoletto  per  pulirli  e  net- 
tai li,  e  c\\\dma\.o  Mappa,  Mappula,  Man- 
tile.  Ma  notai  nel  citato  articolo  Sud- 
diacono, non  potere  esso  toccare  i  vasi 
contenenti  i  divini  sagramenli,  bensì  i 
vacui.  Nella  messa  solenne  tenendosi  in- 
volta dal  suddiacono  la  patena  col  Pelo 
Umerale,    in   tali   articoli   ne    riparlai. 

11  manipolo  del  sacerdote  prima  nel- 
la forma  era  diverso  da  quello  del  sud- 
diacono, e  ricorda  quel  panno  col  quale 
si  asciugava  le  lagrime  di  compunzione 


V  A  S 

o  il  sudore  del  volto.  Incombe  all' Acco- 
lito (di  cui  riparlai  a  Suddiacono),  di  pre- 
parare i  vasi  sagri.  L'encomiato  ab.  Di- 
clich  riferisce  all'articolo:  Vasi  sagri.  A 
chi  spetta  il  toccarli? «A  nessuno, Fuori  del 
Sacerdote  e  del  Diacono  in  ordine,  è  per- 
messo  senza  grave  colpa  il  toccarli,  nel 
mentre  che  contengono  il  Corpo  e  il  San* 
guc  di  Gesù  Cristo:  così  il  Jus  (Non  opor- 
tet  26  etc.  Non  oporlet  3o,  dist.  2 1  ),  e  il 
Plaudano,  il  Layman,il  Suarez,il  Tambu- 
rino,il  Quarti  e  tanti  altri  riferiti  dal  Fer- 
rari nella  sua  B ih  Ho  theca  al  titolo  Vasa 
sacra,  n.°  8,  insegnano  lo  slesso,  contro 
l'opinione  dell'  Othovagia  e  del  Gobato, 
che  dicono  non  esser  colpa  mortale.  Que- 
sti vasi  sagri  poi,  cioè  il  Calice,  la  Pate- 
na, il  Ciborio  e  il  Corporale,  fuori  del 
sagrifìzio  ,  si  ponno  toccare  da'  chierici, 
ancorché  iniziati  alla  sola  1."  tonsura:  co- 
sì ritengono  i  sopraddetti  autori,  unita- 
mente allo  Sporer,  contro  il  Figli  ucci  e 
altri  che  ciò  negano  apertamente.  Ponno 
lecitamente  toccare  i  vasi  sagri  vuoti,  e- 
ziandio  in  sagrifìzio, gli  accoliti  che  ammi- 
nistrano, per  concessione  di  Martino  V, 
in  cap.  Non  HceatpetìLìh.  disi.  23.  Inol- 
tre ponno  toccare  liberamente  i  vasi  sa- 
gri, e  lavare  i  corporali,  tulli  i  religiosi  an- 
che laici  degli  ordini  mendicanti,  e  comu- 
nicanti ne'  loro  privilegi  ,  specialmente 
quelli  che  sono  deputati  al  servigio  delle 
messe  e  della  sagrestia,  e  ciò  per  un  e- 
spresso  privilegio  concesso  a'  minori  os- 
servanti da  Calisto  III  e  da  Sisto  IV,  co- 
me viene  riferito  dal  Casarub,  Privileg. 
Mendicantium.  1  laici  e  lefemmine, ezian- 
dio monache,  non  ponno  senza  necessità 
toccare  con  nuda  mano  i  vasi  sagrile  se- 
condo alcuni,  peccano  venialmente,  sem- 
pre che  però  ciò  si  faccia  per  disprezzo, 
perchè,  come  dicono  alcuni  altri  canoni- 
sti, i  canoni  che  ciò  proibiscono,  si  deb- 
bono intendere  de  Consilio,  e  per  mag- 
gior decenza,  e  non  sembra  che  conten- 
gano precetto  alcuno.  Se  poi  vi  sia  una 
qualche  causa  ragionevole,  in  nessuna  for- 
ma peccano  i  laici  e  le  donne,  come  rilen- 


VAS  i73 

gono  il  Quarti,  Commentar,  in  Rubricis 
M  issali s,  par.  2,  tit.i,  dub.  6,  vers.  Col- 
ligitur  quinto,  il  Layman,  il  Sanchez  e 
molli  altri.  Per  il  che  TEtn.°  Card.  Ja- 
copo Monico  patriarca  di  Venezia  sag- 
giamente nella  sua  costituzione  de'  1  6  feb- 
braio 1828,  art.  8,  ordina,  che:  Tutti  i 
laici  e  i  chierici  non  costituiti  in  ordine 
sagro,  che  avessero  avuto  la  permissio- 
ne di  toccare  i  vasi  e  veli  sagri,  ne  re' 
sleranno  privi;  e  bramando  di  riaverla, 
produrranno  a  questa  curia  patriarca- 
le un  attestato  del  proprio  parroco  che 
ne  provi  la  convenienza  ed  il  merito  del 
postulante.  Le  monache  poi  sagrestane 
ponno  lecitamente  toccare!  Calici  e  la- 
vare i  Corporali  e  i  Purificatori,  giac- 
ché vi  è  in  esse  la  sopra  addotta  causa 
ragionevole,  mentre  per  officio  debbono 
apparecchiare,  ministrare,  mutare  questi 
vasi  sagri,  il  che  far  non  ponno  senza  toc- 
carli; così  decise  il  Pasqualigo,  De  Sacri/, 
novae  Legis,  q.  83g,  n.°  9,  con  molti  al- 
tri; oltre  di  che  godono  anch'esse  de'pri- 
vilegi  propri  de'regolari  e  de'laici  regola- 
ri, come  abbiamo  veduto  di  sopra". 

VA  SS  A  LO,  Cardinale.  Innocenzo  II 
nel  1  i34o  1  1  35  lo  creò  cardinale  dia- 
cono di  s.  Eustachio,  diaconia  che  poi  per- 
mutò con  quella  di  s.  Maria  in  Aquiro.  Il 
Panvinio  opina  che  fu  creato  cardinale 
diacono  di  s.  Maria  in  Cosmedin  nel  1  1 3o 
ovvero  nel  1  1 33  ;  ma  Cardella  dubita  di 
tale  asserzione,  non  trovandosi  il  suo  no- 
me sottoscritto  nelle  bolle  con  tale  diaco- 
nia, o  almeno  se  l'ottenne  fu  per  brevissi- 
mo tempo,  seguendo  l'affermato  da  Cre- 
sci n»  beni  nella  Storia  di  s.  Maria  in  Co- 
smedin. Quesli*lo  dice  creato  nel  1 13£ 
diacono  di  s.  Maria  in  Cosmedin,  dalla 
quale  fece  passaggio  alla  diaconia  di  s. 
Maria  in  Aquiro,  e  finalmente  all'Altra 
dis.  Eustachio.  Si  crede  morto  neh  142 
circa. 

VASSALLI0VASELLI0VALLENS, 
Fortanerio  o  Fortunio  o  Sertorio,  Car- 
dinale. Della  diocesi  di  Chaors  nell'  A- 
quitania,  che  FOldoino  vuole  nato  nella 


i74  VAS 

Fiandra  francese,™!  Altri  inVallia  nell'In* 
ghilferra,  per  cui  Godwino  nel  Commen- 
tario de  prelati  e  cardinali  inglesi  a  p. 
701  scrive,  di  non  comprendere  il  moti- 
•vo  per  cui  questo  cardinale  sia  stato  detto 
Forlanerio  Vaselli  o Vassalli, mentre  il  suo 
genuino  nome  è  Ser torio  Fallens,con)e 
oriundo  di  Vallia  in  Inghilterra,  e  lo  ri- 
levai nel  riportare  il  novero  de'cardinali 
inglesi, nel  voi.  XXXI V,  p.  3o6;  ma  ciò 
\iene  assolutamente  impugnato  dal  dotto 
Baluzio,  nelle  note  alle  File  de*  Papi 
d'Avignone, 1. 1 ,  p.  g5i ,  confutando  con 
validi  argomenti  Godwino,  negando  il 
nome  di  Sertorio  e  la  nascita  inglese, 
laonde  errò  pure  Fabri  nelle  Memorie 
di  Ravenna,  che  lo  disse  guascone  o  in- 
glese. Professala  la  regola  de'minori  nel 
convento  di  Gordon,  si  avanzò  talmente 
in  Parigi  ne'  sagri  studi  ,  che  Giovanni 
XXII  neli322  ordinò  al  cancelliere  del- 
l'università di  Sorbona  di  conferirgli  il  ti- 
tolo di  dottore,  essendo  già  graduato  in 
teologia,cheavea  pubblicamente  insegna- 
ta in  Avignone  nel  convento  del  suo  ordi- 
ne. Benedetto  XII  neh  34o,  come  accen- 
nai nel  voi.  XXVI,  p.  92,  lo  fece  vicario 
apostolico  del  suo  ordine,  per  la  promo- 
zione del  generale  Oddone  al  patriarcato 
d'Antiochia  ;  quindi  nel  capitolo  generale 
tenutosi  in  Marsiglia  nel  1  343  ad  insi- 
nuazione di  Clemente  VI,  restò  eletto  mi- 
nistro generale,  mediante  il  breve  in  cui 
dichiarò  che  l'avrebbe  avuto  gradissimo. 
Nel  tempo  del  suo  generalato  die  l'abito 
religioso  di  s. Chiara  a  d.  Saucia  regina 
di  Sicilia,  Majorca  e  Gerusalemme,  ve- 
dova di  re  Roberto,  che  assuuto  il  nome 
di  Chiara  della  s.  Croce,visse  santamente 
per  6  mesi  nel  monastero  di  s.  Croce  di 
Napoli.  Dopo  aver  governalo  5  anni  il  suo 
ordine,  lo  stesso  Clemente  VI  nel  1 347 
lo  fece  arcivescovo  di  Ravenna, dovecon 
tutto  l'impegno  si  die  a  sostenere  contro 
i  ghibellini  il  partito  guelfo  seguace  del 
Papa,  che  neh  35 1  lo  trasferì  al  patriar- 
cato di  Grado,  secondo  Cordella,  lascian- 
dogli l'aiiHuinisUazioue  di  Ravenna.  In 


VAS 

ubbidienza  a*  pontificii  ordini,  fulminò 
sentenza  d'anatema  contro  Francesco  Or- 
delalìì  tiranno  di  Forlì,  e  contro  Giovan- 
ni e  Guglielmo  Manfredi  tiranni  di  Faen- 
za, oltre  la  crociata  promulgata  per  re- 
primerli. Alcuni  ricordati  da  Cardella  , 
aggiungono  che  Fortanerio  fu  pure  ve- 
scovo di  Marsiglia,  ma  altri  da  esso  pur 
citati  lo  negano.  Innocenzo  VI  neh  354 
lo  deputò,  insieme  a'  patriarchi  di  Co- 
stantinopoli e  d'  Aquileia,  per  coronare 
nella  chiesa  del  b.  Giovanni  di  Modoe- 
zia  l'imperatore  Carlo  IV  colla  corona 
ferrea,  abilitandoli  che  anco  uno  di  loro 
potesse  eseguire  il  solenne  rito,  in  caso 
che  si  rifiutasse  di  compierlo  Roberto  ar- 
civescovo di  Milano.  Nel  i355  lo  inca- 
ricò della  nunziatura  al  senato  veneto 
per  ristabilire  la  pace  tra  la  repubblica 
e  quella  di  Genova.  La  stima  e  il  pregio 
in  che  lo  teneva  il  Papa,  apparisce  dalle 
lettere  scritte  allora  al  doge  Andrea  Dan- 
dolo, dicendolo  soggetto  onorevole  nella 
chiesa  di  Dio,uomo  di  gran  virtù.eminen- 
te  per  iscienza,  di  specchiata  probità  di 
vita,  e  di  pari  saviezza  ornato, amicodel- 
la  pace  e  zelatore  della  concordia.  Dipoi 
tornò  nunzio  tra  le  repubbliche  nomina- 
te, per  riconciliarle  con  Pietro  IV  re  d'A- 
ragona, ed  avendo  colla  sua  prudenza  e 
saviezza  ottenuto  l'intento,  in  premio  pu- 
re delle  altre  gravi  fatiche  sostenute  per 
la  s.  Sede  ,  singolarmente  nelP  Emilia , 
Innocenzo  Vi  a*  17  settembre  i36i  in 
Avignone  lo  creò  cardinale  prete,  e  poco 
dopo  o  nel  principio  deh  362,  non  nel 
1 37 1  come  dice  Fabri,  morì  in  Padova 
d'epidemia  che  menava  guasto  per  tutta 
Italia,  con  sommo  dispiacere  del  Papa, 
che  gli  avea  scritto  alcune  lettere  perchè 
affrettasse  la  sua  andata  in  Avignone  a 
fine  di  ricevere  l'insegne  cardinalizie,  e 
fu  sepolto  nella  basilica  di  s.  Antonio. 
Questo  cardiuale,uomo  dottissimo  e  d'al- 
to merito,  commentò  pressoché  tutti  i 
libri  della  divina  Scrittura,  ed  alcuni  di 
s.  Agostino  della  Città  di  Dio,  non  che 
compose  quell'altre  opere  teologiche  che 


V  A  S 

sono  riportate  nella  Biblioteca  France- 
scana del  p.  Gio.  da  Salamanca,  avendo 
pure  composto  I1  ufficio  delle  Stimmate 
di  s.  Francesco. 

VASSALLO  o  VASSO,  Stipendia- 
rius,  Vectigalis,  Clìens,  Fidaci  arili  s} 
Vassallus.  Suddito,  soggetto  a  Repub- 
blica, o  a  Principe  o  a  Signore  (F.J.Que- 
sta  voce  si  usò  anche  in  significato  di  Ser- 
vo  da'  nostri  antichi  scrittori.  Dopo  l'i- 
stituzione de' Feudi,  si  intese  per  la  voce 
Vassallo,  colui  che  teneva  un  feudo  ri- 
levante da  un  altro  signore,  a  titolo  e 
coll'obbligo  di  omaggio  e  fedeltà.  Perciò 
ne'libri  del  diritto  feudale  comune  o  lon- 
gobardico, i  feudatari  sono  egualmente 
detti  fideles  e  vassallo*,  titoli  loro  pro- 
pri come  provenienti  dalla  fedeltà  che 
doveano  a'padroni.  Vassallaggio,  Lex 
Vectigalis,  Clientela,  è  la  servitù  dovu- 
ta dal  vassallo  al  signore.  Dice  Mura- 
tori nella  Dissertazione  xi>  essere  stato 
ancora  in  uso,  che  i  vassalli  de' re,  duchi, 
marchesi, conti,  vescovi,  abbati  ec,  aves- 
sero de' vassalli  minori,  che  perciò  erano 
appellali  Valvassores.  \\ Dizionario  del- 
la lingua  italiana  insegna  che  Varvas- 
soro  o  V  alvassoro3  Varvassore  o  Val- 
vassore, era  quel  signore,  che  ricevea  la 
giurisdizione  da'eonti,  da'vescovi,  e  da- 
gli abbati  vassalli  d'altro  signore.  V  in- 
vestivano delle  terre  con  sub-infeudazio- 
»i.  11  Borgia  nelle  Memorie  dì  Beneven- 
to, e  nella  Difesa  del  dominio  temporale 
della  Sede  apostolica  afferma,  che  si  ha 
da'libri  de'feudi  che  un  tempo  i  più.  no- 
bili tra'vassalli  erano  i  Duchi 3  i  Marche- 
si^ Conti ,i  Baroni ,gli  Arcivescovi,  i  Ve- 
scovi  e  gli  Abbati,  i  quali  direttamente 
riconoscevano  da'/ie  e  Imperatori,  e  pe' 
domimi  della  Sovranità  della  s.  Sede  da' 
Papi,  i  loro  feudi  e  le  loro  dignità  tempo- 
rali. Questi  poi  solevano  concedere  in 
feudo  castelli  o  altri  beni  a  cospicui  no- 
bili privati,  per  avere  alle  occorrenze  di- 
fesa e  il  loro  servigio  nella  guerra,  e  cor- 
teggio e  omaggio  nelle  pubbliche  e  ono- 
revoli comparse,  come  ne  Possessi  di  lo- 


VAS  175 

io  dignità.  A  questi  nobili  si  dava  il  no- 
me di  Valvassori  maggiori,  e  d'i  Capi- 
tando Castellani,  cioè  quando  non  go- 
devano il  titolo  di  duca,  ma rchese, conte, 
barone.  Similmente  poi  questi  nobili  sub- 
infeudavano corti  e  poderi  ad  altri  me- 
no nobili, per  avere  anch'eglino  de'segua- 
ci  e  aderenti  nelle  loro  bisogne.  E  que- 
st'ultimi venivano  distinti  col  nome  di 
Valvassori  minori,  ossia  di  Valvassini. 
Pare,  secondo  il  medesimo  Borgia,  che  i 
Valvassini  o  Valvassori  minimi,  pro- 
priamente fossero  quelli  che  tenevano 
sub-feudi  da'valvassori  minori.  A'feuda- 
tari  era  comune  il  nome  di  Milite  (F.), 
perciò  gli  slessi  feudi  si  appellarono  Ali- 
litiae.  I  Sovrani  (V.)  nel  Medio  evo  si 
feceroun  pregio, perdivozione  a  s.  Pietro 
e  per  ollenere  la  protezione  efficace  de* 
Papi  e  della  s.  Sede,  di  sottomettersi  e 
chiamarsi  loro  vassalli,  con  annuo  cen- 
so, omaggio  e  giuramento,  dichiarando  i 
loro  Stati  e  Regni  tributari  della  s.  Se- 
de (V.).  Il  medesimo  Borgia  nella  Breve 
istoria  del  dominio  temporale  della  s. 
Sede  spiega  le  parole  :  Ligiits  homo,  Li- 
gium  homagium,  pervassalloe  vassallag- 
gio. Queste  formole  sì  spesso  ripetute  ne' 
diplomi  dell'investiture,  ne' giuramenti, 
ec.  dimostrano  che  l'investito  era  vero 
vassallo  della  s.  Sede,  e  che  alla  medesi- 
ma prestava  vero  e  proprio  vassallaggio  j 
e  rinvestiture  date  dalla  s.  Sede  provano 
ad  evidenza  il  suo  sovrano  dominio  sulle 
medesime.E  proibito  agli  ecclesiastici  da- 
re ìnFeudo  (V.)  i  Beni  di  Chiesa,  senza 
il  Beneplacito  apostolico  (V.).  V Inve- 
stitura o  infeudazione,  è  il  concedere  do- 
minio o  in  feudo  a  colui  che  presta  giura- 
mento di  fedeltà  al  signore  dominante, 
di  quanto  è  a  lui  tenuto.  Si  conferiva  me- 
diante la  tradizione  delle  cose  e  di  sim- 
boli, che  nel  citato  e  relativi  articoli  ri- 
portai. 11  Tributo  (V.)  è  quel  censo  che 
si  somministra  o  paga  dal  vassallo  e  dal 
suddito.  1  Difensori  (V.)  o  avvocati  o 
visdomini  delle  terre  delle  chiese,  per  lo 
più  erano  vassalli  delle  medesime.  La 


176  VAS 

Regalia  (V.)  è  quel  diritlo  temporale  e- 
sercitato  da'sovrani,  di  dominio  e  giuris- 
dizione  temporali,  e  comprende  i  feudi  e 
perciò  i  vassalli.  Servo  (fr.)  è  colui  che 
serve  :  in  quell'articolo  ragionai  pure  de' 
liberti  e  delle  loro  varie  manumissioni, 
azione  colla  quale  si  rendeva  loro  la  li- 
bertà, non  meno  che  agli  Schiavi  (F.). 
Ke'due  articoli  parlai  delle  diverse  spe- 
cie di  servitù.  Il  eh.  cav.Betti  nell'Album 
di  Roma,  t.  21,  p.  227,  ci  die  l'erudito 
articolo:  Schiavitù  dell'antica  Roma. 
Giustamente  rimarca,  aver  dichiarato  il 
Diot  nell'egregia  opera:  Abolizione  del- 
la scliiavitu  i/i  occidente,  che  gli  storici, 
i  quali  descrivono  i  primi  tempi  di  Roma, 
non  fanno  menzione  degli  schiavi  sotto» 
re,  ne  sui  primordi  della  repubblica.  Gre- 
desi  dal  cav.  Betti  che  sia  caduto  in  fallo; 
imperocché  senza  ripetere  la  tradizione 
che  attribuì  a  re  Numa  o  a  re  Tulio  O- 
stilio  l'introduzione  de' saturnali  in  Ro- 
ma, i  quali  potevano  essere  una  festa  di 
puri  servi  o  famuli,  anziché  di  veri  schia- 
vi ;  e  neppure  riparlare  di  re  Servio  Tul- 
lio, che  al  dire  degli  storici  fu  figlio  d'u- 
na schiava  presa  a  Comico! i  nell'espu- 
gnazione di  quella  città,  perchè  Cicero- 
ne dice  semplicemente  che  Servio  nacque 
ex  serva  larquiniensi,  benché  Dionigi 
affermi  fondarsi  la  sua  opinione  sulla  fe- 
de d'autori  di  maggior  credito.  Certo  è 
però,  il  Betti  soggiunge,  che  la  gente 
Vilellia,  secondo  Livio,  o  Aquilia,  secon- 
do Dionigi,  avea  schiavile  che  uno  di 
essi  fu  quel  Vindicio  ,  il  quale  udendo 
nella  casa  o  degli  Aqnilii  o  de'  Vitellii 
trattarsi  d'  una  grande  congiura  contro 
la  nascente  repubblica,  corse  a  manife- 
stare la  cosa  a'consoli.  Schiavo  dunque 
fu  Vindicio,  a  rigor  di  termine;  poiché 
venue  poi  con  tutte  le  solennità  pubbli- 
che della  legge  restituito  da  Bruto  e  da' 
romani  alla  libertà  e  posto  nel  numero 
de'cittadini.  Chiaro  è  intorno  a  ciò  il  te- 
stimonio di  Livio,  che  riproduce.  Termi- 
na con  dire:  forse  un' altra  prova  della 
schiavitù  fra'romani  ne'priucipii  della  re- 


V  A  S 

pubblica  può  trarsi  da  ciò  che  dice  il 
grande  storico  nominato,  narrando  una 
scaramuccia  fra  le  genti  de'  consoli  Va- 
lerio Pubblicala  o  Poplicola  e  Lucrezio 
dall'una  parte,  e  quelle  di  Porsenna  dal- 
l'altra mosse  all'assedio  di  Roma.  Si  ap- 
prende da  Giulio  Cesare,  che  la  maggior 
parte  de'germani  vivevano  di  latte,  di  ca- 
cio e  di  carne;  che  presso  di  essi  niuno 
possedeva  terre,  né  limiti  che  fossero  loro 
propri,  per  cui  presso  que'popoli  non  po- 
tevano esservi  feudi.  Ma,  secondo  Tacito, 
ogni  principe  avea  una  truppa  d'uomini 
diesi  univano  a  lui  e  lo  seguivano  alla 
guerra;  e  chiama  segno  di  dignità  e  di 
possanza  l'essere  sempre  circondato  da 
una  folla  di  giovani  ch'erasi  scelto;  non 
che  ornamento  nella  pace  ,  e  baluardo 
nella  guerra.  Que'  giovani,  che  Tacito 
chiama  comites,  s' impegnavano  con  sa- 
gra promessa  a  difendere  il  loro  principe, 
che  in  quanto  a  lui  era  obbligato  a  som- 
ministrar loro  il  cavallo  di  battaglia  e 
il  terribile  dardo.  Il  pasto  poco  delicato, 
ma  copioso,  era  una  specie  di  stipendio, 
con  cui  il  principe  pagava  i  servigi  ch'e- 
rano a  lui  resi.  Per  tal  modo  presso  i  ger- 
mani non  eranvi  feudi,  perchè  i  principi 
non  aveano  terre  da  distribuire:  vi  era- 
no vassalli,  perchè  trova  va  osi  uomini  fe- 
deli che  con  santa  parola  s'impegnavano 
generosamente  nelle  guerre,  e  prestavano 
a  un  di  presso  lostesso  servizio,  come  po- 
scia si  fece  dopo  l'istituzione  del  feudali- 
smo. 11  sistema  feudale,  ch'ebbe  lodato- 
ri e  detrattori  egualmente,  per  le  pre- 
potenze ed  enormi  abusi  ch'esercitò,i  qua- 
li deplorai  e  riprovai  in  tanti  luoghi,  co- 
me l'obbrobrioso  che  con  pena  ricordai 
nel  voi.  LXXVII,  p.ig3,  similmente  a 
molte  altre  cose  più  cattive  che  buone  che 
ci  vennero,fu  un  sistema  portatoci  inltalia 
dagli  stranieri,  i  Longobardi  (^.).  An- 
che prima  della  istituzione  de'feudi,  vien 
fatta  menzione  de'  vassalli  del  re  e  degli 
altri  principi,  perchè  è  certo  eh'  essi  tro- 
va vansi  tra  il  numero  de  Famigliari  o 
Domestici  dell'imperatore  o  del  re, e  che 


V  AS 

erano  quelli  stéssi  che  chiamavano  Vassi 
regale  s  seu  Dominici.  Questi  vassalli  e- 
rano  persone  considerabili,  e  trova vansi 
immediatamente  nominati  dopo  i  conti. 
Venivano  compresi  sotto  quel  nome  tutti 
quelli  ch'erano  uniti  al  re  colla  religione 
del  giuramento.  Quando  essi  erano  ac- 
cusati di  qualche  delitto,  ed  obbligati  a 
purgarsi  col  giuramento,  avevano  il  pri- 
vilegio di  far  giurare  per  se  colui  che  tra 
di  essi  godeva  della  maggior  stima  e  che 
meritava  ampia  fede.  Qualche  volta  essi 
erano  mandati  nelle  provincie  per  assi- 
stere i  conti  nel  Tribunale  [V.)  che  al- 
zavano nell'amministrazione  della  giu- 
stizia e  de'pubblici  affari  ;  e  quando  i  vas- 
salli regi  recavansi  al  luogo  della  com- 
missione loro,  ricevevano  contribuzioni 
e  Tributi  al  pari  de'commissari  del  re, 
Missi  Dominici.  Il  principe  assegnava 
poi  loro  delle  terre  nelle  provincie, aftin- 
ché ne  godessero  a  titolo  di  Beneficio  ci- 
vile, /ure  beneficii,  e  siffatte  concessioni 
non  erano  se  non  in  vita,  ed  anco  amovi- 
bili. Questi  benefìzi  obbligavano  i  vas- 
salli non  solamente  ad  amministrare  qua- 
li Giudici  la  giustizia  ,  ma  anche  a  ri- 
scuotere a  nome  del  signore  i  Dazi  che 
ne  dipendevano  mediante  un  annuo  Li- 
vello. Dovevano  pure  un  servigio  di  Mi' 
lizia,  e  appunto  per  questo  nel  secolo  X 
ogni  possessore  di  feudo  lasciò  il  titolo 
di  Vassas  per  assumere  quello  di  Miles. 
Dissi  già ,  che  distinguevansi  due  specie 
di  vassalli,  i  maggiori  e  i  minori  e  deno- 
minati valvassore^.  I  principi  essendosi 
creati  de'vassalli  immediati  colla  conces- 
sione di  benefìzi  civili,  si  fecero  anche  de* 
vassalli  mediati,  permettendo  a'nobili  di 
crearsi  anch'essi  de'vassalli,  dal  che  de- 
rivarono le  sotto-infeudazioni,  i  feudi  di- 
pendenti da  altro  feudo,  i  vassalli  di- 
pendenti da  altro  vassallo.  Anzi  molti 
F escovi  (V.)  ed  Abbati,  che  godevano 
signoria  temporale  con  sovrana  giurisdi- 
zione, sebbene  vassalli  di  re  o  altri  prin- 
cipi, adessi  concessero l'infeudazione  del- 
le tene  o  castella  delle  loro  chiese  e  mo- 
voi.  LXXXVIU. 


VAS  177 

nasteri.  Perciò  ebbero  a  vassalli  re  e  al- 
tri potenti  principi,  ch'erano  tenuti  neJ 
loro  possessi,  massime  a'vescovi,  a  pre- 
star loro  omaggi  riverenti  e  anche  singo- 
lari, ricambiati  con  donativi,  anche  rile- 
vanti, come  narrai  descrivendo  i  vesco- 
vati che  riunirono  il  principato  tempo- 
rale. Quindi  moltissimi  vescovi  signori 
temporali,  tra'  loro  vassalli  più  nobili  e 
potenti  nominavano  il  gran  coppiere,  il 
gran  maresciallo,  il  gran  ciambellano, il 
gran  cacciatore,  il  gran  portiere,  ed  altri 
con  titoli  d'uffizi  onorifici;  Siffatti  vesco- 
vi con  signoria  temporale,  pontificando 
u&avanoSperonif  V.)  ealtre  insegne  prin- 
cipesche, ed  accanto  all'altare  pouevano 
la  Spada  (V.),  il  cimiero,  la  manopola, 
la  miccia  accesa  ec.  I  vassi  o  vassalli  mag- 
giori de're  e  imperatori,  ed  i  loro  feudi 
erano  sottoposti  solamente  e  immediata- 
mente alla  regia  e  imperiale  maestà,  né 
dipendevano  dalla  città  o  dal  suo  gover- 
no. Alcuni  hanno  distinto  il  Fasso  dai 
Vassallo, credendo  che  vasso  fosse  quello 
che  godeva  qualche  podere  jure  bene/I- 
ciario,  cioè  a  titolo  di  feudo  ;  ma  come 
ben  dice  il  Muratori  nella  rammentata 
Dissertazione  de' Vassi,  Vassalli,  Be- 
nefizi, Feudi,  Castellani  ec,  per  esser 
vasso  non  esigevasi  il  godimento  di  qual- 
che benefizio.  Osservarono  il  Du  Gange, 
il  Boxhornio  e  l'Eccardo,  che  Vassos  in 
linguaggio  cambrico  significò  famulus  e 
ministerj  quindi  parrebbe  che  il  voca- 
bolo di  vasso  fosse  dato  a  chiunque  ser- 
viva nelle  corti  regie  anche  senza  posse- 
dere benefizi.  Forse  talvolta  si  disse  vas- 
sallo colui  che  serviva  un  signore  infe- 
riore; però  in  un  capitolare  dell'823  sot- 
to Lodovico  I  il  Pio  >  sono  nominati  i 
Fassi  et  Vassalli  regis,  senza  alcuna 
distinzione,  il  che  farebbe  credere  che 
vassallo  fosse  lo  stesso  che  vasso.  Ma  ge- 
neralmente parlando  portavano  per  Io 
più  il  nome  di  vassalli  que'nobili  che  ser- 
vivano a'duchi,  marchesi,  conti,  vescovi 
ed  anche  abbati  per  lustro  della  loro  corte 
e  famiglia.  A  questi  tali  perlagione  della 
12 


i78  V  A  S 

corica,  o  pure  dopo  un  lungo  servizio  in 
ricompensasi  concedeva  il  godimentodi 
qualche  podere  con  titolo  di  benefìzio. 
Diventava  dunque  allora  vasso  o  vas- 
sallo chiunque  si  metteva,  come  oggi 
diciamo,  al  servizio  di  qualche   re  o  gran 
signore,  e  questo  chiama  vasi  commen- 
dare se  in  V  assaticum  ^  ma  senza  che 
per  questo  si  ottenesse  immediatamen- 
te un   benefìzio.    Quindi    molli   erano 
creati  vassi,  cioè  erano  ammessi  al  ser- 
vigio de*  conti  o  d'  altri  gran  signori  , 
senza  avere  ancora  conseguito  alcun  be- 
nefizio. Piicavasi  altresì  da  un  preceden- 
te capitolare  di  Carlo  Magno  dell'  812, 
che  Vassi  Dominici ,  cioè  regi,  avevano 
Fassallos  suos  casatosì  cioè  al  loro  ser- 
vizio delle  persone  civili  ed  onorate.  An- 
che i  vescovi  avevano  i  loro  vassi:  nel  si- 
nodo celebrato  nel  978  da  Gauslino  ve- 
scovo di  Padova,  nel  documento  pubbli- 
cato dal  Muratori,  si  trovano  sottoscritti 
alcuni  che  s'intitolano,  Vassi  ejusdem 
DomniGausliniEpiscopi.Dìftevema  dun- 
que vi  è  fia'vassi  o  vassalli  de'secoli  an- 
tichi eqùe'de'posteriori.Negli  ultimi  tem- 
pi e  prima  dell'abolizione  de'feudi,  uiuno 
veniva  costituito  vassallo,  se  non  a  tito- 
lo e  per  ragione  di  qualche  feudo  a  lui 
conceduto:  ma  anticamente  per  esser  tale 
altro  non  si  richiedeva  se  non  l'essere  am- 
messo al  servigio  del  re,  duca,  conte  ec. 
Quindi  appreudesi  dui  monaco  di  s.  Gal- 
lo, Z?e  Gest.  Caroli iKOb.i,cap.  22,  che 
l'essere  a  que'  tempi  Vasso  o  Vassallo 
altro  non  significava,  che  l'essere  al  ser- 
vigio di  qualche  regnante  o  signor  gran- 
de. Vigeva  però  la  consuetudine  di  con- 
ferire a  que' cortigiani  qualche  benefizio 
da  godere,  forse  solamente  durante  la  lo- 
ro vita.  E  per  solo  Vassalico  ,  ossia  ser- 
vigio, sembra  che  si  giurasse  fedeltà  al  si- 
gnore. Poiché  negli  Annali  de' Franchi, 
all'anno  757,  Tassilone  duca  Fidelità- 
tem  promisit  Regi  Pippinoy  sicul  Vassus 
etc.  Ed  all'anno  787:  Contristaius  Tas- 
silo venitper  scmelipsumt  tradens  se  ma- 
nibus  Domni  liegis  Caroli  in  Fassati- 


VAS 

cunij  et  reddens  Ducatum  sili  commi** 
sum  a  Donino  Pippino  Rcge.  Perciò  i  vas- 
si erano  appellati  Fedeli,  e  nel  linguag- 
gio delle  leggi  saliche  e  visigotiche  Leu- 
des,  perchè  giuravano  fedeltà  al  signore. 
Nel  lib.  4>  cap.  5  delle  leggi  visigotiche 
sono  osservabili  queste  parole  :  Quod  si 
inter  Leudes  quicumque  nec  Regiis  Be- 
neficiis  aliquid  consequutus.k.  questi  vas- 
si o  vassalli  furono  dati  de' poderi  in  feu- 
do non  solo,  ma  s'introdusse  anche  il  con- 
cedere con  questo  titolo  le  castella  ,  le 
marche  ed  i  ducali.  Così  all'esempio  de* 
re  anche  i  duchi,  marchesi,  conti,  vesco- 
vi, abbati  si  procacciavano  de' vassalli  col 
dare  ad  essi  in  feudo  terre  e  castella.  E- 
rano  poi  tenuti  i  vassalli  non  solo  a  mi- 
litare in  favore  del  loro  signore,  ma  an- 
che ad  assistere  ad  esso  per  onore  in  cer- 
ti tempi,  e  come  suol  dirsi  far  loro  la  cor- 
te, il  che  già  notai.  Si  legge  nella  vita  di 
Ugo  Capeto,  capo  della  3.a  stirpe  de're 
di  Francia.  Essendo  duca  di  Francia  e 
il  più  polente  signore  del  regno,  gli  fu 
conferita  la  corona  in  un'assemblea  tenu- 
ta a  Noyon  e  fu  consagrato  da  Adalberto 
arcivescovo  di  Reiois  a'3  luglio  987.  Ta- 
le assemblea  non  dovea  essere  numerosa  : 
dopo  il  trionfo  della  feudalità,  non  vi  po- 
tevano più  essere  adunanze  della  nazione, 
poiché  gli  uomini  liberi  erano  a  poco  a 
poco  caduti  in  servitù,  ed  i  nobili  di- 
pendevano, pe'loro  feudi,  da  alcuni  gran- 
di proprietari,  i  quali  soli  esercitavano  il 
potere  politico,  e  venivano  intitolati  vas- 
salli della  corona.  11  numero  de'  grandi 
vassalli  non  oltrepassava  allora  quello 
di  8,  cioè  :  il  duca  di  Guascogna,  il  duca 
d'  Aquitania,  il  conte  di  Tolosa,  il  du- 
ca di  Francia,  il  conte  di  Fiandra,  il  du- 
ca di  Borgogna,  il  conte  di  Champagne, 
e  il  duca  di  Normandia,  dal  quale  la 
Bretagna  a  quell'epoca  dipendeva  anco- 
ra. Tali  erano  i  signori  che  aveano  un 
interesse  reale  nella  scelta  del  mouarca, 
perchè  soli  trattavano  direttamente  con 
lui  :  gli  altri  francesi  non  erano  più  i  sud- 
diti del  re,  ma  gli  uomini  de'grandi  vas- 


V  AS 

salii  e  poco  pensavano  a  chi  sarebbe  of- 
ferta un*  autorità  reale  che  non  si  esten- 
deva più  (Ino  ad  essi.  I  grandi  vassalli  di 
Francia,  come  i  principi  liberi  dell'impe- 
ro eleggevano  P  impelatole,  sceglievano 
per  re  colui,  che  loro  non  lasciava  te- 
mere di  nessun  tentativo  contro  la  lo- 
ro indipendenza.  In  molti  documenti  del- 
la gran  contessa  Matilde  si  trovano  sot- 
toscritti i  suoi  nobili  vassalli  da  Uibianel- 
lo,  da  Daiso,  da  Palù,  da  Nonantola,  da 
Tignola,  da  Sa  vignano,  reggiani,  mode- 
nesi ec.  E  quando  Enrico  V  neh  i  16  ca- 
lò in  Italia  per  impadronirsi  dell'eredi- 
tà della  gran  conlessa,  tutti  i  vassalli  cor- 
sero a  fugli  corte.  Tanto  il  signore  do- 
minante che  possedeva  il  feudo  ,  quanto 
il  vassallo  che  lo  teneva  per  investitura, 
dissi  che  aveano  de'  reciproci  doveri  da 
compiere  P  uno  verso  l'altro;  il  signore 
doveva  protezione  al  suo  vassallo,  e  que- 
sti onore  e  fedeltà  al  suo  signore.  I  vas- 
salli si  chiamavano  altresì  parie  compa- 
gno, perchè  erano  eguali  in  ufficio:  non 
potevano  esser  giudicati  se  non  da' loro 
eguali,  come  si  osservò  in  Francia  verso 
i  pari  fioche  durò  la  paria,  in  qualità  di 
grandi  vassalli  della  corona.  Però  non  e- 
rano  d'  egual  rango  il  principe  diretto  ed 
il  vassallo  ,  uè  potevano  perciò  muoversi 
scambievolmente  la  guerra ,  e  decadere 
scambievolmente  da'rispettivi  diritti;  poi- 
che  il  vassallo  in  qualunque  giuramento 
che  preslava  al  suo  principe,  dal  quale  ri- 
conosceva un  2.0 feudo,  vi  dovea  mettere 
la  clausola  di  difenderlo  contro  chiunque, 
tranne  contro  il  padrone  diretto  del  i.° 
feudo.  Il  vassallo  perdeva  il  suo  feudo  per 
diverse  cagioni,  che  si  compendiano  così: 
quando  egli  pel  i.°  metteva  la  mano  sul 
suo  signore  ;  quando  non  lo  soccorreva 
nelle  guerre,  o  quando  s'  armava  contro 
di  lui,  accompagnato  da  altri  suoi  paren- 
ti; quando  finalmente  persisteva  in  qual- 
che usurpazione  sul  suo  signore,  e  negava 
di  riconoscerlo.  I  doveri  del  vassallo  si  ri- 
ducevano a  4  cose  precipuamente:  i.°  nel 
prestar  fedeltà  e  omaggio  al  suo  siguore 


VAS  i79 

dominante  in  ogni  mutazione  del  signo- 
re e  del  vassallo;  2.0  nel  pagare  i  diritti 
che  si  dovevano  al  signore  pe'cambiainen- 
li  di  vassallo,  come  il  quinto  pe'cambia- 
menti  per  vendita  o  per  altro  contralto 
equivalente  ec.  ;  3.°  nel  somministrare  al 
signore  la  ricognizione  e  numerazione  del 
suo  feudo  ;  4-°  finalmente  nel  comparire 
alle  udienze  del  signore  innanzi  a'suoi  uf- 
ficiali quando  fosse  citato  a  quest'efFetto.ll 
vassallo  doveva  prestar  fedeltà  e  omaggio 
in  persona,  ed  in  quest'atto  doveva  met- 
tere uu  ginocchio  a  terra, colla  testa  sco- 
perta, senza  spada  e  senza  speroni.  Il  giu- 
ramento dell'omaggio  ligio  importava  ne- 
cessariamente una  total  dipendenza  dal  si- 
gnore direi to,onde  non  se  gli  possa  muove- 
re guerra  senza  incorrere  nel  reato  di  fel- 
lonia e  decadere  dal  feudo.  II  cane  arislo- 
cralico  per  eccellenza  ,  da  tempo  imme- 
morabile, è  senza  dubbio  il  levriero.  Sul- 
le più  antiche  tombe  l'effigie  coricata  d'un 
alto  e  potente  siguore,  ha  quasi  sempre  il 
levriero  a'  piedi  siccome  emblema  della 
fedeltà  de'sUoi  vassalli,  o  di  quella  che  a- 
ve  va  égli  slesso  pel  re  suo  sovrano.1 1  simu- 
lacro del  Leone  (F~.)  che  si  vede  late- 
ralmente alla  porta  principale  de'  Tem- 
pli, ricorda  pure  che  tra  loro  sedeva  il  si- 
gnore feudale  a  rendere  giustizia.  Quan- 
to riguarda  i  vassalli  de'Papi  e  della  s.  Se- 
de, ne  trattai  negli  articoli  ricordali  in 
principio;  alcuni  corrispondevano  tenui 
Censi  e  Tributi  (J7,),  come  fece  Martino 
V  nell'inveslire  di  Bracciano  e  lago  Sa- 
batino (di  cui  riparlai  nel  voi.  LV1I1, 
p.  1 1 8  e  1 2 1  ),  e  in  vicariato,  nel  \  4 1 7  gli 
Orsini  per  un  triennio,  col  solo  censo  d'un 
avolloio.  Quaulo  alle  pontificie  provvi- 
denze repressive  de' vassalli  feudatari,  qui 
solo  ricorderò:  Pio  li  colla  bolla  Ad  reti- 
nendas,  de'28  gennaio  1 461,  Bull.  Boni. 
t.  3,part.  3,  p.  110:  Contra  homicidas, 
vel  de  homicidio  condannatosela  diffa- 
matosi ditioni  s.  Bomanae  Ecclesiae 
mediate.,  vel  immediate  subjeclos.  Paolo 
II  colla  bolla  Viros  sanguineo s,  de'  22 
settembre  1467,  loco  cit.,p.  120:  Con* 


i8o  V  A  S 

tra  vindtctam  transversalem  in  Urbe 
ejusqtie  districtu  sumentcs,  aut  Caval- 
cata.*;, seti  hominum  colicela*  facientes, 
brigososq.  et  eorum  f autor es.  Innocenzo 
Vili  colla  bolla  Licei  eai  de'  1 3  settem- 
bre 1 4^8,  loco  cit.,  p.  2  1 9  .*  Contea  exu- 
les,  et  bannitos  ab  Urbe,  minai  prò 
habenda  pace  ab  qffensis,  vel  eorum 
haeredibus,  inferenles,  eorumq.  min- 
cium  sciente r  desuper  afferentes.  Giu- 
lio II  colla  bolla  Quia  nìhil  est,  dell'  8 
novembre  i5o3,  loco  cit.,  p.  25g:  Coii' 
tra  Barones,  et  Conimwdtates  Status 
Ecclesiastici,  eorum  territoria  non  cu* 
stodientcs  a  bannitis,furibus,  et  aliis  de- 
linquentibus.  Il  medesimo  Papa  colla  bol- 
la Cum  homines,  de*27  novembre  1  5o3, 
loco  cit.,  p.  269  :  Co  atra  homicidas,  et 
alios  capitaliter  bannitos,  aut  sibi  jus 
dicentes,aut  Cavalcatala  facienles  etc, 
eorumque  receptatores,  etfautores.heo- 
ne  X  colla  bolla  Romani  Pontifici,  del 
i.°  settembre  i5 18,  loco  cit.,  p.  264: 
Contra  Barones,  et  Communitates  non 
custodientes  eorum  territoria  a  banni- 
tis,furis  etc.  Quindi  emanò  la  bolla  O- 
mnes  quidem,  de'2  3  gennaio  1 520,  loco 
cit.,  p.  472  :  Contra  homicidas,  banni- 
tos, etc.  Communitates,  et  Dominos  eos 
non  capiente?,  aut  auxiliantes,  faveti- 
tes,  et  receplantes  in  Statu  Ecclesia- 
stico. Clemente  VII  colla  bolla  In  San- 
età,  de'  12  giugno  \5i^,  Bull.  Rom. 
t.  4i  par.  1,  p.  44 ;  Approbalio,  et  ex- 
tensio  consti tutionum  Pii  II,  Pauli  II, 
S;xti  IV,  Julii  II,  et  Leonis  X,  contra 
homicidas,  bannitos,  sumentesque  vin- 
dictam  de  propinquis  offendentis,  nec 
non  brigosos,  etc.  Ac  Barones,  et  Com- 
munitates eorum  territoria  a  praedi- 
ctis  non  custodientes  in  Statu  Ecclesia- 
stico. Giulio  IH  colla  bolla  Cumcivita- 
tes,  de'  22  settembre  i5523  loco  cit.,  p, 
297  :  Contra  Franchitias  in  Urbe  re- 
tinentes,  et  Curiata  in  executione  ini- 
pedicntes,  cum  approbatione  Constitu- 
tionum  contra  bannitos,  etc.  editarum. 
Di  più  colla  bolla  Cumsicut,  del  i554, 


V  AS 

loco  cit.,  p.  3  1 2  :  Contra  honiteidas,  !>ri^ 
gosos,  ducllantes,  et  alia  gravia  erimi- 
ria  palranlcsi,  bannitosque,  et    eorum 
complice?,   receptatores,    et  fautores. 
La   Congregazione  cardinalizia  della 
s.   Consulta   (V.),  ripete  la   sua  primi- 
tiva origine  da  Paolo  IV  2  come  Tribu- 
nale di  Roma  (Vt)t  era  eziandio  tribu- 
nale di  ricorso  de'  vassalli  contro  i  ba- 
roni de'feudi,  dipendenti  dal  principato 
temporale  della  Chiesa  romana,  e  contro 
i  loro  ministri,  reprimendone  gli  arbitrii 
e  l'estorsioni.  Il  successore  Pio  IV  col  mo- 
to-proprio Quìa  nonsolum  ex  debito,  de* 
1  3  ottobre  i56o,  Bull.  Rom.  t.  4>  pai-  2, 
p.  49'  Vassallorum  obligationes  de  re- 
terò fiendae ,  prò  eorum  Domimi  Sedi 
Apostolicae  subjeclis,  nullae  erunt.  Et 
Domini  eorum  Vassallos  ab  obligatio- 
nibus  jamfictis  indemnes  r  elevar  e  ,  ci 
pecunias  solutas  infea  sex  menses  re- 
stituere  cogentur.  Indi  colla  bolla  In  e- 
riunenti,  de'6  gennaio  i56i,  loco  cit.,  p. 
66:  Confirmatio  Consti  tutionum  a  Pio 
II,  Paulo  II,  Sixto,  IV,  Julio  II,  Leo- 
ne X,  et  Clemente  VII,  editarum  con- 
tra homicidas,  et  bannitos,  eorumque 
fautores,  et   complices ,  ac    Dominos, 
Communitates  non  custodientes  eorum 
territoria  a  bannitis,furibus7elc.  Et  re- 
vbcatio  quarumeumq  ne facilitatimi  gra- 
tiandi  homicidas,  aut  cum  eis  compone  ti- 
di.  Col  breve  Etsi  cuncla,  de' io  aprile 
i562,  loco  cit.,  p.  1  1 1  :  De  homicidiis, 
aliisque  rei?  poenae  capitali?,  etc.  Colla 
bolla  Superna providenlia,  de'6  ottobre 
1 564,  e  moto-proprio  Continua  men- 
tati, loco  cit.,  p.  181  :  Cancellariae  eri- 
mina  les  Status  Ecclesiastici  ex  causa 
vera  onerosa  aliis  non  concessae,  Rev . 
Cam.  Ap.  iteratur  applicantur.  Et  sla- 
ttila prò   Cancellariis   praefiniuntur. 
Curii  privilegi orum  concessione.  Ac  The- 
saurarii  et  A.  C.  super  illis  et  eorum 
cau?is3  jurisdictione,  et  auetoritate.  Il 
successore  s.  Pio  V,  colla  bolla  Ex  su- 
pernae,  de' 3  luglio  i566,  da  lui   e   t\a 
2  j  cardinali  sottoscritta,  loco  cit.,  p. 29  >  ; 


V  A  S 

Innovalio,  et  amplialìo  Constitutionum 
a  Pont.  Praedecessorihus  adì  lanini  con- 
tro, homicidas,brigosos,vindictatn  tran- 
sversalem,  nut  hominum  collectom  fa- 
cienles,ftcinorososque  homines,  eor  unt- 
ane complice* ,  et  fautore  s  )  Communita- 
tes  quoque,  et  alios  eoruni  territorio  a 
praedicfis  non  custodie ntes  in  Stalli  Ec- 
clesiastico. Gregorio  XIII  colla  Lolla 
Tonta,  tamque  hor renda , dell' i  i  luglio 
i58o,  sottoscritta  da  lui  e  da'cardinali, 
Bull.  Boni,  t.4,  par.  3,  p.  45 1  :  Innova- 
lio  Consti tulio/inni  a  Praedecessorihus 
editoriali  contea  homicidas,  et  alios  ca- 
pita liler  bonnilos.  Et  majorem  pocna- 
rum  inflictio  in  corum  receptatores,  et 
auxiliontes,  Communilatesque  eos  non 
persequen tes ,et capiente s. Le  disposizioni 
di  Sisto  V ,  le  riportai  nel  suo  articolo  e  in 
quello  di  Velletri.  Clemente  VI  IIneh5c)2 
istituì  ìaCongregazione  cardinalizia  del 
Buon  Governo  (T7.),  tra  le  cui  attribu- 
zioni esercitò  quella  di  vegliare  sui  com- 
missari dc'baroui  feudali  e  vassalli  della 
s.  Sede,  a  vantaggio  de' sudditi.  Lo  stes- 
so Papa  nel  i  5c)6  istituì  la  Congregazio- 
ne cardinalizia  sopra  i  Baroni  dello 
stalo  ecclesiastico  (/r.) ,  per  ovviare  a' 
danni,  che  da  questi  ricevevano  i  loro 
vassalli,  a' quali  con  lunghe  liti  e  cavilli 
non  pagavano  i  debiti  che  con  essi  aveva- 
no. 1  lJapi  ebbero  diversi  sovrani,  duchi 
e  principi  per  loro  vassalli,  per  averli  in- 
ondati per  linea  mascolina  legittima,  di 
parte  de'dominii  temporali  della  Sovra- 
nità della  s.  Sede  (fr.)  ,  nel  quale  arti- 
colo dissi  ancora  della  loro  cessazione,  ed 
eziandio  di  quella  de'feudi  minori,  e  que- 
sta interamente  compita  pochi  anni  ad- 
dietro con  pubblico  vantaggio.  Le  pre- 
tensioni di  certi  baroni  nelle  chiese,  se 
non  godono  il  padronato,  non  sono  giu- 
ste, e  devouo  considerarsi  come  gli  altri 
fedeli,  ne'  luoghi  cioè  ove  sono  cessati  i 
diritti  feudali.  Perciò  non  competono  lo- 
ro nelle  chiese  quelle  distinzioni  che  al- 
cuni esigono.  Al  più  per  convenienza  può 
loro  dai  si  il  geuuilessoiio  distinto,  ma 


VAS  181 

senza  strato,  ne  cuscini.  La  congregazio- 
ne ceremouiale  nel  1701  proibì  lo  strato  o 
tappeto  e  i  cusciui  nelle  chiese,  tranne  pe' 
cardinali,  i  vescovi  ed  i  sovrani,  sotto  pena 
di  scomunica  ipso  facto,  e  dell'  interdet- 
to alla  chiesa  e  suoi  rettori.  Il  decreto  fu 
approvato  da  Clemente  XI  ùi  ottobre, 
e  si  legge  nel  Bull,  lìlagn.,  t.8,  p.  4^7, 
e  nel  Novaes,  Storia  di  Clemente  XI, 
§  4^.  La  Torre  (V.)  divenne  asilo  di 
prepotenza,  di  crudeltà  e  d'insidie,  an- 
che pe'trabocchetti,  pe 'feudatari:  ne  fu- 
rono trovate  eziandio  ne'  Palazzi  di  Ro- 
ma (F.).  QuestijCome  altri  baroni  feuda- 
tari, ebbero  contigue  torri;  e  fu  distin- 
tivo del  feudalismo  I*  avere  i  baroni  ne' 
loro  Feudi,  nel  palazzo  baronale,  grosse 
catene  per  la  berlina  de' delinquenti,  ed 
in  città  qual  segno  di  giurisdizione  e  di 
Franchigia.  Il  medio  evo  e  il  feudali- 
smo ammisero  il  Duello  (F.)  nella  bar- 
bara loro  ignoranza,  come  conseguenza 
delle  grossolane  credenze  del  tempo.  La 
ragione  del  più  forte  e  del  più  destro 
era  la  migliore.  Il  duello,  ossia  la  lotta 
fra  due  uomini,  viola  dapprima  la  legge 
di  Dio,  e  poi  le  leggi  sociali.  In  ogni  tempo 
è  stalo  condannato  della  religione,  dalla 
morale  e  dall'  ordine  pubblico  sì  bar- 
baro avanzo  del  feudalismo.  Il  ch.Reu- 
inont  nella  recente  sua  opera,  Della  di- 
plomazia italiana  dal  secolo  XIII  al 
XFIt  a  p.  211,  osserva  che  tutti  i  prin- 
cipi minori  nel  secolo  XVI  s*  affaccenda- 
rono per  ottenere  predicati,  ossia  Titoli 
d 'onore  (V.),  e  fra  questi  iRovereschi  du- 
chi CÌTJrbino,  i  Cibo-Malaspina  di  Mas- 
sa e  Carrara,  ed  altri.  Laonde  verso  la 
metà  del  secolo  XVII,  del  povero  titolo 
d'  Eccellenza  (V.)  non  si  contentavano 
se  nou  i  vassalli  de'prineipi  maggiori  e  i 
principi  romani.  Lo  scialacquo  de'  titoli 
fece  sì  che  alcuni  di  essi  perdessero  il  lo- 
ro valore  e  significato  primitivo.  A.  Ge- 
nova e  a  Firenze  v'hanno  de  (Marchesi  a 
dismisura  (come  altro  ve,  inuumei  abili  poi 
sono  i  titoli  di  conte  che  dispensarono,*' i 
duchi  di  Ferrara  adi  Urbino,  ed  altri 


,82  V  A  S 

vassalli  della  s.  Sede  a'Ioro  vassalli  minori 
e  con  subinfeudazioni);  eppure  quest'era 
un  titolo  che  ancora  nel  secolo  XV  con- 
veniva agli  Estensi  di  Ferrara,  a'Gonza- 
ghi  di  Mantova,  e  a'grandi  vassalli  del- 
la Chiesa  romana, che  possedettero  tem- 
poraneamente la  Marca  d'Ancona,  sic- 
come sotto  Eugenio  IV,  Francesco  Sfor- 
za poi  duca  di  Milano.  Dice  inoltre,  di 
tacere  del  titolo  di  conte,  che  a  quel  me- 
desimo tempo  spettava  a'signori  d*  Urbi" 
no  e  di  Monte  Feltro  (su  di  che  meglio 
è  vedersi  tali  articoli);  ed  osserva  pure, 
che  colla  dignità  di  Duca  e  di  Principe 
era  prima  congiunto  il  titolo  di  Eccel- 
lenza Illustrissima,  ma  tosto  si  attribui- 
rono quello  d' Altezza,  cogli  aggiunti  di 
Serenissima  e  di  Reale,  Sui  vassalli  e  sub 
le  servitù,  si  ponno  consultare  i  seguenti. 
Novari,  De  gravaminibus  vassallorum, 
G.  Aleandro,  Cornine ntarius in  legem  de 
Servitutìbus.  Bartolomeo  Cipolla ,  De 
Servitutibus,  Lugduni  1 552.TitoPopma, 
De  opcribus  servorum,  Odici na  Planti- 
niana  1608.  A.  Loon,  De  Manumissio- 
ne servorum  apud  romanos,  Ultrajecli 
|685.  M.  Piover,  Frammentimi  veterum 
leti  dejuris  spcciebus ,  et  de  Manumis- 
sionibus,  Lugduni  Balavoruni  1 789,  Gio- 
vanni de  Marinis,  De  feudis,  Neapoli 
i565.  Giuseppe  Cumi,  De  successione 
ftudaliunij  Catinae  i563.  Martino  de 
Caratis,  Lectura  in  opere  feudorum3l$a- 
.sileae  i564-  A.  Borrini,  Cavalcata  sive 
de  servitiis  vassallorum,  Augustae  Tau- 
rinorum  i5y5.  Amedeo  Ponte,  Quae- 
stioncsLaudimiales  ex  suo  tractalu feu- 
dali desumptat,  Augustae  Taurinorum 
1577.  Michele  Belli,  De  feudis,  llomae 
1 792.  Bartolomeo  Camerario,  Bepetitio 
legis  de  prohib.  feud.  alien,  per  fede. 
Romae  1 558.  Della  proclamata  riforma 
per  P  abolizione  della  servitù  ed  affran- 
camento de'contadini  servi,  abitanti  nel- 
le terre  de'  proprietari  nobili,  che  ora 
trattasi  d'eseguire  in  Russia,  ne  feci  cen- 
no a  Varsavia.  Nientemeno  riguarda  il 
rnovvediineulo  maguanimodi  migliorar 


V  A  S 
la  condizione  a  25  milioni  di  persone,  e 
di  restituir  loroi  diritti  dell'esistenza  ci- 
vile e  la  dignità  di  uomini,  di  cui  erano 
state  private.  Ne  sarà  felice  conseguenza 
1'  ammirazione  del  mondo,  le  benedizio- 
ni celesti  e  de'beneficati,  e  la  patria  pro- 
sperità, a  cui  è  intento  l'animo  benigno 
e  generoso  dell'iroperatoreAlessandro  II. 
Nel  1 855  fu  pubblicata  inFirenze:  Storia 
de  Municipii  Italiani  daG  regorioV II  a 
Carlo  E, di Paolo  Emiliano  Giudici  (il 
quale  nello  stesso  anno  e  nella  medesima 
città  pubblicò  la  suo  Storia  della  let- 
teratura italiana).  Ne  diede  ragguaglia 
la  Cronaca  di  Milano  del  1 855  a  p.  1 53. 
Riporterò  un  brano  relativo  al  discorso 
argomento,  con  alcune  dichiarazioni  mie 
fra  parentesi.  »  Fra  le  lotte  del  secolo  X 
il  popolo  acquistò  novella  esistenza.  Fino 
a  quel  punto  esso  era  composto  Partigia- 
ni (uniti  in  Università  artistiche}  senza 
nessuna  franchigia,  di  censitali,  che  la- 
vorando un  fondo  rispondevano  con  un 
certo  qua!  censo  e  con  servigi  personali 
al  loro  padrone,  e  di  co/o/?i  ch'erano  l'ul- 
timo grado  dell'umana  famiglia,  condan- 
nali all'assoluto  arbitrio  del  loro  signore, 
oggetti  di  commercio, cornei  giumenti  ed 
i  buoi, nati  coloni,obbIigati  a  non  procrear 
che  coloni,  (issi  al  campo  che  bagnavano 
del  loro  sudore,  senza  nemmeno  la  povera 
consolazione  di  cambiar  orizzonte.  Ma 
gl'imperatori,  accordando  feudi  e  privi- 
legi a'monasteri  eda'vescovi,  benché  non 
badassero  più  in  là  chea  crearsi  ile'fauto- 
ri  (può  aggiungersi  ,  come  apparisce  da' 
diplomi  di  donazione,  per  Suffragio  del- 
l'anime de'loro  parenti,  per  implorare  da 
Dio  il  perdono  de'loro  peccati)  contro  il 
loro  più  formidabile  nemico,  il  Papa  (per- 
chè questi  difendeva  le  sante  ragioni  del- 
la Chiesa  ,  ne  infrenava  la  prepotenza  e 
l'esorbitanze,  e  qual  padre  comune  pro- 
teggeva gli  oppressi),  involontariamente 
dilfondevano  intanto  in  Italia  una  gene- 
rale riforma.  Chi  abitava  sulle  terre  ili- 
pendenti  da'vescovi,  da  chiese,  ila  bailie, 
da  mouasteri  cessava  d'esser  colouo  per 


V  AS 

ili  ventai-  censitale;  giacche  la  schiavitù 
eia  incompatibile  col  Vangelo  e  colla  ino* 
rale  predicata  dal  monaco  e  dal  sacerdo- 
te. In  riconoscenza  questi  liberati  sorge- 
vano a  sostenere  i  liberatori,  rinforzando 
di  tal  modo  l'autori  là  del  sacerdozio.  I 
monarchi  vedeano  di  buon  occhio  que- 
st'iuualzaineuto  della  potenza  ecclesiasti- 
ca; onde  mano  mano  che  morivano  i  feu- 
datari secolari,  venivano  i  loro  benefizi 
trasfusi  in  autorità  ecclesiastiche  (per  pie 
e  benefiche  fondazioni,  nella  più  parte), 
e  ciò  per  due  solenni  interessi.  III.   d'a- 
ver favorevoli  nelle  diete  i  vescovi  che  vi 
teueano  i  primi  posti;  il  2.0  d'evitar  il  pe- 
ricolo che  i  feudi  in  mano  de'laici  diven- 
tassero inalienabile  eredità  di  famiglia,  o 
si  rendessero  così  sempre  più  minacciosi  a 
chi  già  stava  in  cima  del  potere,  lnfatto 
il  gigantesco  colosso  della  baronia  (ogui 
tribù,  presso  i  germaui  chiamava*!   Fa- 
re, e  i  loro  capi  Farones,  donde  Baro- 
ni)  ricintosi  di  vassalli  e  castelli  ,  aveva 
tentato  più  volte  di  salire  i  gradini  del  tro- 
no per  sbalzarne  quelli  che  già  vi  stavau 
seduti.  Bisognava  dunque  rompere  la  sca- 
la che  dava  accesso  a  quell'altezza.  Infat- 
ti non  andò  molto  che  i  conti  non  ebbero 
più  giurisdizioni  se   non  sulle  disunite 
masse  della  campagua  perciò  dette  con- 
tadìy  e  a'soli  vescovi  restò  il  dominio  sul- 
le masse  compatte  delle  città.  Fermi  que- 
sti vescovi  alle  loro  evangeliche  dottrine, 
fondevano  insieme  le  dilfereuze  sociali, 
finche  alla  dieta  di  Pavia  proclamarono 
1'  eguaglianza  tra  franchi ,  italiani  e  lon- 
gobardi, tutti  comparendo  sotto  il  titolo 
di  uomini  liberi  e  possessori.  Emancipa- 
to una  voltali  popolo  cominciò  ad  apprez- 
zar meglio  se  slesso,  a  immischiarsi  nelle 
questioni,  a  parteggiar  pel  Papa,  pel  so- 
vrano, pel  legittimo  vescovo  e  per  l'iu- 
truso  (negli  scismi,  il  più  delle  volle  pro- 
vocati dalla  potenza  laicale,  0  almeno  vi- 
rilmente sostenuti,  per  armeggiar  la  Chie- 
sa e  tentare  d'indebolirne  la  suprema  au- 
torità), giacché  lo  scompiglio  fra  la  s.  Se- 
de e  l'In) pero  iacea  spesso  che  in  una  uie- 


VAS  i83 

desi  ma  città  sedessero  allora  due  o  più 
vescovi  lottanti  Ira  loro.  Il  popolo  piglia- 
va gran  gusto  a  queste  lotte  (non  tutto, 
ed  i  saggi  e  buoni  deploravano  le  pubbli- 
che sciagure),  e  mal  sapendo  discernere 
qual  fosse  l'intruso,  quale  il  legittimo,  to- 
glieva rispello  ad  entrambi;  intanto  fra  il 
litigio  andava  guadagnando  sempre  più 
per  se  stesso  forza,  privilegi  e  diritti.  Co- 
sì prepara vansi   senza  fatica  quelle  lar- 
ghezze lauto  care  all'indole  viva  degl'  i- 
taliaui  e  alla  loro  marittima  posizione. 
La  quale  favorendo  il  commercio  traeva 
seco  tutte  quelle  libertà  senza  cui  il  traf- 
fico non  ha  vita  ,  e  venivano  così  d'  uà 
passo  l'arricchimento  delle  città  sull'  A- 
driatico  e  sul  Medi  ter  raueo,  e  le  istituzio- 
ni vaste,  libere  come  il  commercio  e  come 
il  mare.  Allora   Amalfi,  Salerno ,  Pisa, 
Livorno,  Venezia  copri vauo  di  veledaGi- 
bilterra  a' Dardanelli;  allora    traevano 
sulle  loro  navi  tutta  Europa  alla  Crocia' 
to(ue  riparlai  a  Turchia,  colle  conseguen- 
ze) in  oriente, donde  tornavano  poi  recati- 
do  tesori,  e  quel  che  vale  ancor  più  un 
ampio  corredo  di  cognizioni  e  una  più  no- 
bile slima  dell'uomo.  Là  iti  Palestina  s'e- 
rano trovati  nelle  stesse  file,  sotto  le  sles- 
se tende,  alle  stesse  sperauze ,  agli  stessi 
dolori  il  figlio  del  povero  con  quello  del 
principe,  il  proletario  col  barone,  e  così, 
fondendosi  l'umane  distinzioni,  le  fortui- 
te ambizioni  di  famiglia,  i  privilegi  ere- 
ditari del  sangue  cedevano  a  qualche  co- 
sa di  più  grande,  cedevano  alle  doti  indi- 
viduali dell'uomo.  Quel  nobile  amore  che 
sforzava  i  nostri  proavi  a  sagrificar  tutto 
per  la  patria,  a  difendersi  da'  nemici  che 
li  circondavano,  quelle  leggi   terrestri  e 
marittime  che  attestavano  una  sapienza 
acquistata  fra  l'imprese  inspirate  dalla 
gloria  più  che  dall'orale  tradizione  e  del- 
le cattedre, diedero  a  que'tempi  una  vita, 
nu  aspetto  che  rese  poi  sempre  più  dolo- 
rose le  successi  ve  sventure.  1  gentiluomini 
non  poleauo  veder  seuza  gelosia  questi 
plebei,  ignoti,  avviliti  fino  a  ieri,  oggi  di- 
venuti loro  pari;puie  tornando  inutili  t ut- 


i84  VAS 

te  leopposizioni,caddero  gli  sforzi  di  colo- 
ro che  chiedevano  dover  esser  considerati 
come  una  casta  privilegiata.  Divisa  allora 
l'Italia  iniostati,ciascunoavea  proprio  la 
costituzione  ,  e  comune  il  desiderio  della 
preponderanza. Modena  eReggio  ergevau: 
si  a  ducato  nel  i  1 20  per  opera  di  Folchi- 
no  d'Este.  Assoluta  indipendenza  s'acqui- 
starono i  marchesi  delMonferrato.Fin  dal 
io  16  Piemonte  e  Savoia  venivano  chia- 
mali a  governo  proprio  da  Bertoldo  da 
Moriana.  I  normanni,  ricevuto  da  Pupa 
Leone  IX (V.)  il  possesso  della  Puglia, del- 
la  Calabria,  della  Sicilia,  davano  adesse 
neli  1  3o  titolo  e  forma  di  regno.  Da  Gre- 
gorio VI1(V.)  lo  stalo  della  Chiesa  otte- 
neva quella  preponderanza  sutultaTlta- 
Jia,  che  accrescendo  la  propria  potenza 
innalzava  l'elemento  nazionale  sulle  basi 
ò'un  immenso  concetto  morale  (francati- 
dolaChiesadalloStaloe  rendendola  indi- 
pendente dall'  imperatore).  La  Toscana 
■vedeva  nelle  sue  città  di  Lucca,  Firenze  e 
Siena  3  cenili  di  potenza  terrestre  in  lot- 
ta continua  fra  loro,  ma  tutti  cospiranti 
alla  grandezza  ci'  Italia;  intanto  che  Pisa 
signoreggiava  col  suo  commercio  sul  Me- 
diterraneo e  mandava  non  meno  di  120 
navi  sotto  il  suo  vescovo  Daimberto  alia 
crociata.  Genova  con  tutte  le  città  delle 
Suerivierefalta  repubblica  popolare,  pre- 
se anch'  essa  parte  alla  spedizione  in  o- 
riente  e  tornò  ricca  di  spoglie,  che  accreb- 
pe  poi  colla  conquista  delle  Baleari  e  del- 
ia Sardegna.  Gran  monumento  di  repub- 
blica aristocratica  Venezia,  vantaggiatasi 
pure  delle  sue  imprese  in  Terra  Santa  e 
delle  sue  rivalità  con  Genova  e  con  Pisa, 
fatta  piti  superba  per  la  sua  singolare  po- 
sizione ,  sfidava  da  Rialto  tulli  i  popoli 
del  mondo  e  tenevasi  tributaria  l'Africa  e 
l'Asia.  La  sommissione  degl'  istrioti,  del- 
la Dalmazia  e  dell'Illirico  finì  di  rendere 
strapotente  questa  regina  de'mari.  Le  3 
repubbliche  di  Pisa,  Genova  e  Venezia, 
unite  dapprima  dal  comuue  interesse,  lì- 
mi uno  col  lacerarsi  per  reciproca  gelosia, 
ciascuna  cacando  superar  Tullia  in  uu- 


V  AS 
mero  di  navi,  in  estensione  di  traffico,  in 
acquisto  di  ricchezze  e  in  magnificenza  e 
splendore  di  monumenti.  Da  qui  venne- 
ro le  prime  fondazioni  di  quegli  edilìzi 
che  segnano  il  risorgimento  dell'  arti  in 
Italia,  quali  sono  il  s.  Marco  di  Venezia, 
i  palazzi  marmorei  di  Genova,  il  Campo- 
santo di  Pisa;  gran  prova  che  anco  dalle 
più  tristi  cause  ponuo  derivare  splen- 
didi effetti*.  Per  singolare  contrasto  mer- 
canti pisani,  genovesi,  veneziani  vivevano 
in  pieno  accordo  fra  loro  a  Pera  o  Galata 
in  un  medesimo  quartiere  a  Costantino- 
poli, e  senza  rivalità  solcavano  fraterna- 
mente l'onde  del  Bosforo,  si  trovavano  sui 
mercanti  dellTAsia,  contrattavano  co'cri- 
stiaui  della  Palestina.  A  malgrado  però 
dell'autonomia  che  ciascun  municipio  a- 
veva  acquistato,  l'impero  non  cessò  per 
qualche  tempo  d'aver  influenza  su  essi. 
Però  dopo  le  contese  fra  gli  Enrichi  di 
Germania  ed  i  Papi  (precipuamente  per 
propugnare  la  libertà  della  Chiesa,  e  per 
le  da  loro  condannate  Investiture  Eccle- 
siastiche), quest?influeuza  audò  poi  molto 
minorando.  I  Missi  Dominici,  che  a?tem  • 
pi  de'Carlovingi  erano  magistrali  ambu- 
lanti con  ampio  mandato  di  giudicare 
(alzar  Tribunale ,e  ne  riparlai  nel  voi. 
LXXX,  p.  129),  sospendere,  sentenziare, 
riprodurre  per  tutto  la  podestà  imperiale 
(ma  ue'dominii  della  s.  Sede  con  podestà 
delegata  da'Papi,  auzi  a  loro  istanza,  co- 
me ripetutamente  feci  avvertenza  ue'luo- 
ghi  relativi),  e  d'ogni  cosa  notevole  da- 
re relazione  al  capo  del  potere,  auche  que- 
sti messi  andarono  perdendo  vigore  ma- 
no mano  che  levavausi  in  autorità  loca- 
le i  vescovi,  i  conti,  i  marchesi.  Infine  riu- 
scirono una  vera  superfetazioue,a  cui  nes- 
suno più  badava,  tanto  maggiormente  do- 
po che  parve  obbligo  di  coscieuza  stac- 
carsi interamente  da'principi  scomunica- 
ti, come  per  una  certa  serie  di  tempi  fu- 
rono gl'imperatori  alemanni.  Ma  1  ma- 
gnali abolendo  il  potere  sovrano  insegna- 
rono ad  abolire  a  poco  a  poco  auche  il 
potere  sacerdotale  (nel  domiuio  tempora- 


V  A  S 
le)  e  a  dar  invece  autorità  sempre  mag- 
giore agii  scabini  o  tribuni  popolari  (poi 
sostituiti  da'  Podestà,  come  dissi  in  tale 
articolo,  dicendo  pure  de'capitani  del  po- 
polo, nel  quale  e  nel  voi.  LXXX,  p.  i  i3 
e  luoghi  ivi  ricordati,  parlai  degli  scabi- 
ili,  ministri  subalterni  dati  da  Cario  Ma- 
gno a' Conti,  secondo  Palleschi,  il  quale 
aggiunge, ch'eran  giudici  ini.*  istanza,  al 
dir  d'alcuni,  e  quali  assessori  de'couti  ne' 
Placiti  solenni,  ch'eleggevansi  perciò  dal 
popolo  ex  melioribus  ch'ibus,  come  pre- 
scrisse Lotario  I  nella  legge  48.  Il  Mari- 
ni, Saggio  del  Monteferclro,  a  p.  86,  di- 
ce che  gli  scabini  erano  congiudici  delle 
città  in  aiuto  de'duehi  e  confi,  e  veniva- 
no eletti  dal  popolo,  e  che  furono  intro- 
dotti da're  franchi:  doveano  intervenire 
in  numero  di  7  a'placiti,  ed  una  legge  di 
Callo  Magno  ingiunse  il  numero  di  12, 
sebbene  non  fu  con  rigore  osservala)  ,  i 
quali  non  aveano  fin  allora  che  rappre- 
sentala la  plebe  ne'consigli  del  monarca 
o  del  conte.  Cosi  senza  l'urto  distruttore 
delle  rivoluzioni  operavasi  quella  radica- 
le riforma  che  converse  il  sistema  feuda- 
le in  libertà  di  Munkipiì". 

VASSO.  V.  Vassallo. 

VASTAVILLANI  Filippo,  Cardino,- 
fc.Nato  nobilmente  ioBologua,  nipote  per 
canto  materno  di  Gregorio  XIII,  mentre 
col  grado  di  gonfaloniere  esercitava  la 
magistratura  di  sua  patria,  chiamato  dal 
Papa  in  Roma,  a'5  giugno  o  luglio  i5y4 
fu  crealo  cardinale  diacono  di  s.  Maria 
Nuova,  e  abbate  di  Nonanlola,  e  come 
tale  intervenne  al  concilio  provinciale  te- 
nuto in  Bologna  nel  i586  dal  cardinal 
Galeotto  arcivescovo  ;  dappoiché  avendo 
Gregorio  XIII  sollevato  Bologna  ad  ar- 
civescovato, tra  le  sulfraganee  gli  attri- 
buì Modena  e  Reggio,  mentre  l'abbazia 
sebbene eseute  era  nel  territorio  della  1/ 
11  cardinale  protestò  però  di  non  volere 
con  tale  alto  pregiudicare  all'  indipen- 
denza di  sua  chiesa,  immediatamente  sog- 
getta alla  s.  Sede.  Quindi  fu  deputato  nel 
1078  per  comporre  le  controversie  iu- 


V  A  S  i85 

sorte  tra  il  duca  di  Ferrara  Alfonso  II  e 
i  bolognesi  intorno  a'eonfini,  come  ese- 
guì con  piena  soddisfazione  d'entrambe 
le  parti.  Neil'  islesso  anno  fu  incaricato 
della  proteltoria  dell'ordine  Gerosolimi- 
tano e  de  minori  conventuali,  e  nel  1 58o 
di  quella  del  santuario  di  Loreto,  in  cui 
favore  colla  sua  sollecitudine  industrio-* 
sa  aumentò  notabilmente  le  reudite.  Es- 
sendo governatore  di  Ravenna,  o  meglio 
d'Ancoua,  di  cui  era  pure  prolettore,  per 
6  mesi  con  due  altri  cardinali  si  adope- 
rò a  rimettere  gli  esuli  dello  stato  eccle- 
siastico. Nel  1 584  collo  sborso  di  5o,ooo 
scudi  fece  acquisto  dell' eminente  carica 
di  camerlengo  di  s.  Chiesa,  la  quale  fun- 
se con  lode  di  giustizia  e  saviezza.  Si  tro- 
vò al  conclave  per  Sisto  V,  e  nel  colmo 
di  sue  fortune  un'acerba  mortelo  trasfe- 
rì in  un  momento  dal  tempo  all'eterni- 
la, in  Roma  nel  1087,  nella  robusta  età 
di  47  ani)'  »on  compiti.  Trasferito  il  ca- 
davere in  Bologna,  fu  collocato  nella  chie- 
sa di  s.  Francesco  avanti  i'  altare  mag- 
giore, con  semplice  e  breve  iscrizione. 

VASTO,  Fastus.  Città  vescovile  del 
regno  di  Napoli,  nella  provincia  deli'  A- 
bruzzo  Citeriore,  ne'limiti  dell'antico  ter- 
ritorio Frentano,  capoluogo  di  distretto, 
1  1  leghe  sud-est  distante  da  Chieti,  che 
altri  prolungano  817.  E  situala  sulla  si- 
nistra sponda  del  Calimela,  e  giace  sopra 
dolce,  salubre  e  amena  collina,  la  quale 
alle  sue  falde  sul  mare  Adriatico  è  riciu- 
ta  per  lunghissima  linea  dall'  oriente  in 
parte,  continuando  pel  settentrione,  da 
maestosa  scogliera,  che  in  più  punti  del 
giro  spezza  alquanto  lasciando  incantevo- 
li seni  su  uuda  spiaggia,  ed  uno  nel  pun- 
to chiamato  Lotta,  sito  forte  di  tulli  i  re- 
quisiti per  valido  porto  da  guerra.  Il  reale 
rescritto  de'  24  marzo  1 838  dispose  la 
formazione  d'un  porto  militare  lungo  il 
litorale  delle  limitrofe  provincie  di  Te- 
ramo e  di  Chieti.  Esaminala  la  costiera 
nel  1840,  fu  trovalo  il  detto  seno  Lotta, 
nella  contrada  Penna,  lenimenti  di  Va- 
sto, l'unico  alto  all'uopo.  E  di  figura  se- 


1 8G  V  A  S 

mi-elittica,  ed  ha  una  corda  o  asse  di  pal- 
mi i  3oo,  internandosi  per  palmi  700  ver- 
so terra.  Lungo  tale  corda  da  un  lido  al- 
l'altro  la  profondità  minore  che  lo  scan- 
daglio ha  dato  in  tempo  di  acqua  bassa, 
fu  di  piedi  parigini  20,  e  la  maggiore  di 
23,  nel  mezzo  del  seno  di  piedi  1 5,  ed  al- 
la distanza  di  soli  palmi  i5o  dalla  spiag- 
gia in  fondo  di  palmi  io.  Inoltre  3oo  pal- 
mi al  di  là  della  corda  la  profondità  è  di 
piedi  3o.  Nel  seno  scaturiscono  sorgive 
d'acque  dolci.  L'ingegnere  idraulico  Lui- 
gi Dau  nello  stesso  1 840  ne  pubblicò  col- 
le stampe  analoga  dotta  Memoria.  Ab- 
bondante è  la  pesca  che  si  fa  sulle  sue 
coste.  Le  sue  mura  sonoaperte  da  4  por- 
te, ed  è  assai  bene  fabbricata.  Questo  suo 
fabbricato,chesiallargaaldi  là  dell'antico 
recinto,è  regolare  nella  maggior  parte  del- 
la citlà:  fontane  interne  ed  esterne  l'arric- 
chiscono di  limpide  e  leggiere  acque  ;  ha 
una  piazza  assai  spaziosa  ornata  di  bella 
fonte.  11  palazzo  di  sua  altezza  serenissima 
marchese  d'Avalos  d'Aquino  d'Aragona 
è  il  più  grandioso  fabbricato,  formalo  con 
elegante  architettura.  L'  episcopio  gli  è 
secondo,  ed  in  esso  trovasi  un  gabinetto 
archeologico  comunale,conlenente  lapidi, 
monumenti  e  quanto  altro  d'  antico  si  è 
rinvenuto  in  Vasto  e  si  va  scavando,  il 
contenuto  del  quale  è  stampato  in  tavo- 
le finora  di  numero  xi,  con  descrizione, 
oltre  alla  storia  propria,  scritte  neli838 
dal  d.r  fisico  Luigi  Marchesana  Oltre  la 
cattedrale,  di  cui  poi  parlerò,  conta  8  chie- 
se, ed  una  delle  quali  si  vuole  eretta  so- 
pra le  rovine  d'un  antico  tempio  di  Ce- 
rere; ha  pure  5  cappelle  urbane  pubbli- 
che, e  molte  cappelle  rurali.  Nella  mae- 
stosa chiesa  di  s.  Maria  si  venerano  reli- 
quie insigni,  donatele  dal  marchese  del 
Vasto  d.  Ferdinando  d'Avalos,  che  l'eb- 
be da  Papa  Pio  IV,  fra  lequaliè  una  del- 
le ss.  Spine  della  Corona  imposta  al  Re- 
dentore nella  sua  passione,  luollre  possie- 
de i  corpi  de'ss.  Cesario  e  Teodoro  mar- 
tiri, ed  in  Un'urna  quello  di  s.  Fortunato. 
Questi  suoli  uou  souo  di  uouie  proprio, 


V  AS 

ma  di  nomi  imposti, che  volgarmente  di- 
consi  battezzati.  Nella  stessa  chiesa  è  se- 
pollo  d.  Ionico  d'Avalos,  il  cui  corpo  fu 
imbalsamato,  uno  degli  antichi  marchesi 
di  Vasto.  Prima  Vasto  contava  8  conventi 
di  vari  ordini  religiosi,  ed  un  monastero 
di  Clarisse.  I  minori  osservanti  riformati 
esistono  nel  convento  loro  ben  numeroso 
di  religiosi:  il  convento  de'tninimi  o  pao- 
lolti  si  chiuse  al  finire  del  passato  secolo; 
e  gli  altri  6  conventi  ai  principio  del  cor- 
rente furono  compresi  nella  fatale  sop- 
pressione generale.  Vi  sono  8  confrater- 
nite, l'ospedale  comunale,  il  monte  de'pe- 
gui  e  il  monte  frumeutario,  bello  e  nuo- 
vo teatro.  Oltre  le  scuole  pubbliche  pri- 
marie vi  sono  le  secondarie  con  3  catte- 
dre, e  quella  d'agronomia  teorico-prati- 
ca l' istallò  il  vastese  d.r  fisico  Francesco 
Romani,  il  cui  professore  s'istruì  nell'uni- 
versità di  Pisa,  con  5oo  ducati  annui  di 
dotazione;  né  manca  Vasto  di  biblioteca, 
di  bello  e  capace  camposanto,  di  varie 
fabbriche  di  cremor  di  tartaro,  ed  una  di 
cera.  L' attuale  popolazione  è  di  circa 
1  i,5oo  abitanti;  quella  dell'intera  dioce- 
si è  di  quasi  92,000  anime.  1  vastesi  han- 
no svelto  l' ingegno  ,  per  cui  si  vantano 
d'un  bel  numero  d'illustri.  Lucio  Vale- 
rio Pudente  fiorito  nel  II  secolo  di  nostra 
era,  di  1 3  anni  trovandosi  iti  Roma,  e  qui- 
vi celebrandosi  il  6.°  lustro  del  sagro  cer- 
tame di  Giove  Capitolino,  superati  i  com- 
petitori,fu  coronalo  poeta  sotto  l'impera- 
tore Traiano.  Il  municipio  d'  IsLonia  gli 
destinò  una  statua,  di  cui  rimane  la  sola 
testa,  e  ne  prova  il  fatlo  l'esistente  lapi- 
de. Da  Antonino  Pio  fu  quindi  crealo  cu- 
ratore della  repubblica  d'I  sernia.  Riccio 
Parma,  vastese,  nel  secolo  XVI  fu  tra' 1 3 
valorosi  italiani  che  a  Quarata  sostenne 
la  gloria  italiana  contro  i  francesi  nella 
famosa  disfida  di  Barletta.  Si  nominano 
quindi  ad  ouor  patrio,  il  conte  Trivelli, 
Caprioli,  Vili,  de  Renedictis,  Tiberi,  Do- 
menico e  Gabriele  Rossetti,  Nirico,  Bet- 
ti, Romani  ed  altri  non  pochi.  Il  genio  per 
la  pittura   disliugue  i  vastesi.  Il  lenito- 


V  A  S 

rio  è  fertile,  producenle  in  abbondanza 
eccellente  olio,  vino,  ed  erbaggi  princi- 
palmente. L'agricoltura  èbeti  intesa,  e  lo 
sai  a  maggiore  mediante  la  nuova  catte- 
dra agronoma.  Il  suo  commercio  per  ma- 
re è  considerevole;  potrebbe  esserlo  pure 
quello  di  terra  ,  mediante  strade  oppor- 
tune, essendo  il  suolo  quasi  tutto  piano. 
Quanto  a  granaglie,  Vasto  è  il  3.°  scari- 
catoio del  regno  nell'Adi  iatico, ed  ha  do- 
gana d'immissione  ossia  di  i."  classe.  Tie- 
ne fiera  dal  2  all'8  maggio  di  ciascun  an^ 
no.  L'odierna  città  di  Vasto  sorse  dalle 
rovine  di  quella  vescovile  d' Is tonia  (P.), 
come  sembra  apparire  da  un  diploma  di 
Papa  S.Gelasio  11  del  492.  Per  tale  e  altre 
sue  prerogative,  ne  ristabilì  il  vescovato  il 
Papa  Pio  IX,  ad  istanza  del  re  Ferdinan- 
do II,  e  per  le  preghiere  dell'odierno  mar- 
chese del  Vasto  sua  altezza  serenissima 
d.  Alfonso  d'  Avalos.  Pertanto  leggo  nel 
decreto  concistoriale  ,  Adeo  late  dioece- 
sanuih  Teatini,  de'20  maggioi853,che 
il  Papa  Pio  IX  dismembrò  dall'  areidio- 
cesi  di  Chieti  (V,)  la  città  di  Vasto,  l'e- 
resse in  vescovato,  e  la  cattedrale  dichia- 
rò concatledrale  della  metropolitana  di 
Chieti.  Per  la  vastità  dell'arcidiocesi,  che 
comprendeva  circa  90  oppida  e  20 fere 
pagus,  e  più  di  200  incolar uni  milita; 
per  l'incomodo  della  grave  distanza  della 
maggior  parte  delle  parrocchie  ,  e  della 
topografia  de'luoghi,  onde  si  rendeva  fa- 
ticosa e  difficile  l'  esecuzione  della  visita 
pastorale,  per  eliminare  questi  e  altri  ma- 
li e  per  promuovere  la  maggiore  utilità, 
massime  a  vantaggio  de'vastesi  situali  in 
un  luogo  quasi  remoto  alla  sede  metro- 
politana, ad  istanza  del  pio  Ferdinando 
li  re  del  regno  delle  due  Sicilie,  volle  e- 
rigere  in  Vasto  una  cattedrale  con  resi- 
denza d'altro  vicario  generale,  che  facol- 
tizzato  dall'arcivescovo  di  Chieti  potesse 
amministrarne  la  nuova  diocesi,  La  città 
di  Vasto  era  idonea  e  degna  d'essere  de- 
corala dell'insigne  onore  e  grado  di  città 
vescovile.  Avea  la  collegiata  di  s.  Giu- 
seppe parrocchiale  matrice,  l'edilizio  es- 


V  A  S  187 

sendo  solido,  restaurato  e  abbellito.  Avea 
il  capitolo  con  prebende  provvedute  di 
200  o  3oo  scudi,  era  fornita  degli  occor- 
renti utensili  e  suppellettili  sagre,  e  pos- 
sedeva rendite  per  stabilire  la  nuova  cu- 
ria e  cancelleria,  e  pel  mantenimento  del 
seminario  da  erigersi  secondo  il  prescritto 
dal  concilio  di  Trento;  avendo  pure  op- 
portuni e  convenienti  edifizi  per  l'abita- 
zione del  vescovo  e  sua  curia,  come  pu- 
re pel  seminario.  Laomle  il  Papa  formò 
la  diocesi  di  Vasto,  col  distretto  di  Vasto, 
il  quale  si  compone  della  città  di  Vasto, 
Monte  Odorisio,  Cupello,  s.  Salvo,  Gissi, 
Carpineto,  Guilini,  Scerni,  Atessa,  Tor- 
nareccio,  Casa  Languida,  s.  Buono,  Fre- 
sagrandinaria,  Furci,  Dogliola,  Lentella, 
Liscia,  Bomba,  Colle  di  Mezzo,  Pietrose!'- 
razzami,  Monte  ferrante  ,  Archi,  Pera  no, 
Montazzoli,  Palinoli,  Carunchio,Tnfillo, 
Paglieta,  Turino,  Cusalbordino,  Pollu- 
tri,  Villa  Alfonsina,  Pioccaspinal  veti,  Frai- 
ne. Eresse  il  Papa  la  collegiata  in  catte- 
drale, sede  del  vescovo,  alla  quale  con- 
cesse tutte  le  prerogative  proprie  del  gra- 
do; e  la  nuova  diocesi  di  Vasto  dichiarò 
sulfraganea  dell'arcivescovo  di  Chieti,  al 
cui  arcivescovo  prò  tempore  ne  assegnò 
il  governo  e  l'ordinaria  giurisdizione  spi- 
rituale, dichiarando  la  cattedrale  di  s.Giu- 
seppe  concattedrale  della  metropolitana 
di  Chieti,  onde  il  metropolitano  prendes- 
se il  titolo  d'  arcivescovo  di  Chieti  e  di 
vescovo  di  Fasto.  Per  residenza  del  ve- 
scovo, sua  curia  e  cancelleria,  e  per  luo- 
go del  seminario  diocesano,  assegnò  l'am- 
pio e  magnifico  edilìzio  dell'antico  colle- 
gio de'chierici  regolari  della  Madre  ili  Dio, 
perciò  soppresso  e  dal  municipio  as<egna- 
to  e  donato  ad  hoc  con  deliberazione  de* 
26  agosto  1 852,  approvata  dal  regio  go- 
verno, siccome  opportuno  agli  stabiliti  3 
usi;  il  municipio  obbligandosi  di  ridurlo 
a  decente  e  comodo  locale  ripartito  per 
l'episcopio,  curia  e  seminario.  Di  più  il 
municipio  assegnò  240  ducati  perla  cu- 
ria e  cancelleria  vescovile,  600  ducati  pel 
seminai  io,  cou  ipoteca  dc'iondi  sui  quali 


i88  VAS 

assegnò  tali  doti.  Il  capitolo  della  colle- 
giata il  Papa  l'eresse  in  capitolo  cattedra- 
le con  tutte  r  insegne  e  prerogative,  qual 
senato  vescovile,  e  lo  formò  di  4  dignità, 
per  i."  dichiarò  I'  arcidiacono,  la    2.a  il 
cantore,  la  3."  il  tesoriere,  la  4-a  l'arcipre- 
te^ cui  fu  affidata  la  cura  dell'anime  del- 
la parrocchia;  di  16  altri  canonici,  com- 
prese le  prebende  teologale  e  penitenzia- 
le, e  di  1  2  beneficiati  o  mansionari.  Col- 
in prebenda  dell'antico  priore  della  col- 
legiata istituì  e  formò  quella  del  teolo- 
go, e  con  quella  dell'anteriore  primice- 
rio della   stessa  collegiata  istituì  e  for- 
mò quella  del  penitenziere.  Per  le  pre- 
bende dell'  intero    capitolo    assegnò  le 
rendite  del'soppresso  collegiale.  Nel  resto 
il  Papa  ordinò  doversi  osservare  il  conte- 
nuto della  bolla  De  uliliori,  e  del  breve 
Impensa.  Dispose  quanto  occorre  all'uf- 
iìziatura  del  capitolo,  sulle  norme  degli 
altri  viciniori.  11  padronato  lo  concesse  a' 
re  delle  due  Sicilie  prò  tempore,  oltre  la 
nomina  e  presentazione  degli  arcivescovi 
di  Chicli  e  vescovi  di  Vasto  nelle  vacan- 
ze; dovendo  i  re  somministrar  l'occorren- 
te al  mantenimento  della  fabbrica  della 
cattedrale  e  suo  culto  divino.  Stabili  le 
precedenze  del  capitolo  della  metropolita- 
na di  diteli,  su  quello  della  cattedrale  di 
Vasto,  e  decretò  che  per  la  preminenza 
della  chiesa  di  Chicli,  in  tal  città  si  doves- 
se convocare  e  tenere  il  sinodo  diocesano. 
Dispose  che  nella  sede  vacante  ciascuno 
de*  duecapitoli  metropolitano  e  vescovile 
eleggessero  ciascuno  il  proprio  vicario  ca- 
pitolare. Conservò  la  mensa  dell'arci  ve- 
scovo di  Chieli,  eXcedunt  quatuor  mille 
(lucala  motietac  regni,  publicis  deductis 
oneribiis  ,  anche  qual   vescovo  ammini- 
stratore di  Vasto,  e  stabilì  per  tassa  ad 
ogni  nuovo  pastore  la  somma  di  5oo  fio- 
rini d'oro  di  camera,  registrala  ne*  libri 
della  camera  apostolica  e  del  sagro  colle- 
gio. Finalmente  esecutore  della  bolla   il 
Papa  delegò  il  nunzio  apostolico  di  Na- 
poli mg.1  Innocenzo  Fer rieri  arcivescovo 
ili  Sidu,  con  podestà  di  suddelegare  mg/ 


VAS 

Manzo  arcivescovo  di  Chieti  0  altra  per- 
sona in  ecclesiastica  autorità  costituita, 
colle  opportune  facoltà  di  procedere  ju- 
x  la  prae  finitimi  modum.  Tanto  in  breve 
ricavai  dal  decreto  concistoriale.  La  rela- 
tiva bolla  di  erezione,  Papa  Pio  IX  l'e- 
manò a'23  luglio  1 853,  e  si  pubblicò  in 
Vasto  a'i 4  giugno  1857.  La  sua  giurisdi- 
zione si  estende  ad  altri  33  e  più  paesi 
summentovati  del  suo  distretto;  vi  fu  i- 
stallato  il  proprio  vicario  generale,  e  fra 
poco  vi  sarà  aperto  nell'episcopio  il  semi- 
nario ecclesiastico  già  dotato  della  neces- 
saria rendita,  e  vi  si  stanno  eseguendo  i 
lavori  di  riduzione.  Ora  conviene,  innan- 
zi di  riferire  le  principali  notizie  civili  di 
Vasto,  di  riportare  la  serie  de'pastori  di 
Chieli,  ommessa  in  quell'articolo  prima 
che  adottassi  questo  metodo,  e  così  dire 
del  i.°  vescovo  di  Vasto  arcivescovo  di 
Chieti, 

De' vescovi  e  arcivescovi  dell'antichis- 
sima e  celebre  città  di  Chieli,  un  tempo 
ne'Marsi  e  capo  de'Marrucini  e  degli  A- 
brusii,  ed  ora  capoluogo  dell'Abruzzo  Ci- 
teriore di  qua  dal  fiume  Pescaia,  già  po- 
tente contea  ,  come  di  sue  notizie,  tratta 
i'Ughelli,  Italia  sacra,  t.  6,  p.  669,  esi- 
stendo la  tradizione  che  ricevesse  il  pre- 
zioso lume  della  fede  vivente  s.  Pietro 
principe  degli  Apostoli,  e  che  i  suoi  disce- 
poli vi  disseminarono  l'evaugelo  e  ne  or- 
dinarono il  vescovo.  Nelle  persecuzioni  vi 
sostennero  glorioso  ma  r  li  rio  t.  Giusto  pre- 
te, i  ss.  Florenzio  e  Felice  fratelli,  la  ver- 
gine s.  Giusta  e  altri  martiri;  il  loro  san- 
gue fu  fecondo  per  la  propagazione  del 
cristianesimo,  e  I'Ughelli  ne  produce  gli 
atti.  Il  i.°  vescovo  diesi  conosca  è  s.  Giu- 
stino cittadino  e  patrono  di  Chieli,  chia- 
ro per  miracoli,  pare  fiorito  verso  il  de- 
clinar del  HI  secolo.  Altri  s'ignorano  fi- 
no a  Quinto  che  nel  499  intervenne  al 
sinodo  romano.  Di  Barbato  si  fa  menzio- 
ne iiell*  Episi,  di  s.  Gregorio  1  del  594, 
per  la  quale  si  congettura  che  per  la  mor- 
te del  vescovo  d'Ortona  gli  affidò  la  visita 
di  tal  chiesa,  Verso  il  qual  tempo  s.  Ce- 


V  AS 

teo  detto  Pellegrino  vescovo  d'  Aterno, 
jiternuniy  illustre  città  de'marrùcini,  ri- 
portò la  palma  del   martii  io  con  essere 
gettato  nel  fiume  omonimo;  i  moderni  lo 
vogliono  vescovo  di  Chieti,  nella  cui  cat- 
tedrale si  venerano  le  reliquie;  altri  rife- 
rendo che  il  corpo  miracolosamente  da  tal 
fiume  portato  nell'Adriatico,  si  fermò  al- 
la spiaggia  di  Zara  e  nella  cattedrale  fu 
collocato.  Ma  s.  Ceteo  non  è  dipinto  tra' 
vescovi  e  arcivescovi  di  Chieti,  nella  serie 
espressa  nell'aula  dell'arciepiscopio.  Teo- 
dorico o  Teodoro  I,  il  quale  riparò  le  ro- 
vine prodotte  alla  cattedrale  da  Pipino 
re  d'Italia,  figlio  di  Carlo  Magno,  nel  com- 
battere i  longobardi,  quando  dopo  l'asse- 
dio mise  la  città  a  ferro  e  fuoco.  Alla  cat- 
tedrale di  s.  Giustino  eresse  la  canonica, 
edificò  le  chiese  di  s.  Salvatore  e  di  s.  A- 
gata,  e  l'ospedale;  e  nel  sinodo  celebrato 
nell'840  in  Chieti,  e  che  ricordai  nel  suo 
articolo  ,  riformò  la  vita  comune  de'  ca- 
nonici, a'quali  assegnò  la  canonica,  l'U- 
ghelli  pubblicandone  il  documento,  oltre 
gli  altri  cheaccenneròe  riguardanti  la  se- 
de e  pastori  teatini.  Lupo  l  nell'844  'n~ 
tervenne  alla  coronazione  che  Papa  Ser- 
gio II  fece  di  Lodovico  II  in  re  d'Italia. 
Pietro  I  sedeva  nelP  853,  in  tempo  del 
quale  l'arcidiacono  Orso  fu  al  sinodo  ro- 
mano di  s.  Leone  IV,  e  pare  ancora  che 
nel  suo  vescovato  l'impera  toreLodovico  li 
edificasse  il  celebre  monastero  di  Casaure 
presso  il  fiume  Pescara,  e  non  nell'  isola 
del  lago  Benaco  della  Peschiera  ,  come 
pretende  il  Piatii,  e  vi  pose  il  corpo,  o 
parte  di  esso,  di  s.  Clemente  I  a  lui  da- 
to da  Adriano  II;  abbazia  che  per  toglie- 
re le  frequenti  dispute  co' vescovi  di  Chie- 
ti, fu  dichiarata  esente  e  immediatamen- 
te soggetta  alla  s.  Sede.  Teodorico  o  Teo- 
doro II  dell'88o,Atinolfo  pare  che  fosse  al 
sinodo  di  Ravenna  del  904,  Rimo  inter- 
venne nel  962  alla  consagrazione  del  ce- 
lebre monastero  di  s.  Bartolomeo  di  Cai*- 
pinelo,  nella  diocesi  di  Penne,  la  cui  C/iro- 
nica è  nel  t.io,  p.  349  dell'Ughelli.  Nel 
965  Liudino  e  visse  nella  sede  43  anni; 


VAS  189 

gli  successe  Lupo  II  già  primicerio  della 
basilica  e  cattedrale  di  s.  Tommaso  apo- 
stolo. Nel  1049  viveva  Arnolfo,  ed  esisto- 
no di  lui  vari  documenti.  Durante  il  suo 
vescovato  accadde  lo  strepitoso  avveni- 
mento che  narrai  nella  biografia  di  Ste- 
fano IX detto  X,  fratello  di  GofFredo  III 
il  Barbuto  o  il  Secchio  duca  di  Lorena, 
marito  di  Beatrice  marchesana  di  Tosca- 
na (f7.)e  perciò  padrigno  della  gran  con- 
tessa Matilde. Stefano  da  cardinale,redu- 
ce  dalla  legazione  di  Costantinopoli ,  col 
cardinal  Umberto  di  Selva  Candida  e  Pie- 
tro arcivescovo  d' Amalfi,  portava  seco 
preziosi  regali  per  s.  Leone  IX,  per  la  ba- 
silica Vaticana,  e  per  lui  ossia  pel  mona- 
stero di  Monte  Cassi  no  y  di  cui  poi  diven- 
ne monaco  e  abbate;  e  passando  pel  ter- 
ritorio di  Chieti  fu  assalito  da  Trnsmon- 
do  conte  o  duca  della  città  e  spogliato 
de'bagagli  e  de'doni  imperiali,  e  lulti  fu- 
rono di  prepotenza  chiusi  in  carcere.  Di 
questo  iniquo  e  deplorabile  procedere  di 
Trasmondo  se  ne  disse  provocatore  En- 
rico III  imperatore,  nemico  acerrimo  di 
Goffredo  HI,  perchè  temeva  chea  questi 
il  cardinal  fratello  consegnasse  il  tesoro 
che  seco  avea,  onde  a  suo  danno  lo  col- 
legasse  coli' imperatore  greco.  Liberati  i 
legati  dulia  prigionia,  s.  Leone  IX  o  me- 
glio Vittore  li  scomunicò  il  duca  di  Chie- 
ti e  lo  costrinse  a  restituire  il  predato.  At- 
to o  A  Itone  I  de'conti  di  Marsi,  chiarissi- 
ino  vescovo,  nel  1  o56  fu  traslato  a  questa 
sede  da  quella  di  Marsi  da  Vittore  lì,  di 
che  si  congratulò  poi  Nicolò  II,  col  diplo- 
ma di  conferma  de'  beni  di  sua  chiesa  ; 
intervenne  al  suo  sinodo  nel  1059,  ed  a 
suo  tempo  alla  medesima  furono  falle  di- 
verse donazioni.  Mentre  governava  que- 
sta chiesa  in  A  terno,  ossia  Pescara  nella 
diocesi  di  Chieti  e  situala  alla  destra  spon- 
da del  fiume  del  suo  nome,  la  cui  sede 
vescovile  si  unì  poi  ad  Atri,  accadde  un 
insigne  e  memorabile  miracolo,  il  cui  do- 
cumento e  storia,  che  vuoisi  scritta  dal 
vescovo  medesimo,  riprodusse  Ughelli.  In 
Pescara  dunque,  venerandosi  l'immagine 


igo  VAS 

ilei  ss.  Crocefisso  scolpita  in  cera  sopra 
tavola  antica  di  legno,  gli  ebrei  dimo- 
ranti nella  stessa  città  per  obbrobrio  e 
derisione  empiamente  lo  forarono  con  a- 
glii  e  lancia,  ed  il  sangue  che  prodigiosa* 
mente  ne  uscì  fu  raccolto  in  un  vaso  di  ve- 
tro e  riposto  nella  cattedrale  alla  venera- 
zione de' fedeli,  all' ostensione  e  al  bacio 
de'medesimi,  dopo  essere  stalo  collocato 
nella  chiesa  di  s.  Salvatore.  A  memoria 
dell'avvenimento,  PiobertoGuiscardo du- 
ca di  Puglia,  ecousanguineodi  Trasmon- 
do conte  di  Glieli,  edificò  in  Palermo  una 
chiesa  sotto  il  titolo  di  s.  Gerusalemme  e 
l'ornò  di  nobili  musaici.  Nel  1078  fu  con- 
sagralo in  vescovo  da  s.GregorioVII,Teu- 
io  o  Celso;  e  nello  stesso  pontificato  gli 
successe  nel  1078  circa  Raiuulfo  o  Rai- 
mo, alla  cui  chiesa  fece  una  donazione  del 
castello  di  Sculcula  nella  valle  di  Pesca- 
ra, mentre  nel  1087  il  vescovo  venne  a 
concordia  coli'  abbate  del  celebre  mona- 
stero e  abbazia  benedettina  di  s.  Giovan- 
ni Battista  iu  Venere ,  nel  territorio  di 
Chieti,sulla  giurisdizionedel  Castro  Sco- 
ricosae,  con  atto  riportato  da  Ughelli,  in 
unoa'diplomi  imperiali  in  favore  della  ba- 
dia, e  di  que'privilegi  concessi  alla  chiesa 
ili  Glieli  da  diversi  signori  e  da  Urbano 
11.  Ruggero  Bursellec  sedeva  nel  1107, 
ed  iu  queslo  gli  successe  Guglielmo  1,  al 
quale  Pasquale  11  con  diploma  confermò 
le  donazioni  falte  a  Rainolfo  dal  conte 
Roberto  di  Lorelello  e  da  'Passione  suo 
fratello.  Morto  nel  1 1  17  Guglielmo,  nel 
seguente  trovasi  Andrea  1,  neh  1  18  Ge- 
rardo^! cui  tempo  Cono  e  Gisone  figli  di 
Roberto  donarono  al  vescovato  il  castello 
Orni  colle  sue  pertineuze,ed  altri  il  castel- 
lo di  s.  Giuliano  parimente  colle  sue  perii* 
nenze.Gerardo  nel  1  1  2  5per  uso  e  proprie- 
tà delia  sagrestia  e  biblioteca  di  sua  chiesa 
fece  copiare  de'sagti  codici,  fra 'quali  l'A- 
pocalisse di  s.  Giovanni  egli  Alti  apostoli- 
che li  dono  prò  salute  anìmae  meae  fieri 
praecipi,  ut  Deus  Omnipotens  precibus 
Beali  Thomae  apostoli,  atque  Juslini, 
et  aliorum  Sanclorimi  ,  qui  ili  requie* 


VAS 

scunt ,  ad  quorum  honorem  liber  iste 
scriplus  est,  indultor  meorum  delieto- 
rumpius  im'eniatur.  Si  quis  aulem  lume 
librimi  ab  Eeelcsia  sua  auferre  prue- 
sumpscril,  ex  parte  Dei,  et  s.  Mariae 
Virginis,  et  B.  Thomae  apostoli ,  *7- 
lum  anathematis  vinculo  subjaeere  ju- 
dicamus.  Me  itaque,  qui  hoc  fieri  prae- 
cepi,omnes,  qui  legerint  librum  istum  in 
mente  balere  cum  diari  tale  Dei  illos 
valde  rogo, et  precibus  nostrorum  San» 
dorimi,  et  eorum  digne  suscipiar  in  ae- 
terna labcrnacula  justorum.  Nel  11 25 
Alto  II,  il  quale  di  consenso  del  capitolo, 
per  gradimento  delle  donazioni  falte  da 
Alto  coutedi  Cailmulo  e  signore  di  Mou- 
te  Oderisio  alla  chiesa  teatina,  concesse 
al  preposito  di  s.  Nicola  di  Monte  Ode- 
risio alcuni  privilegi.  Nel  11 37  Rustico 
ch'ebbe  da  Guglielmo  conle  di  Lorelello, 
prò  salute  animae  suae etparentum  suo- 
rum  ,  la  conferma  delle  donazioni  fatte 
dall'avo  e  dal  padre.  A  Roberto  del  1  \^o 
successe  Alando  0  Alanno  o  Almando  che 
fioriva  nel  1  i5o,  indi  Audrea  II  dichia- 
rato da  Papa  Alessandro  111,  che  con  di- 
ploma del  1 1  78  presso  l'Ughelli,  da  lui  e 
dai 3  cardinali  sottoscritto,  confermò  al 
vescovo  e  successori  i  privilegi  della  chie- 
sa teatina  ,  e  li  prese  sotto  la  protezione 
della  s.  Sede,  in  uno  a'beui  e  giurisdizio- 
ni del  vescovato  che  enumerò.  Altro  pri- 
vilegio il  Papa  accordò  alla  badia  di  s. 
Giovanni  in  Venere.  Sotto  detto  vescovo 
furouo  edificale  le  chiese  de'  ss.  Pietro  e 
Paolo  in  Glieli  neh  168,  e  di  s.  Giovan- 
ni de  Furca  Rubolina  uel  1 1 72.  Dopo  di 
Pietro  II  deh  191,  fu  vescovo  nel  1  192 
Bartolomeo,  di  cui  più  memorie  esistouo, 
come  della  reintegrazione  di  Sculcula  per 
opera  dell'  imperatrice  Costanza  ,  delle 
possessioni  di  Pescara  con  diploma  di  Fe- 
derico II,  e  la  couferma  de'privilegi  me- 
diante bolla  d'innocenzollljdel  quale  l'U- 
ghelli riporta  pure  il  diploma  di  privile- 
gi pel  monastero  di  s.  Giovanni  iu  Vene- 
re, con  altri  ancora.  Il  benemerito  Bar- 
tolomeo uioiì  dopo  ih  22  7,  e  uel  segueu- 


V  A  S 

fé  n'era  successore  Ilainaldo,poichè  in  ta- 
le anno  anche  a  lui  Federico  11  confer- 
mò gl'imperiali  privilegi.  Gregorio  IX  nel 
1234  fece  vescovo  Gregorio  di  Poli  no- 
bilissimo. Nella  sede  vacatile  il  cardinal 
Capocci  legato  d'Innocenzo  IV  per  la  ri- 
cupera del  regno  di  Napoli  alla  s.  Sede, 
con  diploma  dato  in  Pescara  nel  i25i, 
dichiarò  Chicli  e  i  suoi  castelli  e  ville  e- 
senti  dal  militare  servizio,  confermando 
lutti  i  privilegi  concessi  alla  chiesa.  Nel 

1252  Innocenzo  IV  elesse  vescovo  Lan- 
dolfo napoletano,  e  per  sua  morte  nel 

1253  gli  successe  Alessandro  di  Capila 
cappellano  di  detto  Papa,  a  cui  il  capi- 
tolo Cavea  commendalo;  però  Innocenzo 
IV  ingiunse  al  comune  di  Chieti  di  resti- 
tuire al  vescovato  quanto  gli  avea  tolto,  e 
di  prestare  al  vescovo  il  giuramento  di 
fedeltà.  Papa  Alessandro  IV  vendicò i  be- 
ni tolti  alla  chiesa  teatina,  auche  da  Fe- 
derico II  e  suoi  fautori,  e  fece  altre  di- 
sposizioni. Morto  il  vescovo  nel  1262,  in 
fjuesto  Urbano  IV  confermò  l'elezioue  di 
M.  Nicola  de  Fossa  cisterciense  e  lo  con- 
sagrò, pio  e  dotto  pastore.  Nel  1264  Ur- 
bano IV  con  diploma  permise  che  l'ere- 
mo di  s.  Spirito  di  Maiella  della  diocesi  di 
Chieti,  si  unisse  all'ordine  di  s.  Benedetto, 
nel  quale  eremo  istituì  l'ordine  Celestino 
Pietro  da  Morrone,  poi  s.  Celestino  V, 
dopo  che  a  lui  lo  commise  il  vescovo  Ni- 
cola con  diploma  del  1264.  Indi  Grego- 
rio X  dichiarò  esente  dal  vescovo  il  mo- 
nastero di  Maiella  ;  di  che  conturbato  e 
irato  il  vescovo,  lo  placò  Pietro  coll'u- 
millàe  la  pazienza,  anzi  divenne  protet- 
tore del  suo  ordine.  Iddio  punì  il  vesco- 
vo con  mortale  malattia,  e  per  l'orazioni 
di  Pietro  fu  liberato  dalla  morte,  laonde 
nel  1274  concesse  privilegi  all'ordine  ce- 
lestino. Già  Nicola  nel  1266  col  cousenso 
del  capitolo  aveva  concesso  le  chiese  di  s. 
Martino  di  Palletoedi  s.  Giovanni  di  Are 
la  di  sua  diocesi  e  colle  pertinenze,  al 
monastero  de'  cistercieosi  di  s.  Vito  ,  di 
Pescara  diocesi  di  Penne,  il  che  confermò 
con  pontificio  diploma  Clemente  IV.  Di- 


V  A  9  191 

ce  PUghelli:  Ex  his  clicitur,  aliquando 
Epi  scopimi  Teatinum  dominimi  fui s  se 
Teatinae cwitatis  r adone  Demanii  suae 
Ecclesiaej  a  uomo  do  aulem  eodem  tem- 
pore fuerint  in  hac  ch'itale  Comites  dum 
Episcopi  domini  ejusdem  essent,  obscu» 
rum  mihi  est.  Ad  istanza  del  vescovo  Ni- 
cola, il  re  di  Sicilia  Carlo  I  nel  1273  com- 
mise al  giustiziere  di  Puglia,  di  fare  resti- 
tuire alla  chiesa  di  Chieti  i  beni  ad  essa 
occupali.  Nel  1 276  il  vescovo  co  n  suo  di- 
ploma in  Guardia  Grali  trasferì  nel  mo- 
nastero di  s.  Siro  di  sua  diocesi  i  france- 
scani. Morto  nel  1282,  il  capitolo  tosto  e- 
lesse  Tommaso  già  preposto  di  s.  Nicola 
di  Monte  Oderisio ,  ma  fu  solo  confer- 
mato nel  1286  da  Onorio  IV,  e  indi  nel 
1288  cousagrò  la  riedificata  chiesa  di  s. 
Agata;  poscia  nel  1292  concesse  a'  delti 
francescani  di  Guardia  il  cimiterio  di  s. 
Maria,  con  diploma  confermato  nel  1 367 
dal  celebre  legalo  cardinal  Aiboruoz.  Mo- 
rì Tommaso  ne!  pontificato  di  s.  Celesti- 
no V,  il  quale  con  sua  bolla  concesse  per- 
petue indulgenze  alla  cattedrale  teatina, 
e  nominò  vescovo  Francesco  de  A  udii  a 
arciprete  d'Ortona.che  non  essendo  con- 
sagrato fu  rivocato  da  Bonifacio  Vili, con 
regresso  all' arcipretato.  Il  dotto  Coleti 
commentatore  dell'Ughelli  registra  Gu- 
glielmo li  del  1292  01293,  sulla  fede  di 
Nicolino  in  Historiae  Teatinae.  Osserve- 
rò, che  s.  Celestino  V  eletto  neh  294,  nel- 
lo stesso  poi  emise  la  famosa  Rinunzia  del 
Po/?</)£c<2fo,efueletloBoni(àcioVl  II.  Que- 
sti nomiuò  vescovo  fr.  Kain aldo  romano 
domenicano  a  lui  caro ,  chiaro  per  dot- 
trina e  altro,  dichiarando  irrita  l'elezione 
del  suddetto  Francesco,  fatta  nel  1295. 
Perciò  anche  l'Ughelli  qui  cadde  in  aua- 
cronismo,  se  pure  non  è  fallo  numerico 
di  slampa,  liaiualdo  mirabile  nell'opere 
e  nell'eloquenza,  godè  il  favore  del  re  Car- 
lo 1 1,  da  cui  ottenne,»/  Unwersitates  Tea- 
tinae Civilatis  elìgere  possent  Judìcem 
annualcni  ad  bene,  ac  quiete  rempubli- 
cam  gubernandam,  e  il  diploma  regio  si 
legge  in  Ughelli.  Di  più  il  re  nel  1 296  per 


i9*  VAS 

l' istanze  del  vescovo  fece  restituire  nlla 
chiesa  di  Chieti  castra  Lactiniani,  Fur- 
cae,  RIontes  Sylvani,  Scocciosae,  Orni 
et  Scurculae,  e  gli  concesse  di  fare  ia  fie- 
ra nella  festa  di  s.  Lorenzo.  Nel  i3oo  il 
vescovo  con  solenne  rito  fece  pubblicare 
l'anno  santo  del  giubileo  promulgato  da 
Bonifacio  Vili,  di  che  pose  memoria  in 
versi  scolpiti  avanti  l'altare  maggiore  del- 
la cattedrale.  Nel  1 3o  i  sostenne  lite  in  fa- 
vore di  sua  chiesa,  contro  l'abbate  e  mo- 
nastero benedettino  di  s.  Clemente  di  Pe- 
scara ,  e  il  documento  si  può  leggere  in 
Ughelli.  Matteo  o  Mattia  arcidiacono  dro- 
cense  della  diocesi  di  Charlres  e  chierico 
di  camera,  eletto  dal  capitolo  teatino,  Bo- 
nifacio Vili  lo  confermò  nel  i  3o3,  morto 
in  curia  innanzi  la  consagrazione.  Pietro 
III  vescovo  Molhonense,  nello  stesso  an- 
no fu  traslato  a  Chieti,  ornato  di  tutte  le 
virtù,  e  neh  309  con  facoltà  pontificie  di- 
spensò le  monache  ci  slercie  usi  di  s.  Maria 
Maddalena  di  Chieti  di  mangiare  la  car- 
ne, e  loro  concesse  indulgenze:  queste  fu- 
rono pure  accordate  ad  altra  chiesa  della 
città  dal  vicario  del  Papa  ,  da  Pietro  ,  e 
da' vescovi  di  Palermo  e  d'Aquila.  Inter- 
venne al  concilio  generale  di  Vienna  nel 
1 3 12. Ebbe  questioni  coll'a rei  prete  d'O  l'- 
Iona, che  ricusava  l'ubbidienza;  e  ricorso 
alla  regina  Sancia,  reintegrò  la  sua  chiesa 
del  caslellodi  Lasliniano.  Visitando  la  dio- 
cesi fu  imprigionato  da'ladroni,  e  per  ri- 
cuperare la  libertà  giurò  di  redimersi  con 
somma  che  avrebbe  pagato  poi.  Tornato 
alla  sede,  fu  dispensato  dal  Papa  dal  giu- 
ramento estorto jCome  impotente  di  adem- 
pii lo,  ed  i  ladroni  furono  costretti  a  dar- 
gli soddisfazione.  Sotto  di  lui  si  edificaro- 
no le  chiese  nel  casale  di  s.  Vittoria,  e  di 
s.  Maria  fuori  di  porta  Pescara.  Mori  in 
Alissa,  nella  diocesi,  nel  1  320.  Il  capitolo 
elesse  per  compromesso  fr.  Guglielmo  de 
Gigniaco  de'minori,  che  si  recò  ad  Avi- 
gnone per  la  conferma  ,  ma  negata  da 
Giovanni  XXII  rinunziò,  e  il  Papa  nel 
i32i  trasferì  da  Alba  a  Chieti  il  france- 
se fr.  Raimondo  de  Mulaco  di  Marsiglia, 


VA  S 
aneli 'egli  de'minori,  però  non  capisco  co- 
me T  Ughelli  lo  chiami  Ray  mundi  ger- 
manwnfratrem  G  ut Ilei munì ,  i  cognomi 
essendo  diversi.  Per  l'esimia  sua  virlùdi- 
venne  intimo  consigliere  di  Carlo  duca  di 
Calabria  e  di  re  Roberto,  dui  quale  otten- 
ne la  conferma  di  tutti  i  privilegi  di  sua 
chiesa.  Compose  le  vertenze  coll'arcipre- 
te  d'Ortona  e  co'  baroni  di  sua  chiesa,  per 
decoro  e  utile  della  medesima.  Fece  un 
esalto  inventario  de'beni  e  de' diritti  di 
sua  chiesa,  in  un  libro  che  intitolò  Tlie- 
saurum.  Ma  per  amore  verso  i  suoi  con- 
sanguinei concesse  senza  il  beneplacito  a- 
postolico,neli324,  i  castelli  di  Orni  e  di 
Lasliniano  a  due  suoi  nipoti,  onde  acre- 
mente fu  rimproverato  dal  Papa,  obbli- 
gato a  restituirli  alla  chiesa,  e  nel  i326 
fu  traslato  ad  A  versa.  In  tal  anno  Giovan- 
ni XXII  gli  sostituì  Giovanni  Crispano  de 
Rocca  nobile  napoletano,  canonico  di  sua 
chiesa  e  uditore  del  palazzo  apostolico, 
d'osni  cenere  di  virtù  ed  erudizione  orna- 
lo,  dotto  giureconsulto,  perciò  celebra- 
tissimo.  Fu  sollecito  di  ricuperare  i  beni 
alienati,  tutti  i  privilegi  di  sua  chiesa  riu- 
nì in  un  volume  e  fece  confermare  dal  re 
Roberto,  a  cui  era  caro  per  le  sue  virtù. 
Nel  i328  scrisse  al  Papa  contro  gli  ereti- 
ci fraticelli,  li  condannò  e  disperse.  Fu  a- 
cerrimo  sostenitore  dell'immunità  eccle- 
siastica, corresse  i  costumi  del  clero  e  lo 
ridusse  al  dovere.  Il  monastero  detto  Ca- 
stri Praetoriì,  l'unì  al  suddetto  di  s.  Ma- 
ria Maddalena,  a  cui  donò  de'beni,  e  vi 
unì  pure  quello  di  Paterno.  Vacala  la  se- 
de, il  capitolo  si  divise  in  due  pai  liti  ed  e- 
lesse  ciascuno  un  vescovo.  Benedetto  XII, 
ch'erasi  riservata  la  provvisione,dichiarò 
irrito  il  procedere  de'canonici,  ed  a'  10 
maggio  1 336  da  Marsi  vi  trasferì  l'egre- 
gio Pietro  Ferri  nobile  di  Piperno  ,  già 
vescovo  anche  d'Anagni;  ma  morì  in  A- 
vignone  a'  18  novembre,  e  ivi  restò  tu- 
mulato. Il  Papa  che  tulta volta  avea  con- 
ferito la  sede  dr  Marsi  a  lommaso  Cipria- 
ni  teatino,  siccome  eletto  dalla  parte  più 
sana  e  più  numerosa  del  capitolo,  a'2  di- 


V  A  S 

cembre  dello  stesso  1 3  36  nomino  vesco- 
vo di  Chieti  Beltraniino  Paravicini  mila- 
nese, cantore  di  Bordeaux,  ed  a  lui  ben 
accetto  per  le  preclare  sue  virtù.  L'inviò 
nunzio  a  Pietro  IV  re  d'Aragona,  lo  tra- 
sferì nel  i339  alla  sede  di  Como  e  poi  a 
Bologna.  Neh  34-0  Guglielmo  III  Capo* 
ferro  di  s.  Vittore  diocesi  di  Monte  Cassi- 
no ,  tesoriere  di  Tours  e  protonotario. 
Neh  349  dichiarò  pubblicamente  eretici 
Francesco  de  Torre  teatino  e  i  suoi  vas- 
salli, per  avere  distrutto  gran  parte  de* 
beni  della  chiesa  teatina  ,  ed  uccisi  cru- 
delmente molti  chierici,  laici  e  vassalli 
olla  medesima  fedeli.  Indi  per  più  anni 
esulò  da  Chieti  e  dalla  sua  chiesa;  di  che 
informato  Clemente  VI, commise  all'ar- 
civescovo di  Napoli   di  prendere  accura- 
ta informazione  di  tutto,  e  indi  con  sen- 
tenza scomunicò  e  privò  de'beni  i  rei  di 
tanti  misfatti.  Morto  Guglielmo  III  nel 
1  352,  il  capitolo  contro  la  riserva  del  Pa- 
pa, gli  surrogò  Nicola  Mascioli  arcidiaco- 
no teatino,  aia  portatosi  in  Avignone  non 
fu  riconosciuto.  Invece  Clemente  VI  co- 
stituì amministratore  Benedetto  Colonna 
romano,vescovo  di  Bisaccia,  il  quale  con- 
cesse indulgenze  a  s.  Maria  deCaramani- 
co.  A'24giugnoi353  da  Teano  Innocen- 
zo VI  trasferta  Chieti  fr.  Bartolomeo  Pa- 
pazzurri  nobile  romano  e  domenicano,  da 
Giovanna  I  fatto  regio  consigliere,  cap- 
pellano e  famigliare,  e  col  suo  braccio  e 
l'aiuto  di  fr.  Nicola  Pigna  domenicano 
romano,  suo  energico  vicario  generale,  co- 
strinse il  clero  e  i  laici  a  vivere  cristiana- 
mente, costringendo  i  baroni  della  chiesa 
teatina  a  giurare  fedeltà.  Nondimeno  il 
vescovo  sostenne  gravi  questioni  con  An- 
tonio Cantelmo  feudatario  di  Monte  Sil- 
vano, e  con  l'audace  tiranno  Francesco  de 
Torre,  potente  vassallo  della  chiesa  teati- 
na e  già  scomunicato.  Pertanto  Innocen- 
zo IV  con  sua  lettera  diretta  Università- 
ti  Civitatis   Teatinae,    gravemente  gli 
ammonì  ad  essere  divoti  e  fedeli    alla 
chiesa  e  al  vescovo.  Nel  i36s  fr.  Barto- 
lomeo, per  gli  esposti  molivi,  fu  tratta- 
vol.  lxxxvhi. 


VAS  i93 

to  a  Patrasso.  Urbano  V,  a  cui  era  ben 
accetto  per  la  gran  dottrina  il  vescovo 
d'Ascoli  nel  Piceno,  fr.  Vitale  bolognese 
già  generale  de'servi  di  Maria,  nel  1  363 
lo  trasferì  a  questa  sede:  egli  era  stato  in- 
viato da  Innocenzo  VI  legato  al  soldano 
d'  Egitto,  per  concitarlo  contro  i  turchi 
comuni  nemici,  e  guerreggiarli  in  difesa 
del  re  di  Cipro.  Giovanna  I  intanto  pre- 
se sotto  la  sua  protezione  i  beni  e  i  dirit- 
ti della  chiesa  teatina,  ne  dimostrò  pecu- 
liare favore  ,  ed  eccitò  il  giustiziere  e  il 
giudice  dell'Abruzzo  a  contribuire  al  ri- 
cupero delle  possessioni  usurpate.  Ebb» 
il  vescovo  lite  co'celestini  di  Ci  vitella,  ri- 
cusanti il  lieve  censo  d'una  libbra  di  cera, 
e  si  venne  a  concordia.  Permise  che  Fran- 
cesco Corrado  arciprete  d'Ortona  e  cano- 
nico teatino,  ornasse  nella  cattedrale  de- 
gli altari  in  cui  riposavano  i  corpi  di  s. 
Flaviano  vescovo  e  Alberto  confessore,  del 
quale  s.  Flaviano  crede  Ughelli  che  sia 
parte  del  corpo  del   vescovo  antiocheno 
portato  a  Giulia  Nova  nel  ducato  d'Atri. 
Neli3y3  fu  vescovo  Eleazaro  de  Sabra- 
no  (^;r.),  creato  cardinale  da  Urbano  VI 
nel  1  378,  contro  il  quale  insorto  l'antipa- 
pa Clemente  VII,  lo  privò  del  vescovato 
perchè  Giovanna  I  scismaticamente  ne  se- 
guiva le  parli,  e  v'intruse  nell'istesso  an- 
no probabilmente  Tommaso  Brancacci; 
ma  qucc,i  a'4  settembre  i382  in  Napoli 
abiurò  solennemente  lo  scisma  nella  chie- 
sa di  s.  Chiara  e  depose  l'insegne  vescovili. 
UrbanoVI  nel  medesimo  1 378 al  cardinal 
Sabrano  sostituì  Giovanni  de  Comina  no- 
bile teatino  e  abbate  benedettino  di  s.  Li- 
beratore di  Maiella,  indi  lo  fece  commis- 
sario apostolico  nella  provincia  dell'Aqui- 
la, ed  egli  col  favore  di  Carlo  III  costrin- 
se a  partire  da  Chieti  gli  scismatiche  vis- 
se sino  al  1396.  In  questo  Bonifacio  IX 
nominò  vescovo  Guglielmo  Carbone(V.)t 
dotto  e  prudentissimo  ;  ma  recandosi  in 
Roma  nel  1 398,  Landolfo  Colonna  lo  pre- 
se, spogliò  e  pose  in  prigione,  di  che  in- 
dignato il  Papa  scomunicò  Landolfo  per- 
chè lo  liberasse,  come  eseguì; allora  il  ve- 
t3 


i94  VAS 

«covo  mansueto  e  pio  impetrò  misericor- 
dia pel  suo  persecutore,  e  mei  ilo  in  segui- 
to il  cardinalato  e  la  commenda  dell'ab- 
bazia di  s.  Maria  de  Araboua  di  sua  dio- 
cesi. Gli  successe  nel  141  9  Nicola  Viviani 
di  Ceprauo,  come  Io  chiama  Ughelli,  per 
averlo  traslalo  da  Spoleto  (V.)  Alai  lino 
V,  pacifico  e  tranquillo, ed  a  suo  tempo  i 
teatini  con  munificenza  nel  1420  edifi- 
carono il  convento  di  s.  Andrea  a'fi ance- 
scani.  Moiì  Nicola  lodatissimo  per  ruti- 
lila del  suo  governo,  neh  4^8  in  Roma, 
e  fu  sepolto  nella  basilica  Liberiana,  con 
iscrizione  in  cui  è  detto  di  Ceprano  e  u- 
ditore  delle  contraddette.  Marino  de  Toc- 
co teatino,  celeberrimo  giureconsulto  e 
uditore  di  Rota,  che  Gregorio  XI 1  avea 
fatto  vescovo  di  Teramo  e  da  Martino  V 
traslato  a  Recanati  e  Macerata,  neh  4^9 
passò  alla  patria  sede.  Ricuperò  Monte 
Silvano  e  Purea  occupali  dallo  scomuni- 
cato Riccardi,  e  fabbricò  nobile  sepolcro 
e  altare  al  patrono  s.  Giustino  nella  cat- 
tedrale. Nel  i438  gli  successe  Gio.  Calli- 
sta de  Eruna  uditore  apostolico  ,  iuler- 
veuue  al  concilio  generale  di  Firenze  ,  e 
non  ancora  consagralo  si  di  mise  nel  1 44^- 
In  questo  Eugenio  IV  gli  surrogò  il  no- 
bile teatino  ColantonioValignaui  abbate 
commendatario  di  s.  Salvi  nella  diocesi. 
Ebbe  li  te  col  preposito  di  Gypsii  per  que- 
sla  terra  del  vescovato,  e  col  Riccardi  per 
Silvano.  Per  la  sua  prudenza,  sperienza 
e  talento  politico  fu  caro  ad  Alfonso  V, 
il  quale  l'inviò  suo  oratore  a  Venezia.  Do- 
nò a'eanonici  de'libri  mss.,  alla  cattedra- 
le T  immagine  d'argento  di  s.  Giustino, 
un  calice  d'oro  e  vasi  d'argento,  aumen- 
tò e  abbellì  l'episcopio,  e  vi  aggiunse  e- 
levata  torre  a  decoro  della  città.  Pece 
scolpire  le  statue  della  D.  Vergine,  e  de' 
ss.  Tommaso  e  Giustino,  e  nell'altare  del- 
la Natività  collocò  i  corpi  de' ss.  Legun- 
ziano  e  Domiziano  martiri.  Venne  tumu- 
lalo nella  cappella  de'Valignaui  nella  cat- 
tedrale. Nel  1488  Alfonso  d'Aragona  fi- 
gì  io  di  Ferdinando  1  re  di  Napoli,  inter- 
veuue  alla  coronazione  del  fratello  Alfou- 


VAS 

so  II,  e  non  consagrato  abdicò  nel  1496. 
In  questo  Giacomo  de  Bacio  nobile  na- 
poletano, sapieute  giureconsulto,  eccel- 
lente e  pio  pastore.  Per  sua  morte  fu  de- 
putalo amministratore  il  celebre  cardinal 
Oliviero  Carafa  (P.),  il  quale  con  regres- 
so nel  i5oi  cede  la  sede  al  nipote  Ber- 
nardino Carafa  napoletano  e  priore  gero- 
solimitano, fallo  patriarca  d'Alessandria 
neh  5o3  e  designato  arcivescovo  di  Napo- 
li morì  ueli5o5,  tumulato  in  s.  Domeni- 
co con  isplendido  elogio,  ed  ove  è  detto, 
Episcopi  et  Comitis  Teatini.  \\  cardinal 
Carafa  riprese  l'amministrazione,  indi  a" 
3o  luglio  cede  il  vescovato  al  venerando 
nipote  Gio.  Pietro  Carafa,  il  quale  fu  mo- 
dello de7 pastori  per  le  sue  preclare  virtù. 
A' 24  agosto  i524  rinunziò  a  Clemente 
VII  il  vescovato  per  fondare  con  s.  Gae- 
tano patriarca  de'chierici  regolari  l'ordi- 
ne che  dal  nome  di  sua  sede  si  disse  de* 
Teatini  (Z7.).  Nello  stesso  giorno  il  Papa 
nominò  successore  Felice  Troflno  bolo- 
gnese di  singoiar  probità,  suo  intimo  cu- 
biculario, e  solennemente  lo  consagrò  a' 
3i.  Ad  istanza  di  Carlo  V,  lo  stesso  Cle- 
mente VII  colla  bolla  Super  universa* 
OrbisEcclesias3\\e\  1 .°  giugno  1  526,pres- 
so  l'Ugbelli ,  eresse  la  cattedrale  in  me- 
tropolitana e  il  vescovo  Felice  in  i.°  ar- 
civescovo di  Chicli,  e  gli  assegnò  per  suf- 
fragatici i  vescovi  di  Lanciano,  Penne  ed 
Atri.  Ma  essendo  Penne  immediatamen- 
te soggetta  alla  s.  Sei\et  mosse  lite  nella 
curia  romana, e  Paolo  111  la  sottrasse  dal- 
la giurisdizione  metropolitica  di  Glieli,  e 
la  restituì  alla  soggezione  immediata  del- 
la s.  Sede,  colla  bolla  riportata  da  Ugliel- 
li,  Inter  caetera,  de' 18  luglio  1039.  Di- 
poi nel  i562  Pio  IV  elevò  Lanciano  ad 
arcivescovato,  laonde  restala  Glieli  sen- 
za suihagauei,  s.  Pio  V  nel  1570  ripri- 
stinò il  vescovato  d' Ottona  e  lo  dichia- 
rò sudraganeo  di  Glieli;  ma  a  cagione  di 
sua  mediocrità  Clemente  Vili  nel  1604 
gli  unì  il  vescovato  di  Campii.  Tutlavol- 
la  il  M  ireo,  che  nel  161  3  stampò  la  iVo- 
lilia  Episcopatuum  ,  riporta  nella  prò- 


V  A  S 

vincia  ecclesiastica  di  Civita  di  Chicli  tut- 
ti i  detti  vescovati,  non  cheque'di  Valva 
e  Sulmona, (V  Aquila  e  Furcon  io,  di  Mar- 
si,  dì  Teramo  e  di  Civita  Ducale,  però 
dichiarando  soggette  alla  s.  Sede,  Penna 
e  Afri,  Valva  e  Sulmona,  Aquila  e  Fur- 
conio,  Mar  si,  Teramo.  Nelle  Notizie  di 
Homa  ile!  i  72  1 ,  si  registrano  snflraganee 
di  Cliieti  soltanto  le  sedi    unite  di  Orfa- 
na e  Campii.  Finalmente  pel  disposto  di 
Pio  VII,  nel  18  18  Chieti  restò  senza  suf- 
fraga nei  per  avergli  tolto  Ortona,  che  unì 
nell'amministrazione  a  Lanciano,  e  Cani' 
pli  die  soppresse  e  la  diocesi  unì  a  Tera- 
mo. L'ultima  proposizione  concistoriale 
di  Chieti  dice,  nullumque  habet  sujfra' 
ganeum  Episcopum,  finche  erettosi  il  ve- 
scovato di  Vasto,  questo  divenne  suo  suf- 
fraganeo.  L'arcivescovo    Felice  fu  anche 
datario  di  Clemente  VII,  ed  ebbe  a  suc- 
cessore nel  1328  a'  2  gennaio  Guido  de 
Medici  nobile  fiorentino  consanguineo  di 
Clemente  V 1 1,  che  lo  traslatò  da  Venosa  ; 
promozioue  che  non  piacque  a  Carlo  V, 
per  la  sua  propensione  a'francesi  e  come 
carissimo  al  re  Francesco  I.  Divenne  pre- 
fetto di  Castel  s.  Angelo,  e  sebbene  vir- 
tuoso  e  di  somma  prudenza  ,  ebbe  gra- 
vissima discordia  col  clero  e  popolo  tea- 
tino. Morto  nel  e  537  in  Roma,  fu  tumu- 
lato in  s.  Maria  sopra  Minerva  ,  del  cui 
convento  era  benemerito,come  i  frati  scol- 
pirono sulla  tomba.  Il  chierico  regolare 
p.  d.Gio.  Pietro  Carafa  per  precetto  d'ub- 
bidienza dovette  accettare  la  dignità  car- 
dinalizia da  Paolo  III,  che  a' 20  giugno 
1  537  tornò  a  conferirgli  la  sua  chiesa  in- 
signita del  grado  metropolitico.  Assente 
amministrò  la  sede  per  Scipione  Rebiba 
(V.),  poi  cardinale;  nel  i549  ^ll  t,as'al° 
a  quella  dì  Napoli,  e  nel  i555  fu  eletto 
Papa  col  nome  di  Paolo  IV  (F.).  Nel- 
l'aula arcivescovile  in  suo  onore  fu  posta 
una  lapide,  in  cui  si  celebra:  Ecclesiasli- 
cae  disciplinae  vindici  acerrimo.  Nel 
1 549  da  Massa  vi  fu  traslatò  il  cardinal 
bernardino  Maffci  (F '.),  ottimo  pastore. 
Neh 553  per  sua  morte  Giulio  III  gli  so» 


VAS  i95 

stituì  il  nipote  Marc' Antonio  Maffei  (F.) 
canonico  Lateranense  e  vicario  di  Roma, 
indi  nunzio  in  Polonia  e  cardinale:  go- 
vernò sino  al  i568.  Non  risiedendovi, 
nmministrò  la  sede  l' infelice  sulFraganeo 
Francesco  Monaldo  teatino,  oriundo  di 
Firenze  e  arcivescovo  di  Tarso  :  exilus 
miserabile  exemplum,  quippe  qui  aemu- 
lorum  quorundam  dum  sacra  MUetice* 
lebraret,  ciani  immissi  subterranei  cu- 
niculi  vehementissimo  impetu  ignis  in  al~ 
tur»  explosus  interiit.  Neil 568  Giovan- 
ni Oliva  perugino,  celeberrimo  e  virtuo- 
so giureconsulto;  sollecito  pastore,  corres- 
se i  costumi,  tolse  gli  abusi,  vendicò  le  sue 
giurisdizioni,  onde  incorse  nell'indigna- 
zione di  molti,  e  lo  calunniarono  col  Pa- 
pa; ma  provata  la  sua  innocenza  trionfò, 
restaurando  la  disciplina  e  la  pietà  nel  cle- 
ro, e  istituendo  il  seminario:  fu  pianto  in 
morte  nel  1577.  In  tale  anno  da  Sagona 
vi  passò  Girolamo  Leoni  nobile  ancone- 
tano, ma  dopo  6  mesi  importuna  morte 
dissipò  le  felici  speranze  su  di  lui  conce- 
pite. Da  Alessano  nel  1  578  vi  fu  traslato 
Cesare  Busdrago  patrizio  di  Lucca  ,  vir- 
tuoso e  di  candidi  costumi.  Nella  chiesa 
di  s.  Maria  di  Civitella  riuvenne  il  corpo 
di  s.  Eleuterio,  impropriamente  annove- 
rato fra'vescovi  teatini,  e  ne  fece  la  tra- 
slazione con  indulgenza  da  lui  concessa. 
Nel  documento  è  chiamato,  Archiepisco- 
punì  et  Comitem  Teatinum.  Sisto  V  nel 
i585  fece  arcivescovo  il  suo  famigliare 
nel  cardinalatoGio. Battista Castrucci(F.) 
nobile  di  Lucca,  e  poi  lo  creò  cardinale,  Io- 
dato pastore.  Neil 5gi  Orazio Sanminia- 
to  lucchese  originario  di  s.  Miniato  e  ca- 
nonico Vaticano,  d'ottime  qualità,  gene- 
roso co'poveri,  dopo  7  mesi  ne  fu  deplo- 
rata la  perdita.  Il  cugino  Matteo  Sanmi- 
niato  gli  successe  nel  1592,  canonico  di 
Firenze  e  protonotario,caro  a'granduchi 
per  le  sue  virtù  e  sapere;  fu  benemerito 
del  clero,  del  seminario,  dell' arciepisco- 
pio,  della  metropolitana  ,  della  canonica 
e  del  capitolo.  Eletto  Leone  XI  lo  desti- 
nava a  gravi  incarichi  se  la  morte  non  lo 


196  V  A  S 

rapiva  dopo  26  giorni.  Tornato  a  Chie- 
ti,  riprese  la  sua  assiduità  e  diligente  cu» 
ra  nel  pascere  il  gregge  suo,  e  lagrimato 
inori  nel  1607.  A' 12  febbraio  gli  succes- 
se il  cardinal  fr.  Anselmo  Marzati  (F.) 
cappuccino,  ma  a'3  settembre  repentina 
morte  in  Tivoli  io  condusse  alla  tomba. 
A'  3  del  seguente  mese  Fu  arcivescovo  il 
cardinal  Orazio  Maffei  (Z7.),  e  governò 
con  sommo  amore  e  diligenza  un  anno, 
poiché  colpito  da  infermità  e  fattosi  por- 
tare in  Roma,  moiì  1'  1 1  gennaio  1609, 
con  estremo  lutto  de*teatini.A'23  febbraio 
gli  successe  Ulpiano  Ulpi  o  Volpi  di  Co- 
mo, referendario,  nunzio  a  Cosimo  li  ed 
a  Filippo  III,  segretario  de'vescovi  e  re- 
golari, si  dimise  nel  1 6 1 6  e  poi  passò  a  No- 
vara, morendo  Maggiordomo  del  Papa. 
Gli  successe  nello  slesso  1 6 1 6  il  p.  d.  Paolo 
Tolosa  napoletano,  chierico  regolare  tea- 
tino, già  vescovo  di  Bovino,  pio  e  d'inno- 
cente vita,  cospicuo  nella  sagra  eloquen- 
za, celebrò  il  sinodo,  ristorò  il  culto  divi- 
no, nell'aula  arcivescovile  fece  dipingere 
le  immagini  de'predecessori co'loro  nomi 
e  tempo  che  governarono.  Lodatissimo, 
poco  visse,  morendo  nel  16 18.  Io  questo 
Paolo  V  elesse  Marsilio  Peruzzi  nobile  di 
JVIondolfo  e  suo  intimo  cubiculario,  able- 
gato  a  portare  la  berretta  e  il  cappello 
rosso  al  cardinal  Ferdinando  d'  Austria 
figlio  di  Filippo  HI  re  di  Spagna;  giusto, 
prudente, erudito,  liberale  eo'poveri,  be- 
nemerito di  sua  chiesa.  Morto  nel  x63  i, 
fu  sepolto  nella  metropolitana,  nella  cap- 
pella di  s.  Giustino  da  lui  ornala  nobil- 
mente, con  onorifica  iscrizione,  Archiepi- 
scopus  et  Comes  Teatinus.  Nello  stesso 
anno  il  cardinal  Antonio  Santacroce^ F.), 
piamente  governò,  traslato  a  Bologna  nel 
)636.  Stefano  Sauli  nobilissimo  genove- 
se e  referendario  neh  638,  morì  a  Napo- 
li nel  1649,  leggendosi  in  s.  Giorgio,  ove 
fu  deposlo,  l'epitaffio:  in  Marrucinis  Ar- 
chiepisc.  et  Comes  Teatinus.  Nel  mede- 
simo anno  Vincenzo  Rabalta  di  Firenze 
e  canonico  della  metropolitana,  virtuoso 
4}  peritissimo  giureconsulto,  d'integra  fa- 


V  A  S 

ma.  Nel  i654  fr-  Angelo  II."  Ciria  cre- 
monese, procuratore  generale  de  servi  di 
Maria,  sommo  teologo,  morto  nel  1  656. 
Nel  seguente  fr.  Modesto  Gavazzi  ferra- 
rese,procuratore  generale  de'conventuali, 
consultore  del  s.  Oflizio,  dottissimo  teo- 
Iogo,eornato  di  belle  virtù;  vissei5  gior- 
ni. Nel  1639  Nicolò  Radolovich  (F.)}  ec- 
cellente pastore  e  poi  cardinale.  Per  sua 
morte  nel  1 703  Vincenzo  Capece  nobile 
napoletano,nato  in  Benevento,parente  del 
predecessore,  canonico  di  Napoli,  istituì 
l'accademia  de'casi  morali  pe'parrochi  e 
altri  ecclesiastici  in  tutta  l'arcidiocesi, vol- 
le che  di  frequente  si  facesse  il  catechi- 
smo, zelò  l'incremento  del  seminario  con 
aumentarne  le  reudite,  onde  gli  alunni  su- 
perarono il  numero  di  100,  ne  accrebbe 
la  biblioteca;  nell'avvento,  nella  quaresi- 
ma e  in  altri  tempi  predicava,  in  9  chie- 
se della  città  4  volte  la  settimana  fece  e- 
sporre  il  ss.  Sagramento  decorosameute, 
e  difese  fortemente  l'immunità  ecclesia- 
stica. Nelle  calamità  prodotte  nel  1706 
dal  terremoto,  fu  padre  pietoso,  restau- 
rando i  monasteri  rovinati  di  Caramani- 
co  e  Manupello;  limosiniero  ,  pio,  gene- 
roso, fece  la  statua  d'argento  di  s.  Giù- 
stino.Con  questo  nell'Italia  sacra  si  giuu- 
gè  colla  Serie  degli  arcivescovi  di  CUieli, 
e  la  compirò  colle  Notizie  di  Roma.  Nel 
1722  fr.  Filippo  Valignani  teatino  dome- 
nicano. Nel  1737  Michele  Palma  napole- 
tano. Nel  1755  Nicolò  Sanchcx  de  Luna 
napoletano.  Nel  1764  Francesco  Brancia 
napoletano.  Nel  1770  d.  Luigi  del  Giudi- 
ce teatino  celestino.  Nel  1792  d.  Ambro- 
gio Mirelli  celestino  napoletano,  Nel  1  797 
d.  Francesco  Saverio  Bassi  celestino  di 
Carpineta  nell'arcidiocesi.  Nel  1822  Car- 
lo M.a  Cernelli  napoletano.  Nel  1  838  Gio- 
suè M.a  Saggesed'Ottaiano  diocesi  di  No- 
la, già  rettore  de' redentoristi  nell'arcidio- 
cesi di  Rossano,  lodato  da  Gregorio  XVI 
nella  proposizione  concistoriale.  Papa  Pio 
IX  uel  concistoro  de'  27  settembre  1802 
vi  traslatò  da  Siracusa  mg.r  Michele  Man- 
zo napoletano,  in  tempo  del  quale  eresse 


V  A  S 
il  vescovato  di  Vasto.  Pcrsna  morte,  nel 
concistoro  de'i  8  settembre  1 856  preco- 
nizzò l'odierno  arci  vescovo  uig/LuigiM." 
de  Mariuis  d'Aquila,  canonico  di  quella 
cattedrale,  pro-vicario  generale  e  vicario 
capitolare  della  medesima,  esaminatore 
pro-sinodale,lodandolo  per  dottrina,  gra- 
vità, prudenza,  probità  e  capacità  nelle 
cose  ecclesiastiche.  Sotto  di  lui  essendosi 
pubblicata  la  bolla  dell'istituzione  del  ve- 
scovato di  Vasto,  pel  i,°  arcivescovo  di 
Chieti  ha  preso  il  titola  ancora  d'animi- 
lustratore  della  chiesa  di  Vasto,  benché 
nell'ultima  proposizione  concistoriale  non 
se  ne  faccia  menzione,  per  non  essere  sta- 
ta ancora  promulgala  la  bolla.  Nella  pro- 
posizione perciò  dicesi  l'arcidiocesi  mol- 
lo ampia  e  contenere!  io  luoghi,  ed  es- 
sere Chieti  conspicitur,  quae  in  suo  qua- 
tttor  circi ter  milliarium  ambita  bismille 
domos  ac  vigiliti  pene  mille  continet  in- 
colas.  Questa  illustre  città, distante  37  le- 
ghe da  Napoli  e  i4^  mezza  da  Aquila,  con 
bel  teatro  e  molte  fabbriche  di  panni  e 
altre  stoffe,  vanta  un  copioso  numero  d'il- 
lustri per  santità  di  vita,  dignità  ecclesia- 
stiche e  dottrina,  nonché  Pollione  riva- 
le di  Cicerone,  gli  storici  Nicola  Toppi  e 
Girolamo  Nicolini,  il  pittore  Antonio  So- 
laio ed  altri. 

Il  nome  autico  di  Vasto  è  Ltonia,  for^ 
se  d'origine  osca  o  greca,  fu  cambiato  da' 
dominatori  longobardi  in  G itasi,  non  in- 
dicante GuastaldiaoGastaldia  oPretorio; 
e  poiché  essi  la  concessero  ad  un  Ayuio- 
ne ,  la  chiamarono  Gualstaldia  di  Ai- 
mone; da  qui  Guasto  d'Aimone,  o  sem- 
plicemente Guasto,  e  poi  tolto  il  G ,  si 
disse  Vasto.  L'origiue  della  città  di  Va- 
sto, dissi  già  che  la  ripete  da  Islonia,  la 
quale  si  congettura  foudata  da'traci  capi- 
tanati da  Diomede,  allorquando  egli,  do- 
po la  distruzione  della  famosaTroia,  1  1 84 
anni  circa  avanti  l'era  nostra, approdò  ne' 
lidi  dell'  Adriatico,  edificò  diverse  città, 
come  pure  fece  nell'isole  di  Tremiti  oDio- 
medee  all'oriente  di  Vasto  e  da  questa  cit- 
tà visibili.  Ne  couvulidauo  la  congettura 


V  A  S  .97 

i  molti  e  superstiti  maestosi  ruderi,»  qua- 
li ancora  dimostrano  che  ampio  n'era  il 
fabbricato,  specialmente  verso  il   mare. 
Confederata  e  municipio  de'romani,  sog- 
giacque poi  a  molti  disastri  sotto  i  goti  e 
i  longobardi  barbari  invasori.  Inoltre  nel- 
le deplorabili  incursioni  de'saraceni,  que- 
sti nell*  864  la  devastarono;  e  nel  9Ì7  i 
terribili  angari  l'incendiarono.  Nelio47 
Vasto  uou  era  che  un  castello  già  domi- 
nalo da'normauni,  nuovi  occupatori  del- 
la regione  ,  i  quali  formata  la  loro  pos- 
sente monarchia,  cominciò  a    risorgere. 
Narrai  nel  voi.  LXV,  p.  178,  che  Papa 
Alessandro  III  dovendosi  recare  a  Vene- 
zia per  trattare  la  concordia  coli' impe- 
ratore Federico  I,  dopo  l'Epifania  delt 
1  177  ,  passando  per  Troia  e  Siponto  si 
coudussea  Vasto,  dove  trovò  le  galere  per 
tragittarlo,  ivi  mandate  da  Guglielmo  li 
re  di  Sicilia  co'  suoi  inviali,  essendo  in 
rottura  colla  città.  Conclusa  la  pace,  A- 
lessandro  III  su  4  galere  venete  partì  da 
Venezia,  e  nell'ottobre  1  1770  nel  1  178 
veleggiò  per  Vasto  e  Siponto,  per  tor- 
nare in  Roma.  Nel  1269  il  fabbricato  di 
Vasto  era  ripartito  in  due  comunità,  l'u- 
na  detta  Terra  di  Guasto  d'Aimone,  e 
l'altra  Castello  di  Guasto  Gisone.  Nel 
l385  il  sindaco  Buzio  d'Alvappario  ot- 
tenne dal  re  Carlo  HI  di  Durazzo,  che 
Castel  Gisone  venisse  incorporalo  a  Va- 
sto Aimone.  Dopo  diverse  vicende,  comu- 
ni alla   provincia  e  al   regno  di    Napoli, 
Carlo  d'Austria,  V  come  re  di  Napoli  e 
VI  quale  imperatore,  in  considerazione 
della  ricchezza,de'lempli,  degli  edifizi,  de' 
conventi  e  monasteri  di  VastOj  delle  no- 
bili sue  famiglie,  e  della  rinomanza  del 
suo  marchesato,  neh  7  io  restituì  a  Va- 
sto il  titolo  ed  i  privilegi  di  città.  Avea 
Alfouso  I  il  Magnifico  re  di  Napoli,  e  V 
quale  re  d'Aragona,  dichiarato  con  diplo- 
ma de' 10  luglio  i442  Vasto  città  regia; 
indi  nel  1 444  'a  concesse  in  marchesato 
ad  luuico  di  Guevara.  Poscia  Federico  I 
d'Aragona  re  di  Napoli  die  Vasto  in  feu- 
do ueli499  adluuico  I  d'Avalos,  d'auti- 


»<)8  VAS 

chissiina  e  nobilissima  famiglia,  la  qua- 
le con  alcuna  interruzione  la  tenne  con 
giurisdizione  feudale  fino  a'2  agosto  1 802, 
epoca  in  cui  fu  nel  regno  abolita  la  feu- 
dalità; laonde  all'illustre   prosapia  non 
restò  che  il  titolo  marchesale.  Per  la  sua 
celebriti»,  pe'  grandi  uomini  che  vi  fiori- 
rono, e  per  la  dominazione  esercitata  in 
Vasto  per  più  di  3  secoli,  ne  darò  un  cen- 
no genealogico,  e  servirà  pure  per  ram- 
mentare diversi  de' molti   luoghi  in   cui 
ne  ragionai  colla  storia.  Tutti  gli  storici 
che  scrissero  della  famiglia  D'Avalos,  ri- 
portano come  suo  insigne  documento  la 
seguente  iscrizione.  Sanctio  Avalio  -  Ca- 
laguritano  Uomini  prò  borio  putride-  Co- 
muni lutando  infidissimo  -  S.  P.  Q.  G.  - 
Jfic  funus  publice  celebravit  -  Sepul- 
crumq.  conslìtuil  -  M.  Attilio  Regalo  P. 
C.-Cumll legione  honoris  causa  Adstan* 
te.$\  ritiene  la  famiglia  d'origine  spagnuo- 
la,  forse  proveniente  da  Cartagine,  poi- 
ché fu  fondala  da' cartaginesi    Calagu- 
rium  o  Calahorra  [V.)  città  vescovile  e 
patria  di  Quintiliano  e  Prudenzio,  i  cui 
fasti  ecclesiastici  vantano  il  martirio  de' 
ss.  Emetero  o  Madir  e  Che  lido  nio  (Fr*). 
Congetturano  gli  storici  che  i  D'Avalos 
Dell'  invasione  degli  alani  e  de' visigoti  e- 
migrassero  in    Bretagna  verso  il  4'6>  e 
ivi  s'imparentarono  colla  r."  stirpe  de' re 
d'Inghilterra.  La  dinastia  diretta  di  Spa- 
gna si  fa  cominciare  da  Igniques  I    del- 
1838,  e  si  dice  capitano  d'ignico  Arista 
i.°  re  d'Aragona  (comunemente  s'inco- 
mincia la  serie  de're  d'Aragona  con  Ra- 
mirol  uel  1  o35). Quella  d'Inghilterra  tra- 
sferita nella  Spagna  cominciò  con  Gu- 
glielmo d' A  valon  o  Davalon  del  9 r 4,  che 
appartenne  a  Sancio  1  re  di  Na  varrà;  l'u- 
nica sua  figlia  M.a  Caterina  fu  madre  del 
re  Garzia  Sanchez.   Da  Guglielmo  si  fa 
purederivareTeodoro  Davalondel  108  r, 
che  sposò  Isabella  Couineno  figlia  dell'im- 
peratore greco  Alessio  I.  Dal  suddetto  I- 
gniquei  I  discesero  Ignico  IIdell'890,  ca- 
pitano di  Sancio  I  re  di  Navarca  e  d'Ara- 
gona; Sancio  1  del  95o;  che  edificò  s.  Ma- 


VAS 
ria  di  Piscinacoll'insegne  della  casa  d'In- 
ghilterra del  suo  tempo;  Ignico  III  Lo- 
pez signore  di  Calahorra  e  ivi  fondatore 
della  chiesa  di  s.  Felice;  Nuno  d' Avalos 
Gon/.ales  del  1090  fu  grande  e  litojato 
sotto  il  re  di  Castiglia.  Da  questo  Nono 
si  fa  discendere  ili.°  ramo  di  questa  fa- 
miglia, nella  linea  retta  de'grandi  di  Spa  • 
gna  dir."  classe.  Ignico  IV  Lopez  signo- 
re di  Calahorra  nel  1  i3o,  ampliò  la  pre- 
benda di  s.  Felice,  fu  titolato  e  gran  feu- 
datario. Discesero  da  lui  Ximeno  princi- 
pale erede  della   signoria  di  Calahorra, 
fondatore  di  s.  Millan  de  Gogolla,  a  cui 
donò  i  beni  a  lui  spettanti  di  s.    Felice. 
Pietro  Lopez  del  1  1  52,  governatore  e  ca- 
stellano di  Quesada,  grande  di  Spagna. 
Juan  M  arti  net  del  1  i54iS«gnore  di  molte 
terre  e  gran  barone  del  vescovato  di  Ca- 
lahorra. Alfonso  II  deli  1 58  capitano  dì 
Sancio  III  re  di  Castiglia,  perì  nella  bat- 
taglia d'Aimone  contro  i  mori  di  Grana- 
ta. Sancio  II  deli  160  signore  di  terre  e 
gran  capitano  d'Alfonso  II  re  d'Aragona 
guerreggiò  i  mori.  Garzia  Nunez  del  1  1 62 
cavaliere  di  Cala  tra  va  e  di  s.  Giacomo, 
e  grande  di  Castiglia.  Olire  Ximeno,  ebbe 
discendenzaDiegoLopez  I  del  r  1  37,castel- 
lano  d'CJbeda  e  viceré  d'Alfonso  II  red'A- 
ragona,  distinto  come  Raimondo  Beriu* 
guer;  da  lui  derivarono  Igniques  V  capi- 
tano di  Pietro  II  re  d'Aragona,  che  guer- 
reggiò i  mori  verso  il  1200  in  aiuto  del  re 
di  Castiglia;  e  Diego  Lopez  capitano  di 
detto  re,  e  grande  sotto  Giacomo  I.  Con- 
tinuarono la  discendenza  di  XimenorSan- 
cio  III  Rodrigo  del  1200, signore  di  Ca- 
lahorra, da  cui  derivarono  Bertrando  I,  e 
Ruz  Lopez  I.  Bertrando  I  fu  ammiraglio 
di  s.  Ferdinando  Mire  di  Castiglia  e  ca- 
valiere di  Calatrava;  non  si  conosce    la 
successione.  Questa  P  ebbe  Ruz  o  Ruya 
Lopez  I  del  1240  gcaude  di  s.  Ferdinan- 
do III  ecavaliere  di  Calatrava,  ne'seguen* 
ti.  Sancio  IV  Roderico  Lopez  seguì  Pie- 
tro III  re  d'Aragona  nella  Sicilia,  dopo  i 
famosi  vesperi siciliani;  Fernandci  Lopez 
del  i34o  fu  nelle  corti  d'  Alfonso  IV  e 


V  A  S 

Pietro  IV  re  d'Aragona.  Da  lui  deriva- 
rono Sancio  V  Roderico  del  i36g,  con- 
testabile di  Castiglia  e  tutore  del  regno; 
Beltrando  li  del  i  38o  grande  di  corte  del 
re  d'Aragona  Ferdinando  I; e  Mencia  M.a 
maritata  a  Rnyz  de  Daeca  signore  della 
Guardia  e  i.°  grande  del  vescovato.  La 
successione  di  Sancio  V  si  formò  de' se- 
guenti: Ruyz  Lopez  II  gran  contestabile 
di  Castiglia,  il  più  gran  signore  de' suoi 
tempi  e  conte  di  Ribadeo,  ebbe  3  mogli 
e  moti  in  Valenza  nel  1 4^8;  Ferdinando 
Martinez  neli3qo  decano  di  Segovia,  u- 
ditoredi  Giovanni  II  re  di  Castiglia  e  gran 
cancelliere;  e  Juan  gran  capitano  contro 
i  siciliani  nelle  guerre  combattute  per  Al- 
fonso I  il  Magnìfico  d'Aragona,  e  gran- 
de di  sua  corte.  Ruyz  Lopez  11  ebbe  a 
mogli:  i  .a  Costanza  di  Touvar,  dalla  qua- 
le derivò  il  ramo  degli  Avalos  di  Napoli 
marchesi  potenti  del  Vasto,  e  di  Pescara 
città  surta  dalle  rovine  della  summeulo- 
vata  città  vescovile  à' Aternum)\&  cui  se- 
de fu  traslata  ad  Airi,  lungi  4  leghe  da 
Cbieti,  celebie  per  la  sua  fortezza  e  mu- 
nite fui  tificazioni  ,  piazza  di  2.a  classe  e 
può  dirsi  chiave  del  regno  da  questo  la- 
to, per  cui  solili  diversi  assedile  anche  ne- 
gli ultimi  km  pi,  cui  pose  (ine  la  capito- 
lazione; ha  conventi  di  religiosi,  mona- 
stero di  suore  (sui  quali  e  su  A  le  munì  può 
vedersi  V Italia  .sacra,  1. 1  o,  p.  1 8),  di  ver- 
se chiese,  due  ospedali,  uno  de'quali  mili- 
tare, ed  abbondante  vi  è  la  pesca.  2/  El- 
vira de  Guevara  che  formò  il  ramo  di 
Spagna.  3.aMariaFonseca,dal  quale  pro- 
venne il  seguente  ramo.  Da  4  figli  Diego 
111  ebbe  lunga  successione,  e  Pietro  Lo- 
pez maritatosi  a  Maria  Orsini  duchessa 
di  Gravina,  in  seconde  nozze  ,  nacquero 
due  figli  e  una  figlia  ,  senza  discendenza, 
uno  fu  governatore  di  Toledo,  l'altro  ca- 
meriere maggiore  dell'infante  d.  Enrico. 
Diego  HI  maritatosi  con  Eleonora  d'Aya- 
la,  figlia  di  Pietro  signore  di  Fonsalida, 
ebbe  5  figli  e  fra'quali  Elena  maritata  con 
Pietro  di  Toledo,  Pietro  cardinale,  e  Die- 
go Lopez.  Da  quest'ultimo  nacquero  Al- 


V  A  S  199 

,  fonso  e  Diego  Lopez  commendatori,  il  e  ." 
d'Alcantara,  il  2.°di  Morea,ed  Eloisa  spo- 
sala a  Franco  Ascalona.  Con  essi  si  eslin- 
se  il  ramo  di  Ruyz  Lopez  li  e  M.a  Fon- 
seca.  Quanto  a  Pietro  cardinale  non  ne 
feci  biografia,  perchè  affatto  non  cono- 
sciuto dagli  scrittori  de'  cardinali.  Altri 
lo  chiamano  Pietro  diToledo, altri  Pietro 
di  Castiglia.  Nella  storia  genealogica  de- 
gli Avalos,  compilala  dal  p.  Tommaso 
Zamboini  domenicano,  rilevasi  che  Pie- 
tro fiori  intorno  al  1460  :  fu  canonico  di 
Toledo,nunzio  d'Inghilterra  nel  1470 cir- 
ca, indi  vescovo  di  Canarie,  e  per  ultimo 
cardinale.  Dal  ramo  d'Elvira  nacquero 2 
figlie  3 figlie.Fernandoebbelunga discen- 
denza, e  Beltrando  IV  ebbe  solo  Giovan- 
ni morto  celibe  :  nacquero  da  Fernando 
con  Maria  Castiglione  Carillo,  il  cardinal 
Gaspare  d'Avalos  o  Avolos(f'.)ì  come  lo 
chiama  il  Cardella  nelle  Memorie  storiche 
de 'Cardinali ',1.4,  p.  2 53,  che  nel  seguir- 
lo aggiunsi  o  Avalos,  e  Rnyz  Lopez  spo- 
so di  Teresa  Guevara  nella  Spagna,  e  ne 
continuò  la  linea  Pietro  Velez,  estinguen- 
dosi con  Ruyz  Lopez.  Adunque  Ruyz  Lo- 
pez II  con  Costanza  di  Touvar,  vedova 
di  Pietro  Valez  ili  Guevara,  diedero  ori- 
gine al  ramo  di  Napoli,  mediante  i  loro 
due  figli  che  formarono  due  linee,lunico  [ 
e  Alfonso  IV  :  altri  figli  furono  Roderico 
marchese  I  del  Vasto  e  conte  di  Poma- 
rico  morto  celibe,  Martino  conte  di  Mon- 
te Scaglioso,  Costanza  maritata  a  Federi- 
co di  Balzo,  Beatrice  sposa  di  Gio.  Gia- 
como Trivulzi,  ed  Ippolita  mogliedi  Car- 
lo d'Aragona  figlio  del  re  Ferdinando  f. 
Innico  1  sposando  Antonella  d'Aquino  fi- 
glia ereditaria  del  marchese  del  Vasto. 
Leggo  neìÌQJYo  tizie  della  Nobiltà  di  Cam- 
panile, che  Aquino  fu  ili.°  marchese  del 
regno  uel  1412,  e  gran  camerario,  il  3.° 
de'  7  uffìzi  primari  del  reame  napoleta- 
no, le  cui  grandezze  passarono  per  Anto- 
nella d'Aquino  a'  Davali,  delti  volgar- 
mente d'Avalos  d'  Aquino.  Alfonso  IV 
sposò  Delia  Orsini  deducili  di  Gravina, 
formò  l'altro  ramo  napoletano,  ed  il  lo- 


200 


V  A  S 


io  figlio  Roderico  s'ammogliò  con  Elvi. 
ra  primogenita  del  conle  Hi  Monte  Sca- 
gliose»; da  Jacopo  altro  de'loro  figli  nac- 
que Roderico,  che  da  Gregorio  XIV  con 
breve  del  i5()i  fu  investito  della  contea 
di  Villafranca.  Fro'discendenti,  Giovan- 
ni fu  vescovo  d'Ischia,  4  donne  si  fecero 
monache,  altre  si  accasarono  co'  Carne* 
cioli,  co'Tomacelli  e  col  conte  di  Nicole- 
ra;  finì  la  linea  con  Giovanni  che  da  Fran- 
cesca Carafa  ebbe  Giovanna  maritala  a 
Piccolomini.  Inoltre  Alfonso  IV  sposò  in 
secondi  voti  Luisa  Orsini  figlia  ed  erede 
del  conle  di  Mola,  per  la  cui  sterilità  la 
dote  della  città  di  Nola  ricadde  al  fisco. 
Cosi  si  estinse  il  ramo  d'Alfonso  IV  fra- 
tello d'Innico  I.  Quest'ultimo  dunquecol 
suo  proseguì  la  linea  napoletana.  Da  An- 
tonella d'Aquino  nacquero,  Alfonso  I  eln- 
nico  II.  Alfonso  I  marchese  11  di  Pescara, 
sposando  Ippolita  di  Cardona  figlia  diRai- 
mondo viceré  di  Napoli,  gli  partorì  il  ce- 
lebre Ferrante  o  Ferdinando  Francesco 
d'  Avalos  marchese  III  di  Pescara.  Il  re 
di  Napoli  Ferdinando  II  d'Aragona,  per 
consolidarsi  l'adesione  de'Colonnesi,  pro- 
curò che  si  stabilisse  il  matrimonio  tra  la 
celebre  Vittoria  Colonna,  figlia  del  conte- 
stabile Fabrizio  e  di  Agnesina  di  Monte 
Feltro  figlia  di  Federico  duca  d'Urbino, 
e  Ferrante,  ambedue  infanti  di  3  anni;  lo 
sposalizio  seguì  poi  nel  i5og  nell'isola 
d'Ischia  con  pompa  quasi  reale.  Per  la 
prematura  morte  violenta  d'Alfonso  I,  il 
figlio  Ferrante  era  restato  in  governo  di 
sua  zia  ocuginaCostanzad'Avalos,  moglie 
di  Federico  diBalzo  e  onorata  da  Carlo  V 
del  titolo  di  principessa.  Fu  duchessa  di 
Francavilla, d'animo  virile  e  quasi  guer- 
riero, perciò  perpetua  castellana  d'Ischia, 
ch'era  allora  tenuta  la  chiavedel  regno:  a- 
mò  grandemente  le  lettere,  non  meno  che 
la  poesia,  ed  insieme  a  questa  donna  illu- 
stre benemerita  di  sua  casa,  che  diresse, 
Vittoria  passò  gran  parte  di  sua  vita.  Fer- 
laute  andò  per  la  i.'  volta  in  armi  nel 
i5i2,  sotto  gli  ordini  dell'avo  Raimon- 
do di  Cordona ,  il  quale  per  comando  di 


V  A  S 

Ferdinando  V  re  di  Spagna  e  III  come 
re  di  Napoli,  si  unì  alle  milizie  ili  Giulio 
Il  per  combattere  i  francesi;  ma  restò  fe- 
rito e  prigione  in  Milano  per  la  famosa 
battaglia  di  Ravenna  (V.).  Nella  sua  pri- 
gionia, come  poeta,  compose  alcune  poe- 
sie o  Dialogo  aV  Amore,  che  dedicò  alla 
consorte  Vittoria  Colonna  eccellente  poe- 
tessa. Il  marchese  di  Pescara  nel  seguente 
anno  fu  liberalo;  e  dipoi  comandando  la 
vanguardia  dell'avo,  provocò  a  battaglia 
l'Ai  viano  e  lo  sconfisse  presso  Vicenza  a* 
7  ottobre  i5i5.  Ferrante  acquistò  più. 
gloria  ancora  a' 19  novembre  i52i,  to- 
gliendo Milano  al  maresciallo  di  Lautrec. 
Tale  brillante  successo  fu  dovuto  al  suo 
valore  e  alla  sua  audacia  ,  poiché  il  pa- 
rente Prospero  Colonna,  sotto  gli  ordini 
del  quale  militava,  non  avea  osato  di  ten- 
tar quell'impresa.  Prese  poi  Como,  inse- 
guendo i  francesi  ,e  la  fece  saccheggiare, 
ad  onta  d'aver  promesso  di  lasciarla  im- 
mune. La  campagna  deli 522  fu  assai  o- 
norevole  per  Ferrante,  quantunque  non 
comandasse  in  capo.  Soccorse  Pavia  da' 
francesi  assediata;  si  segnalò  nella  batta- 
glia della  Bicocca,  perduta  da'francesi  ca- 
pitanati daLautrec;preseLodi  ePizzighet- 
tone;  costrinse  il  maresciallo  Lesemi,  fra- 
tello di  Lautrec,  a  capitolare  in  Cremo- 
na. In  seguito  di  tale  capitolazione,  i  fran- 
cesi uscirono  dalMilanese;finalmente  pre- 
se Genova  e  l'abbandonò  al  sacche"«io. 
Tali  luminose  gesta  acquistarono  al  mar- 
chesedi  Pescara  riputazione  d'uno  de'mi- 
gliori  generali  del  possente  imperatore 
Carlo  V  e  come  re  di  Napoli  IV.  Ebbe  la 
maggior  parte  nelle  vittorie  riportate  con- 
tro l'ammiraglio  Bonnivet,  e  nella  famo- 
sa battaglia  di  Pavia  (l7.)  a'  24  febbraio 
1 525,in  cui  restò  prigione  Francesco  I  re 
diFrancia.Quest'eroe  non  volleconsegnar 
la  sua  spada,  che  al  solo  marchese  di  Pe- 
scara, qual  vero  gentiluomo;  altri  dicono 
al  viceré  La  nnoy,e  lo  rilevai  ne' voi.  LX  V, 
p.  232,  LXVIII,  p.  1  3.  Certo  é  che  Fer- 
rante invece  di  presentarsi  al  re  suo  pri- 
gioniero ornalo  di  piume  0  di  altri  disliu- 


V  A  S 

ti  vi,  al  pari  degli  altri  generali  vittoriosi, 
gli  si  presentò  in  abito  di  saia  nera,  e  con 
aria  mesta  piegò  avanti  diluì  il  ginocchio; 
alla  quale  dimostrazione  della  più  squisi- 
ta moderazione  e  nobiltà  d'  animo  ,  non 
poteva  fare  a  meno  il  sovrano  prigionie- 
ro d'avvicinarsi  al  guerriero  vincitore,  e 
dirgli  abbracciandolo: «Io non  avrei  mai 
pensato,  o  valoroso  Pescara,  che  potessi 
con  tanto  affetto  amare  e  riverire  colui 
che  mi  ha  vinto  e  reso  prigioniero,  do- 
po avermi  dato  una  gran  battaglia;  e  non 
invidio  però  l'imperatore  Carlo  V  per  la 
riportata  vittoria,  perchè  in  altra  circo- 
stanza potrei  anch'  io  ottenerla  ,  ma  lo 
invidio  per  aver  egli  per  capo  della  sua 
armata  un  marchese  di  Pescara".  L'im- 
peratore in  memoria  della  strepitosa  bat- 
tagliala Tiziano  fece  disegnare  7  carto- 
ni rappresentanti  i  principali  movimenti 
ed  episodii  della  medesima,  e  da  Giulio 
Romano  o  da  Tintoretto  fece  disegnare 
le  bordure;  quindi  dalle  donne  fiammin- 
ghe li  fece  tessere  in  fili  di  lana  colorala, 
e  d'oro  e  d'argento,  in  altrettanti  stupen- 
di arazzi,  ed  in  premio  del  suo  valore  li 
donò  al  vincitore  Ferrante.  Questi   me- 
ravigliosi arazzi,  di  cui  parlai  ne' voi.  LII, 
p.  24  (ove,  seguendo  altri,  li  dissi  donati 
al  cugino  Alfonso  II, altro  comandante  in 
capo  dell'esercito,  e  non  nipote  come  scris- 
sero diversi),  LXVI1I,  p.i3,  tuttora  ge- 
losamente si  conservano  in  Napoli  nel 
palazzo  del  suo  discendente  e  vivente, 
sua  altezza  serenissima  d.  Alfonso  d'  A- 
valos  principe  di  Pescara  e  marchese  del 
Vasto;  insieme  alla  tenda  reale  di  Fran- 
cesco I;  il  principe  inoltre  possiede  le  due 
armature  che  indossavano  nella  memo- 
rabile battaglia,  Francesco  I  e  il  suo  an- 
tenate Ferrante,  e  per  meglio  sicuramen- 
te custodirle,  ottenne  dal  re  Ferdinando 
lidi  depositarle  nella  particolare  armeria 
del  real  palazzo  di  Napoli,  riunite  a  quelle 
d'altri  antichi,  distinti  e  rinomati  guerrie- 
ri. Sono  questi  trofei  doni  di  Carlo  V  e 
monumenti  gloriosi  per  l'eccelsa  famiglia 
d'Avrlos.  Lannoy  condusse  nella  Spagna 

VOL.  LXXXVIII. 


V  AS 


?.OI 


Francesco  I  prigione,  e  Ferrante  restò  ge- 
neralissimo dell'armata  spagnuola.  1  pria* 
cipi  italiani,  gelosi  dell'illimitato  potere 
che  avea  acquistato  Carlo  V,  tentarono 
di  sedurre  il  marchese  di  Pescara  colle  più. 
magnifiche  e  seducenti  offerte,  e  gli  pio- 
misero  di  farlo  re  di  Napoli,  se  volesse  se- 
condarli nel  discacciar  i  tedeschi  e  gli  spa- 
gli uoli  dall'  Italia.  II  marchese  fece  sem- 
bianza di  prestare  orecchio  alle  loro  pro- 
posizioni, né  veramente  si  sa  se  fosse  da 
prima  tentato  ad  accettarle,  o  se  fino  dal 
principio  egli  altro  scopo  non  avesse  che 
di  conoscere  i  loro  segreti;  ma  dopochèeb- 
be  a  lungo  trattato  con  l'eloquente  Giro- 
lamo Morone  o  Moroni  di  Cremona,  ce- 
leberrimo uomo  di  stato,  primario  consi- 
gliere e  gran  cancelliere  del  duca  di  Mi- 
lano Francesco  II,  istruì  l'imperatore  del- 
le fattegli  proposizioni,  e  pentir  fece  il  du- 
ca d'  averlo  voluto  corrompere;  perciò 
venne  in  odio  de'milanesi.  Il  cav.  Coppi 
nelle  Memorie  Colonnesì}\).  3i4»  ripor- 
tai! riferito  dal  contemporaneo  Guicciar- 
dini, dicendo  che  il  marchese  essendo  al- 
quanto malcontento  di  Carlo  V,  sembran- 
dogli non  fossero  conosciuti  abbastanza  i 
meriti  suoi  (pare  perchè  Francesco  I  che 
doveasi  condurre  a  Napoli,  alla  sua  insa- 
puta fu  portato  a  Madrid;  ri  che  tenuto- 
si celato  anco  al  duca  o  contestabile  di 
Borbone,  defezionato  da  Francia  e  altro 
duce  della  battaglia  di  Pavia,  anch'  esso 
ne  restò  disgustato;  mentre  Lannoy  niu- 
na  parte  avea  avuto  alla  vittoria  ,  tutto 
il  merito  appartenendo  al  valore  di  Fer- 
rante), ne  profittò  il  Morone  col  fargli  in 
nome  del  suo  duca  le  narrate  proposizio- 
ni, e  che,  secondo  il  Muratori,  vi  si  mo- 
strò disposto  se  vi  concorressero  i  venezia- 
ni e  Clemente  VII;  questi  non  se  ne  mo- 
strò alieno  e  gliene  fece  promessa  a  mezzo 
di  Domenico  Sauli  invialo  da  Roma,  ed 
i  veneti  manifestarono  propensione  ad 
accudirvi  (aderendovi  ancora  la  regina  di 
Francia  madre  di  Francesco  1);  per  cui 
non  si  può  decidere,  se  il  marchese  nel 
lungo  trattato  per  l'ardito  progetto,  ac- 

14 


202  V  A  S 

consentisse  o  fingesse.  Si  può  vedere  il  eh. 
cav.  Giordani,  Della  venuta  e,  dimora 
in  Bologna  diClemente  VII  e  Carlo  V, 
a  p.  29  delle  Note,  nella  1 1 5  ;  rilevando 
che  ne  fu  conseguenza  la  disgrazia  del 
duca  di  Milano.  Col  Varchi  poi  raccon- 
ta il  Coppi,  che  Vittoria  Colonna,  orna- 
ta di  tutte  le  virtù,  appena  seppe  il  ma- 
neggio,esclamò:  Non  avergli  uomini  mag- 
gior nemico  che  la  troppa  prosperità.  Poi 
temendo  non  lo  sposo  si  rimanesse  abba- 
gliato allo  splendore  d'un  diadema,  riso- 
lutamente e  tutta  mesta  scrisse  al  mari- 
to. Che  ricordevole  di  sua  gloria,  guardas- 
se molto  bene  a  ciò  che  faceva,  non  cu- 
randosi d'esser  moglie  di  re,  sibbene  d'uu 
uomo  fedele  e  leale;  non  le  ricchezze,  non 
i  titoli,  non  i  regni  finalmente  quelle  co- 
se essere,  le  quali  agli  spiriti  nobili  e  di 
eterna  fama  desiderosi  possano  la  vera 
gloria,  infinita  lode  e  perpetuo  onore  ar- 
recare; ma  la  fede,  la  sincerità  e  !'  altre 
virtù  dell'animo.Con  queste,potere  chiun- 
que vuole,  non  solo  in  guerra,  ma  ancora 
nella  pace  eziandio,  agli  altissimi  re  so- 
prastare. Fatto  è,  che  il  marchese  invita- 
to il  Morone  a  Novara  nella  metà  d'ot- 
tobre 1 525,  e  avendo  fatto  ascondere  An- 
tonio de  Leyva  dietro  a  un  arazzo,  accioc- 
ché tutto  udisse,  parlò  molto  col  Morone 
di  quella  pratica,  e  poi  fattolo  imprigio- 
nare il  mandò  nel  castello  di  Pavia.  Ora 
il  eh.  Dandolo  volle  purgare  la  profonda 
sagacità  e  l'alto  ingegno  del  Moroni,  dal- 
l'indegne calunnie  di  cui  fu  tanto  oltrag- 
giata la  sua  memoria.  Dipoi  si  riscattò  il 
Moroni  dalla  prigionia  col  contestabile  di 
Borbone  ,  se  ne  guadagnò  la  confidenza, 
ne  divenne  segretario,  e  commissario  ce- 
sareo nell'espugnazione  di  Roma  e  fatali 
conseguenze;  nelle  quali  tuttavia  potè  ren- 
dere segnalali  servigi  a  Clemente  VII, 
che  in  premio  fece  vescovo  di  Modena  il 
figlio  Giovanni  Moroni,  indi  celebre  car- 
dinale decano  del  sagro  collegio,  e  ve- 
scovo d'Ostia  e  Velletri  (V.).  Tutto 
narrai  nel  voi.  LXXXV,  p.  io,  11,  12, 
i3,  14.  Ferrante  o  Ferdinando  d'Ava- 


VAS 

los  marchese  di  Pescara,  insignito  del 
Toson  d' oro  come  il  suo  avo,  di  36  an- 
ni morì  in  Milano  a*  25  o  28  novembre 
1 525,  senza  prole,  poiché  ebbe  un  figlio 
morto  prematuro,  e  così  cessò  la  linea 
d'  Alfonso  I.  Ferrante  venne  a  morte  o 
per  l'eccesso  delle  sostenute  fatiche,  o  per- 
chè i  dubbi  del  trattato  di  Napoli  forse 
movevano  Carlo  V  a  funesti  consigli,  co- 
me allora  ne  corse  la  fama.  Lasciò  in  con- 
dizione onora!  issi  ma  la  marchesana  con- 
sorte, e  chiamò  erede  il  cugino  Alfonso 
marchese  HI  del  Vasto.  Inoltre  dispose, 
che  in  Napoli  s'innalzasse  una  chiesa  in 
onore  di  s.  Tommaso  d!  Aquino  suo  a- 
scendente,  per  deporvi  il  suo  corpo.  Que- 
sto da  Milano  fu  trasportato  (altri  vo- 
gliono che  morisse  a  Novara  o  in  Raven- 
na, e  che  da  tali  città  fu  trasferito  il  ca- 
davere a  Napoli)  in  tale  metropoli.  Ma 
venne  tumulato  nella  sagrestia  di  s.  Do- 
menico maggiore,  per  sepolcro  tempo- 
raneo, coli'  intendimento  di  traslatai  Io 
poi  nella  chiesa  nuova  di  s.  Tommaso  ; 
il  che  non  fu  eseguito,  riposando  tutto- 
ra le  sue  ceneri  in  detta  sagrestia,  ed  or- 
nandone la  tomba  il  celebre  epitaffio 
scritto  dall'Ariosto:  Quis  jacet  hoc  ge~ 
lido,  etc.  Restata  vedova  Vittoria  mar- 
chesana di  Pescara,  donna  per  la  bel- 
tà del  corpo  e  vieppiù  per  quella  dell'a- 
nimo celebralissima  da  tutti  i  poeti  e 
scrittori  contemporanei,  ritirossi  per 
qualche  tempo  nel  monastero  di  s.  Silve- 
stro in  Capite  di  Roma,  per  indulto  d'uà 
breve  di  Clemente  VII.  Die  allora  prin- 
cipio all'alta  poesia,  onde  rese  immorta- 
le se  e  lo  sposo.  Quindi  allonlanossi  da 
Roma  e  vi  tornò  varie  volte  secondo  le 
vicende  de'Colonnesi  sotto  Clemente  VII 
e  Paolo  III.  Prima  del  nefando  oltraggio 
del  sacco  di  Roma,  che  oscurerà  sempre 
la  gloria  che  sparsero  sul  regno  di  Car- 
lo V  la  vittoria  e  la  fortuna,  la  marche- 
sana Vittoria  si  recò  in  Ischia,  da  dove 
prese  affettuosa  premura  delle  lagriroevo- 
li  condizioni  di  Roma  e  di  Clemente  VII 
assediato  in  Castel  s.  Angelo  dogi'  irape- 


V  AS 

riali,  seri  vendo  energicamente  al  cardinal 
Pompeo  Colonna  ,  al  marchese  del  Va- 
sto, ed  a*  condottieri  delle  furiose  armi, 
offrendo  la  propria  sostanza  a  beneficio 
degl'infelici,  e  pegni  del  suo  stato  pel  ri- 
scatto de'prigionieri  e  per  sicurezza  de- 
gli sfatichi  dati  dal  Papa.  Passò  a  Lucca 
e  poi  a  Ferrara,  indi  ne'  monasteri  di  s. 
Paolo  d'  Orvieto  e  di  s.  Caterina  di  Vi- 
terbo; in  fine  si  stabili  in  Roma  in  quello 
di  s.  Anna  de'funari,  poi  detto  de'falegna- 
mi,  ora  Ospizio  di  Tata  Giovanni  (Pr.). 
Intanto  scriveva  e  pubblicava  componi- 
menti poetici ,  di  una  nuova  poesia.  In- 
nalzata alla  luce  dell'amor  divino,  in  es- 
sa s'innalza  e  grandeggia  quanto  il  nuo- 
vo argomento  vince  e  sorpassa  1'  antico, 
nel  quale  pianse  e  celebro  l'amatissimo 
marito.  I  religiosi  componimenti  supera- 
rono gli  anteriori,  e  riportarono  sui  eoe* 
tanei  la  palma.  Meritò  che  colla  sua  ef- 
figie si  coniassero  4  medaglie,  in  una  del- 
le quali  è  pure  quella  del  marito.  Dap- 
pertutto ossequiata  da'  personaggi  più. 
ragguardevoli,  fra'quali  il  cardinal  Bem- 
bOjBuonarroti,  AnuibalCaroe  Bernardo 
Tasso,  quando  Carlo  V  si  recò  in  Roma 
neh  536  andò  a  visitarla  in  casa  Colon- 
na. Mori  nel  fine  di  febbraio  1 547  d'an- 
ni 57,  nelle  case  de'Cesarini  a  Torre  Ar- 
gentina ,  deputando  esecutori  testamen- 
tari i  cardinali  Polo,  Sadoleto  eMoroni,e 
lasciando  erede  il  fratello  Ascanio;  igno- 
randosi ov'è  sepolta,  pare  probabile  che 
fosse  tumulata  nella  tomba  delle  benedet- 
tine del  suddetto  vicino  monastero  di  s, 
Anna.  De'suoi  componimenti  se  ne  fece- 
ro più  edizioni.  Il  principe  d.  Alessandro 
T01  Ionia  per  celebrare  gli  sponsali  con  d. 
Teresa  Colonna,  le  fece  coniare  una  me- 
daglia, ecol  beneplacito  di  Gregorio  XVI 
ottenne  che  il  suo  busto  fosse  collocato 
nella  Protomoteca  Capitolina  ,  e  con  i- 
splendida  edizione  fece  pubblicare:  Le  Ri- 
me di  fattoria  Colonna  corrette  sui  te- 
sti a  penna  e  pubblicale  con  la  vita  della 
medesima  delcav.  Pietro  Ercole  Viscon- 
ti, Si  aggiungono  le  poesie  ommessc  nel- 


VAS  2o3 

le  precedenti  edizioni  e  V  inedite^  Roma 
1 840.  Di  tutto  già  parlai  ne'vol.  XIV,  p. 
287,  XLIII,  p.  48,  XLVII,  p.  87.  Ter- 
minata la  linea  d'Alfonso  I,  quella  del  fra- 
tello Innico  II  marchese  del  Vasto  II,  e 
di  Laura  Sa  use  veri  no  principessa  di  Ci- 
signano  riunì  il  marchesato  di  Pescara. 
Da  tali  coniugi  nacquero  Alfonso  II  mar- 
chese del  Vasto  III  e  di  Pescara  IV,  Ro- 
derigo  conte  di  Monte  Scaglioso  morto 
celibe,  e  Costanza  maritata  ad  AlfonsoPic- 
colomini  duca  d'Amalfi  e  conte  di  Cela- 
no. Costanza  d'  Avalos  fu  una  di  quelle 
illustri  dame  che  nel  secolo  XVI  coltiva- 
rono col  maggior  successo  la  poesia  ita- 
liana, e  restò  vedova  assai  per  tempo  e 
senza  figli.  La  sua  condotta  le  conciliò  la 
stima  generale,  e  Carlo  V  in  prova  del- 
la sua  gli  conferì  il  titolo  di  principessa. 
Le  sue  poesie  sono  unite  in  parecchie  e- 
dizioui  a  quelle  di  Vittoria  Colonna  ,  e 
molte  si  rinvengono  nella  raccolta  inti- 
tolata: Rime  diverse  di  alcune  nobilissi- 
me e  virtuosissime  donne  ^accolte  per  M. 
Lodovico  Domenichi,  Lucca  i55g.  Qui 
per  chiarire  qualche  confusione  negli  sto- 
ricijtra  le  due  Costanze  ed  una  3.a,  occor- 
re una  breve  digressione.  Leggo  nel  Cor- 
signani,  Reggia  Marsicanay  t.  1,  p.  4§2 
e  seg.,  e  nel  Marchesi,  Galleria  delVo- 
noret  t.  2,  p.  4^5.  Antonio  Piccolomini 
nipote  di  Pio  lì  e  fratello  di  Pio  III,  spo- 
sò Maria  d'Aragona  figlia  di  Ferdinando 
I  re  di  Napoli,  e  per  dote  ebbe  i  ducati  di 
Sessa  e  d'Amalfi,  il  marchesato  di  Ca- 
piscano e  la  contea  di  Celano.  Da  questo 
matrimonio  tra  gli  altri  figli  nacque  il 
suddetto  Alfonso  2.0  d'Amalfi,  il  quale 
sposò  la  lodata  poetessa  Costanza  d' Ava- 
los de'  marchesi  di  Pescara  e  Vasto,  e  da 
essi  nacque  il  duca  d'  Amalfi  Innico  Pic- 
colomini virtuoso  e  pio.  Egli  si  congiun- 
se in  matrimonio  con  Silvia  Piccolomini, 
e  la  sola  prole  fu  Costanza  ereditiera  del- 
la ducea  e  delle  altre  signorie.  Maritata 
ad  altro  Alfonso  Piccolomini  di  linea  tras- 
versale, con  apostolica  dispensa,  il  Cor 
signani    corregge  1'  Ughelli  per   avere 


>o4  VAS 

scritto  eh*  ella  era  di  casa  d'Àvalos,  co- 
me discendente  nipote  dall'ava  di  tal  fa- 
miglia. Dopo  tale  matrimonio,  Costanza 
travagliata  dal  marito,  perciò  visse  sem- 
pre in  Roma  separata  da  lui,abitandonel 
proprio  palazzo  Piccolomini  (la  coudotta 
d'Alfonso  e  l'epoca  mi  fa  non  senza  fon- 
damento sospettare,  che  sia  il  famoso  du- 
ca di  Monte  Marciano,  di  cui  parlai  in 
più  luoghi  ed  a  Velletri.  Di  carattere 
violento  e  impetuoso,  si  fece  capo  di  li* 
cenziosi  soldati  e  di  ladroni,  e  commise  e- 
normi  assassini*!  e  depredazioni  nello  sta- 
to pontificio  e  anche  in  Toscana,  ove  finì 
giustiziato).  Costanza  donò  a'  Teatini 
(F.)  il  suo  palazzo  di  Roma,  col  quale  si 
formò  la  loro  casa,  e  ne  fu  insigne  bene- 
fattrice ;  per  cui  vendè  lo  stato  di  Capi- 
strano,  e  nel  1 5g  i  quello  di  Celano  a  d. 
Camilla  Peretti  sorella  di  Sisto  V;  mo- 
rendo poi  senza  successione  fieli'  anno 
1610  piamente  in  Napoli,  pare  tra  le 
domenicane  della  Sapienza.  Ritornan- 
do ad  Alfonso  II  nato  a  Napoli  nel  i5o2, 
marchese  del  Vasto  e  di  Pescara  per  aver 
conseguito  l'eredità  di  Ferrante  suo  cu- 
gino, continuatore  della  nobilissima  pro- 
sapia degli  Avalos,  fu  avvenente  al  som- 
mo della  persona,  di  destro  e  sveglia- 
to ingegno,  prontissimo  a  trascorrere  al- 
l'ira, nell'ira  feroce.  Vana  era  riuscita  o- 
gni  opera  de'maestri  che  gli  avevano  po- 
sto d'  attorno;  se  non  solo  di  quelli  che 
dell'armi,  del  cavalcare  e  di  altri  tali  ca- 
vallereschi esercizi  gli  erano  insegnatoli. 
Nell'adolescenza  sua  la  cognata  Vittoria 
Colonna  intraprese  a  voler  mansuefarne 
l'animo  fin  allora  indomito  ad  ogni  col- 
tura, col  proprio  esempio  e  coll'alletta- 
mento  della  poesia  ;  e  tanto  felicemente 
le  riuscì  il  pensiere  suo,  che  il  giovanet- 
to apparve  ben  presto  tutto  da  se  mede- 
simo diverso,  fatto  costumato  e  gentile; 
mostrò  allora, e  conservò  mai  sempre  un 
amore  verso  agli  studi,  per  cui  divenne 
autore  egli  slesso  di  versi  leggiadri,  de' 
quali  alcuni  sono  alle  stampe.  Un  poe- 
metto d'Alfonso  II,  dove  parla  delle  sue 


VAS 
guerre  di  mare,  è  nelle  terze  rime  stam- 
pate con  altre  di  Luigi  Gonzaga  innanzi 
a'versi  del  Bembo  in  Verona  nel  1  54**. 
Inoltre  si  leggono  di  lui  sonetti  al  Sanaz- 
zaroe  al  Muzio,  impressi  fra  le  poesie  de' 
medesimi.  Laonde  (piando  a  Vittoria  ac- 
cadeva di  favellare  di  sua  sterilità,  presen- 
te Alfonso  11,  era  solita  dire,  additando  il 
marchese  del  Vasto:  Già  sterile  io  non 
posso  essere  chiamata,  quando  ho  del  mio 
ingegno  generato  costui.  Militò  lai  ."  vol- 
ta sotto  gli  ordini  del  cugino  Ferrante, 
e  si  segnalò  nel  \5i5  per  luminoso  vaio» 
re  all'assedio  e  battaglia  di  Pavia.  Am- 
bedue primeggiarono  fia'più  valorosi  du- 
ci del  secolo  XVI,  ed  oltre  alla  perizia  e 
arte  più  accorta  della  strategia  militare 
in  guerra,  al  più.  invitto  coraggio  e  alle 
ammirabili  qualità  personali, furono  mai 
sempre  dediti  all'incremento  del  lustro  di 
loro  celebre  famiglia.  E  Ferrante  innanzi 
a  tale  memorabile  battaglia  disse  al  cu- 
gino Alfonso  II.  Io  mi  affaticherò  con  tut- 
te le  mie  forze,  affinchè  si  accrescano  gli 
onori  della  nostra  famiglia.  Morto  in  det- 
to anno  Ferrante,  gli  successe  anche  nel 
comando  degli  eserciti  di  Carlo  V  in  Ita- 
lia. In  seguito  pacificatosi  Clemente  VII 
con  Carlo  V,  convennero  di  abboccarsi 
in  Bologna,  e  ivi  il  Papa  coronò  l'impe- 
ratore. Vi  si  recarono  verso  la  fine  del 
i52g,  ed  Alfonso  II  vi  si  portò  poco  do- 
po, e  venne  alloggiato  nel  palazzo  delse- 
natoreRossi,ove  poi  fu  anche  il  duca  d' Ur- 
bino.A'3  1  dicembre  si  trovò  presente  nel- 
la basilica  di  s.  Petronio  alla  lettura  de' 
capitoli  per  la  pace  d'Italia  fatti  pubbli- 
care da  iPapa  e  dall'imperatore,pa  rimen- 
te presenti.  Il  marchese  era  vestito  in  a- 
bili  sontuosi,  come  uno  de'signorichepiù 
sfoggiavano  in  grandezza  e  magnificenza, 
e  fra'più  distinti  personaggi  si  accostò  al 
pulpito  per  bene  udire.  Volendosi  a  lui 
troppo  avvicinare  un  uomo  in  abito  di- 
messo, senza  domandargli  chi  fosse,  con 
forza  lo  respinse  indietro.  Lo  sconosciuto 
era  il  contedi  Monte  Pelgrado  fratello  di 
Oldcrico  duca  di  Wurlemberg.  Gli  ami- 


V  A  S 

ci  del  marchese  subito  di  ciò  lo  avvertiro- 
no, per  essere  stato  troppo  precipitoso, 
poiché  se  ne  fosse  pervenuta  querela  al- 
l'imperatore, forse  potevasene  aspettare 
sdegno  e  risentimento.  Però  il  marche- 
se prontamente  rispose  loro,  che  non  se 
ne  pentiva  affatto,  e  anzi  piuttosto  l' im- 
peratore avrebbe  dovuto  lodarlo  dell'at- 
to, perla  ragione,  che  un  principe  di  na- 
scita e  di  rango  elevato,  in  pubbliche  fun- 
zioni è  tenuto  vestire  e  serbare  il  decoro 
convenevole  alla  cospicua  sua  dignità;  né 
mai  comparire  in  abito  dimesso  e  umile, 
se  pretende  d*  essere  considerato  eguale 
agli  altri  della  condizione  sua.  Non  se  ne 
scusò  col  conte,  ne  fece  altra  dimostrazio- 
ne ,  quantunque  porgesse  con  ciò  argo- 
mento a  vari  discorsi.  Laonde  cla'savi  fu 
applaudita  l'azione  del  marchese,  per  la 
quale  poteva  trarne  ammaestramento 
chiunque  non  voleva  mettersi  in  simi- 
gliano circostanze,  se  intendesse  farsi  nel 
grado  suo  rispettare.  Indi  Carlo  V  volle 
che  si  dassero  singolari  assegni  e  ricogni- 
zioni al  capitano  generaleAntonio  deLey- 
va,  al  marchese  del  Vasto  e  Pescara,  ed 
a  'capitani  minori,  che  s'erano  portati  va- 
lorosamente nelle  guerre  di  Lombardia. 
Per  la  convenuta  espugnazione  di  Firen- 
ze, fra  il  Papa  e  l'imperatore,  fu  desti- 
nato anche  Alfonso  li  generale  de* fanti 
alemanni  e  spaglinoli,  per  cui  Clemente 
VII  a'4  gennaio  i53o  gli  fece  scrivere  dal 
suo  segretario  Sanza  premure  pel  solle- 
cito e  felice  esilo  dell'impresa,  a  tale  ef- 
fètto ponendo  a  sua  disposizione  i  commis- 
sari pontificii.  Neh  532  tornarono  in  Bo- 
logna Clemente  VII  e  Carlo  V,  e  vi  fu 
chiamalo  il  Tiziano  a  fare  il  ritratto  del- 
l'imperatore, il  quale  raccolse  il  pennello 
caduto  al  gran  pittore,  dicendo  nel  resti- 
tuirglielo: Tiziano  merita  d'essere  servito 
dall'imperatore.  In  quell'occasione  Tizia- 
no ritrattò  pure  il  marchese  del  Vasto  e 
di  Pescara.  Questi  nell'istesso  anno  qual 
generale  d'infanteria  passò  in  Austria,  per 
difenderla  contro  Solimano  II  formidabi- 
le imperatole  de'  turchi.   Accowpaguò 


V  A  S  aoì 

l'imperatore  in  quasi  tutte  le  sue  spedi- 
zioni, a  Tunisi  e  in  Provenza:  dovunque 
die  provedi  gran  talento  e  di  somma  bra- 
vura, ma  dovunque  altresì  lasciò  appa- 
rire il  suo  carattere  duro  e  orgoglioso. 
Reduce  Carlo  V  dalle  conquiste  di  Tu- 
nisi, nel  1 536  fece  il  suo  Ingresso  solen- 
ne in  Roma  (/"".),  preceduto  da  Alfonso 
II  capitano  generale  alla  testa  di  35oo 
fanti  colle  proprie  insegne,  e  notai  nel  voi. 
LI,  p.  124,  che  nel  pontificale  di  Pasqua, 
da  Paolo  HI  celebrato  in  s.  Pietro  alla 
presenza  di  Carlo  V  vestito  da  impera- 
tore, a  questi  levava  e  metteva  il  berret- 
tino sotto  la  corona  il  marchese  del  Va- 
sto e  Pescara.  Lo  stesso  Paolo  1 1 1  nel  1 53g 
donò  lo  Stocco  e  Berrettone  ducale  be- 
nedetti (f.),  ad  Alfonso  II  come  genera- 
le di  Carlo  V  contro  i  turchi.  Fino  dal 
i536  per  morte  del  navarrese  Antonio 
de  Ley  va,  uno  de'  più.  valenti  generali  di 
Carlo  V,  questi  elesse  capitano  generale 
del  ducato  di  Milano  il  marchese  Alfonso 
II,  0  resse  e  difese  quella  provincia  con 
molto  valore,  ma  fu  incolpato  d'aver  fat- 
to perire  i  negoziatori  che  Francesco  1  a- 
vea  spediti  a  Costantinopoli,  passando  pel 
Milanese.  Governando  questo,  rilevai  nel 
voi.  LUI,  p.  78,  che  scelse  a  suo  confesso- 
re ed  elemosiniere  il  domenicano  p.  Ghi- 
slieri,  poi  s.  Pio  V.  Nel  i5.j3  costrinse  il 
duca  d'Enghien  e  il  famoso  corsaro  Bar- 
barossa,  a  levare  l'assedio  da  Nizza;  ma 
aJ  1 4  aprile  del  1 544  ^u  sconfitto  a  Ceri- 
zole  dallo  stesso  duca,  in  cui  perirono 
10,000  de'suoi  combattenti.  Quantun- 
que ferito,  raccozzò  le  sue  genti  dinanzi 
a  Milano,  e  salvò  quella  capitale,  in  guisa 
che  i  francesi  poco  vantaggio  ritrassero 
dalla  vittoria,  sino  alla  pace  di  Crepy  con- 
clusa a' 18 settembre.  Morì  neh  546  a  Vi- 
gevano, mentre  era  stato  accusato  a  Car- 
lo V  da'm danesi  di  durezza  e  di  eccessi- 
ve imposizioni.  Alfonso  II  per  Maria  d'A- 
ragona fu  padre  di  numerosa  prole  :  cioè 
il  cardinal  Ionico  d' ìAvahs(y.)  legato  di 
Roma  e  vice-Papa,  nell'  assenza  ili  Cle- 
mente Vili,  quando  si  recò  a  Ferrara  a 


ao6  V  A  S 

prendere  possesso  di  quello  stato;  Fernan- 
do Francesco  e  Cesare  ch'ebbero  discen- 
denza; Cai  lo  principe  di  Monte  Sarchio, 
che  da  Gesualda  principessa  di  Venosa 
ebbe  Maria  maritata  con  Alfonso  Gioeni 
principe  di  Castiglione  e  conte  di  Modica; 
Giovanni  signore  di  Pomaricoe  di  Mon- 
te Scaglioso,  maritato  a  M."  Orsini;  e  le 
figlie  Beatrice  sposata  ad  Alessandro  Gue- 
vara,  ed  Antonia  maritala  al  marchese 
Trivulzi  e  poi  al  principe  di  Sulmona. 
De'due  figli  che  proseguirono  la  discen- 
denza, dirò  prima  di  Cesare.  Questi  gran 
cancelliere  del  regno  di  Napoli  sposò  Lu- 
crezia del  Tufo,  che  Io  fece  padre  di  Gio- 
vanni principe  di  Monte  Sarchio,  1  unico 
che  sposò  Isabella  d'Avalos  figlia  d'  Al- 
fonso Felice  marchese  del  Vasto  V  e  di 
Pescara  VI,  e  Maria  maritata  al  princi- 
pe di  Madia:  soltanto  Giovanni  continuò 
questo  ramo,  come  poi  dirò.  11  primoge- 
nito d'Alfonso  li,  Fernando  Francesco 
fu  marchese  del  Vasto  IV  e  di  Pescara 
V.  Pare  che  questi  sia  quello  che  reca- 
tosi a  Roma,  benché  fossero  soltanto  i  Co- 
lonna e  gli  Orsini  Principi  assistenti  al 
soglio  pontificio,^.),  Gregorio  XIII  gli 
die  il  i.°  luogo  nella  cappella  pontificia  e 
nel  Trono  ;  il  marchese  più  volte  gli  so- 
stenne lo  strascico  del  Manto  pontificale, 
gli  somministrò  l'acqua  per  la  Lavanda 
delle  mani,  e  sostenne  un'asta  del  Bal- 
dacchino sotto  il  quale  incedeva  il  Papa, 
come  e  meglio  riportai  con  un  documen- 
to nel  voi.  LXV1I,  p.  io4«  Da  Fernando 
Francesco  e  dalla  moglie  IsabellaGouzaga 
nacquero,  Tommaso  patriarca  d'Antio- 
chia ,  e  il  suddetto  Alfonso  Felice  mar- 
chese del  Vasto  V  e  di  Pescara  VI,  deco- 
ralo del  Toson  d'oro,  e  generale  della  ca- 
valleria di  Fiandra.  Questi  maritato  con 
Lavinia  della  Rovere  figlia  del  duca  d' Ur- 
bino, nacquero  Maria  monaca,  Caterina 
contessa  di  Novellala ,  e  la  primogenita 
Isabella  Felice  erede  universale  de'inar- 
chesi  di  Vasto  e  Pescara.  Si  maritò  con 
Innico  d'A  valos,  figlio  di  Cesare  e  di  Lu- 
crezia del  Tufo,  giù  rammentati.  Perciò 


V  AS 

Innico  divenne  marchese  del  Vasto  Vie 
di  Pescara  VII,  e  fu  decorato  dell'ordi- 
ne del  Tosou  d'  oro.  Da  loro  nacquero 
Francesco  Ferrante  marchese  di  Vasto 
VII  e  di  Pescara  VIII,  che  non  ebbe  figli 
da  Girolamo  Doria,  il  domenicano  Tom- 
maso vescovo  di  Lucerà,  l'agostiniano  Ce- 
sare fatto  arcivescovo  inpartibus  da  Ur- 
bano Vili,  l'agostiniano  Bonaventura  nel 
i643  vescovo  di  Volturata  e  nel  i654 
vescovo  di  Nocera  de'Pagani,  Francesca 
sposala  al  duca  Diomede  Cai-afa  e  poi  a 
Pompeo  Colonna,  e  Diego  principe  d'  I- 
sernia,  marchese  del  Vaslo  Vili  e  di  Pe- 
scara IX.  Quest'ultimo  sposato  con  Fran- 
cesca Carafa,  nacque  Cesare  Michelange- 
lo marchese  del  Vasto  IX  e  di  Pescara 
X,  insignito  del  Toson  d'oro,  il  quale  non 
ebbe  prole  da  Ippolita  d'Avalos,come  non 
l'ebbero  i  fratelli  Francesco  e  Ionico,  Gio- 
vanni essendo  vescovo  inpartibusj  le  due 
sorelle  furono  monache  di  s.  Gaudioso. 
Terminato  cosi  questo  ramo,  ritornando 
a  Cesare  gran  cancelliere  del  regno  di 
Napoli,  e  al  suo  figlio  Giovanni,  che  dis- 
si aver  continuato  la  stirpe  degli  A  valos, 
egli  principe  di  Monte  Sarchio,  con  An- 
dreana  de  Sangro  del  principe  di  s.  Se- 
vero, nacquero  8  figli,  de'quali  6  femmi- 
ne e  fra  queste  2  monache,  e  2  figli  An- 
drea principe  di  Monte  Sarchio  e  deco- 
ralo del  cospicuo  ordine  del  Toson  d'  o- 
ro,  il  quale  cou  Anna  di  Guevara  di  Bo- 
vino ebbe  3  figlie  maritate:  Andreana  a 
Giuseppe  de  Medici  principe  d'Otlajino, 
Sveva  a  Giovanni  di  Guevara  duca  di  Bo- 
vio o,  Giulia  a  Giovanni  d'A  valos  princi- 
pe di  Troia,  e  cosi  terminò  la  sua  linea, 
Altro  figlio  Giovanni  di  Cesare  fu  il  con- 
tinuatore della  nobilissima  famìglia,  cioè 
Anton  Francesco  maritato  ad  Andreana 
Caracciolo  de'marchesi  di  s.  Ermo,  il  cui 
unico  figlio  Giovanni  principe  di  Troia 
sposò  la  cugina  Giulia  d'Avalos:  delle  lo- 
ro 4  figlie  3  si  fecero  monache  in  s.  Gau- 
dioso, e  l'altra  mori  celibe.  Da  Giovanni 
fratello  di  esse  e  da  Giulia,  de'  loro  figli, 
Nicola  primogenito  principe  diMonte  Sur- 


V  AS 

chio  prosegui  la  discendenza,  Giuseppe  e 
Andrea  non  l'ebbero,  e  delle  3  figlie  2  si 
fecero  monache,  e  Ippolita  sposò  Cesare 
d'Avalos.  Nicola  duuque  sposò  Giovanna 
Caracciolo  del  principe  d'  Avellino  e  fu 
madre  di  6  figli,  3  maschi  e  3  femmine: 
de'primi  Gaetano  fu  celibe;  Gio.  Battista 
marchese  del  Vasto  X  e  di  Pescara  XI,  il 
quale  non  ebbe  figli  dalla  Spinelli  e  dalla 
Sangro;  e  Diego  marchese  del  Vasto  XI 
e  di  Pescara  XII, dal  quale  con  Eleonora 
d'Acquavi  va  figlia  del  couledi  Conversa- 
no nacquero,  Tommaso  marchese  del  Va- 
sto XII  e  di  Pescara  XIII  ,  Diego  mar- 
chese del  Vasto  XIII  e  di  Pescara  XIV 
maritato  ad  Eleonora  Doria.  Finalmen- 
te da  questi  ultimi  nacquero  Ferdinan- 
do marchese  del  Vasto  XI V  e  di  Pescara 
XV  defunto  senza  prole,  il  vivente  Sua 
Altezza  Serenissima  d.  Alfonso,  supersti- 
te e  celibe,  in  cui  si  eslingue  l'eccelsa  stir- 
pe, marchese  del  Vasto  XV  e  di  Pescara 
XVI;  e  Giuseppe  principe  di  Monte  Sar- 
chio  definito.  La  serenissima  famiglia  d'A- 
valosd'Aquiuod'Aragonagodèfinoda'12 
marzo  1  704  in  vii  tuo" mi  iliplonia  dell'im- 
pera toreLeopoIdo  I, che  elevò  a  principato 
il  marchesato  di  Pescara,  il  titolo  di  prin- 
cipe del  sagro  romano  impero,  ed  in  segui- 
to dell'impero  austriaco,  col  trattamento 
d'Altezza  Serenissima,  dilezione,  e  con- 
sanguineo carissimo;  e  l'imperatore  Giti* 
seppe  1  nel  1707,  nella  guerra  della  suc- 
cessione di  Spagna,  promise  alla  mede- 
sima famiglia  i  ducati  di  Massa  e  Carra- 
ra. Allorquando  nel  regno  delle  due  Si- 
cilie esisteva  la  feudalità,  il  suo  rappre- 
sentante era  fin  dal  secolo  XVI  gran  ca- 
merario, e  dal  1800  in  poi  r .°  barone  del 
regno.  L'attuale  rappresentante  dell' en- 
comiata famiglia  è  dunque  Sua  Altezza 
Serenissima  d.  Alfonso  d'Avalos  principe 
di  Pescara  e  marchese  del  Vasto,  princi- 
pe di  Monte  Sarchio,  di  Troia,  di  Fran- 
cavilla  e  di  Vitulano;  conte  di  Monte  O- 
derisio, oltre  di  altri  24  titoli  signorili  che 
per  brevità  tralascio.  E'  poi  nel  detto  ré- 
gno delle  due  Sicilie  capo  di  coite  ouo- 


V  A  S  107 

rario  di  S.  M.  il  re,  e  cere  moni  ere  del- 
la  medesima  real  corte;  ministro  segre- 
tario di  stato  e  ambasciatore  per  la  firma 
detrattati  colla  s.  Sede;  presidente  della 
reale  e  magistrale  deputazione  del  s.  mi- 
litare ordine  Costantiniano,  e  soprinten- 
dente generale  di  molti  stabilimenti  di  be- 
neficenza. Nella  Spagna  è  tre  volte  gran- 
de di  Spagna;  e  nella  s.  Sede  principe  as- 
sistente onorario  al  soglio  ponti ticio ,  pel 
riferito  ne' voi.  LUI,  p.  217,  LV,  p.  243, 
non  che  postulatole  della  causa  della  ser- 
va di  Dio  M.a  Cristina  di  Savoia  regina 
delle  due  Sicilie, i.a  moglie  del  re  che  re- 
gna e  madre  del  principe  ereditario,  per 
quanto  raccontai  nel  voi.  LXV,  p.  307.  E 
altresì  insignito  di  molti  distinti  ordirne- 
questri  si  nazionali  e  sì  esteri,  come  ca- 
valiere gran  croce  dell'ordine  di  s.  Gen- 
narOj  e  cavaliere  gran  croce  del  detto 
militare  ordine  Costantiniano  nel  re- 
gno delle  due  Sicilie,  gran  bali  dell'or- 
dine Gerosolimitano,  gran  croce  de'  3 
ordini  cavallereschi  della  santa  Sede, 
cioè  di  Cristo,  di  s.  Gregorio  I  Magno, 
e  Piano;  gran  croce  dell'ordine  d'Isabella 
la  Cattolica  di  Spagna,  di  s.  Giuseppe  del 
granducato  di  Toscana;  dell'imperiai  or- 
dine di  s.  Anna  di  Russia  dir."  classe;  del- 
l'ordine del  Merito  di  s.  Lodovico  del  du- 
cato di  Parma,  e  gran  dignitario  dell'  or- 
dine della  Rosa  dell'impero  Brasiliano. 
Lo  stemma  d'  Avalos  fu  di  3  specie.  Il 
i.°  si  formò  d'un  solo  campo  diviso  in  4 
dadi,  due  gialli  e  due  rossi,  che  forma- 
no l' ornamento  ritenuto  per  1'  antico 
stemma  di  famiglia  intorno  la  targa  at- 
tuale. 11  2.0  stemma  fu  la  torre  di  Casti- 
glia,  concessa  a  Ruiz  Lopez  da  Enrico  IH. 
11  3.°  colle  insegne  di  grandi  generali 
d'armata,  coti  cimiero,  penne,  motto  ec, 
siccome  adottarono  Ferdinando  France- 
sco Ferrante  e  gli  altri  successori  gene- 
rali degli  eserciti  di  Carlo  V.  Finalmen- 
te il  baldacchino  imperiale  per  essere 
principe  del  s.  Romano  Impero,  pel  det- 
to diploma  dell'  imperatore  Leopoldo  I. 
Abbiamo  di  Valles,  Historia  del  mar- 


2o8  V  A  T 

ques  de  Pescara  y  otres  siete  Capita- 
nes,  con  adicion  por  Diego  de  Fuentes, 
Anversa  1570. 

VATERFORD.  V.  Waterford. 

VATICANO,  Valicami? ,  Compen- 
diutti  totius  Urbis,  Coca  plesso  di  magni- 
ficenze splendide  e  soutuose,  e  delle  più 
venerande  memorie  sagre  dell'unica  /fo- 
7/u/( F.^cbiamata  perantonomasia  Urbs 
(V.),  ed  in  cui  nullum  sine  nomine  sa- 
xum.  E  situato  al  suo  occidente  presso  il 
colle  omonimo,  uno  de'famigerati  Monti 
di  Romat  ì  quali  formano  corona  natu- 
rale e  immortale  alla  città  eterna,  vicino 
alla  destra  sponda  del  tanto  famoso  Te- 
yere(F.).Uaiil\caX\V  Regione  di  R.oma 
comprendeva  il  rione  di  Trastevere,  fa- 
cendone parte  i  Monti  Gianicolo  e  Vati- 
cano: il  Trastevere  fu  anche  detto  Urbs 
Ravennantium,  perchè  principalmente  a- 
lutato  da'  ravennati,  per  cui  nella  basili- 
ca Vaticana  una  delle  sue  porte  si  deno- 
minò Raventiiana.S\  comprende  in  quel- 
la parte  denominata  Città  Leonina  (V.) 
O  regione  d»  Borgo  ,  Urbs  adiecta,  il 
XIV  de' Rioni  di  Roma  (V,),  il  quale  eb- 
be uno  de'  Tribunali  di  Roma  (V.)  pro- 
prio, col  suo  Governatore  particolare, 
che  un  tempo  lo  fu  pure  del  Conclave 
(quando  celebravasi  nel  Vaticano,  in  cui 
i  conclavi  furono  tenuti  dal  1 3o3  al  1 775 
inclusive;  in  tale  tempo  di  conclave,  i 
Ponti  di  Rotaia  che  conducevano  al  Va- 
ticano, per  privilegio  erano  custoditi  dalla 
famiglia  Afattei),e  Sisto  V  gli  die  parte 
del  suo  stemma.  Pel i.°ne  formò  e  fortifi- 
cò il  circuito s.  Leone  IV  (V.)  coq  altre 
Mura,  Torri  e  Porte  di  Roma  (  V.)  per 
sua  difesa,  eziandio  con  ingrandimento 
di  Roma,  servendogli  di  rocca  il  propin- 
quo Castel  s.  4ngelo  (V.),  già  Sepol- 
tura d'Adriano.  Il  Papa  fu  aiutato  prò 
acdificatione  novae  Ronme ,  anche  da' 
soccorsi  dell'imperatore  Lotario  I,  e  pre- 
se il  detto  pontificio  suo  nome  ,  Civilas 
Leoniana ,  Civitas  Nova ,  poiché  colla 
cinta  di  mura  formò  una  nuova  città  se- 
parata in  certo  modo  dal  resto  41  Roma, 


VAT 

Situata  la  città  Leonina  al  di  là  del  Te- 
vere, diesi  trapassava  anticamente  sul 
Ponte  (V.)  Trionfale  poi  di  s.  Pietro 
o  Vaticano,  ed  ora  sul  nobilissimo  Poti' 
te  s.  Angelo  (V,)t  questa  parte  non  era 
stata  propriamente  abitata  dagli  antichi 
romani,  come  occupata  da  quegli  edilizi 
che  poi  dirò,  e  per  essere  luogo  basso  e 
allora  tenuto  di  aria  imperfetta,  perchè 
dominato  dallo  scirocco,  in  uno  all'adia- 
cente rione  di  Trastevere,  come  osserva 
Pa  nei  ioli.  Non  cosi  fecero  i  cristiani  d'o- 
gni nazione,  per  essere  vicini  a'eorpi  de' 
ss,  Pietro  e  Paolo  ;  laonde  vi  costruiro- 
no abitazioni,  Scuole  e  chiese,  ed  i  Pupi 
successivamente  vi  fabbricarono  nelle  a- 
diacenze  diversi  Borghi  di  Roma  (V.)t 
e  ne  riparlai  nel  voi,  L,  p.  2  55,  dicendo 
di  sua  etimologia.  Sembra  il  più  antico 
quello  che  contiene  il  grandioso  Ospe- 
dale di  s.  Spirito  (V.),  perciò  chiamato 
Borgp  s.  Spirito  ;  altro  parimente  anti- 
co è  il  Borgo  s.  Michele,  denominazione 
che  prese  dalla  propinqua  chiesa,  della 
quale  ragionai  anche  nel  voi.  LXII,  p.  5.{, 
Indi  Vittore  III  edificò  il  Borgo  che  per 
lui  d i cesi Vit torio j  poi  si  fabbricò  il  Bor- 
go detto  Vecchio.  Sisto  IV  eresse  q  al- 
meno fece  la  strada  da  lui  detta  Sistinat 
de\Borgo  s,  Ange  lo, nome  che  prese  dalla 
chiesa  d'  cui  riparlai  nel  voi.  LXXXI V, 
p.i5i.  Alessandro  VI  lastricò  la  via  prin- 
cipale che  dal  ponte  e  dal  Castel  s.  An* 
gelo  conduce  al  Vaticano,  detta  per  lui 
Alessandrina ,  e  con  invitare  il  popola 
a  fabbricarvi  abitazioni,  colla  bolla  Et- 
si  Universis  Romanae  Ecclesiac  domi- 
nio, emanata  neli5oo,  Bull,  Rotti,  t.  3, 
par.  3,  p.  ^44:  Privilegia  aedi ficanli uni 
in  via  A\exandrina  nuper  in  Urbe  di- 
ree  ta  a  Castro  s,  Angeli  ad  plaleam  s, 
Petn  principis  aposlolorum  j  cioè  que' 
medesimi  accordati  da  Sisto  IV  in  favore 
di  quelli  che  ampliavano  o  costruivano 
nuovi  edilizi  a  comodità  degli  abitanti, 
ed  orqato  e  decoro  di  Roma,  colla  bolla 
Elsi  de  cunctaritm  Civi tatuiti,  de'  3o 
.giuguq  1 480,  Bull.  cit.  p.  1 79.  Cogli  edi- 


V  AT 
fizi  costruiti  si  formò  il  Borgo  Nuovo, 
dello  poi  e  s.  Pietro  per  condurre  direi- 
tntnenle  dal  ponte  alla  sua  basilica.  Fi- 
nalmente Pio  IV  fabbricò  il  Borgo  Pio, 
così  appellato  dal  suo  nome,  ed  anche  di 
s.Anna  per  la  chiesa  del  sodalizio  de' Pa- 
lafrenieri  (F.)A\  vicoviìalo Ponte  Trion- 
fale o  faticano  sorgeva  in  mezzo  al  Te- 
vere, tra  la  chiesa  di  s.  Giovanni  de'fio- 
rentini  e  l'ospedale  di  s.  Spirito,  vicino  e 
riinpelto  ai   Vaticano;  e  vuoisi  che  la 
Porta  di  Roma  (F.)   Trionfale  o  Fati- 
canat  sulla  ripa  del  Tevere  fosse  congiun- 
ta alla  testa  del  ponte  di  tal  nome,  e  met- 
tesse al  Campo  Vaticano.   Per  la  porta 
Trionfale,  che  non  va  confusa  coll'altra  o- 
monima  presso  l'ospizio  di  s.  Galla,  face- 
vano V Ingresso  .solenne  in  Roma  (F.)  i 
romani  capitani  vittoriosi,  cui  era  stalo 
decretato  l'onore  del  Trionfo  (F.),  e  la 
cui  pompa  ponevano  in  ordine  nel  det- 
to Campo.  Il  Ponte  Faticano  o  Trion- 
fale sembra  perito  nell'inizio  del  secolo 
V,  ed  i  suoi  avanzi  sono  visibili  nel  Te- 
vere. Perciò  divenendo  la  Porta   Fati- 
carla la  più  nobile  di  quelle  di  Roma, 
per  essa  e  pel  Ponte  Faticano  non  po- 
tevano transitare  i  suburbani ,  ma  i  soli 
cittadini,  La  Porta  Aurelia  posta  all'im- 
boccatura del  Ponte  s.  Angelo,  fu  detta 
Parta  s,  Petri  fin  dal  secolo  V  e  conser- 
vò tal  nome  fino  al  XII  :  rimase  in  piedi 
fino  ad  Alessandro  VI,  che  l'abbattè  per 
unire  la  Città  Leonina  col  resto  di  Ro- 
ma. Altra  controporta  a  fronte  della  Cit- 
tà Leonina  era  Poi  ta  Collina,  detta  pu- 
re Porta  Aenea,  Cornelia,  s<  Petri:  fu 
demolita  sotto  Pio  IV  nel  cingere  d'  al- 
tre murala  Città  Leonina  e  nel  fortifica- 
re Castel  s,   Angelo.   Ragionando  delle 
Porte  diRoma,  discorsi  ancora  delle  porte 
Cavalleggicri,  Fabbrica,  Castello,  An- 
gelica, Pertusa,  Firidaria,  delle  Mura 
di  Roma  di  recinto  alla  Città  Leonina,  e 
òe\\ePortePoslerula,{\\  s.  Spirito  e  Setti- 
mianata\  comunicazione  col  Mante  Già- 
nicolo  e  colla  regione  di  Trastevere.  Di 
tulio  eziandio  riparlai  uegli  articoli  relu- 


V  A  T  209 

tivi,  come  feci  di  detta  Strada  di  Roma 
a  questo  articolo,  in  uno  alla  Fia  Papa- 
le. Delle  chiese,  conventi  o  mouasteri  de' 
carmelitani ,  trinitari  scalzi ,  scolopi, 
della  penitenza  e  antonianióeì  patriar~ 
cato  armeno  ;  così  delle  chiese  de'sodali- 
zi,  nonché  degli  ospizi  epalazzi  esistenti 
nella  città  Leonina  o  Borghi  di  Roma  , 
tutti  descrissi  a'iuoghi  loro,  e  riparlai  ne' 
relativi,  inclusivamente  a\\e  fontane,  a- 
vendo  avvertito  a  suo   luogo,  della  de- 
molita di  Paolo  F  al  principio  di  Bor- 
go Nuovo,  ove  poi  si  eresse  un  prospet- 
to con  abitazioni,  ed  altro  prospetto  fu 
edificato  dall'altro  Iato.  Inoltre  nel  voi. 
LXXXV,  p.  200,  notai  dove  venue  col- 
locato lo  stabilimento  della  Civiltà  Cat- 
tolica. Luoghi  tutti  delle  vicinanze  del 
Vaticano,  come  de'non  più  esistenti  non 
mancai  ragionarne  negli  articoli  che  li 
riguardano.   Quanto  alle  chiese  ne  fe- 
ce il  novero  nel  1600  in  numero  di  2  j 
e  brevemente   descrisse  il  Panciroli  ne' 
Tesori  nascosti  dell'alma  città  di  Ro- 
ma. Anticamente  la  giurisdizione  spiri- 
tuale de'Borghi  o  Città  Leonina  appar- 
teneva al  vescovo  suburbicario  di  Selva 
Candida,  ossia  di  s.  Ruffino-,  vescovato 
poi  unito  a  quello  di  Porto  (F.).  Questi 
Borghi  Urbani  di  Roma  moderna  non  si 
devono  confondere  co'Borghi  Suburbani 
di  Roma  antica,  che  in  tanti  luoghi  de- 
scrissi,  e  ne  trattano  Degli  Effetti,  Memo-> 
rie  di  s.  Nonnosoe  de'Borghi  diRoma; 
e  Nibby,  Analisi  de  dintorni  di  Roma, 
11  Vaticano  è  una  delle  grandi   meravi- 
glie moderne  del  mondo  (come  notai  nel- 
P  enumerare    quelle    antiche,   nel    voi, 
LX  V 1  II ,  p.  1  26,che  pur  descrissi  a'iuoghi 
loro),  eterno  e  diletto  oggetto  della  pro- 
fonda venerazione  de' cristiani,  dell'am- 
mirazione di  tutti  i  popoli,  e  specialmem 
te  degl'intelligenti  e  sapienti,  siccome  ag<- 
gregato  di  monumenti  preziosi  e  pe'pre- 
gi  infiniti  che  gli  fanno  sublime  orna- 
mento; sì  per  contenere  i  Limina  Apo- 
stolorum  (F.)t  la  più  augusta  papale  re- 
sidenza, uq  emporio  di  duUriua  e  de'ca- 


2  i  o  VAX 

polavori  antichi  e  moderni,  di  cui  Roma 
centro  del  cattolicismo,  patria  vera  della 
scienza  ecclesiastica  e  delle  belle  aiti,  è  la 
custode  più  degua  e  fedele.  Il  celebra  lis- 
suno  vocabolo  Faticano  dunque  com- 
pendia non  solo  un  cumulo  di  fasti  civili 
e  religiosi,  esprime  pure  un'incompara- 
bile raccolta  di  meraviglie  sagre  e  profa- 
ne, ecclesiastiche  e  civili,  scientifiche  e 
artistiche,  antiche  e  moderne,  greche  e 
romane, etrusche  ed  egizie;  ed  è  eziandio 
sinonimo  avventuroso  della  santa  Sede 
apostolica  (F.)t  sia  per  lo  stabilimento 
che  di  essa  vi  fece  s.  Pietro,  nella  cui  ba* 
bilica  si  venera  la  di  lui  Cattedra  (F.)  t 
sia  per  la  residenza  ordinaria  e  veramen- 
te degna  del  Sommo  Pontefice  Romano 
(F.).  Da  lui  Successore (F.)  di  s.  Pietro, 
a  cui  furono  dal  Salvatore  date  le  Chia- 
vi del  regno  de'cieli,  e  l' incarico  di  Pasto- 
re de'paslori  onde  proteggere  e  pascere 
le  pecore  e  gli  agnelli,  dall'altare  eminen- 
te del  Vaticano  si  estende  il  pastorale  e 
linceo  suo  sguardo  fino  all'ultime  chiese 
del  mondo,  ed  interamente  su  tutta  la 
Chiesa  universale,  e  dal  Vaticano  ne  di- 
rige  e  governa  i  destini  con  incessante  sol- 
lecitudine, siccome  sempre  intento  al- 
l'incremento di  sua  gloria, e  percui  anche 
alla  maggior  gloria  di  Dio.  Dal  Valicano  il 
supremo  Gerarca,  avendo  per  tutti  vi- 
scere di  Padre,  veglia  sui  popoli  cattoli- 
ci, eterodossi,  pagaui  e  infedeli,  e  costan- 
temente prega  per  loro:  con  paterno  af- 
fetto prega  pe'cattolici  e  li  benedice,  per 
la  loro  santificazione;  con  paterna  carità 
prega  per  gli  eterodossi  e  infedeli,  per  la 
loro  conversione  alla  nostra  ss.  Religio- 
ne (F.Jj  imperocché  fuori  dell'unico  e 
"vero  ovile  di  Cristo,  ch'è  la  Chiesa  catto- 
lica apostolica  romana,  non  vi  è  salvezza 
dell' eterna  salute;  veridica  e  terribile 
sentenza,  che  non  cessando  mai  di  ripe- 
tere, rinnovai  ancora  una  volta,  e  con  ul- 
teriore autorevole  testimonianza  del  Pa- 
pa che  regna,  nel  voi.  LXXIX,  p.  73. 
Cosi  il  romano  Pontefice,  investito  della 
più  alla  e  santa  dignità  che  siavi  sulla  ter- 


VAT 

ra,si  mostra  nell'esercizio  della  medesima 
degno  Ficariodi  Cristo(F.),che  sparse  il 
suo  Sangue  preziosissimo  pei*  la  salvez- 
za di  tutto  quanto  il  genere  umano.  Il 
Vaticano  come  rocca  inespugnabile  tor- 
reggia sublime  in  Roma  cristiana,  più  e- 
terna,  più  grandiosa,  più  potente,  più  no- 
bile dell'antica,  feconda  sorgente  della 
vita  ecclesiastica,  della  vita  cattolica  ,  e 
di  molteplici  benedizioni. Roma  è  laChie- 
sa  madre  da  cui  emana  ogni  sacerdotale 
autorità  ;  ivi  é  l'incrollabile  fondamento 
apostolico,  ivi  il  fondamento  della  dot- 
trina. Roma  è  la  madre  e  la  regina  di  tut- 
te le  Chiese  della  terra.  La  Chiesa  ro- 
mana è  la  colonna  e  il  fondamento  del- 
la verità,  la  pietra  su  cui  Gesù  Cristo 
ha  innalzato  la  sua  Chiesa,  onde  le  porte 
infernali  non  prevarranno  giammai  con- 
tro di  essa.  Roma  è  il  sole  centrale,  da 
cui  tutte  le  altre  chiese  ricevono  luce  e 
calore,  l'arteria  principale,  che  trasmette 
la  vita  a  tutti  i  membri  del  corpo  misti- 
co di  Gesù  Cristo:  onde  di  là  essa  ritor- 
na verso  il  cuore  per  esser  vi  di  nuovo  scal- 
data. E  la  personificazione  di  questo  cen- 
tro è  il  Capo  di  tutte  le  Chiese,  il  Padre 
di  tutti  i  fedeli,  che  maestosamente  ri- 
siede nel  Vaticano,  ed  a  cui  sono  rivolti 
gli  occhi  e  i  cuori  de'popoli  cristiani.  In 
esso  il  Papa  dignitosamente  riceve  a  U- 
dienza(F)  e  accoglie  Sovrani  e  Fesco- 
vi,  che  festevole  benignamente  stringe 
al  seno  quali  figli,  e  abbraccia  siccome 
fratelli  ;  indi  colla  sua  bocca  apostolica, 
qual  Maestro  di  vino/istruisce,  incoraggia, 
onora,  consola,  benedice,  santifica.  Roma 
cristiana  sede  del  Pontificato,  in  mezzo 
gli  urti  ed  i  colpi  ,  che  le  sono  lanciati 
contro  dall'ignoranza,  dalla  malizia,  dal- 
l'empietà, anziché  diminuire  sue  forze, 
sempre  s'ingrandisce  e  dilata,  come  po- 
tenza che  vince  ogni  ostacolo  e  sempre 
trionfa.  Trionfò  pure  Roma  profana,  ma 
in  assai  diversa  guisa,  e  la  divina  Prov- 
videnza la  trasmutò  da  possente  e  for- 
midabile capitale  dominante  del  grande 
impero  rumano,  in  sede  pacifica,  e  tea- 


V  A  T 

dell'  unità  cattolica  ,  in  testamento 
lei  uuovo  patto,  in  capitale  del  tempo- 
rale principato  della  Sovranità  de'  Ro- 
mani Pontefici  e  della  s.  Sede(f/.)i  di 
cui  il  palazzo  Valicano  è  la  nubilissima 
reggia  e  il  Trono,   Roma  cristiana,  con 
ben  più  verità  di  Roma  antica,  ed  in  più 
grande  immensa  estensione,  non  ha  re- 
gnato e  ancora  non  regna,  che  per  la  pa- 
ce e  felicità  de'popoli  soggetti  al  suo  soa- 
ve impero.  La  sua  lingua  stessa,  diven- 
tando il  mezzo  più  possente  d'  autorità 
e  d'unità  religiosa,  pose  un  termine  alla 
confusione  e  all'anarchia  di  Babele.  I  po- 
poli ancorché  divisi  da  Roma  ,   vivouo 
ancora  e  s'illuminano  della  vita  e  della  lu- 
ce di  cui  Roma  è  il  centro.   Roma  è  la 
città  della  fede,  la  sede  dell'  autorità,  la 
fonte  degli  oracoli.  Quindi  le  pontifìcie 
disposizioni    anche  si  dicono  ;  Oracoli 
del  Vaticano;  Decreti  del  Vaticano  ;  Fol- 
gori del  Vaticano,  la  Scomunica  e  V In- 
terdetto (F.).  Ormai  V  Europa  (definita 
nel  discorso  receu te  a'  suoi  elettori  di 
13uckingam, dalla  robusta  eloquenza  del- 
l'inglese Israeli  ;  Sebbene  non  formi  che 
una  piccola  parte  del  globo,  occupa  il 
primo  posto  su  tutta  la  sua  super(ìcie) 
cattolica  è  giunta  al  punto  di  riconosce- 
re che  non  esiste  e  non  può  esistere  più 
per  lei  altro  Primato  (F.)t  che  quel- 
lo del  romano  Pontefice.   11  movimen- 
to attuale  delle  menti  verso  Roma  e  il 
Vaticano,  è  il  movimento  verso  il  fonte 
della  vita,  della  dignità,  della  libertà.  Ro- 
ma cristiana  e  il  Vaticano  sono  1'  unico 
rifugio,  il  solo  punto  di  sostegno  della  fe- 
de, della  gerarchia  della  Chiesa,  della  di- 
sciplina ecclesiastica,  della  legittima  indi- 
pendenza dell'Episcopato  dell'  universo. 
In  questo  stesso  annoi 858  il  benemeri- 
to direttore  della  celebre  Armonia  di  To- 
rino ivi  ha  pubblicato  co'tipi  Fory  e  Dal- 
mazzo:  Roma  e  Londra,  Confronti  del 
sacerdote  Giacomo  Margotti  dottore  in 
teologia,  deputato  al  parlamento  Sar- 
do, ce.  Ne  dierono  lodevole  contezza  la  Ci- 
viltà Catlolicai  serie  3.8,  t.  9,  p.  58 1 ,  ed 


VAT  211 

il  Giornale  di  Roma  del  i858,p.  239. 
Dirò  solamente,  che  il  eh.  autore,  il  qua- 
le da  vari  anni  consagra  il  suo  ingegno  e 
il  suo  zelo  a  difendere  i  grandi  interessi 
della  religione  e  del  suo  bel  paese,  mal 
comportando  che  si  spargano  tante  men- 
zognesuRomaesuLondra,coll'opera  sua 
è  disceso  in  campo  per  mostrare  la  veri- 
tà delle  cose:  e  lasciando  le  teorie  e  le  a- 
strazioni,  si  è  appiglialo  all'eloquenza  de* 
fatti,  esponendo  quanto  egli  stesso  ha  ve- 
duto, visitando questedue  capitali,  e  pre- 
sentando incontrastabili  documenti.  Sta- 
bilisce confronti  fra  Roma  e  Londra  ,  e 
considerate  queste  ciltà  appunto  come  il 
compendio  di  due  contrari  principii,  di 
due  grandi  idee  una  diversa  dall'altra; 
consagra  il  suo  libro  a  mostrare  l'influeu- 
za  del  cattolicismo  e  del  protestanlismo 
sulla  prosperità  materiale  e  morale  delle 
popolazioni ,  per  concludere  poi  che  la 
condizione  de'cattolici  e  lo  stato  di  Roma 
non  sono  così  infelici,  come  osano  asseri- 
re taluni  dalla  superba  Albione  e  anche 
dalla  Dora,  e  che  Londra  non  è  un  para- 
diso di  delizie  e  di  prosperità,  quale  si  vor- 
rebbe rappresentare.  Esaminati  i  parago- 
ni, massime  per  tutte  le  appartenenze  del- 
la vita  pubblica,  non  si  potrà  quindi  fa- 
rei panegirici  di  Londra  e  le  nenie  di  Ro- 
ma; derivandone  la  conseguenza  pure, che 
quanto  a  beni  morali  e  materiali  il  vero 
popolo,  cioè  la  moltitudine,  sta  senza  con- 
fronto meglio  sul  Tevere  che  sul  Tami- 
gi. Roma,  la  città  di  Dio,  il  santuario  del- 
l'universo, chiama  i  popoli  in  nome  del 
cielo  al  godimento  de'beni  morali,  con- 
siderando come  un  semplice  accessorio! 
vantaggi  terreni.  Londra, la  città  del  mon- 
do, il  paese  dell'indipendenza,  |"  ara  del 
parlamenta  ristati,  l'emporio  del  commer- 
cio universale,  invita  le  genti  a  godere 
della  terra  e  sulla  terra,  a  studiare  l'au- 
mento di  questi  gaudi,   ad  inebriarsene 
come sefossero l'ultimo  termioedella  vita. 
Sceltosi  da  Gesù  Cristo,  Simon  Pietro  ad 
esser  Pietra  fondamentale  della  suaC  hie- 
sa,  per  divina  disposizione  passo  dali'O- 


212  VAT 

riente  all'Occidente,  dall'antica  Gerusa- 
lemme alla  nuova  Gerusalemme.  Pietro, 
keuchè  più  specialmente  apostolo  de'giu- 
dei,  com'era  Paolo  de'gentili,  lascia  tut- 
tavia Gerusalemme  e  V Oriente,  già  tea» 
tio  delle  più  splendide  manifestazioni  di* 
vine  durante  la  legge  primitiva,  la  culla 
del  genere  umano  e  del  suo  Redentore, 
il  quale  ivi  compì  i  misteri  di  sua  vita  e 
morte,  e  per  lui  la  culla  di  nostra  ss.  Re- 
ligione; lascia  altresì  Antiochia  (di  cui  me- 
glio a  Siria),  dove  le  appellazioni  di  Cri» 
stiano  e  di  Cristianesimo  erano  entrate 
la i.a  volta  negli  umani  linguaggi;  passa 
in  Occidente  e  recasi  a  Roma  capitale  del 
mondo,  da  Dio  preparata  pel  suo  seggio 
onde  dominare  sopra  lutto  il  mondo,  e 
secondo  le  nobili  parole  di  s.  Leone  1  Ma- 
gno, per  piantare  il  trofeo  della  Croce  so- 
pra le  cittadelle  romane,  giusta  le  divi- 
ne preordinazioni,  e  dove  per  esse  avreb- 
be trovato  la  gloria  della  passione  e  l'ono- 
re del  Primato  (  P.)  sopra  tutta  la  Chiesa. 
Così  fu  scelto  e  designato  il  luogo  allo  stu- 
pendo edilìzio,  vi  fu  trasportato  dall'an- 
tica alia  novella  Gerusalemme  il  Sacer- 
dozio, vi  fu  piantata  la  Croce:  non  vi  re- 
stava che  gettarvi  nel  fondamento  la  i.a 
pietra.  Un  giorno  Pietro,  consigliatosi  di 
abbandonare  la  grande  Babilonia  Roma, 
era  già  uscito  fuori  delle  porte  delia  città; 
ed  ecco  venirgli  incontro  d  Signore,  a  cui 
egli  chiede:  Domine  quo  vadis?  ed  il  ce- 
leste pellegrino  a  lui  rispose.  Io  vado  a 
Roma  per  esservi  crocefisso  un'altra  vol- 
ta (nel  luogo  fu  per  memoria  eretta  la  sus- 
sistente chiesa  di  s.  Maria  delle  Palme  o 
delle  Piante  o  Domine  quo  vadis?  di  cui 
tornai  a  parlare  nella  biografìa  del  s.  A- 
postolo).  Pietro  intese  l'arcano  significa- 
to dell'alta  parola;  rientrò  nella  città  per 
sostenervi  la  morte  medesima  del  Reden- 
tore, e  pel  suo  supplizio  nel  Vaticano  (al- 
tri vogliono  nel  propinquo  Monte  Già-' 
/«/co/OjOv'èla  Chiesa  di  s.  Pietro  in  Mon- 
torio)  si  compì  più  perfettamente  il  mi- 
stero della  quasi  identificazione  del  disce- 
polo col  suo  maestro,  della  pietra  visi» 


VAT 

bile  colla  pietra  invisibile  ch'è  Gesù  Cri- 
sto. Quindi  presso  Roma  si  racchiude  a 
fianco  del  suo  Valicano  una  pietra  beu 
più.  salda  ed  immobile  che  non  era  quel- 
la del  suo  vecchio  Campidoglio  ,  Capi' 
tolii  immobile  saxum.  Poiché  da  quan- 
do Simon  Pietro  confessò  Cristo  per  la  sua 
morte,  come  l'avea  in  vita  predicato  col- 
la sua  parola,  da  allora  esso  restò  fermo 
e  incrollabile  nel  posto  apparecchiatogli, 
diremo  quasi  fin  dall'istante  in  cui  Dio 
poneva  i  fondamenti  della  terra.  Così  l'u- 
mile Pescatore  di  Galilea  piantò  nelle  mu- 
ra di  Roma,  in  un  col  vessillo  della  Re- 
denzione il  seggio  Papale,  le  cui  glorie  uon 
finiranno  die  col  finir  de'secoli.Così  Roma 
pe'ss.  Pietro  e  Paolo  suoi  protettori.daU'es- 
ser  cieca  discepola  d'  ogni  errore  divenne 
maestra  di  verità,  perchè  in  Roma  stabilì 
s.  Pietro  la  sua  sede,  ed  in  Lio  in  a  vive  egli 
tuttora  nel  suo  successore  che  la  governa. 
Intorno  alla  gloriosa  spoglia  di  s.  Pietro 
si  estese  la  costruzione  immensa  delia 
Chiesa,  e  nel  benedetto  colle  Valicano 
che  ne  fa  il  centro,  la  mano  di  lui  sem- 
pre viva  e  vigorosa  impugnerà  le  chiavi 
del  regno  celeste.  Da  quel  memorabile  i- 
stantes'iniziò  una  Roma  novella  più  gran- 
de, più  augusta,  anzi  sola  grande,  sola  au- 
gusta al  paragone  di  quella  che  si  sfasciò 
e  si  spense  tra  l'orgie  sanguinolenti  e  im- 
pure di  que'tnoslri  coronati  ch'essa  chia- 
mò suoi  Cesari.  Il  qual  concetto  da  niu- 
no  fu  espresso  più  nobilmente  che  dal  fa- 
condo e  dotto  s.  Leone  1  Magno  Papa  del 
44°> m  Roma  slessa,  nel  Strm.  83  in  Na- 
tali ss.  Apost.  Petri  et  Pauli,  n.°  i,  in 
queste  solenni  parole.  »  O  Roma  1  Sono 
Pietro  e  Paolo  que'due  Grandi,  pe'quali 
ti  sfolgorò  agli  sguardi  l'Evangelo  di  Cri- 
sto, e  pe'quali  di  maestra  che  eri  di  er- 
rore, diventasti  discepola  di  verità.  Que- 
sti sono  i  veraci  tuoi  Padri  e  Pastori  che, 
per  metterli  sulla  via  de'regni  celesti,  ti 
costruirono  con  assai  migliori  auspicii, 
che  non  avean  fatto  que'due  altri  che  a- 
veano  gettato  le  prime  tue  fondamenta, 
e  de'  quali  quegli  che  dietti  il  nome  da 


V  AT 

strage  fraterna  ti  lasciò  maculata.  Furo- 
no que' due  Apostoli  che  t'innalzarono  a 
questa  gloria  di  essere  gente  santa,  popo- 
lo eletto,  città  sacerdotale  e  regia,  la  qua- 
le, per  la  Sede  del  B.  Pietro  ,  fatta  me- 
tropoli dell'Orbe  cristiano,  stende  il  suo 
pacifico  dominio  per  religione  celeste  più 
largo  assai  che  già  non  facesse  per  pre- 
potenza terrena.  Perciocché,  per  quanto 
siano  vaste  le  terre  e  i  mari  a  cui  per  di- 
ritto di  vittoria  protendesti  il  tuo  impe- 
ro; tuttavia  quello  che  le  fazioni  guerre- 
sche ti  sottomisero  è  meno  assai  di  quel- 
lo che  la  pace  cristiana  ti  ha  acquistalo". 
Le  suesposte  verità,  in  parte  le  attinsi  da' 
tre  seguenti  stranieri  prelati, luminari  del- 
l'odierno Episcopato.  Il  tedesco  cardinal 
Geissel  arcivescovo  di  Colonia,  in  Roma 
ricevè  dal  Papa  Pio  IX  una  pietra  estrat- 
ta dalle  catacombe  de'  ss.  Pietro  e  Mar- 
cellino, e  6  medaglie  coniate  per  la  pro- 
mulgazione del  dogma  dell'Immacolata 
Concezione.  La  pietra  e  le  medaglie  nel 
1857  il  cardinale  solennemente  pose  nel- 
le fondamenta  d'un  grandioso  monumen- 
to  commemorativo  a  tale  promulgazione, 
in  una  delie  principali  piazze  di  Colonia, 
pronunziando  un  eloquente  discorso,  in 
cui  ragionò  ancora  dell'impressioni  che 
avea  fatte  a  lui  il  Padre  comune  de'fedeli 
e  l'eterna  Roma,  ed  il  Giornale  di  Ro- 
ma a  p.  572  ne  die  contezza.  Eguali  im- 
pressioni in  ogni  tempo  sentirono  nel  cen- 
tro della  cattolica  unità  accanto  le  cene- 
ri de'beati  Apostoli  Pietro  e  Paolo,  altri 
sagri  pastori.  Ciò  pure  avvenne  a  mg/ 
Pie  vescovo  di  Poitiers,  che  l'espresse  in 
una  fnslruction  Synodaleì\>o\l\eisi&5'j; 
ed  al  cardinal  Hauiick  arcivescovo  di  Za- 
gabria, che  le  manifestò  in  una  Litterae 
Pastorales, Za^abv\aeiS5'j.  Questi  ulti- 
mi due  prelati  ,  francese  e  croato  slavo, 
informati  ambedue  dello  stesso  spirito  e 
tendenti  allo  stesso  scopo,  colle  loro  no- 
bili penne  espressero  quasi  i  giudizi  stes- 
si intorno  alla  Roma  cristiana,  toccando 
anche  l'argomento  del  potere  temporale 
de'Papi.  Per  la  cui  importanza,  la  Civil- 


VAT  ai  3 

tà  Cattolica,  serie  3.a,  t.  7,  p.s^eGyS, 
col  magnifico  articolo:  Roma  Cristiana, 
de'due  gravissimi  scritti,  ad  onore  di  Ro- 
ma e  A* Italia,  ne  pubblicò  la  maggiore  e 
più  conveniente  parte.  Adunque,  e  dal  ri- 
ferito dal  G ior na le  sul  discorso  del  car- 
dinal Geissel,  e  dal  contenuto  della  Ci- 
viltà, io  mi  giovai  nella  precedente  breve 
digressione.  E  quanto  al  pontificiogover- 
no  (sul  quale  è  da  ricordarsi  con  lode  il  li- 
bro di  Domenico  Avella  :  Vari  errori 
contro  il  ch'il  Principato  deJ Papi,  e  la 
sagra  inviolabile  podestà  de'Regitonfu- 
to//,Napoli  1 84cj)e  al  soggiorno  degli  stra- 
nieri inRoma,ed  a  qualche  altro  punto  più 
essenziale  al  mio  scopo,  per  non  allonta- 
narmi dal  mio  argomento, mi  limiterò  a  ri- 
produrre soltanto  i  seguenti  brani.  »  Con 
ciò  non  si  vuole  già  asserire  che  tutto  nel 
governo  temporale  di  Roma  sia  perfetto. 
La  perfezione  non  è  cosa  che  possa  tro- 
varsi in  questo  mondo;  ed  ivi  medesimo, 
ove  vigoreggiano  le  più  eccellenti  istitu- 
zioni, vi  resta  sempre  una  larga  porzione 
alle  miserie  degli  uomini  ed  alla  debolez- 
za degli  strumenti  che  si  adoperano.  Ma 
quello  che  rende  Roma  singolare  dall'al- 
tre metropoli  è,  che  dove  in  essa  non  si 
osserva  un  disordine,che  non  sia  altamen- 
te condannato  da'principii  ond'è  retta  la 
cosa  pubblica,  altrove  appena  vi  è  errore 
o  delitto  che  non  possa  logicamente  tro- 
vare la  sua  sanzione  in  qualche  principio 
messo  in  capo  alla  stessa  legge.  In  ogni 
caso  quello  che  mostra  ad  evidenza  Ro- 
ma non  essere  una  stanza  insopportabi- 
le è  lo  scorgere  i  tanti  che  vi  traggono 
da  tutte  parti,  o  venutivi  se  ne  dipartono 
con  rincresci  mento, q  nasi  dal  fianco  di  una 
madre  bene  amata.  (Si  può  aggiungere: 
Roma,  che  co'grandi  e  meravigliosi  mo- 
delli, che  tiene  sparsi  nelle  sue  pinacote- 
che, nelle  sue  chiese,  ne' suoi  musei,  ne' 
suoi  palazzi,  ed  anche  nelle  sue  piazze,  è 
una  Scuola  di  belle  arti  la  più  perfetta: 
ovunque  presenta  studi  di  pittura  e  di 
scultura.  Un  numero  grandissimo  d'ar- 
tisti provenienti  d'ogni  parte  del  mondo 


2*4  VAT 

ella  accoglie  fra  le  sue  mura,  e  li  fa  vaien- 
ti maestri,  perchè   ispirati   da  quel    su- 
blime che  si  trae  dal  cielo  romano.  Veg- 
gonsi  essi  occupati  ad  animar  le  tele  e  i 
marmi,ed  i  più  distinti  di  quando  in  quan- 
do offrono  alla  pubblica  vista  opere  de- 
gne del  più  alto  encomio.  Ed  ogni  anno 
molte  di  siffatte  opere  sono  trasportate 
principalmente  in  ciascuna  partedell'Eu- 
i-opa  e  dell'  America,  e  così  vanno  nelle 
patrie  di  coloro  che  l'hanno  ordinate,  o 
degli  artistiche  l'anno  eseguite.  Dell'an- 
nua  esposizione  di  opere  di  belle  arti  in 
Roma,  riparlai  nel  voi.  LXXXI V,  p.  55). 
Né  ciò  si  osserva  solo  de'  cattolici ,  con- 
dottivi da  un  sentimento  di  fede  pietosa; 
ma  Roma,  in  certi  tempi  segnatamente, 
ribocca  di  americani,  d'inglesi,di  prussia- 
ni,  di  russi,  che  vuol  dire  di  protestanti 
e  di  scismatici,  tratti  colà  non  dalla  curio- 
sità solamente,  ma  da  una  soavità  di  vi- 
vere  riposato  e  tranquillo  che  gl'invita  e 
li  trattiene.  In  quella  metropoli  dell'or- 
todossia,dove  la  libertà  religiosa  non  è 
scritta  in  alcuna  carta  costituzionale,  do- 
ve la  teorica  del  diritto  di  lutti  i  culti  ad 
un'eguale  protezione  sana  riguardata  co- 
me  bestemmia,  si  pratica  una  benignità 
di  governo  che  forse  non  ha  altro  riscon- 
tro, e  di  cui  talora  i  meno  rigidi  si  que- 
relano e  poco  meno  che  si  scandalezza- 
no:  tanta  è  la  tolleranza  del  Padre  couou- 
ne  di  tutti  i  battezzati  I  ed  essa  si  stende  fi- 
no agl'israeliti,  e  non  esclude  gli  stessi  pa- 
gani ed  infedeli".  Se  l'Oriente  vuol  esser 
giusto,  confesserà  eh'  esso  non  ha  avuto 
nemico  più  sfidato  e  perseverante  di  se 
medesimo;  e  che  insieme  non  ha  avuto 
amico  e  protettore  più  affettuoso,  più  lon- 
ganime, più  infaticabile  di  quello  del  Pa- 
pato latino,  persino  nella  sua  Uffìzia tu- 
ia divina  (F.).  E  se  l'Occidente  non  vuol 
essere  ingrato  confesserà  e  riconoscerà, 
che  il  vantaggio  d'essere  stato  scelto  ad 
avere  nel  suo  mezzo  il  seggio  romano,  lo 
ha  costituito  e  lo  mantiene  alla  lesta  del- 
la cristianità  e  dell'umano  incivilimento. 
Gerusalemme  fu  capitale  d'una  razza  ri- 


VAT 

stretta  e  privilegiata,  che  si  mostrava  a* 
vara  de'suoi  favori  e  sospettosa  che  altri 
popoli  ne  partecipassero.  Tutt'altra  cosa 
è  del  cristianesimo  e  della  sua  metropoli 
costituita  nell'Occidente.  Essa  è  aperta  a 
tutti,  é  generosa,  è  attraente, è  diffusiva  di 
se,  e  per  lei  non  ci  ha  ne  giudeo,  ne  gre- 
co, né  gentile.nè  barbaro,nè  scita,  né  man- 
cipio, né  uomo  libero.  Doveil  Pontificato 
dell'antica  legge  era  ristretto  ad  una  tri- 
bù e  ad  una  famiglia,  il  Pontificato   ro- 
mano é  accessibile  a  tutti,  e  Roma  ha  vi- 
sto regnare  i  Papi  d'ogni  Patria  e  na- 
zione ;  neppure  è  impedi  mento  ad  esser- 
vi sublimato  1'  eia,  né  la  bassa  origine  e 
l'oscura  condizione:  tutto  provai  ne'ricor- 
dati  due  articoli.  Arrogeche  io  qui  ricor- 
di,chenel  voi.  LXXXIIf,p.28o,feci paro- 
la  dell'aureo  argomento  di  recente  dotta- 
mente svolto  dal  cardinal  Baluffi  vescovo 
d  Imola:  La  Chiesa  Romana  riconosciti' 
ta  alla  sua  carità  verso  il  prossimo  per 
la  vera  Chiesa  di  Gesù   Cristo.  Roma 
rappresenta,  per  dir  così,  lo  Spirilo  lati- 
no, ed  il  genio  occidentale  nella  sua  no- 
bile personificazione,  come  in  certo  qual 
modo  il  Vaticano  rappresenta  e  personi- 
fica la  Roma  papale,  il  perché  ad  esso  sì 
rannoda  e  compendia  quanto  vado  rife- 
rendo. Ora  il  genio  latino,  accoppiamen- 
to meraviglioso  di  grandezza  e  di  sobrie- 
tà, di  coraggio  e  di  lentezza,  é  per  eccel- 
lenza il  genio  della  conquista  e  della  con- 
servazione, della  sovranità  e  del  governo; 
e  così  il  suo  linguaggio,  divenuto  il  più 
poderoso  strumento  di  autorità  civile  e 
poscia  di  unità  religiosa  ,  pose  quasi   un 
termine  alla  confusione  babelica,  secondo 
la  bella  idea   di  Giuseppe  de  Maislre ,  i 
confini  di  quella  lingua  sono  i  confini  me- 
desimi dell'incivilimento  e  della  fraterni- 
tà che  vigoreggia  tra  le  nazioni  europee. 
Quanto  a'  moderni  romani ,  si  dice,  non 
vi  è  certo  popolo  o  individuo  che  non  ab- 
bia il  suo  lato  debole  o  difettoso;  ed  è  brut- 
to vezzo  del  nostro  tempo  non  guardar  ne' 
cattolici,  che  i  loro  difelli;  non  guardare 
negli  eretici  ed  anche  ne' pagani,  che  le 


V  A  T 

loro  virtù.  Tuttavolta  avendo  Dio  desti- 
nato il  popolo  romano  a  sostenere  la  par- 
te precipua  nel  governo  universale  della 
Chiesa,  conviene  pur  dire  ch'Egli  vi  ab- 
bia trovato  de'pregi  acconci  a  quel  fine, 
e  che  eziandio  i  suoi  difetti,  per  la  sovra- 
na sapienza  di  che  se  ne  vale,  ponno  es- 
sere rivolti  all' armonia  del  suo  disegno. 
11  genio  romano  de'tempi  cristiani  non  è 
diverso  da  quello  che  dallo  Spirilo  Santo 
fu  definito  negli  antichi,  i  quali  posside- 
runt  omnem  locum  Consilio  etpatìentia. 
All'uopo  non  gli  manca  il  coraggio,  e  ne 
può  dare  ampio  argomento  la  feconda  sto- 
ria de'Papi,  ricca  di  tanti  fortissimi,  che 
niun'altra  dinastia  ne  potrebbe  spiegare 
una  serie  somigliante.  Predomina  nel  ro- 
mano l'indole  paziente  e  perseverante,  e 
ne' romani  addetti  al  governo  ecclesiastico 
vi  è  un  accoppiamento  singolare  del  san- 
gue generoso  degli  Scipioni,  e  della  misu- 
rata lentezza  de'Fabii.  II  far  grave  e  ri- 
tenuto, che  si  osserva  in  Roma  nel  tratta- 
re gli  affari  della  Chiesa,  fa  singoiar  con- 
trasto colla  vivacità  italiana,  quale  si  os- 
serva in  altre  contrade  della  nobilissima 
penisola.  Roma  è  la  patria  della  scieuza 
ecclesiastica,  talmente  che  il  B.  Pietro  stes- 
so sembra  continuare  quel  suo  insegna- 
mento nella  sua  città  prediletta,  giusta  le 
parole  di  s.  Leone  I  Magno,  e  quindi  spar- 
gerne pel  resto  del  mondo  gli  splendori. 
»  I  grandi  lumi  d'ingegno  e  di  dottrina  si 
scontrano  certamente  a  quando  a  quan- 
do in  ogni  regione;  ma  in  parila  di  altre 
circostanze  in  nessun  luogo  ,  quanto  in 
Roma,  si  trova  quella  sicurezza  di  tradi- 
zione che  governa  V  ingegno,  che  ne  fa 
bene  spesso  le  veci,  e  che  lo  preserva  ta- 
lora da'traviaraenti,  a  cui  esso  abbando- 
nato a  se  medesimo  sarebbe  esposto.  Ag- 
giungiamo che  l'assistenza  divina  promes- 
sa al  Vicario  di  Gesù  Cristo,  si  stende  in 
certa  guisa  sopra  tutta  la  Chiesa  partico- 
lare di  Roma,  inseparabilmente  accoppia- 
ta alla  missioue  di  quello,  e  specialmen- 
te incaricala  d'associarsi  all'opera  di  lui; 
ed  è  per  così  dire  un  profumo  di  grazia 


VAT  *i5 

celeste  che  dal  ca£o  di  Aronne  scende  fi- 
no al  lembo  estremo  del  suo  vestimento. 
E  così  in  nessun  altro  luogo  siccome  in 
Roma  il  semplice  fedele  sente  la  parte  che 
il  suo  carattere  di  cristiano  lo  mette  io. 
condizione  di  prendere  all'  amministra- 
zione universale  della  Chiesa.  Che  ci  ven- 
gono dunque  a  dire  codesti  politici  della 
secolarizzazione  del  governo  romano?Xoa 
pure  nell'ordine  civile,  ma  nel  maneggio 
medesimo  delle  cose  ecclesiastiche  sono  in 
gran  numero  occupati  i  laici ,  perchè  il 
laico  nella  Chiesa  di  Dio  non  è  un  pro- 
fano e  molto  meno  è  un  pagano.  E  per- 
tanto la  scienza  sagra  vi  è  profondamen- 
te studiata,  ed  alcuni  affari  della  Chiesa 
vi  sono  trattati  da  laici  spettabilissimi,  le- 
gali ancor  dal  vincolo  coniugale,  senza  che 
si  desideri  in  essi  quel  zelo  e  quella  solle- 
citudine che  parrebbero  più  proprie  del- 
la tribù  sacerdotale.  Da  quest'accordo  di 
scienza  e  di  zelo  coll'assistenza  del  divino 
Spirito  procede  quella  innegabile  supe- 
riorità che  si  scorge  in  ogni  atto  che  e- 
mani  dalla  Corte  Romana  (vocabolo  di 
cui  riparlai  nel  voi.  LXIH  ,  p.  i53),  in 
materia  di  dottrina  e  di  governo  eccle- 
siastico. Né  questo  deve  ispirare  gelosie 
alle  altre  nazioni  ...  La  sana  teologia  non 
permette  il  menomo  dubbio  inlurno  al- 
l'indissolubile unione  del  Pontificato  su- 
premo al  seggio  episcopale  della  città  di 
Roma.  Gesù  Crislo  conferì  il  Primato  u- 
ni  versale  a  Simon  Pietro  per  lui  e  pe'suoi 
Successori.  Ora,  fosse  per  volontà  libera 
di  Pietro  stesso  ,  che  non  sembra  guari 
probabile,  fosse  per  provvedimento  ed  e- 
spresso  comando  divino,  come  tutto  di- 
mostra; il  fatto  è  che  essendosi  Pietro  scel- 
to un  seggio  particolare,  chi  gli  succede 
in  questo  ne  raccoglie  tutta  intera  l'ere- 
dità; e  pel  fatto  solo  di  succedere  a  Pie- 
tro nell'episcopale  Sede  Romana,  il  suc- 
cessore si  trova  per  diritto  divino  inve- 
stito del  primato  sopra  tutta  la  Chiesa  u- 
niversale.  Se  dunque  il  primato  aposto- 
lico è  inseparabile  dalla  Chiesa  di  Roma, 
uè  segue  che  il  Papato  deve  avere  il  suo 


5u6  VAT 

seggio  in  Roma  ,  stante  che ,  secondo  le 
norme  ecclesiastiche, In  residenza  va  con- 
giunta al  titolo.  Alcune  circostanze  straor- 
dinarie ponno  giustificare  e  necessitare  e- 
ziandio  un  temporaneo  cangiamento  di 
residenza,  e  vie  memoria  di  assenza  dal 
loro  seggio  (di  Roma,  nel  quale  articolo 
tutte  quante  l'enumerai)  prolungata  da' 
Pontefici  per  ben  70  anni;  ma  il  cangia- 
rnentodella  residenza  non  trae  seco  quel- 
lo del  titolo;  ed  il  Papa  Giovanni  XXII 
residente  in  Avignone  e  nel  contado  Ve- 
naissino  (V.)  dominio  papale,  a  chi  gli 
proponeva  di  prendere  il  (patrio)  seggio  di 
Cahors(V.)f  rispondeva  che  in  questo  ca- 
so egli  saria  rimaso  semplice  vescovo  di 
Cahors;  laddove  quel  qualunque  che  a- 
vrebbe  assunto  il  Vescovato  di  Roma  sa- 
ria stato  il  vero  e  legittimo  Pontefice  su- 
premo: Velimus,  nolimus,  rerum  Caput 
Roma  erit".  In  molti  articoli  deplorai  le 
funeste  conseguenze  dell'assenza  de'Papi 
da  Roma,  dal  Laterano  e  dal  Vaticano, 
e  quella  strana  d'  Avignone,  operata  da 
Clemente  Vneli3o5,  produsse  il  luttuo- 
so, grande  e  lungo  Scisma  (V.)  d'occi- 
dente, che  divise  nell'  Ubbidienza  (V.) 
principi  e  nazioni, con  perniciosissimi  dan- 
ni. Per  mortedi  Giovanni  XXII,  nel  1 334 
in  Avignone  fu  offerto  il  pontificatoal  car- 
dinal Raimondi  diComminges,  col  patto 
di  non  ritornare  a  risiedere  in  Roma;  ma 
egli  eroicamente  ne  fece  Rinunzia  (F.)% 
perchè  simil  patto  era  di  gravissimo  dan- 
no alia  Chiesa,  onde  protestò  esser  con- 
tento piuttosto  di  vedersi  spogliato  del 
cappello  rosso,  che  aver  il  pontificato  con 
sì  indegna  condizione,  di  prolungare  in 
tal  maniera  il  pericolo,  in  cui  egli  crede- 
va il  pontificalo  fuori  della  sua  sede  na- 
turale, come  racconta  Novaes.  Urbano  V 
eletto  in  Avignone  nel  1 362,  riguardan- 
do la  dignità  pontificia  come  esiliata  al 
di  là  de'monti,  mentre  era  in  Avignone, 
non  volle  cavalcare  nella  solennità  della 
coronazione;  indi  la  restituì  al  Vaticano, 
ma  poi  ritornò  in  Avignone.  Ivi  gli  suc- 
cesse Gregorio  XI,  che  tosto  nuovamen- 


V  A  T 

te  dichiarò  l'arcibasilica  Lateranense  ma- 
dre e  capo  di  tutte  le  Chiese,  e  sede  prin- 
cipale del  Papa.  Poscia  volendo  por  fine 
ad  una  specie  di  vedovanza, in  cui  langui- 
va la  Chiesa  romana, per  la  residenza  pon- 
tificia fuor  del  suo  luogo  naturale  tra- 
sportata, vinto  ancora  dalle   persuasive 
di  s.  Caterina  da  Siena  (che  celebrerò 
nell'articolo    Venaissino),  nel  1377  si 
recò  al  Vaticano  e  in  esso   morì.  Con- 
viene che  io  qui  eziandio  rammenti,  che 
de*  corpi  de'  ss.  Pietro  e  Paolo  (V.)  e 
di  loro   Traslazioni,  riparlai  celebrati- 
dò  le  loro  ss.  Teste  (nel  qual  articolo  tor- 
nai a  ragionare  dell'  altare  ligneo  di  l. 
Pietro,  anche  col  eh.  mg.r  Bartolini  dot- 
to archeologo.  Il  cardinal  Wiseman  nel 
suo  libro,  complesso  di  bellezze,  Fabio' 
la  o  la  Chiesa  delle  Catacombe,  che  ce- 
lebrai in  diversi  luoghi ,  crede  con  altri 
scrittori  e  col  Butler,  che  la  sua  titolare 
Chiesa  di  s.  Pudenziana  sia  la  più  an- 
tica chiesa  del  mondo,  ed  ove  s.  Pietro 
stabilì  la  sua  Cattedra,  dallo  stesso  emi- 
nente scrittore  illustrata,  e  vi  eresse  l'al- 
tare ligneo  portatile,  l'unico  de'primitivi 
tempi  cristiani  in  Roma, ed  esistente  nel- 
l'unica e  prima  chiesa  di  tal  città,  da  do- 
ve s.  Silvestro  I  lo  trasportò  nella  basi- 
lica di  Laterano.  Però  una  tavola  del  me- 
desimo si  conserva  nell'  altare  di  s.  Pie- 
tro nella  chiesa  di  s.  Pudenziana;  raffi  oli- 
tala teste  col  legno  dell'aliare  di  Latera- 
no, venne  trovato  identico  nella  materia. 
Chiama  dunque  la  propria  titolare  la 
chiesa  episcopale,  cattedrale,  pontificale 
di  Roma  per  circa  tre  secoli;  che  s.  Pio 
I  vi  aggiunse  un  oratorio  che  dichiarò  ti- 
tolo, che  restò  attaccato  alla  precedente 
chiesa;  di  più  nella  chiesa  eresse  fontibat- 
tesimali  permanenti,  qual  prerogativa  di 
cattedrale,  poi  trasferita  coll'altare  al  La- 
terano, e  la  cattedra  al  Valicano.  Che  ivi 
ancora  s.  Lorenzo  distribuì  i  ricchi  Va- 
si  della  chiesa  a'  poveri  :  noterò  che  al- 
tri vogliono  che  ciò  seguisse  nella  Chie- 
sa di  s.  Maria  in  Domnica.  In  conferma 
che  la  chiesa  di  s.  Pudenziauu  fu  1'  umi- 


V   AT 

le  cattedrale  di  Roma,  durante  i  3  pria»» 
secoli,  riporta  il  cardinale  la  congettura 
del  dotto  Bianchini  in  un  modo  assai  plau- 
sibile, che  la  Stazione  della  domenica  di 
Pasqua  non  è  alla  cattedrale  di  Latera- 
no,  né  a  s.  Pietro,  ove  il  Papa  ufficia.  Ag- 
giunge, quantunque  si  possa  uaturalmen- 
tesupporre  che  dovesse essereall'una  del- 
le due,  la  Slazionc  è  alla  basilica  o  Chie- 
sa di  s.  Maria  Maggiore,  la  quale  ser- 
viva per  l'ammiuistrazione  del  battesimo 
alla  chiesa  di  s.  Pudenziana,  distante  di 
là  un  trar  di  sasso.  Imparziale,  oserò  io 
alcune  osservazioni.  Le  Terme  Novaz.a- 
ne  e  limoline,  ove  fu  ospitato  s.  Pietro, 
ebbero  estesa  area,  nella  quale  furono  e- 
rettela  Chiesa  di  s.  Pudenziana, \b  Chie- 
sa di  s.  Prassede,  il  Palazzo  apostoli- 
co di  s.  Pudenziana,  il  Palazzo  aposto- 
lico di  s.  Prassede,  la  località  del  quale 
in  uno  alla  chiesa  è  de  Vallomhrosani, 
oltre  il  rispettivo  titolare.   Pertanto  gli 
scrittori  antichi  sono  in  conflitto  nel  con- 
cedere tra  le  due  chiese  il  primato ,  ap- 
punto perchè  edificate  nella  stessa  area. 
Io  in  più  luoghi  ne  riferii  le  opinioni.Pro- 
pugna  quelle  in  favore  di  s.  Prassede  il 
vallombrosano  p.  ab.  Davanzati,  Notizie 
al  pellegrino  della  basilica  di  s.  Pras- 
sede, Roma  1 725.  Novaes  nella  Storiadi 
s.  Pio  I,  dice  che  ad  istanza  di  s.  Prasse- 
de eresse  nel  palazzo  di  lei  il  titolo  di  Pa- 
store, oggi  s.  Pudenziana,  ove  avea  abi- 
tato s.Pietro.  La  Chiesa  dis.  Maria  Mag- 
giore fu  edificata  e  quindi  consagrata  da 
Papas.Liberionel353  circa,  quando  già 
s.  Silvestro  I  avea  dichiarato  la  basilica 
Lateranense  cattedrale  di  Ptomae  madre 
di  tutte  le  chiese  del  mondo.  Anticamen- 
te i  Papi  dal  Laterano  nella  festa  di  Pa- 
squa, con  solenne  cavalcata  vi  si  recava- 
no a  celebrare  pontificalmente  la  messa; 
questa  pare  la  ragione  che  di  preferenza 
in  essa  vi  sia  la  Stazione  di  Roma.  Si  pon- 
ilo vedere  tutti  gli  articoli  ricordati  in  cor- 
sivo; e  per  la  figliuolauza  della  chiesa  di 
s.  Pudenziana   alla  basilica  Liberiana,  1 
voi.  LU,  p.  75,  LXXV,  p.  210  e  219), 

VOL.   LXXXVIU. 


VAT  *i7 

e  quanto  alla  Chiesa  di  s.  Paolo  fuori  le 
mura  (V),  altri  Limata  Apostolorum, 
compii  la  descrizione  del  risorto  sontuo- 
so tempio,  con  altre  notizie  relative,  ne 
vol.LXXIU,p.352,LXXV,p.2i4.Le 

Teste  de' ss.  Pietro  e  Paolo  furono  col- 
locate nel  domestico  oratorio  e  poi  nella 
protobasilica  Lateranense,  presso  la  qua- 
le i  Papi  ordinariamente  abitarono  per 
io  secoli  nel  Palazzo  apostolico  Latera- 
nense(F.),ce\ebvaùss\moPatriarchios\l 
ternando  la  loro  dimora  col  Vaticano.  Il 
venerabile  e  famigerato  Laterano  (T.J  fu 
residenza  pontificia  cominciando  da  s.Mel- 
chiade,  per  munificenza  di  Costantino  1 
Magno,  il  quale  dopo  aver  fabbricata  la 
basilica  Lateranense  e  la  Vaticana,  presso 
questa  formò  al  Sommo  Pontefice  due  K- 
piscopih  oltre  quello  nel  detto  suo  impe- 
riai palazzo,  ambedue  anzi  vi  ebbero  pu- 
re il   Triclinio  {V.);  e  per  disposizione 
meravigliosa  di  Dio,  e  colla  memorabile 
traslazione  della  sede  dell'impero  roma- 
no in  Costantinopoli,  pose  ad  effetto  1  di- 
segni della  divina  Provvidenza  su  Roma, 
acciò  restasse  libera  in  potere  de'Papi  e 
divenisse  metropoli  del  caltolicismo,  pel 
maggior  suo  decoro  e  universale  propa- 
gazione, e  per  l'indi  pendente  esercizio  del- 
la loro  santissima  e  suprema  autorità. 
L'invasione  de'barbari, lo  strepitoso  scio- 
glimento del  colossale    impero  romano, 
assicurarono  la  libertà  e  indipendenza  del- 
l'autorità  pontificale.  Roma  però  non  e 
la  capitale  della  Chiesa  trionfante  o  ce- 
leste   bensì  è  della  militante  o  terrestre 
(  scrisse  Pietro  Vecchia,    Della  Chiesa 
militante  e  trionfante,  Roma  i683);  e 
s   Pietro  trovavasi  cogli   altri  Apostoli, 
quando  Cristo  intimò  a  tutti  che  perse- 
guitati in  una  città  riparassero  in  un  al- 
tra. Il  perchè  il  successore  di  s.  Pietro  non 
deve  stupirsi  se  talvolta  la  sua  città  e  in- 
grata, otalecomparisca  pe'faziosi  che  visi 
annidano,  ed  alcuna  volta  persino  i  ob- 
blighi a  partire  altrove,  sapendo  egli  che 
la  forza  delle  cose  lo  ricondurrà  trionfan- 
te ben  presto  al  proprio  seggio;  e  V  avve- 
i5 


2.6  VAT 

ni  re  per  questo  capo  trova  la  sicurezza 
nella  storia  del  passato,  con  molti  estu- 
pendi  esempi.  Quando  ne'lempi  moder- 
ni alcune  potenze  occidentali,  mostrando- 
si preoccupate  delle  condizioni  sociali  e 
civili  del  governo  pontifìcio,  prodotte  dal 
lamentabile  spirito  del  secolo,  gli  vollero 
suggerire  consigli  d'amicizia  e  di  bene- 
volenza, forse  il  Pontefice  avrebbe  potuto 
ripetere  loro  la  parola  del  divinoMaestro: 
FiliaeJerusalem,  nolitejlere  super  me, 
sed  super  vos  ipsas  fletè,  et  super  filios 
vestros.  (Ma  lo  stesso  incessante  sofistica- 
re contro  il  principato  civile  de'Papi.  prò* 
dusse  per  l'energia  robusta  d'imparziali 
penne  sfolgorante  luce  di  verità ,  il  do- 
versi riconoscere:  quel  Principato  essere 
condizione  indispensabile  non  solo  del- 
l'indipendenza delia  Chiesa,  ma  eziandio 
d'ogni  libertà,  di  ogni  dignità,  di  ogni  iu- 
civilimento  dell'  umana  famiglia.  Impe- 
rocché i  nemici  del  catolicismo,  volendo 
con  ogni  arte  mostrare  ai  mondo  che  Ro- 
ma sta  alla  coda  d'ogni  perfezione  uma- 
na e  civile,  furono,  senza  volerlo,  occasio- 
ne che  si  mostrasse  dagli  encomiati  scrit- 
tori, essa  veramente  stare  alla  testa). >»  In 
conclusione  Roma  non  ha  altro  verace 
nemico  che  il  nemico  comune  di  tutte  le 
società  e  di  tutti  i  governi,  e  questo  stesso 
essa  lo  sperimenta  per  la  parte  sua  pro- 
pria meo  minaccioso  che  non  parecchia 
altre  nazioni.  Allorché  si  vuole  attenta- 
mente considerare  quella  penisola  in  al- 
tri tempi  così  agitata,  si  dee  confessare 
che  per  avventura  in  nessuna  età  mai  es- 
sa si  é  mostrata  meno  minacciosa  che  al 
presente.  Dall'altra  parte  se  gli  slati  pon- 
tificii non  sono  scevri  del  male  ,  essi  ac- 
chiudono all'ora  stessa  il  rimedio,  a  dif- 
ferenza di  altri  paesi,  ne'quali  le  cause  più 
poderose  del  male  vigoreggiano  accanto 
al  male  medesimo  per  perpetuarlo.  Così 
nulla  apparisce  più  maestoso  che  la  tran- 
quilla confidenza  del  Vicario  di  Cristo  in 
mezzo  a  lutti  i  timori  ed  a  tulle  le  appren- 
sioni che  noi  nutiiamo  per  lui.  Colla  so- 
lenne serenità  della  sua  fronte  egli  acni- 


VA  T 

bra  dirci:  Nessuno  di  voi  s'impensierisca 
soverchio  di  queste  tribolazioni:  il  Papa- 
to ne  ha  veduto  bene  altre  fino  dalla  sua 
gioventudioe;  ma  esse  non  prevalsero  mai 
sopra  di  lui.  Saepe  eocpugnavcrunt  me 
a  juventute  mea;  etenini  non  poluerunt 
mihi",  Roma  sortì  un  destino  unico  ne* 
fasti  dell'umanità,  di  reggere  cioè  il  mon- 
do pagano  colla  forza  ,  e  di  governare  il 
mondo  cristiano  colf  autorità.  Pensiero 
che  potrebbe  compiersi  col  riflettere,  che 
e  la  forza  e  l'autorità  onde  reggere  e  go- 
vernare l'uno  e  l'altro  mondo  l'ebbe  Ro* 
ma  pel  seggio  cui  venne  iu  quesl'  alma 
citlà  a  fissarvi  il  principe  degli  Apostoli. 
Il  gran  poeta  Dante  celebrando  Roma  de- 
finì il  luogo  de'beati  Roma  onde  Cristo 
e  Romano.  Disse  inoltre  Dante  :  L'  Al- 
ma Roma  e  il  suo  impero- Fur  stabiliti 
per  lo  loco  santo  -  U'  siede  il  sucre s sor 
del  maggior  Piero.  Altri  versi  del  som- 
mo Dante  in  venerazione  del  Pastore 
universale  li  riportai  uel  voi.  LXXXVI), 
p.  260,  dicendo  della  difesa  di  lui  falla 
dall'imputazioni  contrarie.  Altra  già  ne 
avea  pubblicala  uno  de'suoi  degni  e  in- 
numerabili ammiratori  e  illustratori,  il 
eh.  cav.  Filippo  Scolari  :  Difesa  di  Dan- 
te Allighicri  in  punto  di  religione  e  co- 
stume, ossia  pel  retto  studio  della  Divi- 
na Commedia  e  della  Monarchia,  Bellu- 
uo  1  836.  In  questo  libro  si  rende  ezian- 
dio ragione  della  stupenda  medaglia  del- 
l'eccellente  incisore  Francesco  Patinali, 
che  la  pubblicò  a  Milano,  consagrata  ad 
onorare  la  grande  opera  del  dolio  camal- 
dolese d.  Mauro  Cappellari,  poi  Papa 
Gregorio  XVI  :  //  trionfo  della  s.  Sede  e 
della  Chiesa  contro  gli  assalti  deJ nova- 
tori combattuti  e  respinti  colle  stesse  lo- 
ro armi.  La  quale  opera  con  assoluto  por- 
tento di  fatto  trionfo  nella  persona  mede- 
sima dell'autore  di  tanto  libro.  L'esimio 
incisore  mirabilmente  scolpì  nel  davanti 
il  busto  di  Dante  col  motto:  la  quale  e 
il  quale,  a  voler  dir  lo  vero;  e  nel  rove- 
scio il  simulacro  di  Roma  sedente,  ap- 
poggiando il  braccio  siuislio  sullo  slem- 


V  AT 

ma  del  laudato  Pontefice,  ferma  lo 
sguardo  nel  frontespizio  del  memorando 
volume,  nuovo  garante  a  tutto  il  mon- 
do cattolico  de'  suoi  eterni  e  inconcussi 
destini.  Fra  quelli  che  celebrarono  il  nu- 
misma, ricordo  pure  il  celeberrimo  Mis- 
sirini,  il  quale  si  espresse:  Che  come  il 
nome  di  Cicerone  presso  gli  antichi  era 
T  unica  sommità  morale  e  intellettuale, 
che  eguagliar  potesse  la  maestà  dell'im- 
pero latino  :  cosi  in  questa  medaglia  era 
stata  a  buon  diritto  improntata  l'imma- 
gine dell'  Allighieri,  sola  sommità  intel- 
lettuale, che  avesse  potuto  eguagliare  e 
significare  le  glorie  posteriori  al  latino 
impero,  e  fondamento  della  civiltà  mo- 
derna,! quali  saranno  mai  sempre  Roma 
e  la  s.  Sede.  Che  siccome  Dante  era  sta- 
to un  vero  cattolico,  questa  medaglia  gli 
avea  reso  una  gloriosa  testimonianza; 
non  senza  il  più  rilevante  intendimento 
di  richiamare  al  dovere  le  menti  degli 
studiosi,  e  disingannarli  apertamente, 
sul  punto  che  si  possa  pretendere  di  stu- 
diar Dante,  di  conoscerlo  e  di  apprezzar- 
lo, senza  rimaner  con  lui  attaccati,  pri- 
ma d'ogni  altra  cosa,  alla  cattolica  reli- 
gione, ed  alla  Cattedra  di  s.  Pietro  da 
cui  procede  1' unità  e  l'integrità  della 
Fede^  ch'è  fondamento  al  poema  sagro, 
cui  posero  mano  il  cielo  e  la  terra,  per- 
chè in  fatti  è  stato  coordinato  alla  fe- 
licità di  tutto  un  popolo,  sì  nella  pre- 
sente che  nell'eterna  vita,  col  mezzo 
de'  più  efficaci  e  intemerati  precetti.  11 
Vaticano  rappresenta  insieme  il  Sommo 
Pontificato  e  il  Principato  Sovrano  più 
antico,  dell'augusto  coronato  del  sagro 
Triregno  (^.) ,  che  dignitosamente  co- 
perto del  Manto  e  del  paludamento  pon- 
tificale ,  vi  siede  nel  maggiore  e  più  su- 
blime de'  Troniy  stringendo  per  scettro 
le  simboliche  Chiavi  pontificie  (P.),  Pa- 
dre def principi  e  de'  re,  Maestro  Univer- 
sale del  mondo  cattolico  e  di  tutti  quan- 
ti i  fedeli,  d'ogni  colore  e  lingua,  Vicario 
in  terra  dell'onnipotente  Signore  deno- 
minanti. La  maestà  del  tempio  augusto 


VAT  219 

che  fra  le  sue  mura  torreggia  e  lancian- 
do al  cielo  l'altiero  capocuopre  il  vene- 
rando sepolcro  di  s.  Pietro  ,  simbolo  di 
sua  grandezza  a  quanti  vengono  riveren- 
ti a  visitarlo,  sarà  mai  sempre  testimone 
eloquente  della  santità  e  della  saldezza 
del  seggio  pontificale.  I)  medesimo  tem- 
pio tutti  quanti  tacitamente  invita  e  ad 
accrescer  negli  uni  l'amore  verso  la  tom- 
ba augusta,  ed  a  spegnere  negli  altri  l'o- 
dio ingenerato  dall'orgoglio,  che  covano 
contro  il  pontificio  seggio,  per  formare 
un  solo  ovile  sotto  il  redimento  dello 
stesso  pastore  in  sano  pascolo  di  fede,  fra 
le  armoniche  delizie  della  carità  e  della 
pace.  Alla  vista  di  quella  grandiosa  mo- 
le, dinanzi  alla  magnificenza,  con  che  so- 
no ornate  le  tombe  de'due  magnanimi  A- 
postoli,  ognuno  sente  un'interna  inespri- 
mibile compiacenza,  e  benedice  alla  di- 
vina istituzione  del  Papato,  che  ha  sapu- 
to conservare  una  parte  di  Roma  antica, 
e  sulle  rovine  della  parte  distrutta  dal 
martello  inesorabile  del  tempo  o  de'bar- 
bari  innalzare  una  Roma  moderna. 

L'avventuroso  colle  Vaticano  è  posto 
ne'confini  che  separano  l'antica  Tosca- 
na dal  Lazio ,  e  per  essere  remoto  assai 
dall'antica  Roma,  non  fu  enumerato  tra 
que'monti  principali  per  rispetto de'quali 
Roma  si  disse  Città  Setticolle.  E«si  e- 
rano:  il  Capitolino,  il  Celio,  l'Aventino, 
l'Esquilino,  il  Viminale,  il  Palatino,  il 
Quirinale,  sul  quale  elevasi  l'altra  pon- 
tificia reggia  estiva  del  Palazzo  aposto- 
lico Quirinale  (V.).  Il  colle  Vaticano  , 
al  dire  dell'Ugonio,  Historia  delle  Sta- 
tuiti di  Roma,  p.  85,  prese  il  nome,  la- 
sciando l'altre  etimologie,  da'vaticinii  o 
prelesi  Oracoli  (scrisse  C'asen,  De  O- 
raculis  gentilium,  et  in  specie  de  Vati- 
ciniis  Sfbillinis,  Helmsladii  1673),  che 
par  istinto  di  un  certo  idolo,  chiamato 
ancor  lui  Vaticano,  quivi  credevano  far- 
si. Per  la  qual  causa  ancora  fu  in  questo 
luogo  fatto  un  tempio  ad  Apollo,  riputato 
da'  ciechi  gentili  dominati  dalla  Super- 
stizioney  Dio   soprastante  agi'  indovini. 


220  VAT 

Nel  dorso  di  questo  monte,  e  in  parte  so- 
pra i  fondamenti  del  tempio  d'Apollo,  è 
fondata  la  sagrosanta  basilica  del  Prin- 
cipe degli  Apostoli  ;  non  oscuro  argomen- 
to in  vero  della  divina  Provvidenza,  poi- 
ché dondesi  cercavano  già  le  risposte  de' 
mendaci  Dei,  quivi  ora  il  Vicario  di  Dio 
vivente,  rende  al  mondo  gli  oracoli  della 
verità  (della  frase  usata  per  le  verbali  ri- 
sposte o  prescrizioni  del  Papa:  V'wae  vo- 
cis oraculo,  feci  parola  ne' voi.  LXXIV, 
p.  255,  LXXXI1,  p.  4o).  Osserva  Pan- 
ciroli,  /  Tesori  nascosti  nell'alma  città 
di  Roma,  che  nel  circo  di  Neroue  vi  fu 
pure  il  tempio  di  Apollo,  tenuto  qual 
Dio  degli  oracoli,  ed  i  greci  sotto  tal  no- 
me adorarono  il  Sole,  che  sono  tutti  se- 
gni nobilissimi  deli.0  Vicario  di  Cristo, 
il  quale  lo  lasciò  in  terra  per  oracolo  delle 
sue  divine  rispostee  luce  del  mondo:  Vos 
cstis  lux  mundi.  Il  Severano,  Memorie 
delle  Sette  Chiese  di  Roma,  a  p.  7,  par- 
lando del  Campo  e  del  Colle  Vaticano, 
dice  che  il  silo  dov'è  la  chiesa  di  s.  Pie- 
tro, e  il  restante  di  Trastevere,  si  chiamò 
Campo  Vaticano;  come  il  colle  che  gli  so- 
praslava,e  lutti  gli  altri  cheda  questo  luo- 
go arrivano  alla  Chiesadis.  PictroMonto- 
rio  si  chiamavano  parimente  Vaticani  (in 
tal  modo  si  conciliano  le  due  sentenze  che 
dicono  s.  Pietro  crocefisso  e  sepolto  sul 
Valicano  e  sul  Gianicolo,  ove  sorge  la 
chiesa  di  s.  Pietro  Moulorio);  i  quali  an- 
cora con  quelli  che  soprastano  al  Teve- 
re a  mano  destra,  cominciando  da  Ponte 
Molle  sino  al  medesimo  s.  Pielro  Moli- 
torio incontro  all'Aventino,  erano  dagli 
antichi  chiamati  Gianicoli  :  sebbene  al- 
tri vogliono  che  Gianicoli  fossero  quelli 
soli  che  si  vedono  dalla  chiesa  di  s.  O- 
tiofrio  al  dello  s.  Pietro  Montorio.  Fu- 
rono poi  detti  Vaticani  da  un  tempio  di 
un  idolo  nominato  Faticano  o  Vagit/t- 
no,  il  quale  era  in  cima  al  detto  colle  che 
soprastava  al  sito  ov'è  la  chiesa  di  S.Pietro; 
ovvero  da'  vaticiuii  che  si  rendevano  nei 
tempio  di  Apollo,  il  quale  era  quasi  alle 
radici  dello  stesso  colle,  do  ve  ora  è  la  detta 


VAT 

basilica  Vaticana.  Parepropriamenfeche 
l'etimologia  del  colle  Valicano,  il  quale 
domina  la  basilica  del  suo  nome,  si  na- 
sconda nella  lingua  etnisca,  come  pu- 
re quella  del  Nume  o  Genio  del  luogo. 
Il  celebre  cav.  Carlo  Fontana  architetto 
e  ministro  deputato  della  basilica  Vati- 
cana, nella  classica  opera  con  tavole  in- 
cise, 77  tempio  Vaticano  e  sua  origine, 
a  p.  19,  ragiona  del  Vaticano,  sua  anti- 
chità,etimologia  e  circuito,  per  dimostra- 
re quanto  veramente  sia  stato  luogo  il- 
lustre e  celebre,  secondo  l'autorità  degli 
scrittoli  di  cui  riporta  le  testimonianze. 
Si  comprende  maggiormente  la  sua  anti- 
chità dall'etimologia  del  suo  nome,  men- 
tre oltrequello  di  Gianicolo,  impostogli 
da  Giano,  secondo  la  tradizione  comune- 
mente ricevuta,  viene  chiamato  Fatica- 
no da'vaticinii  che  ivi  negli  antichi  secoli 
di  Roma  pagana  ricevevano  i  popoli  da- 
gli Indovini  (V.)  chiamali  Vati,  comesi 
ha  da  Festo:  Valicanus  Collis, appclla- 
tusest,quod  eopotitus  sitpopulus  roma- 
nus  Vatum  responso  expulsis  Etruscis. 
Secondo  Aulo  Gellio  il  Vaticano  fu  cosi 
denominato  dal  Dio  de'  vaticinii,  per  le 
risposte  che  in  esso  dava  ;e  soggi  unge  che 
Vairone  ne'libri  delle  cose  divine  avea, 
data  un'altra  etimologia  di  questo  nome, 
ed  essersi  chiamato  Vaticano  il  nume  che 
presiedeva  all'aprire  a'batnbiui  i  primi 
vagiti,  il  pianto  e  la  voce,  il  suono  della 
quale  esprimesi  colla  i.3sillaba  va,  donde 
pure  trasse  origine  il  verbo  vagire.  Di 
questa  opinione  fu  s.  Agostino  dicendo  : 
Aut  V aticanum,qui  infantimi  vagitilms 
praeest:  Tpse  in  vagita  os  aperial  et 
vocetur  Deus  Vaticanus.  Crede  il  Cas- 
sio, Corso  delle  acque  antiche  di  Ro- 
ma, che  la  denominazione  di  Faticano 
provenga  dal  nume  Valicano  o  Vagita" 
no,  che  fu  creduto  assistere  ali. "vagire 
de'bambini.  Il  Cancellieri  nell'opera  clas- 
sica, De  Secretariis  veleris  Basiìicae 
Vaticanae, dopo  aver  notato  che  il  monte 
Vaticano,  come  parte  del  Gianicolo,  fu 
anche  dello  Aurelius  et  Aureus  pel  co- 


V  AT 

loie  delle  sue  arene,  denominandosi  Au- 
relia  la  propinqua  via,  dice  ffuae  voca- 
turFaticanum,quia  Fates,idest  Saccr- 
dotes,  cancbal  ibi  sua  officia  ante  lem- 
illuni  Apolli 'nis,  ibique  aliud  templum, 
quoti  fuit  Aerarium Neronis. Nequeve- 
ro  recipienda  est  Flamini*  Faccaecon- 
jcclura,  qui  Faticoni  nomen  or  timi  di- 
vinaturex  Fatimi  etPhilosophorum  se> 
pultura.  Ab  co  enini  memorata  Poeta- 
rum  ctSophorum  capita  .ibidem  defeda, 
din  post  ortum  Vaticani  nomen  sculpta 
j/mJ.Quindi  riporta  l'opinione  di  Gelilo  e 
di  VerrioFlacco,cheseguìPanvinioealtri 
che  nomina.Ilbenemeritoed eruditissimo 
scrittore  Erasmo  Pistoiesi  nell'opera  clas- 
sica d'8  volumi  con  bellissimi  e  copiosi  di- 
segni a  contorni,  intitolata:  //  Faticano 
descritto  ed  illustratocelo  a  poco  con- 
tiene in  tutto  il  riferito.  »  11  colle  Vati- 
cano non  lungi  dall'antico  Aibula  (di  cui 
a  Tiv  oli  e  Tevere,  il  qual  fiume  fu  cosi 
appellalo  in  origine  dal  colore   bianca- 
stro tendente  al  ceruleo  che  ha  presso  Uo- 
ina,  quando  non  è  intorbidato  dalle  piog- 
gie)e  contiguo  al  Gianicolo,alle  cui  radici 
ora  innalza  la  fronte  l'eccelsa  basilica  sa- 
gra al  Principe  degli  Apostoli,  giusta  l'o- 
pinione di  Ftsto,  trasse  il  nomeda'Vati, 
che  lusingandosi  di  penetrare    ne'recon- 
diti  abissi  dell'avvenire,  dopo  l'espulsio- 
ne degli  etrusci  davan  ivi  al  popolo  ro- 
mano i  loro  vaticini!.  Nella  qual  senten- 
za sembra  convenire  anche  Aulo  Gellio, 
che  da'vaticinii  il  nome  di  Faticano  de- 
duce; aggiungendo  inoltre  che  l'ispira- 
zione de*  vati  era  l'eltetto  del  potere edel- 
l'eccitamento  del  Dio  Vaticano,  che  in 
quel  suolo   qual  nume  proteggitore  ri- 
siedeva .  Ne  sarà  discaro    riflettere  con 
JVI.  Terenzio  Varrone  versatissimo  nella 
storia,  ed  a  buon  diritto  riputato  il  più 
sapiente  i'ra'roma  ni,  die  avendo  gli  anti- 
chi osservato  che  ne'  primi  puerili  vagi- 
ti sogliono  esprimere  i  bambini  la  vo- 
ce Fa,  la  quale    forma  lai/ sillaba  di 
Faticano,   piacque  loro  fare  un  Dio  di 
questo  nome,  ergergli  altare,  e  intitolar- 


VAT  221 

lo  il  Dio  de'vagili,ond'è  che  con  maggior 
senno  da  alcuni  si  crede,  che  il  vescovo 
d'  Ippona   anziché  Faticano  il  dicesse 
Fagitano,c\oèD\oc\\e  presiedeva  a'pue- 
riti  vagiti,  ed  era  appunto  rappresentato 
sotto  l'immagine  d'un  fanciullo  che  pian- 
ge e  grida".  Mg/  Nicolai,  Memorie  sulle 
Campagne  di  Roma,  osserva  che  il  Cam- 
po Vaticano  fu  quella  prima  porzione  del- 
le terre  degli  etruschi  di  Fejo(F.)  occupa- 
ta  da'romani;  e  variando  gli  autori  circa 
l'etimologia  del  nome,  riferisce  con  Sesto 
Pompeo  e  Festo,  che  venne  così  denomi- 
nato,  perchè  i  romani  avendo  ivi  avuti  i 
vaticiuii,  fugarono  gli  etruschi.  MaGellio, 
cui  consente  s.  Agostino,  nota  che  fu  di 
sentimento  Vairone,  che  fosse  il  campo 
cosi  chiamato  dal  Dio  Vaticano,  il  quale 
si  credeva  presiedere  alla  i  .a  sillaba  Fa 
de'bambini,  ossia  al  vagito.  Narrare  Pli- 
nio, che  nel  Vaticano  sorgea  un'elee  più 
antica  della  fondazione  di  Roma,  con  un 
titolo  inciso  con  lettere  etrusche  di  bron- 
zo, indicanti  religiosi  misteri.  Il  Nibby, 
nella  Roma  antica,  ragionando  egre- 
giamente della  sua  topografia  fisica,  cre- 
de che  l'etimologia    Faticano  derivi 
dall'etrusco,  e  riproduce  le  sentenze  di 
Gellio,  Varrone,Festoe  s.  Agosti  no.Chia- 
ma  il  Vaticano  e  il  Gianicolo  frastaglia- 
ture del  gran  dorso  che  domina  tuttala 
sponda  destra  del  Tevere,  pel  tratto  d'ol- 
tre  i5  miglia,  e  del  quale  sono  parte  il 
Monte  Mario,  fuori  di  Roma  verso  set- 
teutrione,e  il  pur  suburbanoMonle  Ver- 
de verso  mezzodì.  Indi  dice,  che  il  colle 
Valicano,  come  tutu*  il  rimanente  del 
dorso  nominato,  è  composto  di  deposi- 
zioni ammassate  dal  mare; la  roccia  do- 
minante in  esso  è  un  sabbione  siliceo-cal- 
cario  di  colore  giallastro,  sopra  banchi  di 
marna  turchiniccia  contenente  gusci  di 
conchiglie  (Antonio  Vallisneri  trattò,/?*/ 
corpi  marini  die  sui  monti  si  trovano,Ve- 
ueziai728),la  qualeoggi  vieneadoperata 
in  opere  figuline;  anticamente  fu  parti- 
colarmente usata  pe' vasellami,  a  che  egli 
la  crede  più  adatta,  che  a  mattoni  e  tego- 


111 


V  A  T 


le,  come  di  presente  si  fa,  come  pure  io 
rilevai  anche  nel  voi.  LXXX,  p.  3 1 9.  Da 
ultimo  il  prof.  Francesco  Orioli  pubbli- 
cò nel  1. 1 38  del  Giornale  Arcadico  di 
Rotila  il  ragionamento  letto  nel  l'accade* 
mia  d'Archeologia  intitolalo:  L'Agro 
faticano,  nuove  investigazioni.  Discor- 
re della  parte  Irastiberina  della  terra  ro- 
mana, che,  stando  a  un  passo  di  Plinio  il 
naturalista,  avrebbe  in  un  tempo  anti- 
chissimo portato  questo  nome  da  Roma, 
lunghesso  la  riva  dritta  del  Tevere,  sino 
al  -mare.  Il  Gianicolo  v'era  dunque  com- 
preso come  porzione  d'un  maggior  tratto. 
Da  un  altro  passo  del  medesimo  Plinio 
raccolse  che  v'era  fin  da'tempi  che  tutto 
quel  tratto  apparteneva  all'Etruria,  e  se* 
condo  che  sembra,  prima  all'agro  Cere- 
tano,  e  poi  Veiente,  un'elee  ossia  in  dia- 
letto arcaico  una  tifa  sagra  a  Giove  Va- 
ticano, secondo  gli  etruschi,  parte* forse 
d'un  tifatimi,  e  specie  d'arbore  sacriva3 
dichiarata  tale,  e  decorata  d'iscrizione  e- 
t rosea  in  bronzo  affissavi  sopra,  per  a- 
vere  sotto  ì  suoi  rami  accolto  Giove  in- 
fante ;  e  non  in  Creta  d'averlo  partorito 
Opi,  ma  nella  reggia  stessa  di  Giano,  od 
iti  Saturnia,  o  poco  lungi  dal  colle  Va- 
ticano, e  cercato  d'occultare  perchè  suo 
padre  Saturno  non  io  divorasse.  Un  pas- 
so d'  un  antico  inedito  scoliaste  di  Gio- 
venale, da  lui  letto  nella  biblioteca  rea- 
le di  Parigi,  insegna  che  quivi  era  fa- 
ma essere  stato  educato  e  nudrito  Gio- 
ve; ciocché  non  men  si  legge  nell'inedito 
Glossario  d'Aucileubo,  e  presso  il  suo  co- 
piatore Papia.  £  ciò  è  in  accordo  colla 
natura  del  luogo  posto  tra  la  reggia  di 
Giano  e  quella  di  Saturno,  al  dire  di  Gel- 
ilo, del  ricordato  scoliaste,  di  s.  Ago- 
stino, di  Papia  medesimo  ec.  Giove  era 
il  preside  di  tutto  l'agro  ;  ma  Giove  Bam- 
bino e  vagiente,  chiamato  Vaticano  ,  e 
che  quivi  colla  virtù  della  tifa  ispirava  un 
lempo  un  collegio  di  vati  o  profeti  a  pro- 
ferire vaticinii,  quae,  vi  alque  ìnstinctu 
ejus  Dei,  in  hoc  agro  fieri  solita  essent, 
dice  Gcllio.  Inoltre  il  professore  pensa 


VAT 

che  forse  da  que'vati  il  luogo  era  all'e- 
trusca  chiamalo  FaticoFatich,  nella  for- 
ma d'  altre  parole  etnische  di  termina- 
zione analoga;  e  di  qui  il  Dio  Faticanus 
alla  latina,  forse  Faticna  o  Fatichila  in 
etrusco.  Dice  di  più, che  questi  vati  abi- 
tavano nell'adiacente  Gianicolo, o  meglio 
presso  un  tempio  posto  nel  tifato  o  lec- 
cetoVaticano,come  pure  s'impara  da  uno 
de'codici  editi  dal  cardinal  Mai,  pubbli- 
cato in  Roma  nei  1 836,  quantunque  non 
sia  troppo  da  credere  a  Gervasio  Tilbe- 
riense,  che  dice  il  tempio  sagro  ad  A  pollo, 
e  i  vali  colloca  nel  luogo  della  basilica 
Vaticana. Finalmente  trae  da  Feslo  o  dal 
suo  abbreviatole  Paolo,  che  siffatti  vati 
furono  da  ultimo  espulsi  da'romani,  pro- 
babilmente sotto  il  re  Anco  Marzio,  do- 
po aver  espugnato  il  Gianicolo,  predi- 
cendolo, secondochè  si  sarà  spacciato,  e- 
gl tuo  stessi.  Aggiunse  poi  altre  partico- 
larità relative  al  Gianicolo,  ch'egli  sospet- 
ta detto  dagli  etruschi  Aneiclu,  trasfor- 
mando Giano  in  Anio;  e  parla  della  via 
Vitellia,  nome  preso  dalla  moglie  di  Fau- 
no, ossia  l'Italia  deificata  ;  della  statua 
del  Ludione,  qui  sepultus  est  in  Jani- 
culo;  del  supposto  citato  sepolcro  di  Nu- 
ma  nel  Gianicolo;  dell'antichissimo  mito 
del  re  Anio  padre  di  Salia,  rapita  da  Tar- 
chezio  o  Cateto,  che  nell'inseguirli  peri 
nel  Teverone  a  cui  comunicò  il  proprio 
nome.  La  Mitologia  dice  che  il  Dio  Va- 
ticano presiedeva  alla  parola,  e  perciò  il 
i.°  vagito  mandato  dai  bambini  nascen- 
do, è  la  prima  sillaba  del  nome  di  quel 
Dio,  Fa.  Narra  il  Fontana,  ragionando 
del  VaticaiiOjSua  antichità  e  circuito, non 
essere  questo  inferiore  alla  sua  vetustà, 
mentre  i  suoi  sili, conforme  dice  Plinio, 
si  stendevano  1 3  miglia  fuori  di  Roma, 
verso  i  confini  de'veienti,  crustumini,  fi- 
dettati  e  latini;  indizio  manifesto  che  fos- 
se a'popoli  luogo  grato  e  propizio,  popo- 
lando i  suoi  confini  un  numero  infinito 
ti'  abitatori.  1  monti  Vaticani  aveano  il 
suo  principio  ov'era  il  convento  di  s.  O- 
uofrio,  accanto  al  Gianicolo,  da  dove  si 


V  AT 

stendevano  fino  a  ponte  .Molle  verso  i  ve- 
ienti.  Stante  l'ampiezza  e  circuito  de'titf 
Vaticani,  avendoli  in  gran  considerazio- 
ne il  4°  te  di  Roma  Anco  Marzio, come 
attesta  Livio,  volle  ampliare  il  circuito  di 
Roma,  includendovi  i  monti  Aventino  e 
Palatino  per  ricetto  di  molte  migliaia  di 
latini  sottomessi.  E  benché  fosse  anche 
aggiunto  da  lui  pure  il  Gianicolo,  non  fu 
già  incluso  per  bisogno  di  sito ,  ma  per 
innalzarvi  una  iucca  come  il  più  eminen- 
te degli  altri  monti,  per  difendere  la  città 
e  impedire  che  i  nemici  vi  si  stabilissero. 
Il  luogo  era  ragguardevole  per  la  sua  an- 
tichità e  nobile  per  l'esercizio  dell'arti  e 
scienze  che  vi  professavano  gli  abitanti  e- 
t ruschi,  innanzi  il  principio  e  l'ingrandi- 
mento di  Roma.  Laonde  il  Vaticano,  co- 
me principale  luogo  degli  etruschi,  mol- 
to celebre  e  cospicuo,  era  ed  è  nell'anti- 
ca Etruria,  perchè  questa  dal  Tevere  vie- 
ne divisa  dal  Lazio.  Sebbene  non  è  certo 
che  il  sepolcro  di  Romolo  fosse  uella  via 
Trionfale  o  nel  Vaticano  vicino  al  Tere- 
binto (ossia  il  suddetto  albore  di  elee  ove 
concorrevano  i  popoli  a  ricevere  gli  auspi- 
ca), come  scrisse  Manlio,  anzi  verso  dove 
elevasi  la  basilica  di  s.  Pietro,  perchè  la 
storia  non  fa  menzione  di  sue  spoglie  mor- 
tali; tultavolta  asserisce  Fontana  che  vi- 
cino al  Terebinto  gli  fu  eretta  una  me- 
moria, o  lui  vivente  o  dopo  morto,  me- 
diante tempio  per  venerarlo  come  un  Dio. 
Forse  tale  sepolcro  o  memoria  fu  di  Ro- 
molo Pollione,  celebre  nell'antichità,  di 
cui  si  trovarono  alcune  iscrizioni  nel  Va- 
ticano a  tempo  di  Carlo  Magno.  Il  Fon- 
tana crede  verosimile  l'opinione  della 
tomba  di  Romolo  nel  Vaticano  per  la  ce- 
lebrità del  luogo,  e  perchè  il  suo  succes- 
sore Numa  fu  deposto  sotto  il  Gianicolo, 
ciò  che  ripugna  a'eritici.  Il  tempo  che  lut- 
to travolge  e  cambia  nel  decorso  de' se- 
coli, trasformò  il  luogo  de'valicinii,  nel- 
l'asilo della  più  cieca  superstizione  e  del- 
la più  sfienata  licenza,  ondeTacito  qua- 
lificò i  campi  Vaticani  detestabili.  Marzia- 
le declamò  contro  il  vino  che  produceva 


V  A  T  223 

il  colle,  per  la  qualità  del  suo  terreno  a- 
renoso  e  argilloso:  Vaticana  bibistbibis 
venenum.  Tra'campi  Vaticani  si  compre- 
sero i  prati  Quinzi  della  lunghezza  di  4 
ingerì,  donati  dal  popolo  romano  al  dit- 
tatore Lucio  Quinzio  Cincinnalo,  onde  ne 
presero  il  nome,  e  Fontana  coll'autorità 
degli  antiquari  gli  assegna  fuori  di  porta 
Castello  fino  e  incontro  al  porto  di  Ripet- 
ta.  11  Nibby  pone  i  prati  di  Nerone  nel- 
la pianura  che  immediatamente  sottogia- 
ce al  colle  Vaticano,  ossia  campo  Vatica- 
no, o  parte  settentrionale  del  tratto  tras- 
tiberino; e  uella  meridionale  colloca  i 
prati  di  Muzio  Scevola  e  quelli  di  Quin- 
zio nmpetto  a  Navalìa,  come  dissi  a  suo 
luogo  e  nel  voi.  LIV,  p.  1 65  ei66.  Mol- 
ti furono  i  monumenti  che  adornarono 
poi  il  Vaticano  e  sue  aggiacenze,  templi, 
circhi,  ponti  e  giardini  o  orti.  Questi  ulti- 
mi si  dissero  de'  Domizi,  perchè  Nerone 
si  designava  con  tal  nome,  o  perchè  di  di- 
ritto appartenevano  agli  antichi  Domizi; 
altri  l'attribuisce  a  Caligola,  ed  a  sua  so- 
rella Agrippina  figli  di  Germanico,  la 
quale  sposata  prima  a  Gneo  DomizioE- 
nobarbo,  da  cui  ebbe  Nerone ,  adottato 
da  Claudio  imperatore  suo  padrigno.  Ci- 
cerone chiamò  il  campo  Vaticano,  qua* 
si  Martium  Campimi ,  e  vi  erano  come 
di  presente  le  fornaci,  nelle  quali  cuoce- 
varisi  de' vasi  formati  coli'argilla  del  man- 
te, diesi  chiama  vano  vasi  Vaticani, ma  era- 
no fragili.  Altri  pongono  i  prati  de'Domi- 
zi  al  destro  lato  dell'ippodromo  d'Adria- 
no, e  que'di  Nerone  dinanzi  al  monumen- 
to eretto  a  Romolo,  dunque  gli  uni  era- 
no diversi  dagli  altri;  né  manca  chi  chia- 
ma i  prati  Quinzi  Neroniani,  e  lungo  sa- 
rebbe il  riferire  lediscrepanti  opinioni  de- 
gli scrittori.  La  stessa  discrepanza  regna 
tra  loro  sopra  gli  edilìzi  antichi  Vatica- 
ni che  vado  accennando ,  e  il  solo  regi- 
strarne i  nomi  riuscirebbe  stucchevole. 
Di  essi  parlai  in  diversi  articoli ,  sia  de- 
scrivendo la  Chiesa  di  s.  Pietro,  sia  la 
sua  Sagrestìa;  ciò  deve  tenersi  presente, 
e  mi  dispensa  da  indicazioni  particola- 


224  V  A  T 

reggiate,  qui  bastando  una  generica  mo- 
nografia. Già  feci  menzione  del  ponte, 
porta  e  via  Trionfale,accennando  i  luoghi 
in  cui  ne  parlai.  Non  lungi  dalla  porta 
Trionfale  esisteva  il  sepolcro  o  la  memo- 
ria sepolcrale  di  Publio  Emiliano  Scipio- 
ne T  Africano  il  giovane  (poiché  del  se- 
polcro famoso  degli  Scipioni  posto  nella 
via  Appia  ,  ragionai  nei  voi.  LXIV  ,  p. 
1 38),  che  consisteva  in  una  piramide,  non 
molto  dissimile  da  quella  in  forma  di  pi- 
ramide di  Caio  Cestio  (che  descrissi  nel 
voi.  cit.,  p.  1 4 1  ),  ni  a  più  superba  e  ma- 
gnifica. Fu  creduta  anche  il  ricordato  mo- 
numento sepolcrale  di  Romolo.  Essendo 
decaduto  il  monumento,  Dono  1  Papa  del 
676  con  parte  de'  suoi  marmi  lastricò 
l'atrio  della  basilica  Vaticana  da  lui  ab- 
bellito, ed  Alessandro  VI  l'atterrò,  per 
regolarizzare  la  suddetta  via  del  Borgo 
nuovo:  ne  parlai  anche  altrove. Prossimo 
all'albore  famoso  dell'elee  chiamato  Te- 
rebinto, a  lato  della  via  Trionfale  fu  in- 
nalzato il  memorato  sepolcrale  monu- 
mento a  Romolo  fondatore  di  Roma,  che 
si  vuole  anch'esso  servito  a  Dono  I  a  la- 
stricare la  parte  anteriore  della  vicina  ba- 
silica, ed  allora  venne  demolito.  Nell'a- 
rea Vaticana  e  alle  radici  del  Monte  Au- 
reo sorgeva  il  tempio  dedicato  a  Marte, 
il  quale  era  di  sferica  figura  all'esterno, 
e  ottangolare  nell'interno,  contenente  8 
colonne  e  8  nicchie,  di  cui  6  vennero  da' 
cristiani  cambiate  in  cappelle,  ed  a  somi- 
glianza degli  altri  templi  lo  ricopriva  una 
cupola  non  tanto  depressa.  Circa  i  tempi 
di  Costantino  I  fu  dedicato  al  vero  Dio 
e  poscia  consagralo  a  s.  Maria  della  Feb- 
bre. Si  può  vedere  Tempio  della  Feb- 
bre. Presso  il  palazzo  di  Nerone  (il  Seve- 
rano  diceche  secondo  alcuni  era  poco  lon- 
tano dal  Circo,  il  quale  si  estendeva  dal 
palazzo  de'Cesi,  e  01  a  monastero  de'sud- 
delti  armeni  anloniani,  de'quali  riparlai 
nel  voi.  LXXXI,  p.  383, 387,  3q  i  ,  399, 
sino  a  s.  Spirito;  onde  tutto  il  colle  nel- 
le scritture  antiche  è  chiamato  in  Pata- 
vina o  in  Palatolo,  forse  perche  uiino- 


V  AT 

re  rispetto  all'altro  palazzo  Neroniano  e 
splendidissimo  del  Palatino,  denominato 
Casa  d'oro.  Lo  storico  Bertoldo  chiamò 
Palatiolum  il  monte  jnxta  s.  Pttrum, 
narrando  che  Enrico  IV  nelio85in  es- 
so si  fortificò),  sorgeva  il  tempio  d'Apol- 
lo o  del  Sole,  altri  con  poca  probabilità 
collocandolo  nel  suo  circo  o  presso  il  me- 
desimo; era  di  figura  sferica  all'  esterno 
e  ottangolare  all'interno,  terminando  nel- 
la sommità  con  una  rotonda  apertura, 
per  introdurvi  la  luce  fatta  a  simiglian- 
za  del  sole  simbolo  d'Apollo:  avea  il  por- 
tico sostenuto  di  fronte  da  6  colonne,  e 
fu  convertito  in  tempio  sagro  a  s.  Petro- 
nilla. Tale  portico  o  vestibolo  chiamavasi 
Faticano,  perchè  i  vati  ossia  i  sacerdoti 
degl'idoli  vi  facevano  i  sagrifizi.  Dice  il 
Cancellieri,  che  quasi  tutti  gli  antiquari 
crederono  che  il  tempio  a"  Apollo  fosse 
convertito  da  Paolo  I  in  onore  di  s.  Pe- 
tronilla, e  che  fu  poi  dis! rutto  da  Paolo 
III;  e  che  il  tempio  di  Marte  venne  ri- 
dotto a  sagrestia,  e  demolito  da  Pio  VI 
fu  dedicato  alla  Madonna  della  Febbre; 
ma  nella  sua  opera  De  Sccretariis  si  stu- 
diò di  provare,  che  i  due  templi  profani 
erano  affatto  diversi  da  questi  due  tem- 
pli rotondi,che  stavano  vicini  all'obelisco, 
uno  de'  quali  fu  eretto  in  onore  di  s.  An- 
drea da  Papa  s.  Simmaco  ,  e  l'altro  da 
Stefano  II  a  s.  Petronilla;  e  che  Costan- 
tino I  avendo  distrutto  i  templi  profani, e 
non  questi,  unitamente  alla  Naumachia, 
sulle  rovine  del  Circo,  e  co'raateriali  del- 
le dette  fabbriche,  eresse  con  100  colon- 
ne di  marmo  il  nuovo  tempio  ,  che  fu 
consagrato  da  Papa  s.  Silvestro  I  in  ono- 
re di  s.  Pietro,  il  quale  fino  a  quel  tem- 
po era  stato  venerato  nell'oratorio,  o  ci- 
miterio,  o  piccola  memoria,  erettagli  sul 
suo  sepolcro  da  Papa  s.  Anacleto  verso 
l'annoi  06 e  che  avea  cominciala  da  sem- 
plice prete,  cioè  alle  falde  del  monte  \  a- 
licano,  sul  Iato  settentrionale  del  Circo 
di  Nerone,  ed  accanto  al  tempio  d'Apol- 
lo, nel  suolo  già  inalbato  da'  primi  cri- 
stiani col  glorioso  loro  sangue;  sepolcro 


V  AT 

venerando  die  fu  compreso  nel  centro 
della  basilica  Costantiniana.  Caligola  edi- 
ficò il  Circo  dello  di  Nerone,  e  siccome  si 
nomò  anche  Caio  fu  chiamalo  il  Circo 
di  Caio  e  di  Nerone.  Era  di  forma  dìtti- 
co come  tulti  gli  altri  circhi  e  di  assai  va- 
sta mole,  e  la  fronte  del  maestoso  edifi- 
zio  descriveva  una  linea  semicurva,  nel 
cui  centro  aprivasi  la  porta  d'ingresso;  la 
quale  conteneva  a'iati  6  portici  pegli  au- 
nghi: agli  angoli  sorgevano  duequadran- 
golari  corpi  di  fabbriche,  delti  oppidi  per 
avere  torri  e  merli.  L'opposta  parte  del 
principale  ingresso  descriveva  un  semicir- 
colo, con  anfiteatrali  gradinate  pegli  spet- 
tatori che  assistevano  a'ginochi  e  al  le  cor- 
se. Quasi  all'estremità  del  Circo  esisteva- 
no due  balconi  o  gallerie  coperte  e  loggia- 
ti addobbati.  Nel  mezzo  dell'area  quadri- 
lunga, ma  5o  palmi  più  verso  il  lato  si- 
nistro, eravi  un  massiccio  di  fabbrica  det- 
ta Spina,  larga  più  di  12  piedi  e  alta  6, 
e  sopra  di  essa  innalza  vasi  il  magnifico  o- 
belisco  egizio,  che  ora  serve  d'ornamento 
all'incantevole  piazza  Vaticana. Era  altre- 
sì la  Spina  adorna  di  due  are  o  tempietti 
dedicati  a  Conso,  Dio  del  consiglio.  Abbel- 
lì vasi  di  orchestre  pe'suonatori,  per  ani- 
mare i  cavalli  alla  corsa,  e  di  torri  coni- 
che dette  Mete,  perchè  limitavano  lo  spa- 
zio da  corrersi  da'  carri  e  da'  cavalli.  La 
maestosa  mole  del  Circo,  quantunque  in 
tal  genere  meno  magnifica  dell'altre,  per- 
chè chiusa  in  orti  privati,  era  all'esterno 
circondata  da  un  intercolunnio  e  da  por- 
tici a  due  ordini,  che  investivano  e  fian- 
cheggiavano come  negli  anfiteatri  le  vol- 
te, che  interiormente  sostenevano  le  gra- 
dinale; ed  erano  in  essa  compresi  l'offi- 
cine, i  lupanari  e  altri  pubblici  edifizi.  Il 
Circo  Neroniano  occupava  quel  tratto  di 
sito,  che  dalla  chiesa  di  s.  Marta  de  Tri- 
nitari scalzi percorrevasi  per  giungere  ol- 
tre la  Scala  dell'antica  basilica,  e  conti- 
gui a  destra  ed  a'3  ordini  laterali  de'muri 
erano  gli  orti  o  giardini  di  Nerone.  Que- 
st'imperatore sedendo  sul  trono  del  mon- 
do, oltraggiando  la  natura  colle  più  tur- 


V  A  T  225 

pi  dissolutezze,  che  spesso  confondeva  nel 
medesimo  odio  e  disprezzo  senato  e  po- 
polo, e  ch'erasi  addomesticato  col  delit- 
to, scelse  questa  terra  Vaticana  per  ser- 
vire di  obbrobrioso  spettacolo;  e  mentre 
frammischiavasi  fra  il  minuto  popolo,  ed 
in  abito  di  cocchiere  degradando  se  stes- 
so percorreva  il  Circo,  deliziavasi  in  ve- 
dere il  crudele  eccidio  delle  primizie  del- 
la Chiesa  e  de'discepoli  degli  apostoli  Pie- 
tro e  Paolo  ancora  viventi,  e  per  ben  6 
giorni  e  altrettante  notti  appagò  la  sua 
sete  crudele  nella r.a  pagana  persecuzio- 
ne ,  promulgata  con  editti  proibitivi  di 
professare  il  cristianesimo  sotto  pene  cru- 
deli e  la  morte;  ed  anche  per  essere  stati 
accusati  i  cristiani  d'aver  cagionato  l' in- 
cendio di  Roma,  fitta  bruciare  dallo  stes- 
so empio  Nerone,  il  quale  al  dire  del  Ri- 
naldi,  del  Circo  fece  un  macello  di  mar- 
tiri. Scrive  Tacito:  I  cristiani  erano  ucci- 
si, ed  alla  morte  aggiungevasi  la  derisio- 
ne e  lo  scherno;  alcuni  ricoperti  con  pelli 
ferine  erano  a  brani  divorati  da'cani;  al- 
tri confitti  in  croce;  altri  dannati  alle 
fiamme  ,  ed  alcuni  di  questi  inviluppati 
in  bituminoso  indumento  ardendo  servi- 
vano di  lume  in  tempo  di  nolte.  I  giar- 
dini dell'  imperatore  furono  il  teatro  di 
quest'orribile  scena,  la  cui  area  è  ora  oc- 
cupata dalla  basilica  Vaticana,  cioè  al  de- 
stro lato  del  Circo  Neroniano.  La  Chie- 
sa celebra  la  memoria  de'ss.  Martiri  di 
Rotna^y.)  a'24  giugno,  ed  il  Piazza  glo- 
rifica queste  primizie  della  Chiesa  roma- 
na nel!' Effemeride  Vaticana  per  i  pregi 
d'ogni  giorno  dell'  augustissima  basili* 
e  a  di  s.  Pietro  in  faticano,  dedicata  a 
Giacomo  II  re  della  Gran  Brettagna. 
Contigua  al  Circo  si  pretende  esistesse  la 
Naumachia  di  Nerone,  pe'finli  combatti- 
menti navali;  tuttavia  della  Naumachia 
Vaticana  parlasi  da  s.  Damaso  I  del  367 
nella  vita  di  s.  Pietro  che  va  sollo  il  suo 
nome,  per  località  assegnandosi  da  alni 
per  tale  stagno  o  lago,  presso  le  memora- 
te chiese  di  s.  Andrea  e  di  s.  Petronilla, 
il  sito  detto  Nawnachiam  ove  s.  Leoue 


aa6  V  A  T 

IN  eresse  un  ospedale;  ovvero  oltre  il  co- 
sì ili  Ito  sepolcro  di  Romolo  e  precisamen- 
te nella  piccola  valle  sotto  Bel  vedere,  ov'è 
la  chiesa  di  s.  Pellegrino  eretta  dallo  stes- 
so Papa,  del  ciroiterio  della  guardia  sviz- 
zera. Quelli  di  contrario  parere  sosten- 
gono che  erroneamente  il  Circo  fu  anche 
dello  Naumachia,  o  per  l'euripio  o  fosso 
pieno  d'acqua  largo  io  piedi  escavato  in- 
nanzi al  podio,  per  impedire  che  le  bel- 
ve fameliche  assalissero  gli  spettatori  nel 
maggior  loro  concilamento;  ovvero  pe' 
giuochi  di  naturali  navali,  che  in  esso  al- 
cune volle  si  celebravano.  De'Circhi  e  del- 
le Naumachie  riparlai  nel  voi.  LXXllf, 
j».  24»  e  seg.  Il  Fontana  dice  che  gli  scrit- 
tori della  supposta  Naumachia  Vaticana 
si  fondarono  nell'opinione  d* A nastasioBi- 
bliotecario  che  nelle  File  de'  Pontefici 
scrisse,  che  s.  Pietro  fu  martirizzato  al- 
l'obelisco di  Nerone  accanto  alla  Nauma- 
chia, della  quale  non  fu  trovato  vestigio 
negli  sca\i  Vaticani.  Aggiunge  coll'Eriz- 
zo  e  1*  Angeloni,  che  Nerone  si  servì  del 
suo  Circo  per  Naumachia  e  per  le  feste 
navali.  Non  doversi  neppur  credere  che 
fosse  ne'piaui  fra  levante  e  tramontana, 
dov'è  ogj*i  la  Chiesa  dì '  s.  Maria  in  Tra- 
spontina  (sulla  quale  e  contenendo  no- 
zioni topografiche,  scrisse  Andrea  Ma- 
stelloni,  Notizie  istoriche  della  chiesa 
di  s.  Maria  in  Traspontina,  Napoli 
1717),  verso  il  fiume,  poiché  erano  oc- 
cupati dalla  via  Trionfale, con  diverse  al* 
tre  fabbriche  sepolcrali.  Il  sullodato  Pi- 
stoiesi, per  conciliare  le  opposte  opinioni, 
gli  sembra  credere  probabile,  che  ne'cam- 
pi  Vaticani  realmente  non  esistesse  laNau- 
machia  Neroniana,  e  che  la  contraria  sen- 
tenza abbia  avuto  origine  dalla  prodigio- 
sa quantità  d'acque  provenienti  dal  col- 
le, le  quali  producendo  nel  piano  qualche 
stagno  o  limaccio,  fecero  sì  che  forse  il  , 
maggiore  di  questi  prendesse  il  nome  di 
Naumachia.  Per  queste  acque  stagnanti, 
produceudo  infezione  nell'aria,  anche  pe' 
cadaveri  accumulati  nelle  stragi  di  Nero- 
ne, per  le  sozze  dissolutezze  che  vi  coni- 


V  A  T 

mise,  per  esservi  le  tombe  di  diversi  ro- 
mani come  luogo  suburbano,  si  chiama- 
rono iiiì  Tacito,  infamia  Vaticani  loca. 
Dipoi  Eliogabalo  ripulì  il  luogo,  ne  tolse 
i  sepolcri  e  fece  demolire  i  suoi  magni- 
fici monumenti,  per  meglio  agitare  le 
pompose  quadrighe  di  elefanti.  In  esse 
esponevasi  quel  mostro  coronato,  vestilo 
de'  suoi  abiti  pontificali  (del  pontificalo 
massimo  degl'imperatori  e  della  \ovoSto- 
lay  riparlai  nel  cit.  voi.,  p.  280), coperto 
di  preziose  collane,  di  ricche  armille,  e  col 
capo  fregiato  d'una  specie  di  tiara,  in  cui 
brillavano  le  più  preziose  gemme;  elfern- 
minato  lusso  di  vituperevole  avvilimento, 
che  deploravano  i  saggi  patrizi.  Dichiara 
Fontana,  che  soltanto  Plinio  il  Giovane 
parlò  della  Fossa  Traiana  nel  Vaticano 
per  deviare  le  crescenze  dell'  acque  del 
Tevere,  la  cui  gran  copia  allagava  la  cit- 
tà notabilmente  e  in  parte  la  sommerge- 
va per  essere  il  suolo  tanto  più  basso  del 
presente.  Egli  crede  che  fos>e  scavala  lun- 
ghesso lo  spazio  che  corre  da  ponte  Molle 
ver-o  il  Vaticano  fino  al  ponte  Trionfale, 
cioè  una  fossa  o  regolatore  per  l'ecceden- 
ti acque  del  Tevere,  come  parte  più  del- 
l'altre bassa,  scaricandosi  perciò  l'acque 
dei  fiume  in  buona  porzione  ne'campi  Va- 
ticani fra  il  Gianicolo  e  il  Tevere.  11  Fon- 
tana riporta  le  ragioni  per  le  quali  trova 
l'improbabilità  che  Traiano  nel  luogo  in 
discorso  potesse  divertire  l'acque  fluviali, 
dicendo  che  in  due  soli  luoghi  si  poteva 
formare  tale  alveo  o  nuovo  letto,  o  sot- 
to il  Gianicolo  verso  la  città,  o  dall'altra 
parte,  verso  le  campagne,  chiamale  Val- 
li dell'Inferno;  ma  in  queste  essere  il  ter- 
reno elevatissimo,  labile  e  arenoso,  per- 
ciò facile  a  rilasciarsi.  Quindi  con  alcuni 
crede,  che  le  bassezze  esistenti  in  detta 
Valle,  furono  fatte  artificiosamente  da 
detto  imperatore  e  tralasciate  imperfette 
per  sua  morte,  e  poi  nelP  attuale  forma 
ridotte  dalla  natura;  che  fu  piuttosto  un 
esperimento  di  semplice  fossa  infruttuoso 
pe'continui  interramenti, deposti  in  essa 
dalle  proprie  acque,  che  presto  ne  fece 


V  AT 

perdere  la  forma.  Pensa  il  eli.  Pistoiesi, 
che-Traiano  nell'aprile  ilsuddetto  fossato 
non  intendesse  raccogliere  la  piena  orri- 
bile del  Tevere  ,  come  avvenne  sotto  di 
Ini,  ma  quell'acque  soltanto  sovrabbon- 
danti, che  con  tardo  molo  inondavano  il 
basso  seno  di  quella  terra,  ch'era  assai 
prossima  alla  città;  dal  che  può  dedursi 
essere  stato  il  fossato  una  semplice  espe- 
rienza ,  giacché  per  le  stagnanti  acque  e 
continui  interramenti  resosi  intrattabile, 
neppure  si  credette  da'  dotti  tenerne  ul- 
teriore proposito.  La  valle  situata  tra  il 
JSlotilc  Mario  (sul  quale  passava  la  via 
Trionfale)  e  il  Valicano,  è  chiamata  vol- 
garmente la  valle  dell'Inferno,  Vallis  In- 
fernaj  mi  pare  d'  avere  reso  ragione  al- 
trove del  vocabolo.  L'annalista  Rinaldi 
racconta,  che  all' epoca  del  martirio  de* 
ss.  Pietro  e  Paolo,  i  mendichi  e  le  perso- 
ne vili,  quelle  che  ricevevano  l'elemosi- 
na, abitavano  fuori  della  porta  Trigemi- 
na o  Ostiense,  l'abitazione  de'quali  fu  poi 
trasportata  nel  Vaticano,  al  dire  d'Am- 
iriiano.  Quiudi  può  essere,  che  i  cristiani 
tanto  molestati  da  Nerone  fossero  costret- 
ti a  vivere  fuori  di  Roma,  tra  le  persone 
"vili;  e  come  gli  ebrei  abitavano  il  Traste- 
vere, perciò  in  esso  fu  portato  a  morire  s. 
Pietro  di  loro  nazione.  Avverte  però  Ri- 
ualdi,  che  molti,  sebbene  eruditi,  erraro- 
no, credendo  doversi  dire  colle  Vaticano 
quello  solamente  ov'èora  la  basilica  Va- 
ticana, e  che  il  Gianicolo  si  contenga  fra 
quel  poco  spazio  che  comincia  oltre  la  via 
Trionfale  e  terminarsi  in  quella  pianura 
ch'è  incontro  all'Aventino.  Imperocché 
quanto  fosse  maggiore  il  Gianicolo  pres- 
so gli  antichi  lo  dichiara  Dionigi  d'  Ali- 
carnassocou  queste  parole:  Fenicnles per< 
currerunl populando  usque  ad  Tiberini) 
et  montein  Janiculum,  ad  vige.simumab 
Urbe  stadium  et  lUterius.  Colle  quali  di- 
mostra, che  fu  chiamato  Gianicolo  lutto 
il  monte  che  si  estende  sino  al  ponte  Mil- 
vio  o  Molle;  sicché  tulli  i  colli  vicini  del- 
l'Aventino, fino  al  ponte  Milvio,  si  chia- 
marono duali  antichi  Gianicolo.  Marzia- 


V  A  T  227 

le  ed  Orazio,  oltre  altri,  dimostrano  che 
si  nomò  Valicano  quella  parte  ancora  del 
Gianicolo,  che  distendendosi  per  lungo 
verso  l'Aventino,  avea  rimpetto il  teatro 
di  Pompeo,  ch'era  dall'altra  parte  del  fiu- 
me. Talché  la  parte  del  Gianicolo  che  og- 
gi diciamo  con  tal  vocabolo,  s'appellò  an- 
cora Vaticano.  Laonde  conclude  Rinaldi, 
non  errarono  gli  scrittori  che  affermaro- 
no s.  Pietro  aver  patito  il  martirio  nel 
Vaticano,  com'è  pur  vero  che  fu  croce- 
fisso nella  parte  del  Gianicolo,  ove  vi  é  la 
memoria  di  tal  fatto,  la  qual  parte  ezian- 
dio si  chiamava  Vaticano;  e  l'istesso  luo- 
go poi,  meglio  che  pel  colore  dell'arene, 
pel  trionfo  di  s.  Pietro,  meritò  d'esser  de- 
nominato Mons  Aureus  e  volgarmente 
Montorio,  e  fu  già  uno  de'macelli  de'cri- 
stiani.  Siccome  ancora  nella  parte  del  Va- 
ticano ov'erano  il  Circo  e  gli  Orti  di  Ne- 
rone, furono  d'ordine  suo  fatti  crudelis- 
simamente morire  moltissimi  martiri ,  e 
poi  sepolto  il  corpo  di  s.  Pietro  presso  la 
via  Trionfale,  dicendo  il  libro  Pontifica- 
le essere  distinto  il  luogo  della  sua  morte 
da  quello  della  sepoltura,  dimostrando  co- 
sì essere  stato  sepolto  vicino  al  luogo  del- 
la crocefissione,  il  quale  luogo  situato  nel- 
la sommità  del  Gianicolo,  potè  reputarsi 
assai  dappresso,  conciliandosi  così  le  varie 
sentenze.  Egli  è  per  questo,  che  oltre  l'ac- 
cennato di  sopra  e  il  riferito  altrove,  vol- 
li produrre  ancora  le  testimouianze  ana- 
loghe del  Rinaldi,  ch'è  quanto  dire  quel- 
le del  cardinal  Baronio,  padre  della  sto- 
ria ecclesiastica.  Patì  dunque  s.  Pietro  il 
suppliziodella  croce  in  quella  sommità  del 
monte  Gianicolo  o  Valicano,  che  soprasta- 
va alla  Naumachia  situata  a  basso  pres- 
so il  Tevere  ,  e  fu  sepolto  nell'estrema 
parte  del  Valicano,  viciuo  alla  quale  e- 
rano  gli  orti  di  Nerone,  e  il  circo  con  l'o- 
belisco. Marcello  prete  dopo  averne  im- 
balsamato con  varie  sorta  d'unguenti  il 
sagro  corpo,  col  proprio  fratello  Apuleio 
lo  seppellì  con  grandissimo  onore  alla 
reale,  esecoudoil  costume  degli  ebrei;  ac- 
ciò siccome  fu  simile  a  Cristo  uella  tuoi- 


2*8  V  A  T 

te  io  fosse  (incora  nella  sepoltura  ,  come 
rileva  Panciroli.  Questi  aggiungerne  cro- 
cefisso s.  Pietro  sul  Gianicolo,  il  corpo  fu 
portato  al  cimiterio  piti  vicino  del  Vati- 
cano, ove  i  cristiani  aveano  deposti  i  ss. 
Martiri  fatti  perire  con  vari  tormenti  da 
Nerone.  Vuole  Panciroli  che  nel  cimite- 
rio s.  Pietro  vi  battezzasse  i  gentili  con- 
vertili, e  che  sopra  al  suo  corpo  s.  Cleto 
Papa  nell'anno  80  e  suo  i.°  successore  vi 
fabbricò  un  piccolo  oratorio  o  cappel- 
la per  celebrarvi  la  s.  Messa  e  onorar- 
lo. Ciò  attribuendosi  da  altri  a  s.  Anacle- 
to, ma  conviene  ricordarsi  delle  opinioni 
die  confondono  s.  Cleto  con  s.  Anacleto 
e  di  due  Papi  ne  fanno  uno,  alterando  la 
Cronologia  de  Romani  Pontefici,  ove  ri- 
portai le  diverse  sentenze.  Che  s.  Pietro 
fosse  sepolto  nel  Valicano,  lo  dimostra 
anchePrudcnziOjdieendo  inoltre  che  quel- 
la parie  del  Vaticano  era  fertile  d'ulive,  e 
inartìatada  una  fontana. Si  ha  dagli  scritto- 
ri di  Roma  sotterranea,  fra'  qualijl  Boi- 
detti,  che  gli  antichi  cristiani  presso  i  ci- 
miteri coli'  acque  sorgenti  formarono  i 
fonti  battesimali,  come  in  quelli  del  Va- 
ticano^ Poliziano,  di  Oslrianio,  ec.  Sì 
costruirono  ancora  con  acque  adunate 
dagli  stillicidi,  come  si  vedono  ne'cim  iteri 
di  s.  Priscilla  e  di  s.  Calisto;  ovvero  con 
pozzi  profondi,  come  ne'cimileri  di  Pre- 
testatogli  s.  Elena  e  altri.  I  luoghi  ove  fu- 
rono collocati  i  sagri  corpi  de'gloriosi  prin- 
cipi degli  'Apostoli,  non  rimasero  oscuri, 
ma  eziandio  fra  le  furiose  persecuzioni, 
mirabilmente  si  conservarono  chiarissimi 
senza  ricevere  nocumento  o  oltraggio  di 
veruna  sorte,  tenuti  da'eristiani  a  guisa  di 
nobilissimi  trofei  di  vittoria.  Del  che  ne 
fa  pienissima  fede  Gaio  teologo  vissuto  a 
tempo  di  s.  Zeferino  Papa  del'2o3.  Scri- 
ve Lampridio,  che  Eliogabalo  guidò  nel 
Vaticano4  quadrighe  d'elefanti,  comegià 
notai,  e  perciò  abbattè  alcuni  sepolcri  che 
tlavano  impedimento.  Ma  non  per  questo 
fu  disfatto  il  sepolcro  di  s.  Pietro,  come 
pretese  alcuno  senza  autorità  o  ragione, 
poiché  situato  a  lato  del  circo  di  Nerone, 


V  AT 

attaccato  al  monte,  non  potè  tale  luogo 
essere  a  proposito  per  corrervi  le  quadri- 
ghe di  que' smisurati  animali.  Che  poi  i 
cristiani,  anche  nel  tempo  della  persecu- 
zione, venissero  in  Roma,  eziandio  dalle 
più  rimote  parti  dell'oriente  e  dell'occi- 
dente, a  visitare  i  sepolcri  de'ss.  Pietro  e 
Paolo,  lo  dimostrano  le  storie  di  moltissi- 
mi martiri;  e  così  vennero  dalla  Persia  i 
coniugi  ss.  Maris  o  Mario  e  Marta,  co' 
loro  figli  ss.  Audiface  e  Abaco  nel  270, 
anno  in  cui  morto  Claudio  li  eragli  suc- 
ceduto nell'impero  Aureliano,  che  riacce- 
sa la  persecuzione,  furono  tutti  martiriz- 
zali. Oltre  a  ciò,  che  il  sepolcro  di  s.  Pie- 
tro fosse  molto  celebre  pe'miracoli  da  Dio 
operati ,  pochi  anni  dopo  il  suo  glorioso 
martirio,  si  apprende  dalle  parole  della 
nutrice  di  s.Ermete  prefetto  diRoma  mar- 
tire neli32:  Tu  si  ad  Limina  Petridu- 
xisses  eum,et  Chrislo  crcdidisses,hodie 
fdium  tuum  haberes  incollimeli.  La  tom- 
ba veneranda  di  s.  Pietro  tosto  divenne 
il  Sepolcro  deJ Romani Pontefici^  F.)  suoi 
successori,  cominciando  dagl'immediati  s. 
Lino  e  s.  Cleto,  tumulali  presso  di  lui.  In 
quell'articolo  celebrai  i  Limina  Aposto- 
lorum,  vere  torri  e  propugnacoli  inespu* 
gnabili  della  perpetuità  di  Roma,  la  qua- 
le quando  altro  pregio  non  avesse  sareb- 
be egualmente  unica,  celeberrima,  mera- 
vigliosa. 

11  Vaticano  di  Roma  papale  contiene 
la  chiesa  di  s.  Pietro  in  Vaticano,  basi- 
lica patriarcale  (V.),  il  Palazzo  apo- 
stolico Faticano  (fr.)  reggia  de' Papi,  e 
le  loro  magnifiche  e  splendide  pertinen- 
ze. Nelle  proporzioni  di  questa  mia  ope- 
ra, credo  di  aver  esaurito  l'argomento 
non  solamente  in  quegli  articoli,  ma  ne- 
gli innumerevoli  in  cui  tornai  a  ragio- 
narne. Qui  appena  ricorderò  in  corsi- 
vo alcuno  di  essi,  che  la  mia  mente  po- 
trà rammentare,  e  ciò  servirà  ad  aver- 
ne un'idea;  a  Dio  piacendo,  meglio  poi 
supplirà  Vindice  ormai  vicino.  Dirò  pri- 
ma dell'augusto  tempio,  poi  del  sagro  pa- 
lazzo, gli  splendidi  fasti  de'quali  registrò 


VAT 

la  storia  con  aurei  caratteri  e  che  fui  fe- 
lice ri  produrre.  Descrivendo  le  princi- 
pali vicende  di  Roma  e  quelle  dei  po- 
poli barbari  che  la  invasero  e  saccheg- 
giarono, non  mancai  di  deplorare  i  dan- 
ni recati  all'augusto  tempio,  non  meno 
le  profanazioni  :  quanto  riguarda  la  re- 
cente °.  deplorabile  epoca  deli 849  Puo 
vedersi  a  p.  291  il  Giornale  di  Roma 
del  i85o,  nell'articolo  intitolato  :  Di  al- 
cuni lavori  eseguiti  nella  patriarcale 
basilica  Vaticana,  del  beneficiato  della 
medesima,  mg.r  Felice  Gianuelli,  docu- 
mento importante  per  la  storia  di  quel 
vergognoso  periodo  di  anarchia.  L'auto- 
re del  Ragionamento  sull'aria  del  Va- 
ticano, stampato  a  Roma  nel  1 780,  notò  a 
p.  in.  »  Si  pretende  da  molli  che  il  Vati- 
cano, compreso  la  sua  villa  ed  il  portico, 
occupi  Io  stesso  spazio,  che  costituisce  la 
città  di  Torino  (V.).  La  chiesa  di  s.  Pie- 
tro in  Vaticano  è  la  2/  delle  5  Basili- 
che patriarcali  di  Pioma,  delle  Sette  Chie- 
se di  Roma,  e  delle  Stazioni  di  Roma, 
santuario  quanto  venerando  per  la  co- 
pia grande  delle  ss.  reliquie  che  contie- 
ne, altrettanto  ricco  de'tesori  inestima- 
bili delle  ss.  Indulgenze  ad  esso  larga- 
mente concesse  da'  Papi.  La  sua  esten- 
sione è  maggiore  del  Tempio  di  Salo- 
mone, della  chiesa  di  s.  Sofìa  di  Costan- 
tinopoli, della  grandiosa  chiesa  di  s.  Pao- 
lo di  Londra,  e  del  tanto  rinomato  duo- 
mo di  Milano.  La  grandezza  religiosa 
d'  animo  de'Papi  fecero  a  gara  per  am- 
pliare ed  abbellire  questa  meravigliosa 
basilica.  Vi  contribuirono  la  pietà  de'  fe- 
deli, e  il  genio  delle  belle  arti.  Così  fu 
innalzato  al  Dio  vivente  il  più  grande  e 
augusto  tempio  in  cui  si  adora.  Metta 
Piazza  di  s.  Pietro  meravigliosa  per  la 
sua  ampiezza,  trionfa  nel  mezzo  il  super- 
bo e  intatto  Obelisco  Vaticano,  sovra- 
stato dallo  stendardo  del  cristianesimo, 
la  Croce,  la  cui  ombra  serve  alla  meri- 
diana  tracciata  sul  suolo,  avente  aJ  lati 
le  i\ue  magnifiche  Fontane  di  s.  Pietro 
in  Vaticano.  Due  Portici  semicircolari  a 


V  AT 


229 


4  ordini  di  grandi  colonne  di  travertino 
di  Tivoli,  insigne  e  maestosa  opera  del- 
l'ingegno di  Bernini,  conducono  alle  gal- 
lerie coperte  della  basilica, e  al  Portico  o 
atrio  nobilissimo  della  medesima.Del  fon- 
te antico  eh'  esisteva  nel  vetusto  e  ornalo 
quadriportico,  dissi  altre  parole  ne' voi. 
XXV,  p.  1 57,L,p.  288.  Che  nel  portico  si 
stimarono  onorati  d'essere  sepolti  gl'im- 
peratori e  i  re,  lo  rimarcai  pure  nel  voi. 
LXXI,  p.  260.  Imperocché  rilevai  in 
più  articoli,  ne*  primi  secoli  del  cristia- 
nesimo non  essendo  permesso  tumularsi 
nelle  chiese,  per  distinzione  si  seppelli- 
vano alcuni  ne' portici  e  ne'sottoporlici 
delle  medesime;  e  nel  secolo  XII  si  co- 
minciò a  formarsi  i  Sepolcri  bèlle  chie- 
se, egualmente  pe'grandi  personaggi,  ma 
per  abuso  divennero  tomba  anche  di  al- 
tri, massime  nelle  chiese  de' frati  mendi- 
canti, pe'  privilegi  loro  concessi.  La  fac- 
ciata esterna  della  basilica  formata  co' 
suddetti  travertini  giganteggia  imponen- 
te, ed  è  decorata  dalla  vasta  loggia  da  cui 
il  Papa  comparte  solennemeute  la  Bene- 
dizione^ un  tempo  pubblicava  la  Scomu- 
nica jin  essa  gli  viene  imposto  il  Triregno. 
Quanto  alle  solenni  benedizioni  compar- 
tite da'  Sommi  Pontefici  nell'  anzidetta 
loggia,  pel  suo  sublime  e  imponentissi- 
mo  complesso,  non  è  dato  potersi  descri- 
vere. Conviene  formarsi  un'  idea  della 
piazza  Vaticana,  vastissima  e  sontuosa 
per  magnificenze  di  grandiosi  edilìzi. 
In  essa  accorre  la  sterminata  moltitudi- 
ne, la  gente  d'ogni  nazione  e  in  ogni  co- 
slume.  Vedesi  ondeggiare  il  dovizioso 
confuso  col  pellegrino,  la  dama  colle  con- 
tadine de'  dintorni  di  Roma,  ed  anche 
regnicole,  co'  loro  costumi  pittoreschi. 
Nel  loggiato  laterale  presso  l'orologio 
palatino,  prendono  degno  luogo  i  sovra- 
ni e  principi  presenti  in  Roma,  il  corpo 
diplomatico, gli  altri  ragguardevoli  stra- 
nieri e  italiani  io  grandissimo  numero, 
tutti  in  grandi  uniformi.  Avanti  alla  sca- 
linata della  basilica  la  Truppa  pontifìcia 
a  piedi  ed  a  cavallo  si  forma  in  ordina- 


23o  VAT 

to  quadralo,  anche  coll'artiglieria.  Que- 
sto stupendo  spettacolo  diviene  maggio- 
re allorché  il  supremo  Gerarca,  prece- 
duto dalia  prelatura  e  da'  cardinali,  ve- 
stilo pontificalmente,  sulla  Sedia  Gesta- 
torìa  si  presenta  maestosamente  alla  gran 
loggia.  In  quel  momento  cessa  il  suono 
armoniosissimo  delle  campane  della  ba- 
silica, nonché  il  rullo  de'tamburi  e  l'ar- 
monie de'  militari  concerti.  Istantanea- 
mente succede  un  riverente  e  universale 
silenzio,  e  tale  che  ciascuno  può  udire 
chiaramente  le  belle  preci  cantate  dal  ca- 
po venerando  della  Chiesa.  Quando  poi 
egli  alzate  dignitosamente  le  mani  e  gli 
occhi  verso  il  cielo,  con  quella  fede  di  cui 
è  Maestro,  invoca  su  tutti  la  benedizio- 
ne dell'  onnipotente  Dio,  ognuno  osse- 
quiosamente col  capo  nudo  si  prostra, 
assorto  e  compunto  di  religiose  considera- 
zioni. Ad  atto  così  autorevolee  imponen- 
te, non  più  si  distingue  il  vero  credente 
dall'acattolico,  e  quest'ultimo  ancora  non 
può  a  meno  di  sentirsi  colpito  da  profon- 
da impressione.  Il  Pontefice  benedetto 
con  autorità  apostolica  Urbi  et  Orbi,  l'ar- 
tiglierie di  Castel  s.  Angelo  tuonano  ri- 
petutamente con  colpi  di  cannone,  qua- 
si volessero  annunciare  anche  a'iontani 
l'atto  solenne  che  si  compie  nella  basi- 
lica Vaticana;  ed  i  divoti  romani  nelle 
case  genuflessi  si  seguano  di  croce, e  col- 
lo spirito  e  il  fervore  della  pietà  ricevo- 
no la  preziosa  benedizione.  Le  bande  mu- 
sicali riprendono  le  loro  melodie,  e  le 
campane  Vaticane  tornano  festevolmen- 
te tutte  a  suonare,  aumentando  la  gene- 
rale gioia.  Nella  sommità  della  facciata 
di  che  ragiono,  sono  due  Orologi, e  sotto 
quello  a  sinistra  le  armoniose  Campane. 
Le  Scale  furono  già  oggetto  di  divozio- 
ne pe'l'edeli  :  a  pie  di  esse  lateralmente 
si  elevano  le  colossali  statue  de'  ss.  Pie- 
tro e  Paolo,  che  Gregorio  XVI  fece  scoi- 
pire  per  la  basilica  Ostiense,  come  dis- 
si nel  voi.  LXX1II,  p.  362,  mentre  nel 
\ol.  LUI,  p.  68,  notai  che  1'  antiche  fu- 
rono collocale  ueU'ingresso  interno  della 


VAT 

sagrestia  Vaticana.  La  Chiesa  dì  s.  Pie» 
trofl  i  ."tempio  del  mondo,  ha  5  Porte  di 
Chiesa,  compresa  la  Porta  Santa.  L'in- 
terno maestosissimo  e  vastissimo  ha  3 
grandi  navi  eia  crocerà  grandiosa,con  due 
proporzionate  tribune;  le  due  navi  mino- 
ri girano  intorno  la  croce  latina,  ch'è  la 
forma  della  basilica,  con  magnifici  alta- 
ri (quelli  dell'antica  basilica  erano  più  di 
loo, secondo  l'Iconografia  del  tempio  di 
Cencio  Camerario),  formando  un  mu- 
seo i  bellissimi  monumenti  de'  Sepolcri 
de'  Romani  Pontefici,  di  marmi  e  di 
bronzo,  dell'ultimo  de'quali,  cioè  di  Gre- 
gorio XVI,  ne  compii  la  descrizione  nel 
vol.LXXXI,  p.  4°i.  Ora  però  si  è  pub- 
blicata del  eh.  cav.  Luigi  Moreschi  la  bel- 
lissima: Relazione  sul  monumento  se- 
polcrale  eretto  alla  santa  memoria  di 
Gregorio  XVI Sommo  Pontefice  nella 
Basilica  Vaticana,  Roma  1857.  Vi  sono 
pure  quelli  di  3  illustri  sovrane  :  di  Matti» 
de  gran  contessa  e  marchesana  di  7b«vz- 
rt/7,benemerentissima della  s.  Sede;  della 
celebre  Cristina  regina  di  Svezia,  e  di  M.* 
Clementina  regina  d' Inghilterra 3  oltre 
quello  di  suo  marito  Giacomo  ITI,  e 
de*  suoi  figli  Carlo  III  e  cardinal  York. 
Nella  tribuna  maggiore,  in  fondo  della 
nave  principale,  sorge  la  sorprendente  e 
grandiosa  macchina  di  bronzo,  che  in  al- 
to racchiude  l'identifica  Sedia  o  Catte- 
dra di  s.  Pietro.  Nella  nave  grande,  de- 
corata lateralmente  nelle  nicchie  delle 
statue  dei  Santi  e  delle  Sante  fondatori 
e  fondatrici  degli  ordini  religiosi  (  negli 
articoli  de'quali  ne  riparlai,  facenti  bella 
corona  al  venerato  sepolcro  del  principe 
degli  Apostoli,  quasi  tanti  duci  di  distin- 
te e  benemerite  milizie,  intorno  alla  re- 
sidenza del  Capo  supremo  dell'ecclesia- 
stico esercito),  prima  di  giungere  alla 
Confessione  a  destra  è  in  somma  vene- 
razione la  statua  in  bronzo  di  s.  Pietro, 
antichissimo  simulacro  di  cui  parlai  iti 
più  luoghi,  come  ne'  voi.  L1V,  p.  220, 
LV1II,  p.  2  5o.  Nel  centro  della  crocerà 
è  la  parie  più  santa  e  magnifica  del  tcin- 


V  A  t 

pio.  Qui  sopra  4  immensi  piloni  (l'area 
di  uno  di  essi  coi  risponde  a  quella  della 
chiesa  e  convento  di  s.  Carlo  di  Roma 
de'  Trinitari  riformati  scalzi  del  riscat- 
to. Nel  voi.  L,  p.  191,  dicendo  che  i  pa- 
lafrenieri aveauola  cappella  di  s.  Anna  e 
il  sodalizio  in  quesla  basilica,  ivi  essendosi 
stabilita  la  pia  adunanza  nel  1 378, ricordai 
1'  opinione  che  negli  ottagoni  si  voleva* 
no  formare  oratorii  per  tale  e  altri  so- 
dalizi. Ricorderò  di  più  che  uno  degli  ot- 
tagoni che  co'loro  semicircoli  rinfianca- 
no  i  detti  piloni,  corrisponde  alla  vasti* 
tà  della  bella  e  grandiosa  chiesa  della 
Riccia)  si  eleva  l'ardita  e  meravigliosa 
cupola,  miracolo  dell'arte  (della  cui  sin- 
golare illuminazione,  e  di  quella  della  fac- 
ciata e  del  porticato,  sempre  sorprenden- 
te spettacolo,  tornai  a  parlare  nel  voi. 
XXV111,  p.  74),  maestosa  mole  che  supe- 
ra le  altre  cupole  del  meravigliosissimo 
Tempio  del  Pantheon,  ossia  questo  lan- 
ciato in  aria  dal  genio  di  Buonarroti, 
di  s.  Sofia  di  Costantinopoli  e  del  duo- 
mo di  Firenze,  in  altezza  e  grandez- 
za. La  medesima  cupola  meravigliosa- 
mente illuminata  da  lanternoni  e  faci, 
prende  l'imponente  forma  di  quasi  gigan- 
tesco triregno  d'oro,  che  torreggia  e  ri- 
lucente brilla  di  vive  gemme,  quan- 
ti sono  i  lumi  aulenti,  per  così  coronare 
stupendamente  V  avventurosa  tomba  , 
ch'è  la  più  nobile,  la  più  celebre,  la  più 
santa  del  mondo,  dopo  il  s.  Sepolcro^.) 
del  Redentore  del  medesimo.  Da  una  log- 
gia di  delti  piloni  si  fa  ('ostensione  delle 
reliquie  maggiori,  cioè  del  vero  legno  del- 
la ss.  Croce,  del  Folto  Santo,  della  ss. 
Lancia,  santuario  a  cui  è  vietalo  a  tutti 
di  recarci,  tranne  i  canonici  della  basi- 
lica, onde  alcuni  pii  sovrani  per  goderne 
da  vicino  la  religiosa  consolazione  furo- 
no dichiarati  canonici  onorari,  e  v'ince- 
derono  coli'  insegne  canonicali  (  quanto 
perciò  fece  Cosimo  III  granduca  di  To- 
scana, può  vedersi  nel  voi.  LXXY1II,  p. 
175.  Per  singolare  benignità  del  Papa 
Gregorio  XV 1,  due  volle  ebbi  il  sommo 


VAT  a3  f 

pio  contento  d' essere  con  lui  ammesso 
nel  sagrosanto  luogo;  venerandole  da  vi- 
cino, e  fervorosamente  baciandole.  Fu 
uno  de' più  solenni  giorni  di  mia  vita; 
gli  altri  essendo  principalmente  stati  quel- 
li in  cui  baciai  le  leste  de'ss  Pielro,Paoloe 
Andrea  Apostoli.  Nella  loggia  del  pilone 
incontro  al  nominato  si  espone  la  Coltre 
colla  quale  erano  coperti  i  ss. Marliri,qnan- 
do  si  portavano  a  seppellire  nel  suddetto 
cimitero,  su  cui  fu  eretta  la  basilica  ;  e  sic- 
come i  cristiani  primitivi  si  portavano 
d'ordine  di  Nerone  nel  Circo  pel  marti- 
rio su  carri  per  la  via  Trionfale,  questa 
fu  anche  detta  sagra  e  carraria  sancta. 
Tutto  rammentai  pure  nel  voi.  XLI1I, 
p.188.  Sotto  la  cupola  è  il  meraviglioso 
Baldacchino  di  bronzo,che  cuopre  l'Al- 
tare papale,  sotto  il  quale  è  la  Confes- 
sione coll'inestimabile  e  santissimo  teso- 
10  della  tomba,  ove  riposa  la  maggior 
parte  dei  corpi  de'ss.  Pietro  e  Paolo  pro- 
tettori dell'alma  Roma,  secondo  alcuni 
gravi  scrittori.  Però  ormai  tutti  i  critici 
ritengono,  che  l'intero  corpo  di  s.  Pietro 
si  veneri  nella  sua  basilica, così  quello  di 
s.  Paolo  nella  propria,  tranne  le  ss.  Teste 
venerate  nella  protobasilica  di  Laterauo; 
e  che  devesi  ritenere  del  tutto  apocrifo, 
sia  il  narralodis.  Silvestro  I, che  divides- 
se i  loro  ss.  Corpi  e  li  collocasse  nelle  ba- 
siliche Vaticana  e  Ostiense,  cioè  metà 
nell'una  e  metà  nell'altra  di  ambedue,  e 
come  col  Novaes,  eccellente  autore  della 
Storia  de'  Pontefici,  e  altri  insigni  scrit- 
tori, dissi  io  pure  in  più  luoghi,  come  ne' 
voi.  LXIV,  p.  97,  LXXV,  p.  34,  in  mo- 
do però  dubitativo.  Di  più  ora  si  conosce, 
per  scoperta  del  eh.  archeologo  cav.  Gio. 
Battista  De  Rossi,  che  una  sola  Trasla- 
zione nelle  catacombe  devesi  riconoscere 
di  detti  ss.  Corpi,  e  non  due  come  ancor 
io  narrai  altrove,  seguendo  ragguardevo- 
li autori.  Fra  l'altre  innumerabili  e  in- 
signi ss.  Reliquie  che  si  venerano  in  que- 
sla basilica,  non  posso  qui  non  ricordare 
particolarmente  la  venerabile  testa  di 
s.  Audiea  apostolo  Protocleto  (del  qual 


23a  VAT 

vocabolo  feci  parola  nel  voi.  LI  X,p.  279), 
fratello  di  s.Pietro(nel  descrivere  lo  prin- 
cipale Ira  le  chiese  che  in  Roma  sono  sot- 
to l'invocazione  di  s.  Andrea,  nel  voi. 
LXXUI,  p.  1 37  e  seg.,  potei  dire,  che  la 
sua  cupola  doppia  è  la  più   vasta  della 
città,  dopo  la  Vaticana),  donata  dal  prin- 
cipe Tommaso  Paleologo,  fratello  del  de- 
funto ultimo  imperatore  de  greci,  al  Pa- 
pa Pio  II  che  con  vive  istanze  gliel'avea 
richiesta.  Giunta  la  s.Testa  nelle  vicinan- 
ze di  Roma,  Pio  II  l'iucontrò  con  solen- 
nissima,  magnifica  e  commoventissima 
Processione.  Si  prostrò  innanzi  ad  essa  e 
lagrimante,  e  nell'esultanza  del  suo  ani- 
mo, con   voce  tremula  per  la  riverenza, 
pronunziò  un  eloquenlissimo  discorso. In 
esso  chiamò  i  romani,  nipoti  di  s.  Andrea, 
per  parie  del  germano  che  aveali  rigene- 
rati a  Cristo  ;  e  dicendo  altresì  eh'  egli- 
no lo  veneravano  qual  altro  padre  e  pa- 
trono. Esclamò  con  fervore  :  Essersi  su 
quella  testa  posato  lo  Spirito  Santo  nella 
Pentecoste  ;  i    suoi   occhi   aver   veduto 
spesso  il  Signore  (anzi  pel  i.°  tra  gli  A- 
postoli)  in  carne  umana  (anche  la  B.  Ver- 
gine); la  sua  bocca  aver  parlato  a  Cristo; 
ed  il  volto  certamente  essere  slato  da  Ge- 
sù più  volle  bacialo.  Terminato  il  sermo- 
ne, Pio  1 1  baciò  la  s.  Testa  (beato  me  che 
vanto  egual  sorte,  e  lo  dichiarai  per  di- 
vozione nel  ricordato  articolo,  come  in 
quello   delle  ss.  Teste  de'  ss.  Pietro  e 
Paolo  ìilevai  la  ventura  d'aver  anch'  es- 
se baciate).  Nel  recarla  dentro  il  tempio 
Valicano,  giunto  Pio  li  innanzi  alla  sta- 
tua di  s.  Pietro,  pianse  al  pensiero,  che  in 
quel  momento  raccoglievansi  sullo  stesso 
luogo  le  sagre  ossa  di  due  fratelli  Apostoli 
(uno  Principe  di  essi,  l'altro  i.° chiamato 
all'apostolato);  poscia  pose  la  s.Testa  sul- 
la tomba  di  s.  Pietro.  Innanzi  alla  Confes- 
sioneè  una  cassetta  co'sagri  Paliti  (di  cui 
anche  nel  voi.  LXXXl,p.  38),insigui  or- 
namenti pontificali  d'onore  e  d'autorità 
che  il  Papa  manda  a'patriarchi  e  agli  ar- 
civescovi ,  e  ad  alcuni  vescovi  per  privi- 
legio. Aulicamente  si  calavano  da   una 


VAT 

Finestrella  sulla  tomba  di  s.  Pietro  de' 
Veli  delti  Brandei, che  i  Papi  inviava- 
no in  dono  a  gran  personaggi  quali  reli- 
quie del  s.  Apostolo.  Il  Papa  s.  Leone  III 
pose  nella  basilica  due  tavole  d'argento 
col  Simbolo  scolpito  in  latino  e  in  greco, 
acciò  i  Pellegrini  facessero  la  loro  Pro- 
fessione di [fede sulla  tomba  dei  ss.  Aposto- 
li. Sulla  medesima  i  Sovrani  deposero  le 
loro  insegne  e  i  diplomi  di  donazioni  fatte 
da  essi  alla  s.  Sede  e  alla  basilica,  come  le 
offerte  del  denaro  di  s.  Pietro  e  de'  loro 
Stati  e  Regni  tributari  alla  s.  Sede,  per 
ollenere  il  patrocinio  di  s.  Pietro,  il  cui 
nome  trionfa  in  tutte  le  donazioni,  e  iu 
una  delle  pareti  della  basilica  si  leggeva 
il  novero  di  tali  stati  in  3  tavole  di  bron- 
zo scolpiti, anche  sulle  Porte  della  chiesa. 
Delle  splendide  magnificenze  di  cui  ri- 
fulge la  Chiesa  di  s.  Pietro  in  Vaticano, 
di  sue  segnalate  prerogative,  in  quell'ar- 
ticolo ne  ragionai,  però  citando  quegli 
articoli  che  la  riguardano;  insieme a'suoi 
molteplici  e  gloriosi  fasti,  che  lungo  sa- 
rebbe semplicemente  ricordare,  come  al 
suo  cardinale  Arciprete  (pure  nel  voi. 
LXXV,p.  322e25i)edi  lui  prelato  /  i- 
cariOj-nì  nobilissimo  capitolo,  delcui/7/- 
tarista  e  Mansionari   riparlai  in  que- 
st'ultimo articolo,  che  fra' riti  particola- 
ri ritiene  nell' Ufficiatura  l'antico  Bre- 
viario. Abbiamo,  Breviarium  Romanum 
ad  usimi   Cleri  Basilicae  Iraticanacs 
Ut  bini  1 74°'  Horae Diurnae  cum  Pial- 
lerò Romano  ad  usum  Cleri  Basilicae 
V a  ticanae  fiornae  1 7  56.  Propri  um  San- 
ctorum  ad  usum  Cleri  Basilicae  l'ati- 
canne,  Romaei773.  Capilula,  Consti- 
tutionwn  ss.  Basilicae  Principiò'  Apo- 
stolorum,  Romae  1820.  Questo  illustre 
capitolo  nel  giovedì   santo   eseguisce   la 
Lavanda  dell'altare,  e  tra'suoi  privile- 
gi gode  quello  della  Coronazione  delle 
ss.    Immagini    più  celebri  e  miracolose 
con  eoi  una  d'  oro,  di  che  olire  tali  ar- 
ticoli  leoni   proposilo   quasi  di   tutte  le 
sante  Immagini  da  esso  coronate,    nei 
luoghi  ove  si  venerano,   e  colla    storia 


V  AT 

delle  medesime.  Qui  però  debbo  nota- 
re, che  siccome  in  più  luoghi  parlai  del- 
l'opera  :  Raccolta  dell'  Immagini  del- 
la Beata  Vergine  ornate  della  corona 
d'oro  dal  Rm.°  Capìtolo  di  s.  Pietro , 
con  una  breve  ed  esatta  notizia  di  cia- 
scuna immagine,  data  in  luce  da  Pie- 
tro Bombelli  incisore,  Roma  i  792;  l'au- 
tore di  delta   notizia   fu  il    p.  Flaminio 
Annibali    da   Latera  minore  osservante, 
cioè   delle  ss.   Immagini  di  Roma.   Per 
quelle  coronate  dal  Rm.°  Capitolo  fuori 
di  Roma,  V.  Briccolani,  nella  Descrizio- 
ne della  sacrosanta  Basìlica  Vaticana, 
Roma  18 16,  ne  pubblicò  il   novero.   Di 
tulle,  come  delle   posteriori   vi  sono  le 
notizie  e  gli  alti  nel  prezioso  archivio  della 
basilica.  Molto  pure  vi  sarebbe  a  ricorda- 
re, quanto  al  collegio  dei  Penitenzieri  Pra- 
ticoni, de'quali  dissi  altre  paiole  nel  voi. 
LXXX1I,  p.  8  e  9;  alla  rinomata  cap- 
pella dei  Cantori  di  musica ,  di  cui  altro- 
ve riparlai,  i  quali  hanno  un  prezioso  ar- 
chivio musicale,  adornandosi  una  stanza 
da  una  serie  di  ritratti  de'celebri  maestri 
di   cappella  della  basilica.  Narra   Piazza 
che   propinqui  alla  basilica  erano  antica- 
mente 4  monasteri  numerosissimi  di  mo- 
naci, i  quali  ogni  giorno  e  ogni  notte  col- 
la Salmodia  a  vicenda  davano  perpetue 
lodi  al  Signore  con  somma  edificazione 
de' fedeli  di  tutto  il  mondo,  i  quali  du- 
rarono per  600  anni,  ed  essi  mancati  s. 
Leone  IX  nelio5o  uni  i  monasleii  eie 
rendite  al  capitolo  Valicano.  Di  più  adia- 
centi alla  basilica  erano  due  monasteri  di 
monache,  delle  cui  chiese  esiste  quella 
di  s.  Stefano  ;  e  le  religiose  dell'altro  a- 
vevano  cura  della  nettezza  dei  patullimi 
sagri  della  basilica.  In  questa  basilica  il 
Papa  celebra  le  principali  Cappelle  pon* 
tificie,  riceve  dal  Sacro  collegio   la  u" 
pubblica  adorazione  di  Ubbidienza,  la 
Consacrazione  0  Benedizione,  il  Pallio, 
la  Coronazione;  in  essa  celebra  la   Ca- 
nonizzazione e  la  Beatificazione,  pro- 
mulga i  dogmi,  come  da  ultimo  esegui  il 
•omino  Pontefice  Pio  IX  della  defìnizio- 

vox.  LXXXVI1I. 


V  A  T  233 

ne  dell'  Immacolata  Concezione,  di  che 
fu  eretta  memoria  marmorea  nella  basi- 
lica, cioè  4  lapidi  commemorative,  col- 
locate sotto  le  statue  de'  ss.  Fondatori 
Francesco  d'Asisi,  Domenico,  Renedetto 
ed  Elia  de'  loro  ordini  religiosi.  L'iscri- 
zione sotto  al  i.°  contiene  la  memoria 
della  definizione  dogmatica, quella  sotto 
il  2.0  i  nomi  de'  cardinali  che  vi  si  tro- 
varono presenti,  quella  sotlo  il  3.°  inorai 
degli  arcivescovi  e  vescovi  intervenuti  al- 
la solennità,  e  quella  sotto  il  4-°  •  nomi 
degli  altri  vescovi  che  egualmente  assi- 
sterono alla  promulgazione.  Della  quale 
solenne  promulgazione  parlai  nel  voi. 
LXXI1I,  p.  65  e  seg.,  a  p.  67  avendo  nar- 
ralo pure  la  solenne  coronazione  eseguita 
dal  Papa  dopo  il  pontificale  dell'imma- 
gine della  ss.  Concezione  esistente  nella 
cappella  del  coro,  ove  ora  va  a  collocarsi 
una  lapide  per  memoria  della  medesima 
coronazione.  E  qui  mi  piace  far  menzio- 
ne della  bellissima  medaglia  coniata  da  J. 
Bianchi  nel  1 856,  esprimente  il  Papa  che 
nella  basilica  dal  trono  pronunzia  il  me- 
morabile decreto,  con  una  moltitudine  di 
figure  con  artificio  1  appresentate,ed  in  al- 
to l'Immacolata  Deipara  tra  Io  splendore 
d'una  gloria  di  angeli.  In  essa  il  Papa  cele- 
bra i  Pontifica  li, cotisagva  i  F  escovi. apve 
e  chiude  V Anno  Santo  del  Giubileo,  e 
nel  giovedì  santo  fa  la  Lavanda  de' piedi, 
indi  passa  a  servire  al  Pranzo  di  quelli 
cui  ha  lavato  i  piedi,  nel  portico  superio- 
re, ov'è  la  loggia  della  benedizione.  Nuo- 
vamente parlai  di  tale  portico  nel  voi. 
LXXXII1,  p.  377,  ove  dissi  de'suoi  mo- 
numenti, e  che  probabilmente  si  aumen- 
teranno co'  ritratti  dipinti  a  olio  della 
cronologia  de'Papi,  servita  per  formare 
quelli  in  musaico  della  basilica  di  s.  Pao- 
lo, ed  acquistati  dalla  rev.  fabbrica  di  s. 
Pietro.  Per  non  dir  altro  della  Chiesa  di 
Sk  Pietro,  nel  quale  articolo  descrissi  il 
suo  prezioso  sotterraneo  o  sagre  Grotte, 
nelle  quali  è  vietato  l'ingresso  alle  don- 
ne, se  non  nel  2.0  giorno  di  Pasqua,  nel 
quale  è  proibito  agli  uomini,  e  pari;. mio 
16 


234  VAT 

de'suoi  monumenti  anco  altrove;  e  tulle 
le  antiche  funzioni  che  vi  celebravano  i 
Papi,  e  ùVIoro  Funerali  detti  Novendia- 
li coti  Orazione  funebre,  e  tumulazione 
nella  medesima  o  nelle  sue  sagre  Grotte; 
oltre  i  Funerali  Anniversarii  celebrati 
da'cardinali  a*  Papi  che  li  crearono;  uè 
tacqui,  per  la  sua  nitidezza,  il  divieto  di 
prendervi  il  Tabacco,  poi  tolto.  Inoltre 
la  basilica  ha  la  propria  Arciconfrater- 
nitadelss.  Sagramento,  della  quale  trat- 
ta anche  il  Piazza  nell'  Eusevologio  Ro- 
mano, trat.  6,  cap.  20:  Dell'arciconfra* 
terni la  del  ss.  Sagramento  a  s.  Pietro  in 
Vaticano,  di  cui  dice  protettore  il  cardi- 
nal arciprete  prò  tempore,  e  fratelli  i  ca- 
nonici edi  famigliari  pontifìcii,  prima  a* 
vendo  sontuosa  e  ricca  cappella  nella  stes- 
sa basilica.  Per  cui  il  Morcelli  disse  Iali- 
namente i  confratelli,  Sodales  Petrìani 
in  quorum  tutela  Altare  est  in  Basilicae 
T  alicanae  censii  habeantur.  E  chiama 
la  compagnia  degli  operai  e  manuali  del- 
la fabbrica  di  s.  Pietro  in  Vaticano  delti 
Sampietrini,  Ex  Collegio  fair  uni   Va- 
ticanorum.  Contigua  alla  basilica,  me- 
diante la  congiunzione  di  due  gallerie,  è 
l'ampia  e  magnifica  Sagrestia,  nel  qua- 
le articolo  riparlandone,  dissi  pure  delle 
precedenti  e  resi  ragione  dell'encomiata 
opera  di  Cancellieri.  Tre  sono  le  sagre- 
stie Vaticane,  cioè  la  comune  ch'è  la  più 
vasta,  ed  altre  due  laterali,  una  pe'  ca- 
nonici e  l'altra  pe'beneficiati  :  nobilissi- 
ma è  la  stanza  capitolare,  decorata  dalla 
statua  di  s.  Pietro,  e  da  pregievolissimi 
dipinti  antichi,  de'  quali  dissi  parole  al- 
trove. Dalla  sagrestia  de'  canonici,  una 
delle  dette  gallerie  conduce  alla  cappella 
del  coro,  delia  quale  tornai  a  discorrere 
in  più  luoghi  (e  ne'  cui  magnifici  Stalli 
siedono  il  Papa  e  i  cardinali);  dalla  sa- 
grestia de'beneficiati,  l'altra  galleria  con- 
duce nella  chiesa.  Nella  medesima  sa- 
grestia, ogni  anno  si  elegge  il  Camerlen- 
go del  Clero  Romano.  Nella  stessa  co- 
piosamente ricca  di  preziose  e  magnifi- 
che suppellettili  e  utensili  sagri,  furono 


VAT 

collocati  in  segno  di   vittoria  contro  i 
Turchi  e  per  omaggio  a  s.  Pietro,  la  ca- 
tena che  cingeva  il  porto  di  Smirne,  il 
catenaccio  e  la  serratura   di  Tunisi,  di 
che  meglio  parlai  in  que'due  articoli.  Nel- 
la basilica  più  volte  furono  collocati  Sten- 
dardi tolti  a' maomettani  ;  ed  i  Papi  do- 
narono a'principi  lo  Stendardo  di  s.  Pie- 
tro. Annessi  alla  sagrestia  sono:  l'impor- 
tantissimo e  copioso  archivio  del  capito- 
lo e  basilica,  dovizioso  di  molti  e  prezio- 
si codici  antichi  sagri  e  profani,  e  dove 
si  conservano  gli  avanzi  della  copiosa  bi- 
blioteca capitolare,  celebrata  da  tanti  au- 
tori e  da  me  ne'vol.  XL1X,  p.  1 6j,  LI,  p. 
327.  Sulla  sua  portasi  legge  l'iscrizione 
di  Pio  VI  :  Archivium  Vaticanae  Ba- 
silieae  Summorum  Ponti fìcum  ac  viro* 
rum  Principimi  diplomatibus  celeberri- 
mum,  Bibliothecam  veteribus  li/ss.  in- 
signem  collocavil.   Anno  1782.  L'am- 
pia canonica  con  nobili  abitazioni,  3  por- 
tici e  fontane,  d'  una  delle  quali  l'acrjua 
dicesi  Pia  per  averla  allacciata   Pio  VI, 
splendido  edificatore  di  questo  sontuoso 
edifizio,  da  varie  vene  che  si  perdevano 
inutilmente  sotto  la  strada  dietro  la  tri- 
buna, a  comodo  pubblico.  Fuori  del  por- 
tone della  canonica,  a  linea   retta  della 
strada,  si  vede  l'antica  fonderia,  dove  il 
Bernini  fece   fondere    P  impareggiabile 
macchina  di  bronzo  dorato,  rappresen- 
tante il  baldacchino  sull'altare  di  s.  Pie- 
tro, e  l'ampio  seggio  pontificale,  soste- 
nuto da  4  Dottori  della  Chiesa,  per  rac- 
chiudervi la  cattedra  di  s.  Pietro.  L'odier- 
na fonderia  Vaticana  stavasi  negletta  e 
quasi  obliata,  non  essendo  occorso  dopo  il 
getto  in  essa  eseguito  dal  celebre  Righet- 
ti sul  cominciar  di  questo  secolo  altra  fu- 
sione, e  perciò  anche  Parte  che  Pavea  re- 
sa celebre.  Dovendosi  erigere  per  cura 
del  ministero  de'lavori  pubblici,  colle o- 
blazioni  de'  fedeli  di  tutto  il  mondo  cat- 
tolico, innanzi  il   Collegio   Urbano  di 
Propaganda  fide  la  colonna  monumen- 
tale colla  statua  in  bronzo  dorato  espri- 
menti l'Immacolata  Concezione,  model- 


V  AT 

lata  dallo  scultore  Obici  in  atto  di  rin- 
graziamento e  di  preghiera  verso  Iddio, 
per  memoria  del  decretato  e  summen- 
tovato  dogma,  della  di  cui  benedizione  e 
inaugurazione,  a  compimento  della  mia 
descrizione  del  monumento,  parlai  nel 
voi.  LXXXVII,p.  281,  ne  fu  affidata  la 
fusione  a  Luigi  De  Rossi  scultore  in  me- 
talli e  fonditore  romano.  Questi  antepo- 
nendo a'metodi  usati  modernamente  gli 
antichi,  nella  fonderia  Vaticana  conces- 
sagli all'uopo  dal  Papa,  ivi  condusse  la 
forma  principale  della  statua  colossale  al- 
ta palmi  1 6,  con  ampio  panneggiamento, 
non  compreso  il  globo  e  gli  emblemi  de- 
gli Evangelisti  su  cui  poggia  e  che  sono 
d'  altri  3  palmi  d'altezza,  accumulando 
nelP  antico  forno  fusorio  20,000  libbre 
di  bronzo,  gettò  il  metallo  liquefatto  nel- 
la forma,  nel  gennaio  1 85^  alla  presen- 
za del  cardinal  Antonelli  segretario  di 
stato.  Investigato  il  getto  si  trovò  essere 
riuscito  a  meraviglia  per  1 1  palmi,  ma 
cessare  al  di  sopra  pel  non  iscorso  me- 
tallo. Il  quale  caso  valse  a  mostrare  la 
valentia  dell'artista  nella  prontezza  del 
rimedio  ;  poiché  senza  ricorrere  a'riporti 
di  parti  separate  della  statua,  gli  bastò 
l'animo  e  il  merito  di  riprendere  la  for- 
ma superiormente  nella  parte  mancata  ; 
e  come  per  una  continuazione  del  riget- 
to ve  ne  rifuse  sopra  un  altro  con  sì  gran- 
de facilità  e  maestria,  che  scorrendo  il 
nuovo  metallo  sul  già  solido  vi  si  con- 
giunse per  guisa  da  farne  un  sol  corpo 
con  perfetta  saldezza,  e  senza  il  menomo 
vestigio  o  segno  di  commissura.  Il  Papa 
Pio  IX  visitò  la  fonderia  Vaticana,  e  mi- 
rando P  opera  portata  al  termine  egre- 
giamente, ne  attestò  all'artefice  la  sua  so- 
vrana soddisfazione  nel  maggio  1857, co- 
me descrivesi  a  p.  43g  del  Giornale  di 
Roma.  Ivi  è  pur  notalo,  che  tale  prova 
cancella  il  timore  e  l'idea  che  in  Roma 
fosse  andata  smarrita  P  arte  di  fondere 
statue  grandi,  e  per  P  avvenire  anziché 
ricorrere  all'estero,  nella  fonderia  Vati- 
cana 0  in  altra  potranno  eseguirsi  le  fu- 


VAT  *35 

sioni  d'  opere  grandi  in  bronzo.  Bencbè 
nel  citato  voi.  LXXIII,  p.  42  e  seg.  con 
Cenni  storici  raccolsi  una  diffusa  indi- 
cazione di  quanto  mirabilmente  prece- 
dette, accompagnò  e  seguì  la  definizione 
dogmatica  del  Papa  Pio  IX  sull'Imma- 
colato Concepimento  di  Maria  Vergine, 
e  facendo  per  divozione  eco  a  tutto  il 
mondo,  che  non  sa  mai  saziarsi  di  cele 
bratta,  non  poco  all'occasione  tornai  a 
ragionarne.  E  siccome  ne'  miei  Cenni 
mi  proposi  di  formare  un  lemnisco  alla 
ghirlanda  di  gloria  formata  dalla  tenera 
pietà  de' fedeli  per  coronare  la  Madre  di 
Dio,  in  questo  santissimo  luogo  ove  l'o- 
racolo del  Vaticano  pronunziò  l'immor- 
tale sentenza,  spargerò  altre  fronde  e  fio- 
ri olezzanti  di  celestiale  fragranza,  da  in- 
trecciarsi a  quella,  con  ricordare  altri  di 
que'  tanti  scrittoli  che  celebrarono  il  me- 
morabile avvenimento.  Prima  di  tutto 
vanno  rammentati,  i  Pareri  dell'Epi- 
scopato Cattolico  sulla  definizione  dog- 
matica dell'Immacolato  Concepimen- 
to della  B.  Vergine  /l/tfr/rt,Romai85r, 
t.  io,  voi.  7.  La  Chiesa  Cattolica  nel 
fatto  dell'  Immacolato  ss.  Concepimen- 
to della  gran  Madre  di  Dio  contro  tut- 
te l'eresìe,  Napoli  i852.  Cenni  sul! Im- 
macolato Concepimento  della  gran  Ma- 
dre di  Dio  Maria  sulla  sua  dogmati- 
ca definizione,  e  sulle  feste  che  si  solen- 
nizzarono in  Roma,  Napoli,  Palermo 
ed  altrove,  Napoli  1 854-  Cardinale  En- 
gelberto  Sterchx  arcivescovo  di  Malines, 
De  modo  pingendi  ss.  Dei  Genitriceni 
Mariani,  sine  labe  originali  concepiamo 
Romae  1 854-  V Immacolata  Concezio' 
ne  di  Maria  edi  Francescani  minori 
conventuali  dal  12  io  al  i854,  Cenni 
vari  per  un  sacerdote  umbro,  Roma 
i854.  L'autore  è  il  dotto  conventuale 
p.  Filippo  M."  Rossi.  Cardinale  Tomma- 
so Gousset  arcivescovo  di  Reims,  La  cro~ 
yance  generale  et  constante  de  l'Eglise 
touchant  V  Immaculée  Conception,  Pa- 
ris i855.  Questa  é  la  capitale  di  quella 
Francia,  che  a  p.  122  del  Giornale  di 


236  V  A  T 

Roma  del  1 858, viene  chiamato  per  anto- 
nomasia: La  Primogenita  Figlia  del 
Vaticano.  Tanto  è  vero,  come  rilevai  in 
principio,  che  Vaticano ,  Roma,  Chiesa, 
Sede  apostolica,  sono  in  certo  qual 
modo  sinonimi.  Delle  lodi  e  del  cullo 
della  D.  Vergine  Maria,  Sentenze  de* 
ss.  Padri,  Milano  1 855.  Questa  é  opera 
del  prete  dalmato  d.  Agostino  Antonio 
Grubissich,  e  del  vicentino  cav.  Filippo 
Scolari.  La  dommatica  definizione  del- 
l'Immacolato Concepimento  della  B. 
Vergine  Maria,  Apologetico,  per  Do* 
menico  Gualco  dottore  in  i.  teologia 
ed  in  ambe  le  leggi,  Genova  i856.  // 
mese  dell'Immacolata,  del  p.  Luigi 
Angelo  Porcelli  lettore  domenicano, 
Firenze  1857.  V Immacolata  Concezio- 
ne della  B.  Vergine  Maria,  considera- 
ta come  domma  di  fede,  per  mg. T  G.  B. 
Malou  vescovo  di  Bruges,  versione  dal 
francese  di  G.  A.  Pizio  teologo  coli, 
prof.  emer.  di  teologia,  Torino  1857.  B. 
Beverini,  Vita  e  culto  dis.  Agnese  v.  e 
m.,  e  del  memorabile  avvenimento  1 2  a- 
prile  i855  presso  la  basilica  di  detta 
santa  fuori  delle  mura  di  Roma,  e  de' 
restauri  di  essa,  Roma  1 856.  Gli  Atti 
del  martirio  della  nobilissima  vergine 
romana  s.  Agnese,  illustrati  colla  sto- 
ria e  co'  monumenti  da  mg.*  Domenico 
Bartolini  prelato  di  giustizia  e  dome- 
stico della  Santità  di  N.  S.  Pio  IX, 
protonotario  apostolico  ec.,R.oma  1 858. 
Queste  due  ultime  opere  si  rannodano 
coll'argomento  che  celebro,  pel  ricorda- 
to prodigioso  avvenimento  che  narrai 
con  precisione  verso  il  fine  de'  rammen- 
tali miei  Cenni  storici j  ed  ancora  pel  ri- 
ferito nel  voi.  LXXXI1,  p.  238,  e  altro- 
ve. Può  anche  leggersi  il  n.  82  del  Gior- 
nale di  Roma  del  i858,  sulla  visita 
fatta  a'  12  aprile  dal  Papa  nella  chiesa 
di  S.Agnese, celebrandovi  la  messa  come 
anniversario  del  riportato  prodigio,  e 
del  luogo  ove  avvenne,  cambiato  in  un 
monumento  destinato  a  ricordare  quel 
grave  avvenimento;  chiesa   e  contigua 


V  AT 

canonica,  dalla  munificenza  pontificia 
magnificamente  restaurate.  I  due  cimi- 
teri della  basilica  Vaticana  sono  uno 
incontro  l'altro,  chiusi  da  due  cancelli  di 
ferro,  sotto  le  due  sagrestie  de'canonici, 
e  de'beneficiati  e  chierici  beneficiati,  a' 
quali  rispettivamente  appartengono.  In 
mezzo  a  ciascuno  di  essi  si  vedono  le 
mense  degli  altari,  vestite  di  vari  marmi, 
benedetti  a'22  luglio  1780  da  tng/La- 
scaris  patriarca  di  Gerusalemme  e  vica- 
rio della  basilica,indi  vi  furono  trasporta- 
le le  casse  di  tulli  quelli  eh'  erano  sepol- 
ti nella  demolita  sagrestia,  e  nel  sotter- 
raneo di  quello  de'  canonici  ne  fu  posta 
marmorea  iscrizione  che  dice:  Ossa  Ca- 
nonicorum,  Beneficiatorum,  et  Clerico- 
rum  Bencficiatorum,  aliorumque  mul- 
torum  virorum  genere  doclrinas  digni- 
tà te,  pie  tate  illustri  uni  j  in  perve  Insto 
s.  Mariae  de  Febribus  tempio,  novi  Sa- 
crarti gratia  solo  acquato  variis  e  sa- 
cellis  suisque  loculis  eruta  huc  trans- 
lata. Annoilo.  Questi  due  cimiteri  si 
rendono  degni  di  osservazione  per  le  la- 
pidi, che  vi  sono  slate  collocate  nel  pa- 
vimento e  nelle  pareti,  anche  di  alcuni 
cardinali  arcipreti.  E  qui  noterò  col  gran 
Ca  ncelli eri,  Sagrestia  Vaticana  descrit- 
ta, p.108.  n  Tosto  che  è  passato  all'altra 
vita  qualcuno  che  sia  stato  canonico,  be- 
neficiato o  chierico  beneficiato,  e  che  ab» 
bia  goduto  il  privilegio  della  Cappella 
o  Oratorio  domestico,  purché  non  sia 
giunto  alla  dignità  cardinalizia,  il  reve- 
rendissimo capitolo  Vaticano,  usando  del 
suo  antico  diritto,  ne  fa  interamente  lo 
Spoglio,  come  ha  fai  toni  li  inamente  nel- 
la mancanza  de'due  illustri  prelati  mg.r 
Muti  nunzio  alla  corte  di  Portogallo,  e 
mg/  Sampieri,  commendatore  di  s.  Spi- 
rito, benché  ili.°  non  l'osse  attualmente 
canonico,  come  il  2.0  (noterò  che  i  cano- 
nici divenuti  Prelati  di  fiocchetti,  cioè 
Governatore  di  Roma  o  Vice-Camer- 
lengo, Uditore  della  camera,  Tesorie- 
re, Maggiordomo,  cessano  d'essere  ca- 
nonici, benché  talvolta  per  iudulto  poo* 


V  AT 

lificio  continuarono,  e  gli  esempi  li  re- 
gistrai ne'qui  ricordati  articoli.  Dirò  pu- 
re che  i  canonici  Vaticani  sono  Proto- 
notari  apostolìciyH  seconda  del  riferito 
in  tale  articolo,  pel  quale  va  letto  altresì 
il  voi.  LXXI,  p.  8  ;  anzi  a  p.  i5  nuova- 
mente tenni  proposito  del  canonico  Va- 
ticano  diacono  apostolico  e  ministro  del- 
la cappella  pontificia).  Questo  continuo 
rinforzo  ed  accrescimento  fa  sì,  che  la  sa- 
grestia Vaticana  vinca  qualunque  altra 
di  Roma,  nella  moltiplicità  e  nel  valore 
de'sagri  arredi  ".  Ed  io  aggiungerò,  ad 
onta  dell'immense  perdite  fatte  nelle  po- 
litiche vicende,  la  cui  lacrimevole  iliade 
cominciò  dal  pontificato  del  glorioso  Fio 
VI,  il  cui  magnanimo  cuore  possiede  la 
cattedrale  di  Valenza  di  Francia.  Per  la 
cura  delle  anime  della  Parrocchia  (nel 
quale  articolo  ricordai  i  luoghi  ove  ra- 
gionai, se  si  adempie  il  precetto  pasqua- 
le  ricevendo  la  ss.  Eucaristia  nelle  basi- 
liche Lateranense  e  Vaticana,  e  del  pri- 
vilegio della  basilica  Vaticana  di  battez- 
zare nel  suo  s.  fonte  chiunque  con  per- 
messo del  proprio  parroco,  ed  io  ebbi  la 
ventura  di  ricervi  I'  acque  rigeneratrici 
a'i  9  ottobre  1802,  benché  non  fossi  della 
parrocchia  Vaticana,  perchè  i  miei  reli- 
giosi genitori,  qual  primogenito,  vollero 
così  pormi  sotto  la  protezione  di  s.  Pietro 
e  di  s.  Paolo)  di  s.  Pietro,  supplisce  la 
vicina  chiesa  Succursale  de'  ss.  Michele 
e  Magno,  della  quale  ricordai  iu  princi- 
pio ove  ne  riparlo,  una  delle  filiali  della 
basilica,  e  di  queste  filiali  ne  feci  il  no- 
vero nel  suo  articolo  e  meglio  parlai  a* 
propri.  La  chiesa  de'  ss.  Michele  e  Ma- 
gno è  esponente  e  tumulante,  anche  pei* 
la  parrocchia  particolare  del  palazzo  a- 
postolico  Vaticano t  il  di  cui  parroco  è 
ing.r  Sacrista  rappresentato  dal  p.  sotto- 
sagrista.  Nella  piazza  della  sagrestia  Va- 
ticana è  l'edilìzio  del  Seminario  Pratica- 
no con  alunni,  ed  oltre  la  metà  di  essa 
sorge  isolato  il  palazzino  del  cardinal  ar- 
ciprete, che  al  presente  è  il  cardinal  Ma» 
ito  Mattai    sotto-decano  del  s.  collegio.. 


VAT  a37 

pio  datario  del  Papa  regnante  Pio IX,  e 
vescovo  suburbicario  di  Porto  e  s.  IlufTì- 
na,  e  con  esso  compirò  la  serie  degli  arci- 
preti che  pubblicai  sotto  il  suo  predecesso- 
re, neir  articolo  della  Chiesa  di  s.  Pie- 
tro. Nel  medesimo  edilìzio  ha  pure  l'abi- 
tazione il  prelato  canonico  Segretario 0 
Economo  della  s.  Congregazione  cardi- 
nalizia della  rev.  Fabbrica  di  s.  Pietro , 
della  quale  è  sempre  prefetto  il  cardinal 
arciprete,  il  palazzino  fu  ristorato  e  or- 
nato di  nuovo  da  Pio  VI  nel  1782,  come 
si  legge  nell'iscrizione  marmorea  :  Aedi- 
bus  Archipresbytero  domicdium  auxit 
ampliata  strataque  area  Tempio  Va- 
ticano splendorem  addidit.  La  s.  con- 
gregazione ha  per  giudice  un  altro  pre- 
lato canonico,  esercita  come  uno  de  Tri* 
bunali  di  Roma  la  giurisdizione  anche 
criminale  per  qualunque  delitto  che  si 
commettesse  nella  sua  basilica  e  nelle  sue 
pertinenze  ;  e  tiene  la  segreteria,  cancel- 
leria e  computisteria  nel  Palazzo  Astal- 
li, altra  residenza  di  mg/  economo  e  se- 
gretario, cariche  ora  esercitate  da  mg/ 
Domenico  Girami.  Questo  prelato  prò 
tempore  è  presidente  del  celebre  studio 
del  Musaico  esistente  nel  palazzo  Vati- 
cano, di  cui  riparlai  ne'  voi.  LUI,  p.  233, 
LXX11I,  p.  362,  364,  367,  377,  ec. 
Quanto  al  citato  articolo  riguardante 
la  rev.  Fabbrica  di  s.  Pietro,  è  preziosa 
per  essa  e  per  la  basilica  l'opera  intito- 
lata :  Nicolai  Mariae  de  Nicolais,  De 
Vaticana  Basilica  Divi  Petri,  ac  de 
ejusdem  privilegiis,  Roruae  1 8 1 7.  L'ar- 
gomento vasto  e  dignitoso  della  Chiesa 
di  s.  Pietro  in  Vaticano,  il  cui  articolo 
stampai  nel  voi.  XII,  desta  entusiasmo; 
equesto  mi  fa  pubblicare  un  documento, 
che  non  sorprenderà  se  si  consideri,  che 
ordinariamente  e  sino  a'nostri  giorni,  ciò 
si  praticò  da  tutti  e  in  tutte  le  opere,  e  di 
più  revisori,  anzi  di  ciascun  volume;  men- 
tre io  mi  limito  a  produrre  quel  solo  che 
riguarda  l'augusto  luogo  ove  fui  battezza- 
to, perciò  sino  dal  nascer  mio  posto  sol- 
io il  potente  e  sperimentato  patrocinio 


238  V  A  T 

de'  ss.  Pietro  e  Paolo,  i  quali  colla  pre- 
dicazione e  spargimento  del  glorioso  lo- 
ro sangue  non  Solamente  resero  felice  re- 
terna mia  nobilissima  patria,  ina  illumi- 
narono lutto  il  mondo  colla  diffusa  luce 
dell'  Evangelo.  Quel  luogo  infine,  che 
maestosamente  racchiude  la  spoglia  mor- 
tale del  mio  venerando  Signore  e  bene- 
fico, il  Sommo  Pontefice  Gregorio  XVI 
(che  ora  con  indicibile  letizia  leggo  nel 
Giornale  di  Roma  del  1 858,  a  p.  355, 
celebrato  dalla  robusta  e  aurea  penna 
del  dottissimo  cardinal  Wiseman  arcive- 
scovo di  PVestminstcr,  co'  suoi  applau- 
diti e  ammirali  ;  Ricordi  degli  ultimi 
quattro  Papi  e  di  Roma  a  tempo  loro, 
Londra  nel  marzo  1 858.  Faccio  affettuosi 
voli,  perchè  dall'inglese  si  traducano  nella 
nostra  favella,  per  goderli  e  vagheggiarli), 
il  maggior  tempio  che  occhio  umano  ab- 
bia nel  mondo  veduto.  iNel  1840  umiliai 
al  reverendissimo  Capitolo  Valicano  il 
detto  articolo,  perchè  a  decoro  suo  e  del- 
l'incomparabile tempio  si  degnasse  de- 
putare un  idoneo  revisore  e  correttore. 
Da  par  suo, si  compiacque  di  scegliervi  il 
celebre  e  dottissimo  suo  canonico  e  poi 
anche  segretario  mg.r]V1ariuo  Marini  pre- 
fetto degli  Archivi  Vaticani  della  s.  Se- 
de.  Questo  generoso  e  benigno  prelato, 
ad  incoraggiarmi  nel  lungo  e  laborioso 
cammino  studioso,  spontaneamente  cor- 
rispose col  seguente  autografo.  »  L'arti- 
colo concernente  la  Patriarcale  Basilica 
Vaticana,  composto  dal  eh.  sig.rcav.  Gae- 
tano Moroni  ad  inserirsi  uel  classico  suo 
Dizionario,  preseula  così  vasla  e  scella 
erudizione,  critica  così  giusta,  e  tanta 
chiarezza  di  ordine  a  non  potersene  desi- 
derare maggiore,  e  dalle  quali  emerge 
un'esattissima,  dotta  e  completa  descri- 
zione, beu degna  del  principalissimo  tem- 
pio del  mondo  cattolico.  E  sarebbe  a  de- 
siderarsi che  questo  egregio  scrittore  fos- 
se imitato  da  tanti,  che  in  simili  produ- 
zioni sembrano,  anziché  servire  alla  ve- 
rità della  storia,  singolarmente  propor- 
si di  secondare  la  propria  vanità,  che  uou 


V  A  T 

solo  fan  ravvisare  nella  inopportuna  e* 
rudizione,  e  capricciosa  critica,  ma  nella 
ampollosità  dello  stile,  che  taulo  male  si 
confà  colla  semplicità,  che  esige  la  na- 
tura di  un  articolo,  e  che  il  nostro  au- 
tore ha  saputo  non  dimenticare  nel  ni- 
tido, ma  facile  suo  scrivere.  Non  puossi 
adunque  che  sommamente  commendare 
un  lavoro,  che  rende  benemerito  il  sig.r 
Moroni  e  della  letteratura,  e  della  basi- 
lica suddetta  ;  lavoro,  che,  se  con  gloria 
tramanda  alla  posterità  il  nome  dell'au- 
tore, provoca  medesimamente  la  ricono- 
scenza del  venerando  ed  esimio  Capitolo 
Vaticano,  la  quale  eternerà  con  epigra- 
fico monumento  da  collocarsi  nel  suo  ar- 
chivio. Marino  Marini".  Se  tal  nome  è 
un  elogio,  altro  lo  è  certamente  un  Sil- 
vio Pellico,  ed  ecco  com'egli  definì  la  ba- 
silica di  s.  Pietro,  Allorché  questi  visitò 
Roma,  innanzi  di  partire  mi  fece  volon- 
tario e  nobile  dono  del  seguente  auto- 
grafo, per  sua  memoria  e  segno  di  bene- 
volenza per  la  mia  nullità,  e  lo  pubbli- 
co quale  testimonianza  autorevole  e  ul- 
teriore pel  sublime  tempio. 

Dall'altura  del  Pincio  contemplando 
Il  disceso  all'occaso  Astro  primiero, 
Ammiravano  siccome  egli,  toccando 
La  divina  Basilica  di  Piero, 
Arricchisca  di  luce  i  suoi  tesori 
E  con  celeste  amor  si  fermi  a  cingerla 
Di  rubini,  zaffiri  e  fulgid'ori; 
Io  quindi  amm utolìa, 
Ma  inlesi  una  più  fervida,  più  pia 
Alma  esclamar  —  »  Sou  quelle 
Le  due  dell'  Universo  opre  più  belle 
Onde  materia  sublimala  adornisi  : 
Dio  per  l'uom  quella  lampa  iu  ciel  ponea, 
Al  suo  Signor  l'uomo  quel  tempio  ergea  ". 
Silvio  Pellico. 

Il  Vaticano  dunque  contiene,  oltre  il 
discorso  tempio  e  sue  pertinenze,  il  Pa- 
lazzo apostolico  Vaticano  e  quanto  gli 
appartiene.  Come  P  antica  basilica  di  s. 
Pietro  non  andò  disgiunta  dal  palazzo 
pontificio,  così  l'odierna  è  ad  esso  conti* 
gua.  Il  Panci  r  oli  crede  che  il  sou  tuo  su  e- 


V  A  T 
difizio  occupi  l'area  degli  orli  di  Nerone, 
anzi  si  elevi  sulle  rovine  dello  stesso  pa- 
lazzo di  quell'imperatore,  che  l'innalzò  a* 
confini  medesimi,  e  donalo  al  Papa  s.  Mei* 
chiude  nei  3  12  dall'imperatore  Costan- 
tino I.  Vuole  iuvece  Ciampini  ,  che  Co- 
stantino I.  dopo  aver  fabbricato  l'antica 
basilica  Vaticana,  facesse  altresì  costrui- 
re ad  essa  laterali  due  palazzi  oepiscopii, 
per  comodo  e  domicilio  de'Papi,  uno  de' 
quali  fu  dipoi  convellilo  in  abitazioneca- 
nonicale  ,  e  più  tardi  ridotto  ad  uso  del 
Tribunale  del  s.  Offìzio.  Il  gesuita  p.  Bo- 
nanni,  Numìsmata  Summorum  Ponti/i- 
cur/i  Templi  Faticarti  fabricam  indi- 
ca/dia, attribuisce  i  due  edilìzi  a  Papa  s. 
Simmaco  del  49&-  Ma  si  ha  per  tradi- 
zione sicura,  che  s.  Liberio  Papa  del  352 
ed  i  successoli  avessero  dimoia  nel  palaz- 
zo congiunto  alla*basilica  di  s.  Pietro, an- 
teriormeute  a  s.  Simmaco.  Per  cui  dichia- 
ro anche  qui,  potersi  ritenere  a  vere  S.Sim- 
maco solamente  ristorato  il  palazzo.  In 
processo  di  tempo  la  pontificia  magione 
ampiamente  si  aumentò  e  abbellì  con  re- 
gia magnificenza  da  moltissimi  Papi,  fin- 
ché nella  loro  incessante  munificenza,  in- 
clusivamente  al  Pontefice  che  regna  ,  si 
ridusse  a  quel  complesso  stragrande  di 
splendidi  edifizi  che  eoo  istupore  ammi- 
riamo; ed  ove  i  medesimi  Papi  siuo  da' 
remoli  secoli  diedero  nobilissimo  ospizio 
a'più  polenti  sovrani  ed  altri  personag- 
gi, li  palazzo  apostolico  Valicano  ,  con- 
giunto per  uo  corridoio  a  Castel  s.  An- 
gelo, è  la  venerabile,  maestosa,  ordinaria 
e  principale  residenza  del  sommo  Ponte- 
fice, con  abitazioni  per  la  Corte  e  Fami- 
glia pontificia, òz\  cardinal  Segretario  di 
stato,  del  cardinal  Prefetto  de9 ss.  Palaz» 
zi  apostolici,  de'  prelati  Maggiordomo, 
Maestro  di  camera,  ec.  ec.  E  insieme  la 
sede  del  sapere  e  delle  belle  arti,  che  ga- 
reggiarono in  rendere  il  complesso  de' 
suoi  numerosi  e  vasti  edifizi,  un  emporio 
di  bellezze  antiche  e  moderne,  tesori  tut- 
ti formati  dall'incessante  munificenza  de' 
10mau1P0ulefIci.pl  iucipaluieute  couticue 


V  A  T  239 

decorosi  ingressi;  «/cortili  di  s.  Damaso,  e 
di  Belvedere  in  cui  ebbero  luogo  de'  Tor- 
neinoli fonti  di  abbondanti  acque;  la  mae- 
stosa scala  papale  e  la  famosa  scala  re- 
gia, i  nobilissimi  appartamenti  pontificii; 
le  pubbliche,  celebri  e  grandiose  Cappel- 
le pontificie,  cioè  la  Sistina  (si  vuole  che 
il  concetto  sublime  del  Giudizio  finale, 
in  essa  mirabilmente  dipinto  da  Buo- 
narroti!, glielo  fornisse  quello  espresso 
pure  a  fresco  nella  chiesa  di  s.  Maria 
di  Toscanella),  nella  quale  si  teneva  il 
Conclave,  e  si  celebrano  dal  Pontefice 
le  aunuali  e  straordinarie  sagre  funzio- 
ni; e  la  Paolina,  ove  si  fa  la  funzione  del 
s.  Sepolcro,  e  1'  esposizione  delle  Qua* 
ranCore.  La  Sagrestia  pontificia,  di  cui 
è  prefetto  il  prelato  Sagrista,  parroco  de' 
Palazzi  apostolici.  Le  Cappelle  segrete, 
compresa  la  domestica  del  Papa.  Le  ma- 
gnifiche sale  regia  e  ducale;  le  sale  per  le 
Congregazioni  cardinalizie  e  de'  Tribu- 
nali di  Roma,  co  'loro  archivi,  inclusiva- 
mente  a  quello  degli  Uditori  di  Rota.  Le 
famose  loggie  dipinte  da  Ralfaello  d'Ur- 
bino, e  da  altri  valentissimi  pittori,  e  con 
grotteschi  che  diconsi  tratti  dalle  Terme 
di  Tito.  L'orologio  pubblico.  Le  celeber- 
rime stanze  dipinte  dall' encomiato  Raf- 
faello (in  quella  di  Costantino  di  recente 
fu  collocato  il  musaico  ,  di  cui  nel  voi. 
LXXIII,  p.  102).  La  Pinacoteca  o  galle- 
ria de'quadri.  La  galleria  degli  arazzi.  Il 
Museo  Faticano  (delle  statue  da  ultimo 
in  esso  collocate,  farò  parola  in  fine  del- 
l'articolo Velletri,  come  vescovato  uni- 
to a  Ostia,  perchè  trovate  negli  scavi  fe- 
condi che  si  vanno  operando  in  quel- 
1'  ultima  città),  famosissimo,  cioè  il  Mu- 
seo Pio  dementino,  e  il  Museo  Chiara- 
monti.  Il  Museo  Gregoriano  Etrusco.  Il 
Museo  Gregoriano  Egizio.  V  Archivio 
della  s.  Sede,  cogli  Archivisti ,  gli  anti- 
chi essendo  gli  Scrinìari,  capo  de'quali 
era  il  Protoscriniario  o  Primìscrinio;  e 
siccome  anticamente  l'archivio  fu  anche 
dello  Biblioteca  della  s.  Sede  ,  il  Proto- 
scviniario  eia  archivista  e  bibliotecario 


a4o  V  A  T 

della  medesima;  ora  avendo  i  prefetti.  La 
Bìbliotecaaposlolica  Vaticana  o  Libre- 
ria, con  Museo  (e  perciò  anche  in  que- 
st'articolo ne  parlai)  sagro  o  cristiano  e 
profano.  Gabinetto  numismalico,e  Stam- 
peria Vaticana,  nel  quale  articolo  ripor- 
tai altre  notizie  della  celebratissima  bi  • 
b1ioteca,che  ha  il  cardinal  Bibliotecario 
di  s.  Chiesa  e  prolettore  della  medesima, 
ed  i  prelati  Prefettio custodi.  La  Meri- 
diana Vaticana.  Lo  studio  del  Musaico. 
L'Armeria  della  Milizia  o  Truppa  pon- 
tificia. I  giardini  pontifìcii  ampi  ed  ame- 
ni, forniti  di  gran  copia  d'acque.  Il  quar- 
tiere, le  abitazioni  e  la  propria  chiesa  del- 
la pontificia  guardia  Svizzera.  A  Uro  quar- 
tiere permanente  è  quello  de'  Pompieri 
(V.)  o  vigili  pontificii.  Di  tutto  quanto  ra- 
gionai, tutto  descris-si  nel  più  volte  ricor- 
dato articolo,  e  individualmente  negli  al- 
tri accennati  qui  in  corsivo  ,  ed  in  lauti 
altri  pure  che  in  breve  non  si  potrebbero 
rammentarla  vendo  notato  nel  vol.LXX, 
p.  1 49,  che  nel  i854  'a  Sera  del  i.°  gen- 
naio si  cominciò  ad  illuminare  a  gaz  la 
via  Papale  inclusivamente  alla  piazza  di 
s.  Pietro,  e  che  la  sera  de'  11  ottobre  prin- 
cipiò simile  illuminazione  nel  cortile  del- 
le logge  Valicane  e  dette  di  Ptaffaello,  e 
nelle  scale  e  altri  luoghi  del  palazzo  Va- 
ticano (A miniano  Marcellino  ci  fa  noto, 
cìie  negli  ultimi  tempi  dell'impero  le 
Strade  di  Roma  erano  illuminate  di  not- 
te in  guisa  da  gareggiare  col  giorno).  Do- 
po aver  neli85i  stampato  quell'artico- 
lo e  gli  altri  ricordati,  la  munificenza  del 
Papa  Pio  IX  splendidamente  nobilitò  eoo 
altre  magnificenze  questa  sua  pontificia 
residenza. Ove  potei,qua  e  là  m'ingegnai  di 
fai  ne  cenno  d'alcuna,  ina  talee  sì  grande  è 
l'importanza  loro,  che  a  compimento  del- 
la mia  descrizione  del  Palazzo  apostoli- 
co Vaticano,  qui  tenterò  colla  possibile 
brevità  di  supplirvi,  il  che  è  indispensa- 
bile pe' mutamenti  seguiti,  altrimeuti  il 
descritto  altrove  non  corrisponderebbe 
allo  stato  presente.  In  questi  ultimi  an- 
ni ,  molte  parli  del  gran  palazzo  e  buoi 


V  AT 

diversi  celebri  edilìzi  sono  state  o  ripara- 
te o  restaurate  o  di  nuovo  abbellite,  col- 
la direzione  e  disegni  dell'egregio  archi- 
tetto cav.  Filippo Marlinucci,  sotto-forie- 
re de'palazzi  apostolici.  Dirò  le  cose  prin- 
cipali, cioè  della  Biblioteca,  della  Pinaco- 
teca, delle  Logge  di  Piallaello,  e  delle  sca- 
le papali  che  dal  cortile  di  s.  Damaso  co- 
municano cogl'  ingressi  principali  degli 
appartamenti  pontificii,  mentre  dell'ope- 
rato neila  cappella  Paoliua  ne  feci  cenno 
nel  voi.  LXXX11I,  p.  101,  per  incidenza, 
potendosi  ricavare  un  maggior  dettaglio 
ne*  Giornali  che  ivi  citai.  Se  non  chequi  è 
bene  aggiungere  sulla  cappella  Sistina  e 
sulla  sagrestia  alcune  parole.  Dal  i856 
il  Papa  regnante  non  più  recandosi  nel- 
la notte  di  Natale  pel  mattutino  e  la  mes- 
sa nella  basilica  Liberiana, da  quell'anno 
tali  funzioni  toi  naiotisra  celebrare  nella 
cappellaSistina,ma  con  illuminarsi  splen- 
didamente con  più  copia  di  cera,  tanto 
il  cornicione,  quanto  il  quadrato  o  pre- 
sbiterio della  medesima,  e  questo  massi- 
me con  4  grandi  candelabri  dorati.  Vi 
è  il  progetto  di  edificare  una  grande  sa- 
grestia proporzionata  e  degna  della  cap- 
pella Sistina,  sostenuta  da  un  portico; 
rendendosi  così  con  esso  magnifico  Piu- 
gresso  del  palazzo  Vaticano  dalla  parie 
della  Zecca.  Utinamì  Fiati  Comincerò 
dalla  Scala, poi  dirò  delle  Logge,indi  della 
Pinacoteca  e  per  ultimo  della  Biblioteca. 
Era  decoroso  dare  un  accesso  agli  appar- 
tamenti pontificii  più  splendido  di  quel- 
lo che  già  esisteva;  era  anche  necessario, 
giacché  le  volte  delle  scale  stesse  in  alcu- 
ni luoghi  aveano  manifestato  screpolatu- 
re, eciò  era  avvenuto  per  essere  stale  ma- 
lamente murate  con  areua  e  sopraccari- 
cate ne'vuoti  con  tanto  peso  di  calcinac- 
cio, che  in  questa  occasione  ne  furono  fat- 
te trasportare  più  di  tremila  carrette. 
Convenne  perciò  in  primo  luogo  rinno- 
vare le  volle  che  sovrastavano  alla  2."  e 
alla  4-a  branca  ,  le  quali  maggiormente 
aveano  sofferto.  Ed  inoltre,  onde  provve- 
dere alla  loro  futura  stabiliti»,  furouo  vuq- 


YAT 
tate  del  suddetto  ripieno  pesantissimo,  e 
in  sua  vece  si  sostituì  una  banchina  lun- 
go le  pareti,  e  basata  sopra  le  teste  ili  mu- 
ro, sulla  quale  appoggiare  e  fermare  i'e- 
stremità  de'nuovi  gradini.  Nel  fare  que- 
sta operazione,  si  prese  I' opportunità  di 
avvantaggiare  il  declivio  delle  bianche 
stesse  dove  fu  possibile,  come  nel  2.°  ra- 
mo, e  di  acquistar  miglior  luce  riapren- 
do neli.°  piano  l'antiche  finestre,  e  que- 
ste come  le  altre  si  munirono  di  vetri  co- 
lorali ritenuti  coti  telai  di  ferro.  La  sca- 
la papale  è  composta  di  206  gradini  ve- 
nuti sbozzati  dalle  cave  di  Carrara,  e  poi 
terminati  sul  luogo.  Gli  ornamenti  che 
ora  la  distinguono  sono  formali  di  stuc- 
chi nelle  volte,  nella  scagliola  per  le  pa- 
reti, di  marmi  bianchi  e  colorati  ne*  pa- 
vimenti de'ripiaui  e  negli  stipiti  delle  por- 
te (e  pavimenti  marmorei  furono  pure  e- 
seguili  nell'appartamento  pontificio).  O- 
gni  ripiano  è  composto  di  due  dischi  di 
granito  rosso,  intorno  a  ciascuno  de'  quali 
è  l'ottagono  di  marmo  e  cipollino,  e  cou 
triangoli  di  breccia  di  Serravezza.  I  pi- 
lastri delle  pareti  segnano  la  divisione  di 
questi  quadrati  con  fasce  similmente  di 
Serravezza  accompagnate  da  liste  di  ci- 
pollino. Ogni  porta  ha  nuovi  stipiti.  Quel- 
la che  apre  1'  appartamento  di  Paolo  V 
ha  gli  stipiti  di  marmo;  la  2."  cioè  la  por- 
ta di  Clemente  "Vili  di  cipollino  ;  la  3." 
poi  di  bianco  di  Carrara  ;  del  quale  an- 
cora sono  gli  stipiti  egli  architravi  delle 
porle  che  comunicano  alle  logge.  Le  pa- 
reti sono  rivestite  di  scagliola  imitante  il 
giallo  antico,  con  zoccolo  di  Seltebasi  e 
fascia  di  bianco  perdale  con  questa  mag- 
giore risalto  a'poggiuoli  di  metallo  soste- 
nuti con  bracci  a  rose  di  metallo  dorato. 
Sopra  le  branche  delle  scale,  i  soffitti  so- 
no distribuiti  a  cassette  quadrate,  ed  en- 
trovi  rosoni  alternati  di  varie  forme,  nel 
me?.zo  essendovi  lo  stemma  del  Pontefi- 
ce Pio  IX  rilevalo  da  cornice  e  adorno.  I 
soililli  delle  crocere  ■'ripiani  sono  distin- 
ti con  quadra  li*  nel  centro,  ed  a'Iali  stan- 
no esagoni  arricchiti  d'ornali  similmente 


VAT  *4i 

di  stucco,  e  sulla  lunetta  la  targa  che  ri- 
tiene l'epoca  della  restaurazione,  ed  il  no* 
rae  del  Santo  Padre  che  1'  ha  fatta  ese- 
guire. Nou  si  deve  om mettere  di  far  men- 
zione delle  nuove  porte  degli  appartamen- 
ti pontificii,colle  loro  cornici  di  moganoe 
altre  parti  eseguite  collo  stile  ornamenta- 
le. Tutto  fu  fatto  celeremente  e  non  vi 
s'impiegarono  nèanchei20  giorni:  inco- 
minciata l'opera  ue'primi  di  giugno  1 856, 
fu  compita  nel  susseguente  ottobre.  E  sic- 
come da  questa  scala  è  il  principale  pas- 
saggio a  ciascuno  de'  3  piani  del  cortile 
di  s.  Damaso,  così  qui  farò  cenno  intor- 
no a'iestauri  delle  rinomate  logge, in  cor- 
so di  operazione.  Negli  ultimi  3  anni,  pre- 
cedenti al  1857,  tutti  i  3  piani  del  loggia- 
to vennero  rinchiusi  con  cristalli  ritenu- 
ti da  enormi  telali  di  ferro,  spartiti  a  lar- 
ghi quadrati,  per  la  maggior  custodia  del- 
le preziose  pitture  a  fresco  che  in  esse  si 
ammirano. La  frazione  della  2/  loggia  che 
guarda  al  mezzogiorno,  per  lai.3  fu  com- 
pita. Non  è  a  dire  quanto  sia  riuscita  se- 
ducente e  magica  l'armonia  che  rifulge 
nell'  insieme  degli  ornamenti  di  questa 
galleria,  ideali  ed  eseguiti  dagli  artisti  di 
scuola  romana  nel  pontificato  di  Gregorio 
Xlll,  nel  restituirli  all'  antico  splendore. 
Brillanti  allresehi  nelle  crocere  e  ne' se- 
micerchi, racchiusi  da  cornici  di  stucco 
bianco  e  dorato,  sano  alternali  da  festoni 
di  frutta  e  fiori  dipinti  al  vero,  e  da  col- 
lane di  daglioncini  con  dentro  vaghissime 
figurine.  Bene  vero  che  molto  si  dovette 
crearedi  nuovo,sia  perchè  perito,  sia  per- 
chè tralasciato,  lauto  riguardo  a'membri 
dell'ornato,  come  nelle  dipinture,  seguen- 
do sempre  il  concetto  de'primi  artisti.  An- 
che il  suo  pavimento  è  tutta  opera  nuo- 
va, costruito  co'mattoni  dello  stabilimen- 
to del  marchese  Campana,  che  simulano 
i  marmi  colorati  in  sostituzione  delle  ma- 
ioliche di  Luca  della  Robbia  il  giovane, 
che  per  l'età  e  pel  continuo  attrito  si  erano 
scrostate  e  cancellate.  Questo  pavimento 
rappresenta  un  arabesco  a  nodi  di  mar- 
mo giallo,  sopra  fondo  turchino  di  lapis- 


242  V  A  T 

lazzoli  con  dischetti  di  porfido.  Tutte  le 
logge  del  Palazzo  apostolico  Vaticano, 
ed  uno  de'suoi  più  belli  ornamentilo  de- 
scrissi in  tale  articolo,  inclosivnmente 
ai  braccio  della  3/  restaurata  nobilmen- 
te ne'lacunari  e  pareti  da  Gregorio  XVI, 
notando  che  divisava  fare  altrettanto  col- 
le altre  logge, e  chiudendolo  con  fenestro- 
ni  come  sopra,  con  telali  di  ferro  fuso  e- 
seguiti  allo  stabilimento  delle  ferriere  di 
Tivoli;  e  tuttociò  eziandio  per  impedire 
Tacque  che  filtrando  fatalmente  danneg- 
giavano le  sottoposte  propriamente  dipin- 
te daRa(laello,le  quali  chiuse  le  arcate  con 
fenestroni  ne' primi  mesi  del  1 8 1 4  dal  go- 
verno provvisorio  napoletano  di  Roma, 
prive  d'aria  opportuna  ad  asciugarne  Pu- 
inidilà  che  ricevevano  dalle  volte,resla  va- 
no notabilmente  pregiudicate,  onde  Gre- 
gorio XV I  avea  fatto  egregiamente  copia- 
re 22  fac-simili  de' pilastri  di  detto  log- 
giato di  Raffaello,  e  collocati  per  memo- 
ria nella  sala  propinqua  alla  gran  galleria 
di  Gregorio  X 1 1 1,  che  perciò  prese  il  nome 
di  stanza  de'  pilastri.  De'  restauri  delle 
logge  eseguili  d'ordine  del  Papa  Pio  IX, 
ne  ragionarono  successi  vamenleì' Album 
di  Roma  de'24  novembre  1 855,e  nel  1 8 16 
il  Giornale  di  Roma  de'7  aprile,  e  la  Ci- 
viltà Cattolica  de'2  maggio.  In  tali  artico- 
li intitolali  :  /  Restauri  delle  Roggie  Va- 
ticane,  si  celebrano  e  descrivono  quelle 
del  2.0  braccio  del  2.0  piano  ,  secondo  le 
molle  descrizioni  che  ne  abbiamo,  cioè 
quelle  falle  dipingere  e  riccamente  orna- 
re da  Gregorio  X III  nel  1577, e  divise  dal 
braccio  dipinto  da  Raffaello  per  una  por- 
ta lavorata  a  tarsia  dal  valente  intaglia- 
tore Gio.  Barile.  Si  deplora  il  loro  depe- 
rimento per  colpa  del  tempoe  sue  intem- 
perie, di  mani  vandaliche,  e  forse  anche 
per  non  curanza,  e  giustamente  si  loda  il 
Papa  che  regna  per  averne  impedito  l'ul- 
teriore roviua,  ed  ordinato  il  restauro,  af- 
fidando opportunamente  il  difficile  inca- 
rico al  distinto  pittore  Alessandro  Man- 
tovani ferrarese  e  allo  scultore  Filippo 
Galli  romano,  ciascuno  nella  parie  pi  Ilo - 


V  AT 

rica  e  per  quanto  spetta  agli  itucchi  ,  i 
quali  con  grande  valentia  le  ridussero  a 
quella  vaghezza  e  lustro  di  che  ora  fanno 
sì  bella  pompa;  avendo  essi  dovuto  non 
solo  seguire  lo  stile  de' grotteschi,  delle 
decorazioni  e  ornali  di  cui  ancora  vi  era 
traccia,  ina  per  diversi  pilastri  inventare 
altresì  di  nuovo  in  diversi  luoghi  quan- 
to erasi  perduto,  ponendolo  in  beli'  ar- 
monia coli' esistente,  e  così  ridonando  il 
lutto  alla  sua  antica  bellezza  e  magnifi- 
cenza. £  nelle  ore  pomeridiane  del  sud- 
detto giorno  7  aprile,  il  Papa  si  recò  ad 
ammirare  gli  encomiali  restauri,  elegan- 
ti e  magni  liei, restandone  soddisfattissimo. 
Aggiunge  P  Album ,  che  il  cardinal  Au- 
tone!li,qual  prefetto  de'ss.  Palazzi  aposto- 
lici, commise  la  direzione  e  sorveglianza 
degli  eseguiti  lavori  ,  anche  a'  professori 
commendi  Filippo  Agricola  e  cav.  Tom- 
maso Minardi;  ed  artisticamente  rileva  i 
pregi,  diligenza  e  valore  degli  esecutori  di 
opera  così  splendida,  massime  nella  par- 
te pittorica, -eli'  è  la  maggiore,  da  servire 
di  saggio  e  quasi  campione  eziandio,  agli 
altri  bracci  delle  logge  che  rimangono  a 
restaurarsi,  a  ulteriore  splendore  del  Va- 
ticano e  dell'arti  italiane,  che  in  Pioma 
hanno  sempre  il  principale  e  magistrale 
loro  seggio.  Si  legge  nel  Giornale  di  Ro- 
ma de'3o  marzo  1 858.  Che  nel  2.0  brac- 
cio delle  logge  dette  di  Raffaele  al  i.°  pia- 
no delle  medesime,  chiamato  Gregoria- 
no da  Gregorio  XI  11  che  le  fece  dipinge- 
re, era  stato  del  tutto  terminato  il  discor- 
so magnifico  restauro.  Che  i  pochi  stuc- 
chi che  rimanevano  a  farsi  ne'  pilastri 
dell'  arcale  di  angolo  e  del  centro,  furo- 
no eseguiti  come  gli  altri  dall'  egregio 
scultore  Galli  di  Roma;  e  tutti  gli  orna- 
ti e  le  figure  a  fresco  dal  valente  Manto- 
vani di  Ferrara,  coadiuvato  nelP  esecu- 
zione da 'suoi  bravi  giovani  Ernesto  Spre- 
ga, Adolfo  Reanda,  Salvatore  Rotani, 
tutti  e  tre  di  Roma,  e  da  Ernesto  Fraga- 
glia di  Ferrara.  Si  loda  il  Mantovani  nel- 
le decorazioni  e  nella  pittura  a  grotteschi  ; 
abilità  che  si  mauifeatò  pure  ueViiUari 


V  A  T 
falli  poi,  perchè  la  parte  inferiore  delle 
logge  era  assai  più  danneggiata  e  guasta 
della  superiore;  onde  in  molli  luoghi  e 
special cnente  ne'  pilastri  dovetle  non  re- 
staurare, ma  riprodurre.  Ciò  esegui  in 
modo  e  così  felicemente,  che  ora  la  parte 
restaurala  non  si  distingue  dalla  riprodot- 
ta. Nelle  decorazioni  si  vedono  figure, 
fiori,  frutta,  musicali  strumenti  e  anima- 
li; lutto  disposto  con  perfetta  armonia. 
IS'olriò  io,  che  ora  si  restaura  il  braccio 
del  3.°  piano  delle  logge,  precisamente 
quello  che  segue  il  restaurato  da  Gre- 
gorio XVI,  già  essendo  stato  fatto  d  I. 
lacunare  coi  l'opera  de'valenti  pittori  Fi- 
lippo detoni  e  cav,  Filippo  Bigioli. 
Quanto  al  3.°  braccio  di  quest'ultimo 
piano,  e  che  segue  il  nominato,  già  fu 
tutto  restaurato  con  semplici  mezze  tin- 
te senza  pitture  ornamentali.  Di  più,  ora 
si  va  studiando  il  modo  per  restaurare  il 
braccio  delle  seconde  logge;  e  forse  si- 
mili abbellimenti  si  eseguiranno  poi  an- 
che ne'tre  bracci  deh."  piano  delle  me- 
desime logge.  E  cosi  tulle  le  famose  log- 
ge, sempre  più  formerebbero  un  pre- 
zioso tesoro  artistico  Valicano  nel  ge- 
nere loro.  Inoltre  al  crescente  lustro  del 
Vaticano,  il  Papa  Pio  IX  dispose  la  rin- 
novazione della  parte  orientale  della  3." 
galleria  già  edificata  nel  pontificato  diCle- 
tnente  X,  ed  in  seguito  perita  per  difet- 
to delle  materie  impiegatevi.  I  gradini 
tolti  alla  rinnovata  e  suddescritta  scala 
pontificia,  furono  adoperati  per  rendere 
più  decente  e  comoda  la  scala  che  dicesi 
dell'Armeria,  perchè  anticamente  questa 
era  ove  oggi  è  lo  studio  de'Musaici.  Que- 
sto accesso  acquistò  maggiore  importan- 
za per  essere,  oltre  alla  Biblioteca  ed  a' 
Musei,  l'unica  comunicazione  alla  nuova 
Pinacoteca,  ch'è  stata  ristabilita  nell'ul- 
timo piano  dell'ala  settentrionale  deli'e- 
difizio  medesimo.  Nel  pontificato  di  Pio 
VII ,  il  genio  del  suo  segretario  di  stato 
cardinal  Consalvi,  il  medesimo  luogo  a- 
Tea  destinato  per  Galleria  Vaticana,  e  la 
descrissi  io  brevemente  nel  voi.  XL VII, 


V  A  T  a43 

p.io4  e  seg.,  oltre  il  riferito  nelle  pagi- 
ne precedenti,  e  con  altre  nozioni  nella 
descrizione  del  palazzo  Vaticano.  E  in- 
trinseco che  io  ricordi,  d'avere  in  tali  luo- 
ghi raccontato  pure,  che  Leone  XI!  ri- 
conoscendo l'odierna  località  della  Pina- 
coteca allora  incomoda  e  pericolosa,  sta- 
bilì trasportarla  nella  galleria  presso  quel- 
la delle  carte  topografiche,  la  quale  ul- 
tima di  Gregorio  XIII  parimenti  in  que- 
sto pontificato  venne  decorosamente  re- 
staurata, a  tale   effetto  ampliandola  e  ri- 
ducendola all'uopo;  lavoro  checontinuos- 
si  nel  breve  pontificato  di  Pio  Vili.  Indi 
Gregorio  XVI  compì  l'occorrente,  e  po- 
scia effettuò  il  determinalo  da'  predeces- 
sori, ivi  collocando  la  Pinacoteca;  ma  a 
motivo  del  soverchio  calore  nell'estate  e 
del  freddo  nell*  inverno  molto  soffrendo 
i  preziosi  dipinti,  lo  stesso  Gregorio  XVI 
fece  ridurre  ad  uso  di  Pinacoteca  quattro 
ampie  stanze  già  di  s.  Pio  V,  presso  quel- 
le dipinte  da  Raffaello.  Dal  Papa  regnan- 
te, considerandosi  che  la  Pinacoteca  Va- 
ticana difettava  alquanto  di  luce  e  di  spa- 
zio ,  rimossi  gl'inconvenienti  che  fecero 
determinare  la  remozione  della  Pinaco- 
teca nel  locale  ove  l'avea  collocata    Pio 
VII,  dopo  un  anno  di  lavori  grandi  ve 
la  restituì,  A  tale  effetto  si  ampliò  il  mae- 
stoso appartamento  col  comprendere  5 
ambienti,  alcuni  de'  quali  amplissimi  ,  si 
abbellì  di  pitture  e  si  fornì  di  arredi.  Si 
collocarono  di  nuovo  nella  sala  delta  di 
Bologna  i  3  più  classici  quadri  della  Pi- 
nacoteca Vaticana,  cioè  la  Trasfigurazio- 
ne di  Raffaello,  la  Comunione  di  s.  Gi- 
rolamo del  Domenichino,  il  s.  Sebastia- 
no, la  B.  Vergine  e  altri  santi  del  Tizia- 
no, Poscia  segue  altra  sala  di  forma  oblun- 
ga, copiosa  come  tutte  l'altre  di  eccellen- 
te luce,  e  3  minori  sale  completano  il  lo- 
cale degno  de' capolavori  che  contiene. 
Ecco  quanto  analogamente  pubblicò  il 
Giornale  di  Roma  de'22  giugno  1857. 
La  Santità  di  Nostro  Siguore  desideran- 
do dare  maggior   luce  e  più  ampie  salo 
alla  nobilissima  collezione  de'cani  lavori 


a44  ^  A  T 

di  pittura,  che  fonnano  la  Pinacoteca  Va- 
ticana, e  così  offrire  agl'intelligenti  e  ama- 
tori delle  aiti  sovrane  ogni  agio  ili  studia- 
re ed  ammirare  il  concetto  e  l'artifizio 
delle  classiche  opere  delle  principali  scuo- 
le pittoriche  d'Italia  e  straniere,  ordinò 
che  fosse  trasferita  in  un  locale  assai  più. 
conveniente.  E  il  cardinal  Anlouelli,  co- 
me prefetto  de'ss.  Palazzi  apostolici ,  fe- 
dele interprete  della  sovrana  disposizione, 
affidò  la  cura  di  questa  bell'opera  al  mar- 
ch. Girolamo  Sacchetti  foriere  maggiore 
de'ss.  Palazzi,  e  la  direzione  ni  commend. 
Agricola,  ispettore  delle  gallerie  pontifi- 
cie e  delle  pitture  pubbliche  di  Roma,  e 
al  tolto-furiere  architetto  cav.  Marlinuc- 
ci,  i  quali  con  pieno  accordo  anche  del 
cav.  Ai  inardi,  col  massimo  impegno  com- 
pirono il  nobile  incarico  loro  affidato,  di- 
sponendo per  la  Pinacoteca  5  sale,  che 
hanno  l'ingresso  nel  3.°  ordine  delle  log- 
ge, in  esse  sono  stati  collocati  i  classici  di- 
pinti, che  stavano  ai  2.°  piano,  e  tutti  di- 
sposti nel  miglior  modo  possibile  al  gra- 
do della  luce,  e  nel  punto  che  si  convie- 
ne. Ogni  sala  è  stala  restaurata  colla  più 
grande  diligenza  e  in  modo  da  farla  lo- 
devolmente servire  allo  scopo  a  cui  ve- 
niva destinata.  Questa  nuova  Pinacote- 
ca venne  inaugurata  a'21  giugno  18:37 
dal  cardinal  Anlouelli,  e  fu  scelto  a  que- 
st'atto il  giorno  anniversario  della  coro- 
nazione del  Papa  regnante,  che  non  con- 
lento delle  molte  opere  fatte  al  Valicano, 
ha  voluto  nella  sua  munificenza  meglio 
provvedere  a'capi  lavori  de' quadri,  che 
vi  si  contengono  ,  e  arricchire  questo  sì 
prezioso  tesoro  di  due  insigni  dipinti  del 
Muiillo,  s.  Caterina  e  il  Figliuol  prodi- 
go, d'un  s.  Girolamo  di  Leonardo  da  Vin- 
ci, d'  una  ss.  Vergine  col  difin  Figlio  e 
s.  Girolamo  del  Francia,  e  d'un'allra  ss. 
Vergine  col  Bambino  del  Sassoferrato.E 
pereleinare  la  memoria  del  munifico  fon- 
datore di  questa  nuova  Pinacoteca  all'in- 
gresso della  medesima  fu  collocata  la  se 
gnenlt:  epigrafe:  Pius  IX  Pont.  Maa.- 
Kximiis  Picturae    Operibus  -  Novara 


V  AT 

HancPìnacolhecam  -  Instituit  Omavit- 
Anno  mdccclvu.  Sacr.  Princip.  XII. 
Meglio  è  leggere  1*  opuscolo  intitolato: 
Indicazione  della  Pinacoteca  pontifi- 
cia nel  palazzo  apostolico  Vaticano, 
Roma  1857.  ^a  Civiltà  Cattolica  de'4 
luglio  fece  eco  al  Giornale  romano.  Nel 
18  53  fu  pubblicato  in  Roma:  I  più  ce- 
lebri quadri  delle  diverse  scuole  italia- 
ne riuniti  nella  Galleria  Vaticana,  di- 
segnati ed  incisi  a  contorno  da  G. 
Gr  a  (fonar  a  in  4-1  tavole.  D'ordine  del 
Papa,  il  cav.  Francesco  Podesti  va  a  di- 
pingere a  fresco  la  sala  propinqua  alle 
stanze  di  Raffaele  (delle  quali  nel  1 853 
si  pubblicò  in  Roma  :  Le  pitture  delle 
stanze  Vaticane  di  Raffaele  Sanzio  di 
Urbino,  incise  a  contorno  in  tavole  56), 
cioè  lai."  di  quelle  di  s.  Pio  V  ov'era  la 
pinacoteca  e  precisamente  ove  si  ammi- 
rava la  Trasfigurazione  di  quel  genio  di 
Urbino.  Per  tanto  la  volta  fu  appositamen- 
te alzata,  misurando  dall'altezza  del  pavi- 
mento 53  palmi.  Nella  parete  incontro  al- 
le 4  finestre  con  figure  più  grandi  del  na- 
turale vi  esprimerà  la  promulgazione  nel- 
la basilica  Vaticana  del  dogma  dell'Im- 
macolato Concepimento;  co' ritratti  del- 
lo stesso  Papa,  de'cardinali  e  di  altri  che 
si  trovavano  presenti.  Nelle  due  pareti  la- 
terali minori  pare  che  1'  egregio  artista 
col  suo  valore  vi  dipingerà  altri  fatti  ana- 
loghi al  sublime  argomento  ;  ina  nulla  fin 
qui  è  deciso.  Così  quanto  dovrà  farsi  sul- 
la parete  di  dette  finestre.  Il  valente  pit- 
tore crede  in  5  anni  di  compiere  il  suo 
grandioso  lavoro.  Forse  per  pavimento 
di  questa  sala  vi  si  collocherà  il  magni- 
fico musaico  di  recente  trovato  negli  sca- 
vi d'  Ostia,  di  cui  parlerò  a  Vellethi. 
Le  decorazioni  della  seguente  sala,  anco- 
ra non  sottostate  stabilite.  Le  due  stan- 
ze minori  annesse,  già  colle  dette  due  sa- 
le formanti  la  pinacoteca  di  Gregorio 
XVI,  si  ridussero  per  trattenimento  del- 
le signore  nostrali  e  forasliere,  che  recati- 
si all'  udienza  del  Papa  nella  vicina  stan- 
aa  delta  de'pilastri.  Della  Biblioteca  Va- 


V  AT 

ticana,  che  per  ultimo  mi  restn  a  dire,  e 
della  quale  olire  gli  orticoli  citali  di  so- 
pra, anche  in  altri  luoghi  per  la  sua  cospi- 
cuità celeberrima  ragionai,  per  le  munifi- 
cenze dalPapa  PiolX  elargite  sino  al  i  85 1 
ne  feci  sufficiente  cenno  nel  voi.  L,  p.  27?., 
dicendo  pure  del  donato  a'  musei;  e  sino 
ni  i854  e  al  1 855  quanto  alla  slessa  Bi- 
blioteca, ne'vol.  LXlX,p.  253,LXXIV, 
p.  i65,  LXXIX,  p.  43,  cioè  i  fatti  pavi- 
menti marmorei,  e  quello  collocatovi  di 
musaico  antico,  e  di  due  altri  musaici  ; 
l'abbellimento  elegante  degli  armadi;  i 
donativi  di  due  colonne  d'  alabastro  per 
decorazione  dell'ingresso,  del  vaso  d'ala- 
bastro su  zoccolo  di  verde  antico,  d'  una 
Croce  d'argento,  del  genuflessorio  di 
Tours  che  descrissi,  d'opere  magnifiche, 
della  preziosa  raccolta  di  monete  ponti- 
eie  formata  dall'intelligenti  e  assidue  cu- 
re del cav.  Belli;  della  sistemazionedel  ga- 
binetto numismatico  nelle  stanze  Borgia; 
e  del  collocamento  nella  stanza  del  San- 
sone, dell'  antichissime  e  pregevolissime 
pitture  a  fresco  trovate  sotto  terra  in  via 
Graziosa,  e  rappresentanti  i  viaggi  d'  U- 
lisse,  staccate  abilmente  da'mnri  antichi, 
e  preziose  eziandio  pel  modo  cui  sono  co- 
lorite, pe'nomi  scritti  sulle  figure,  per  la 
prospettiva  e  varietà  delle  composizioni, 
avendone  parlato  coll'opera del  snodi,  il- 
lustratore  Matranga  e  da  lui  gentilmente 
donatami.  Il  eh.  can.  Domenico  Zanelli 
direttore  del  Giornale  di  Roma,  in  que- 
sto e  in  una  serie  d'Appendici  del  i856- 
57  pubblicò  un  dotto  suo  lavoro,  il  quale 
da  lui  quindi  am  pliato  con  importanti  ad- 
dizioni stampò  a  parte  col  titolo:  La  Bi- 
blioteca Fa  ticana  dalla  sua  origine  fi- 
no al  presente,  storia  scritta  da  Dome- 
nico Zanelli,  Roma  1857.  Ne  die  bella 
relazione  e  facendone  rilevare  i  pregi,  nel 
n.°  8  anno  3.°  L'Eptacordo  di  Roma,  il 
eh.  direttore  di  questo  Vincenzo  Prinzi- 
VciIIi  collaboratore  del  medesimo  Giorna> 
ledi  Roma.  Altrettanto  egregiamente  e- 
seguì  l'Enciclopedia  contemporanea  di 
Fano,  nel  I.  6  ;  p.  3 1 3.  Nelle  p.  59  e  63 


V  A  T  245 

dello  slesso  Giornale  di  Roma  del  1 85y, 
sono  le  finali  Appendici  xv  e  xvi  sulla 
Biblioteca  Faticano,  nelle  quali  il  can. 
Zanelli  descrive  come  il  Papa  Pio  IX  ha 
in  modo  segalaio  conlribuilo  colla  sua 
munificenza  all'aumento  e  al  decoro  «Iel- 
la medesima.  Dopo  avere  debitamente  e- 
numerato  in  quanti  modi  il  Pontefice  ha 
accordato  la  sua  benefica  prolezione  alle 
lettere,  alle  scienze  e  alle  arti,  il  che  stori- 
camente vado  anch'  io  celebrando;  dopo 
aver  giustamente  osservato, che  ne'roma- 
ni  Pontefici  non  viene  mai  meno,  ad  on- 
ta della  tristezza  de'lempi,  il  magnanimo 
e  nobile  entusiasmo  per  le  stesse  lettere  e 
arti,  col  suo  pregievole  racconto  prova  che 
il  Papa  ha  volto  in  modo  particolare  il 
pensiero  al  decoro  e  incremento  della  Bi- 
blioteca Vaticana,  e  in  guisa  che  tutto  il 
suo  benefico  operalo  degnamente  corri- 
spondesse alla  sua  acclamala  celebrità,  il 
tutto  eseguito  per  cura  del  cardinal  An- 
tonella per  cui  all'ingresso  della  sala  di  Si- 
sto V  fu  collocata  questa  marmorea  iscri- 
zione. Bibliothecam  Hac  Faticanam-A 
Sisto  F.P.M.Aedifìcatam  Exornatam  - 
AnnoMDLXXXvm-  PiusIX.P.M.  Omni 
Culla  Instauravit  An.  mdcccli  -  Sac. 
Princ.  /'.  Compendinola  narrazione.  A- 
domò  con  colonne  d'alabastro  l'ingresso 
che  dalla  sala  degli  scrittori  metleal  ma- 
gnifico e  grandioso  salone  di  Sisto  V,  ed 
in  questo  fu  fatto  il  pavimento  con  mar- 
mo di  Carraia  a  bardiglio  e  racchiuso  da 
fasce  eguali;  e  gli  armadi  ivi  destinali  a 
custodire  i  preziosi  codici  vennero  ridi  pio  • 
ti  ad  arabeschi,  indoratele  cornici,  dal  va- 
lente pittore  d'ornato  Filippo  Ci  etoni.  La. 
porla  che  da  detto  salone  mette  all'archi- 
vioVaticanofu  ornala  con  mostre  di  mar- 
mo, e  chiusa  con  imposte  di  legno  di  ino- 
gano  e  noce,  con  riquadri  di  tarsia  feli- 
cemente eseguiti  dal  bravo  intarsiatore 
Antonio  Bonadè.  Fu  rifatto  in  battuto  al- 
la veneziana  tutto  il  pavimento  delle  due 
lunghissime  corsie,  destra  e  sinistraje  nel- 
la 2.a  furono  gli  armadi  ridipinti  dall'e- 
gregio Moretti,  che  vi  rappresentò  le  ve- 


a|6  V  A  T 

dute  delle  varie  opere  compiute  dai  me- 
desimo Papa.  Vennero  nuovamente  or- 
nate le  due  sale  della  galleria  di  Benedet- 
to XIV;  in  quella  del  museo  cristiano  fu 
ridipinta  la  volta  con  dorature,  rinnova- 
ti e  guarniti  di  metalli  dorati  gli  armadi. 
Quelli  della  corsia  a  destra  furono  intar- 
siati di  tali  metalli  e  risarciti,  racchiuden- 
do i  preziosi  oggetti  del  museo  profaoo. 
Nella  sala  del  Sansone  furono  collocati  io 
mezzo  del  pavimento  rinnovato  in  mar- 
mo bianco  a  bardiglio,  di  versi  antichi  mu- 
saici; e  nelle  pareti  entro  cornici  dorate, 
gli  affreschi  scoperti  in  via  Graziosa.  In 
fondo  alla  corsia  sinistra  fu  posto  il  ma- 
gnifico inginocchiatoio  donato  al  Papa 
dalla  provincia  di  Tours  e  da  lui  alla  Bi- 
blioteca. A  questa  inoltre  donò  un  grosso 
masso  di  malachite  (che  stava  nel  mon- 
te di  Pietà  di  Roma)  sostenuto  da  un 
gruppo  di  3  figure  d'atlanti  e  sedeuti  di 
bronzo  dorato  con  animali,  sovrastan- 
do il  rocchio  di  malachite  due  putti  sor- 
reggenti I'  arma  del  Pontefice  Pio  IX, 
opera  del  valente  artista  cav.  Pietro  Pao- 
lo Spagna;  una  Croce  di  malachite  col 
Crocefisso  e  i  fregi  d'argento  doralo,  sti- 
mabile lavoro  regalato  al  Pontefice  dal 
principe  Demidoff  russo;  un  gran  vaso 
d'alabastro  d'Egitto;  la  gran  tazza  o  bat- 
tistero di  porcellana  inviata  al  Papa  da 
Napoleone  III  imperatore  de'francesi  (in 
conseguenza  del  battesimo  del  principe 
imperiale  eseguilo  a  mezzo  del  cardinal 
Patrizi  legalo,  il  qualefu  latore  di  ponti- 
fìcii doni:  lutto  narrai  nel  voi.  LXX1X, 
p.  280  e  seg.):  lutto  questo,  col  busto  in 
marmo  diPio  IX  scolpito  dall'esimio  com- 
mend.  Tenera  ni,  compie  la  decorazione 
della  magnifica  sala  di  Sisto  V,  lunga 
3  1  7  piedi  e  larga  76.  Diede  al  museo  cri- 
stiano :  un  quadro  con  vetri  cimiteriali, 
rinvenuti  nelle  catacombe;  una  Croce  di 
legno  di  minutissimo  intaglio;  un  discodi 
legno  istorialo  con  intagli;  un  cammeo  col 
ritratto  di  s.  Pio  V,uiontato  in  cristallo  di 
monte  niellato;  una  Croce  d'argento  sto- 
riata; due  quadri  diGiolto,  rappresentaci- 


V  AT 

ti  uno  la  Crocefissione,  l'altro  il  Crocefis- 
so; un  quadro  dipinto  in  conchiglia  e  rap- 
presentante il  Transito  di  Maria  Vergi- 
ne; una  lucerna  cristiana  in  bronzo;  tre 
intagli  esprimenti  la  Passione  del  Signo- 
re;una  magnificaCroce  di  cristallo  di  mon- 
te, opera  del  vicentino  de  Bellis.  Diede  al 
museo  profano:  due  ovati  in  argento  a  ce- 
sello; un  intaglio  in  sardonica  di  Luigi 
Pichler;  un  tondo  di  stucco  antico,  lavo- 
ro greco  di  bellissimo  stile;  quattro  cam- 
mei del  secolo  XV;  un  frammento  di  te- 
la d'amianto.  Arricchì  la  collezione  del- 
le stampe  colle  fotografie  di  tutti  i  vesco- 
vi che  neh 856  in  Vienna  presero  parie 
alle  conferenze  sul  Concordato  tra  la  s. 
Sede  e  l' impero  d'  Austria,  e  coli'  intera 
raccolta  delle  stampe  della  calcografia  del 
Louvre  di  Parigi.  Fu  largo  pure  di  co- 
dici, di  manoscritti  e  di  libri;  e  fra 'codi- 
ci quelli  orientali  che  possedevano  mg/ 
Andrea  Molza  e  il  cardinal  Angelo  Mai, 
ili.°dali85i  prefetto  custode,  e  il  2.°dal 
1 853  bibliotecario  della  medesima,  mor- 
to ne!  i854  con  fama  di  principe  de'  filo- 
logi moderni,  restando  la  carica  vacante. 
Di  più,  un  Alcorano  magnifico  codice  in 
foglio  grande  di  carta  bambacina  con  do- 
rature; i  mss.  della  libreria  del  cardinal 
Biignole;il  dizionario  stampato  in  lingua 
ihaila  o  siamese,  opera  del  vescovo  Palle- 
goix  vicario  apostolico  di  Siam.  La  libre- 
ria del  cardinal  Mai  (dispose  egli  nel  te- 
stamento che  si  vendesse,  e  se  il  gover- 
no la  comprava  si  desse  a  metà  della 
stima)  composta  di  6950  opere,  e  di  292 
codici  e  mss.  ;  la  quale  stimata  scudi 
19,733  fu  comprata  dal  Papa  (con  dare 
mille  scudi  di  più  della  metà  della  sti- 
ma) ecollocata  nell'appartamento  Borgia 
(in  due  stanze,  e  le  sculture  che  ivi  erano, 
cioè  bassorilievijcapitelli  ec, furono  distri- 
buiti ne'musei  Vaticano  e  Lateranense), 
insieme  alla  ivi  già  esistente  libreria  de' 
libri  stampati.  Nel  1848  essendo  stato  il 
medagliere  derubato  di  molte  delle  più. 
rare  e  preziose  medaglie  antiche  e  mo- 
derne, auche  d'oro,  il  generoso  Pupa 


V  AT 

riparò  n  sì  grave  danno  coll'ngginnger- 
vi  la  preziosa  raccolta  di  monete  ponti- 
ficie d'oro,  d'argento  e  di  rame,  la  qua- 
le comincia  da  s.  Gregorio  11  morto  nel 
73 1,  e  termina  con  Gregorio  XVI,  ac- 
quistata dal  cav.  Delti  nel  i85i.  Com- 
prò poscia  e  donò  altresì  alla  Biblioteca 
la  scelta  e  copiosa  collezione  dell'antiche 
medaglie  tornane  consolari  e  di  famiglie, 
formata  in  20  anni  con  infaticabile  pa- 
zienza da  Francesco  Sibilio  :  contiene 
3238  medaglie  d'argento,  976  in  bron- 
zo e  le  altre  in  oro.  Oltre  queste  due  rac- 
colte, arricchì  il  medagliere  della  Biblio- 
teca di  non  poche  altre  monete  e  meda- 
glie antiche  e  moderne,  unitamente  alla 
bella  collezione  di  160  medaglie  d'ar- 
gento e  di  rame  coniale  nel  Belgio  dal 
principio  del  presente  regio  governo  sino 
ah  855.  Fece  dono  allo  stesso  medaglie- 
re anche  di  4  voi.  di  Numismatica  fran- 
cese del  medio  evo  e  di  uno  di  sigilli,  o- 
pere  pregevoli  di  Robert,  fornite  di  mol- 
tissime e  belle  tavole  incise.  E  perchè  il 
medagliere  fosse  meglio  disposto,  lo  fe- 
ce trasportare  in  una  delle  stanze  Bor- 
gia, dóve  rinnovati  gli  scaffali,  nella  par- 
te superiore  fu  collocata  la  biblioteca  Ci 
cognara  già  acquistata  da  Leone  XII,  e 
nell'inferiore  in  apposite  tavole  si  dispo- 
sero le  medaglie  e  le  monete  di  tutte  l'e- 
poche. Finalmente  il  Papa  Pio  IX  vol- 
gendo le  sue  cure  anche  all'  interno  re- 
golamento della  Biblioteca,  dispose  con 
moto-proprio  de'20  ottobre  1 85  1.»  Noi 
ci  occupammo  a  fare  ristorare  ed  abbel- 
lire la  Biblioteca  apostolica,  situata  nel 
nostro  palazzo  al  Valicano,  la  quale  cou 
ogni  ragione  può  ben  ritenersi  la  prima 
delle  biblioteche  pe'tesori  immensi,  che 
ivi  i  nostri  predecessori  con  sapientissi- 
mo divisandolo  raccolsero  d'  ogni  sorta 
di  manoscritti  antichissimi,  di  medaglie, 
di  monumenti  antichi  e  di  altri  oggetti,  i 
quali  anche  da  noi  accresciuti,  servono 
ad  illustrare  le  scienze  e  le  aiti.  Ma  af- 
finchè queste  nostre  provvidenze  siano 
utili  alla  conservazione  ed  alla  sicurezza 


V  A  T  247 

degli  oggetti  indicali,  conoscendo  che  vi 
ha  bisogno  di  richiamare  alla  osservan- 
za i  regolamenti  esistenti,  e  che  è  neces- 
sario aggiungerne  altri  a  maggior  chia- 
rezza de'medesimi,  ordiniamo  la  più  e- 
salta  osservanza  delle  lettere  apostoliche 
de'nostri  predecessori  Clemente  XII  de* 
24  agosto  1739,  di  Benedetto  XIV  de* 
4 ottobre  1 751,  eia  cedola  del  moto-pro- 
prio di  Clemente  XIII  de'4  agosto  1  761, 
coli'  aggiunta  di  altre  provvidenze,  che 
abbiamo  stimato  opportuno  ordinare.  E 
tali  provvidenze  riguardano  specialmen- 
te ili. "e  il  2.0  custode,  per  tali  nominando 
mg.r  Alessandro  Asinari  di  s.  Marzano 
arcivescovo  d'  Efeso,  e  mg.r  Pio  Marti- 
nucci,  a'quali  è  affidato  l'incarico  di  cu- 
stodire la  biblioteca,  di  tenere  gli  8  scrit- 
tori di  lingue  araba,  ebraica,  greca  e  la- 
tina, sempre  occupali  a  favore  della  me- 
desima; di  attendere  al  compimento  e 
al  perfezionamento  degl'inventari  e  in- 
dici, non  solo  de'codici  mss.  o  libri  slam- 
pati,  ma  anche  di  qualunque  altra  cosa 
che  si  conserva  nella  biblioteca  e  locali 
annessi  ;  d'  amministrare  e  impiegar  le 
rendite  della  biblioteca.  Tali  provviden- 
ze riguardano  anco  gli  scrittori,  i  quali 
nelle  ore  determinate  devono  impiegar 
l'opera  loro  a  vantaggio  della  biblioteca, 
cioè  facendo  ciò  che  loro  prescrivono 
ili.0  e  il  2.0  custode,  continuando  l'in  ven- 
tarlo e  l'indice  de'  codici  e  altri  mss.,  e 
de'Jibri  a  stampa,  collazionando  e  tra- 
scrivendo e  copiando  i  codici,  che  per  la 
loro  antichità  potessero  patire  detrimeu- 
to,  e  traducendo  dalle  lingue  estere  iti 
latino  l'opere  inedite  de'ss.  Padri  o  d'au- 
tori insigni  in  qualunque  scienza  ". 
VAT1ZA  o  PALEMON1.  F.  Pole- 

MONIO. 

VATTENBERGHoVITTEMBERGH 
Francesco  Guglielmo,  Cardinale.  De' 
duchi  di  Baviera,  preposto  di  Ratisbo- 
na  e  canonico  di  Frisinga,  fino  da'  verdi 
anni  di  sua  età  si  fece  ammirare  come  un 
perfetto  modello  di  probità  e  di  religio- 
ne. Dopo  essere  succeduto  io  tulli  $Ii 


243  V  A  T 

splendidi  carichi  del  cardinal  Zollerai, 
fu  eletto  vescovo  d'Osnabruch,  città  die 
occupata  da'danesi  la  ricuperò  con  I'  a- 
iuto  de'  cattolici,  e  visitata  tutta  la  dio- 
cesi cacciò  i  predicanti  eretici  e  vi  cele- 
brò 3  sinodi,  per  mezzo  de'  quali  v'  ili* 
tradusse  il  calendario  Gregoriano,  insie- 
me col  Breviario  e  Ceremoniale  romano, 
comandando  l'osservanza  de'decreti  del 
concilio  dfTrento  già  pubblicato  da'suoi 
antecessori.  Vi  fabbricò  una  magnifica 
chiesa  in  onore  di  s.  Ignazio  Loiola,  la 
quale  consagrò  con  gran  solennità,  assi- 
stito da  3  vescovi  e  12  abbai»  mitrali,  e 
vi  aggiunse  una  casa  pe'gesuiti.  Edificò 
inoltre  ben  munita  fortezza  per  abitazio- 
ne de'vescovr,  e  cacciati  intrepidamente 
gli  eretici,  vi  richiamò  i  frati  minori  os- 
servanti, vi  restituì  le  antiche  parrocchie, 
le  chiese  collegiate  e  i  monasteri.  Dall'im- 
peratore Ferdinando  II  ebbe  la  commis- 
sione d'eseguire  l'editto  imperiale, in  cui 
ordiuavasi  la  restituzione  de  beni  eccle- 
siastici, quale  egli  adempì  con  rischio  del- 
la pròpria  vita,  con  grave  incomodo  e 
dispendio,ricuperando  dalle  mani  de'pro- 
tcstanti  1 46  chiese   tra   metropolitane, 
cattedrali,  collegiate  e  claustrali,  oltre  le 
moltissime  parrocchie, che  furono  rimes- 
se nelle  mani  de'cattolici.  Dopo  di' che  fu 
incaricato  dall'  elettore  di  Colonia  di  ri- 
formare e  di  restituire  all'antico  stato  il 
vescovato  d'Hildesheim,  occupato  ingiu- 
stamente in  gran  parte  già  da  i3oauni 
da'  duchi  di  Brunswick.  Vi  celebrò  subi- 
to il  sinodo,  vi  ristabilì  i  monasteri  e  li 
consegnò  agli  ordini  a  cui  li  aveano  tolti 
i  protestanti;  ed  espulsi  i  predicanti,  esi- 
gè da  quella  ribelle  città  il  dovuto  omag- 
gio. Nel  tempo  stesso  ad  istanza  dell'im- 
peratore fu  da  Urbano  Vili  promosso  ai 
vescovati  di  Verden  e  di  Minden,  di  cui 
ricuperò  i  beni  ingiustamente  occupali  a 
quelle  chiese  dagli  eterodossi,  e  nel  1 .° 
celebrò  due  sinodi  e  vi  fondò  due  semi- 
nari, uno  nella  città,  l'altro  nella  diocesi, 
una  casa  pe'gesuiti,  e  un   convento  pe' 
minori  osservanti,  e  con  grande  spesa  re- 


V  A  T 

slituì  al  suo  lustro  e  splendore  l'univer- 
sità diesi  vuole  ivi  fondata  da  Carlo  Ma- 
gno; le  accrebbe  le  rendite,   ne  ampliò 
l'abitazione,  onde  avere  maggiore  nume- 
ro di  soggetti  per  mantenere  la  missione 
di  Sassonia.  Quello  che  sembra  incredi- 
bile si  è,  che  in  Verden  non  trovò  che  3 
soli  cattolici  senza  alcun  sacerdote,  onde 
dovè  chiamarne  12  a  sue  spese  da  di- 
versi luoghi  a  fine  d'ufiìziare  la  cattedra- 
le. Nel  restituire  al  rito  cattolico  la  cat- 
tedrale di  Verden,  ritrovò  in  un  aulico 
ciborio  o  tabernacolo  di  marmo  8  corpi 
di  santi  vescovi  suoi  antecessori,  che  fu- 
rono collocati  da  lui  in  decente  e  onore- 
vole luogo  nella  stessa  chiesa  ;  ed  un'ostia 
grande  e  3  piccole  dentro  una  pisside  di 
metallo,  tulle  e  4  candide,  intere  e  ben 
conservale,  quantunque  da  un  secolo  a 
quell'  epoca  non  vi  fosse  stato  in  quella 
chiesa  esercizio  alcuno  della  religione  cat- 
tolica. Un  prelato  così  zelante  della  santa 
fede,  fu  dal  Papa  dichiarato  vicario  apo- 
stolico del  settentrione,  e  gli  donò  4  m0* 
nasteri  tolti  dalle  mani  degli  eretici,  de' 
quali  potesse  egli  prevalersi  in  opere  di 
pietà  a  suo  arbitrio.  Oltre  i  detti  vesco- 
vati, fu  arricchito  della  preposilura  e  del- 
l' arcidiaconato  di  Bonna.   Le  immeuse 
fatiche  tollerate  dall'invitto  prelato,  e  i 
disastrosi  e  frequenti  viaggi  che  dovè  in- 
traprendere a  motivo  di  religione,  gli  ca- 
gionarono grave  malattia,  da  cui   risanò 
dopo  il  voto  fatlo  di  visitare  la  s.  Casa  di 
Loreto,  come  eseguì,  essendosi  in  quella 
circostanza  portato  a  Roma  alla  visita  de' 
sagri  limini.  Postulato  dal  capitolo  di  Ra- 
tisbona,  alla  cui  dieta  spesse  volte  inter- 
venne e  si  trovò  presente  all'elezione  del- 
l'imperatore Ferdinando  III,  per  coadiu- 
tore in  quel  vescovato,  seguita  appena  la 
morte  di  quel  prelato  si  trasferì  alla  nuo- 
va chiesa,  in  cui  celebrò  il  si  nodo  e  ricu- 
però di  nuovo  il  vescovato  d'Osnabruch 
dalle  mani  degli  eretici,  convocò  in  esso 
3  sinodi,  a'quali  invitò  i  sacerdoti  ei  par- 
roci* i  esuli,  che  ristabilì  nelle  loro  chie- 
se, dalle  quali  cacciò  gli  eretici,   e  dopo 


VEC 

aver  visitata  tutta  la  diocesi,  propago  la 
cattolica  religione  nella  Weslfalia  e  nella 
Sassonia,  con  ridurre  al  seno  della  Chie- 
sa romana  molte  migliaia  d'eretici,  a 
7000  de'  quali  amministrò  il  sagramen- 
to  della  confermazione.  Finalmente  a  ri- 
chiesta dell'imperatore  Ferdinando  ili, 
fu  da  Alessandro  VII,  col  quale  a vea  con- 
tralta intima  amicizia  nel  congresso  di 
Munster  eammirato  per  zelantissimo  pa- 
store, a' 5  aprile  1660  creato  cardinale 
prete,  dignità  che  godè  per  soli  12  mesi, 
dopo  i  quali  compianto  da'poveri  che  lo 
ebbero  a  padre,  da'dotti  che  lo  provaro- 
no mecenate, e  dagli  ecclesiastici  che  lo 
venerarono  modello  di  perfezione,  nel 
1661  se  ne  volò  al  cielo,  come  giova  spe- 
rare, a  ricevere  la  ricompensa  del  suo  ze- 
lo e  delle  sue  pastorali  fatiche. 

VECAB1TI.  V.  Varabiti. 

VECCHIARELLI  Odoardo,  Cardi- 
nale. Patrizio  di  Rieti,  annoverato  prima 
tra'chierici  di  camera  e  poi  promosso  da 
Inuocenzo  X  nel  i654  a  uditore  della 
stessa  camera,  Alessandro  VII  a'29  apri- 
le 1 658  lo  creò  cardinale  diacono  de' ss. 
Cosma  e  Damiano,  e  nel  1 660  vescovo  di 
sua  patria,  che  però  fu  costretto  abban- 
donare, riuscendo  la  temperatura  del  cli- 
ma nocevole  alla  sua  salute,  e  tale  ne  ri- 
sentì grave  pregiudizio  che  sebbene  si  re- 
stituì a  Roma,  ivi  di  54  anni  la  morte  lo 
colse  nel  1667,  Poco  dopo  l'elezione  di 
Clemente  IX,  alla  quale  contribuì  col  suo 
suffragio,  a'20  giugno.  Fu  sepolto  nella 
chiesa  di  s.  Pietro  in  Vincoli  presso  la 
tomba  di  suo  zio  mg.r  Pietro  Piermarino, 
sotto  una  lapide  splendidamente  adorna, 
sulla  quale  fu  inciso  breve  elogio,  aven- 
do egli  eretto  a  detto  zio  un  ricco  mo- 
numento con  elegante  iscrizione.  Mentre 
era  chierico  di  camera  fece  costruire  a 
sue  spese  la  nobile  sagrestia  di  s.  Rocco, 
della  cui  chiesa  e  ospedale  ebbe  poi  la 
protezione. 

VECCHIONI  e  VECCHIONE.  V.  O- 

BLAZIONABIO,  DIACONESSE  e  StJDDIACONESSE, 
VED0VA,VED0VO,PoVER0,eQUARANT'0BE. 
VOL.   LXXXYHI. 


*49 


VED 

VECEUANI  o  VECELIM.  Settari 
partigiani  degli  errori  di  Wecelen  o  Ve- 
cilione o  Wezel,  chierico  fuggiasco  d'Hal- 
berstadt,  che  simoniaco  e  falso  pastoie 
intraprese  a  difendere  lo  scismatico  e  per- 
secutore della  Chiesa  Enrico  IV,  contro 
il  Papa  s.  Gregorio  VU(V). Enrico IV, 
in  ricompensa  del  suo  zelo  pe'suoi  inte- 
ressi, nel  1084  lo  nominò  arcivescovo  di 
Ma  gonza.  Veci lione  o  Wecelen  o  Wezel 
aggiunse  V  errore  ereticale  allo  scisma  : 
insegnò  che  quelli  eh'  erano  privati  de' 
beni  della  fortuna  per  sentenza  giuridi- 
ca, non  erano  sottomessi  ad  alcun  giudi- 
zio ecclesiastico,  nemmeno  alla  scomu- 
nica. Il  concilio  di  Quedlimburgo  (^.), 
tenutosi  neho85,  condannò  Vecilione  o 
Wezel  coni  e  eretico  e  scismatico.  Ostina- 
to ne'suoi  errori  tosto  adunò  in  Magon- 
za (V.)  un  conciliabolo,  e  cogli  scismati- 
ci ed  eretici  suoi  seguaci  pretese  scomu- 
nicare s.  Gregorio  VII  e  i  cattolici  fedeli 
e  doverosamente  costanti  alla  sua  Ubbi- 
dienza, riconoscendo  l'antipapa  Clemen- 
te 111.  Miseramente  Vecilione  morì  do- 
po due  anni  nel  suo  peccato.  I  tristi  se- 
guaci de'suoi  errori  per  ignominia  furo- 
no chiamati  veceliani  e  vecelini. 

VEDASTO  (s.),  vescovo  d'Arras.  Na- 
to, a  quanto  sembra,  nella  Francia  occi- 
dentale, lasciò  la  patria,  e  ritirossi  nella 
diocesi  di  Tool,  ove  visse  alquanto  tem- 
po nascosto  ed  unicamente  occupato  ne- 
gli esercizi  della  penitenza.  Il  vescovo  del 
luogo,  venuto  a  conoscenza  di  sua  virtù, 
lo  fece  ufficiare  nella  sua  chiesa  e  lo  or- 
dinò sacerdote.Dipoi  fu  deputato  a  istrui- 
re nella  religione  cristiana  Clodoveo  l,e 
apparecchiarlo  a  ricevere  il  battesimo. 
Accompagnando  il  rea  Piheims,  ove  do- 
vea  con  gran  solennità  essere  eseguita  la 
ceremonia,  rese  istantaneamente  col  segno 
della  croce  la  vista  a  un  cieco  che  stava  sul 
poute  dell'Aisne,  e  questo  prodigio  giovò 
assaissimo  a  rassodare  il  re  nella  sua  de- 
liberazione, e  dispose  molti  de'cortigiani 
ad  abbracciare  la  vera  fede.  S.  Remigio, 
che  avea  esperimentuto  il  merito  di  Ve- 
17 


25o  V  E  D 

dasto,  il  consagrò  vescovo  di  Arras,  af- 
finchè potesse  vieppiù  adoprarsi  a  ride- 
stare la  fede  in  un  paese,  nel  quale  era 
quasi  estinta.  Nell'anno  499  cullando 
Vedaslo  nella  città  d'  Arras,  guarì  un 
altro  cieco  e  uno  zoppo:  locchè  apparec- 
chiò gli  spiriti  ed  i  cuori  a  ricevere  favo- 
revolmente il  Vangelo.  Nondimeno  egli 
dovette  molto  affaticare  per  ammaestra- 
re un  popolo  rozzo  ed  ostinatamente  li- 
gio alle  superstizioni  del  paganesimo;  ma 
senza  disanimarsi  giunse  colla  sua  soffe- 
renza, dolcezza  e  carità  a  fargli  gustare 
le  massime  di  Gesù  Cristo.  S.  Remigio 
accrebbe  le  apostoliche  occupazioni  del 
santo  vescovo,  affidandogli  Tanno  5io 
altresì  il  reggimento  della  vasta  diocesi 
di  Cambiai.  Non  si  sa  più  altro  di  s.  Ve- 
daslo, se  non  eh'  egli  rese  la  sua  chiesa 
assai  fiorente,  e  soddisfece  degnamente 
a  tulli  i  doveri  di  buon  pastore  sino  alla 
morte,  che  lo  rapì  il  6  febbraio  del  53g. 
11  suo  corpo,  sotterralo  uella  cattedrale 
di  Arras,  ivi  rimase  sino  al  667,  in  cui 
il  vescovo  s.  Auberto,  lasciandone  colà  al- 
cune reliquie,  trasportilo  solennemente 
in  Una  cappella  che  il  santo  avea  edifi- 
cata in  onore  di  s.  Pietro.  Trasmutò  poi 
questa  cappella  in  una  chiesa  che  prese 
il  nome  di  s.  Vedasto,  e  vi  gillò  le  fon- 
damenta di  un  celebre  monastero.  Il  fa- 
moso Alenino  ne  scrisse  la  vita,  e  com- 
pose un  uiTìcio  particolare  ed  una  messa 
in  onor  suo. 

VEDOVA  e  VEDOVO,  Vicina,  Vi- 
dnns,  TJxore  vidualus.  Donna  alla  qua- 
le è  morto  il  marito;  uomo  a  cui  sia  mor- 
to la  moglie.  Dicesi  Vedovanza,  Vedo- 
vila, Vedovaggio,  Vedovatico,  Vidnitas, 
lo  stalo  vedovile.  Inoltre  si  dice  Vedovile 
e  Vedovatico,  tutlociòche  si  dà  alla  ve- 
dova per  suo  mantenimento  dall'eredità 
del  marito  morto.  Se  ha  portato  Dote(V.) 
e  non  ha  avuto  prole,  la  Donna  (V.)  la 
ricupera  e  di  più  ha  il  4. °  vedovile,  cioè  la 
4-a  parte  della  dote.  Su  di  che  variano  le 
disposizioni  delle  leggi  delle  nazioni.  Co- 
sì quanto  alla  qualifica  di  Tutore  (  /  .)  de' 


VED 

propri  figli  alle  vedove,  per  la  cura  de' 
medesimi  pupilli.  Il  Vermigliali  nel  I.  4 
delle  Lezioni  di  diritto  canonico  tratta 
nella  lez.  20:  Della  donazione  fra  ma- 
rito e  moglie ,  e  della  restituzione  della 
dote  dopo  il  divorzio,  nella  quale  non 
si  comprendono  i  donativi  dati  alla  spo- 
sa dallo  sposo,  da'  parenti  e  dagli  amici. 
Per  le  regine  e  allre  principesse  tale  as- 
segnamento, stabilito  dui  marito  defunto 
o  dallo  stato,  dicesi  Dovario.  Anticamen- 
te le  regine  e  principesse  sovrane  ve- 
dove avevano  per  loro  dovario  0  vedo- 
vile un  principato,  una  contea,  una  cit- 
tà, colle  rendite  che  producevano,  ed  ol- 
tre a  ciò  anche  l'assegno  di  particolari  ren- 
dite. Le  buone  vedove  amanti  della  pu- 
dicizia e  dell'onestà  furono  onorate  da 
tolte  le  nazioni,  così  dagli  ebrei,  come 
da'genlili.  I  romani  uello  Sposalizio (V.) 
non  permettevano  che  alcuna  donna  ac- 
compagnasse le  spose  ,  se  non  le  vedove 
d'un  sol  marito,  stimandole  incorrotte. 
Stimandosi  le  seconde  nozze  indizio  d'in- 
temperanza, da'genlili  romani,  fece  dire 
a  Porzia  figlia  e  discepola  di  Catone:  La 
donna  pudica  non  si  mai  ila  più  d'uria  vol- 
ta; e  Cornelia  vedova  di  Gracco  e  figlia 
di  Scipione  Africano,  ricusò  le  nozze  del 
re  Tolomeo.  Valeria  vedova  di  Defluirò, 
rispose  a  chi  la  voleva  sposare:  Suo  ma- 
rito esser  morto  agli  altri  ,  a  se  vivendo 
perpetuamente.  Nel  ticusaie  altre  nozze, 
diceva  altra  dama  gentile  di  Roma;  I  mici 
primi  amori  ,  mio  marito  se  li  portò  nel 
sepolcro,  ed  ivi  se  li  tiene  ;  onde  non  me  ne 
restano  per  altri.NarraPlutarco,chele  ve- 
dove romane  quando  erano  morte,  erano 
sepolte  colla  corona  della  pudicizia  inles- 
sula  di  fiori;  e  come  trionfanti  della  con- 
cupiscenza, erano  con  grande  onore  por- 
tale in  pubblico.  Afferai  a  Livio,  che  seb- 
bene le  facoltà  delle  vedove  romane  era- 
no copiose,  essendo  soliti  i  nobili  lasciar 
loro  mollo  denaro,  perchè  ad  essi  cornei 
vassero  l'affetto;  per  lo  stesso  motivo,  ed 
acciocché  non  passassero  a  seconde  nozze, 
erano  mauleuule  splendidameute  in  prò- 


VED 

porzione  del  loro  stato  dal  pubblico  era- 
rio, il  quale  ereditava  le  sostanze  del  ma- 
rito defunto,  e  quindi  tenute  a  guisa  d'o- 
racoli delle  privale  famiglie. Ne'secoli  cri- 
stiani le  vedove  furono  celebrate  e  onora- 
te con  magnifici  epiteti:  Ancelle  de'Mar- 
tiri,  Discepole  decanti,  Gloria  del  sesso, 
Ornamento  della  fede,  Fregio  della  no- 
biltà, Maestre  del  timor  di  Dio,  Guida 
delle  maritate,  Custodi  e  sentinelle  del- 
l'innocenza delle  vergini,  Specchio  della 
castità  e  Trofeo  della  pudicizia;  cioè  quel- 
le quae  vere  viduae  sunt.  Il  concilio  di 
Toledo  del  683  proibì  nella  Spagnatcon 
un  canone  singolare, alle  vedove  de're  di 
rimaritarsi  a  qualunque  Uomo  (F.)t  ed 
egualmente  si  vietò  a  qualsiasi  uomo  di 
sposarle,  ancorché  fosse  re,  restando  sco- 
municali se  si  maritassero.  Nel  3,°  conci- 
lio tenuto  a  Saragozza  nel  6gr,  si  con- 
fermò il  riferito  canone ,  cioè  che  le  re- 
gine dopo  la  morte  non  potessero  piglia- 
re altro  marito,  acciò  non  si  dasse  moti- 
vo ad  alcuno  di  farsi  tiranno;  ma  che  de- 
ponendo la  veste  reale,  pigliassero  la  re- 
ligiosa e  stassero  in  monastero  chiuse  fra 
le  monache  pel  resto  della  vita.  Per  le 
altre  nazioni  innumerevoli  sono  gli  esem- 
pi delle  vedove  sovrane  che  ripresero  ma- 
rito, e  il  più  delle  volte  con  divenir  quel- 
lo sovrano.  Molti  popoli  inumani  e  super- 
stiziosi usarono,  e  diversi  ancora  bar- 
baramente lo  costumano,  come  nell'/rt- 
die  orientali,  d'uccidere  o  bruciare  la  ve- 
dova del  re  defunto  e  quindi  tumularla 
nella  sua  Sepoltura  (F.)t  come  in  Tra- 
cia (F.)j  anzi  presso  alcune  nazioni  toc- 
cava a  morire,  se  osservanti  la  Poligamia 
(F.J,  e  ad  essere  uccisa  quella  tra  le  ve- 
dove eh'  era  stata  la  più  prediletta  o  la 
designata  dal  defunto;  ed  in  altre,  tra  le 
vedove  stesse  vi  fu  gara  per  essere  prefe- 
rite nel  seguire  nella  tomba  lo  sposo.  E- 
gualmente  fra'popoli  barbari  e  rozzi,  fu 
ed  è  ancora  uso  comune  e  riprovevole, 
d'uccidere  similmente  le  mogli  divenute 
vedove.  Nella  terribile  rivoluzione  che 
l'Inghilterra  guerreggia  dell'indie  orien- 


VED  ?.5 1 

tali  e  sta  domando,  essendo  stato  impri- 
gionato il  re  di  Delhi,  dal  processo  con- 
tro di  lui  intrapreso  risulta.  Che  il  pro- 
clama  indirizzato  da  Khan  Bhahador 
Khan  alla  difesa  del  re,  nel  numero  delle 
querele  contro  il  governo  inglese,  conte- 
nute nel  proclamaci  sono  queste.  i.'L'au- 
torizzazione  datadagl'inglesi  negli  ultimi 
lem  pi,  alle  vedove  di  rimaritarsi,  ciò  che 
viene  condannato  dalla  religione  degl'in- 
diani. 2.a  D'  avere  i  medesimi  distrutto 
il  rito  antico  e  sagro  di  Suttee,  vale  a 
dire  il  sagrifizio  della  vedova  che  si  fa- 
ceva bruciar  viva  sulla  tomba  del  suo 
sposo.  Il  Lutto  (F.)  poi  delle  vedove  e 
de' vedovi  presso  le  nazioni,  come  per  al- 
tri, è  di  remota  origine,  si  pubblico  che 
privato,  accompagnato  con  manifestazio- 
ne di  duolo.  Nel  citato  articolo  ragionai 
di  diverse  specie,  foggie,  gradi  e  durata, 
sì  delle  leggi  o  consuetudini  antiche  e  sì 
di  quelle  moderne,  colle  diverse  pratica- 
te dimostrazioni  e  privazioni.  Siccome  lut- 
ti gli  eccessi  sono  biasimevoli  e  pregiudi- 
zievoli alla  società ,  vivamente  deplorai 
l'introdotto  abuso  che  si  è  fatto  nei  lutto, 
con  essere  stato  generalmente  convertito 
in  vana  ostentazione,  e  nel  sempre  rovi- 
noso e  immorale  Lusso  (F.),  con  aperta 
contraddizione  allo  stato  mesto  di  chi  ne 
fa  uso;  massime  nelle  vedove  e  nelle  orfa- 
ne di  padre,  la  cui  condizione  socievole  e 
la  possibilità  dovrebbe  forse  interdirglie- 
lo o  almeno  limitarlo,  con  saggia  pram- 
matica di  provvide  leggi,  di  cui  è  a  la- 
menlarsene  la  mancanza.  In  tutte  le  cose 
è  lodevole  la  moderazione;  non  manca- 
no però  que'che  la  praticano, come  pure 
vi  è  chi  ci  edifica  e  muove  a  prendere  af- 
fettuosa parte  alle  care  perdite  da  loro  fat- 
te. Trovo  nel  mirabile  libro,  La  Fabiola, 
del  dottissimo  cardinal  Wiseman.  Le  an- 
tiche vedove  romane  e  primitive  cristiane, 
per  denotare  lo  stato  di  loro  vedovanza  u- 
savauo  un  nastro  di  Porpora  (F.)  cucito 
sulle  Festi(F.)}e  chiamato  dagli  antichi 
Segmentimi.  Gli  abiti  erano  semplici,  di 
colore  dimesso  e  di  poco  pregio,  senz'ai- 


252  V  E  D 

cun  ricamo;  non  usavano  nessun  gioiello 
o  prezioso  ornamento  di  quelli  onde  il 
mondo  muliebre  romano  era  sì  ghiotto. 
]|  solo  oggetto  da  taluna  usato,  e  che  a- 
vea  qualche  sembianza  di  ornato,  era  una 
sottile  catenella  d'oro,  che  le  circondava 
il  collo,  dalla  quale  pendeva  alcuna  cosa 
(forse  il  ritratto  del  pianto  marito,  ma  la 
madre  che  l'eminente  scrittore  dà  a  s.Pan- 
ciazio,  vi  teneva  racchiuso  del  sangue  di 
s.  Quintino,  che  dice  suo  padre)  amoro- 
samente nascosta  sotto  il  lembo  superio- 
re della  sua  vesta.  I  capelli  intrecciati  con 
argento,  erano  lasciati  scoperti  e  non  di- 
sciplinati per  verini  artifizio.  Già  narrai 
altrove,  che  per  segno  di  acerbo  e  profon- 
do dolore,  massime  appena  morto  il  ma- 
rito, le  vedove  romane  sparsero  i  Capel- 
li di  Cenere  {V.)>  costume  familiare  alla 
nazione  ebrea,  passato  poi  agli  egizi  e  a' 
greci,  e  da  questi  a'romani.  Le  donne  in- 
cedevano col  capo  scoperto  in  tempo  di 
lutto,  mentre  per  legge  tutte  e  sempre  do- 
vevano cuoprirsi  il  capo  col  velo,  hi  tem- 
po di  lutto,  si  adottò  l'opposto  del  costu- 
me ordinario.  Tuttavolta  quanto  al  velo, 
dice  Vairone,  De  vii.  pop.  Roni.  lib.  i, 
che  le  donne,  Mulieres,  deposte  le  vesti 
morbide  e  pompose,  si  ricoprivano  con 
quella  veste  o  velo  detto  Ricinium  o  Re- 
cinium,  senza  dirne  il  colore.  Scrisse  Isi- 
doro, Orig.  lib.  i,  cap.  25:  Ricinium  Ma- 
tronarum  operimentum  quodcooperlo  ca- 
pite, et  scapulam  a  dextro  latere  in  lae- 
vuin  humerwn  millilur,  cujus  dimidia 
pars  retro  ejiciiur,  quod  vulgo  Marvor- 
tem  dicunl  quasi  Martem.  Lo  stesso  Isi- 
doro, lib.  19,  cap.  3i,eServio  tfd  1  Aen. 
n.°  69,  chiamano  Segmenti  que'pezzi  di 
panno  o  fascie,  che  prima  si  cucivano  per 
adornare  dal  collo  le  vesti,  particolarmen- 
te delle  donne,  e  poscia  s'introdussero  que- 
gli ornamenti  non  più  cuciti  e  fìssi  alla  ve- 
ste, ma  staccali  e  da  applicarsi  da  perse 
o'eollaii  di  tal  sorta. RilevaBuonarroti  nel- 
l'Ocseriazioni  sui  vasi  antichi  di  vetro, 
p.  157,  che  il  nome  di  Segmento  fu  pro- 
prio di  quelle  slriscie  di  panno  Lauda* 


VED 

vo  (V.)  o  Clavo,  colle  quali  adornavano 
e  orlavano  le  vesti;  ed  il  chiamare  gli  uni 
e  le  altre  nell'istessa  guisa,  sarà  facilmen- 
te venuto  dalla  somiglianza  delle  striscie, 
colle  quali  guarnivano  le  Tuniche  in  ogni 
luogo,  e  si  comprendevano  sotto  il  nome 
generico  di  Segmenti.  Nel  Hierolexicon 
del  Magri  si  legge  :  Segmentati^,  dicitur 
de  veste  variegata,  et  de  honiine  ej  usino* 
di  vestimentis  indillo.  Segmentata  ei  cir- 
cumferebantur  pulvinaria.    Altrettanto 
leggo  nel  Du  Cange,  Glossarium  Latini' 
tatis,  con  altre  testimonianze,  che  fu  in- 
terpretato il  Segmentimi  per  Fasciolas 
quae  extremis  vestium  oris  assuunlur,  in 
fra ncese//YZtf ges.  In  tal  senso  usato  fu  il 
vocabolo  anco  parlandosi  delle  vesti  ec- 
clesiastiche: Festini  fimbriato,  clavis  se- 
ricis,  phrygiisque  aut  Segmenlis  ornalo 
(clerici)  «e  ulantur;  sed  Segmenta  rasi  se- 
rici aut  tafetani,  quae  duoruni  aut  triuni 
digilorum  latitudinem  non  excedanl,  in 
exlremitate pallii  seu  mantelli geslare  pò- 
terunt.  Segmentati^  Episcopi  cum  sui  ar* 
chidiaconis  parali  s,  crucibus  et  texds  E- 
vangelicis...Synodum  celebralurus...pro- 
gredilur.  li,  vestibus  Pontifloiis(quae Sag- 
mentatae  erant)  indutus.  Allusitad  illud 
Juvenalis,  lib. I,  Sai.  1  de  Veste  Gracchi: 
Segmenta,  et  longos  habitus,  eljlammea 
sumit.  Il  Dizionario  storico-mitologico  al 
vocabolo  Segmentimi  lo  definisce.  Ricamo 
degli  abiti  fatto  d'altra  stoffa,  che  in  Ro- 
ma serviva  per  far  distinguere  i  patrizi,  e 
ValerioMassimo  l'indica  chiaramente  con 
queste  parole:  Permisit  quoque  his  pur- 
purea veste,  etaureis  itti  Segmenlis.  Ser- 
vio parla  di  queste  liste  poste  all'alto  del- 
la tunica  intorno  al  collo  e  non  già  d'u- 
na collana,  come  l'intesero  alcuni  filolo- 
gi, dicendo  :  Monile  ornamentimi  gultu- 
ris,  quod  et  Segmentimi  dicunl.  Altret- 
tanto riprodusse  il  Bazzarini  al  vocabolo 
Segmento,  del  Dizionario  Enciclopedico. 
Per  conservare  le  sostauze  uella  medesima 
famiglia,  e  perpetuare  il  nome  de'defun- 
ti  in  Israele ,  la  legge  confermò  I'  uso, 
ch'eravi  già  presso  gli  Ebrei,  di  sposare 


VED 

uno  dolina^  il  cui  marito  era  morto  sen- 
za figli,  dal  fratello  di  esso ,  ed  in  di  lui 
mancanza  dal  suo  più  prossimo  parente  ; 
ciòch'era  proibito  in  qualunque  altro  ca- 
so,  almeno  quanto  al  cognato.  Era  la  leg- 
ge degli  ebrei  chiamata  Levirat,  che  ob- 
bligava colui  il  di  cui  fratello  era  morto 
senza  figli,  a  sposar  la  vedova  del  fratel- 
lo per  procurai  le  desigli  che  facessero  ri- 
vivere il  suo  nome.  Dice  il  Deuteronomio 
a5, 5:  Quando  due  fratelli  staranno  in- 
sieme, e  uno  di  essi  sarà  morto  senza  fi- 
gli, la  moglie  del  defunto  non  si  mari- 
terà adun  estraneo;  ma  la  prenderà  l'al- 
tro fratello ,  il  aitale  darà  discendenza 
al  fratello  morto.  Queste  parole  sembra 
che  restringano  la  legge  in  modo,  ch'es- 
sa non  dovesse  aver  luogo,  se  non  tra  fra- 
telli abitanti  nella  stessa  casa  col  padre 
loro:  con  tuttociò  l'uso  la  estese, mancan- 
do i  fratelli,  a  tutti  i  parenti  anche  remo- 
ti, purché  abitassero  nella  Giudea  ed  a- 
vessero  comune  l'eredità.  Le  ragioni  di 
questa  legge  furono  la  conservazione  del- 
le famiglie,  e  la  distinzione  delle  stesse  fa- 
miglie e  delle  Tribuj  ed  anche  delle  pos- 
sessioni, distinzioni  d'importanza  presso 
gli  ebrei,  ed  aggiungasi  ancora  il  sovve- 
nimento  della  vedova.  Questa  legge  è  una 
eccezione  di  quella  del  Levitico  18,  16. 
Dopo  la  cattività  di  Babilonia  ,  confuse 
l'eredità,  non  ebbe  più  luogo  questa  leg- 
ge. Se  il  maggiore  de'fratelli  del  defunto 
fosse  stato  ammogliato,  gli  ebrei  dicono, 
ch'egli  poteva  prendere  o  non  prendere 
la  vedova;  onde  facevasi  luogo  al  fratello 
o  parente  che  veniva  in  appresso.  Se  il 
fratello  ricusava,  la  vedova  cognata  lo  ci- 
tava alle  porte  della  città,  gli  levava  la 
Scarpa(V.)  dal  piede,  gli  sputava  nel  vol- 
to e  gli  diceva  :  Cosi  sarà  trattato  colui 
che  ricusa  di  edificar  la  casa  di  suo  fra- 
tello in  Israele.  La  vedovanza,  come  la 
sterilità,  era  una  specie  d'obbrobrio  in  I- 
sraele:  cosi  ne  parla  Isaia.  E'  però  certo 
che  lodavasi  una  vedova  ,  la  quale  ,  per 
principio  di  rispetto  ,  alletto  ed  amicizia 
pel  marito  defunto  conservava   lo  slato 


VED  *55 

vedovile.  Se  ne  vede  un  esempio  in  Giu- 
ditta. Era  un  disonore  per  un  uomo  il 
non  essere  pianto  dalla  sua  vedova,  il  non 
ricevere  cioè  gli  onori  della  sepoltura,  di 
cui  i  pianti  e  le  lodi  della  vedova  forma- 
vano la  parte  principale.  Le  vedove  del 
re  conservavano  lo  stato  vedovile.  Adonia 
fu  punito  di  morte  per  a  ver  chiesto  in  ma- 
trimonio Abigail  di  Sunam,  ch'era  stala 
sposa  di  Davide,  sebbene  quel  principe 
non  avesse  consumato  il  suo  matrimonio 
con  essa,  già  moglie  del  defunto  Nabal. 
Le  femmine  non  ereditavano  che  in  di- 
fetto de'maschi.  Iddio  raccomanda  soven- 
temente al  suo  popolo  d'aver  gran  cura 
di  sollevare  le  vedove.  Gesù  Cristo  ono- 
rò lo  stalo  vedovile,  operando  cose  mera- 
vigliose in  persona  d'alcune  vedove,  da 
esso  consolate  e  liberate  da  varie  infermi- 
tà, delle  quali  nel  lib.  De  viduis  con  no- 
bilissima eloquenza  parlò  s.  Ambrogio., 
dicendo:  Agrum  lume.  Ecclesiae  fertile  vi 
cerno,  niuic  inlegritatisjlore  vernati tem-j 
mine  viduitatis  gravitate pollentetn,  mine 
etiam  conjugii  frtictibus  redundanlem, 
nam  etsi  diversi,  uniits  tamen  agri  fru- 
clus  suntj  nec  tanta  hortorum  Idia,  quati- 
tae  aristae  segetum^nirssiutn  spicae^com- 
pluriumque  spada  catnporum  recipieu- 
dis  aptantur  seininibus  ,  quatti  reddilis 
novales  fructibus  feriantur.  Bona  ergo 
viduitas,  quae  tolies  apostolico  judicio 
praedicatur.  Haec  enim  Magistrata  Fi- 
dei,  magistra  est  casùtatis.  Specchio  di 
virtù  alle  sante  vedove  fu  s.  Anna  (V.\ 
invocata  dalle  vedove  a  mediatrice  pres- 
so la  sua  ss.  Figlia  Maria  consolatrice  de- 
gli afflitti.  La  parola  di  s.  Paolo,  onora- 
re  3  parlando  delle  vedove  nell'  EpisL  a 
Timoteo, significa  non  solo rispettare,reu- 
dere  onore,  ma  anche  assistere,  sovveni- 
re. II  p.  Mamachi,  De' costumi  de' primi- 
tivi  cristiani,  t.  3,  p.  44»  racconta  la  loro 
particolare  cura  versole  vedove  e  come  le 
sovvenivano,  essendo  pieni  di  carità  ver- 
so Dio  e  il  prossimo  (proximus ,  che  si 
dice  di  ciascun  uomo  relativamente  al- 
l'altro, la  carità  e  amore  e  misericordia 


254  VED, 

verso  il  quale,  i  moderni  dichiarano  col 
parolone  di  filantropia),  facilmente  ave- 
vano compassione  degli  afflitti,  e  quell'o- 
pere di  pietà  per  loto  esercitavano,  on- 
de potesse  comprendersi  quanto  fosse- 
io  non  solamente  misericordiosi,  ma  e-  » 
ziando  distaccati  dalle  cose  di  questo 
mondo.  Or  siccome  ordinariamente  av- 
viene, che  le  vedove  e  i  pupilli  abbia- 
no bisogno  d'essere  soccorsi,  perciò  fino 
dagli  stessi  principi*!  del  cristianesimo 
una  delle  principali  disposizioni,  che  fu- 
rono fatte  da'nostri  maggiori,  fu  il  pren- 
dersi la  cura  con  grave  loro  dispendio  di 
provvedere  a'  bisogni  e  a'comodi  di  quel- 
le persone, che  non  avendo  chi  loro  som- 
ministrasse il  necessario  sostentamento, 
si  ritrovavano  in  una  quasi  estrema  mi- 
seria. Per  la  qual  cosa  furono  destinati 
da'ss.  Apostoli  a  quest'impiego  alcuni,  i 
quali  come  racconta  s.  Luca  negli  Atti 
Apostolici^  si  erano  convertiti  dal  giudai- 
smo ;  e  poiché  poco  dopo  gli  altri ,  che 
provenivano  da'proseliti,  non  ne  furono 
affatto  contenti,  onde  si  lamentarono  di- 
cendo, che coloroessendo  giudei,  non  soc- 
correvano le  vedove  greche,  com'erano 
soliti  d'aiutar  le  giudee,  gli  Apostoli  aven- 
do pensato  non  esser  ella  convenevole  co- 
sa,che  abbandonata  la  predicazione  della 
divina  parola,da  perse  stessi  attendessero 
col  tesoro  della  Chiesa  ossia  della  Rendi- 
ta ecclesiastica  (V.)  proveniente  dall'  Of- 
ferte e  Oblazioni  (V.)  de'fedeli,  a  prov- 
veder le  famiglie,  e  specialmente  i  Pove- 
ri (V-)>  e  le  vedove,  le  quali  aveano  bi- 
sogno di  particolare  assistenza,  scelsero 
quanto  più  presto  poterono  i  sette  Dia- 
coni (F.)  ripieni  dello  Spirito  Sauto,  e 
ne  diedero  loro  l' incombenza  ,  allineile 
tolte  le  parzialità,  godessero  i  fedeli  una 
perfetta  pace.  Noterò,  che  le  donne  poi 
preposte  col  nome  di  diaconesse  a  fare  al- 
l'altre donne  come  da  madri  e  da  mae- 
stre, distribuirono  pure  le  vivande  alle 
tavole  comuni,  che  si  usarono  nella  pri- 
mitiva Chiesa,  secondo  l'esposizione  di 
quelli,  che  vogliono  che  gli  ebrei  nati  iu 


VED 

Grecia  si  querelassero  perchè  nel  ministe- 
ro quotidiano  non  si  tenesse  conto  delle 
vedove  loro,  Atti  6,  i,  co  quod  despice- 
rentur  in  ministerio  quotidiano  viduae 
eorumj  cioè  che  non  fossero  adoperate  iu 
questa   soprintendenza  le  loro  vedove, 
com'  erano  adoperale  quelle  degli  ebrei 
nati  iu  Giudea,  le  quali  godevano  in  que- 
sto onorevolezza,ed  esercitavano  quest'uf- 
fizio colle  donne,  sebbene  l'essere  disprez- 
zate in  ministerio,  può  fare  altro  senso, 
come  fossero  adoperate  in  più  vili  e  fa- 
ticosi uilizi,  ovvero  che  fossero  più  scar- 
samente provvedute  di  quello  che  aveano 
bisogno.  Né  solamente  in  Gerusalemme 
ne'  primi  tempi  della  Chiesa  ,  ma  nelle 
città  ancora  non  molto  lontane  da  quel- 
la metropoli,  dov'era  stata  predicata  la 
nostra  s.  Religione ,  singolari  furono  gli 
esempi  di  carità  e  di  misericordia   verso 
le  povere  vedove.  Imperciocché  riferisce 
negli  Atti  s.  Luca,  ch'essendo  giunto  s. 
Pietro  a  Lidda,  e  avendo  ciò  inteso  i  fe- 
deli, i  quali  abitavano  in  Joppe,  spediro- 
no subito  due  uomini,  affinchè  lo  pregas- 
sero, che  colla  maggior  celerilà,  che  aves- 
se potuto,  fosse  venuto  a  ritrovarli,  poi- 
ché era  toro  necessaria  la  sua  presenza. 
Non  tardò  egli  punto  di  secondare  le  lo- 
ro brame,  onde  portossi  in  compagnia  de' 
due  messi  a  Joppe,  e  fattosi  condurre    al 
cenacolo  trovò  molte  vedove,  le  quali    a- 
maramenle  piangendo  intorno  al  cadave- 
re la  morte  d'  una  donna  cristiana  chia- 
mata Dorca,  e  in  altro  linguaggio  Tabi- 
ta,  la  qual  donna  essendo  ricca,  era  solita 
di  rivestirle  e  di  soccorrerle,  pregavano, 
che  ottenesse  colle  sue  orazioni  da  Dio, 
ch'ella  tornasse  a  vivere.  Fec'egli  pertan- 
to uscir  tulli  dal  cenacolo  ,  e  piegate  le 
ginocchia  orò,  e  dipoi  rivoltosi  al  corpo 
morto  di  detta  benefattrice,  disse:  Tabi* 
la  levali.  A  queste  voci,  aprì  ella  imman- 
tinente gli  occhi,  e  avendo  veduto  il  s.  A- 
postolo,si  pose  subito  a  sedere,  e  finalmen- 
te rizzatasi  coll'aiuto  di  lui,  fu  restituita 
viva  alle  fedeli  e  grate  vedove,  che  ne  a- 
veauo  sospiralo  il  risorgimento.  Per  que- 


V  ED 

slo  strepitoso  miracolo,  molti  si  converti- 
rono al  cristianesimo.  Era  frattanto  coȓ 
impressa  nelle  menti  de'primitivi  cristia- 
ni la  massima  d'essere  misericordiosi  ver- 
so le  vedove  stesse  e  i  pupilli  loro  figli, 
che  s.  Giacomo  apostolo  nella  sua  catto- 
lica epistola  scrisse:  La  pura  e  immaco- 
lata Religione  appresso  Dio  e  Padre  e 
attesta.  Fistiare  i  pupilli  e  le  vedove  nel* 
le  loro  tribolazioni,  e  custodirsi  immaco- 
lato da  questo  secolo.  Il  martire  s.  Igna- 
zio nella  lettera  a  s.  Policarpo  osserva, 
che  non  debbono  esser  neglette  le  vedo- 
ve, e  che  dopo  Dio  il  vescovo  deve  pren- 
der la  cura  loro.  Essendo  adunque  sta- 
ta così  patente  e  manifesta  la  carità  de' 
nostri  maggiori  verso  le  vedove  e  i  pupil- 
li, nou  è  da  meravigliare  se  i  gentili  me- 
desimi ne  rimanevano  persuasi,  ma  poi- 
ché erano  accecati,,  il  tutto  traevano  in 
mala  parte,  ed  empiamente  questa  virtù 
calunniavano  e  deridevano.  Per  cui  Lu- 
ciano di  Samosata  nel  suo  dialogo,  Del- 
la morte  del  pellegrino  3  attesta  che  di 
buon'ora  i  pupilli,  le  vecchiarelle  e  le  ve- 
dove concorrevano  alla  carcere,  affinché 
venendo  i  fedeli  a  visitare  l'imprigiona- 
to Confessore  di  Gesù  Cristo,  potessero 
essere  dalla  loro  carità  al  solito  provve- 
dute. Ma  s.  Giustino  martire,  il  quale  ben 
sapeva  qual  fosse  la  sorgente  della  com- 
passione e  della  misericordia  de'  cristiani 
verso  i  poveri,  e  specialmente  verso  co- 
loro eh'  essendo  seguaci  del  Piedenlore, 
non  aveano  chi  loro  procacciasse  il  ne- 
cessario sostentamento,  nella  sua  i."  Apo- 
logia, così  scrisse  agl'imperatori  Antoni- 
no Pio  e  Marc'  Aurelio.  I  fedeli  i  quali 
abbondano  di  facoltà,  e  vogliono,  secon- 
do ciò  che  loro  pare  convenevole,  danno 
quel  che  vogliono  al  presidente  della  Chie- 
sa, e  ciò  che  si  raccoglie  suol  essere  speso 
per  le  vedove,  per  gli  orfani,  per  gì' infer- 
tili, e  per  gli  altri  i  quali  hanno  bisogno 
d'essere  sovvenuti,  come pe carcerati,  pe' 
pellegrini  ec  Non  altrimenti  nello  stesso 
11  secolo  della  Chiesa  scrive  Tertulliano 
nel  suocelebre  Apologetico,  mentre  aper- 


VED  i)j 

tamente  confessa,  che  da'fedeli  era  som- 
ministrato il  bisognevole  a'fanciulli  e  al- 
le fanciulle,  delle  quali  erano  morti  i  ge- 
nitori, e  le  sostanze  erano  molto  ristret- 
te. Né  scemo  già  molto  coll'andarde'tern- 
pi  la  misericordia  de'noslri  antichi  cristia- 
ni verso  i  poveri,  e  specialmente  verso  le 
vedove,  i  pupilli  e  i  pellegrini,  trovando- 
si nelle  lettere  di  Giuliano  l'Apostata, che 
per  atterrare  la  religione  cristiana  sti- 
mava egli  esser  necessario,  che  fossero  i 
cristiani  in  ciò  imitati  da'geulili,  affinchè 
le  nostre  operazioni  buone  non  facessero 
loro  ombra,  e  non  si  accrescessero  il  nu- 
mero de'seguaci  del  Salvatore.  Se  gran- 
di erano  gli  effetti  della  carità  de'priini- 
tivi  cristiani  verso  i  pupilli  e  le  vedove  in 
generale,  non  può  negarsi,  che  alquanto 
maggiori  furono  verso  i  figli  e  le  mogli 
de'ss.  Martiri;  la  qual  cosa  consta  da'loro 
atti,  e  dalla  storia  ecclesiastica,  insieme 
alla  diligenza  che  ponevano  in  servirli  e 
soccorrerli,  trovandosi  in  carcere  per  aver 
confessato  Gesù  Cristo,  molti  de'quali  pe- 
rirono nelle  medesime  prigioni.  Raccon- 
ta iNovaes  nella  Storia  de  Pontefici,  che 
in  Roma  Papa  s.  Evaristo  deli  12  ordi- 
nò per  la  Chiesa  romana  7  diaconi,  e  fra 
gli  uffizi  che  loro  assegnò  vi  fu  quello,  che 
con  parte  delle  rendite  della  Chiesa  aiu- 
tassero i  poveri,  i  pupilli  e  le  vedove.  Leg- 
go nella  Fabiola  del  cardinal  Wiseman, 
che  s.  Giustino,  martirizzato  nel  1 67, men- 
tre dimorava  ne  Bagni  o  Terme  (F.)  di 
Timoteo  e  di  Novato,  ne'quali  si  eressero 
le  Chiese  di  s.  Prassede  e  di  s.  Pudenzia- 
na,  risiedendo  presso  questa  il  Papa,  ed 
ora  suo  titolo  cardinalizio,  vide  il  vesco- 
vo de'romani,  ossia  il  sommo  Pontefice, 
che  pigliava  cura  degli  orfanelli  e  delle 
vedove,  e  che  soccorreva  i  malati,  gl'in- 
digenti,i  carcerategli  stranieri  raccoman- 
dali quali  ospiti;  provvedeva  quanti  erano 
in  bisogno.  Indi  Papa  s.  Fabiano  del  238, 
divisa  Roma  in  7  regioni  ecclesiastiche, 
ad  ognuna  pose  un  diacono,  perciò  chia- 
mati regionari  ,  e  per  la  casa  loro  asse- 
gnala ebbero  origine  le  Diaconie  cardi- 


aÓ6  V  E  D 

naliiie  di  Roma  (I7*),  come  per  tal  divi- 
sione  derivarono  pure  i  Tuo  ti  Cardina- 
lizi di  Roma  (V.)  assegnati  a'preli.  Pre- 
tto le  diaconie  divennero  Ospizi  e  Ospe- 
dali [)t\)ov  evi,  vedove  e  pupilli,  a' quali 
ivi  ricettati,  ali  meo  tali  e  curali,  non  che 
forniti  dell'occorrente  vestiario,  i  diaconi 
prestavano  i  loro  aiuti  e  soccorsi,  in  ciòa- 
iutati  da'  Suddiaconi  (V.).  Nel  successi* 
vo  pontificato  di  s.  Cornelio  del  254,  nai'- 
ra  l'annalista  Rinaldi,  malgrado  le  Per- 
secuzioni della  Chiesa, questa  abbondan- 
temente sostentava,  oltre  il  clero,  1 5oo  tra 
vedove,,  pupilli,  poveri  e  infermi:  tra  le  ve- 
dove non  poche  erano  presbiteresse,  dia- 
eonesse  e  suddiaconesse.  Ne' primi  secoli 
della  Chiesa  numerose  erano  le  vedove, 
perchè  gii  antichi  cristiani  poco  amavano 
contrarre  con  esse  il  Matrimonio  {V.)>  il 
the  si  ricava  da  Tertulliano  ne' libri  in- 
dirizzati Alla  Moglie  sua,  ed  in  quello  del- 
la Monogamia,  che  contiene  in  tal  ma- 
teria dell'errore  e  dell'eccesso;  e  si  dedu- 
ce parimente  da'canoni  antichi  fatti  in  di- 
sfavore, non  solo  de' Bigami  (P.),  ma  an- 
cora di  coloro ,  che  con   vedove  aveano 
contratto  il  matrimonio,  i  quali  proibi- 
scono a  tali  persone,  che  non  sieno  pro- 
mosse agli  Ordini  ecclesiastici,  di  che  ra- 
gionerò poi.  Solo  qui  dirò,  che  i  canoni 
ridussero  all'ultimo  grado  i  Chierici,  a' 
quali  ne'primi  secoli  era  permesso  il  ma- 
trimonio, se  sposavano  una  vedova.  Nel 
concilio  tenuto  in  Roma  da  Papa  s.  Sil- 
vestro I  nel  324  presso  le  Terme  di  Tra- 
iano, alla  presenza  di  Costantino  I  impe- 
ratore e  di  sua  madre  s.  Elena,  statuì  che 
una  quarta  parte  delle  rendite  della  Chie- 
sa fosse  adoperata  a  beneficio  de' pò  veri, 
\edove ,  pupilli  e  infermi.  La  carità  de' 
Papi  fu  incessante  per  le  vedove,  i  pupil- 
li e  altri  bisognosi  ,  e  negli  antichi  tempi 
si  distinsero;  s.Gregorio  1  del  5qo;  s.  Pao- 
lo I  del  757,  il  quale  indusse  Desiderio  re 
de'longobardi  a  restituire  gli  usurpati  Pa- 
trimoni della  Chiesa  romana  (?'•),  co' 
quali  si  alimentavano  le  vedove  ,  gli  or- 
fani e  altri  poveri;  Sergio  li  dell'844  S,aQ 


VED 

protettore  delle  vedove,  e  consolatore  de' 
bisogno»!  j  Benedetto  111  dell' 855  fu  li- 
béralissimo colle  vedove,  co' pupilli,  co- 
gl?  infermi  e  altri  poverelli,  e  di  tulli  in- 
signe protettore.  In  ogni  tempo  con  zelo 
i  Papi  e  i  concilii  condannarono  gl'ipo- 
criti eretici  corruttori  delle  vedove.  Sino 
da'primilivi  tempi  della  Chiesa  molte  pie 
vedove  d'  un  solo  marito  e  altre  donne 
divote,chiamaleanco  vecchie  vedove, che 
per  la  gravità  de'loro  costumi  si  dedica- 
rono al  suo  servizio,  sollo  gli  ordini  de' 
vescovi  e  degli  altri  superiori  ecclesiastici, 
sì  per  rapporto  alla  cura  delle  donne  in- 
ferme, come  l'odierne  esemplari  Sorelle 
ospedaliere (F.),  sì  per  l'aiuto  dell'amali' 
nistrazione  del  Battesimo  per  immersio- 
ne delle  donne,  dopo  averle  istruite,  nel- 
l'amministrazione d  e  1 1  a  Co  nferm  a  zio  u  e, 
in  quella  pure  dell'  Unzione  estrema,  e 
divenute  cadaveri  ne  lavavano,  ungevano 
e  vestivano  il  corpo  e  aveano  cura  della 
sepoltura  ,  e  sì  per  altri  uffìzi  e  partico- 
larmente per  istruire  le  altre  vedove  al- 
l'osservanza delle  costituzioni  apostoliche; 
facevano  da  maestre.  S.  Paolo  ueWEpist. 
a  Timoteo  indica  le  qualità  che  doveano 
avere  tali  sorte  di  vedove,  appellale  col 
generico  nome  di  Diaconesse  {J' .)  e  Mi- 
nistrae,  le  quali  si  traevano  dal  dettoce- 
lo e  di  60  anni  per  essere  meritamente 
collocate  in  quel  grado.  Abbiamo  dal  con- 
cilio di  Laodicea  del  IV  secolo,  le  vedove 
vecchie  per  rispetto  all'età  chiamate  dia- 
conesse, senza  effettivamente  esserlo.  Sic- 
come tra  tali  vedove  eranvi  molle  esem- 
plari donne,  clie  di  pieno  consenso  co'lo- 
ro  marili,eransi  separate,essendosi  essi  de- 
dicati al  chiericato  e  perciò  divenuti  ve- 
scovi, preti,  diaconi,  suddiaconi,  le  loro 
mogli  si  denominarono  Vcscovesse,  Pre- 
sbitere  o  Presbiteresse,  Diaconesse,  Sud- 
diaconesse  (F'.).  Sotto  pena  di  scomuni- 
ca, non  potevano  celebrare  altro  Sposa- 
lizio (^.),  neppure  dopo  la  morte  de' ri- 
spettivi  mariti.  Ne' citati  articoli  narrai 
tutti  gli  nfiizi  da  loro  esercitati.  Altre  di 
tali  donne  entravano  ne'  monasteri  e  si 


VED 

rendevano  Religiose  (J7.).  Le  tliuconesse 
custodivano  le  Porte  di  Chiese  (F.)  per 
dove  entravano  le  donne,  e  l'inlroduce- 
vano  nel  niatroneo  o  luogo  separato  da- 
gli nomini,  anco  con  cortine,  i  drappi 
delle  quali  si  dissero  anche  J  eli  (F.)t 
esse  vegliando  che  vi  stassero  con  divo- 
zione; la  Chiesa  di  s,  Agnese  fuori  del' 
le  mura  di  Roma,  conserva  l'idea  dell'in- 
gresso e  della  stazione  separata  delle  don- 
ne dagli  uomini  nelle  tribune;  dagli  an- 
tichi steccali  di  separazione  alcuni  dedu- 
cono l'origine  delle  navi  laterali.  Inoltre 
le  diaconesse,  le  presbitere,  ec.  esercita- 
vano alcuni  uffizi  alquanto  simili  a  quelli 
de'd'uiconi,  servendo  alle  donne  in  ciò  che 
i  diaconi  ed  anco  i  preti  e  i  vescovi  non 
potevano  fare  per  decenza  e  onestà;  fa- 
cendo sempre  voto  di  Celibato  (F.)  e  ca- 
ntila perpetua,  allorché  come  le  preghi- 
tele erano  in  un  cerio  modo  quasi  ordi- 
nate e  consagrate  dal  Papa  e  da'vescovi 
coli'  imposizione  delle  Mani ,  e  la  recita 
d'alcune  preci,  a  seconda  delle  prescrizio- 
ni di  s.  Bartolomeo  apostolo,  che  narrai 
ne'luoghi  ricordali:  era  una  specie  di  be- 
nedizione che  ad  esse  e  alle  presbitere  da- 
vano nel  ricevere  la  loro  professione  in 
quella  parte  della  Chiesa  o  Tempio  det- 
ta segretario  minore  ,  del  quale  riparlai 
nel  voi.  LX,  p.  i5j  ,  senza  che  in  delle 
donne  restasse  impresso  carattere  alcuno 
sagro,  di  cui  sono  incapaci, perciò  nel  tem- 
pio rimanevano  nel  solito  luogo  laicale,  e 
fra  le  persone  secolari  le  annoverò  il  con- 
cilio Niceno  nel  3i5.  Per  ammetterle  al- 
la professione  occorreva  la  scelta  del  ve- 
scovo e  il  consenso  del  clero  ,  dopo  una 
diligente  disamina  di  loro  vita  e  costumi. 
Nel  Pontificale  romano  aulico,  come  af- 
ferma Piazza  nel  Clurosilogio  ,  si  traila 
della  benedizione  della  vedova  professa, 
nella  quale  prendeva  il  Telo;  nel  qua- 
le articolo  parlai  delle  varie  sorte  di  ve- 
li che  si  dierono  e  si  danno  tuttora  alle 
donne  dedicate  al  divino  servizio,  dicen- 
dosi anticamente  velo  di  continenza  e 
d*  osservanza  quello  delle  vedove  e  dou- 


V  E  D  *57 

ne  separate  da'  loro  mariti,  che  Facevano 
professione  religiosa.  Che  nella  Spagna 
ancora  fossero  vedove  consagrate  a  Dio, 
senza  entrare  in  monastero,  e  chiamate 
Sanclimonìales,  lo  dissi  nel  voi.  LXXVI, 
p.  2G9.  Il  p.  Chardon,  t.  3,  lib.  3,  cap.  12, 
riporta  I'  orazione  che  recitava  il  vesco- 
vo nell'imposizione  delle  manie  benedi- 
zione delle  diaconesse,  durante  la  mes- 
sa propria  di  quesla  funzione,  dopo  il 
graduale;  poneva  loro  la  stola  al  collo,  da- 
va loro  l'anello  e  un  monile  in  forma  di 
corona  sul  capo.  Nella  chiesa  greca  si  po- 
neva ai  collo  delle  diaconesse  la  stola,  si 
facevano  comunicare  all'altare,  e  si  dava 
loro  in  mano  il  calice  col  Sangue  del  Si- 
gnore. Il  Renaudot,  Liturgiarum  Orien- 
ta lium,  tratta  nel  t.  2,  p.  124*.  Diaconis- 
sartitn  Offici  uni  in  distri/menda  forminis 
Co'.'imunioue.  Quindi  la  Chiesa  affidava 
a  queste  vedove,  fra  le  quali  eranvi  an- 
che delle  Fergini  (F.)  di  senno  e  alme- 
no di  4°  anni,  o  de'pietosi  ulììzi  per  sup- 
plire a'diaconi,  o  le  destinava  ad  alcuni 
incarichi  iu  servizio  del  sagro  tempio,  lo. 
lernpo  delle  persecuzioni  le  diaconesse  e 
altre  simili  donne,  per  non  ingerire  so- 
spetto ne'pagani,  eseguivano  le  commis- 
sioni de'  vescovi  e  de'  curati,  colle  donne 
ritirate, animandole  alla  costanza  nella  fe- 
de e  sovvenendo  le   bisognose,  massime 
le  vedove,  l'orfane  e  l'inferme;  procura- 
vano eziandio  i  necessari  soccorsi  a'confes- 
sori  di  Cristo,  nascosti  o  prigioni,  recan- 
do loro  i  consigli  e  i  conforti  de' vescovi. 
Siffatte  donne  lesero  importanti  servigi 
a'vescovi,  a'preti,  a'diaconi  e  a'suddiaco- 
ni;  e  per  essi  dispensavano  a  quelle  del 
loro  sesso  le  limosino  e  offerte  de'fedeli, 
precipuamente  se  vedove  e  orfane,  vigi- 
lando sui  loro  costumi  con  entrare  libera- 
mente nelle  loro  case  e  prendere  minuta 
cognizionedel  tenoredi  loro  vila. In  questo 
e  altro  le  somigliano,  se  zelanti,  le  nostre 
deputale  della  commissione  de'  Sussidii, 
le  laicali  Sorelle  della  carità  e  simili.  A.* 
tempi  di  s.  Agostino  le  diaconesse  porta- 
vano abiti  differenti  daile  douue  scuoia- 


5^3  VED 

ri,  e  però  il  santo  ncil'  J-pist.  199  ri- 
prese Eodicea,  che  senza  licenza  del  ma- 
rito avea  deposta  la  veste  laica, e  andava 
vestila  di  nero.Ne'monasteri  lediaconesse, 
le  presbilere,  ec,  portavano  abito  distinto 
eaveanopodestà  di  dar  principio  alle  Ore 
canoniche.  Senza  essere  propriamente 
diaconesse,  presbilere  ec,  le  pie  vedove  e 
vecchie  talvolta  furono  altresì  appella- 
te con  tali  denominazioni.  Le  diaconesse 
durarono  più  lungamente  nella  Chiesa 
greca,che  nella  Ialina.  Notai  nel  voi.  XIX, 
p.  272  ,  non  più  esistere  nella  chiesa  di 
Milano  le  diaconesse,  come  asserì  Ma- 
gri; esservi  bensì  la  scuola  di  s.  Ambro- 
gio composta  di  1  o  vecchioni,  e  di  1  o  vec- 
chione scelte  fra  le  povere  e  oneste  fem- 
mine celibi  attempate,  le  quali  nelle  mes- 
se festive  e  solenni  fanno  I*  uffizio  di  O- 
blazionario  (Z7.)  nella  metropolitana,  of- 
frendo il  pane  pel  sagrifizio,  mentre  il  vi- 
no si  oifre  da'  vecchioni  (il  p.  Menochio 
osserva  che  il  rito  ambrosiano  parteci- 
pando alquanto  del  greco,  le  vecchione 
figurano  l'antiche  diaconesse,  ed  i  vec- 
chioni gli  anziani  del  popolo).  DeWUffi* 
ziatura  ambrosiana  riparlai  in  quest'ar- 
ticolo, in  uno  a' decumani,  preti  del  cle- 
ro milanese,  appellati  ancora  frali  deca* 
mano-canonici.  Qui  aggiungerò  che  ol- 
tre al  ceto  de'  decumani ,  esisteva  nella 
chiesa  milanese,  verso  la  fine  del  secolo 
X  o  nel  principio  dell'XI,  un  altro  ceto, 
equestodi  femmine,lequali  sebbene  non 
fossevo  clùiMiìùle  decumane  o  decumanes- 
fé,  nondimeno  all'istituto  e  al  genere  di 
vita  de'decumani  non  poco  accosta vansi. 
Quelle  femmine  erano  distinte  col  nome 
di  Scrinane,  scriplanes,  e  probabilmen- 
te erano  le  stesse,  che  in  alcune  vetuste 
memorie  monache  vengono  denominale. 
Esse  intervenivano  nella  basilica  di  s.  Ain« 
brogio  di  Milano  all'esequie  e  agli  anni- 
versari de'defuuti,  partecipavano  d' alcu- 
ne distribuzioni,  e  possedevano  altresì  iu 
comune  alcuni  fondi.  Queste  scrittane  e- 
rauo  divise  in  maggiori  e  minori;  pare 
che  maggiori  fossero  quelle  douue  vedo» 


VED 

ve,  le  quali  secondo  il  costume  di  delti 
tempi  vestivano  l'abito  religioso;  e  le  mi- 
nori quelle  donne  che  non  eransi  mai  le- 
gate in  matrimonio,  dimorando  collo  stes- 
so abito  religioso  nelle  proprie  case,  co- 
me le  vedove.  Quantunque  le  scrittane 
soggiornassero  privatamente  tra  le  do- 
mestiche pareli,  pure  formavano  tra  lo- 
ro un  ceto  assai  numeroso.  Dall'  essere 
state  descritte  e  registrate  in  5  brevi  o  ca- 
taloghi, trassero  verosimilmente  la  deno- 
minazione di  scriplanes.  Tale  ruolo  ser- 
bavasi  presso  un  ecclesiastico,  distinto  col 
titolo  di  maestro  ,  titolo  che  denota  su- 
periorità sudi  esse;  ed  a  lui  spellava  l'am- 
ministrazione e  la  stipulazione  decontrat- 
ti. Oltre  la  riferita  ingerenza  delle  scrit- 
tane nella  basilica  di  s.  Ambrogio  di  Mi- 
lano, non  è  improbabile  il  credere  che  il 
loro  uffizio  somigliasse  a  quello  in  cui  e- 
rano  una  volta  impiegale  le  diaconesse, 
le  (piali  al  dire  di  Allone  vescovo  di  Ver- 
celli (sono  due  di  tal  nome,  uno  fiorilo 
nel  697  e  l'altro  nel  924),  menavano  una 
vita  religiosa  e  casta,  impiegate  nel  pre- 
parare l'oblazioni  da  consegnarsi  a'sacer- 
doti,  nel  custodire  le  porte  delle  chiese  e 
nel  tenere  terso  il  pavimento.  La  mona- 
ca difatti  ch'era  nel  ruolo  della  nume- 
rosa famiglia  dell'arcivescovo  di  Milano, 
nel  secolo  XIII,  dovea  scopar  la  chiesa. 
Quelle  monache  nondimeno,  le  quali  in 
Milano  dimoravano  presso  ilbatlisterodi 
s.  Stefano  alle  fonti,  un  altro  più  nobile 
impiego  aveano ,  di  assistere  e  di  servire 
per  la  maggior  decenza  nell'amministra- 
zione del  battesimo  alle  femmine,  a  cui 
in  tale  fonte  era  privativamente  conferi- 
to, come  nell'altro  di  s.  Giovanni  priva- 
tivamente a'  maschi.  Che  ne'  Battisteri 
vi  fossero  Veli  per  coprire  le  donne  nel- 
l' immersione,  lo  notai  nell'  ullimo  ar- 
ticolo. Anticamente  alcune  donne  chia- 
male So tC  Introdotte  (P.)t  fra  le  qua- 
li eranvi  delle  vedove,  gli  ecclesiasti- 
ci mantenevano  nelle  loro  case,  sia  per 
carità  e  sia  per  aver  cura  de'loro  dome- 
stici affari,  equivalenti  alle  odierne  go- 


V  ED 

vernanti.  A  togliere  i  sospetti,  nel  3x'J  le 
proibì  il  concilio  di  Nicea  I,  tranne  le  ma- 
dri, sorelle,  zie  e  oltre  parenti.  Già  le  a- 
veano  vietale  i  concilii  di  Cartagine  e  di 
Elvira,  e  poscia  proibironle  parecchi  al- 
tri concilii.  Ora  passo  a  pai  lare  d'alcune 
sante  vedove  celebri  ne' fasti  della  Chiesa 
di  Dio. 

Leggo  nel  p.  Ruinart,  dui  sinceri  de* 
primi  martiri,  t.  2,  p.  438,  di  quelli  di 
s.  Teonilla  (V.)%  che  in  Egea  il  presi- 
dente della  Cilicia  Lisia  la  fece  condurre 
al  suo  tribunale  come  cristiana  e  l'inter- 
rogò: Hai  tu  marito,  oppur  sei  vedova? 
Teonilla  rispose:  Sono  23  anni,  da  che 
sono  vedova,  e  sono  rimasta  sino  al  gior- 
no d'  oggi  in  questo  stato  per  amor  del 
mio  Dio;  e  da  che  conobbi  il  vero  Dio,  e 
mi  ritirai  dall'empio  culto  degl'  idoli,  io 
ho  vivuto  in  continui  digiuni,  vigilie  e 
orazioni.  Lisia  soggiunse:  Con  acuto  ra- 
soio radetele  il  capo  (l'esser  calva  eia  per 
una  donna  cosa  d'estrema  vergogna,  e  s. 
Paolo  ne  tratta  nella  sua  \.3  Epist.  a'corin- 
ti;  perciò  fu  una  delle  più  grandi  ingiurie 
e  sensibilissime,  che  potesse  la  santa  rice- 
vere), acciocché  resti  cosi  svergognata  per 
sempre,  e  cingetela  con  roveri  spinosi,  e 
distendetela  sopina,  e  legatela  per  le  ma- 
ni e  pe'  piedi  a  4  pn li,  e  con  una  grossa 
lista  di  cuoio  flagellatela  senza  modo  e 
misura,  e  nelle  spalle,  e  in  tutta  la  perso- 
na.  Mettetele  ancora  sopra  del  veutre  car- 
boni accesi,  e  muoia  così.  Fatto  tutto  que- 
sto, Eulalio  uno  de'  ministri  criminali,  e 
Archelao  carnefice,  ditterei  a  Lisia:  Teo- 
nilla già  è  morta.  Lisia  disse:  Mettete  en- 
tro un  sacco  il  corpo  di  lei,  legatelo  stret- 
tamente e  gittalelo  nel  mare. Subito  veli- 
ne eseguilo.  Osserva  il  Luchini  tradutto- 
re e  annotatore  del  Ruinart,  che  si  è  sem- 
pre permesso  nella  Chiesa  il  passare  alle 
seconde  nozze,  ma  sempre  si  sono  riguar- 
date quasi  come  vergini  quelle,  che  dopo 
il  matrimonio  disciolto  per  la  morte  del- 
lo sposo  (o  per  reciproco  consenso  per  vo- 
cazione ecclesiastica  e  religiosa)  volici o 
dipoi  vivere  celibi  per  onore  di  Gesù  Cri- 


VED  2% 

sto;  massimamente  se  erano  rimaste  ve- 
dove nella  gioventù,  come  par  certo  che 
fosse  avvenuto  a  s.  Teonilla,  la  (piale  per 
quanto  può  congetturarsi,  non  era  anco- 
ra vecchia,  ed  era  vedova  da   1 3  anni. 
Quelle  vedove  però,  che  erano  di  som- 
ma edifica/ione  alla  Chiesa,  e  ch'erano  o- 
norate  assai,  erano  quelle  che  osservava- 
no la  disciplina  loro  preseti  Ita  da  s.  Pao- 
lo nella  ricordata  Epist.  a  Timoteo,  cap. 
5  a,  v.  3.  Quivi  s.  Paolo  comanda,  che 
quelle  giovani  vedove,  alle  quali  non  dia 
l'animo  di  starsi  ritirate  in  casa,  di  mor- 
tificarsi continuamente,  di  far  molta  ora- 
zione, e  di  attendere  indefessamente  al 
governo  donnesco  della  casa,  e  all'eser- 
cizio costatile  dell'opere  della  misericor- 
dia cristiana;  e  invece  piace  loro  d'anda- 
re attorno,  il  ciarlare,  il  dire  e  l'ascoltare 
le  novelle  del  paese,  e  il  vivere  in  deli- 
catezze e  in  comodi  eccedenti;  lo  stesso  s. 
Paolo  comanda,  che  queste  vedove  passi- 
no sbrigatamele  alle  seconde  nozze.  Po- 
lo funiores  nubere,fìlios  procreare \ina- 
tresfamilias  esse,  indiani  occasionali  da- 
re adversario  maledirti  «ralla.  S.  Teonil- 
la fu  una  delle  rare  vedove  della  prima 
maniera,  e  simile  a  s.  Felicita  (F.)  da- 
ma romana.  Di  questa  è  scritto  ne' suoi 
atti:  Die,  nocluqiie  orationibus  vacansy 
magnani  de  se  aedificationem  caslis  men- 
tibns  dabat.  E  s.  Teonilla  disse  di  se:  In 
hodiernum  diexxnrannos  habeo,ex  quo 
sum  vidnaj  et  propler  Deuni  nieam  sic 
mansijej'unansi  et  pervigilans  in  oratio- 
nibus. Molte  furono  uè'  primi  secoli  cri- 
stiani le  vedove  che  anteposero  lo  stato 
loro  al  matrimoniale,  e  grandemente  fu- 
rono onorate  e  rispettale.  Nella  citata  E' 
pist.  di  s.  Paolo  a'  corinti  è  fatta  menzio- 
ne de'  3  stali  matrimoniale,  verginale  e 
vedovile,  esenz'alcuna  dillìcoltà  antepo- 
ne i  due  secondi  al  primo.  Rileva  Rinal- 
di, che  pegli ammaestramenti  di  s.  Paolo, 
T  impudica  Corinto  divenne  scuola  d'o- 
nestà e  di  pudicizia;  i  quali  insegnamen- 
ti si  diffusero  nell'  altre  chiese  della  cri- 
stianità, cominciando  subilo  i  collegi  del- 


afio  VEI) 

le  sanie  vergini  e  vedove,  chiamati  poi 
Monasteri.  Di  queste  cose  fa  piena  fede 
s.  Ignazio,  il  quale  reggeva  in  que'  tempi 
con  s.  Evodio  successore  di  s.  Pietro  la 
cliiesa  d'Antiochia,  e  scrisse  a'  filippensi: 
Saluto  Collegium  virginum,  et  coetum  vi- 
duarum.  Scrivendo  indi  a  que'  di  Tarso, 
parlando  delle  vergini  e  delle  vedove  dis- 
se: Quae  in  virginilate  deglint,  in  predo 
habele,velut  Christisacerdotes ,  viduasin 
pudicilia  permanentes,  ut  altare  Dei.  Al- 
lrovescrisses.l"nnzioa"li  antiocheni:  Sa* 
luto  custode»  sacrorum  vestibulorum  dia- 
conissas,  parlando  delle  vergini  e  delle  ve- 
dove, le  quali  sciolte  dal  vincolo  e  dalle 
obbligazioni  matrimoniali,  hanno  più  a- 
gio  e  comodità  d'attendere  all'orazione 
e  agli  altri  atti  di  religione,  seguendo  l'in- 
segnamento deH'Aposlolo,che  consiglia  le 
vedove,  ut  instenl  obsecrationibus^et  ora* 
tionibus  nocteac  die.  Scrisse  inoltre  s.  I- 
gnazio,  che  le  vedove  osservatrici  della  ca- 
stità e  della  continenza  si  debbono  rispet- 
tare e  onorare  a  guisa  dell'aliare  di  Dio, 
cioè  come  cosa  dedicata  e  consagrata  a 
Dio,  per  ragione  del  voto  di  castità  che 
molte  di  esse  facevano  ,  dopo  eh'  erano 
sciolte  dal  legame  del  matrimonio.  In  al- 
cune chiese,  massimamente  della  Sorta  e 
dell'Egitto,  il  velo  verginale  pel  capo  era 
dato  tanto  alle  vergini  quanto  alle  vedo- 
ve che  si  dedicavano  a  Dio,  e  le  une  e  le 
altre  si  tagliavano  i  capelli,  come  riferi- 
sce s.  Girolamo  ueWEpist.  48;  e  non  per 
imitare  le  Pestali  (F.)  vergini  paga  ne  de' 
romani,  ma  pel  mistero  che  essendo  lo- 
ro dati  i  capelli  in  segno  di  soggezione,  le 
sposate  con  Cristo,  poste  in  libertà,  non 
sono  piti  agli  uomini  obbligale.  E  qui  no- 
terò, che  alle  romane  sacerdotesse  fiatili* 
ni,  mogli  di  sacerdoti  (lumini,  era  inter- 
detto il  Divorzio  (?'.),  e  divenute  vedo- 
vecessava  il  loro  sacerdozio.  S.  Girolamo 
i\e\Y  apologia  de'suoi  libi  i  contro  Giovi- 
niano,  pare  che  peli.0  applicò  alle  vergi- 
ni il  fruito  centesimo,  per  dar  luogo  alle 
vedove  il  sessagesimo,  ed  in  quello  del  tri- 
gesimo alle  maritate,  cioè  i  diversi  gradi 


V  ED 

di  merito  proprio  de'3  stali  delle  donne. 
Stupivano  i  pagani  della  vedovanza  os- 
servata dalle  donne  cristiane.  Nel  voi. 
LXXXIV,  p.  80,  narrai  che  la  celebre  s. 
Galla  (V.)  della  nobilissima  romana  fa- 
miglia Anicia,  primo  ceppo  della  nobiltà 
romana  che  ricevesse  il  battesimo,  se- 
condo Piazza,  per  restare  vedova  non 
curò  che  gli  crescesse  la  barba,  preferen- 
do di  piacere  allo  Sposo  celeste.  Essa  è  di- 
versa dall'altra  vedova  s.  Gallagli  cui  par- 
la s.  Agostino  :  s.  Fulgenzio  vescovo  di 
ltuspa  le  indirizzò  la  lettera,  De  conso' 
lattone  super  morte  mariti,  et  de  statu  vi- 
duarum,  che  può  leggersi  tradotta  nel 
Chrrosilogioi\e\  Piazza.  E  s.  Gregorio  I 
scrisse  de!  suo  felicissimo  Iransito.Appren- 
do  da  Rinaldi, che  l'imperatore  Valenti- 
niano  I  nel  370  colla  legge  De  Censibus, 
dichiarò  esenti  da  quello  della  plebe,  le 
monache,  le  vedove,  i  pupilli.  Narra  il 
citato  Piazza,  che  dal  codice  Teodosiano 
e  di  Giustiniano  I,  e  dal  testo  canonico, 
si  fa  menzione  de'  privilegi  concessi  spe- 
cialmente alle  vedove,  tra'quali  quelli  che 
hanno  l'elezione  del  foro  in  qualsivoglia 
causa;  partecipano  della  nobiltà,  della  di- 
gnità,degli  onori  e  della  sepoltura  del  ma- 
rito,qua  odo  non  passino  alle  seconde  noz- 
ze, e  vivano  castamente.  Anzi  godono  de' 
privilegi  non  solo  personali,  ma  della  fa- 
miglia e  de'figli,  chiamandosi  la  vedova 
onesta,  Immagine  viva  del  marito  morto j 
essendo  perciò  compresa  nello  statuto  del- 
lo stato  matrimoniale,  eziandio  del  domi- 
cilio del  marito,  oltre  i  propri  privilegi 
dello  stato  vedovile.  Nel  Tribunale  (F.) 
de'  Placiti,  si  preferiva  il  disbrigo  delle 
cause de'poveri,  vedove  e  orfani,  dovendo 
il  Conte  provvedere  alla  mancanza  del 
difensore  loro.  Quelle  si  dicono  esser  ve- 
ramente vedove,  che  sono  abbandonate 
d'ogni  umano  sussidio,  che  non  hanno  fi- 
gli o  fratelli  e  altri  parenti  provvisti  di 
beni  di  fortuna  e  di  carità  per  sovvenir- 
le; queste  vuole  s.  Paolo  che  siano  ono- 
rate doppiamente,  cioè  con  quell'  onore 
che  consiste  in  una  certa  riverenza  este- 


VED 

fiore,  e  quello  che  si  stende  a  porgere  lo- 
ro aiuto,per sollevarle  dalle  necessità  nel- 
le quali  si  trovano.  Dice  s.  Girolamo  sul 
cap.  1 3  di  s.  Matteo:  Honor  in  sciiplura, 
non  tam  in  salulalionibus  drferendis, 
quam  in  eleemosynis  ac  numerimi  obla- 
tione  sentitur.  Questa  seconda  sorte  d'  o- 
noie  si  fece  alle  vedove  dalla  Chiesa,  dal- 
la quale  aveano  i  ricordati  alimenti,  che 
però  s.  Gio.  Crisostomo,  De  Sacerdotio, 
lib.  3,  fra  l'altre  ragioni  che  riporta  nel 
suo  ricusare  il  vescovato  di  Costantinopo- 
li,comepesogravissimo,questaèuna,cioè 
l'aver  cura  delle  vedove  e  il  provvederle 
ne' loro  bisogni.  Fra  le  celebri  sante  ve- 
dove romane  de'  primi  secoli ,  meritano 
ricordarsi  le  matrone,  olire  il  celebre  pro- 
totipo di  s.  Gallai  splendore  delle  vedo- 
ve sante  e  virtuose,  s.  Marcella  (V.)t  e 
s.  Paola  (V.)  madre  dis.  Euslochia  (V.). 
Di  eguale  rinomanza  fu  Fabiola, altra  ve- 
dova e  principalissima  dama  romana,  del- 
l'antica e  illustre  famiglia  Fabia, onorata 
anche  col  titolo  di  santa,  ma  per  non  esse- 
re compresa  nelle  File  de' santi  del  cele- 
breButler,che  adottai  pe'cenni  di  agiogra- 
fia delle  Vite  de' Generabili  (V.)  servi  di 
Dio,  soltanto  ne  parlai  all'opportunità  : 
nel  Martirologio  romano  non  è  registrata 
per  santa,  ed  il  Piazza  cou  tale  titolo  ne 
fece  degna  menzione  a '28  ottobre,  nell'is- 
merologio  di  Roma.  Perla  sua  celebrila 
ne  dirò  qui  alquante  parole.  Essendo  da' 
suoi  parenti  stata  obbligata  a  sposare  un 
uomo  di  cui  non  conosceva  i  costumi, fu 
costretta  con  divorzio  ad  abbandonarlo, 
quand'ebbe  la  disgrazia  di  conoscerlo  co- 
sì sregolatoe  corrotto;  ella  usò  quindi  del- 
la libertà  che  davano  le  leggi  civili  per 
rimaritarsi  con  un  altro,  ciò  che  fu  per 
lei  in  seguilo  un  motivo  d'  esemplare  pe- 
nitenza, che  fu  celebrata  quanto  quella 
di  Teodosio  I  il  Grande.  Perchè  avendo 
iutesodopo  la  morte  di  quest'ultimo  sup- 
posto marito,  che  per  esso  avea  trasgredi- 
to e  violato  la  legge  dell'Evangelo,  da  lei 
osservata  sempre  con  molta  pietà,  nel  390 
per  riparare  ed  espiare  il  suo  fallo,  e  per 


VED  261 

confessarlo  pubblicamente,  coprissi  d'un 
sacco,  e  colla  testa  nuda  e  i  capelli  spar- 
si di  cenere,  si  mischiò  nella  vigilia  di  Pa- 
squa fra'pubblici  penitenti;  si  preseutò  in 
tal  foggia  alla  basilica  Lateranense,  a  vi- 
sta di  tutta  Roma  piangendo  con  dolore 
dirottamente,  come  narrai  nel  voi.  LXlf, 
p.  56.  Ivi  restò  finche  il  Papa  s.  Silicio 
paternamente  intenerito  la  chiamò,  ciò 
che  gli  produsse  tanta  commozione,  che 
destò  quella  pure  di  tutto  il  clero  e  il  po- 
polo ,  essendo  stata  da  lui  già  cacciata, 
secondo  alcuni, ammettendola  allacomu- 
nione.  Certo  è  che  nessuna  persona,  di 
qualunque  stato  fosse  ,  era  esente  dalle 
pratiche  imposte  da'sagri  canoni  a  quelli 
che  facevano  la  penitenza  pubblica.  Fa- 
biola tra  le  più  ricche  e  nobilissime  da- 
me romane  giovani  non  poteva  andarne 
esente;  ed  essa  con  austero  e  luminoso  e- 
sempio  adempì  il  suo  obbligo  con  quella 
compunzione  e  fervore  ,  di  cui  il  massi- 
mo dottore  s.  Girolamo  ci  ha  lasciala  nel- 
YEpist.  ad  Oceanum  de  epitaph.  Fabio* 
lae,  una  pittura  tale  che  corrisponde  in 
tutti  i  colori  alla  grandezza  del  soggetto  e 
alla  sublimità  del  suo  ingeguo,  toccando 
pure  la  diversità  delle  miserie  umane  di 
nostra  fragilità.  Ristabilita  nella  comu- 
nione de'fedeli, Fabiola  ne  provò  una  gioia 
che  non  ailìevolì  per  nulla  il  suo  ardore 
per  la  penitenza.  Ella  vendè  tutti  i  suoi 
beni,  ch'erano  considerabilissimi,  e  desti- 
nò il  denaro  ricavato  a  sollievo  de'poveri, 
e  fu  la  prima  che  stabilì  a  Roma  un  Ospe- 
dale in  Trastevere  per  un  gran  numero 
di  malati  (mentre  s.  Gallicano  e  s.  Pam- 
machio  genero  di  s.  Paola  altri  ne  fonda- 
vano per  gl'infermi  e  pellegrini  a  Ostia 
e  Porto,  cioè  alle  foci  del  Tevere),  e  si  di- 
stinse uelP  accoglierli,  assisterli  in  tutti  i 
loro  bisogni  e  colle  proprie  mani  servirli, 
come  rilevai  nel  voi.  XLIX,  p.  267;  con 
una  carità,  una  forza  e  un  coraggio  ine- 
sprimibile, senza  verun  riguardo  a'  mi- 
nisteri più  bassi,  e  colla  pietosa  assisten- 
za ad  ogni  sorte  d'infermi,  eziandio  di  schi- 
fose malattie,  nou  badando  adatto  all'eie- 


afo  V  E  D 

vaio  sua  condizione.  Anche  il  Piazza, Eu* 
sevologio  Romano,  p.  3^,  fa  eco  all'elo- 
quenza d'oro  del  grans.  Girolamo,  nel- 
l'esaltare  la  gran  matrona  Fabiola,  e 
nel  rilevare  che  fu  la  i,"  in  Roma  a  fon- 
dare un  pubblico  ospedale  o  ricetto  pe* 
poveri  languenti  d'  ogni  umana  miseria 
e  corporale  schifosità  ;  facendo  così  co- 
se grandi,  forse  per  l'addietro  non  mai 
"vedute  in  Roma.  L'annalista  Rinaldi  nel- 
1' altamente  encomiare  l'immensa  ca- 
rità di  Fabiola  co'poveri  e  le  sue  copio- 
sissime limosine,  racconta  che  raccoglien- 
doli infermi  sulle  piazze,  e  quantunque 
puzzolenti  sovente  portandoli  all'ospeda- 
le sulle  spalle  proprie,  non  era  meno  ge- 
nerosissima co'chierici,  i  monaci  e  le  ver- 
gini; e  che  essendo  troppo  angusta  la  cit- 
tà di  Roma  rispetto  alla  misericordia  di 
lei,  mandava  per  le  provincie  e  isole  a 
somministrar  limosine  a'chiostri  religio- 
si. L'ospedale  di  Fabiola  fu  pubblico  e  in 
tempo  che  poteva  esserlo  pe'cristiani,  pel 
culto  libero  che  potevano  esercitare;  poi- 
ché particolari  ospedali  già  l'inesauribi- 
le e  multiforme  carità  de'  primitivi  cri- 
stiani ne  avea  avuti  e  in  tempo  pure  del- 
le persecuzioni.  Infatti  trovo  nella  vita 
di  Papa  s.  Cleto  dell'anno  80,  che  con- 
verti In  propria  casa  in  ospedale  pe  pel- 
legrini, poi  chiesa  titolare  di  s.  Matteo  in 
JVIerulana.  E  leggo  nell'opera  del  cardi- 
nal Wiseman,  la  quale  vado  a  ricordare 
fra  poco,  che  nella  casa  di  s.  Agnese  pres- 
so la  via  Nomentana,  prima  del  3o5,  dal- 
la medesima  o  da'suoi  genitori  era  stato 
stabilito  un  occulto  ospedale  pe'cristia- 
ni, ed  ove  era  medico  il  buon  prete  Dio- 
nigi. La  virtù  di  Fabiola  non  volle  che 
la  sua  patria  solamente  sentisse  le  sue 
beneficenze,  ma  dopo  aver  soccorso  mol- 
ti monasteri  fabbricati  sulle  coste  dellaTo- 
scaiia,  percorso  diversi  altri  paesi  d'  Ita- 
lia per  filigliene  parte,  andò  (ino  in  Pa- 
lestina per  appagar  la  sua  divozione  ver- 
so i  luoghi  di  Terra  Santa,  comeavea  fat- 
to s.  Paola.  Ella  nel  visitare  il  s.  Prese- 
pio a  Retlemme,  vide  s.  Girolamo  che  ivi 


VED 

dimorava  a  far  penitenza,  ed  a  sfogare  fai 
sua  accesa  divozione  per  l'avventuroso 
luogo  che  vide  nascere  il  Salvatore  del 
mondo.  Dacché  questi  conobbe  eh'  essa 
pensava  a  stabilirsi  in  qualche  parte  di 
que'venerabili  luoghi  perivi  vivere  nella 
solitudine  in  santa  contemplazione,  pres- 
so la  culla  di  nostra  s.  Religione,  egli  a- 
doperossi  per  procurarglielo.  Ma  essen- 
dosi un'  armata  spaventevole  di  unni  e 
altri  barbari  gettata  in  Oriente,  e  trovan- 
dosi la  Palestina  fortemente  minacciata, 
Fabiola  hi  obbligata  di  ripatriare,  e  giun- 
ta in  Roma  fu  costretta  di  alloggiare  pres- 
so altri,  come  urrà  straniera,  non  restan- 
dole ormai  più  nulla  sulla  terra,  a'  po- 
veri di  Palestina  avendodispensato  quan- 
t'  erale  rimasto.  Aspettò  in  Roma  il  resto 
del  lungo  tempo  del  suo  esilio  mortale, 
esercitandosi  sempre  in  essa  nelle  più 
grandi  pratiche  d'umiltà  e  carità,  e  vi  mo- 
li a'27  dicembre  del  400.  S.  Girolamo  la 
celebrò  nelle  sue  EpisL:  LaudemChrislia* 
norum,  Miraculum  Genlilium,  Luciani 
Paupcrum,  Sola  tinnì  Monachorum.  E 
descrivendo  egli  eloquentemente  i  solen- 
ni funerali  accompagnati  dalle  lagrime 
universali  de'poveri,  e  dagli  applausi  e  o- 
norì  di  tutta  Roma,  per  le  segnalate  sue 
virtù  e  santissima  vita,  somma  ed  esem- 
plarissima  carità,  soggiunge:  Non  sic  Fu* 
ri us  de  Gallis,  non  Papyrius  de  Samni- 
tibus,  non  Scipio  deNumantia,  non  Poni- 
pejusde  Pontis  genlibus  triumphavit.  L'e- 
sequie furouo  celebrate  da  tutto  il  popo- 
lo, nelle  quali  sonabant psaltni ,  et  aura- 
ta teda  letnplorum  reboans  in  sublime 
quatiebat  Alleluja.  L'  Aringhi ,  Roma 
subterranea,  t.  1,  p.  92,  osserva  sul  can- 
tico o  inno  Alleluja,  usato  in  questa  cir- 
costanza. Hic  interim  stndiosus  leclor 
adnotet,  quod  vox  Alleluja, quae  licei  in 
funere  usurpare  a pud christianos  consue- 
vcrat,  gralulantis  magis  quam  doleniis 
vox  est,  quasi  immortali  Deo  gratiae  a 
christianis  pe.ragentur  ,  quod  Fabiolam 
ab  innumeris  hujusce  vitae  aerumnis,  ac 
laboribus  ad  perennis  locum  quietis  evo- 


VED 
easset.  Ilp.  Menochio,  Sluore,  t.  2,  con!. 
6,cap.  7  1  ;  Alcune  osservazioni  circa  l\  11- 
leluja ,  che  altre  volle  si  cantava  anche 
nell'esequie,  dice  chea'  tempi  ili  s.  Giro- 
lamo il  canto  n'era  così  frequente,  che 
nel  suo  Epitaphium  di  Fabiola  attesta 
che  fu  usato  anche  nelle  di  lei  esequie,  e 
che  fuori  della  chiesa  era  voce  familiare 
del  popolo,  così  iti  Gerusalemme  e  persi- 
no dagli  agricoltori.  Imparo  da  mg.r  Cec- 
coni ,  Dissertazione  sopra  V  origine  del- 
V Alleluia,  che  fu  usato  ne'funerali  di  s. 
Radegonda  moglie  di  Clodoveo  I  re  di 
Francia,  e  in  Costantinopoli  a  Papa  s.  A- 
gapitol,ne'quali  come  santi  si  conveniva, 
ina  non  essendo  tutti  tali,  invece  dell'ai- 
leluja,  fu  sostituito  il  versetto  Requiem 
aeternam  (VX  e  altre  umili  preghiere. 
L'illustre  nome  di  Fabiola  ora  è  divenu- 
to più  famoso  per  l'aureo  e  insigne  libro 
del  dotto  ed  eloquentissimo  cardinal  Wi- 
seman.  Racconto  della  Chiesa  cattolica  nel 
periodo  più  combattuto  e  forse  più  glo- 
rioso della  sua  vita  in  mezzo  al  mondo 
pagano  che  si  dibatteva  nelle  supreme  sue 
agonie,  lotta  che  può  dirsi  il  più  gran  fat- 
to che  conosca  il  genere  umano,  e  intor- 
no a  cui  lutti  come  a  centro  si  raggrup- 
pano i  minori.  Il  celebratissimo  libro  ven- 
ne intitolato  la  Fabiola  o  la  Chiesa  del- 
le Catacombe ,al  cui  universaleplauso  fe- 
ci riverente  eco  in  più  luoghi,  come  nel 
voi.  LXXXIII,  p.  294;  la  Civiltà  Cat- 
tolica avendone  dato  bellissima  e  mira- 
bile contezza  ne't.  1,  2  e  3  della  3.a  serie. 
Così  vennero  anche  una  volta  e  con  un 
ingegnoso  genere  nuovo  di  grande  effica- 
cia, descritti  i  precipui  periodi  deila  Chie- 
sa cattolica,  come  a  dire:  La  Chiesa  delle 
Catacombe,  di' è  la  famigerata  pubblica- 
zione, e  le  successive  lo  saranno,  com'è  a 
spera  rsiaulterior  gloria  dellaChiesa,col  la 
qualificazione,  della  Chiesa  delle  Basili- 
che, la  Chiesa  de  Chiostri ,  la  Chiesa  del- 
le Scuole.  Però  la  Fabiola  illustrata  dal- 
l'eminente scrittore,  è  nubile,  diversa  af- 
fatto dalla  santa  vedova  di  cui  ragionai, 
ad  oula  d'alcune  aualogic  e  di  essere  su- 


VED  2f>3 

pcrstilcaVFabi.  Fabiola,  argomento  diri 
porporato,  dal  paganesimo  si  convertì  al 
cristianesimo  nel  3o5  circa,  secondo  il  di 
lui  magnifico  racconto,  che  la  Civiltà  Cat- 
tolica egregiamente  qualificò:  UnRoman- 
zo  storico  di  genere  nuovo.  Altre  sante 
vedove  romane  e  di  altre  nazioni  furono 
le  ss.  Anastasia,  Basilla,  Flavia  Domitil- 
la,  Marmenia,  Trifonia  ;  e  le  ss.  Candi- 
da, Dafrosa  ed  Esuperia  furono  anche 
martiri,  come  alcune  dell'altre  nomina- 
te. Lungo  sarebbe  il  ricordare  le  altre  ce- 
lebri vedove  de'tempi  antichi,  dirò  solo 
che  nel  medio  evo  fiorirono  s.  Silvia  ma- 
trona romana,  degna  madre  di  s.  Grego- 
rio I  Magno,  al  quale  essendo  monaco 
presso  la  sua  Chiesa  de  'ss.  Andrea  e  Gre- 
gorio (V.),  abitando  ella  presso  la  vicina 
Chiesa  di  s.  Saba,  ogni  giorno  manda- 
va una  scodella  di  lenticchia;  e  la  bene- 
merita della  s.  Sede  celebra  t'issi  ma  gran 
contessa  Matilde  marchesana  di  Toscana, 
che  per  vantaggio  della  medesima  preferì 
lostatovedovile.e  quando  passò  all'altro  lo 
fece  per  giovare  allo  slesso  Papa  e  per  suo 
consiglio.  Contemporanea  sua  fu  Adelai- 
de contessa  di  Torino  e  marchesana  di 
Susa  (V.),  la  quale  pure  vivrà  immorta- 
le ne'fasti  della  Chiesa  per  la  santità  de' 
suoi  costumi,  pel  suo  zelo  nella  difesa  del- 
la religione,  per  le  profuse  sue  limosiue 
e  largizioni  agli  ordini  monastici.  Il  dot- 
tore s.  Pier  Damiano  nell'opuscolo  scrit- 
to ad  Adelaide, la  paragona  a  Debora  nel 
governar  lo  stato,  confortandola  a  non  af- 
fliggere soverchiamente  il  suo  spirito,  per 
le  replicate  nozze  che  avea  contratto,  de 
iterata conjugii geminatione.  Pare  che  A- 
delaide  di  ciò  sentisse  un  vivo  rimorso. 
La  consola  pertanto  il  santo,  addicendo- 
le la  risposta  di  Cristo  Signore,  il  quale 
quando  i  settarii  saducei  (che  negavano 
l'immortalità  dell'anima,  le  pene  e  le  ri- 
compense dell'altra  vita,  ollie  altri  erro- 
ri) l'interrogarono  di  qual  marito  sareb- 
be stata  nel  giorno  della  risurrezione  del- 
la carne  quella  douuache  sette  volte  era 
passala  a  matrimonio,  uoq  la  coudauuò 


264  V  E  D 

per  questo,  quasi  che  avesse  malamente 
operato.  Lasciava  tuttavia  il  Damiano 
conoscere  nelle  sue  parole,  esservi  qual- 
che cosa  di  riprensibile  in  coloro,  che 
più  per  intemperanza,  che  per  altra  ca- 
gione passano  alle  seconde  e  terze  noz- 
ze :  ecco  le  sue  espressioni  nel  cap.  7.  De 
coelei  o,  venerabilis  soror,  contende  seni- 
perde  bonis  ad  meliora  conscendere. . . . 
et  quia  te  novi  de  iterata  confttgii  gè- 
minationè  suspectam . . .  in  Salvaloris 
verbo  manifeste  colligitur,  quia  sì  reli- 
giosa dumtaxat  vita  non  desìi,  a  regno 
coelornni  frequentali  conjugii  plurali- 
tas  non  excludìt. . .  .  et  linee  loquor,  non 
ut  adhibeam  multinubis  adirne  fuluris 
audacìam;  sed  ut  jatn  factis)  spei,  vel 
poenitenlìae  non  subtraham  medicinae. 
Successivamente  fiorirono  le  ss.  Edwige 
e  Margherita  vedove  e  regiue;  la  b.  Mar- 
gherita di  Savoia,  ec.  Ad  onore  delle  da- 
me 1  ornane  ricorderò  pure  la  b.  Lodovi- 
ca Àlbettoni  Altieri,  la  quale  rispleudet- 
te  nella  carità  esercitata  nel  sempre  de- 
plorabile sacco  di  Roma  del  1027,  il  cui 
culto  immemorabile,  e  come  apparte- 
nente al  3.°  ordine  di  S.Francesco,  rico- 
nobbe il  discendente  Clemente  X,  giac- 
ché la  venerava  con  culto  anche  il  se- 
nato romano,  celebrandone  la  festa,  e 
olFrendo  Dell'  anniversario  di  sua  morte 
un  calice  d'argento  e  lotcie  di  cera,  nel- 
la chiesa  di  s.  Francesco  a  Ripa,  ove  ri- 
posano le  beate  sue  ossa.  Ne'secoli  a  noi 
più  vicini  si  resero  i  in  mortali  e  beneme- 
rite le  seguenti  sante  vedove,  fondatri- 
ci di  congregazioni  religiose;  dell'al- 
tre ragionai  a'  loro  articoli,  innumere- 
voli poi  furono  le  fondatrici  di  mona- 
Steri  in  cui  si  rinchiusero.  S.  Brigida  di 
Svezia,  nel  secolo  XIV  fondò  l'ordine  del 
ss.  Salvatore  (F.),  per  ambo  i  sessi.  Nella 
sua  vita,  il  cardinal  Torrecremata  ag- 
giunge, per  singoiar  privilegio  allo  slato 
vedovile,  che  la  B.  Vergine  Maria  è  spe- 
ciale avvocata  delle  vedove  che  si  con- 
servano in  una  santa  onestà  di  costumi, 
uè  più  si  curano  delle  coae  temporali,  co- 


VED 

me  sciolte  da'legami  del  matrimonio.  Di 
più  il  dotto  cardinale  asserisce,  essere  tal- 
volta la  vedovila  d'egual  merito  allo  stalo 
verginale,  ed  alle  vedove  è  dovuta  la  co- 
rona di  rose,  co'gigli  e  le  viole.  Anzi  lo 
stesso  Gesù  Cristo  si  dichiarò  in  più  luo- 
ghi della  s.  Scrittura,  speciale  protetto- 
re delle  vedove,  come  lo  è  degli  orfani  e 
pupilli.  La  matrona  romana  s.  France- 
sca, poi  vedova  di  Lorenzo  Ponziani  ro- 
mano, che  innanzi  tempo  l'avea  riguar- 
data come  sorella,  nel  i^ii  fondò  la  con- 
gregazione àeU'Oblale  di  Tor  de  Spec- 
chi (V.):  queste  religiose  a  comune  van- 
taggio e  edificazione  delle  nobili  romane 
e  straniere,  nella  loro  casa  e  in  apposito 
IocaleerettoaU'uopo,nel  1 854istiluirono 
un  corso  d'annui  esercizi  spirituali,  non 
meno  per  le  giovinette  della  medesima 
coudizione  che  intendono  disporsi  alla  1.* 
comunione.  Alle  prime  il  Papa  regnante 
si  recò  a  distribuire  la  ss.  Eucaristia. 
Tutto  celebrarono  V Album  di  Roma  t. 
1  i ,  p.  1 02,  e  il  Giornale  di  Roma  nel  n.° 
37  deli 855 e  nel  n.°  53  deli 856.  Si  può 
anche  vedere  :  S.  Francesca  Romana, 
tratti  principali  della  sua  .storia  per  /'. 
Aniviui, Roma  1 856.  Le  donne  d'ogni 
condizione  troveranno  in  essa  il  tipo  delle 
loro  opere.  Nella  casa  di  s.  Francesca  Ro- 
mana in  Trastevere  fu  istituita  la  fiorente 
pia  Casa  detta  diPonte  Rotto  per  gli  eser- 
cizi spirituali  pegli  uomini  e  pe'giovanet- 
ti,  di  che  riparlai  nel  voi.  LXXXIV,  p. 
107,  i45, 1 49>  2I  7e  2  18.  Ivi  pur  notai 
che  siccome  la  santa  vi  avea  fondato  un 
ospedale  pe'poveri  infermi,  di  cui  prese 
cura,  ora  presso  e  vicino  a  detta  casa  la 
pietà  del  principe  Doria  sta  fabbricando 
un  ospedale  pe'cronici  de'due  sessi.  In  o- 
nore  della  s.  Vedova  romana  mi  piace 
infine  aggiungere,  che  nel  Giornale  di 
Roma  del  i85o,  a  p.  291,  vi'è  la  descri- 
zione della  bella  statuache  la  rappresen- 
ta con  I'  Angelo,  gruppo  egregiamente 
scolpito  dal  romano  Pietro  Galli,  e  col- 
locato in  detto  anno  dalle  sue  nobili  fi- 
glie oblute  nella  nicchia  del  2.0  ordine 


VED 

clie  nella  testa  della  croce  latina  sola  fin 
qui  vuota  rimaneva  nella  basilica  Vati- 
cana, tra  le  statue  degli  altri  fondatori 
d'ordini  religiosi  d'ambo  i  sessi.  Nel  1 498 
la  b.  Giovanna  de  Valois,  ripudiata  dal 
marito  Luigi  XII  re  di  Francia,  fondò  le 
francescane  della  ss.  Annunziata  e  del 
Cinto  o  Cordelliera  (V.).  Nel  1 6 1  o  ma- 
dama di  Lestonnac,  vedova  del  mar- 
chese di  Montferrand,  istituì  Ja  con- 
gregazione di  Nostra  Signora  {V.)\  e  s. 
Giovanna  Francesca  Fremiot,  vedova  di 
Cristoforo  Rabutin  barone  di  Chantal, 
fondò  le  monache  della  Fisi fazione  (?'•). 
Nel  16.4.7  Innocenzo  X  confermò  la  con- 
gregazione delle  nobili  vedove  di  Dol 
(P.)t  istituite  per  maggiormente  propa- 
gare il  culto,  ora  dogma  definito,  deb 
l'Immacolata  Concezione  di  Maria  Ver- 
gine, la  vigilia  della  quale  lo  stesso  Papa 
decretò  ad  istanza  dell'imperatore  Fer- 
dinando III  d'Austria.  La  sua  vedova  im- 
peratrice Eleonora  nel  1688  istituì  l'or- 
dine delle  dame  o  cavalieresse  della  Cro- 
ciera o  vera  Croce  (F.).  In  Roma  le  ve- 
dove, i  pupilli  e  gli  orfani,  i  vecchi  e  le 
vecchie,  e  tutti  i  bisognosi  furono  sempre 
beneficati,  difesi  e  protetti.  Ed  è  bello  e 
consolante  il  vedere  come, ad  onta  di  tan- 
te vicende  politiche,  delle  vecchie  perse- 
cuzioni e  delle  moderne  difficoltà,  tante 
eccellenti  istituzioni  sieno  in  vigore  e  flo- 
ride, anzi  progressivamente  sieno  in  qual- 
che aumento.  La  carità  in  Roma  sempre 
essendo  feconda  e  meravigliosa.  N'è  ul- 
teriore prova  il  contenuto  nel  Giornale 
di  Pioma  de'  7  aprile  1 858.  Ivi  si  cele- 
bra una  recente  benefica  istituzione  de- 
nominata V  Opera  della  Provvidenza, 
destinata  a  somministrare  a'  fanciulli  e 
fanciulle,  poveri,  abbandonati  ed  espo- 
sti, i  mezzi  per  essere  educati  in  qual- 
che religioso  stabilimento.  Formano  par- 
te di  quest'opera  signore  associate  e  mem- 
bri benefattori;  e  colle  loro  offerte  si 
provvede  all'avvenire  di  non  pochi  infe- 
lici, i  quali  così  sono  educati  alla  pietà 
e  alla  morale.  Nata  nel  maggio   ib'56, 

VOL.  LXXXV1H. 


VED  9ÉB5 

l'opera  della  Provvidenza  ha  già  potuto 
adottare  38  fanciulli,  di  cui  29  femmine 
e  9  maschi.  Osserva  giustamente  l'arti- 
colista: Nessuno  certamente  farà  le  mera- 
viglie, al  vedere  e  sapere  che  in  Roma, 
non  ostante  tante  opere  di  beneficenza, 
vi  sono  sempre  miserie  da  riparare,  pove- 
ri da  soccorrere.  Dappoiché  l'Uomo-Dio, 
che  venne  a  portare  sulla  terra  lo  spiri- 
to di  carità,  perchè  si  accendesse  in  petto 
a  tutti,  disse  che  sempre  vi  sarebbero  sta- 
ti de'poveri,  onde  così  il  ricco  avesse  mez- 
zo di  soddisfare  al  precetto  del X Elemo- 
sina {V-),  e  il  misero  meritasse  colla 
virtù,  della  rassegnazione.  Non  vi  è  città 
nel  mondo  civile  che  noveri  altrettante 
pie  e  caritatevoli  istituzioni,  tanto  svaria- 
te e  appropriate  così  acconciamente  a' 
molteplici  bisogni  d'un  numeroso  popolo 
cristiano,  contenente  la  languente  uma- 
nità, come  dappertutto.  Tutte  queste  be- 
nefiche istituzioni  della  carità  romana, 
ora  sono  state  studiate,  ammirate  e  pub. 
blicate  anche  dal  rispettabile  inglese  Gio. 
Francesco  Magni  re  con  libro  stampato 
in  Londra  nel  1  857  e  intitolato:  Roma, 
il  suo  Sovrano  e  le  sue  Istituzioni,  di  cui 
la  CiviltàCattolica  ragiona  nella  serie  3.a, 
t.  8,  p.  338,  ed  assai  lodando  1'  egregio 
e  imparziale  autore,  rileva.  «  Che  siasi 
trovato  un  inglese,  un  membro  del  par- 
lamento, un  addetto  al  partito  liberale, 
che  per  un  sentimento  di  nobile  sdegno 
delle  calunnie,  onde  il  governo  pontifi- 
cio è  fatto  bersaglio,  abbia  voluto  non 
prenderne  le  difese,  ma  esporre  i  fatti 
che  ne  sono  la  più.  splendida  difesa  ;  co- 
desto s'intende,  tanto  solo  che  sappiasi  il 
Maguire  essere  un  fervente  cattolico  ;  ed 
un  figliuolo  non  può  mai  essere  indiffe- 
rente all'ingiurie,  onde  si  denigrano  la 
persona  e  le  azioni  del  proprio  padre". 
A  tale  libro  non  verrà  affibbiato  il  ti- 
tolo di  libro  di  partito  fatto  cou  arte, 
e  che  guarda  le  cose  da  un  solo  aspetto 
per  esaltare  Roma  cristiana.  E  che  l'au- 
tore si  valse  di  libri  d'occasione  o  de' 
giornali  non  sempre  veridici.  Quest'  ai- 
18 


266  V  E  D 

ticolo  fin  qui  si  compenetra  e  ranno- 
da a  quello  di  Povero,  in  cui  ricapito- 
lai con  poche  parole  quanto  già  trattai 
(infusamente  in  tanti  articoli  riguardan- 
ti le  molteplici  e  beneficentissime  isti- 
tuzioni romane,  inclusivamente  a  quel- 
le di  pubblico  insegnamento.  Vastoargo- 
mento  in  che  e  per  l'imponente  suo  com- 
plesso forse  a  niuno  potrei  comparire  se* 
condo,  eziandio  per  essere  stato  l'ultimo 
a  svolgerlo  tuttoquanto,  giovandomi  de' 
benemeriti  che  mi  aveanopreceduto,cioè 
che  in  grande  se  ne  sia  occupato,  sia  d'an- 
tico e  sia  di  recente;  il  che  riunito  a  par- 
te, offrirebbe  ampia  materia  di  più  volu- 
mi importanti  e  gloriosi  per  Roma.  11 
vantaggio  d'essere  stato  l'ultimo  di  pro- 
posito a  ragionarne,  nel  profittare  de'lo- 
dati  che  mi  precederono,  quando  pe'de- 
bili  riguardi  verso  le  loro  opere,  ed  an- 
co per  la  natura  di  questa  mia,  se  non 
potei  mietere,  almeno  fui  lieto  di  spigola- 
re, aggiungendo  nuove  nozioni  ed  erudi- 
zieni ;  il  che  potrà  eziandio  rilevarsi  in 
questo  medesimo  articolo.  Nel  ricorda- 
to articolo  dunque,  dell'alma  città  cele- 
brai cronologicamente  il  gran  numero 
de'benefìci  stabilimenti,  e  delle  provvide 
istituzioni,  le  quali  unite  all'altre  non  più 
esistenti  e  pur  da  me  descritte,  servirono 
di  modello  fecondo  alle  altre  nazioni,  co- 
me lo  sono  tuttora  di  ammirazione,  poi- 
ché vigoreggiano  e  sono  come  dissi  in 
incremento;  inesauribile  essendo  nella 
medesima  la  pubblica  beneficenza,  per 
antonomasia  detta  per  eccellenza  \apie- 
là  romana.  INe  mancai,  dopo  pubblica- 
to l'articolo  in  discorso,  in  altri  successi- 
vi di  descrivere  le  nuove  principali  istitu- 
zioni e  i  miglioramenti  seguiti  delle  pre- 
cedenti,eziandio  perla  pubblica  istruzio- 
ne e  altro,  di  che  ragionai  pure  in  quelli 
di  Scuole  di  Roma,  Tribunali  di  Roma, 
Università  artistiche,  Università  roma» 
nate.  Istituzioni  tutte  in  cui  si  compren- 
dono in  globo  altresì  quelle  riguardanti 
le  vedove,  i  vecchi  e  le  vecchie,  i  pupilli, 
gli  Orf a  ni  (F.).Ora  nell'accennarequan- 


V  ED 

to  si  fece  ulteriormente  in  Roma  per  le 
vedove  e  vedovi,  vecchi  e  vecchie,  e  pe' 
pupilli  d'ambo  i  sessi,  conviene  pel  di  più 
tener  presente  il  suddetto  articolo  Pove- 
ro, che  comprende  le  notizie  denominati 
e  altri  bisognosi  d'ogni  genere,  limitan- 
domi ora  a  rammentare  il  più  essenziale 
in  proposito,  e  intrecciandolo  con  altre 
nozioni.  Leggo  nel  Magri ,  Notizia  de' 
vocaboli  ecclesiastici,  definito  il  verbo 
Admiiìiculator:  U  Ili/io  antico  della  CI)  ie- 
sa  romana,  il  quale  avea  cura  di  difen- 
der le  cause  delle  vedove,  pupilli,  e  altre 
persone  abbandonate,  come  fa  oggi  l'av- 
vocato de'  Poveri.  Avverte  il  Galletti, 
Del  Primicero  e  altri  uffizioli  del  s.  Pa- 
lazzo Lateranese,  che  YAmminiculato- 
re,  così  appellato  ab  adminiculando  , 
cioè  ab  adiuvando,  è  lo  stesso  che  il  No- 
menclatore  (F.).  A  s.  Gregorio I del  5go 
si  attribuisce  l'istituzione  oalmeno  il  mi- 
gliore stabilimento  del  cospicuo  collegio 
de  Difensori  della  Chiesa  romana  (  /  .), 
la  quale  siccome  sempre  prese  la  prote- 
zione delle  vedove,  degli  orfani  e  degli 
oppressagliene  affidò  il  patrocinio  e  la  di- 
fesa, onde  ogni  specie  di  bisognosi  ebbe 
il  Difensore  (F.).  A'quali  difensori,  che 
alcuni  credono  in  principio  gli  Uditori 
diRota(F.),  successero  gli  Avvocati  con- 
cistoriali, de'quali  riparlai  in  detti  arti- 
coli, e  per  a  ver  avuto  la  direzione  dell'  U- 
niversilà  romana,  anche  in  questo,  sus- 
sistendo nel  medesimo  collegio  l'avvoca- 
to de'poveri.  Nel  pontificato  di  Innocen- 
zo 11  deli  1 3o  si  vuole  originato  il  rispet- 
tabile ceto  de1 Procuratori  di  Collegio, 
de'quali  nuovamente  tenui  proposito  a 
Uditori  di  Rota  e  Università  romana, 
collegio  che  si  propose  di  patrocinare  le 
vedove  e  i  pupilli  contro  i  prepotenti  del 
secolo.  Altre  istituzioni  per  la  caritatevo- 
le difesa  ne'tribunali  di  Roma,  delle  ve- 
dove, de'pupilli  e  altri  impolenti  di  fare 
difendere  le  proprie  ragioui,  sono  in  Ro 
ma  il  pio  istituto  dell'Immacolata  Con- 
cezione e  di  s.  Ivo,  della  Curia  Romana 
[P.)i  l'arciconfrateraita  di  s.  Girolamo 


VED 

(  V.)  ;  la  Prelatura  (J7.)  A  madori,  la  qua- 
le per  la  promozione  registrata  nel  voi. 
LXXXII,  p.2[5,  ora  la  possiede  mg.r 
Luigi  Biscioni  già  canonico  penitenziere 
della  metropolitana  di  Pisa  ,  dichiarato 
prelato  domestico  dal  Papa, come  si  leg- 
ge nel  Giornale  di  Roma  de' 16  giugno 
1857.  I  primi  Orfanotrofi  moderni  di 
Roma  ed  esistenti  sono  il  Conservatorio 
delle  Proielte  (T~.),  per  le  orfane  di  ge- 
nitori sconosciuti,  esimilmente  pe'7Vo- 
vatelli(f.)  l'ospedale  di  s.  Spirito  (F.). 
Propriamente  gli  orfanotrofi  fondati  ne' 
secoli  più  vicini  e  sino  a'nostri  tempi, 
sono  gli  Orfanotrofi  (F.)  anche  esistenti 
tra' Conservatorii di  Roma(V.)  e  tra  gli 
Ospizi  di  Roma  (V.);  gli  ultimi  venne- 
ro fondati  per  la  Pestilenza  (V.)  del 
cholera,  che  nuovamente  afflisse  Roma 
nel  1 854  e  nel  1 855.  Fra 'conservatoci  ve 
ne  sono  ancora  per  le  vedove  e  altre  don- 
ne, ch'eransi  abbandonate  al  mal  costu- 
me. Fra  gli  ospizi,  1'  Ospizio  apostolico 
di  s.  Michele  (V.)  contiene  nell'ampio 
suo  edilizio  vedove  e  vedovi,  orfane  e  or- 
fani, non  che  zitelle.  Il  Papa  Pio  IX  con- 
siderando che  in  Roma  per  le  zitelle  so- 
no copiosi  gli  stabilimenti  per  accoglierle, 
ha  desiderato  che  di  esse  venga  ristretto 
il  numero,  e  in  vece  si  accresca  quello 
delle  vedove  e  vedovi,  ossia  delle  vecchie 
e  de'vecchi,  che  in  proporzione  difetta- 
vano di  caritatevoli  ricoveri.  Neil' Ospi- 
zio di  s.  Maria  degli  angeli  (  f.)  della 
commissione  òe  Sussidi  {V.\  si  ricetta- 
noorfani  e  orfane.  L' Ospizio  dis.  Galla 
(V.)  ricovera  nella  notte  ipoveri  di  qua- 
lunque età  e  stato,  preferendosi  i  vec- 
chi e  gli  orfani  :  sono  escluse  le  donne. 
Presso  il  medesimo  è  l'Ospizio  dis.  Luigi 
Gonzaga  (J7.),  ove  nella  notte  si  ammet- 
tono a  dormire  le  povere  vedove  e  altre 
donne  derelitte.  Molti  pii  istituti  sovven- 
gono le  vedove  e  i  vedovi,  ed  i  pupilli, 
oltre  altri  miserabili,  fra' quali  a  cagion 
d'onore  ricorderò  la  congregazione  della 
Divina  Pietà,  di  cui  nel  voi.  LV,  p.  i5; 
e  le  prosperose  conferenze  di  s.  Vincen- 


V  E  D  .267 

zo  de  Paoli (V.).  Diversi  pii  legati  asse- 
gnarono sussidi  alle  vedove,  a'  pupilli, 
a'  vecchi  ed  altri  bisognosi  d'  aiuti,  come 
dispose  mg/  Carmignauo  de'  marchesi 
d'Acquaviva,  e  lo  registrai  nel  voi.  LV, 
p.  17.  Medici  e  Chirurghi  (F.)  che  cu- 
rano gratuitamente,  e  così  Speziali  (F.) 
che  somministrano  farmachi, sono  in  lui* 
ti  i  Rioni  di  Roma  (/"r.),  pe'poveri,  ne' 
quali  si  comprendono  le  vedove,  i  vedo- 
vi, i  pupilli  bisognosi.  Roma  emporio  di 
pii  Sodalizi  (Fi),  oltre  quelli  dell'  Uni- 
versità artistiche  (y.)t  V  ebbero  pure  i 
poveri  d'ogni  condizione  e  stato:  ne  trat- 
tai ne'vol.  LV,  p.  1 4,  LXXXIV,  p.  88. 
E  pure  a  vantaggio  delle  vedove  e  de' ve- 
dovi, come  degli  orfani  e  orfane,  la  bene- 
fica cassa  di  risparmio,  istituita  con  ap- 
provazione di  Gregorio  XVI,  e  descritta 
nel  voi.  LV,  p.  18.  Gli  Ospedali  di  s. 
Gallica  no, della  Consolazione ,di  s.  Gia- 
como (V.)  ricevono  anche  le  donne,  com- 
prese le  vedove,  secondole  infermità  che 
in  esse  vengono  cm'&ìe.NeW Ospedale  del 
ss.  Salvatore  adSanctaSanctorum  pres- 
so s.  Giovanni  Laterano  (F.)t  si  ricevo- 
no le  sole  donne:  vi  sono  4*  l'etti  delti 
perpetui  destinati  alle  croniche  vedove  o 
d'altro  stato, ma  ne  occupano  un  numero 
maggiore.  Ha  ancora  il  pio  stabilimento 
case  per  ricovero  delle  vedove  miserabili, 
perciò  dette  case  sante.  Arroge  che  qui 
aggiunga  il  riferito  dal  n.  33  del  Gior- 
nale di  Roma  del  i858.  Il  Papa  Pio  IX 
in  vantaggio  de'  poveri  di  Roma  ha  eser- 
citato un  doppio  nuovo  atto  di  benefi- 
cenza. Nel  rione  di  Trastevere  erasi  da 
qualche  tempo  cominciata  una  fabbrica 
assai  spaziosa  nell'  intendimento  di  for- 
nire abitazioni  a  più  famiglie  della  clas- 
se indigente;  ma  procedendo  la  cosa  as- 
sai a  rilento,  e  appena  le  mura  di  cinta 
poteano  dirsi  surte  dalle  fondamenta  , 
quando  piacque  al  Pontefice  di  fare  ac- 
quisto col  suo  privato  peculio  dell'inte- 
ra area,  ed  ordinare  che  a  sue  spese  si 
proseguisse  il  lavoro.  Compito  questo  in 
parte,  il  Santo  Padre  con  generoso  pen- 


268  V  E  D 

siero  dispose  con  breve  deli'  1 1  gennaio 
i858,  che  tanto  la  fabbrica  finora  ulti- 
mala, quanto  l'intera  area  acquietata, 
fossero  in  perpetuo  addette  all'  arcispe- 
dale di  s.  Giovanni  in  Lalerano,  allin- 
eile colle  pigioni  da  ritrarsi  dal  locale, 
che  ha  voluto  sia  sempre  affittato  a  mo- 
dico prezzo  a  famiglie  indigenti,  si  te- 
nessero in  pronto  all'  arcispedale  mede- 
simo altrettanti  posti,  a  seconda  degl'in- 
troiti degli  affitti,  per  povere  donne  col- 
pite da  croniche  infermità,  perchè  vi  fos- 
sero gratuitamente  ricettate  e  mantenu- 
te. Neil'  affidare  poi  V  esecuzione  di  sì 
bell'opera  all'Eni."  cardinal  Vicario,  il 
Papa  ordinò  che  l'assegno  di  tali  posti 
venisse  fatto  per  turno  alle  parrocchie 
di  Roma  a  scelta  de'  rispettivi  parrochi, 
secondo  un  apposito  regolamento  dalla 
stessa  Santità  Sua  approvato.  Vicino  al 
monastero  di  s.Bernardo,  presso  la  chiesa 
de'ss.  Vito  e  Modesto,  per  l'oneste  vedove 
e  zitelle,  Sisto  ?{&*)  fondò  un  conserva- 
torio colla  bolla  Sacrosanctac  militan- 
tis  Ecc lesine,  de'i3  luglio  1587,  Bull. 
Borri,  t.  4>  par.  4>  P-  32 3  :  Instituiio  Col- 
lega honestarum  viduarum  et  puella- 
rurn,  sub  regimine  eonfralrum  congre- 
gationis  s.  Bernardi  religiose  educati- 
darum  ,  cum  indullorum  concessione  , 
praesertim  quo  ad  pia  eis  relieta.  Et 
jurisdictio  s.  Romanae  Ecclesiae  Car- 
dinalis  Protectoris ,etjudicis  causarum 
adeas  spedanti  uni. \\  sacerdote  Costanzi, 
L' Osservatore  di  Roma,  1. 1  ,p.94>  narra, 
che  il  pietoso  sacerdote  march.  Filonardi, 
imitatore  della  carità  di  s.  Filippo  Neri, 
a  sue  spese  eresse  un  nuovo  ospizio  pres- 
so la  patriarcale  Liberiana  per  le  doune 
giunte  alla  decrepitezza,  e  mancanti  di 
assistenza,  costituendovi  una  pia  donna 
per  regolatrice  e  altra  per  inserviente,  le 
quali  tutte  interamente  manteneva  di 
vitto  e  di  tutto  il  bisognevole  ;  e  di  più 
sovveniva  al  bene  del  loro  spirito,  col 
metodo  religioso  e  di  voto  da  lui  dato  al- 
lo stabilimento.  Leone  XII  dichiarò  l'il- 
lustre Filooardi  suo  elemosiniere  segre- 


VED 

lo,  e  poi  lo  promosse  ad  arcivescovo  di 
Ferrara.  Per  beneficenza  del  principe  d. 
Alessandro  Torlonia,  nel  Conservatorio 
di  s.  Onofrio,  di  cui  fu  magnanimo  be- 
nefattore il  fratello  d.  Carlo,  nel  i853 
fece  destinare  un  locale  con  7  letti  per  le 
più  miserabili  donne  croniche,  come  e 
meglio  riportai  nel  vol.LXVHI,  p. 275. 
Già  di  sopra  feci  cenno  dell'ospedale  pe' 
cronici  donne  e  uomini,  che  sta  erigen- 
dola pietà  del  principe  d.  Filippo  Andrea 
Doria  Pampini).  Vi  sono  inoltre  in  Ro- 
ma delle  pie  case,  le  quali  servono  al  lo- 
devole fine  di  gratuita  abitazione  vitali- 
zia alle  povere  vedove,  non  però  vi  han- 
no il  nutrimento  e  il  vestiario,  che  devo- 
no provvedere  da  per  loro  lavorando. 
Nelle  dette  case  le  vedove  vivono  in  una 
specie  di  comunanza,  però  godono  la  li- 
bertà d'uscire  a  piacere  e  d'occuparsi  in 
lavori  ed  altri  uffìzi.  Una  delle  vedove  fa 
da  capa,  le  più  numerose  hanno  la  su- 
periora, le  quali  godono  alcuni  partico- 
lari vantaggi,  e  fanno  osservare  i  rego- 
lamenti fatti  per  ciascuna  casa  da'  pii  i- 
slitutori  delle  medesime.  1  regolamenti 
inculcano  la  pace,  la  quiete,  la  frequen- 
za de'sagramenti,  la  recita  in  comune 
del  s.  Rosario  nella  sera,  nelle  case  cioè 
ove  vi  è l'oratorioo  cappella.  Tra  le  prin- 
cipali e  più  antiche  case  delle  vedove  in 
Roma,  ricorderò  le  seguenti.  Il  fondatore 
del  nobile  CollegioGhislieri^F^Qt'uxìep- 
pe  Ghislieri  medico  romano,  inoltre  pia- 
mente dispose,  che  una  sua  casa  dietro 
la  chiese  di  s.  Angelo  in  Pescheria  ser- 
visse di  abitazione  a  6  povere  vedove  e 
zitelle  vecchie,  e  la  nomina  spettasse  al- 
la congregazione  segreta  dell'^rnV?o////77- 
ternita  del  ss.  Rosario  (/'.),  della  quale 
riparlai  nel  voi.  LIX,  p.  1  56  ;  però  colle 
condizioni,  che  a  vesserò  da  mantenersi  ili 
vitto  e  vestito,  e  pregassero  per  l'anima 
sua.  Dipoi  la  casa  essendo  stala  venduta, 
ne  fu  ad  hoc  acquistata  altra  presso  l'ar- 
co de'Pantani  e  la  Torre  del  palazzo  Gril- 
lo, già  locale  del  Collegio  Irlandese.  Il 
Piazza  ne  tratta  nell'Onere  Pie  di  Roma 


V  ED 

erroneamente,  come  rilevai  descrivendo 
il  collegio  Ghislieri  (questo  fiorisce,  ed  è 
uno  fra  i  molti  ornamenti  di  Roma,  an- 
che pei'  la  protezione  di  d.  Scipione  Bor- 
ghese duca  Salviati,  e  per  l'assidue  cure 
de'  singoli  deputati.  Nana  il  n.  3i  del 
Giornale  di  Roma  del  i  858,  che  posto 
il  collegio  fin  dalla  sua  fondazione  sotto 
lo  special  patrocinio  dello  Sposalizio  del- 
la 13.  Vergine  con  s.  Giuseppe,  ne  cele- 
bra ogni  anno  con  pompa  la  festa.  In 
quello  ricordalo  I' eseguì  con  maggior 
solennità,  cioè  a'4  febbraio  celebrò  una 
decorosa  accademia  poetica  dedicata  al 
duca  protettore.  Venne  essa  preceduta 
e  alternata  da  cori  di  scelta  musica  del 
eh.  maestro  d.  Domenico  Mustafà  cap- 
pellano cantore  pontificio,  ed  eseguita  da 
lui  e  da  altri  valenti  maestri  e  cantori. 
In  ultimo  per  incoraggiare  all'  istruzio- 
ne catechistica,  allo  studio  delle  lettere 
e  delle  scienze,  alla  pietà,  modestia  e  di- 
ligenza i  giovani  ivi  raccolti,  furono  se- 
condo l'uso  rimunerati  più  copiosamen- 
te di  premi.  11  trattenimento  si  aprì  con 
erudita  prefazione,  e  fu  diviso  in  due  par- 
ti, ciascuna  delle  quali  ebbe  comincia- 
mento  da  un  coro  in  mùsica,  immagina- 
to di  Leviti  e  di  Angeli.  Le  produzioni 
poetiche  in  latino,  italiano  e  greco,  in  va- 
rio metro  ,  rannodarono  il  divisato  con- 
cetto. Un  dialogo  chiuse  l'argomento.  I 
temi  trattati  con  istile  forbito  e  metrica 
armonia,  riscossero  la  comune  approva- 
zione e  plausi.  Terminò  l'adunanza  col- 
la solenne  premiazione,  seguita  da  can- 
zone, in  rendimento  di  grazie.  Onoraro- 
no di  loro  presenza  gli  Em.i  cardinali 
INI  allei  sotto-decano  del  sagro  collegio, 
ed  Àsquini,  entrambi  splendore  e  decoro 
di  sì  benemerito  convitto,  che  gloriasi 
averli  avuti  giovinetti  per  molti  anni  nel 
suo  seno.  A  questi  aggi  unge  vasi  gli  enco- 
miati duca  e  deputati,  oltre  molti  illustri 
edotti  personaggi  della  capitale  ed  esteri, 
non  che  altri  colti  uditori), e  il  medesimo 
ripetè  ue\Y Eusevologio  Romano s  trat.  3, 
cap.  4  :  Della  casa  detta  Santa  delle 


V  E  D  269 

VedoveGhisUerc  a  Torre  del  Grillo.  Fa 
siccome  il  benemerito  Ghislieri  è  sepolto 
in  s.  Silvestro  al  Quirinale,  nel  descri- 
vere questa  chiesa  nel  voi.  XLV,  p.  2  3g, 
notai  che  nell'anniversario  per  suo  suf- 
fragio, v'  intervengono  le  dette  vedove, 
cogli  altri  da  lui  beneficati.  Il  principe 
Ruspoli  sulla  piazza  di  Colonna  Traia- 
na,  per  andare  a  Campo  Carleo,  possie- 
de uua  casa  nella  quale  concede  una  slau- 
za  particolare  a  ciascuna  delle  33  vedo- 
ve che  vi  ricetta.  Il  cav.  Felice  Ruspoli 
con  testamento  del  1  626  ordinò  l'acqui- 
sto di  case  o  l'edificazione  loro,  per  a- 
bitazione  vitalizia  di  vedove  romane  di 
condizione  nobile  e  ouorata,  e  ne  eseguì 
la  caritatevole  disposizione  la  propria  fi- 
glia contessa  Vittoria  Ruspoli  Marescot- 
ti.  Nell'oratorio  è  una  tabella  colle  re- 
gole da  osservarsi  dalle  vedove  ivi  am- 
messe, che  porta  la  data  deli6i5,  ed  o- 
ve  pur  lessi  l'altra  del  1626,  il  che  sareb- 
be anacronismo,  se  non  si  spiegasse  per 
fallo  dell'  amanuense.  Questa  casa  del 
principe  Ruspoli,  quanto  alla  situazione 
e  al  suo  ingresso  è  la  migliore  tra  le  al- 
tre case  delle  vedove,  e  sul  portone  so- 
vrasta l'arme  gentilizia  della  principesca 
famiglia  Ruspoli.  Il  celebre  cardinal  Be- 
lisario Cristaldi  in  una  sua  casa  del  rio- 
nè Monti  nella  via  del  Boschetto,così  detta 
da  quello  da'pagani  consagrato  aGiunone 
Lucina,  assegnò  l'abitazione  a  io  vedove: 
acquistatasi  la  casa  dal  romano  e  pio  Gia- 
como Salvati,  ne  continuò  l'opera  bene- 
fica. Questo  benemerito  secolare  fondò 
il  Conservatorio  di  Borgo  s.  dgata(  P'.)t 
in  unione  al  servo  di  Dio  d.  Vincenzo 
Palloni,  istitutore  della  congregazione 
dell'Apostolato  cattolico  sotto  l' invoca- 
zione della  Regina  degli  Apostoli  (V.)3 
di  cui  riparlai  nel  voi.  LXXVIU,p.  67  ; 
zelantissimo  sacerdote,  che  il  suo  biogra- 
fo prof.  Pro]a  celebrò  ancora  qual  pa- 
dre degli  orfani,  e  tutore  delle  vedove  e 
de'pupilli,  il  benefattore  di  tutti.  Ai  pre- 
sente nella  casa  al  Boschetto  abitano  17 
vedove,  ma  l'encomiato  Salvati  ha  dispo- 


a7o  V  E  D 

sto,  che  dopo  la  sua  morie  la  casa  diven- 
ga proprietà  del  suddetto  conservatorio, 
il  quale  è  fiorente  di  1  oo  donzelle,  e  pro- 
babilmente sarà  destinala  pel  loro  novi- 
ziato. Inoltre  il  Salvati  all' orfanotrofio 
di  Vellelri  (^'.),  fondato  dal  padre  del 
suo  genero,  donò  16,000  scudi;  istitu- 
zione promossa  dal  lodato  servo  di  Dio, 
che  vi  pose  al  governo  le  sorelle  della 
della  congregazione  dell'Apostolato  cat- 
tolico. Nella  parrocchia  di  s.  Lorenzo  in 
Lucina,  presso  la  fontanella  e  via  di  Bor- 
ghese, e  dietro  la  piazza  e  vicolo  della 
Torretta,  vi  è  un  ricello  per  vedove,  a  no- 
mina del  priore  prò  tempore  del  con- 
vento de'  domenicani  di  s.  Maria  sopra 
Minerva,  ed  ora  vi  sono  raccolte  dieci 
vedove.  Presso  s.  Maria  in  V  ia  il  prin- 
cipe Barberini  apiì  in  una  sua  casa  un'a- 
bitazione per  le  vedove,  assegnando  a 
ciascuna  due  stauze  e  la  cucina,  ed  è  la 
migliore  e  più  comoda  abitazione,  quan- 
to alla  sua  ampiezza,  che  in  Roma  go- 
dano le  vedove.  Siccome  è  situata  in  un 
vicolo  presso  s.  Maria  in  Via,  il  vicolo 
prese  il  nome  delle  F  e  dove.  Tanlo  pub- 
blicarono que'  che  parlarono  della  pia 
casa  delta  del  principe  Barberini;  ma 
egli  non  è  che  il  protettore  e  l'esecuto- 
re dei  pio  legalo,  ed  avendo  procuralo 
di  conoscerne  bene  l' istituzione,  per  la 
storia  de'  luoghi  pii  di  Roma,  la  rife- 
risco, anche  a  gloria  del  vero  benefat- 
tore. Giulio  Cesare  Raggioli  primo  mi- 
nistro del  principe  di  Palestrina  d.  Maf- 
feo Barberini,  figlio  di  d.  Taddeo  nipo- 
te di  Papa  Urbano  Vili,  cou  suo  ulti- 
mo testamento,  pubblicalo  a'18  settem- 
bre 1678,  per  atti  del  Coletti  notaio 
Capitolino,  lasciò  una  casa  nel  rione  Co- 
lonna, e  precisamente  nel  vicolo  detto 
Cacciabove,  vicinoalla  delta  chiesa,  com- 
posta di  10  ambienti,  cioè  8  stanze  su- 
periori e  2  terrene;  una  porzione  di  casa 
posta  nell'abitato  degli  ebrei,  in  corno* 
necoirarciconfraternita  della  ss.  Conce- 
zione esistente  in  s.  Lorenzo  in  Damaso, 
e  finalmente  lutto  il  suo  mobilio,  ori 


VED 

ed  argenti  e  altro,  con  obbligo,  rispetto 
alla  casa  al  vicolo  Cacciabove,  di  dover- 
si concedere  l'uso  gratuito  a  povere  ve- 
dove, e  1'  altra  in  porzione  come  sopra 
nell'abitato  degli  ebrei  per  sovvenire  le 
stesse  vedove  col  fruttato  di  essa  e  di  tut- 
ta la  sua  roba,  cioè  mobili,  argenti  ec, 
si  dovesse  vendere  e  rinvestire  in  Luo- 
ghi di  3  fonti  Ristorali,  assegnandoli  per 
fondo  d'  uua  cappellania  di  messe  quo- 
tidiane, eretta  nella  chiesa  delle  con  vit- 
ti ici  del  Bambino  Gesù  di  Palestrina.  E- 
seguila  la  vendita  degli  oggetti  tulli  la- 
sciati dal  benefico  Raggioli,  fu  erogato 
l'importo  in  luoghi  ii:85di  monti  ri- 
storali ;  ma  dipoi  attesa  l'estrazione  fat- 
ta de'medesimi  dalla  Carnet  a  apostolica, 
vennero  rinvestiti  in  luoghi  9:80  del 
monte  s.  Pietro,  per  cui  attesa  la  mino- 
razione del  capitale,  di  conseguenza  an- 
che del  fruttalo,  mancò  il  compimento 
dell'elemosina  stabilita  di  bai.  io  per 
ciascuna  messa.  Allora  fu  che  con  decre- 
to della  s.  congregazione  del  concilio,  de* 

1  7  aprilei  747,venneroassegnati  per  fon- 
do di  della  cappellania  quotidiana,  tan- 
to i  nominati  luoghi  di  monte  di  S.Pietro, 
quanto  la  porzione  di  casa  nell'abitato 
degli  ebrei,  e  rimase  soltanto  nell'eredi- 
tà, ossia  opera  pia,  la  casa  nel  vicolo 
Cacciabove,  che  fu  assegnata  quanto  alle 
stanze  superiori  per  uso  di  7  vedove,  e  le 

2  stauze  terrene  d'attillarsi,  il  di  cui  ri- 
tratto, unitamente  al  fruito  de'luoghi  di 
monte  di  s.  Pietro  9.0  erogarli  nelle  spe- 
se occorrenti  dell'  olio  per  la  lampada 
nella  cappella  esisteute  in  delta  casa,  ac- 
concimi necessari,  nella  medesima  distri- 
buzione di  limoline  alle  dette  vedove,  e 
ricognizione  al  computista  ed  esattore. 
Posteriormente  alla  suddetta  epoca,  fu- 
rono sempre  conferite  l'abitazioni  alle 
vedove  secondo  la  carilalevole  disposi- 
zione testamentaria  del  Raggioli, median- 
te nomina  de'principi  Barberini  prò  tem- 
pore, secondo  la  voloutà  del  testatore; 
e  colla  rendita  delle  due  stanze  terrene, 
noti  che  del  frullo  del  luogo  di  monte 


VED 

spettante  a  varie  opere  pie,  si  fece  fron- 
te agli  acconcimi  della  casa,  ed  all'altre 
spese  suindicate,  e  tutto  ciò  sino  al  1 800, 
dopo  la  quale  epoca  essendo  stata  impo- 
sta la  tassa  della  dativa  reale,  si  dovero- 
no necessariamente  sospendere  le  sov- 
venzioni alle  vedove,  poiché  la  reudita 
di  delti  pianterreni,  e  rata  di  fruttato 
delle  case  acquistate  co'  luoghi  di  mon- 
te, neppure  è  sufficiente  a  sostenere  il  peso 
degli  acconcimi  necessari  e  al  pagamen- 
to della  dativa.  Per  cui  delle  7  abitazio- 
ni assegnate  per  le  vedove,  una  si  affitta 
pcgli  acconcimi,  e  cosi  ora  vi  sono  6  ve- 
dove soltanto.  L'  abitazione  di  ciascuna 
consiste  in  una  stanza,  in  un  camerino, 
ed  iu  una  piccola  cucina.  Siccome  il  ca- 
samento è  situato  presso  il  vicolo  Caccia- 
bove,  dopoché  cominciarono  ad  abitarlo 
le  vedoverà  parte  ch'édinanzi  ad  esso  pre- 
se il  nome  di  vicolo  delle  Vedove.  Il  cardi- 
nal Monchini  parla  de'pii  ricoveri  delle 
vedove  in  Roma  nel  suo  libro  de°V  Istituti 
di  pubblicacarità  in  Roma  o  Saggio  sto- 
rico e  statistico,  nella  par.  2/,  cap.  22  : 
Delle  pie  case  per  le  vedove  j  e  meglio 
nella  Nuova  edizione  del  1 842,  cap.  1 5  : 
Ospizi  e  case  di  ricovero.  In  questo  di- 
ce delle  case  delle  vedove  del  medico 
Ghislieri;  di  quella  in  via  Paradiso  per  5 
vedove  a  nomina  della  deputazione  di 
Sancta  Sanctorum  (^.)  ;  di  quella  del 
principe  Ruspoli;  di  quella  al  Boschetto; 
di  quella  della  parrocchia  di  s.  Lorenzo 
in  Lucina;  di  quella  al  vicolo  delle  Ve- 
dove, ed  aggiunge.  «  Altra  casa  é  pure 
nella  parrocchia  di  s.  Maria  in  Via  nella 
strada  Poli.  L'arciconfraternita  delia  ss. 
Annunziata  tiene  una  casa  nella  parroc- 
chia di  s.  Giacomo  in  Augusta  in  via  del- 
l' Orsoline,  e  altra  per  6  vedove  al  vico- 
lo de'  Vecchiarelli.  Simili  ricoveri  sono 
pure  presso  la  chiesa  della  Pace  per  9 
vedove  nominale  dalla  deputazione  di 
Sancta  Sanctorum,  in  via  de'Polacchi, 
appartenente  alla  pia  casa  degli  orfani, 
con  6  camere,  e  al  vicolo  del  Villano  con 
1 1  stauze  gueruile  ciascuna  d'uu  Icito". 


VED  271 

Finalmente  in  Roma  molte  pie  persone 
albergano  caritatevolmente  vedove  biso- 
gnose^ per  40  anni  godè  ospitalità  quella 
vedovaElisabettaFrenazzi  veneziana, sag 
già  e  ouesta.il  i  condizione  servile  e  già  ma- 
dre d'8  figli,  morta  dii  12  anni  in  Roma 
nel  1 835,  come  si  legge  ne'n.  3  e  89  del 
Diario  di  Roma,  descrivendone  gli  ono- 
revoli funerali.  Sulle  vedove  e  altre  don- 
ne tra' tanti  scrittori  ne  ricorderò  alcu- 
ni. Ziegler,  De  Diaconis  et  Diaconissis 
veteris  Ecclesiae,  Wittebergae  1678. 
Cardinal  Agostino  Valerio,  Dell*  istru- 
zione delle  donne  maritate.  Delle  don- 
ne cristiane.  Sulla  veduità.  De*  ricor- 
di lasciati  alle  monache.  Del  modo  di 
vivere  proposto  alle  vergini ,  Padova 
1744-  Del  medesimo,  Le  istituzioni  d'o- 
gni stato  lodevole  delle  donne  cristia- 
ne j  illustrate  dal  Volpi,  Padova  1 744» 
Serviez,  Storia  della  vita  dell'impera- 
trici romane,  Venezia  1785.  Guglielmo 
Alexandre,&onVz  delle  donne  dalla  pia 
remota  antichità  fino  a'  nostri  giorni, 
Londra  17 7$.  Dell' apostolato  delle  fem- 
mine ossia  della  parte  che  le  femmine 
possono  e  debbono  prendere  nella  pietà 
e  nella  religione,  Roma  1800.  Quest'o- 
pera la  trovo  registrata  dal  cav.  Audrea 
Belli  nella  sua  descrizione  dell'  Ospitale 
delle  donne  presso  s.  Maria  della  Con- 
solazione, nella  quale  encomiando  il  vir- 
tuoso praticato  nel  medesimo  e  altri  spe- 
dali di  Roma,  dalle  nostre  principesse  e 
signore  particolari,  registrò  quanto  di  lo- 
ro disse  Leoue  XII  :  Beate  quelle  che  si 
diportano  così  !  Anco  le  donne  potino 
essere  A  postole.  F.  Barberino,  Del  reg- 
gimento e  de'  costumi  delle  donne ,  Ro- 
ma 1 8  1 8.  Alcuni  anni  addietro  fu  stam- 
pato in  Roma  :  Sulla  turba  didonne  me- 
dichesse a  danno  dell'umanità  e  della 
vera  medicina,  Memoria  del  d.r  Gioac- 
chino Luigi  Tridenti.  P.  d.  Gioacchino 
Ventura,  La  donna  cristiana,  Milano 
i853:  Le  donne  del  l'angelo,  Milano 
1 854  ;  La  donna  cattolica,  continuazio- 
ne delle  Donne  del  Vangelo,  Milano 


272  VED 

i855  :  La donnacattolica,tr adotta  dal 
p.  Marcellino  da  Civezza, Roma  i856: 
Nuove  Omelìe  sulle  donne  del  l'angelo, 
Milano  1857:  Il  modello  delle  vedove, 
Horaa  1 840.  DellaPedagogia  necessaria 
alle  donne  per  Michele  De  Màtthias,Fe- 
renlino  1 85 1 .  La  donna  nobilitata  dal 
Vangelo,  e  considerata  sotto  il  triplice 
aspetto  di  vergi ne,di  sposandi  madre /lei 
teologo  Maurizio  Ma  rocco  /Torino  1 855, 
Lodovico  Domenichi,  La  nobiltà  ed  ec- 
cellenza delle  donne,  Venezia  1 549.  Lo- 
dovico Dolce,  Dialogo  dell'  istituzione 
delle  donne,  Yinegia  1  545.  Ercole  Mare- 
scotti,  Dell eccellenza  della  donna,  Fer- 
mo i58g.  Agnelli,  amorevole  avviso  al- 
le donne  circa  i  loro  abusi,  Milano 
j  5g2.  Girolamo  Ercolini,  La  reggia 
delle  vedove,  Padova  1662.  A.  Firen- 
zuola,Z>e//e  bellezze  delle  donne, Venezia 
1 622.M.Thomasl&7g'gz<0  sopra  il  carat- 
tere, i  costumi  e  lo  spirito  delle  donne 
mvari  secoliJ  Venezia  1773,  Cremona 
1782  :  traduzione  di  G.  Grassi.  Le  tri- 
bolazioni delle  maritate,  dialoghi,  Mon- 
za 1857.  Ne  dà  un  utile  cenno  la  Civil- 
tà Cattolica,  serie  3.a,t.  io,p.  92.  Nella 
Cronaca  di  Milano,  an.  IV,  p.  1  1  vi  è 
un  articolo  interessante  che  porta  per  ti- 
tolo: La  condizione  civile  della  donna 
a!  tempi  antichi,  a! feudali  ed  a?  moderni. 
Carlo  Bartolomeo  Piazza,  Cherosilogio 
ovvero  discorso  dello  stato  vedovile, spie- 
gato colle  memorie  illustri  di  s.  Galla 
patrizia  vedova  romana,  Roma  1708, 
E'  diviso  in  3  decadi.  Nella  1.*  sono  re- 
gistrale le  memorie  del  sito  e  famiglia  di 
s.  Galla  figlia  di  Q.Aurelio  Anicio  Sim- 
maco e  cognata  d'  Anicio  Manlio  Tor- 
quato Severino  Boezio  celeberrimi  ;  e  del- 
ie azioni  illustri  della  santa  nello  stato  di 
donzella,  di  maritata. e  di  vedova,  quia- 
di  di  monaca.  Nella  2/ del  suo  palazzo 
convertito  in  Chiesa  di  s.  Maria  in  Por- 
tico (A.),  in  ospedale  pegl'  infermi  (che 
vuoisi  fosse  ov'è  la  chiesa  di  s.  Omobo- 
no,  di  cui  nel  voi.  LXXXIV,  p.  2  i5),  e 
in  ospizio  de'pellegriui  e  altri  poveri,  di- 


VED 

poi  rinnovato  a  tale  uso  e  rammenta- 
to di  sopra;  non  che  dell'encomialo  isti- 
tuto degli  operai  della  Divina  Pietà, nel- 
l'origine esercitato  nella  chiesa  di  s.  Gal- 
la, ivi  fondato  dal  sacerdote  Giovanni 
Stanchi  della  Croce  d'Arezzo,  e  poi  tras- 
ferito nella  vicina  chiesa  di  s.  Gregorio 
a  ponte  Quattro  Capi,  stimala  già  altra 
casa  della  famiglia  Anici  a.  Nella  3.",  in 
quanta  stima  e  venerazione  siano  sem- 
pre state  presso  i  gentili,  gli  ebrei  e  tut- 
te le  nazioni,  come  nella  Chiesa,  le  ve- 
dove delle  prime  nozze.  Della  stima  e  ve- 
nerazione e  merito  delle  vedove  ne'  se- 
coli cristiani,  e  loro  preclare  virtù.  Esem- 
pi memorabili  delle  vere  e  virtuose  ma- 
trone romane  vedove.Altri  memorabili  e- 
sempi  di  vedove  sante  e  illustri  nella  s. 
Chiesa. Di  quanta  lode  e  slima  siano  sem- 
pre state  le  vedove  caste  non  passale  a  se- 
conde nozze.  Documenti  preziosi  di  s.  Gi- 
rolamo scritti  dalla  Palestina  alle  sante 
sue  discepole  nobili  matrone  romane  Le- 
ta,  Fabiola,  Marcella,  Melania,  Eusto- 
chia  e  Demetriade,  e  alle  buone,  caste  e 
sante  vedove  cristiane.  Ammaestramen- 
ti e  ricordi  spirituali  di  s.  Agostino  alle 
matrone  vedove  cristiane,  altro  maestro 
di  esse  essendo  stato  s.  Ambrogio.  Salu- 
tare documento  lasciò  scritto  s.  Basilio 
Magno  alle  vedove  contro  le  seconde  noz- 
ze; Audiant  ipsae  mulieres,uteliam  a- 
pud  animali  a  r  adone  non  pr  aedita  vi- 
duita tis  honeslas,  indecore  iterati  conju- 
gii  anteponatur.  Per  non  passare  alle  se- 
conde nozze  anche  i  ss.  Girolamo  e  Ago- 
slino  ne  riportano  le  ragioni.  Delle  gra- 
zie e  privilegi  concessi  dalle  leggi  cano- 
niche e  civili  allo  slato  vedovile  ;  la  Chie- 
sa espressamente  pregando  nelle  sagre 
liturgie  del  venerdì  santo  per  le  vergini 
e  per  le  vedove.  Essere  proprio  ed  ec- 
cellente ministero  delle  vedove  l'educa- 
zione de'  figli  nella  disciplina  cristiana. 
Digressione  per  la  cristiana  educazione 
de'figli,  tratta  da'documenti  del  cardinal 
Anloniano. 

Lo  Sposalizio  0  Matrimonio  (/  .)  in 


VED 

seconde  nozze  fu  dello  anche  Bigamia 
(T .),  chiamandosi  Bigamo  e  Bigama, 
quello  e  quella  che  prende  due  mogli  o 
due  inalili,  o  simultaneamente  o  succes- 
sivamente. Senza  il  precedente  Divorzio, 
la  bigamia  era  condannata  anche  dalle 
leggi  romane  e  di  altri  popoli.  Il   biga- 
mo subito  incorre  neìì'  Irregolari  tà^P.), 
ed  a  Papa  s.  Silicio  del  385,  da  Novaes 
si  attribuisce  la  proibizione,  che  gli  am- 
mogliati con   vedove  si  potessero  ordi- 
nare. Leggi  ecclesiastiche  già  esistevano, 
poiché  si  ha  da'  Canoni  apostolici,  e.  16 
e  17.»»  Non  si  ammetterà  al  Vescovato, 
al  Presbiterato,  o  al   Diaconato,  ne  a 
vernai  ordine  ecclesiastico,  il  vedovo  che 
sarà  stato  maritato  due  volte,  o  chi  avrà 
sposata  una  concubina,  o  una  donna  ri- 
pudiata, o  una   donna   pubblica,  o  una 
donzella  schiava,  o  una  commediante,  o 
altra  donna  di  teatro".  Nel  riferire  il  p, 
Chardon   che  i   bigami  sono  irregolari, 
chiama  bigamo  in  questo  proposilo,  non 
chi  commette  il  delitto  d'aver  due  mo- 
gli tutte  in  una  volta  (che  poteva  chia- 
mare poligamo),  ma  chi  passa  alle  secon- 
de nozze  o  sposa  una  vedova  o  una  don- 
na che  notoriamente  non  sia   vergine  } 
dappoiché  tali  matrimoni  si  reputarono 
sempre  come  macchiati  d'incontinenza  o 
di  debolezza.  11  concilio  di  Neocesarea  del 
3  1  4  decretò  col  e.  7.  »  Quelli  che  si  ma- 
ritassero molte  volte,  si  ponessero  in  pe- 
nitenza per  un  cerio  tempo  ;  proibizio- 
ne a'sacerdoti  d'assistere  a'eonviti  di  se- 
conde nozze,  perchè  quantunque  per- 
messe, si  riguardavano  come  una  debo- 
lezza ".  Col  e.  i.°  il  concilio  di  Laodicea 
del  367(0  meglio  del  320)  statuì. «Quel- 
li che  hanuo  contratto  seconde  nozze,  li- 
beramente e  legittimamente  senza  far  ma- 
trimonio clandestino,  saranno  ammessi 
alla   comunione  per  indulgenza  ,  dopo 
qualche  poco  di  tempo  impiegato  ne'di- 
giuni  e  nelle  preghiere  "'.  Si  legge  nell'e- 
pistole canoniche  di  s.  Basilio    Magno. 
«Le  seconde  nozze  ne'primi  secoli  della 
Chiesa  obbligavano  a  penitenza,  secondo 


VED  a73 

gli  uni  d'un  anno,  secondo  gli  altri  di  due 
anni  ;  le  terze  nozze  di  tre  o  quattro  an- 
ni, si  separavano  dalla  comunione.  È  no- 
stro costume  di  separar  cinque  anni  per 
le  lerze  nozze.  Non  ostante  non  deve  proi- 
birsi loro  l'ingresso  in  chiesa,  ma  convie- 
ne ammetterli  al  numero  degli  auditori 
due  o  tre  anni,  dopo  i  quali  potranno 
essere  ricevuti  tra'  consistenti  co'  fedeli, 
ma  senza  partecipazione  a'santi  misteri  ; 
in  fine,  dopo  che  avranno  dato  saggio  del 
pentimento  loro,  saranno  rimessi  alla  co- 
munione ".  Delle  classi  e  gradi  de' Peni- 
tenti per  la  pubblica  Penitenza  nel  Tem- 
pio, in  tali  articoli  ne  ragionai,  colle  di- 
verse denominazioni  de'penitenti. Si  può 
vedere  ancora  quanto  analogamente  scris- 
si nel  voi.  XLI1I,  p.  282,  e  ne'canoni  ri- 
portati de'rispetlivicoucilii,come  in  quel- 
li di  Toledo  del  633  e  del  683.  Parlan- 
do delle  Donne,  feci  cenno  de!  riferito  da 
S.Girolamo  neh'  Epist.  11,  e  qui  me- 
glio dichiarerò,  cioè  che  a  suo  tempo  in 
Roma,  mentre  serviva  Papa  s.Damaso  1, 
della  vilissima  plebe  vivevano  una  don- 
na che  successivamente  aveva   sposato 
ventidue  mariti,  ed   un  uomo  eh'  erasi 
coniugato  con  venti  mogli,  i  quali  essen- 
do di  nuovo  restati  vedovi  si  maritaro- 
no insieme,  onde  tutto  il  popolo  si  pose 
in  espettazione  chi  sarebbe  morto  prima, 
e  per  così  due  chi  de'due  doveva  ripor- 
tare vittoria,  con  seppellire  il  consorte. 
Vinse  finalmente  il  marito,  il  quale  co- 
ronato e  con  la  palma  in  mano,  accom- 
pagnato da  mollo  popolo  acclamante,  as- 
sistè a  Ila  tumulazione  della  moglie.  L'ab, 
Dici  ioli,  Dizionario  sacro-liturgico,  net* 
l'articolo  Matrimonio  e  sue  regole  ge- 
nerali da  osservarsi,  riporta  la  seguente. 
»  Si  guardi  il  parroco  di   non  benedire 
que'sposi,  che  furono  benedetti  nelle  pri- 
me nozze,  tanto  se  l'uomo,  quanto  se  la 
donna  passasse  alle  seconde.  Ma  dove  vi- 
ge la  consuetudine  di  benedire  le  secon- 
de nozze  d'un  uomo  con  una  donna  non 
ancor  maritata  (perchè  si  reputa  neces- 
saria la  benedizione  della  donna,  attesa 


27+  V  E  D 

la  maledizione  data  da  Dio  ad  Eva  ma- 
dre de' vi  venti,  come  si  ha  dalla  Genesi 
cap.  3,  dove  si  legge:  M  ulti  pile  abo  ae- 
rurnnas  tuas  j  in  dolore  pariesfilios,  et 
sub  viri  pò  testate  eris,  et  ipse  dominabi- 
lur  tui),  questa  si  deve  osservare  ;  ma  non 
si  benedicano  però  le  nozze  della  vedova, 
ancorché  si  unisca  con  uomo  non  mari- 
tato altra  volta  ".  Il  testo  Ialino  si  può 
leggere  nel  Rituale  Romanuni  :  De  Sa- 
cramento Malrimonii.  Sulla  benedizio- 
ne utiliziate  dello  Sposalizio,  e  degli  al- 
tri riti  che  1'  accompagnano  ,  occorre 
tenere  presente  quell'articolo.  Siccome 
nello  sposalizio  pel  detto  motivo  è  neces- 
saria la  benedizione  della  donna  nubile, 
così  in  Roma  si  benedice  oltre  lo  sposali- 
zio dell'uomo  e  della  donna  nubili,  an- 
che quello  dell'uomo  vedovo  colla  don- 
na nubile;  non  però  si  benedice  lo  sposa- 
lizio dell'uomo  nubile  con  la  donna  ve- 
dova, e  neppure  lo  sposalizio  d'una  vedo- 
va con  un  vedovo.  Il  p.  Chardon,  Storia 
de'  Sagramenti,ivalla  nel  t.  3, 1.  3, cap.  3  : 
Si  cerea  l'antichità  d'alcune  ceremonie 
della  celebrazione  del  matrimonio.  Nel 
e.  5  :  Delle  seconde,  terze  e  quarte  nozze. 
De'  sentimenti  degli  antichi  su  questo 
proposito.  De'  vantaggi ,  di  cui  erano 
privi  quelli  e  quelle  che  vi  s'  impegna- 
vano j  e  della  penitenza  a  cui  erano 
soggetti.  Nel  cap.  6:  Di  qual  maniera 
erano  trattati  quelli  che  contraevano 
de'  secondi  e  terzi  matrimoni.  Peniten- 
za che  loro  s'imponeva.  Si  negava  loro 
la  benedizione  nuziale.  Cambiamento 
di  disciplina  nato  tanto  nell'  oriente  , 
quanto  nell'occidente  in  questo  propo- 
sito. Passo  d'ambedue  i  capitoli  5.°e6.°,e 
di  sì  estesa  materia  a  darne  un  estratto,ol- 
tre  un  piccolocennodell'altrocap.  3.°;  av- 
vertendo che  brevemente  del  più  essen- 
ziale di  questo  grave  e  delicato  argomen- 
to ne  ragionai  nel  voi.  XLIII,  p.  281, 
282  e  altrove,  potendo  servire  di  conclu- 
sione, insieme  precipuamente  a  quanto 
in  fine  dirò,  col  dotto  perugino  cav.  Pie- 
tro Veruiiglioli  professore  uclla  patria  u- 


VED 

ni  versila  di  diritto  cesareo  e  canonico,  su 
questo  vasto  ed  importante  argomento 
ue'puuti  più.  rilevanti  e  con  alcune  inte- 
ressanti aggiunte.  S.  Paolo  neWEpist.  1 
a  Timoteo  spiega  in  poche  parole  la  cor- 
rispondente dottrina  della  Chiesa  ,  e  la 
stima  ch'egli  ha  per  la  vedovanza  ,  che 
dipoi  fu  sempre  in  venerazione  fra*  cri- 
stiani, come  già  dimostrai  :  Onorate  ed 
assistete  le  vedove  che  sono  veramente 
vedove.  Egli  mai  conta  in  questo  nume- 
ro tutte  quelle  che  avendo  perduto  i  lo- 
ro mariti  vivono  nel  celibato;  ma  quel- 
le soltanto,  le  quali  solo  sperano  in  Dio, 
perseverando  giorno  e  notte  nella  pre- 
ghiera. Le  vedove  giovani,  oziose,  ciar- 
liere, curiose,  ec.  non  sono  nel  numero 
di  quelle  che  s.  Paolo  vuole  rispettate,  le 
quali  desidera  che  si  rimaritino,  ch'ab- 
biano figli  e  governino  le  loro  famiglie, 
per  non  dare  motivo  a'uemici  di  nostra 
s.  Religione  a  rimproverarci.  Ecco  in  po- 
che parole  i  sentimenti  che  sempre  ebbe 
ed  ha  la  Chiesa  su  questo  particolare;  il 
che  non  le  impedì  d'esortar  le  vedove  a 
rimaner  nel  loro  stato,  come  più  vantag- 
gioso, e  insieme  di  riguardare  con  una 
specie  di  quasi  indegnazione  le  seconde 
nozze,  ed  a  più  forte  ragione  le  terze  e 
quarte.  Due  ragioni  fra  l'altre  facevano 
entrarei  cristiani  primitivi  in  questi  sen- 
timenti. Era  lai.*,  perchè  leseconde  noz- 
ze portavano  seco  un  certo  carattere  d'in- 
continenza e  di  debolezza,  che  non  si  ac- 
cordava molto  coli'  austerità  de'  primi 
tempi,  e  con  quello  spirito  di  mortifica- 
zione e  distacco  da  ogni  piacere  sensuale, 
che  regnava  allora  fra  loro,  così  fervorosi 
e  virtuosi  cristiani.  L'altro  motivo,  che 
fece  loro  biasimar  le  seconde  nozze,  sen- 
za però  riguardarle  come  illegittime,  e- 
rano  gl'inconvenienti  che  le  seguivano, 
le  gelosie  e  le  dissensioni  che  suscitavano 
nelle  famiglie  ,  allorché  precipuamente 
chi  si  rimaritava  avea  figli  del  i.°  letto, 
come  avviene  tuttora,  tranne  rari  casi. 
Quindi  i  Padri  fecero  sovente  delle  vive 
ed  eloquenti  dipinture  di  sifoni  disordini 


VED 
per  distogliere  i  vedovi  e  le  vedove  dal 
rientrar  nel  vincolo  matrimoniale.  Si  di- 
stinse il  facondo  s.  Gio.  Crisostomo  col 
Sermone  4o.  Per  brevità  non  ne  fo  cen- 
no ,  ma  vi  osservo  appuntino  descritto 
ciò  che  in  pratica  vediamo  di  frequente 
ancor  noi,  sui  tanti  generi  di  dissensioni, 
disoidini,  parzialità  nocevoli  quasi  inse- 
parabili ove  sieno  figli  del  i ,°  letto  e  peg- 
gio  sedai  nuovo  ne  vengono  o  non  ne  ven- 
gono altri;  sui  padrigui  e  massimamen- 
te sulle  matrigne,  i  primi  poco  comune- 
mente fauno  da  Padri  (ì r  .),  le  seconde 
ratissimamente  fanno  da  Madri  (^.), 
to' Figli  dell'altro  letto;  ampio  e  deplora- 
bile campo  di  sciagure  e  di  contese,  che 
sono  a  notizia  di  tulli.  Il  non  raro  ri* 
chiamare  il  coniuge  estinto,  è  un  fomite 
terribile  per  le  sue  conseguenze.  L'espe- 
rienza, i  casi  pressoché  comuni,  i  non 
pochi  esempi  quotidiani,  unitamente  al- 
la debolezza  che  mostrava  chi  s'impegna- 
va nelle  seconde  nozze,  erano  i  motivi 
che  per  esse  ispiravano  tanta  avversione 
agli  antichi,  per  cui  talvolta  li  fece  espri- 
mere con  alquanta  esagerazione,  e  quan- 
tunque in  sostanza  uon  le  considerassero 
come  illegittime,  come  realmente  uon  lo 
sono,  per  averle  permesse  e  per  permet- 
terle la  nostra  madre  e  maestra  la  Chie- 
sa ;  tranne  gli  eretici  lìlontanisti,  Nova- 
ziani  (^J,  e  altri  che  irragionevolmen- 
te con  ostinazione  le  avversarono,  in  uno 
al  gran  Tertulliano  (Z^.)  divenuto  mi- 
seramente moutanista,  nel  riprendere  a- 
clemente  l'autore  del  libro  Del  Pastore, 
che  avea  autorizzato  le  seconde  nozze  e 
il  nuovo  coniugio  de' vedovi  e  delle  vedo- 
ve. Nondimeno  e  sebbenegli  antichi  non 
le  riprovassero  assoluta mente,e  le  riguar- 
dassero come  veri  matrimoni,  e  tali  sono, 
le  biasimavano  però  estremamente,  co- 
me tra  gli  altri  apparisce  (\a\Y  Apologia 
d'Atenagora,  in  cui  loda  i  cristiani  vedo- 
vi  e  vedove,e  tratta  nientemeno  le  secon- 
de nozze  di  fornicazione  coperta  dal  velo 
di  onestà.  Minuzio  Felice  scrisse  quasi 
ne'uiedesimi  sensi.  Ma  questi  e  altri  scrit- 


V  lì  D  27 ì 

tori  ecclesiastici   non  si  contentarono  di 
celebrare  la  castità  e   la  continenza  de' 
cristiani,  e  talvolta  per  l'eccessivo  zelo 
per  essa,  si  servirono  di  tali  severe  espres- 
sioni che  sembrano  apertamente  condan- 
nare i  matrimoni  reiterati.  Tali  sono  l'e- 
spressioni adoperate  ancora  da' dottissi- 
mi s.  Ireneo,  s.  Clemente  Alessandrino^ 
(V.)  e  da  Origene  (f,)t  che  cadde  ni  de- 
plorabili eccessi,  sino  a  rendersi  Eunuco 
(A'.),  oltre  alcuni  altri,  i  quali  però  devo- 
no interpretarsi  favorevolmente  e  con- 
forme alla  dottrina  da  s.  Paolo  sì  chia- 
ramente spiegata.  Origene  però  fra  gli 
gli  altri,  nella  sua   Omelia  17  sopra  s. 
Luca,  in  proposito  esternò  uu  pensiero 
assai  curioso  o  stravagante,  arrivando  a 
dire  che  le  nozze  recidive  ci  esclude  dal 
regno  di  Dio,  come  i  bigami  lo  sono  da- 
gli ordini  sagri,  e  quanto  alle  donne  ve- 
dove, dal  grado  di  Diaconesse j  e  che  i 
bigami  devono  per  questo  esser  manda- 
ti al  fuoco  eterno.  Invece  il  i.°concilio  ge- 
nerale di  JN'icea  nel  325,  circa  72  anni  do- 
po la  morte  d'Origene,  dichiarò  legittime 
le  seconde  nozze,  ordinando  che  se  i  no- 
vaziani   volessero  ritornare  alla  Chiesa, 
fossero  obbligati  a  non  più  riguardare  co- 
me scomunicati  quelli  che  ad  esse  fosse- 
ro passati. Noteròche  contemporaneo  d'O- 
rigene fu  Valesio  filosofo  arabo,caposelta 
de'  Salesiani  (Z7.),  il  quale  insegnò  ilo- 
versi  l'uomo  rendere  Eunuco 9  errore  che 
tosto  fu  condannatodallaChiesa.il  citato 
concilio  diLaodicea  del  367  o  32o,li  chia- 
ma matrimoni  legittimi.  E  s.  Ambrogio 
dice,  ch'egli  secondo  la  dottrina  dell'  A- 
postolo,  non  vuol  condannare  le  seconde 
nozze,  sebbene  steuti  ad  approvar  la  con- 
dotta di  chi  vi  s'impegna,  e  che  l'astener- 
sene  è  cosa  assai  più  eroica  e  pei  fetta.  Le 
quali  autorevoli  parole  mostrano  ad  e- 
videnza  quali  siano  stati  costantemente  i 
sentimenti  de'  cattolici  riguardo  alle  se- 
conde nozze  fino  allo  scismatico  Fozio,  il 
cui  mal  talento  contro  la  Chiesa  latina, 
da  cui  separò  la  greca  con  nuovo  scisma, 
l'indusse  a  rimproverarle,  come  errore, 


276  VED 

il  riguardarle  legittime.  Quanto  alle  ter- 
ze e  alle  quarte  nozze,  i  Padri  ne  parlano 
in  modo  da  fai  arrossire  que'che  le  con- 
traggono, e  poco  ci  manca,  che  non  le  trat- 
tino di  concubinato  (la  Chiesa  ha  sempre 
condannato  tale  disordine  intollerabile  e 
scandaloso,  e  quale  adulte»  io  e  fornicazio- 
ne, cioè  i  mariti  che  oltre  alle  loro  mogli, 
vivano coniugalmentecon  altra  donna,  in 
qualunque  condizione  la  tenessero).  L'au- 
tore delle  Costituzioni  apostoliche  dice 
che  le  terze  nozze  sono  giudicate  una  for- 
nicazione manifesta. Tali  unioni  le  riguar- 
da s.  Basilio  come  la  scopatura  della  Chie- 
sa; non  le  condanna  pubblicamente,  poi* 
che  le  preferisce  alla  fornicazione  manife- 
sta; nondimeno  le  disse  ancora  poligamia 
(laquide,  che  nelle  donne  dicesi  polian- 
dria, considerata  come  propria  piuttosto 
delle  bestie  che  degli  uomini,  la  Chiesa 
sempre  severamente  condannò,  per  aver- 
laGesù  Cristo  riprovata  nel  Vangelo,  poi- 
ché senz'essere  direttamente  opposta  alla 
legge  naturale, poi  ta  però  seco  tanti  incon- 
venienti nel  matrimouiojche  rende  diffici- 
lissimo l'adempimento  de'doveri.  I  prin- 
cipi d'accordo  colla  podestà  ecclesiastica 
fecero  leggi  severe  contro  la  poligamia,  ed 
in  Francia  colla  pena  di  morte  ne'tempi 
antichi,  cioè  i  convinti  d'essersi|rimaritali 
viventi  le  loro  mogli;  poi  li  condannò  al- 
la galera,  e  le  donne  frustate  per  mano 
del  boia  e  poi  racchiuse  iti  un  monaste- 
ro. La  poligamia  è  in  uso  presso  i  Tur- 
chi,  e  altre  nazioni  infedeli  e  idolatre;  ma 
i  turchi  civilizzali  e  di  buon  senso  ormai 
la  ripugnano),  o  d'impudicizia  a  certi  li- 
miti ristretta.  11  che  senza  dubbio  deve 
intendersi  impropriamente,  e  allora  solo, 
che  chi  contrae  siffatte  unioni  vi  si  lascia 
condurre  dalia  passione;  poiché  la  storia 
c'insegna  che  persone  dabbene  nellaChie- 
sa,  successivamente  sposarono  sette  o  ot- 
to mogli,  come  Carlo  Magno,  la  cui  me- 
moria sarà  sempre  in  benedizione.  Con- 
viene però  confessare,  che  più  rigida 
comparve  in  questo  la  Chiesa  greca  della 
latina,  e  che  il  rigore  di  quella  riguardo 


VED 

a  ciò  giunse  fino  all'eccesso.  Infatti  Pira- 
peratore  Basilio  I  ordinò  nella  sua  No- 
vella, che  si  punissero  le  terze  nozze  se- 
condo il  rigore  de'canoni;e  aggiunge,  che 
se  Giustiniano  1,  e  le  leggi  romane  non 
hanno  condannato  le  quarte  nozze  ,  egli 
le  proibisce  come  concubinati, perchè  con- 
dannate dalla  legge  di  Dio.  Il  suo  figlio 
e  successore  Leone  VI,  confermò  la  pa- 
terna costituzione,  e  vedendo  che  le  quar- 
te nozze  erano  assai  frequenti  nel  suo  im- 
pero greco,  ordinò  che  si  punissero  nella 
maniera  che  vogliono  i  canoni,  senza  far 
grazia  nemmeno  a  quelli,  che  maritati  si 
fossero  per  la  terza  volta,  perchè  la  loro 
incontinenza,  dic'egli,  è  riprovata  fino  fra 
le  bestie.  Leone  VI  però  fu  ili.°a  portar 
la  pena  di  sua  legge,  che  violò  col  mari- 
tarsi per  la  quarta  volta,  non  avendo  a- 
vulo  figli  dalle  3  prime  mogli.  Gli  si  op- 
pose a  tutto  potere  Nicolò  patriarca  di 
Costantinopoli,  ma  non  potè  impedirlo  : 
egli  ed  i  suoi  prelati  non  vollero  assiste- 
re al  battesimo  di  Costantino  VI,  che  nac- 
que da  quell'ultimo  matrimonio.  Indi  il 
patriarca  scomunicò  l'imperatore,  e  que- 
sti lo  cacciò  dalla  sua  sede, alla  quale  non 
fu  restituito  che  nel  regno  di  Costantino 
VI.  Questo  principe  rad  uno  i  vescovi  del- 
l'impero, per  riunire  gli  spiriti  e  ristabi- 
lire la  memoria  del  padre.  I  prelati  fu- 
rono lutti  d'ini  istesso  sentimento,  e  iti 
proposito  delle  persone  che  si  rimarita- 
vano fecero  un  regolamento,  detto  il  Li- 
bro dell'unione.  In  esso  fu  stabilito:  i.° 
che  le  seconde  nozze  sarebbero  permesse; 
purché  si  contraessero  con  intenzioni  af- 
fatto cristiane  ;  i.°  che  le  terze  nozze  non 
sarebbero  più  permesse  a  coloro  che  aves- 
sero 3o  ovvero  /fO  anni,  quando  avesse- 
sero  figli  del  primo  loro  matrimonio  ,  e 
se  contravvenissero  dovessero  far  peni- 
tenza per  5  anni  i  maritati  la  terza  vol- 
ta di  4o  anni,  e  non  potessero  comunicar- 
si fino  alla  morte  che  una  volta  l'anno, 
ed  i  maritati  così  di  3o  anni  stessero  nel- 
la penitenza  4  anni,  dopo  i  quali  potes- 
sero comunicarsi  3  volle  l'aouo;  3.°  che 


VED 
le  quarte  nozze  non  dovessero  riguardar- 
si come  unioni  legittime,  ma  quali  concu- 
binati. Costantino  VI  approvò  con  una 
costituzione  sì  bizzarro  decreto,  e  la  Chie- 
sa greca  rigorosamente  l'osservò,  in  essa 
considerandosi  le  terze  nozze  come  una 
specie  di  poligamia.  Nella  Chiesa  occiden- 
tale non  si  è  mai  veduto  tanto  rigorosa- 
mente trattare  que'  che  passavano  alle  se- 
coude  e  terze  nozze;  si  riguardò  tal  con- 
dotta come  una  debolezza,  ma  non  proi- 
bì i  matrimoni  reiterati,  tranne  nella  Spa- 
gna, come  dissi  in  principio  di  quest'ai  ti- 
colo,oveda'vescovi  cheallora  aveano  par- 
te nel  governo,  in  due  concilii,  severissi- 
mamente furono  scomunicale  le  vedove 
regine  se  si  rimaritavano  e  scomunicati  i 
re  che  la  vesserò  sposate,  e  di  più  condan- 
nandosi sul phure is  cum  diabolo  contro.- 
datar  ignibus  exurendusj  e  poi  le  regi- 
ne vedove  furono  costrette  a  rendersi  mo- 
nache. Tanto  rigore  è  unico;  come  dirò, 
altrove  furono  imposte  altre  minori  pe- 
ne, come  non  si  permise  alla  vedova  il  ri- 
maritarsi nell'anno  del  suo  Lutto  o  cor- 
ruccio, altrimenti  secondo  il  gius  romano 
era  privata  di  sue  convenzioni  e  notata 
d'infamia.  Prima  di  tal  disposto  dagl'im- 
peratori, le  leggi  non  richiedevano  che  io 
mesi  di  celibato.  Questa  legge  passò  in 
alcuni  luoghi  nella  Chiesa  ,  come  appa- 
risce da'canoni  di  Teodoro  di  Cantorbe- 
ry,  in  cui  fu  proibito  agli  uomini  di  rima- 
ritarsi, se  dalla  morte  delle  mogli  non  era 
passato  un  mese,  ed  alle  donne,  se  dopo 
quella  de'loro  mariti  non  era  passato  un 
anno;  ma  se  si  rimaritavano  prima,  non 
erano  perciò  notati  d' infamia.  Sembra 
che  la  Chiesa  non  approvasse  neppure 
questo  rigore,e  coll'andare  de'lempiUi  ba- 
no  III  deli  i  85  e  Innocenzo  III  deh  198 
lo  condannarono;  quantunque  per  altro 
non  sia  egli  molto  commendevole  in  una 
vedova  il  passare  alle  seconde  nozze  su- 
bito dopo  la  morte  del  suo  marito.  Quan- 
to poi  all'altra  pena  intimata  alle  vedove, 
che  contravvengono  alle  leggi  di  Grazia- 
no, dicono  i  giureconsulti  ,  che  ciò  si  os- 


V  E  D  277 

serva  al  presente  (al  tempo  in  cui  scrive- 
va il  p.  Cimi  don)  neppure  fuori  di  Fran- 
cia; ma  nella  parte  del  regno  in  cui  si  se- 
guiva il  diritto  romano,  era  in  vigore. 
Quanto  alla  disciplina  della  Chiesa,  per 
quelli  che  contraevano  le  seconde  e  terze 
nozze,  sue  penitenze,  e  cambiamento  di 
disciplina,  quelli  che  vi  passavano  dove- 
vano un  tempo  soggiacere  alla  penitenza. 
Nel  3  i4  »1  discorso  concilio  di  Neocesarea 
ne  parla  comedi  cosa  già  nota,  e  aggiun- 
ge solamente,  che  la  loro  fede  e  buona 
vita  meriteranno  che  ne  sia  accorciata 
la  durata.  Quello  di  Laodicea  del  3 20, 
parlando  de'  vedovi  che  si  rimaritano, 
quantunque  eglino  lo  facciano  pubblica- 
mente e  lecitamente,  ordina  che  passino 
qualche  tempo  nell'orazione  e  nel  digiu- 
no, prima  d'essere  ricevuti  alla  comunio- 
ne della  Chiesa,  che  farà  loro  grazia.  Que- 
sta disciplina  era  comune  a  tutte  le  chie- 
se del  mondo,  ed  i  canoni  de'due  coucilii 
furono  ricevuti  dalle  chiese  latina  e  gre- 
ca. In  conseguenza  di  quest'universale  os- 
servanza, il  concilio  di  Neocesarea  avea 
vietato  a'sacerdoti  il  trovarsi  a  Testini  del- 
le nozze  di  coloro chesi  rimaritavano, co- 
me già  rilevai;  e  qui  aggiungerò  ,  aver 
osservatoZonara,pei  che  trovandovisi  pre- 
senti i  sacerdoti,  venivano  ad  autorizzar  le 
seconde  nozze,  e  non  erano  più  in  istalodi 
porre  in  penitenza  que'che  vi  s'impegna- 
vano. Quanto  lasciò  scritto  s.  Basilio  sul- 
le penitenze  e  loro  durata,  lo  notai  più 
sopra,  come  de'gradi  di  penitenti  cui  ap- 
partenevano i  diversi  bigami.  Teodoro  di 
Canlorbei  y,  e  dopo  lui  Egberto  di  York, 
condannarono  i  bigami  ad  astenersi  dalle 
carni  ogni  4-*  e  6/  feria  pel  corso  d'  un 
anno,  e  oltre  a  ciò  per  lo  spazio  di  3  qua- 
resime. Conquesto  spirito  Egberto  proi- 
bì a'sacerdoti  l'intervento  al  festino  ocou- 
vito  nuziale  de'bigami,  perchè  ad  essi  e- 
rano  obbligati  imporre  la  penitenza.  Ol- 
tre la  penitenza,  a  cui  i  bigami  e  gli  altri 
a  proporzione  erano  soggetti,  erano  au- 
cora  privi  della  nuziale  benedizione;  in 
che  le  chiese  d'occidente  erano  d'accor- 


y?8  V  E  D 

do  con  quelle  d'oriente.  Tra*  riti  dello 
Sposalizio  vi  fu  quello  del  velo,  che  si 
distendeva  sulla  testa  de'maritali,  non  pe- 
rò a'  bigami,  per  non  ricevere  la  nuziale 
benedizione.  Si  legge  in  un  mss.  di  s.  Vit- 
tore, che  quando  i  due  sposi  si  danno  la 
mano,quegli  che  si  marita  in  seconde  noz- 
ze non  presenta  la  sua  mano  ntida,ma  co- 
perta. La  benedizione  nuziale,  sebbene 
era  riconosciuta  sin  da'  primi  tempi  ne- 
cessaria per  la  santità  del  sagramento, 
non  si  dava  nel  matrimonio  delle  vedo- 
ve. Rende  testimonianza  di  questa  disci- 
plina s.Cesario,  dicendo  neìSermone  289. 
m  Che  quegli  che  desidera  di  maritarsi  sia 
vergine,  coni'  egli  vorrebbe  che  lo  fosse 
quella  ch'ei  sposa  ;  poiché  s'ei  non  lo  è, 
non  meriterà  di  ricevere  la  benedizione 
colla  sua  sposa".  Il  cap.  i3o  del  6.°  libro 
de  Capitolari  de'redi  Francia,  suppone 
questa  disciplina  quando  proibisce  a  chi 
non  si  maritò  altre  volte,  il  farlo  senza 
la  benedizione  del  sacerdote;  dando  a  di- 
vedere apertamente,che  quelli  i  quali  era- 
no maritati  per  l'avanti  non  ricevevano  la 
benedizione.  Quest'uso  si  conservò  nelle 
chiese  di  Francia  sino  al  XIII  secolo.  Du- 
rando nel  Ra rionale  e  altri,  ne  ignora- 
rono la  vera  ragione,  immaginando,  che 
non  si  benedicessero  i  vedovi  quando  si 
rimaritavano,  perchè  erano  slati  benedet- 
ti una  volta,  né  doversi  reiterare  tal  be- 
nedizione. Durando  aggiunge,  che  in  al- 
cuni luoghi  si  benedicevano  i  matrimoni 
de'  vedovi,  quando  1'  una  delle  parti  era 
vergine.  Però  s.  Teodoro  Studila  spiega 
mirabilmente  quanto  concerne  questa 
materia,  tanto  per  rispetto  alla  peniten- 
za ,  a  cui  si  soggettavano  i  bigami,  che 
per  riguardo  alla  privazione  della  bene- 
dizionesacerdotale,etoglie  al  tempo  stes- 
so da  gran  teologo  una  difficoltà  consi- 
derabile .  che  si  presenta  in  tal  materia, 
descrivendo  i  riti  dello  Sposalizio.  Egli 
dice,  le  seconde  nozze  sono  permesse  dal- 
l' Apostolo  e  da  Gesù  Cristo  medesimo; 
ma  questa  non  è  una  legge,  come  dice  s. 
Gregorio  il  teologo,  è  un'indulgenza;  ora 


VE  D 

T  indulgenza  suppone  una  debolezza  ed 
un'azione  riprensibile.  L'accenna  l'Apo- 
stolo col  dire  :  Se  non  sono  da  tanto  di 
contenersi,  che  si  maritino;  essendo  l'in- 
continenza una  debolezza.  Quindi  è,  che 
i  Padri  vollero  soggetti  alla  penitenza  1  bi- 
gami, e  proibirono  a'sacerdoti  l'interve- 
nire all'allegrie  delle  seconde  nozze. Dun- 
que egli  è  giusto  di  coronar  il  primo  ma- 
trimonio, ch'è  propriamente  legittimo  e 
vittorioso  dell'incontinenza.  Qui  s.  Teo- 
doro parla,  secondo  il  costume  de'greci, 
i  quali  chiamavano  coronamento  la  nu- 
zial  benedizione,  perchè  il  sacerdote  nel 
congiungei  li  poneva  in  capo  allo  sposo  e 
alla  sposa  a  ciascuno  una  corona.  Egli  è 
seguilo  dalla  s.  comunione,  ed  i  sacerdoti 
hanno  parte  all'allegria  di  quello,  ad  e- 
sempio  del  medesimo  Gesù  Cristo.  Ma  il 
secondo  matrimonio  non  è  coronato,  per- 
chè si  soccombe  alla  fiacchezza,  e  non  vi 
si  comunica,  dovendo  i  contraenti  esser- 
ne privi  per  uno  o  dtie  anni;  né  si  dà  in 
quello  benedizione  di  sorta,  perchè  non 
ve  n'ha  che  una  per  le  prime  nozze.  Ne 
segue  dunque,  secondo  la  s.  Scrittura  e 
i  Padri,  che  il  sacerdote  non  fa  celebra- 
zione delle  seconde  nozze,  e  non  riceve 
quelli  che  le  han  contratte,  che  dopo 
compiuta  la  loro  penitenza,  quand'è  lo- 
ro permesso  di  comunicare;allora  egli  dà 
loro  una  specie  di  benedizione  nuziale. 
Prosiegue  s.  Teodoro,  che  se  voi  chiede- 
te, perchè  eglino  abitino  insieme?  io  dirò, 
che  ciò  fanno  in  virtù  del  contratto  ci- 
vile,come  nella  trigamia  e  poligamia,  poi- 
ché i  Padri  così  chiamarono  i  matrimo- 
ni dopo  il  terzo.  Forse  chiederete  anco- 
ra, se  quando  I'  una  delle  parti  è  vergi- 
ne, gli  si  debba  mettere  in  testa  la  coro- 
na, ponendola  all'altra  sulla  spalla  ,  co- 
me dicono  alcuni  ?  Questo  mi  sembra  co- 
sa ridicola;  imperocché  per  le  terze  noz- 
ze dove  dovrà  mettersi  la  corona?  Io  sti- 
mo dunque,  che  la  parte  vergine  meriti 
di  perdere  il  suo  privilegio,  unendosi  per 
sua  elezione  a  quella  che  non  lo  è  ;  sotto- 
mettendosi  così  alla  pena  della  bigamia. 


VED 

Tn  questo  modo  s.  Teodoro  spiego  a  un 
tempo  stesso,  e  il  dogma  e  la  disciplina 
sagra  menta  le  rispetto  al  matrimonio,  e 
conferma  gli  osi,  de'qnali  si  tratta  ne'ri- 
ti  dello  Sposalizio.  Nel  dir  egli,  che  do» 
no  aver  compiuta  i  bigami  la  loro  peni- 
tenza, ricevono  essi  una  specie  di  bene- 
dizione nuziale  ,  può  molto  contribuire 
alloscioglimento  d'una  difficoltà, che  s'in- 
contra su  questo  proposilo  negli  Euro- 
logi de'greci,  che  sembrano  contraddir- 
si; giacche  vi  si  leggono  da  una  parte  que- 
ste parole  spettanti  a'matrimoni  reitera- 
ti, il  bigamo  non  si  corona;  e  dall'altra 
tì  si  vede  l'uffizio  proprio  della  celebra- 
zione delle  seconde  nozze,  uno  de'riti  del 
quale  è  la  coronazione;  il  che  non  può 
altrimenti  conciliarsi,  se  non  col  dire,  che 
quest'uffizio  non  è  propriamente  parlan- 
do, quello  del  matrimonio,  ma  come  di- 
ce s.  Teodoro,  una  specie  di  benedizione 
nuziale,  eh' è  differentissima  da  quella 
che  si  dà  a  coloro  che  si  maritano  la  pri- 
ma volta;  oltreché  i  greci  dopo  il  Libro 
dell'  unione  suddetto,  hanno  alterato  di 
molto  la  loro  disciplina,  come  osserva  Re- 
na udot  nella  Liturgiarum  Orìentalium 
colleclio.  Ecco  la  maniera,  con  cui  pre- 
sentemente adoperano  i  greci  in  questo 
particolare.  Si  dicono  subito  le  orazioni 
ordinarie  ,  e  si  recitano  due  benedizioni 
sopra  i  maritati,  a'quali  il  sacerdote  dà 
gli  anelli,  come  nelle  prime  nozze,  poi  di- 
ce un'orazione  che  conviene  propriamen- 
te alle  seconde,  con  cui  egli  domanda  spe- 
cialmente a  Dio  la  remissione  di  quella 
colpa,  che  commettono  coloro  i  quali  en- 
trano di  nuovo  nello  stalo  matrimoniale, 
ed  è  del  seguente  tenore.  »  Signore,  che 
perdonate  a  tutti,  e  che  vegliate  sopra  tut- 
ti, che  conoscete  ciò  che  gli  uomini  hanno 
di  occulto,  perdonateci  i  nostri  peccati,  e 
rimettete  l'iniquità  de'servi  vostri,  chia- 
mandoli a  penitenza,  e  accordando  loro  il 
perdono  de'  loro  difetti ,  e  la  remissione 
de'  loro  peccati  volontari  o  involontari. 
Voi,  che  conoscete  la  fiacchezza  della  na- 
tura umana,  di  cui  siete  il  formatore  e 


VED  279 

il  creatore;  Voi  ,  che  avete  perdonato  a 
Piaab  la  peccatrice,  e  che  avete  accettato 
la  penitenza  del  Pubblicano,  dimentica- 
tevi de'  nostri  peccali  ...  Voi,  o  Signore, 
che  unite  i  vòstri  servi  N.  N.,  uniteli  d'u- 
na carità  reciproca:  concedete  loro  la  con- 
versione del  Pubblicano,  le  lagrime  del- 
la peccatrice,  la  confessione  del  Ladrone, 
affinchè  per  una  sincera  penitenza  di  tut- 
to il  loro  cuore,  adempiendo  i  vostri  co- 
mandamenti, nella  concordia  e  nella  pa- 
ce, possano  pervenire  al  vostro  celeste  re- 
gno". La  2/  orazione  è  in  termini  anco- 
ra più  forti.  »  Perdonate,  Signore,  la  ini- 
quità decervi  vostri,  i  quali  non  potendo 
sostenere  il  peso  del  giorno,  ne  l'ardore 
della  carne,  si  uniscono  insieme  con  un 
secondo  matrimonio,  siccome  Voi  avete 
ordinato  per  bocca  di  Paolo  vostro  Apo- 
stolo, vaso  di  elezione,  il  quale  disse,  a  ri* 
guardodi  noialtri  meschini, esser  meglio 
il  maritarsi,  che  abbruciare.  Voi  dun- 
que che  siete  buono  e  pieno  di  misericor- 
dia verso  degli  uomini,  perdonateci  e  ri- 
metteteci i  nostri  peccati  ec."Nell'orazioni 
che  seguono  non  vi  è  molta  diffidenza,  per- 
chè l'uso  presente  della  Chiesa  greca  es- 
sendo di  corouare  le  seconde  nozze,  si  a- 
doprano  quelle  che  sono  adattale  alla  or- 
dinaria coronazione,  il  che  prima  non  si 

faceva.  1  greci  fanno  oprili  altrettanto  Col- 
ei DO 

le  terze  nozze;  ma  per  le  quarte  non  si 
trova  che  abbiano  una  speciale  benedizio- 
ne, e  le  riguardano  come  un  abuso,  cui 
sono  obbligati  a  tollerare  pel  bene  della 
pace,  ma  senza  approvarlo.  1  giacobili  dei 
pari  che  i  greci  hanno  ceremonie  e  ora- 
zioni differenti  perla  benedizionedelle  se- 
conde nozze,  e  ne'loro  antichi  rituali  tro- 
vatisi le  seguenti.  Le  prime  orazioni,  che 
riguardano  la  primitiva  istituzione  del 
matrimonio  nella  legge  di  natura,  sono 
le  medesime,  come  nell'  uffizio  delle  pri- 
me nozze.  Non  leggono  però  la  stessa  e- 
pistola,  ma  una  particolare,  tratta  dalla 
i."  a' corinti ,  e  7,  nella  quale  s.  Paolo 
permette  le  seconde  nozze:  si  ommette  la 
coronazione,  e  si  tacciono  pure  l'orati 0- 


280  V  E  D 

ni  solite  a  farsi  sopra  le  corone,  e  in  ve- 
ce  dell'orazione  propria  per  lai  ceremo- 
nia,  se  ne  dice  imi*  altra,  che  Ira  I*  altre 
cose  contiene  ciò  che  segue.»»  Noi  suppli- 
chiamo la  vostra  bontà,  Voi,  che  pieno 
siete  di  amore  pegli  uomini,  in  favore  del 
vostro  servo  N.  e  della  vostra  serva  N.,  i 
quali  si  uniscono  presentemente  in  ma- 
trimonio, a  cagione  della  loro  fiacchez- 
za, e  perchè  il  celibato  lor  sembra  troppo 
duro.  Perciò, Signore,  non  imputate  loto 
questo  peccato,  ma  accordate  loro  il  per- 
dono e  l'assoluzione  ec.  ".  Si  pronunzia 
poi  su  di  essi  l'assoluzione.  Ci  sono  anche 
dell'espressioni  più  chiare,  che  danno  a 
divedere,  che  la  Chiesa  riguarda  un  tal 
matrimonio  come  una  colpa  veniale,  do- 
mandandosi nelle  preghiere  a  Dio,  ch'egli 
conceda  a'mai  itali  la  penitenza  del  buon 
Ladrone, ec.  come  ne'rituali  greci.  Quin- 
di Echimini  avendo  riferita  questa  disci- 
plina, e  parlando  dell'orazioni  che  fanno 
i  sacerdoti, aggiunge:  »La  preghiera,  che 
il  sacerdote  fa  sopra  di  essi,  è  unicamente 
per  domandare  il  perdono  de'  loro  pec- 
cali. Se  l'uri  de' due  non  è  vedovo,  il  si 
benedice  solo".  Negli  altri  rituali  giaco- 
biti,  e  particolarmente  in  quello  che  vie- 
ne attribuito  a  Giacomo  di  Edessa,  e  in 
un  altro  ch'è  tra  loro  mss.,  non  vi  è  pre- 
ghiera, né  rito  alcuno  prescritti  perle  se- 
conde nozze;  il  che  può  far  credere,  che 
igiacobiti  della  Strìa  osservassero  appun- 
tino il  divieto  fatto  dagli  antichi  canoni 
contro  i  bigami,»  quali  è  proibito  il  coro- 
nare, cioè  il  dar  loro  la  ouzial  benedizio- 
ne. In  un  altro  uffizio  pure  della  corona- 
zione, ad  uso  de'nestoriani,  composto  da 
Benham,  non  vi  è  alcuna  preghiera  per 
le  seconde  nozze;  e  siccome  quest'uffizio 
è  concepito  quasi  negli  stessi  termini  di 
quelli  de' greci  e  de'giacobiti  sii  i  per  le 
prime  nozze,  nulla  convenienti  alle  secon- 
de nozze,  è  molto  probabile,  che  per  ce- 
lebrarle la  chiesa  nestoriana  non  abbia 
mai  avuto  alcun  rito  particolare.  Impe- 
rocché i  greci,  comesi  è  detto,  riguardo 
a'bigami  hanno  cambiata  la  lorodiscipli- 


V  E  D 


. 


na,  coronandoli,  e  allora  fu  d'  uopo  di 
comporre  delle  nuove  preghiere  per  que- 
sta ceremonia.  I  nestoriani  adunque,  la 
separazione  de'quali  dalla  Chiesa  catto- 
lica risale  dal  concilio  d'Efeso  del  43i, 
ponnoaver  ignorato  somiglianti  preghie- 
re, le  quali  prima  della  loro  separazione 
dalla  Chiesa  greca  non  erano  in  uso. 
Quanto  alla  Chiesa  latina,  la  sua  antica 
disciplina  circa  le  seconde  e  terze  nozze 
presentemente  è  abolita.  Quelli  che  vi 
si  rimaritano,  lo  fauno  colla  medesima 
libertà,  che  quelli  cui  si  maritano  la  pri- 
ma volta,  e  appena  vi  si  fa  riflesso.  In  oc- 
cidente non  vi  è  più  penitenza  pe'bigami, 
non  è  più  proibito  a'sacerdoti  il  trovarsi 
all'allegrie  delle  seconde  nozze.  Altro  non 
ci  resta  di  quest'antica  disciplina,  che  la 
irregolarità,  in  cui  s'incorre  da  chi  si  ma- 
rita in  seconde  nozze,  o  sposa  qualche  ve- 
dova ,  e  la  proibizione  di  benedir  solen- 
nemente le  seconde  nozze,  dovendosi  os- 
servare il  detto  nel  Rituale  Romanum,  e 
riferito  di  sopra;  anzi  si  può  anco,  per  av- 
viso del  cardinal  s.  Carlo  Borromeo  ar- 
civescovo di  Milano,  benedirle  in  que'luo- 
ghi,  ove  esiste  tale  consuetudine  ,  il  che 
pure  notai,  massime  se  una  giovane,  va- 
le a  dire  una  zitelia,  sia  quella  che  sposi 
un  uomo  vedovo.  Il  De  Marca  osserva 
ancora  un'altra  differenza  su  questo  pun- 
togli cui  parla  in  un'operetta  da  lui  pub- 
blicata intorno  al  sagramento  del  matri- 
monio. Nel  riferirne  un  cenno,  appari- 
rà di  qual  sentimento  egli  sia  intorno 
a  una  difficoltà  teologica,  che  nasce  dal- 
l'antica disciplina,  circa  i  secondi  e  terzi 
matrimoni;  donde  rilevasi,  che  su  questo 
punto  egli  è  del  sentimento  quasi  simile 
a  quello  di  s.  Teodoro  Studita  e  già  ri- 
portato. Eccone  le  parole.  »  Dipoi,  miti- 
gando la  Chiesa  il  suo  antico  rigore,  fece 
celebrare  i  matrimoni  de'bigami  da'sa- 
cerdoliji  quali  gli  univano  in  matrimonio, 
ricevevano  le  loro  oblazioni,  e  celebra- 
vano il  sagrifizio  per  esso  loro,  di  manie- 
ra che  questo  contralto  civile  diviene  per 
tal  mezzo  un  vero  sagramento  della  uuo- 


VE  D 
va  legge:  ma  per  conservare  di  qualche 
maniera  la  proibizione  degli  antichi  ca- 
noni, non  si  recitano  sopra  i  bigami  alcu- 
ne orazioni,  contenenti  delle  benedizioni 
pe'niai  itati,  solite  a  recitarsi  a  favore  del- 
le prime  nozze".  Potrebbe  forse  non  es- 
ser altro  ,  soggiunge  il  p.  Chardon,  che 
uu  resto  di  quell'  idea,  che  si  aveva  un 
tempo  della  debolezza  di  chi  passava  a 
seconde  nozze  ,  quello  scampanio  e  quel 
bordello,  che  si  fa  in  alcuni  luoghi  alla 
porta  di  coloro  che  si  rimaritano,  quan- 
tunque ciò  si  opponga  e  allo  spirito  del- 
la Chiesa  ed  all'onestà  (in  Roma  il  prov- 
vido governo  eliminò  del  tutto  tale  inde- 
cenza immorale  ne'  miei  verdi  anni,  e  la 
vidi  alcuna  volta  praticata  ne'maritaggi 
di  vecchi  vedovi,  di  bassa  condizione ,  e 
da  persone  appartenenti  a  tal  classe;  ma 
in  alcuno  de'dintoi  ni  di  Roma,  con  pena 
la  vidi  sussistere  e  talvolta  praticata  per 
tali  e  da  tali  persone).  Quest'abuso  non 
è  già  nuovo,  poiché  il  concilio  di  Langres 
del  14^1  proibì  di  fare  tali  insulti  a*  ve- 
dovi d'ambo  i  sessi,  diesi  rimaritano,  e 
chiama  una  tale  azione,  degna  di  rimpro- 
vero. Un  concilio  di  Narbona,  tenuto  al 
principio  del  secolo  XVII,  ordinò  a'  ve- 
scovi di  proibire  cotali  baie  indecenti,  sot- 
to pena  di  scomunica.  Ma  siccome  que- 
sti statuti  ecclesiastici  non  erano  sufficien- 
ti ad  arrestare  il  corso  di  questo  pubbli- 
co scandalo,  vi  s'interessò  la  podestà  go- 
vernativa, e  vi  rimediò  assai  più  effica- 
cemente, imponendo  delle  pene  pecunia- 
rie a  chi  facesse  in  avvenire  tali  degra- 
danti bordelli.  In  Francia  e  altrove  fu- 
rono giustamente  decretati  anche  casti- 
ghi corporali,  contro  sì  pessimo  costume, 
veri  baccani, che  videe  riprovò  il  p.Char- 
don.  Notò  il  suo  traduttore  e  commenta- 
tore p.  Bernardo  da  Venezia,  nella  metà 
del  secolo  passato.  »  In  alcuni  paesi  italia- 
ni cotanto  è  invalsa  la  persuasione  di  de- 
bolezza in  simili  persone  rimaritate,  che 
sembra  autorizzarsi  dalla  pubblica  auto- 
rità il  dileggio  loro  fatto  dalla  plebe  in 
simili  incontri;  né  possono  gl'infelici  au- 

VOL.  LXXXVIII. 


VED  281 

darne  esenti,  se  non  se  contrattando  per 
così  dire  co'caporioni  della  plebe  ,  e  pa- 
gando loro  una  certa  somma  o  in  dena- 
ro o  in  roba,  per  esimersi  da  tali  insulti". 
E  qui  mi  sia  lecito  il  ricordare  che  sif- 
fili  degradanti  baccani  si  praticò  pure 
con  quelli  che  abusando  eccessivamente 
del  Pino,  di  frequente  si  ubbriacavano; 
non  meno  che  per  altre  cose,  tra  le  qua- 
li un  recente  esempio  lo  leggo  nel  n.° 
297  del  Giornale  di  Roma  dei  1857. 
«  La  Gazzetta  universale  tedesca  pub- 
blica in  data  di  Monaco  di  Baviera,  1 7  di- 
cembre, ciò  che  segue:  Domani  partirà 
lina  compagnia  d'infanteria  di  linea  per 
recarsi  al  villaggio  di  Holzkirchen,  sulla 
ferrovia  di  Salisburgo,  all'oggetto  di  pre- 
star manforte  alle  autorità,  le  quali  han- 
no istituito  un  processo  contro  un  antico 
uso,  ora  ricomparso,  e  conosciuto  sotto  il 
nome  di  Harbefeldt  Reiben.  E'  questa 
una  specie  di  giudicio  vemico  contro  le 
persone  che  la  coscienza  popolare  ritiene 
per  colpevoli  di  qualche  atto  d'  ingiu- 
stizia, d'  immoralità  ec.  Verso  la  mez- 
zanotte un  centinaio  di  uomini  colla  fac- 
cia tinta  si  portano  alla  casa  dell'  incol- 
pato, gli  fanno  un  baccano  spaventevole; 
sparano  fucilate,  e  finiscono  con  leggere 
un  discorso  a  di  lui  carico.  Ordinaria- 
mente i  soggetti  presi  di  mira  sono  im- 
piegati pubblici,  ecclesiastici,  capi  comu- 
nitativi,  ricchi  possidenti,  ec.  Si  assicu- 
ra che  fra  gli  esecutori  del  giudicio  po- 
polare si  usa  anche  di  fare  un  terribile 
giuramento  per  il  segreto.  Si  proibisce 
ancora  a'  curiosi  di  avvicinarsi  al  luogo 
dell'esecuzione,  dopo  la  quale  gli  nomi- 
ni mascherati  si  disperdono  senza  che  se 
ne  possa  ritrovare  la  traccia.  Il  processo 
è  già  iniziato,  ed  ha  per  oggetto  di  scuo- 
prire  i  membri  e  i  capi  di  questa  segre- 
ta società  ".  Sospettando  che  sì  ripro- 
vevole costume  siasi  praticato  pure  co' 
vecchi  bigami,  lo  riportai.  Il  p.  Char- 
don  nel  cap.  16,  parlando  del  matri- 
monio de'  vecchi,  dichiara.  L' età  de- 
crepita potrebbe  considerarsi  come  una 
'9 


282  VED 

specie  d'impotenza  al  medesimo;  tuttavia 
siccome  abbiamo  degli  esempi  di  vecchi, 
i  quali  ebbero  de'fìgli  in  età  assai  avari- 
zata,couieMassinissa  re  diJVumidia, ch'eb- 
be un  figlio  d"8o  anni,  anzi  Catone  il  cen- 
sore l'ebbe  d'88,  e  Uladislao  re  di  Polo- 
nia n'ebbe  due  di  90  anni;  così  la  Chie- 
sa non  giudicò  bene  di  pori  e  la  vecchiez- 
za tra  gì'  impedimenti  del  Matrimonio, 
come  aveauo  fatto  due  consoli  romani  col- 
la legge  chiamata  dal  nome  loro  Pappia 
Poppaea,  la  quale  proibì  agli  uomini  il 
maritarsi  dopo  60  anni,  e  alle  donne  dopo 
i  5o.  Ma  se  la  Chiesa  non  ha  proibito  a* 
vecchi  di  maritarsi,  massime  quando  poti- 
no sperare  d'aver  ancora  de'fìgli,  può  pe- 
rò dirsi  ch'ella  sempre  biasimò  quelli  che 
lo  fecero,  specialmente  quando  non  po- 
tevano sperare  posterità  da'  loro  matri- 
moni ,  o  perchè  sentissero  il  loro  vigore 
quasi  spento,  o  perchè  uniti  si  fossero  con 
femmine  incapaci  per  la  loro  età  di  dare 
ad  essi  de'figli,  ma  per  altro  abbastanza 
giovani  per  gustarne  i  piaceri.  1  Padri 
della  Chiesa  di  sovente  inveirono  contro 
«'vecchi  e  le  vecchie,  i  quali  entrano  nel- 
lo slato  del  matrimonio,  e  in  modi  tali 
esprimendosi  da  farli  arrossire  di  loro  in- 
continenza. Alcuni  di  essi  giunsero  a  qua- 
lificare i  matrimoni  de' vecchi,  vergogno- 
si concubinati,  coperti  col  velo  d'  un  sa- 
gramento,  ch'essi  disonorano,  ricevendo- 
lo con  fini  del  tutto  differenti  da  quelli 
che  dee  proporsi  chiunque  abbraccia  que- 
sto stato.  Giunsero  alcuni  non  antichi  teo- 
logi a  dichiarare,esservi  certi  vecchi  e  vec- 
chie, il  matrimonio  de'  quali  è  nullo,  per 
considerarli  troppo  logorati  dagli  anni.  In 
ciò  sembrauo  troppo  rigidi,  dice  lo  stesso 
p.  Chardon,e  pare  ch'essi  dovevano  con- 
tentarsi di  biasimare  tali  matrimoni,  e  la 
condotta  insensata,  e  s'è  lecito  il  dirlo,ag- 
giunge,  lussuriosa  d'alcuni  vecchi,  i  quali 
in  un'età  quasi  decrepila  si  maritano  con 
giovani  persone,  senza  avanzarsi  a  chia- 
marli nulli,non  avendoli  mai  la  Chiesa  tali 
dichiarati.  I  Padri  del  concilio  del  Friu- 
li 0  d'  Aquileia  erauo  d'avviso,  che  non 


VED 
si  dovessero  maritare  insieme,  se  non  per- 
sone di  quasi  la  medesima  età,  imperoc- 
ché la  troppo  grande  deplorabile  disugua- 
glianza cagiona  sovente  la  perdila  dell'a- 
nime, ed  è  causa  di  molti  e  gravissimi  di* 
soldini;  ma  non  dicono  però,  che  tali  ma- 
trimoni sieno  assolutamente  pai  laudo  in- 
validi. Ora  a  motivo  dell'ampiezza,  varie- 
tà e  interesse  dell'argomento,  per  ultimo 
trovo  opportuno,  quasi  a  riepilogo, schia- 
rimento e  conclusione  di  dare  ragguaglio 
dell'  insegnato,  in  breve  e  sugosamente, 
dal  prof.  Vermiglioli  colle  Lezioni  di  di- 
ritto canonico,  nel  lib.  4,  lez.2 1  :  Delle  se- 
conde nozze;  e  terminerò  col  medesimo 
e  colla  lez.  21  del  lib.  1:  Del  non  doversi 
ordinare  i  bigami,  quelli  cioè  che.  han- 
no avuto  duco  più  mogli.  Era  stabilito 
dalla  legge  civile,  che  la  donna  a  cui  era 
morto  il  marito  non  potesse  passare  a  se- 
condi Voli[V^)  se  non  decorso  un  anno 
dalla  seguita  morte,  e  lo  stesso  ancora  al 
marito  se  vedovo  rimaneva,  e  questo  tem- 
po dicevasi  Vanno  del  lutto,  e  se  duran- 
te questo  tempo,  o  l'uno  o  altro  andava 
a  seconde  nozze  era  infame.  Dicevasi  au- 
iw  del  lutto  perchè  dovea  piangersi  la 
mancanza  del  coniuge,  e  per  l'onore,  ri- 
spetto e  ricordanza  che  dovea  aversi  del 
medesimo, e  pel  doloreche  si  dimostrava 
dalle  vesti  di  Lutto,  ch'erano  ordinaria- 
mente negre  l'usate  da'romani,  come  al 
presente  tra  noi,  onde  scrisse  Tibullo:  Os- 
sa incinctac  nigra  candida  veste  lega/ti. 
Talvolta  e  in  alcune  circostanze  i  romani 
usarono  ancora  nel  lullo  un  reticolo  o  ber- 
rétto bianco.  Dice  s.  Paolo:  La  moglie  è 
legata  alla  legge  tutto  il  tempo  che  vive 
il  marito  ,  che  se  muore  ella  è  in  libertà 
di  sposar  chi  vuole  ,  purché  sia  secondo 
il  Signore;  cui  devesi  aggiungere,  e  secon- 
do le  prescrizioni  delle  leggi  civili  e  cano- 
niche ,  e  segnatamente  del  concilio  di 
Trento.  Le  seconde  nozze ponno farsi  an- 
che replicatamele, non  opponendosi  la 
Chiesa,  ma  come  dice  s.  Paolo,  secondo 
il  Signore,  cioè  non  per  stimolo  di  pas- 
sione o  interesse,  ma  a  seconda  della  leg- 


VED 

gè  del  Signore  e  di  sua  Chiesa,  e  ni  fine 
santo  del  Matrimonio.  Contali  condizio- 
ni sono  permesse  le  seconde  nozze,  dalle 
quali  s.  Paolo  bramerebbe  sì  astenesse- 
ro i  cristiani.  I  Papi  Urbano  III  e  Inno- 
cenzo III  tolsero  la  detta  legge, che  stabi- 
liva al  marito  e  moglie  superstite  la  nota 
d'infamia  se  dentro  l'anno  del  lutto  si  fos- 
sero rimaritati.  L'Apostolo  anche  com- 
menda e  loda,  non  vieta  passare  alle  se- 
conde nozze.  Eziandio  presso  gli  antichi, 
era  lodato  e  fregiato  colla  corona  di  pu- 
dicizia quel  coniuge ,  che  si  contentava 
d'un  solo  matrimonio,  echi  passava  a  se- 
conde nozze  non  riscuoteva  alcun  plauso, 
ne  celebrar  poteva  feste  e  allegrezze  ,  di 
che  resero  ragione  Fiacco  e  Plutarco.  Nel- 
YHist.  Eccl.  scrive  Socra te^  che  chi  si  può 
astenere  dal  passare  a  seconde  nozze  dà 
segno  manifesto  di  maggior  castità  e  tem- 
peranza, e  segnatamente  se  dal  i .°  coniu- 
ge ha  avuto  prole,  verso  della  quale  il 
nuovo  coniuge  non  può  avere  natural- 
mente propensione  e  alletto,  come  lo  di- 
mostra Costantino  I  nella  legge  sui  tuto- 
ri. Meno  male  se  passano  a  seconde  nozze 
que'che  non  hanno  figli,  se  pel  retto  de- 
siderio d'averli  lo  fanno.  Dice  Claudiano: 
Nascetur  ad  fructum  mulierprolemque 
futura  ni;  ed  anche  per  estinguere  il  fo- 
mite della  libidine,  ed  è  meglio  il  prender 
moglie  che  cedere  alle  tentazioni,  perchè, 
come  dice  s.  Ambrogio,la  gloria  del  conti- 
nente non  istà  nel  non  essere  tentalo,  ma 
nel  non  esser  vinto  ,  e  qui  sta  il  merito. 
Si  prescrive  a'parrochi  di  non  benedire  le 
seconde  nozze  allorché  uno  de' coniugi 
sia  stalo  benedetto,  non  dovendosi  repli- 
care la  benedizioneje  se  diversamente  ope- 
rasse il  parroco,  una  volta  per  disposizio- 
ne d' Alessandro  III  del  i  i5g,  rimaneva 
sospeso  dall'uffizio  e  benefizio,  ma  secon- 
do l'odierna  disciplina  della  Chiesa  viene 
punito  ad  arbitrio  del  vescovo.  In  qual- 
che luogo  è  vigente  la  consuetudine  di 
benedire  le  seconde  nozze  d'un  uomo,  che 
fu  già  benedetto,  con  una  donna  uon  ma- 
ritala; quella  deve  osservarsi.  Non  si  be- 


V  E  D  *83 

nedicono  però  le  nozze  della  vedova  an- 
corché si  unisca  con  un  uomo  non  mari- 
tato altra  volta.  Nel i.°  caso  si  reputa  ne- 
cessaria la  benedizione  della  donna  atte- 
sa la  maledizione  data  daDioadEva.  Que- 
sta benedizione,  che  dicesi  nuziale,  ancor- 
ché cada  sotto  precetto,  e  gli  sposi  debba- 
no riceverla,  tuttavia  questa  obbligazione 
non  osservata  non  induce  peccato  mor- 
tale, e  se  viene  trascurata,  escluso  il  di- 
sprezzo, il  che  sarebbe  soltanto  colpa  ve- 
niale perché  non  é  necessaria  all'essenza 
e  integrità  del  sagramento,  e  tutte  le  pe- 
ne sono  tolte  che  s'imponevano  a  quelli 
che  passavano  a  replicate  nozze.  Bensì  è 
conveniente  che  le  donne  non  passino  sol- 
lecitamente alle  seconde  nozze  per  due  ra- 
gioni: i."  per  non  rendere  incerta  la  pro- 
le che  ne  nascerebbe,  e  che  si  dubitereb- 
be se  sia  deli.0  o  del  i.°  marito;  i.°  per 
evitare  il  sospetto  di  adulterio,  vivente  il 
i.°  marito,  con  quello  con  cui  sollecita- 
mente celebra  le  seconde  nozze,  o  alme- 
no non  dimostrare  che  vivente  ilr.°  ma- 
rito pensava  già  di  rimaritarsi.  I  bigami 
non  ponno  ordinarsi,  e  questa  proibizio- 
ne rimonta  la  sua  origine  dal   principio 
della  nascente  Chiesa,  che  la  deduce  dal- 
la s.  Scrittura.  Da  essa  e  dal  Levitico  si 
ricava,  che  il  sacerdote  non  poteva  sposa- 
re se  non  una  vergine,  e  non  poteva  aver 
più  d'una  moglie,  né  poteva  ripudiarla. 
Questa  vergine  dovea  essere  della  stirpe 
d'Israele,  e  secondo  Filone  della  tribù,  sa- 
cerdotale. Da  ciò  ne  addivenne  che  a'bi- 
gami  è  stato  in  ogni  tempo  negato  il  po- 
tersi ordinare,  come  decise  nel  3^5  ili.° 
concilio  generale  di  Nicea;  legge  che  os- 
servarono pure  gli  ariani.  Anche  i  genldi 
stabilirono, che  il  sacerdote  Flamiue  Dia- 
le non  potesse  essere  che  marito  d'  una 
sola  moglie,  come  si  ha  da  Plutarco,  Li- 
vio e  Tertulliano:  Certe  Flaminica  non 
rdsi  uni  vita  est,  quae  et  Flamini*  lex  est. 
Questo  è  stato  sempre  il  sentimento  del- 
la Chiesa,  dichiarato  nelle  sue  antiche  e 
nuove  costituzioni.  La  bigamia  propria- 
mente detta  è  l'aver  preso  successi  vamen- 


284  V  E  D 

le  e  in  divet'90  tempo  legittimamente  due 
mogli,  a  differenza  della  monogamia,  ch'é 
l'aver  avuto  una  sola  moglie,  e  quest'uo- 
mo senz'alcun  impedimento  e  proibizio- 
ne può  ordinarsi,  a  differenza  del  biga- 
mo che  n'é  indegno,  sebbeue  le  seconde 
nozze  non  siano  condannate,  le  quali  pe- 
rò, come  ripetutamente  notai,  dagli  anti- 
chi si  aveano  come  esose.  La  bigamia  in 
triplice  modo  si  costituisce,  essendo  ve- 
ra, interpretativa,  simililudinaria.  Ve- 
ra quando  uno  successivamente  e  legit- 
timamente si  congiunge  econosce  più  mo- 
gli, deve  ambedue  averle  copulate,  men- 
tre se  la  seconda  fosse  monogoma  non  sa- 
rebbe bigamia.  Sulla  vera  bigamia  nasce 
non  piccola  questione  fra'ss.  Padri,  e  se- 
gnatamente fra 'due  gran  dottori  s.  Ago- 
slino  e  s.  Girolamo,  se  dovesse  dirsi  ve- 
ro bigamo  e  irregolare  quegli  che  avesse 
avuto  due  mogli,  una  avanti  il  battesimo, 
l'altra  dopo.  La  disputa  si  basava  sul  pre- 
cetto dell'Apostolo  che  prescriveva  non 
potersi  ordinare  se  non  chi  avea  avuto 
una  sola  moglie.  Nel  caso  della  disputa, 
l'una  e  l'altra,  tanto  la  prima  che  la  se- 
conda erano  vere  mogli,  ciò  non  ostante 
chi  sosteneva  non  esservi  bigamia  diceva, 
che  pel  battesimo  uno  diventa  un  nuovo 
uomo,  e  che  tutto  resta  tolto  di  quello  si 
era  fatto  prima.  Chi  sosteneva  la  bigamia 
diceva  non  essere  il  matrimonio  un  delit- 
to, che  potesse  cancellarsi  col  battesimo, 
e  che  bigamo  sempre  dovesse  aversi  quel- 
lo che  avesseavutodue  mogli. Decise  poi 
in  tal  modo  la  disputa  Papa  s.  Innocen- 
zo I  (del  402>  co"a  decretale  Epist.  i^ 
ad  Episcopus  Synodi  Tolosan.  cap.  6: 
dichiaralo  irregolare  il  bigamo,  questo 
disse  pure  colui  che  presa  moglie  prima 
del  battesimo,  ne  pigliasse  un'altra  dopo 
battezzato,  njorta  la  prima).  Interpreta- 
tiva  quando  non  è  intervenuto  un  secon- 
do matrimonio,  ma  virtualmente  e  colla 
intenzione,  ed  è  quando  uno  contrae,  e  co- 
pula con  una  sola,  ma  che  sia  vedova.  Se 
si  contrae  con  quella  che  prima  si  fosse 
conosciuta,  non  si  reputa  bigamia,  e  nep- 


VED 

pure  se  si  facesse  matrimonio  con  una  che 
con  altro  si  fosse  congiunta,  ma  che  non 
fosse  stata  conosciuta.  La  Similitudina- 
ria  è  quella  che  si  contrae  dall'insignito 
d'Ordine  sagro,  o  obbligato  da  Volo  so- 
lenne con  traendo  e  consumando  con  don- 
na vergine,  quantunque  ne  di  diritto,  né 
di  fatto  si  contragga  con  due,  ciò  non  o- 
stante  l'ordine  ricevuto,  ed  il  volo  solen- 
ne ha  fatto  la  congiunzione  spirituale  e 
similitudinaria  con  Cristo.È  bigamo  quel- 
lo che  si  congiunge  con  una   vedova ,  e 
con  una  che  siasi  con  altro  accoppiata,  e 
chiunque  si  sarà  congiunto  con  una  ver- 
gine, anzi  con  maggior  rigore  si  procede 
contro  quello  che  si  congiungesse  con  don- 
na adultera,  o  contraessero,  rna  uiunoa- 
vendo  fatto  voto  di  castità  coll'essere  ri- 
messi dagli  ordini  sarebbero  puniti   con 
altre  pene  stabilite  da'eanoni.  Similmen- 
te si  ha  come  bigamo  quello  che  in  di- 
verso tempo  avesse  avuto  due  concubine 
(dice  anche  il  Vermiglioli,  che  le  concu- 
bine una  volta  stavano  in  luogo  di  mo- 
gli, ed  erano  tollerate,  citando  il  Can.  Is 
qui,  disi.  34.  Poiché  è  certo  che  il  con- 
cubinato nell'antica  legge  era  permesso, 
ed  esempi  frequentissimi  ne  abbiamo  dal- 
la s.  Scrittura.  Lamech  ebbe  due  mogli 
Ada  e  Sella;  i  discendenti  di  Sella  ebbero 
molte  mogli  in  una  volta,  ma  tutte  non 
erano  mogli  legittime.  Abramo  conobbe 
la  sua  serva  Agar,  ma  non  ne  fu  moglie, 
tale  essendo  Sara,  la  quale  die  al  marito 
per  concubina  la  serva  Agar;  ebbe  anche 
Cetura.  Giacobbe  ebbe  due  mogli,  e  nel 
tempo  stesso  due  concubine,  dategli  dal- 
le proprie  mogli  Lia  e  Rachele,  ed  era- 
no le  loro  due  serve.  Esaù  nel  medesimo 
tempo  conobbe  3  donne.  Laonde  il  con- 
cubinato presso  gli  ebrei  si  considerava 
come  una  specie  di  matrimonio,  ma  non 
eia  tale,  avea  bensì  le  sue  leggi.  Salomo- 
ne avea  700  mogli  e  3oo concubine. Suo 
padre  David  ebbe  7  moglie  eio  concu- 
bine. I  greci  chiamano  la  concubina  Se- 
minutta,  a  tempodi  Giustiniano  I  si  chia- 
mava Licita  consueludo).  Fu  poi  il  cou- 


VED 

cullinolo  riprovato  e  condannato  dal  di- 
ritto canonico,  ed  anche  dall'autorità  se- 
colare (come  un  disordine  contrario  olla 
santità  della  religionee  all'onestà  pubbli- 
ca. Le  concubine  o  mogli  d'inferior  con- 
dizione, ma  uniche,  erano  state  permes- 
se e  tollerate  dalla  Chiesa,  ed  il  r .°  conci- 
lio di  Toledo  decretò,  che  non  bisogna- 
va scomunicare  quegli  che  non  avesse  che 
una  moglie  od  una  concubina.  La  con- 
cubina che  vivea  coll'uomo  come  moglie, 
quantunque  noi  fosse,  fu  proibita  dalla 
L.  7,  e.  De  naturalib.  liber.j  e  poi  assolu- 
tamente dall'imperatore  Leone  VI  nella 
Novella  QwZJt  Concubinam  habere  non 
liceat).  Sull'  appoggio  di  queste  leggi,  e 
dopo  abolito  il  concubinato,  le  leggi  si  li- 
mitarono a  soltanto  proibire  l'ordinazio- 
ne a  quelli  che  avessero  avuto  tre  mo- 
gli, o  una  o  più  vedove.  Questi  si  rendono 
irregolari,  gli  altri  non  incorrono  questa 
irregolarità,  come  neppure  rincorrono 
quelli  che  avessero  preso  moglie  dopo  e- 
messo  il  voto,  purché  non  abbiano  fatta 
o  tacitamente  o  espressamente  professio- 
ne, i  quali  non  si  reputano  quali  adul- 
teri. Né  diconsi  bigami  quelli  che  aves- 
sero acconsentito  ad  un  secondo  matri- 
monio; cioè  rato,  ma  non  consumato.  Fi- 
nalmente si  reputano  bigami  quelli  che 
ottengono  due  benefizi  in  una  chiesa  stes- 
sa, e  quelli  che  da  una  chiesa  passano 
all'altra.  11  concilio  di  Trento  dichiarò  es- 
sere il  concubinato  un  gravissimo  pecca- 
to, ne  prescrisse  le  pene  ne'  diversi  casi 
che  potessero avvenire,e  persistendo  i  con- 
cubinari tanto  ecclesiastici  che  laici  nel 
loro  peccato  (contro  i  concubinari  sono 
fulminate  le  scomuniche,  e  diverse  altre 
pene  sono  stabilite  e  determinate  tanto 
per  rapporto  alle  persone  libere  che  ma- 
ritale, quali  pene  statuite  da'concilii  e  ca- 
noni, come  dal  concilio  romano  di  Nico- 
lò II  e  dal  generale  Laterano  V  di  Leo- 
ne X,  e  segnatamente  dal  Tridentino,  fu- 
rono rinnovate  ed  accresciute  da  Sisto  V 
colla  bolla  Ad  Compescendam,  de'3o  ot- 
tobre i586,  Bull.  Roni.  t.  4>Par«  4>  P» 
voi.  lxxxviii. 


V  E  G  *85 

267:  De  temeraria  tori  separatione,  ac 
publicis  adidterìisy  stuprìs  et  lenociwis, 
in  quibusdam  casibus  severius  in  alma 
Urbe  puniendis.  Già'contro  i  ruffiani  e 
manutengoli  a  mal  fare,  d'ambo  i  sessi, 
avea  nel  i558  Paolo  IV  emanato  il  de- 
creto: De  Lenonibus  eorumque  complici' 
bus,  ultimi supplicii poena  certis  casibus 
in  Urbe  plectendis.  Sì  legge  nel  cit.  Bull. 
t.  4,  par.  1).  I  bigami  non  ponno  ordinar- 
si senza  Dispensa.  Se  il  bigamo  vieue  or- 
dinato riceve  il  carattere,  ma  se  non  è 
dispensalo  non  può  esercitare  gl'incom- 
benti del  benefizio,  e  nella  bigamia  ve- 
ra e  interpretativa  ,  il  vescovo  non  può 
dispensare  ne  per  gli  ordini  sagri,  né  pe' 
minori  inclusive  alla  tonsura,  e  per  rice- 
vere un  semplice  benefizio.  Se  il  vescovo 
ordinasse  un  bigamo  senza  dispensa,  re- 
sterebbe sospeso  dal  conferire  gli  ordini, 
non  per  altro  ipso  jure  dall'  ordine  che 
ha  conferito. 

VEGLIA  (TTeglien).  Città  con  resi- 
denza vescovile  del  regno  d'  Illirici  nella 
Dalmazia,  governo  e  27  leghe  al  sud-est 
di  Trieste,  sopra  la  costa  sud-ovest  dell'i- 
sola del  suo  nome,  di  cui  è  capoluogo,  nel 
golfo  diQuarnero  all'est  dell'isola  di  Cher- 
so.  L'isola  trovasi  separata  dal  continen- 
te all'est,  mediante  il  canale  di  Morlac- 
chia,  stretto  dell'Adriatico  fra  l'isole  di 
Veglia,  Ossaia  e  Arbe,  e  la  parte  della 
Croazia  militare  e  del  LitoraleUngherese 
che  porta  il  nome  di  Morlacchia,  di  cui  so- 
no luoghi  principali  Carlopago  e Zengg. 
Ha  molti  boschi  e  alimenta  quantità 
grande  di  cavalli,  pecore  e  capre,  pur 
somministrando  seta  e  vi  no.  Vi  si  utilizza- 
no cave  di  marmo  bellissimo;  la  pesca 
sulle  coste  riesce  abbondante,  e  vi  si  rac- 
coglie molto  sale.  Somministra  ancora 
buoni  frutti,  massime  noci,  mele,fìchi  ec. 
Della  città,  fabbricata  in  parte  sopra  una 
collina  dell'isola,  dice  l'ultima  proposi- 
zione concistoriale:  Puglia praecipua ci- 
vitas  insulae  ejusdem  nominis  in  sinu 
Adrìaci  maris  ad  occidentalem  plaga  m 
Dalniatiae,  in  finibus  aliarum  insula- 


286  V  E  G 

rum  Auxerensis  et  Arbensìs}  alaue  in 
provincia  li  torà  li  Jllyrico-  Aus  trinci po- 
sila, unius  circiter  milliari  est  ambitus, 
siiti  gaudet  peramoeno,  bisce ntum  ac 
triginta  sex  continet  domosy  et  a  mini- 
bus ultra  aualuorcentum  inhabitatur 
fidelibus.  E  dunque  Veglia  non  grande 
e  non  molto   popolata,  con  edilizi   poco 
rimarchevoli.  Fra'  principali  è  la  catte* 
diale  di  ordinaria  struttura,  dedicata  al- 
la B.  Vergine  Assunta  in  cielo,  di  recen- 
te restaurata  con  nuove  riparazioni.  Fra 
le  reliquie  sagre  vi  sono  in  gran  venera- 
zione i  corpi  de'  ss.  Diodoro  ed  Eusebio 
martiri;  mentre  altro  titolare  della  cat- 
tedrale e  protettore  principale  della  dio- 
cesi è  s.  Quirino  i .°  vescovo  di  Siscia  e 
martire,  la  cui  festa  si  celebra  a'  4  giugno. 
Vi  è  la  cura  d'anime  col  battistero,  affi- 
data al  canonico  parroco,  aiutato  da'  vi- 
cari del  capitolo.  Questo  si  compone  del- 
la i  .a  dignità  del  prepósto  e  dell'altra  del 
ilecano,  di  4  canonici,  senza  le  prebende 
teologale  e  penitenziale,  di  6  canonici  o- 
innari,  tutti  usando  la  mozzetta  paonaz- 
za, e  di  4  vicari  corali  e  cooperatori  al- 
la cura  dell'anime,  cooperatores  Chori, 
adjulum  animarum  cura  exerceretur, 
oltre  altri  preti  e  chierici  addetti  al  ser- 
vizio divino.  11  p.  Farlati,  lllyrici  sacri, 
1. 1 ,  p.  i  go,  e  t.  5,  p.  2g4>  riferisce  che  l'an- 
tico capitolo  si  componeva  di  3  dignità, 
l'arcidiacono,  l'arciprete  curato  e  il  pri- 
miceri), e  di  12  canonici  ;  la  diocesi  con- 
tenere 7  parrocchie,  compresa  quella  di 
CastelM  uscliio  e  collegiata  con  uflizia tura 
in  lingua  illirica.  Prossimo  alla  cattedra- 
le è  l'episcopio,  sufficientemente  ampio  e 
ornato,  e  da  ultimo  anch'esso  ristorato. 
Nella  città  non  vi  sono  altre  chiese  par- 
rocchiali, bensì  esistono  il  convento  de' 
francescani,  il  monastero  delie  benedet- 
tine, l'ospedale, il  monte  di  pietà,  i  soda- 
lizi laicali,  ma  manca  del  seminario,  de 
sideralur.  11  porto,  che  potrebbe  con- 
tenere otto  o  dieci  galere,  ed  alquante 
navi  di  minore  grandezza,  è  abbastanza 
ampio  e  difeso  da  un  castello.  Veglia,/^- 


VEG 

già,  Veg\a%  Vela,  Vetiat  il  p.  Farlati 
citato,  nel  t.i,  p.189,  descrive  la  città  e 
isola,  le  quali  anticamente  pure  ebbero 
comune  il  nome ,Curicta ni  la  chiamòTo- 
lomeo,  Cyracticam  la  disse  Strabone,  e 
Costantino  VI  Porfirogenita  Beclam,  poi 
Vegla  e  Vegia  furono  denominate  da* 
latini,  e  Sabellico  le  disse  Vigiliam.  »  At 
Vigilia  non  insula,  sed  civitas  longe  bine 
abest,  eamque  Andreas  Dandulus  prò- 
pe  ab  Aestuariis  Veuetis  constituit,  in 
qua  obsessus,  et  captus  est  Obelerius  ab 
Joanne  Parteci patio  duce  venetorum.  U- 
terqueerrandi  occasione  sumpsitex  ipse- 
met  Andrea  Dandulo,qui  ad  an.  83o  seri- 
psit  Obelerium  Vigiliaeapud  Curiclum 
et  obsessum  et  captum  fuisse.  Putantur 
enim  Curiclum  idem  esse  atque  Curicum, 
quae  urbs  est  Ptoleraaica  insulae  Curi- 
ctae.  Sed  quod  Dandulus  Curiclum  vo- 
cat,  alter  chronologus  venetus  Aurialium 
appellatami  vicum  fortasse,  quem  mine 
Oriagum  dicunt.Porro  Vigilia  non  longe 
aberat  a  Metamauco;  eamque  neuter 
chronologus  insulam,  sed  urbem  uter- 
que  nuncupat,  ci  vitate*  Curiclae  omnino 
duas  numerai  Ptolomaeus,Fulfinium,  un- 
deFulfìnatesPliniani  ad  conventumScar- 
donitanum  adsci  ipti  ;  et  Curicum,  qua 
ex  urbe  in  tabula  Peutingeriana  haec  in- 
sula Curica  inscribitur.  Vetus  est  indige- 
narum  opinio,  constanti  fa  ma, a  e  multo- 
rum  sermone  celebrata,  principem  totius 
insulae  urbem  conditam  fuisse  a  Dynastn 
quodam,  seu  Regulo,  cui  nomen  erat  Cu- 
fico; inde  Urbem  Curicum, insulam  Curi- 
ctaui,  incolas  Curictas  appellatos.  His  vo- 
cabulis  jamdiu  vetustate  abolitis,  hodie 
hauc  insulam  Vegiam,  et  Vegliarli  nuncu- 
pant,iisdemque  primiscue  nominibus  pri- 
maria insulae  ci  vitas  donatur."  Veglia  eb- 
be i  suoi  conti  particolari  o  prefetti  con 
giurisdizione.Essa  e  l'isola  dopo  essere  sta- 
ta nel  dominio  della  repubblica  di  Vene- 
zia, al  finir  di  questa  colla  Dalmazia  passò 
iti  quello  dell'Austria.  Per  le  costruzioni 
navali  i  veneziani  educavano  utili  foreste 
nella  Dalmazia,  ma  di  quelle  foreste  beu 


VEG 

poche  tracce  rimangono  oggidì,  e  la  mag- 
giore è  nell'  isola  di  Veglia.  Rendendosi 
opportuno  e  necessario  all'  Austria  un 
ragguardevole  aumento  di  forza  navale, 
introdusse  lodevoli  cautele  lungo  il  lito- 
rale illirico  per  la  esportazione  del  legna- 
me atto  alle  costruzioni  navali,  vietando- 
Io  per  T  incremento  della  propria  mari- 
na, e  curando  insieme  la  conservazione 
e  allevamento  de'  boschi  in  molte  parti 
del  litorale  e  dell' isole,  onde  pervenire 
per  lo  meno  a  potenza  marittima  di  i.° 
ordine. 

La  luce  del  Vangelo  introdotto  nella 
Dalmazia  in  tempo  della  nascente  Chie- 
sa, sembra  che  Veglia  la  ricevesse  come 
le  altre  città  dalmate  dall'apostolo  della 
regione  s.  Domnioi.0  pastore  di  Salona, 
di  cui  divenne  suffraganea  la  sede  vesco- 
vile, e  passò  poi  ad  esserlo  della  metropo- 
li di  Spalairo.  Ma  Degli  Effetti  nelle  Me- 
morie del  Soratle  e  luoghi  convicini,  con- 
futa quelli  che  danno  a  Veglia  per  vesco- 
vo Andrea  del  679  ,  ch'egli  crede  stato 
vescovo  di  Veio  (f'.)j  giacche  dice,  che 
Veglia  non  abbracciò  l'Evangelo  prima 
dell'865  circa  per  opera  di  Sueropilo,  o 
de'  ss.  Cirillo  e  Metodio.  Nel  citato  arti- 
colo ragiono  di  Andrea  neppure  vescovo 
di  Veio,  né  di  Celina,  ma  di  Celeia,  l'o- 
dierna Cilly  nella  St.iria,  e  perchè  fu  det- 
to tale  e  cagionò  gli  equivoci,  essendo  sta- 
ti dati  i  campi  del  famoso  Veio  alle  le- 
gioni illiriche  e  a'veterani  dalmatini.  Pa- 
pa Eugenio  III  verso  il  1 146  diminuì  la 
provincia  ecclesiastica  di  Spalatro,  e  sot- 
traendole  le  sedi  vescovili  di  Veglia,  Ar- 
beeOssaroo  Ossero  le  dichiarò  suffìaga- 
nee  del  nuovo  arcivescovato  di  Zara,  co- 
me leggo  nel  p.  Fallati,  t.  3,  p.  175.  Pio 
VII  colla  bolla  Inter  multi plices,ne\  1 822 
commise  l'amministrazione  del  vescovato 
ò'Ossaro  o  Ossero  (F.)  al  vescovo  di  Ve- 
glia. Leone  XII  colla  bolla  Locum  B.  Pe- 
£r/,de'3o  giugno  1828,  Bull.  Rom.  cont. 
1. 1 7,  p.  375,  eseguì  una  nuova  circoscri- 
zione delle  diocesi  di  Dalmazia ,  e  unione 
di  diverse  sedi  vescovili.  Pertanto  sop- 


V  E  G  287 

presse  la  dignità  metropolitica  di  Spala- 
tro, e  la  vescovile  di  Ussaro  0  Ossero  e 
di  Arie,  e  le  loro  diocesi  unì  a  quella  di 
Veglia,  il  cui  vescovo  ritenne  il  titolo  di 
Ai  be  ancora.  Dichiarò  suftraganeo  della 
metropolitana  di  Zara  il  vescovo  di  Ve- 
glia e  Arbc.  Soppresse  il  capitolo  e  catte- 
drale d'  Ossaro  o  Ossero,  e  la  cattedrale 
divenne  collegiata  con  suo  capitolo  colle- 
giale, affidando  la  cura  d'  anime  all'arci- 
pretejaltrettanto  fece  con  Albe,  costituen- 
dovi un  vicario  generale,  ed  un  pro-vica- 
rio generale  in  Ossero.  Finalmente  ,  a- 
vendo  Pio  VIII  colla  bolla  In  superemi- 
nentiapostolicae^Qi  iluglioi  83o,Z?m//. 
cit.,  1. 1 8,  p.  1 20,  reintegrato  la  sede  diGa- 
rizia  (di  cui  riparlai  a  Trieste  e  Udine) 
dell'onore  arcivescovile,  di  sua  metropo- 
litana divenne  sulfraganeo  il  vescovato  di 
Veglia,  coll'unita  chiesa  di  Albe,  la  qua- 
le tuttora  viene  registrata  tra  le  diocesi 
esistenti,  nelle  Notizie  di  Roma, sebbene 
non  ne  fanno  rimarco  le  due  ultime  pro- 
posizioni concistoriali. Non  si  conosce  pro- 
priamente l'epoca  dell'istituzione  della 
sede  vescovile  di  Veglia,  e  Commanville 
nell' Histoirc  detous  les  Eveschez,  la  cre- 
de originata  con  Arbe  e  Ossero  nel  IX 
secolo,  ed  aggiunge  chei  veneziani  s' im- 
padronirono di  Veglia  dopo  il  i43o.  Que- 
sta diocesi  avanti  1'  erezione  o  ripristina- 
zione  del  vescovato  di  Segna,  si  estende- 
va nel  suo  territorio,  quindi  fu  ristretta 
nell'isola  di  Veglia,  ed  a'nostri  giorni  am- 
pliata co'memorali  territori'!  di  Ossero  e 
Arbe.  Benché  è  probabile  che  Veglia  ab- 
bia avuto  i  suoi  vescovi  eziandio  ionanzi 
all'Xl  secolo,  il  p.  Fallati, Illyrici  sacri, 
loc.  cit.,  comincia  la  loro  serie  con  Vitale, 
il  quale  col  vescovo  d'Arbe  e  i  primari  di 
Veglia  promise  ubbidienza  e  fedeltà  al 
doge  di  Venezia  Pietro  II  Orseolo,  altra 
prova  ohe  già  i  veneti  dominavano  in  Ve- 
glia, signoria  che  pretese  ritardare  Com- 
mauville, ovvero  avrà  inteso  indicare  il 
ricupero  del  dominio.  Il  narrato  atto,  Vi- 
tale nel  1  o  1 8  lo  rinnovò  co' vescovi  d'Ar- 
be e  Ossero,  e  col  clero  e  popolo  di  Ve- 


288  V  E  G 

glia  e  di  quell'altre  isole  del  Quarnero;  in- 
di nel  io3o  intervenne  al  sinodo  provin- 
ciale di  Spalatro.  Ne  furono  successori 
Gregorio  del  i  o5o,  al  cui  tempo  per  pre- 
potenza de'croati  fu  intruso  nella  sede  cer- 
to Cededa,  e  venendone  espulso  Gregorio, 
non  vi  potè  tornare  che  nel  io65,  incili 
morì  quello.  Nel  1069  Pietro,!  il  quale 
giurò  ubbidienza  all'arcivescovo  di  Spa- 
Jatro,  allora  suo  metropolitano.  Domeni- 
co sedeva  neh  100,  e  si  recòa'sinodi  pro- 
vinciali di  Spalatro.  Durante  la  sede  va- 
cante fu  eretta  la  suddetta  metropoli  di 
Zara,  e  assegnate  per  suffraganee  Veglia, 
Albe  e  Ossaro.  Neil  i53  Pietro  li  fondò 
in  Veglia  un  monastero  di  benedettini 
colla  chiesa  di  s.  Martino.  Neh  170  Da- 
bro,  che  nel  1  179  intervenne  al  concilio 
generale  di  Laterano  HI.  Giovanni  1  vi- 
veva neh  186.  Non  trovansi  altri  sino  al 
1270,  in  cui  è  registrato  Marino.  Nicolò 
JV  nel  1290  nominò  vescovo  di  Veglia 
fr.  Lamberto  de'  minori,  a  motivo  della 
discrepanza  de'pareri  de'capitolavichea-. 
\eano  eletto,  gli  uni  fr.  Giovanni  da  Ve- 
glia minorita,e  gli  altri  fr.  Zaccaria  dome- 
nicano: il  vescovo  accordò  a*  suoi  france- 
scani di  fabbricare  un  convento,  e  fu  tra- 
slaload  Aquino  nel  1297.  Gli  successe  Gi- 
rolamo. Nel  1298  Matteo.  Neli3o2  fr. 
Tommaso  francescano.  Nel  1 3 14  Giaco- 
mo Bertaldo prete  di  s.Pantaleone di  Ve- 
nezia, ove  poi  venne  tumulato.  NeIi33o 
Lompradio.  Nel  1 332  Nicolò  I,  nominato 
in  una  sentenza  d'Andrea  Micheli  conte 
d'Albe,  per  la  controversia  che  il  vescovo 
aveva  contro  il  conte  di  Veglia.  Fino  al 
142 1  vacò  la  sede,  provveduta  con  Nico- 
lò li,  eletto  dal  conte  di  Veglia.  Nel  1 436 
fr.  Angelo  da  Bologna  domenicano.  Sede- 
va neh  44°  Francesco  I.  Neh  460  fr.  Ni- 
colò 111.  Neh  5oo  Natale  della  Torre, che 
intervenne  nel  1 5 1 4al  concilio  generaledi 
Laterano  V,  e  lasciò  in  Veglia  a  suo  vica- 
rio il  fratelloDonato  vescovo  di  Bosnia,  di 
cui  feci  menzione  nel  voi.  LXVII,  p.  44» 
riparlando  de'  vescovi  di  Bosnia.  Rinun- 
ziando Natale  neh  528,  in  que&to  gli  fu 


VEG 

sostituito  d.  Eusebio  Prinli  veneto  patri- 
zio, e  camaldolese  di  s.  Michele  di  Mura- 
no, morto  dopo  circa  due  anni  in  Venezia 
di  veleno.  Clemente  VII  die  la  chiesa  in 
amministrazione  al  veneto  cardinal  Ma* 
rino  Grima/ii/indi  poco  dopo  neh  53 1 
elesse  a  vescovo  Giovanni  II  Rosa,  trasfe- 
rendolo da  Scardona,  morto  in  Zara  e  de- 
posto nella  basilica  di  s.  Grisogono.  Nel 
1 55o  fr.  Alberto  Divini  domenicano, che 
celebrai  nel  voi.  LXI 1 1,  p.  2  1  o,  qual  già 
vescovo  di  Modrusca  (riparlando  di  que- 
sta sede,  la  quale  da  Gregorio  XVI  colla 
bolla  Apostolici  nostri  ministerii ,  del 
i833,  Bull.  Rom.  cont.  t.  19,  p.  2o5: 
Reintegratio  dioecesisModrusiensis  cu  ni 
suis privilegiis):  intervenne  al  concilio  di 
Trento,  e  visitò  la  diocesi.  Neh  564  Pie- 
tro III  Bembo  nobile  veneziano,  zelantis- 
simo propuguatore  de'suoi  diritti,  ordinò 
opportuni  regolamenti  per  la  divina  uffi- 
ziatura,i  cuiarticoli  si  leggono  nel  p.  Far- 
lati  :  due  volte  visitò  la  diocesi,  e  ricevè 
Agostino  Valerio  o  Valìer,  poi  cardina- 
le, visitatore  apostolico  dell'Istria  e  Dal- 
mazia. Neh  589  Giovanni  III  conte  del- 
la Torre,  canonico  di  Padova,  colla  riten- 
zione di  tal  prebenda,  alla  cui  cattedrale 
donò  parecchie  reliquie  e  del  legno  della 
ss.  Croce.   Ne  rilevai  le  onorevoli  gesta 
nel  voi.  LXXII,p.  71,  come  egregio  nun- 
zio di  Svizzera.  Mori  neh6a3  in  Padova, 
e  fu  sepolto  nella  cappella  della  ss.  Croce 
nella  cattedrale.  Neil'  istesso  anno  gli  fu 
surrogato  d.  Luigi  Lippamano  nobile  ve- 
neto, canonico  regolare  di  s.  Giorgio  in 
Alga,  e  visitò  la  diocesi.  Neh 642  d.  Co- 
stantino de  Rossi  di  Scio  somasco,  trasfe- 
rito dalle  sedi  di  Cefalonia  e  Zante.  Da 
Nona  neh  653,  e  prima  che  vi  si  recasse, 
vi  fu  traslato  Giorgio  Giorgicci  della  dio- 
cesi di  Spalatro,  indi  visitò  la  diocesi  di 
Veglia.  Neh  660  Francesco  II  de  Marchi 
di  Spalatro,  visitò  la  diocesi.  Gli  successe 
neh  668  fr.  Teodoro  Gennaro  di  Vicen- 
za de'minori  osservanti,  il  quale  pure  vi- 
sitò la  diocesi.  Nel  1 684  Stefano  David,  e 
nello  stesso  per  sua  morte  Baldassare  No- 


VEG 

saclini  trevigiano.  Nel  i  7  1 3  ti.  Piel  10  Pao- 
lo Calorio  somasco,  già  di  Trau.  Dopo 
triennale  sede  vacante,  nel  177.0  da  Albe 
passò  a  questa  sede    Vincenzo   Lessio  di 
Coi  fu;  morto  in  Albe,  ov'erasi  recato  per 
salute,  fu  portato  il  corpo  a  Veglia  e  de- 
posto nella  cattedrale.  Nel  1  780  Federico 
Rosa  veneziano,  pati  persecuzioni  de'suoi 
malevoli  dinanzi  il  patrio  senato,  e  fu  tra- 
slalo  a  Nona  nel  17 38.  Nel  seguente  Pie- 
tro Antonio  Zuccari  di  s.  Vito  nel  Friuli, 
ancli'egli  perseguitato  e  calunniato,  si  re- 
cò in  Roma  a  difendersi,  e  tornato  inno- 
cente a  Veglia,  governò  da  lodato  e  zelan- 
te pastoie.  Con  questi   termina  la  serie 
del  p.  Farla  ti,  e  la  compilò  colle  Notizie 
di  Roma.  Nel  1 778  d.  Diodato  M.3  Difni- 
co  canonico  regolare  Lateranense  di  Se- 
benico.  Nel  1  789  fr.  Giacinto  Ignazio  Pel- 
legrini domenicano  di  Zara. Nel  1  792G10. 
Antonio  Sinitich  di  Veglia,  eh' ebbe  lun- 
ghissimo vescovato.  Per  sua  morte  Gre- 
gorio XVI   nel   concistoro  dell'  8  luglio 
1839  preconizzò  Bartolomeo  Bozanich 
del  castello  di  Verbenico  diocesi  di  Ve- 
glia, già  canonico  della  cattedrale,  supre- 
mo e  benemerito  ispettore  delle  scuole 
normali  della  diocesi,  prudente,  dotto, 
pieno  d' integrità  e  sperienza.  Passato  a 
miglior  vita,  il  regnante  Pio  IX  dichiarò 
l'attuale  vescovo  di  Veglia,  nel  concisto- 
ro de'23  marzo  1 855,  mg.r  Gio.  Giusep- 
pe Vitezich  del  castello  di  Verbenico  dio- 
cesi di  Veglia,  dottore  in  s.  teologia,  già 
concepista  nella  cancelleria  aulica  di  Vien- 
na e  consigliere  di  governo,  luogotenente 
in  Dalmazia,  canonico  onorario  della  pa- 
tria cattedrale,  lodato  per  dottrina  ,  gra- 
vità, probità  e  perizia  nelle  cose  ecclesia- 
stiche. Ogni  nuovo  vescovo  è  tassato  ne' 
libri  della  camera  apostolica  e  del  s.  col- 
legio in  fiorini  1  00,  ascendendo  le  rendi- 
te della  mensa  a  4ooo  scudi  romani.  Dioe- 
ci-scos  ambitili  ad  quinquaginta  quiri- 
que  milliaria  longi  tildi  nisy  ad  triginta 
latitudini*  profenditur,tres  insula*  eom- 
plectitur  Veglensem  nempe,  Auxeren- 
seni  seti  Crepsenseni  (cioè  Ussaro  e  Cher- 


VEG  289 

so,  nella  quale  pure  è  la  collegiata  col  ca- 
pitolo, con  monastero  di  benedettine),  et 
Arbensem{\\\cw\  sono  le  benedettine  eie 
terziarie  francescane),  a  e  insù  per  par  te  ni 
insulae  Gissae,  atque  in  hit  duae  Col- 
legiatae  et  plus  continentur  paroeriae. 
Siccome  di  Arbe  fu  dimenticato  l'artico- 
lo, oltre  il  cenno  riferitone!  vol.LXVIII, 
p.  2 1 3,  e  il  narrato  di  sopra,  qui  appres- 
so intendo  supplirvi  e  colla  serie  de'  ve- 
scovi, riportata  dal  p.  Fallati,  Illyrici sa- 
cri t  t.  5,  p.  226. 

Arbe  (Arben).   Città  vescovile  della 
Dalmazia,  capitale  dell'isola  del  suo  no- 
me, la  quale  fu  detta  anche   Scarduna 
e  dagli  slavi  Rabt  facente  parte  degli  sta- 
li austriaci,  nel  mare  Adriatico,  sulla  co- 
sta della  medesima  Dalmazia,  circolo  di 
Zara,  nel  golfo  di  Quarnero,  distante  più 
di  4  leghe  da  Ossaro  o  Ossero.  Ha  l'iso- 
la 5  leghe  quadrate  di  superficie,  e  la  co- 
sta è  assai  dirupata.  Il  canale,  senza  al- 
cuna rada,  lascia  da'due  lati  esposti  i  na- 
vigli all'impeto  de' veuti. Contiene  oltre  la 
città  omonima,  2  borgate  e  1  2  villaggi.  Il 
terreno  in  parte  è  piano,  e  in  parte  mon- 
tuoso. Il  paese  piano  è  fertile  d'olivi,  fi- 
chi e  vini  eccellenti;  nelle  valli  abbon- 
dano pascoli,  ove  si  nudrisce  un'infinità 
di  minuto   bestiame,  producente  molta 
lana.  Nella  parte  montuosa  vi  sono  molti 
boschi,  fra'  quali  i  maggiori  sono  quelli 
di  Capo  di  Fronde  e  di  Plogani,  che  dan- 
no bellissimi  legnami  da  costruzione.  Vi 
abbonda  il  selvaggiume.  Il  suo  principa- 
le prodotto  è  il  sale,  di  cui  non  meno  che 
di  seta,  lana,  cuoi,  vino,  montoni,  porci, 
pesci  e  buoni  cavalli  si  fa  un  attivo  com- 
mercio. Il  clima  non  è  de'piìi  felici,  e  la 
stagione  invernale  vi  è  orrida,  la  violen- 
za de' venti  recando  gravissimi  danni  al- 
l'isola, anche  in  altre  stagioni.  Non  man- 
ca di  cave  di  marmi,  di  cui  nel  1681  ne 
furono  scoperte  varie  vene  di  bianchi,  ed 
altri  con  macchie  rosse  e  gialle.  Abbon- 
da altresì  di  sorgenti  d'  acqua  limpida. 
Gli  abitanti  de'  villaggi  vivono  sparsi  ia 
capanne  qua  a  là  all'  uso  de'morlacchi, 


29o  V  E  c; 

i  quali  sono  forse  d'origine  slava  e  di  re- 
ligione greca,  robusti  e  guerrieri,  pastori 
«li  bestiame  minuto.  L' isola  e  la  città  di 
Arbe  dicesi  che  si  governasse  un  tempo 
colle  proprie  leggi  a  norma  di  repubbli* 
ca,  signoreggiata  successivamente  da'ro- 
mani  e  da'greci.  Infestata  poscia  da'  cor- 
sari, implorò  l'aiuto  e  si  pose  sotto  la  so- 
vranità della  repubblica  veneta  nel  x  o  1 8, 
come  Veglia  e  Ossaro.   Per  le  vicende 
della  guerra  fu  protetta  da'  re  di  Croa- 
zia, e  da  quelli  d'  Uugheria  che  le  ac- 
cordarono diversi  privilegi.  Nel  i4^o  ri- 
tornò per  altro  sotto  il  veneto  dominio, 
«lai  quale  passò  in  quell'odierno  dell'Au- 
stria. Arbe,  Arba,  Arbum,  eh' è  la  sua 
capitale,  egualmente  sulle  coste  di  Dal- 
mazia, è  fabbricata  nella  valle  di  Cam- 
pura  sopra  un'amena  collina,  che  si  pro- 
lunga fra  due  porti,  ed  ha  700  passi  di 
circonferenza.  Le  sue  case  parte    sono 
in  declivio  e  pai  te  in  piano  perfetto,  se- 
condo la  collina  sulla  quale  sono  pianta- 
te. Fuori  della  porta  di  campagna  si  ve- 
de un  delizioso  piano  d'un  4°  di  miglio 
di  larghezza,  e  alla  destra  di  esso  trova- 
si uno  stradone  ben  livellato,  nel  quale 
tuttavia  rimangono  gli   avanzi   del  bel 
borgo,  aggiunto  poscia  alla  città.  Ha  un 
porto  capace  di  bastimenti  d'ogni  gran- 
dezza, ma  di  difficile  imboccatura,  che 
non  permette  l' ingresso  a  più  d'un  na- 
viglio alla  volta.  La  città  non  è  mal  fab- 
bricala, fu  un  tempo  mollo  più  impor- 
tante, possiede  le  ricordale  case  religiose, 
ed  ha  l'antica  cattedrale  sotto  l'invoca- 
zione della  13.  Vergine  Maria   Assunta 
in  cielo,  e  fra  le  sue  sagre  reliquie  che 
in  essa  si  venerano  è  il  capo  di  s.  Cristo- 
foro martire,  patrono  principale  dell'iso- 
la e  della  diocesi.  Egualmente  sono  te- 
nule  in  gran  divozione  le  teste  che  la  tra- 
dizione crede  de'3  fanciulli  ebrei  Sidrac, 
Misac  e  Abdenago,  compagni  di  Daniele, 
i  quali  gettati  nella  fornace  ardente  di 
babilonia,  per  aver  ricusato  d'adorare 
la  statua  d'  oro  fatta  erigere  a  se  stesso 
da  Nabucodouosor,ue  uscirono  sani  esal- 


VEG 

vi  lodando  il  Signore  col  notissimo  can- 
tico. Il  precedente  capitolo  avea  le  digni- 
tà d'arcidiacono,  arciprete  e  primicerio, 
9  canonici, 6  mansionari. 3  diaconi,3  sud- 
diaconi e  3  accoliti.Dell'isola  e  città  diAr- 
be,  il  p.  Fallati  tratta  eziandio  nel  t.  r, 
p.  190  e  seg.  L'isola  d'Albe  fu  detta  an- 
che Scarduna,  ed  in  essa  vi  fu  pure  la 
città  di  Colenlum,  le  cui  vestigia  si  vo- 
gliono esistere  presso  la  chiesa  de'  ss.  Co- 
sma e  Damiano,  ch'era  il  principale  suo 
tempio  con  insigne  capitolo,  il  quale  per 
la  rovina   di  Colentuni  si  unì  a  quello 
d'Arbe,  e  così  queslo  nelle  pubbliche 
processioni  alzò  due  Croci  per  memoria. 
Riporta  ancora  le  diverse  opinioni,  se  Ar- 
be e  Scarduna  furono  due  isole  o  una,  e 
quest'  ultima  sentenza  sembra  prevale- 
re, con  due  città,  la  principale  Arbe, l'al- 
tra Colentum.  I  veneziani  vi  preposero  a 
governarla  un  conte  o  prefetto,  la  cui  giu- 
risdizione si  estendeva  triginta  mensium 
spatio.  Parla  pure  dell'isola  summento- 
vata  di  Gissa,  Gissac,  ora  Isola  di  Pago, 
Paganorum  insula,  parimente  nel  golfo 
del  Quarnero  e  sulla  costa  della  Croazia, 
da  cui  e  da  Arbe  è  divisa  dal  canale  di 
Morlacchia.  Pago  n'è  il  luogo  principa- 
le, essendo  abitata  l'isola  da  4ooo  indi- 
vidui d'origine  slava.  Produce  grandis- 
sima quantità  di  vino,  e  buoni  formag- 
gi di  pecora;  ha  inoltre  importanti  sali- 
ne. Metà  dice  appartenere  alla  diocesi 
d'Arbe,    l'altra  parte  a  quella  di  Zara. 
L' introduzione  del  cristianesimo,  come 
l'origine  della  sede  vescovile,  e  sua  pro- 
vincia ecclesiastica,  Arbe  l'ebbe  comune 
con  Veglia,  e  forse  anche  anteriore  n'  è 
il  vescovato,  poiché  trovasi  Ticiano  sot- 
toscritto Episcopus  Arbcnsis  a'  concilii 
provinciali  di  Salona  del  53o  e  532.  Ma 
non  Irò  vausi  successori  sino  a  Pietro  I  del 
986.  Madio  o  Maggio  del  1  o  1 8,  come  già 
dissi, col  suo  clero  e  popolo,  giurò  obbe- 
dienza e  fedeltà  al  doge  ed  alla  repub- 
blica di  Venezia.  Il  vescovo  Drago  di  con- 
senso del  clero  e  della  città  fondò  in  que- 
sta nel  1062  un  monastero  di  beuedet- 


V  EG 

tini.  Pietro  II  fu  al  sinodo  di  Zara  nel 
1072,  e  Gregorio  inlervenne  a  quello» di 
Spalatro  nel  1  075.  Domano  o  Drabana 
monaco  fioriva  circa  il  1  080,  Vitale  nel 
1  086,  e  Pietro  III  nel  1 094-  Lupo  o  Pao- 
lo nel  1097,  e  gli  successe  circa  ili  1  1 1 
Buouo,  ai  cui  tempo  Albe  sottraila  dal 
metropolita  di  Spalatro   fu   resa  suiFra- 
gauea  di  quello  di  Zara.  Il  vescovo  An- 
drea I  tenne  un  sinodo  nel  1  177,  e  nel 
1  1  79  fu  a  quello  generale  di  Lateranolll. 
Frodano  del  Lauro  sedeva  nel  1  2o5,  Ve- 
nanzio nel   1216,  Andrea  II  nel  1220, 
Giovanni  I  nel  1225  come  eletto,   ma 
nello  stesso  anno  trovasi  eh' eragli  suc- 
cesso Giordano.  Nel  1239  Paolo   I,  nel 
1249  Stefano  de  Dorainis.  Gregorio  li 
Ermolai  o  Costizza  è  notato  nella  sen- 
tenza del  patriarca  di  Grado,  pronunzia- 
ta nel  1268  qual  primate  di  Dalmazia 
contro  il  magistrato  e  la  città  d'Arbe  ,che 
negavano  le  decime  al  vescovo  e  al  capi- 
tolo. Nel  i  290  Matteo  1  Ermolai  paren- 
te del  predecessore,  così  Giorgio  I  Er- 
molai eletto  nel  1292,   mandò   un  suo 
parroco  nel  12963!  concilio  provinciale 
di  Grado,  e  pare  ch'egli  neli3i  1  inter- 
venisse a  quello  generale  di  Vienna.  JNel 
i3i3  gli  successe  Simeone  monaco  be- 
nedettino, ed  a  questi  dopo  il  1  3  1 5  il  mo- 
naco Aimo.  Giorgio  II  Ermolai  governò 
un  anno  circa,  e  morì   nel  i320  ;  nello 
stesso,  Francesco  I  di  Filippo  nobile  di 
Albe  e  arcidiacono  della  cattedrale,  sino 
al  1329.  In  questo  Giorgio  111  Ermolai, 
altro  arcidiacono  d'Arbe,  nel  quale  anno 
il  cardinal  Pietro  Bertrandi  legato  apo- 
stolico gli  scrisse  lettera  per  sopperire  al- 
la tenuità  della  mensa  vescovile  :  nel  1  334 
si  recò  al  sinodo  provinciale  di  Zara,  in 
cui  fu  estinta  la  controversia  de'proveuli 
tra  il  capitolo  di  Zara  e  Arbe.  Nel  1  364 
Grisogono  de  Dominis,   poi   vescovo  di 
Trau  ueh373.  Gli  successe  Zodenigo  I 
de  Zodenigbi  d'  Arbe,  contro  del  quale 
nel  i384  appellò  al  patriarca  di  Grado 
qual  primate  di  Dalmazia,  Pietro  li  ai 


V  E  G  291 

in  patria  la  chiesa  di  s.  Elena,  e  morto 
nel  1 4  1  2  fu  sepolto  nella  cattedrale  a  van- 
ti la  sua  cappella  gentilizia.  Lo  surrogò 
il  nipote  ecoadiutore,  Zodenigo  II  de  Zo- 
denigbi. Per  la  sua  morte  nel  i4i 4  Ma- 
rino Carnota  nobile  d'Arbe  e  arcidiaco- 
no della  cattedrale,  nel   i423  traslalo  a 
Trau  e  poi  a  Trieste.  Quindi  fr.  Fran- 
cesco Il  domenicano  fiorentino  de' Ser- 
vandi  o  Sigismondi,  ovvero  de'  Diondi, 
nel  1428  traslato  a  Capo  d'Istria,  come 
notai  nel  voi.  LXXX,  p.  267,  riparlan- 
do di  quella  chiesa.  Gli  successe  Angelo 
Cavazza  o  Cavaci,  trasferito  nel  i433a 
Parenzo  e  poi  a  Trau.  In  sua  vece  ven- 
ne ad  Arbe  Giovanni  11   da    Parenzo  e 
canouico  di  quella  cattedrale,  che  inter- 
venne al  concilio  generale  di  Firenze,  in- 
di nel  i44°  rinunziò  e  successe  alla  pa- 
tria sede  dopo  il  predecessore.  Neh 44° 
Matteo  lì  Ermolai  già  vescovo  di  Sap- 
pa.  Per  sua  morte  nel  i44^  &"•  Pa°lo  II 
da  Zara  domenicano,  a  cui  successe  nel- 
l'istesso  anno  il  correligioso  fr.  Nicolò  da 
Zara.  Neh  4^2  divenne  vescovo  della  pa- 
tria il  nobile  Giovanni  HI  Scaifa  primi- 
cerio della  cattedrale.  Nel  »472  Leonel- 
li  Cheticeli  di  Vicenza,  nel  1 4-^4-  Luigi 
Malombra  veneziano,   e  intervenne  nel 
1 5 1 4  al  concilio  generale  di  Laterano  V. 
In  questo  fu  pure  neli5i5  il  successore 
Vincenzo  I  Negusanli  nobilissimo  di  Fa- 
no, di  grande  erudizione,  che  intervenne 
ancora  al  concilio  di  Trento  nel  i562, 
ed  ottenuto  di   rassegnare  la  sede,  nel 
i56g  ripalriò,  come  con  altre  interes- 
santi notizie  narrai  nel  voi.  LXXXVI,  p. 
i63.  A  suo  tempo  nel  i534  un'imma- 
gine della  B.  Vergine,  e  nel  1 559  un'i,n* 
magine  del  ss.  Crocefisso  lagrimarono,ed 
il  p.  Fallati  riporta  gli  alti  autentici  di 
tali  commoventi  prodigi.  Gli  successe  in 
detto  anno  Biagio  Sideneo  di  Zara,  e  di- 
poi ricevè  il  suddetto  Agostino   Valerio 
visitatore  apostolico  dell'Istria  e  Dalma- 
zia nel   1569,  il  quale  visitò  ancora  que- 
sta diocesi   ed  emanò  analoghi  decreti. 


civescovo  di  Zara.  Nel  1086  cousagiò     Nel  i584  fr.  Andrea  IH  Ceruoli  fran« 


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cescano,  già  vescovo  di  Scardona  e  sno 
coadiutore.  Nel  i  588  d.  Pasquale  Pada- 
vitio  veneziano  monaco  camaldolese,  il 
quale  piamente  promosse  il  culto  del  ce- 
lebre s.  Marino  oriundo  di  questa  città, 
avendo  perciò  ottenuto  un'  insigne  reli- 
quia dalla  repubblica  di  s.  Marino  che 
ne  possiede  il  venera  t'issi  aio  corpo.  Nel 
1621  d.  Teodoro  Zorzi  nobile  veneto  e 
monaco  cassinese,  al  cui  tempo  d'ordine 
d'Urbano  Vili  l'arcivescovo  di  Zara  Ot- 
taviano fece  là  visita  della  diocesi  d'Ar- 
be.  Nel  1 63  6  Pietro  IV  Gaudenzi  d  i  Spa- 
latilo, tenne  il  sinodo  diocesano  nel  1  643 
estatuì  provvide  leggi  ecclesiastiche, mas- 
sime per  l'osservanza  delle  feste  de'santi. 
Gli  successe  nel  1664  il  nipote  Donnio  1 
Gaudenzi  arcidiacono  della  patria  me- 
tropolitana Spalatro.  Nel  1696  fr.  Ot- 
tavio Spader  di  Zara  francescano,  ch'eb- 
be grave  contrasto  colla  città  per  le  re- 
liquie di  s.  Cristoforo,  per  cui  rinunziò 
e  fu  traslato  in  Asisi  nel  1698.  Antonio 
Iiosignolo  di  Trau  e  canonico  di  quella 
cattedrale,  nel  1700  divenne  vescovo  di 
Albe,  la  cui  diocesi  più  volte  visitò  e  vi 
celebrò  10  sinodi.  Per  le  molestie  patite 
col  capitolo  e  colla  città,  ottenne  di  esser 
traslato  a  Nona.  Nel  1713  Vincenzo  II 
Lessio  di  Corfù  e  canonico  di  quella  cat- 
tedrale, trasferito  a  Veglia  nel  1720.  In 
questo  Donnio  II  Zen  di  Faria  e  canoni- 
co di  quella  chiesa,  benemerito  della  di- 


VEG 

sciplina  ecclesiastica.  Nel  1729  Andrea 
IV  Carlovich  di  Spalatro  e  canonico  di 
quella  metropolitana,  zelantissimo  del- 
l'ecclesiastica disciplina.  Nel  1739  Paci- 
fico Bizza  nobile  d'Arbe,  poi  arcivesco- 
vo di  Spalatro.  Nel  1746  Giovanni  III 
Calebotta  di  Trau,  e  ivi  canonico  e  vica- 
rio generale,  indi  traslato  a  Sebenico.  Nel 
1756  Gio.  Luca  Caragn'tni  di  Trau,  an- 
ch' egli  canonico  e  vicario  generale  di 
quella  chiesa  ,  zelantissimo  pastore,  vi- 
sitò accuratamente  la  diocesi,  e  meritò 
la  traslazione  a  Spalatro.  Nel  1763  Gio. 
Battista  Giunleo  da  Trau,  cauonico  e 
arciprete  di  quella  cattedrale,  poscia  ve- 
scovo di  Nona.  Nel  1 771  Gio.  Maria  An- 
tonio dell'Ostia  di  Zara,  già  parroco  di 
s.  Andrea  dell'abbazia  di  Narvesa  dioce- 
si di  Treviso.  Per  ultimo  vescovo  d*  Al- 
be registrano  le  Notizie  di  Roma  Gio. 
Pietro Galzigna  d'Arbe, ili. "giugno  1 79^ 
traslato  da  Trau.  Lo  trovo  registralo 
nelle  successive  Notizie  inclusivamenle 
a  quelle  del  1824,  e  non  nell'altre  del 
1825,  dovendo  esser  morto  comechè  na- 
to nel  1740-  'ndi  nel  1828  Leone  XII 
soppresse  il  vescovato  d'Arbe,  I'  unì  a 
quello  di  Veglia,  ed  il  vescovo  s'intitola 
vescovo  di  Veglia  e  Arbe,  e  non  di  Os- 
sarò,  benché  pure  riunito  alla  sua  diocesi 
da  detto  Papa,  come  narrai  superior- 
mente. 


FINE  DEL  VOLUME  OTTANTES1M  OTTAVO. 


f 

BX  841  .M67 

1840 

SMCR 

fioroni  ,  Gaet 

ano, 

1802-1883. 

Diz  ionari  o  d 

i  erudizione 

stor ico-ecc 

les  iast  ica 

AFK-9455  (awsk)